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    La grande corsa della Cina all’oro verde

    La corsa all'”oro verde” sembra aver trovato un primatista. La Cina ha deciso di puntare sull’industria dell’idrogeno verde, come viene chiamato quello prodotto da fonti di energia rinnovabile. E fedele alla sua filosofia economica, ha scelto di farlo aspirando direttamente alla leadership mondiale. Se ne parla da decenni, ma ora sembra davvero arrivato il momento dell’idrogeno. L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) rivela che la produzione globale di idrogeno verde vale il 4-5% dell’idrogeno globale che, su scala mondiale, registra una produzione di circa 100 milioni di tonnellate all’anno (di cui circa il 90% è ottenuto da idrocarburi, il cosiddetto idrogeno grigio).

    L’Europa a caccia dell’idrogeno
    di Alberto d’Argenio 02 Novembre 2020

    La Cina, dal canto suo, è leader mondiale nella produzione, con circa 20 milioni di tonnellate annue, che rappresentano un quinto della produzione globale, sufficienti a coprire un decimo del suo enorme fabbisogno energetico. Gran parte della produzione cinese, però, è legata all
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    Idrogeno dalla alghe, grazie alla luce
    di Claudio Gerino 26 Novembre 2020

    L’obietto di Pechino, dopo l’annuncio di Xi Jinping di voler trasformare la Cina in un Paese carbon neutral entro il 2060, è pertanto quello di sanificare e ripulire il suo mix energetico dipendente dal carbone e incrementare l’utilizzo dell’idrogeno verde. A fare uno dei primi passi in questo senso è stato il gigante petrolifero cinese Sinopec, che ha deciso di riallocare parte delle risorse disponibili dal petrolio all’idrogeno: entro il prossimo decennio la società dovrà infatti costruire un migliaio di stazione di rifornimento H2 in tutto il territorio nazionale. Sinopec ha anche avviato una collaborazione con Shanghai Refire Technology, che produce tecnologie per le celle a combustibile e che due anni fa ha messo in strada, a Shanghai, 500 camion a idrogeno.
    I Paesi che puntano sull’idrogeno: ecco chi è più avanti
    di Pietro Mecarozzi 27 Gennaio 2021

    Nel nuovo piano quinquennale cinese, approvato a fine ottobre, che fissa gli obiettivi di sviluppo economico dal 2021 al 2025, si parla soprattutto del settore dei trasporti. A spiccare su tutte sono le proposte della provincia del Guangdong, una delle più ricche della Repubblica Popolare Cinese, che ha scelto di promuovere un maggiore utilizzo delle celle a combustibile nei tir, nei veicoli per la logistica e in quelli per le attività portuali. Ma non solo: entro il 2022 dovrebbe venire prodotta la prima nave ad idrogeno e il primo set di celle a combustibile per il riscaldamento e l’alimentazione domestica.

    Nonostante le automobili a celle a combustibile non stiano riscuotendo lo stesso successo di quelle elettriche, a causa degli alti costi di produzione dell’idrogeno verde, ad alimentare l’ascesa cinese è anche la Huyndai. Lo scorso luglio la multinazionale sudcoreana ha firmato un accordo con alcune aziende cinesi per la fornitura di quattromila tir alimentati a idrogeno: un primo passo di un progetto in cui l’azienda prevede di vendere solo in Cina circa 30 mila mezzi pesanti a idrogeno entro il 2030. L’azienda automobilistica ha poi deciso recentemente di costruire la sua prima fabbrica di celle a combustibile in Cina, cercando di trarre vantaggio dalle politiche governative.Anche Shanghai prosegue sulla via dell’idrogeno. E dopo aver inaugurato lo scorso anno la più grande e più avanzata stazione di rifornimento al mondo, le autorità prevedono di dotare la città di trenta stazioni di rifornimento a idrogeno entro il 2023 e di incrementarne il numero totale a settanta entro il 2025. A partire dal 2023, Shanghai punta inoltre alla realizzazione della più grande rete di rifornimento a idrogeno della Cina, mettendo allo stesso tempo quasi diecimila veicoli alimentati a celle a combustibile sulle strade.Zhangjiakou, città ospite delle Olimpiadi invernali del 2022, ha deciso di rendere l’auto a idrogeno un biglietto da visita per trasformare la città in un modello di ispirazione per il mondo intero. Mentre il China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC) si è posto l’obiettivo di promuovere l’utilizzo dell’idrogeno anche nelle applicazioni militari utili alla difesa nazionale.Un piano che si lega perfettamente alle ottime premesse del recente white paper della China Hydrogen Alliance sullo stato e le prospettive del comparto. Secondo il documento, infatti, entro la metà del secolo l’idrogeno potrebbe fornire alla nazione almeno il 10% della sua domanda energetica, raggiungendo i 60 milioni di tonnellate prodotte e oltre diecimila stazioni di rifornimento sul territorio. LEGGI TUTTO

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    I Paesi che puntano sull’idrogeno: ecco chi è più avanti

