consigliato per te

  • in

    Invertire la rotta della deforestazione: sfide e opportunità

    A meno di un decennio dalla data fissata per il conseguimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) nel 2030, il mondo deve far fronte alla difficile sfida di porre fine alla deforestazione e ripristinare i paesaggi/le aree? già compromessi/e.

    L’emergenza

    Suolo super sfruttato, la crisi ambientale dimenticata

    di

    Emanuele Bompan

    21 Aprile 2021

    È vero che alcune regioni sono riuscite di recente a rallentare o a invertire la rotta della deforestazione. Rimane tuttavia il fatto che le foreste continuano a essere tagliate e sottoposte a degrado a un ritmo allarmante. Non siamo  purtoppo riusciti a raggiungere l’Oss che prevedeva di gestire in modo sostenibile tutti i tipi di foreste e di arrestare ed invertire la deforestazione entro il 2020. Se vogliamo conseguire questo traguardo entro il 2030, il mondo intero dovrà raccogliere l’appello lanciato dal Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, di “invertire la rotta della deforestazione”.Si calcola che dal 1990 siano andati perduti a causa del disboscamento 420 milioni di ettari di foreste, una superficie pari a quella di India e Portogallo messi insieme. Ogni anno continuiamo a perdere circa 10 milioni di ettari di foreste, ossia un’area grande quanto la Repubblica di Corea, o due volte l’estensione della Costa Rica. Nel continente africano, la deforestazione sta addirittura accelerando.

    Biodiversità

    Solo il 3% della Terra è rimasto intatto

    di

    Enrico Franceschini

    15 Aprile 2021

    La pandemia Covid-19 ha inoltre aumentato il rischio di deforestazione a causa della migrazione di ritorno nelle zone rurali, che ha intensificato la pressione sulle foreste come fonte di sussistenza, mentre sono state ridotte le risorse per il monitoraggio delle foreste e per garantire l’applicazione della legge nel settore forestale.

    Ambiente

    Deforestazione, l’Ue al secondo posto per import dopo la Cina

    13 Aprile 2021

    Tutto ciò ha conseguenze negative sulle persone, la biodiversità e il pianeta, oltre a innescare un effetto domino sul conseguimento di altri Oss, a partire dagli obiettivi concernenti la povertà, la fame, la salute e, in maniera ancor più pressante, l’azione per il clima.Insieme ad altre attività di sfruttamento del suolo, la deforestazione è responsabile dell’11% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. Se non vi sarà un’inversione di rotta, gli obiettivi relativi al clima rimarranno fuori portata. Al contrario, potremo fare la differenza se riusciremo ad arrestare la deforestazione e a recuperare le aree degradate. Il ripristino delle foreste potrebbe da solo eliminare da 13 a 26 gigatonnellate di gas a effetto serra dall’atmosfera tra il 2020 e il 2030. Per fare un esempio concreto, nel 2018 il settore agricolo mondiale ha prodotto poco più di 5 gigatonnellate di gas a effetto serra in termini di CO2 equivalente.

    L’intervista

    Olio di palma: come salvare l’ambiente e, insieme, i piccoli agricoltori

    di

    Giuliano Aluffi

    08 Aprile 2021

    Per tutti questi motivi, a margine della 16a sessione del Forum delle Nazioni Unite sulle foreste tenutasi questa settimana, 15 organizzazioni internazionali che si occupano di questioni forestali hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si sottolinea la necessità di invertire la tendenza della deforestazione e aumentare la superficie forestale del nostro Pianeta.

    Dallo spazio

    Foreste perdute e ritrovate in Belize, con l’aiuto degli algoritmi

    di

    Matteo Marini

    24 Marzo 2021

    Presieduto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, il Partenariato collaborativo sulle foreste vanta al proprio interno alcune agenzie delle Nazioni Unite, quattro convenzioni e altre organizzazioni dotate di corposi programmi in ambito forestale.Oltre ad accennare al concreto pericolo causato dagli effetti della deforestazione, nella loro dichiarazione le organizzazioni hanno anche delineato le opportunità future e le azioni che è necessario intraprendere per porre fine a questo fenomeno.Cosa, dunque, si può fare concretamente?

    Innanzitutto, occorre rispondere alla crescente domanda di prodotti agricoli limitando al tempo stesso l’espansione dell’attività agricola nelle aree forestali.

