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    La difficile tutela degli elefanti africani: troppi in Zimbabwe e in estinzione altrove

    Gli elefanti comunicano con i loro simili attraverso una vasta gamma di vocalizzi e gesti, che cambiano non soltanto a seconda del messaggio da veicolare e del ruolo nel branco dell’interlocutore, ma anche in considerazione  dell’attenzione che quest’ultimo presta loro. È soltanto l’ultima conferma, documentata in uno studio pubblicato di recente su Communications Biology, che gli elefanti, seppur fisicamente distinti e lontani dalla nostra famiglia di primati, condividono con noi un sistema sociale sofisticato e capacità cognitive che la ricerca dimostra essere assai vicine alle nostre.

    Ed è proprio questa articolata ed efficace forma di comunicazione, nel branco e tra i diversi branchi, che rende ancor più difficili le strategie di conservazione e gestione della popolazione di elefanti africani (Loxodonta africana). “Gli elefanti, animali dotati di grande intelligenza, utilizzano regolarmente la trasmissione culturale  – spiega Gianni Bauce, guida professionista di safari e autore di Il destino degli elefanti. Declino, conservazione e futuro del gigante della savana africana (Infinito Edizioni 16,15 euro) – perciò bisogna tenere conto, per esempio, che se si cerca di spostare alcuni esemplari da una zona all’altra si rischierà di fallire, perché un elefante sa come tornare nella zona che considera “casa”. Allo stesso modo, nel cercare di tenerli lontani da campi coltivati e zone abitate, si deve considerare il messaggio che il branco passerà al suo interno e ad altri gruppi sulle strategie di dissuasione messe in atto dall’uomo. La locuzione comune di “memoria d’elefante” è una banalizzazione della capacità di questi animali di ritenere informazioni, elaborarle, trasmetterle ai propri simili e usarle per difendersi e reagire ai pericoli”.

    Così, spiega Bauce nel libro la cui prefazione è affidata a Vesta Eleuteri, prima autrice dello studio che ha svelato ulteriori sottigliezze nella lingua degli elefanti, i branchi del parco nazionale di Gorongosa, in Mozambico, quasi azzerati durante la guerra civile negli anni 80-90, quando i guerriglieri li cacciavano per finanziarsi con la vendita di avorio, anche adesso che sono protetti dal governo, che vorrebbe guadagnare dal turismo dei safari, non si lasciano avvicinare e si nascondono, perché ricordano e si tramandano la terribile esperienza con l’uomo. LEGGI TUTTO

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    City Vision: a Siracusa la nuova energia che arriva dai Comuni

    “Parlare di transizione energetica significa partire dalla consapevolezza della necessità di intervenire sul disagio, sull’energia delle persone che abitano le nostre città. Dobbiamo trasferire consapevolezza con un investimento in cultura che è importante tanto quanto l’investimento in infrastrutture e innovazione”. Francesco Italia, sindaco di Siracusa, è stato uno degli speaker del tavolo di lavoro di City Vision organizzato il 12 giugno nel comune siciliano, dal titolo ‘Nuova energia per le città’. L’incontro, che ha chiuso il primo semestre del roadshow 2024, ha riunito più di venti tra speaker appartenenti al mondo della Pa, delle imprese e delle associazioni di categoria. Il focus: la transizione energetica e gli investimenti per accelerarne i risultati. Non guardando soltanto alle infrastrutture, ma allargando a vantaggio di una cultura condivisa.

    Energia condivisa per il futuro dei Comuni

    City Vision, progetto di Blum e Padova Hall, ha tratto spunto dalle storie dei singoli comuni – diversi quelli rappresentati al tavolo di lavoro – per fare sintesi di quel che sta accadendo sul territorio, in particolare nel Mezzogiorno. “La sfida della transizione energetica, il distacco dalle fonti fossili ma soprattutto la maturazione di una consapevolezza: niente è regalato, niente è per sempre, la transizione parte da un consumo consapevole”, ha dichiarato in apertura il direttore di City Vision Domenico Lanzilotta.

    Giuseppe Cassì, sindaco di Ragusa, ha presentato un esempio di come il comune che amministra ha declinato gli impegni sull’energia green. “Abbiamo sviluppato un progetto in collaborazione con la Sovrintendenza che ha prodotto un regolamento che prevede la possibilità di installare pannelli fotovoltaici anche all’interno del centro storico. Questo favorisce la scelta di viverci potendo contare sui vantaggi dell’accesso a fonti rinnovabili”.

    Sono d’altra parte richiesti anche gli investimenti sugli edifici pubblici, come ha spiegato Rossana Cannata, sindaca di Avola. “Siamo in prima linea sul fronte delle scuole, asili nido in primis. Il Pnrr ha aiutato in questo senso: stiamo lavorando alla riqualificazione energetica”. Discutere di energia significa dunque, come ha spiegato Michelangelo Giansiracusa, sindaco di Ferla e capo di Gabinetto del Comune di Siracusa, partire dai fondamentali. “E per noi sono acqua, energia e rifiuti: se non li risolviamo, non possiamo procedere nella trasformazione intelligente. A Ferla siamo partiti da qui: per esempio dal tema del riuso delle acque grigie di una scuola, da quello dell’energia con la costituzione di una delle prime Cer d’Italia”.