    L’olimpo dei Paesi più attrezzati per la corsa all’idrogeno si allarga. E tra i paesi più attivi ci sono Australia e Giappone. Insieme hanno siglato un consorzio nippo-australiano che inizierà a produrre idrogeno dalla lignite, in un progetto pilota da 500 milioni di dollari australiani (370 milioni di dollari). Il progetto prevede di bruciare parte dei 5 miliardi di tonnellate di lignite nella Latrobe Valley (sufficienti per alimentare Victoria per più di 500 anni) per produrre idrogeno da liquefare e spedire in Giappone. A dicembre è stato lanciato il primo vettore di idrogeno al mondo, che spedirà il carburante per 9.000 km dall’Australia orientale a Kobe. Nella città giapponese è già stata installata una centrale elettrica a turbina a gas alimentata interamente a idrogeno, che fornirà calore ed elettricità ai vicini edifici comunali. Il Giappone punta a diventare la prima società a idrogeno al mondo ed entro il 2030 il governo vuole realizzare la prima filiera completa dell’H2.

    La grande corsa della Cina all’oro verde
    di Pietro Mecarozzi 27 Gennaio 2021

    Anche l’Italia avrà la sua strategia nazionale sull’idrogeno. Gli obiettivi sono una penetrazione dell’idrogeno sui consumi nazionali di energia del 2% al 2030, con prospettiva 20% al 2050, 5 gigawatt di elettrolizzatori installati sempre al 2030 e investimenti per 10 miliardi di euro suddivisi con il settore privato. A questo si aggiungono i 2 miliardi di euro previsti all’interno del Recovery and Resilience Plan. Il piano, da circa 12 miliardi di euro totali, prevede 5-7 miliardi destinati a strutture di distribuzione e consumo e 2-3 mld alla ricerca. C’è poi l’accordo tra Tenaris, Edison e Snam finalizzato alla decarbonizzazione dell’acciaieria di Tenaris a Dalmine attraverso l’introduzione dell’idrogeno verde in alcuni processi produttivi. E il progetto H2iseO: secondo cui in Lombardia, entro il 2023, ci sarà la prima linea ferroviaria con treni a idrogeno e nascerà la prima Hydrogen Valley italiana.
    La Snam cambia il suo statuto: arriva l’idrogeno
    29 Dicembre 2020

    In Gran Bretagna invece si punta quasi esclusivamente sull

    La Scozia a idrogeno: dal riscaldamento alla posta
    30 Novembre 2020

    Anche nei Paesi Bassi, lungo la costa del Mare del Nord, sono in fase di pianificazione due grandi progetti. Uno riguardante l’idrogeno blu (quello estratto da idrocarburi fossili dove l’anidride carbonica non viene liberata nell’aria ma immagazzinata), con il quale si cercherà di coinvolgere l’intero sistema produttivo del porto di Rotterdam. Mentre l’altro, il progetto NortH2, sviluppato nel porto di Eemshaven, utilizzerà i venti del Mare del Nord per produrre idrogeno per la logistica portuale e le industrie vicine.L’intervista
    “Dalla mia casa al tagliaerbe: vado solo a idrogeno”
    di Giuliano Aluffi 14 Gennaio 2021

    In Germania il governo intende invece investire nell’idrogeno ben 9 miliardi di euro. Approvando una strategia nazionale per contribuire a decarbonizzare l’economia e ridurre l’uso di CO2, Berlino punta a portare la capacità di elettrolisi a 5 GW entro il 2030 e 10 GW entro il 2040. Il piano economico prevede che 2 dei 9 miliardi stanziati saranno destinati per le partnership internazionali per l’approvvigionamento. L’idea è quella creare uno schema delocalizzato nei paesi del Golfo e in Nord Africa sfruttando l’energia solare per alimentare le centrali produttive. Il progetto prevede inoltre la produzione sia dell’idrogeno verde sia di quello blu.
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    Jet a idrogeno, Gates e Bezos firmano la rivoluzione nei cieli
    19 Dicembre 2020

    La Francia ha stabilito un piano dedicato all’idrogeno da 7,2 miliardi di euro. Il governo punta a costruire elettrolizzatori per raggiungere una capacità produttiva di 6,5 GW, diffondendo il vettore nel settore industriale e in quello dei trasporti. L’idrogeno verde sembra essere l’obiettivo primario. Total ed Engie, per esempio, hanno già avviato una collaborazione nell’ambito di un progetto (denominato Masshylia) all’interno della bioraffineria di La Mède, nel Sud del paese. L’inizio della costruzione dell’impianto è ipotizzata nel 2022, in vista della produzione a partire dal 2024. Il progetto prevede un investimento di oltre 100 milioni di euro: l’impianto fornirà in un primo tempo 5 tonnellate di idrogeno verde al giorno. Un elettrolizzatore con una potenza di 40 megawatt consentirà di produrre l’idrogeno dall’acqua e dall’elettricità, evitando così l’emissione di 15 mila tonnellate di CO2 all’anno. L’elettricità sarà fornita da un parco fotovoltaico.