    L’intervista

    “Dalla pandemia al climate change, i satelliti europei sono le Sentinelle del Pianeta”

    di

    Matteo Marini

    21 Aprile 2021

    La buona notizia è che i due obiettivi, quello cioè di sfamare una popolazione mondiale in crescita e quello di arrestare la deforestazione o persino invertirne la rotta, non si escludono a vicenda. Si potranno realizzare entrambi con pratiche di produzione e attività agroforestali di tipo sostenibile e pianificando meglio e in maniera più equilibrata l’utilizzo del suolo. Altre importanti tessere del mosaico sono il recupero della produttività dei terreni agricoli degradati, un rafforzamento degli impegni di “deforestazione zero” del settore pubblico e privato, la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari e l’informazione dei consumatori.

    Vi è inoltre la necessità di promuovere la legalità della produzione e del commercio di legname e di ridurre al minimo gli effetti degli incendi boschivi, delle infestazioni forestali e delle malattie delle piante.A tale scopo è indispensabile un cambiamento a livello di politiche al fine di riformare i sussidi agricoli, perfezionare la governance del settore forestale e revisionare i diritti fondiari. Occorre investire risorse pubbliche e private per promuovere azioni di recupero delle foreste e progetti di conservazione e uso sostenibile delle aree boschive. Nessuna iniziativa può infine prescindere dalla partecipazione attiva di tutte le parti interessate, tra cui le popolazioni indigene che gestiscono circa il 28 percento della superficie terrestre mondiale, le comunità locali, le donne e i giovani.Come collettività, nel 2020 abbiamo imparato molte lezioni; per molti versi, la pandemia è stata la conseguenza di uno strappo nel rapporto tra sistemi umani e sistemi naturali.

    Con l’inizio del Decennio delle Nazioni Unite sul ripristino degli ecosistemi 2021-2030, dobbiamo riconoscere che la protezione, la gestione e il ripristino degli ecosistemi sono parte integrante della nostra risposta e ripresa a livello globale e locale. Investire nel ripristino delle foreste può portare alla creazione di milioni di posti di lavoro verdi, migliorare la salute umana e aumentare la sicurezza alimentare.I partenariati globali e la cooperazione internazionale sono due strumenti fondamentali in tal senso. Ne è perfettamente consapevole il Partenariato collaborativo sulle foreste, che continuerà a promuovere la collaborazione affinché la comunità internazionale estenda le proprie aspirazioni e riesca ad invertire la rotta della deforestazione e a conseguire gli OSS e gli Obiettivi forestali globali delle Nazioni Unite.Nei prossimi dieci anni abbiamo la possibilità, forse per l’ultima volta, di fare marcia indietro, salvare e recuperare il nostro patrimonio boschivo, e promuovere politiche specifiche e trovare forme di attività commerciale che sappiano salvaguardare le foreste.

    (Mette Løyche Wilkie è presidente del Partenariato collaborativo sulle foreste e Direttrice della Divisione delle foreste dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, e Malgorzata Buszko-Briggs, funzionario forestale superiore della Divisione delle foreste dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

    Il Partenariato collaborativo sulle foreste comprende la Banca mondiale, il Centro internazionale per la ricerca sull’agricoltura forestale, il Centro per la ricerca forestale internazionale, la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta contro la desertificazione, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la Convenzione sulla diversità biologica, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate d’estinzione, il Fondo mondiale per l’ambiente, il Forum delle Nazioni Unite sulle foreste, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, l’Organizzazione internazionale dei legni tropicali, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, l’Unione internazionale delle organizzazioni di ricerca forestale e l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura e Risorse Naturali. LEGGI TUTTO

  • in

    Metti un'isola felice in mezzo alla foresta, riparo per alberi e insetti

    Circa 181 specie di alberi europei sono a rischio estinzione, secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura, mentre oltre il 40% degli insetti a livello globale corre lo stesso pericolo. Per preservare la biodiversità e difendere alcune di queste specie una nuova soluzione, ancora in fase di valutazione, potrebbe arrivare dalla creazione di particolari aree, all’interno di foreste o terreni boscosi, in cui la priorità è la conservazione genetica e la protezione delle specie. Queste aree, individuate e definite nello spazio, si chiamerebbero “unità di conservazione genetica” – in sigla GCU da Gene Conservation Units. Il progetto è studiato da tempo dai ricercatori inglesi dell’Università di York, che oggi hanno condotto un sondaggio, rivolto ad alcuni proprietari terrieri e ambientalisti inglesi, per capire se e come realizzare queste aree di difesa della biodiversità. I risultati sono pubblicati sulla rivista Ecological Solutions and Evidence.