    Sfide per il Mezzogiorno

    In una terra, la Sicilia, con grandi questioni aperte per quanto riguarda le infrastrutture il tavolo di City Vision non ha edulcorato lo stato dell’arte, ma ha anche sottolineato l’impegno che proviene dagli amministratori pubblici, spesso in collaborazione con privati e aziende. “È necessario investire soprattutto sugli involucri edilizi – ha dichiarato Marco Carianni, sindaco del Comune di Floridia – siamo detentori di un patrimonio edilizio totalmente fatiscente, spesso in centri storici la cui riqualificazione è ostacolata da cavilli giuridici. Vogliamo però vedere il lato positivo: finalmente nei prossimi giorni discuteremo di comunità energetiche, grazie a un finanziamento recentemente ottenuto”.

    La condivisione di politiche locali lungimiranti, tese a rendere efficienti i consumi e i comuni meno dipendenti dalle fonti fossili, è la base come sempre del dibattito che si instaura negli appuntamenti di City Vision. “Le buone pratiche condivise sono tante, c’è impegno concreto delle Pa. Ma il mutamento deve partire dalla cultura condivisa. Noi cerchiamo di portare un po’ di visione futura su quello che pianifichiamo oggi”, ha argomentato Barbara Sarnari, vicepresidente di Svimed.

    Al tavolo di lavoro erano presenti anche diversi rappresentanti di aziende che collaborano con la Pa come Niccolò Carretta, responsabile servizi innovativi A2A Illuminazione pubblica, Antonella Molinari, responsabile Sviluppo Nuove Linee di Business di A2A Calore & Servizi, e Silvia Celani, Business Innovation Manager di Mermec Engineering. “Il nostro polo emette 8 milioni di tonnellate l’anno di CO2, dobbiamo abbatterle anche attraverso uno sviluppo verso l’idrogeno”, ha spiegato Gian Piero Reale, presidente di Confindustria Siracusa.

    “Le parole chiave sono tante: confronto, contaminazione, dialogo. Il tema energetico richiama fortemente il tema del patrimonio edilizio”, ha puntualizzato Carmen Benanti, direttrice di Ance Siracusa. La sfida delle Comunità energetiche rinnovabili è stata una delle più discusse durante l’incontro di City Vision. “Stiamo intervenendo su circa 50 aziende del territorio, facilitando l’autoproduzione con uno schema di comunità che deve evolvere in una Cer”, ha detto Gian Paolo Miceli, segretario di Cna Siracusa.

    City Vision: i prossimi appuntamenti

    Dopo l’estate proseguiranno i tavoli di lavoro territoriali. Gli Stati Generali delle città intelligenti sono in programma il 21 e 22 ottobre a Padova, dove si terrà l’appuntamento annuale, che quest’anno raddoppia con più contenuti dedicati alla community.

    City Vision è un progetto in collaborazione con A2A e in partnership con Anm, Eav, Open Fiber, Rubner, Volksbank. I community partner sono ANFoV, Data Valley, Entopan, Istituto EuropIA.it, indig communication, Innovation Hub South Europe, InnovUp, Living Future Europe, Milano Smart City Alliance, NAStartup, PA Social, Rete dei Comuni Sostenibili, Smart Communities Tech. Il progetto ha il patrocinio di Anci, Istituto Nazionale di Urbanistica e Associazione nazionale degli urbanisti e dei pianificatori territoriali e ambientali. LEGGI TUTTO

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    Ambiente, diritti umani e accessibilità: così gli Europei di calcio diventano sostenibili

    I Campionati Europei di Calcio che prendono oggi il via in Germania vinceranno il titolo di evento sportivo più sostenibile mai organizzato? L’obiettivo se lo è dato la Uefa, che ha messo in campo, insieme al Paese ospitante tutta una serie di misure per ridurre l’impatto ambientale, sociale e di governance del torneo che dovrà scegliere la nazionale più forte del Continente. Si va dal calendario dei match disegnano per ridurre al minimo gli spostamenti delle squadre a biglietti ferroviari scontati per incoraggiare l’uso del trio da parte di tifosi e giornalisti, dai traporti pubblici gratuiti per il personale accreditato all’evento a una gestione dei rifiuto ispirata allo slogan riduci-riusa-ricicla-ripara. Ma anche la creazione di un fondo finanziario per compensare le emissioni di CO2 “inevitabili”, l’accessibilità delle partite a tutti, anche con audiodescrizioni delle gare, una valutazione del rischio per i diritti umani, la tutela dei diritti e delle pari opportunità per lavoratori e volontari.”Tutte queste misure sono il frutto di un investimento da 32 milioni di euro e dovrebbero comportare una riduzione del 20% dell’impronta carbonica, inizialmente prevista pari a 480mila tonnellate di CO2″, spiega Michele Uva, direttore di Social & Environmental Sustainability della Uefa. “Ogni stadio avrà un dedicato Sustainability Venue Manager e 500 volontari saranno dedicati ai 3 grandi temi: ambiente, diritti umani e accessibilità. Ad oggi sono stati venduti più di 15k biglietti per persone disabili. Ci sarà, appunto, un servizio di commento per i tifosi non vedenti, il 100% di donazione del cibo avanzati. Sono state raddoppiate le linee dei treni fra le città. Inoltre, entro ci siamo impegnati a pubblicare entro 90 giorni l’ESG Event Report per garantire il massimo di trasparenza”.