    La California sempre più green: solo fornelli elettrici. E ora punta all’idrogeno
    di Claudio Gerino 13 Novembre 2020

    Anche l’Arabia Saudita si colora di verde. Il Paese mediorientale costruirà il più grande impianto per l’idrogeno verde al mondo. Il progetto vale 5 miliardi di dollari e sarà di proprietà della statunitense Air Products & Chemicals, della società saudita ACMA Powers e di Neom, la mega-città futuristica in costruzione al confine con l’Egitto e la Giordania. L’impianto sarà alimentato da 4 gigawatt di energia solare ed eolica, che genereranno l’energia elettrica necessaria a produrre 650 tonnellate di idrogeno al giorno (l’equivalente di 15mila barili di petrolio e in grado di alimentare circa 20 mila autobus a idrogeno). L’H2 prodotto verrà immesso sui mercati nella forma di ammoniaca, per essere poi riconvertito. LEGGI TUTTO

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    Il ritmo del progresso – Quando Sapiens ha cominciato a guardarsi “dentro”

    Uno dei grandi game changer della storia di Sapiens è stato la conoscenza del corpo umano. Nell’antichità l’unico modo per comprenderne la struttura era la dissezione dei cadaveri. I primi esperimenti di dissezione risalgono ai tempi dell’antica Grecia, ma questa pratica fu vietata sia nel mondo cristiano che in quello islamico, rendendo molto difficile il progresso delle ricerche. Gli studi alternativi condotti sugli animali davano informazioni parzialmente valide per gli umani e questo portò a teorie sbagliate, come quelle di Galeno.

    Ad Oriente Avenzoar fu il primo medico, nel XII secolo,  a fare delle autopsie, ma nessuno degli studi orientali ebbe impatto in Europa, dove le idee di Galeno rimasero  dominanti sino alla prima dissezione pubblica di un corpo umano fatta da Mondino de Liuzzi nel 1315. Il medico italiano utilizzò il corpo di un criminale condannato a morte per condurre un’autopsia completa. Sulla spinta del crescente interesse scientifico, le leggi  furono cambiate per consentire l’utilizzo a scopo anatomico dei corpi di criminali giustiziati. Nel 1535 il medico italiano Jacopo Berengario da Carpi scrisse “Anatomia Carpi”,  il primo libro di anatomia illustrato con tavole molto precise, basato sulle dissezione di diversi corpi umani. Il libro di Carpi iniziava il periodo d’oro dell’anatomia sviluppata da grandi studiosi come Eustachi, Colombo, Falloppio e Vesalius. Bartolomeo Eustachi  produsse diagrammi accurati dei principali organi del corpo, anche se i suoi  risultati furono pubblicati solo dopo la sua morte. Matteo Colombo studiò la circolazione del sangue all’Università di Padova e può essere considerato il primo fisiologo del Rinascimento. Gabriele Falloppio studiò l’apparato muscolo-scheletrico, gli organi riproduttivi e descrisse le tube che collegano le ovaie all’utero. Nel 1543 il belga Vesalius nel suo trattato “de Humanis Corporis Fabrica” illustrò delle accuratissime tavole anatomiche derivanti dallo studio di molte dissezioni umane, dimostrando definitivamente l’inconsistenza delle teorie di Galeno.
    Dal 1600 in poi lo studio dell’anatomia diventò sempre più accurato portando ad una descrizione microscopia degli organi e dei tessuti. Marcello Malpighi studiò la pelle e la descrisse per la prima volta come un organo fatto da molti strati esattamente come la conosciamo oggi. Nel 1761 il medico Giovanni Morgagni pubblicò il primo trattato di anatomia patologica basato su decine di autopsie. Data la crescita di nuove  accademie mediche e la concomitante  riduzione delle esecuzioni capitali, la scarsità di corpi diventò un fattore limitante per lo sviluppo delle ricerche.

    Si dovette aspettare il 1830,  quando  in Inghilterra fu promulgato “The Anatomic Act”, una legge rivoluzionaria  che consentiva ai medici anatomisti  ufficiali di sezionare corpi che non fossero stati reclamati delle famiglie per il funerale. Fu così che dalla seconda metà dall’Ottocento in poi l’autopsia diventò una pratica consueta per stabilire la causa della morte di una persona sia in Inghilterra che in Germania.
    La costante evoluzione della conoscenza del corpo umano ha reso possibile, fra le tante cose,  l trapianto di organi nel XX secolo. Joseph Murray effettuò il primo trapianto di reni della storia nel 1954. Il rene fu il primo organo poiché il suo sistema di irrorazione sanguigna lo rendeva relativamente semplice da trapiantare. Il primo fegato, che è un organo più complesso, fu trapiantato  nel 1967. Nello stesso anno fu trapiantato il primo cuore da Christian Barnard. 