    Le foreste, una riserva di biodiversità

    L’ippocastano e il frassino maggiore sono solo due esempi di alberi che rischiamo di perdere, mentre fra gli insetti ci sono diverse specie di api e di farfalle europee, sempre per citarne due. I ricercatori dell’Università di York citano in particolare due specie che sono a rischio alle loro latitudini: si tratta della farfalla “ricciolo di montagna” (Mountain ringlet) e del “grande calabrone giallo”, entrambi in declino, le cui popolazioni già colpite potrebbero essere decimate in maniera molto grave con i cambiamenti climatici.

    La prima Unità in Scozia

    Anche per questo fra gli obiettivi all’interno del progetto Eufgis (European Information System on Forest Genetic Resources), diversi Paesi condividono quello di creare le unità GCU per la conservazione delle specie. L’idea è promuovere il naturale recupero di vari alberi e assicurare che l’alimentazione per gli insetti e gli altri animali sia variata e sufficiente affinché possano sopravvivere anche a fronte dei cambiamenti climatici in atto. In tal senso, la gestione dell’habitat e il monitoraggio delle specie è un punto centrale nella definizione di queste aree di difesa della biodiversità.

    Esistono già delle unità GCU per la difesa degli alberi in Europa: nel Regno Unito, ad esempio, la prima è stata creata in Scozia nel 2019 dai ricercatori dell’Università di York in collaborazione con NatureScot. Il luogo scelto e registrato come GCU per la difesa dei pini scozzesi è la riserva naturale nazionale Beinn Eighe, nota per l’antichissima forest Caledonian Forest, formata alla fine dell’ultima era glaciale e ricca di una varietà unica di fauna e flora, con specie rare.

    Proprietari e gestori dei terreni sono favorevoli

    Finora gli scienziati si sono occupati della difesa genetica degli alberi nelle foreste, con un primo successo relativo a Beinn Eighe. Ora però intendono andare oltre e studiare come proteggere altre specie. Per farlo, hanno iniziato a collaborare con possessori e gestori di terreni, iniziando da un primo sondaggio per comprender meglio le loro esigenze e delineare dei criteri per creare le GCU. In particolare, gli scienziati sono interessati a capire se e con quali modalità i possessori di ampi terreni possano essere interessati alla creazione di queste zone di difesa della biodiversità. Nell’indagine hanno coinvolto 60 proprietari di terreni e ambientalisti.

    Dai risultati emerge che i partecipanti si dichiarano nella maggior parte dei casi potenzialmente favorevoli ad accettare la sfida di aderire al progetto. Infatti, riconoscono i vantaggi per l’ambiente e per la biodiversità, e anche alcuni benefici individuali, come l’ottenimento di finanziamenti pubblici e la possibilità di sfruttare alcune delle risorse provenienti dalle specie di piante e insetti così protette. Quello che può fare la differenza e portare i manager ad accettare la sfida, spiegano gli autori dell’indagine, è l’adozione di un approccio in cui c’è collaborazione fra proprietari, professionisti, investitori e altre figure che hanno interesse verso il processo. Ognuno può avere interessi vari, ma tutti condividono almeno un obiettivo comune: difendere il territorio e la  biodiversità. LEGGI TUTTO

  • in

    Ritorno negli Orti Fioriti, alla scoperta dei prodotti a “centimetro zero”

    Tremila metri quadrati di Orti Fioriti sono pronti ad accogliere chiunque voglia avvicinarsi alla natura in città. Nel weekend dedicato alla biodiversità il parco pubblico di CityLife torna ad animarsi con una serie di appuntamenti dedicati alla cura della terra e alle nuove coltivazioni da scoprire. I girasoli saranno i protagonisti indiscussi dell’estate e coloreranno il vivaio insieme ad una collezione di peperoncini piccanti provenienti da tutto il mondo. E il frutteto vedrà iniziare la sua produzione. 

    Una Biblioteca degli Alberi tra i grattacieli

    Siamo nel cuore di Milano, a Porta Nuova, dove una mappa verde si estende tra i grattacieli nati negli ultimi anni. E’ il BAM, Biblioteca degli Alberi di Milano, che con i suoi 10 ettari e la sua straordinaria collezione botanica ha riportato la natura in città. Lo ha fatto in due modi, da una parte come polmone verde in grado di catturare CO2 e di offrire spazio all’aperto ai cittadini, dall’altro come giardino contemporaneo, teatro di un ricco palinsesto culturale. Terzo parco pubblico della città per dimensioni, – l’unico privo di recinzioni – che connette il tessuto urbano circostante, BAM è uno spazio pensato per tutti, nato dall’ispirazione di esempi internazionali come l’High Line e il Bryant Park di New York, ‘inseguendo’ i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu, declinati su quattro filoni: #openairculture, #nature, #wellness, #education. LEGGI L’ARTICOLO

    L’ORTO IN CITTA’. La bella stagione entra così nel vivo con il programma “Chiacchierate negli Orti Fioriti”, un programma ricco di appuntamenti e attività per trascorrere una giornata all’aria aperta che si protrarrà fino a ottobre. Si parte con “Le buone pratiche per il giardinaggio urbano”, laboratorio curato dalla Cooperativa del Sole per prendersi cura degli spazi verdi che possono diventare risorsa alimentare e riparo per insetti impollinatori, fondamentali per la protezione della biodiversità. Le attività, che si svolgeranno ogni sabato dalle 10:30 alle 12:30, saranno anche occasione di letture per bambini, con le fiabe, e per capire l’orticoltura urbana declinata nelle varie stagioni, fino alla cura dell’orto autunnale. Se la Cooperativa del Sole insegnerà a praticare il giardinaggio urbano e a curare l’orto, la startup Agricooltur presenterà un nuovo modello di orticoltura sostenibile e di consumo grazie al progetto, in collaborazione con CityLife, che prevede l’installazione permanente negli Orti Fioriti di Plant 240, una serra aeroponica 16×8 metri e Hortus, un modulo container polivalente che funzionerà come Infopoint e Store, per la vendita al pubblico di prodotti orticoli a “centimetro zero”, minimizzando trasporti ed emissioni.

    LA SERRA TECH. L’aeroponica è un metodo di coltivazione fuori suolo innovativo e sostenibile che consiste nella nebulizzazione di acqua e sostanze nutritive direttamente sulle radici delle piante, consentendo un risparmio di acqua e di fertilizzanti del 98% rispetto alle coltivazioni tradizionali. Plant 240 è una serra altamente tecnologica che ricrea l’ambiente ideale per la crescita dei prodotti: appositi filtri permettono di purificare dagli elementi inquinanti l’aria in entrata e restituire aria ossigenata all’esterno, rendendo la serra un vero e proprio polmone verde per l’ambiente; il controllo costante dei parametri ambientali (temperatura, umidità) crea le condizioni ottimali per lo sviluppo delle piante e permette una coltivazione senza trattamenti. LEGGI TUTTO

  • in

    L'Olivo della strega in realtà sono due

    Lo chiamano Olivo della Strega e in effetti sembra che sia sotto incantesimo. L’albero non è uno solo ma due diversi: il tronco di destra ha foglie e frutti più piccoli rispetto a quello di sinistra. Una natura ambivalente che non si riduce a una questione di misure: anche il codice genetico non è lo […] LEGGI TUTTO

  • in

    A Pollica il campus dedicato all’ecologia integrale applicata

    Si chiama Paideia Campus e nasce come luogo emblematico della Dieta Mediterranea intesa come “stile di vita”, capace di far vivere l’uomo in armonia con l’ambiente. E’ il nuovo polo sperimentale internazionale dove poter imparare un nuovo tipo di socialità, dove incubare progetti di innovazione per l’Agricoltura, l’Alimentazione, l’Ambiente, il Turismo Sostenibile e la valorizzazione del Patrimonio Culturale e Naturalistico italiano ispirati al concetto di ecologia integrale.

    A presentarlo, in occasione della Giornata mondiale della Biodiversità sono Future Food Institute, Comune di Pollica e Centro Studi Dieta Mediterranea “Angelo Vassallo” come evoluzione naturale dei modelli educativi che il Future Food Institute ha portato avanti in questi ultimi otto anni, grazie all’incontro con il Comune e la collaborazione con FAO in occasione del Food and Climate Shapers Boot Camp organizzato a settembre 2020. 

    Il progetto vede il sostegno di numerosi partner nazionali ed internazionali e istituzioni (UNIDO, Rappresentanza Europea In italia, Connect For Climate, Crop Trust, Food For Climate League, Google, Taste Research Academy e molti altri). 