    In breve ci si rese conto che gli organi trapiantati non venivano “riconosciuti” dal nuovo corpo e quasi sempre rigettati per incompatibilità dei tessuti. Solo negli anni 80 furono sviluppati medicinali immunosoppressori, come la ciclosporina, che consentono di tenere sotto controllo il rigetto. Grazie a queste tecnologie oggi si effettuano correntemente trapianti di cuore, di polmone, di fegato, di reni, di pelle, di cornea, di osso e di porzioni di intestino con risultati molto positivi. La sopravvivenza dopo 5 anni per i trapianti di cuore e di fegato è superiore al 72% dei casi (maggiore di 90% per il rene), e ci sono pazienti con cuore trapiantato che sopravvivono ben oltre 25 anni.
    Esistono anche trapianti di organi artificiali, in cui la parte trapiantata non proviene da un donatore ma è costruita con materiali  biocompatibili. I più comuni, oltre agli impianti dentali, sono l’impianto delle coclea per recuperare l’udito attraverso un piccolo dispositivo elettronico, il trapianto di una lente artificiale al posto della cataratta per il recupero della visione, i trapianti di valvole cardiache artificiali che vengono innestate nel cuore di  pazienti in attesa di trapianto, i pacemaker per normalizzare le funzionalità cardiache e i trapianti di articolazioni come anca e ginocchio che utilizzano materiali avanzati come titanio e alcuni polimeri di ultima generazione.

    Esistono anche arti e protesi robotiche dotate di sistemi di decodifica dei segnali elettrici prodotti dalle contrazioni dei muscoli del moncherino o dei nervi, che vengono tradotti in comandi per la protesi. Queste protesi possono essere mioelettriche (con dei contatti che misurano dei piccoli campi elettrici superficiali sulla pelle) o connesse direttamente al sistema nervoso (pur con importanti  problemi legati all’invasività della connessione “fisica” fra paziente e macchina).  

    Gli ultimi anni hanno visto crescere anche la ricerca sulle cellule staminali che hanno la potenzialità di differenziarsi in cellule di qualsiasi tessuto del corpo umano adulto. Le cellule staminali embrionali  si estraggono dalle blastule che sono il primo stadio di sviluppo degli ovuli fecondati. L’idea di base è quella di poter recuperare le funzionalità di organi ammalati grazie all’innesto di cellule staminali che si trasformano in “cellule nuove funzionanti”  ma anche, in un futuro più lontano, di  riprodurre organi “di scorta” dalle nostre cellule staminali per auto-trapiantati senza problemi di rigetto.
    Infine sono arrivate la nuove tecnologie genetiche di  editing (sviluppate da Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna, vincitrici del premio Nobel per la chimica nel 2020)  che permettono di tagliare e cucire pezzi del genoma per correggere o modificare il  funzionamento di un sistema biologico. Queste tecnologie  hanno aperto immensi spazi di sviluppo, per curare malattie genetiche o modificare sistemi  come virus e batteri che a loro volta possono essere utilizzati come vettori e vaccini.
    L’instancabile ricerca di Sapiens verso la conoscenza del suo stesso corpo ha salvato milioni di vite umane, ma ha sempre creato nuovi interrogativi di natura etica, legale e filosofica, causando dibattiti molto accesi dentro e fuori la comunità scientifica.  Sino a che punto Sapiens può spingersi nell’ ibridizzare un essere umano con  protesi artificiali? Nascerà un transumanesimo?  Le cellule staminali  possono essere usate per curare una malattia o non devono essere usate perché sono il primo stadio potenziale di una nuova vita?  Sino a che punto possiamo  manipolare il genoma e quale è il limite fra  correggere un errore genetico per “curare una malattia” o “per rendere migliore una specie”?  
    La verità è che l’atteggiamento di Sapiens nei confronti della scienza non è mai cambiato.  La sperimentazione ha sempre incontrato resistenze, all’inizio di carattere etico-religioso (la dissezione era vietata  perché si riteneva che  il corpo fosse la custodia dell’anima), poi di tipo legale (le autopsie erano permesse solo sui cadaveri dei condannati a morte). 

    Forse l’evoluzione della medicina  avrebbe potuto essere più veloce, risparmiando più vite, ma difficilmente avrebbe trovato la giusta accettazione da parte della società. Pratiche e terapie innovative o conclusioni scientifiche dirompenti hanno sempre generato diffidenza e ostilità, probabilmente per paura o per contrasto al credo e alle tradizioni. La collettività dei Sapiens ha sempre richiesto più tempo per comprendere ed accettare ciò che pochi  “esploratori” del sapere avevano scoperto o intuito in anticipo. Le epoche in cui le masse hanno compreso e accettato più rapidamente i grandi cambiamenti e le grandi scoperte sono state  quelle più illuminate , che a loro volta hanno prodotto più innovatori. Viceversa quando il progresso è stato visto con paura o addirittura ostacolato, l’umanità ha vissuto periodi bui. Certamente l’innovazione va metabolizzata dalle società, e spesso il ritmo del progresso è molto più rapido del tempo di  accettazione delle nuove tecnologie. Sapiens resta una specie controversa: capace di grande creatività ma anche di  paura del cambiamento.  LEGGI TUTTO

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    Bonus bollicine: come funziona l'agevolazione per filtrare l'acqua