    A dieci anni dalla nomina tra i patrimoni immateriali UNESCO, si consolida la consapevolezza di quanto la Dieta Mediterranea sia ben più di un semplice modello alimentare, ma un bagaglio di scienza, saperi tradizionali, competenze e di valori identitari generati da un territorio, il Cilento, che può essere considerato come un vero e proprio laboratorio di biodiversità di terra e di mare. Proprio per questi motivi, il 22 maggio con l’evento “Mediterraneità” viene presentato questo progetto che racchiude in sé i valori e gli ingredienti essenziali per la ripartenza. “Paideia” sarà il nome del Campus: nell’accezione greca, il termine è l’equivalente di “formazione umana integrale”, l’unica arma per navigare nella complessità della nostra era verso la transizione ecologica.Con l’obiettivo di promuovere un sistema di sviluppo che rimetta al centro il rapporto tra uomo e ambiente e li coniughi in maniera integrata ed integrale.  Il progetto mira a sostenere lo sviluppo di conoscenza per la salvaguardia e la rivitalizzazione del patrimonio culturale e naturale che insiste sull’ecosistema mediterraneo, coniugata con i saperi tradizionali che da 2500 anni gestiscono le risorse naturali del territorio in maniera integrata e consapevole; la continua ricerca e stimolo dell’innovazione in campo agroalimentare e culturale, che deve essere volano di rigenerazione economica e sociale del territorio, ma anche saper valorizzare e ri-contestualizzare i saperi tradizionali che sono radicati nell’ambiente ospitante; la creazione di una comunità dinamica e vitale, capace di rigenerare il territorio ed i saperi attraverso la confluenza di educazione ed innovazione.Tutto è connesso (tutela dell’ambiente e salute umana, rigenerazione del territorio e benessere dei cittadini, giustizia sociale e cambiamento climatico): il Paideia Campus nasce quindi per insegnare a vedere questi collegamenti e a disegnare così un futuro migliore per l’Italia, per il Mediterraneo e per il mondo intero. LEGGI TUTTO

  • in

    Il miracolo dell’isola vulcanica: così sono “rinate” le otarie orsine

    Trovare un angolo di pianeta per sopravvivere. E rigenerarsi. Lontano dall’uomo, possibilmente. Qualcuno la chiama resilienza, più semplicemente è istinto di sopravvivenza. Per scongiurare l’estinzione, gli animali si ritagliano piccole e insospettabili “enclave”. Per esempio c’è chi, nel caso delle otarie orsine, i callorini dell’Alaska (Callorhinus ursinus il nome scientifico), ha parlato di un vero e proprio miracolo. La specie era a rischio di estinzione nel mare di Bering, con una popolazione che nel 1988 era dimezzata rispetto ai 2,1 milioni di esemplari stimati negli anni ’50. Il perché è presto detto: la loro ricercata pelliccia è stata a lungo una risorsa. Sin da quando, nel 1741, le isole Aleutine furono scoperte durante la grande spedizione russa di Vito Bering e Alessio Cirikov: la sovranità della Russia durò sino al 1867, quando Alaska e Aleutine furono vendute agli Stati Uniti.Ed è su una piccola isola vulcanica, Bogoslof, poco più di un chilometro quadrato di superficie, sommità di un vulcano sottomarino attivo, che le otarie hanno trovato le condizioni ideali per riprodursi. Con un numero di nascite significativo nel 2019: circa 36 mila. Nel 2015 erano 28 mila, l’aumento è stato esponenziale. LEGGI TUTTO

  • in

    “Ants”, le formiche non sono tutte uguali

    Sono una presenza insostituibile e fondamentale dell’ecosistema. Eppure le formiche passano inosservate, confondendosi nell’habitat naturale o proteggendosi sotto rocce e cumuli di terra dove resiste un mondo complesso con un’organizzazione perfettamente funzionale e integrata nell’ambiente. Esseri microscopici, le formiche mostrano un volto più umano di quello che si possa immaginare anche con la più fervida fantasia. Sotto la lente di ingrandimento del fotografo londinese Eduard Florin Niga, l’incontro ultra ravvicinato con questi insetti rivela aspetti incredibilmente affascinanti e preziosi per la comprensione del loro ruolo nella protezione e nella diffusione della biodiversità. In un magnifico volume appena uscito per Abrams & Chronicle Books con il titolo Ants: Workers of the World, la macrofotografia avvicina l’occhio umano alle formiche di ogni angolo del pianeta Terra, dai boschi alle foreste ai campi fino alle città più urbanizzate.

    “Ants: Workers of the World”, Eduard Florin Niga  LEGGI TUTTO