    Ogni anno finiscono in bottiglia 15 miliardi di litri di acqua, per i quali sono necessari 8 miliardi di bottiglie, con una predominanza assoluta (circa 7 su 10) di bottiglie di plastica. Letteralmente una montagna di bottiglie di tutte le dimensioni che impattanto sull’ambiente, al di là della buona volontà di chi ricicla. Ora per tentare di ridurre la plastica arriva il neonato “bonus bollicine” pensato dal governo per favorire la diffusione degli impianti di filtraggio dell’acqua domestica. Un premio per chi rinuncia a comprare le bottiglie e predilige le bollicine fai da te. Non solo in casa ma anche per  uffici, bar e ristoranti che propongono l’acqua dell’acquedotto invece che quella in bottiglia. 
    A chi va il bonus. Con la legge di Bilancio è stato dunque istituito un nuovo credito d’imposta per l’acquisto di sistemi di filtraggio di acqua potabile, con l’obiettivo dichiarato di razionalizzare l’uso dell’acqua e ridurre il consumo di contenitori di plastica. Il credito d’imposta è riconosciuto per l’installazione dei depuratori di acqua domestici a:- persone fisiche,

    – soggetti esercenti attività d’impresa e professionisti,- enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore,- enti religiosi civilmente riconosciuti,  
    Gli impianti di filtraggio consentono di avere un’acqua dal sapore più leggero rispetto a quella del rubinetto, quindi complessivamente più gradevole e che può anche essere addizionata di anidride carbonica. Il sistema in sostanza è quello delle “case dell’acqua” disponibili in molti comuni proprio con l’obbiettivo di ridurre gli acquisti di acqua in bottiglia.  
    Quanto vale il  rimborso della spesa. Il credito d’imposta è pari al 50% delle spese sostenute, entro un massimo di 1000 euro per gli impianti domestici per ciascuna abitazione. Il credito è pari invece a 5.000 euro per ogni esercizio commerciale, ufficio, o immobile destinato all’attività istituzionale. A disposizione complessivamente 5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022. Sarà  provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate a dettare tutte le regole, i criteri e le modalità per richiedere il bonus.
    Staremo a vedere, dunque, se sarà scelta la via più semplice dello sconto diretto dal fornitore, come per l’acquisto delle auto, o qualche formula che richiedere più burocrazia. Intanto già si vedono le prime offerte che fanno proprio leva sul bonus. 
    I risparmi effettivi. Quanto al vantaggio economico, considerando i costi degli impianti domestici di base, che hanno un prezzo che si aggira, appunto, intorno ai 1.000 euro, la spesa che resta a carico una volta incassato il bonus, è di circa 500 euro. L’anno dell’acquisto, quindi, probabilmente non si avranno grandi vantaggi economici considerando che mediamente il costo annuo dell’acqua in bottiglia si aggira sui 200 euro a famiglia. Già dal secondo anno, però, la spesa si azzera, senza considerare il vantaggio di non doversi più fare carico di portare in casa le bottiglie e poi riciclare la plastica.
    L’impatto ambientale. Quanto all’impatto che la scelta delle bollicine fai da te può avere sull’ambiente in termini, appunto, di riduzione dei rifiuti, il governo è pronto a scommetterci. La legge prevede, infatti,  il monitoraggio e la valutazione dell’intervento in termini di riduzione del consumo di contenitori di plastica per acque destinate ad uso potabile, in analogia a quanto previsto in materia di detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica degli edifici. Le informazioni sugli interventi effettuati, quindi, dovranno essere trasmesse per via telematica all’Enea.

    Il fisco verde LEGGI TUTTO

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    Clima, il maxi sondaggio dell'Onu: per il 64% è un emergenza globale. “Vogliamo risposte immediate”

    Se qualche decennio fa sembrava essere un allarme e un problema reale lanciato solo da scienziati e attivisti, oggi la crisi climatica è un fatto concreto, uno rischio sentito fortemente anche dalla popolazione. Per la prima volta l’Undp (United Nations Development Programme), programma delle Nazioni Unite, ha realizzato un gigantesco sondaggio che ha coinvolto 50 Paesi e toccato cittadini di metà della popolazione mondiale in cui emerge che il 64% delle persone crede che il cambiamento climatico sia una emergenza globale, da mettere al primo posto nella lista dei problemi per il futuro del Pianeta.

    La Nuova Zelanda dichiara l’emergenza climatica: “Agiamo ora”
    02 Dicembre 2020

     La maggioranza degli intervistati, raccontano i dati elaborati dall’Università di Oxford, chiede dunque una azione immediata e ad ampio raggio per invertire la rotta della crisi climatica. Sentimenti e percezioni, quelli raccolti fra la popolazione mondiale, che rispecchiano i fatti. Secondo l’ultimo Global climate risk index 2021 pubblicato dalla ong tedesca Germanwatch nell’ultima decade (dal 2000 al 2019) la crisi climatica ha portato a 475mila morti e 2.106 miliardi di euro di perdite economiche. Un bollettino di guerra.
    L’accordo di Parigi compie 5 anni. Ecco cosa prevede
    11 Dicembre 2020

    Nello stesso periodo si sono infatti registrati 11mila eventi meteo estremi tra cicloni, siccità, incendi, alluvioni e altri fenomeni che hanno stravolto la vita di milioni di persone. E secondo la scienza, se non troviamo un modo rapido per abbassare le emissioni e mitigare gli impatti della crisi, d’ora in poi andrà anche peggio. Tanto che nell’Adaptation gap report 2020 pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) viene indicata la necessità nei paesi in via di sviluppo di investimenti per almeno 57 miliardi di euro all’anno per adattare i territori all’impatto della crisi climatica. Fra dieci anni la cifra sarà fra i 115 e i 246 miliardi di euro, nel 2050 fra i 230 e i 411 miliardi.
    Cifre e fatti che, rispetto a una decade fa, oggi spaventano realmente le persone in vista del futuro. A raccontare queste paure sono nel nuovo sondaggio, che conta più di 1,2 milioni di intervistati, soprattutto le nuove generazioni: oltre mezzo milione di minori di diciotto anni, una fascia d’età chiave per disegnare e comprendere le attitudini per il futuro del Pianeta, che si è detta estremamente preoccupata per la crisi climatica in corso.

    Ambiente, addio 2020: 5 buone notizie che fanno ben sperare
    di Luca Fraioli 31 Dicembre 2020

    Grazie all’aiuto dei ricercatori di Oxford, l’enorme lavoro realizzato dall’Undp con milioni di interviste è stato suddiviso per età, sesso, livello di istruzione ed altri fattori. I dati, che raccontano le paure legate al cambiamento climatico, verranno condivisi con i governi di tutto il mondo. Per la prima volta il sondaggio, su larga scala, ha riguardato diversi paesi che non erano stati coinvolti in precedenza in termini di opinione pubblica sul tema.Fra le domande poste agli intervistati, quella se per loro il surriscaldamento fosse un’emergenza globale e se fossero decisi a sostenere l’importanza di politiche climatiche in settori quali economia, alimentazione, energia, trasporti, agricoltura e protezione delle persone e della natura.Riscaldamento globale
    Il 2020 sul podio tra gli anni più bollenti. L’Onu: “Verso catastrofico aumento delle temperature, il clima sia priorità”
    14 Gennaio 2021

    I risultati indicano che le persone chiedono che vengano attuate politiche climatiche di “ampio respiro”, che vadano “oltre lo stato attuale”. Inoltre, in otto dei dieci paesi dell’indagine con le più alte emissioni del settore elettrico la maggioranza ha sostenuto la necessità di maggiore impegno nelle energie rinnovabili. In quattro dei cinque paesi con le maggiori emissioni dovute allo sfruttamento del consumo di suolo la maggioranza è stata favorevole alla conservazione delle foreste dei terreni. E ancora: nove paesi su dieci con persone che  vivono in centri urbanizzati  hanno sostenuto la necessità di un maggiore utilizzo di auto e autobus elettrici o biciclette. Tutti segnali del bisogno di un maggiore impegno e di un concreto cambiamento.
    Clima, giovani attivisti all’Onu: “La politica ci ascolti, per passare dalle parole ai fatti”
    di Paolo Mastrolilli 19 Gennaio 2021

    Per Achim Steiner dell’Undp “i risultati del sondaggio illustrano chiaramente che l’azione urgente per il clima ha un ampio sostegno tra le persone di tutto il mondo, di nazionalità, età, sesso e livello di istruzione diverse. Ma più di questo, il sondaggio rivela come le persone vogliono che i loro responsabili politici affrontino la crisi. Da una agricoltura rispettosa del clima alla protezione della natura sino agli investimenti per una ripresa verde post covid-19, l’indagine porta alla ribalta la voce delle persone in prima linea nel dibattito sul clima e indica come i Paesi dovrebbero andare avanti con il sostegno pubblico per  affrontare tutti insieme questa enorme sfida”.Entrando più nel dettaglio, secondo quanto raccolto, gli intervistati hanno indicato in particolare la necessità di maggior impegno nella conservazione delle foreste e della terra (54%), più energia solare, eolica e rinnovabile (53%), l’adozione di tecniche agricole rispettose del clima (52%) e di investire di più nel verde imprese e lavoro (50%).Per i ricercatori il lavoro fatto mostra anche un collegamento diretto tra il livello di istruzione e il  desiderio di azione per il clima. C’è stato per esempio un riconoscimento molto alto dell’emergenza climatica tra coloro che avevano frequentato l’università o i college in tutti i paesi, da quelli a basso reddito come il Bhutan (82%) e la Repubblica Democratica del Congo (82%), sino a paesi più ricchi come la Francia ( 87%) e il Giappone (82%). Per coinvolgere gli under 18 nel sondaggio, alcune domande sono state distribuite sia nelle reti sociali sia attraverso i giochi online, in modo tale da includere un pubblico di adolescenti solitamente difficile da raggiungere nei sondaggi tradizionali.Come spiega concludendo Stephen Fisher del dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford, si tratta della “più grande indagine mai condotta sull’opinione pubblica sui cambiamenti climatici.Un tesoro di dati che non abbiamo mai visto prima. Il riconoscimento dell’emergenza climatica è molto più diffuso di quanto si pensasse in precedenza. Abbiamo anche ha scoperto che la maggior parte delle persone desidera chiaramente una risposta politica forte e di ampia portata al problema” chiosa specificando che è tempo di rendere questa risposta una realtà concreta. LEGGI TUTTO

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    Ue dice sì a 2,9 miliardi di aiuti per un'alleanza sulle batterie

    La Commissione europea ha dato il via libera ad aiuti di Stato comuni da 2,9 miliardi di euro per il settore delle batterie. I fondi serviranno a finanziare 42 imprese coinvolte in 46 progetti di ricerca, sviluppo e innovazione in dodici paesi Ue, tra cui l’Italia con una decina di aziende. Gli aiuti da 2,9 miliardi dovrebbero “mobilitare capitali privati per 9 miliardi di euro” tra industria dell’auto, produttori di batterie e imprese specializzate in riciclo, e coinvolgono progetti di investitori globali come Tesla.

    Tra grafene e sodio, il futuro delle super batterie
    di Claudio Gerino 23 Gennaio 2021

    “Per queste enormi sfide di innovazione per l’economia europea, i rischi possono essere troppo grandi per un solo Stato membro o una sola società. Quindi, ha senso che i governi europei si uniscano per sostenere l’industria nello sviluppo di batterie più innovative e sostenibili”, ha detto la vicepresidente della Commissione Ue, Margrethe Vestager.
    “L’Ue è già diventata un polo di attrazione degli investimenti nel settore, nel 2019 eravamo a 60 miliardi di euro, il triplo della Cina”, ha spiegato il vicepresidente della Commissione europea Maros Sefcovic, sottolineando che con questa iniziativa l’Europa punta a “diventare leader nella produzione della prossima generazione di batterie”.
    L’intervista
    Il Nobel avverte: “Le batterie al litio dureranno ancora per molto”
    di Giuliano Aluffi 23 Gennaio 2021

    Gli accumulatori saranno concepiti anche per ridurre la dipendenza dell’Ue dalle importazioni di materie prime come cobalto e grafite.

    Piccole e potenti, la grande sfida tra i giganti dell’energia
    di Jaime D’Alessandro 23 Gennaio 2021

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    Le 10 regole d'oro per salvare le foreste del mondo

    LONDRA – Piantare alberi può essere una delle soluzioni per salvare il pianeta dagli effetti della deforestazione. Ma piantare l’albero sbagliato nel posto sbagliato rischia di avere effetti più negativi che non piantarlo. È questo il monito di uno studio del Royal Botanic Gardens di Kew, una delle maggiori autorità internazionali in materia. La ricerca, pubblicata sulla rivista Global Change Biology e riportata stamane dalla Bbc, contiene un decalogo di consigli su come sviluppare al meglio un programma di riforestazione e protezione delle foreste esistenti.

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    Come è noto, piantare alberi è utile sia per combattere il cambiamento climatico che per proteggere la biodiversità. Le foreste sono una parte fondamentale della vita sulla Terra, fornendo una casa a tre quarti della flora e della fauna del nostro pianeta, risucchiando ossido di carbonio e producendo cibo, energia e medicinali. Ma stanno rapidamente scomparendo: ogni anno sparisce una foresta tropicale pari alla superficie della Danimarca. Per questo numerose nazioni hanno avviato ambiziosi programmi di riforestazione: in Gran Bretagna, per esempio, il primo ministro Boris Johnson ha annunciato che intende piantare 300 chilometri quadrati di foreste l’anno; e in Africa c’è un progetto per creare una “muraglia verde” di nuovi alberi lunga 8 mila chilometri, tre volte più lunga della Grande Barriera Corallina in Australia.
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    “Piantare l’albero giusto nel luogo giusto deve essere la priorità per tutte le nazioni mentre entriamo in un decennio cruciale per il futuro del pianeta”, afferma il professor Paul Smith, uno dei ricercatori dell’indagine e segretario generale di Botanic Gardens International. “Ma se pianti l’albero sbagliato nel posto sbagliato puoi fare più danni che benefici”, avverte la professoressa Kate Hardwick, autrice dello studio di Kew.

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    Le 10 “regole d’oro” per salvare le foreste del mondo sono dunque le seguenti.
    1. Proteggere per prima cosa le foreste esistenti: “Ogni volta che è possibile, va data la precedenza a salvare le foreste che ci sono già e che sono minacciate”, dice il professor Alexandre Antonelli, direttore scientifico di Royal Botanic Gardens.
     2. Mettere le comunità locali al centro dei progetti. È la chiave del successo di iniziative di questo genere: se vuoi piantare alberi, coinvolgi la gente del luogo, che conosce meglio il terreno e ha più da guadagnare dalla riuscita del progetto.
    3. Massimizzare i benefici puntando a obiettivi multipli. Cioè organizzarsi in modo che piantare alberi sia utile alla lotta al cambiamento climatico, migliori la conservazione ambientale e fornisca vantaggi economici e culturali.
    4. Selezionare l’area giusta. Meglio piantare albero in zone che storicamente hanno ospitato foreste, piuttosto usare altri habitat naturali come praterie o paludi.
    5. Usare quanto più possibile la ricrescita delle foreste naturali. Fare ricrescere alberi in modo naturale è più economico ed efficiente che piantare nuovi alberi.
    6. Selezionare gli alberi giusti. Gli scienziati suggeriscono un misto di specie di alberi che si trovano naturalmente nell’area designata, includendo qualche specie rara di alberi e alberi di rilevanza economica, ma evitando alberi che diventano invasivi.
    7. Essere sicuri che gli alberi selezionati siano resilienti a un clima che cambia. Ovvero alberi adatti al clima del posto, considerando anche come possono adattarsi a cambiamenti futuri.
    8. Pianificare per tempo. In sostanza non rimanere a corto di risorse una volta avviato un progetto.
    9. Imparare dalla pratica. Combinare la conoscenza scientifica con la cultura locale, facendo prove su piccola scala prima di piantare grandi quantità di alberi.
    10. Rendere il progetto sostenibile. Garantire che ci siano fondi per tutte le parti coinvolte. LEGGI TUTTO

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    Davos, Ursula Von der Leyen: “Sul clima dobbiamo agire ora”

    “Dobbiamo imparare da questa crisi cambiando il modo in cui conduciamo le nostre vite e facciamo business” e di fronte al cambiamento climatico “dobbiamo agire ora”. Con queste parole la presidente della Commissione europea, Ursula von deer Leyen, collegata da Bruxelles nel suo ‘special address’ alla Davos Agenda 2021 ha sottolineato il legame fra le sfide sul piano ecologico e le pandemie e rivendicando l’importanza del green deal europeo: “La prossima pandemia è dietro l’angolo”.
    Pandemie, presto un programma Ue di bio-difesa. “Dobbiamo imparare da questa crisi. Dobbiamo cambiare il modo in cui viviamo e facciamo affari, per riuscire a conservare quello che apprezziamo e che abbiamo caro. Se le temperature continuano a salire e l’ambiente naturale continua a sparire, vedremo più catastrofi naturali e più malattie zoonotiche”, cioè provocate da agenti patogeni che hanno fatto il salto di specie, dall’animale all’uomo, come il Sars-CoV-2. Per questo, ha annunciato, l’Unione europea lancerà un “programma di bio-difesa” per affrontare le pandemie: “dobbiamo essere pronti, non possiamo aspettare la prossima pandemia”. Un programma che, ha spiegato, finanzierà la ricerca e la preparazione dei vaccini, assicurerà finanziamenti e coinvolgerà il settore privato. “I fondi pubblici non posso fare tutto, ognuno deve fare la propria parte”, ha detto ancora von der Leyen, che ha invitato le aziende globale a fare la propria parte l’ambiente e il clima”. E ha continuato. “Per quelli che preferiscono gli affari, ecco qua: più della metà del Pil globale dipende da servizi legati alla biodiversità e a ecosistemi ben funzionanti, dal cibo al turismo”. Non solo: “Nell’ultimo World Economic Forum Global Risk Report i primi cinque rischi a livello globale sono tutti connessi all’ambiente. Quasi tre quarti della superficie terrestre sono stati alterati e vediamo i cambiamenti nella nostra vita di tutti i giorni: meno ambiente non antropizzato e meno fauna selvatica, temperature in crescita ed eventi meteorologici estremi”.

    L’Ue: salviamo il pianeta o sarà l’era delle pandemie
    12 Gennaio 2021

    Ristrutturazione edilizie in chiave ambientale. “C’è una miriade di modi in cui le imprese possono beneficiare di Next Generation Eu”, ha detto la numero 1 della commissione europea: “Per esempio, vogliamo lanciare un’ondata di ristrutturazioni edilizie nell’Ue, perché sappiamo che gli edifici sono responsabili del 40% delle emissioni di gas serra. Per questo abbiamo l’obiettivo di rinnovare nell’Ue 35 mln di case nei prossimi 10 anni. Parliamo di soluzioni naturali, materiali non dannosi per il clima: sarà un forte incentivo per il settore delle costruzioni e abbasserà anche i costi per le persone che affittano un appartamento, per i consumi energetici ad esempio”.

    L’accordo Ue sul clima non piace agli ambientalisti e ai giovani di Greta: “Poco ambizioso”
    di Giacomo Talignani 11 Dicembre 2020

    La crescita dell’idrogeno. Attraverso Next Generation Eu “creeremo delle nuove ‘Hydrogen valleys’ in Europa”, ha aggiunto Ursula von der Leyen. “L’investimento nell’idrogeno avrà la priorità in Next Generation Eu, perché è anche un buon esempio di come lavoriamo insieme con il settore privato. Abbiamo lanciato – ha ricordato – l’Alleanza europea per l’idrogeno pulito: oltre mille compagnie si sono unite finora. Con questa alleanza guardiamo all’intera catena del valore dell’idrogeno: dalla produzione alla distribuzione, lavorando sia sull’offerta che sulla domanda”. In questo modo “sincronizziamo gli investimenti, mettendo insieme le due cose a livello europeo, attraverso i confini. Quando riusciamo a unire le forze, allora vediamo l’Europa al suo meglio: è l’essenza del nostro mercato unico. E’ così che vogliamo uscire dal mondo del coronavirus e dare forma al nostro futuro”, ha concluso. LEGGI TUTTO