    Sport

    La Uefa presenta il “carbon footprint calculator”: “Ora il calcio misurerà la sua impronta ecologica”

    di Luca Fraioli

    06 Marzo 2024

    Tuttavia lo sforzo per la sostenibilità dell’Unione delle federazioni calcistiche europee non sembra aver fatto proseliti tra le nazionali dei singoli Paesi. Se anche le squadre partecipanti avessero adottato comportamenti virtuosi, la partita sarebbe stata vinta di sicuro. Per esempio, se adottassero soluzioni davvero sostenibili in tema di spostamenti (per esempio usando i treni invece che gli aerei) per raggiungere gli stadi per le partite, si potrebbero risparmiare 1.100 tonnellate di CO2, 200 volte l’impronta di carbonio di un cittadino europeo in un anno. Lo sostiene uno studio di Transport & Environment (T&E), la Federazione europea dei trasporti e dell’ambiente, che ha provato a quantificare le emissioni climalteranti per ogni squadra partecipante al torneo ospitato in Germania. “Gli sforzi compiuti dalla Uefa e da alcune squadre per ridurre l’impronta della competizione non dovrebbero essere un’eccezione”, si legge nel report.”Gli organizzatori si sono impegnati a fondo per diminuire le emissioni dei trasporti durante il torneo, rendendolo il campionato europeo più verde di sempre. Questo dimostra che si può fare”, ha detto Erin Vera, responsabile della campagna. “Purtroppo le squadre non hanno ancora seguito l’esempio”.

    Rifiuti

    Europei di calcio e pizza per tutti: ecco come si riciclano i cartoni per il take away

    di Cristina Nadotti

    14 Giugno 2024

    T&E, insieme alla campagna “Travel smart” e ad altre 18 organizzazioni, ha chiesto ufficialmente a 13 federazioni calcistiche europee dettagli sui loro piani di viaggio per il torneo, incoraggiandole a ridurre la propria impronta ecologica. A fine maggio erano state solo tre le squadre ad aver risposto: la Germania, che ha confermato di non utilizzare l’aereo durante i gironi del torneo, il Portogallo, che si sposterà almeno una volta durante la prima fase del torneo, e la Svizzera, che utilizzerà treni e autobus sia per raggiungere il ritiro sia per tutta la durata della competizione. Non pervenuta la risposta dell’Italia.Certo la scelta ecologica è più facile per alcuni (Belgio e Svizzera sono a circa 4 ore di treno dal luogo del loro ritiro in Germania) e meno per altri (dalla Francia ci vorrebbero più di 6 ore). Lo studio di Transport & Environment ha anche personalizzato l’impronta ecologica: quella del centravanti inglese Harry Kane sarebbe stata del 95% più piccola se fosse arrivato in Germania usando il treno anziché l’aereo, valora analogo per il fuoriclasse Kylian Mbappé: 96%. 

    Da oggi Kane, Mbappé e colleghi dovranno pensare ai goal in campo. A i goal della sostenibilità auspicati dall’Uefa potranno contribuire, gli staff delle nazionali, i media e soprattutto il pubblico che affollerà gli stadi tedeschi. LEGGI TUTTO

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    Le alte temperature modificano il linguaggio della politica

    Che il cambiamento climatico stia avendo un impatto sull’ambiente e sulla salute è ormai certo, ma finora nessuno aveva mai studiato le conseguenze delle temperature sempre più alte sull’eloquio dei politici. Ci ha pensato il Max Planck Institute for Demographic Research, in Germania, che ha pubblicato su iScience uno studio con cui dimostra che le alte temperature portano a una riduzione significativa e immediata della complessità del linguaggio dei politici.Per arrivare a questa sorprendente conclusione, gli esperti hanno analizzato il linguaggio utilizzato in sette milioni di discorsi parlamentari in tutto il mondo. In sintesi, i risultati suggeriscono che l’aumento del calore può avere un impatto sulle nostre capacità cognitive con conseguenze reali e immediate.”Il caldo è da tempo associato a una serie di esiti negativi per la salute, tra cui un aumento del rischio di diminuzione della produttività e delle prestazioni cognitive”, afferma Risto Conte Keivabu. “Il nostro studio evidenzia che questo fenomeno si estende anche ai politici, che hanno responsabilità critiche”, aggiunge.”Nello specifico, abbiamo scoperto che le temperature più elevate portano a una riduzione della complessità del linguaggio utilizzato nei discorsi parlamentari in otto diversi Paesi”, afferma Tobias Widmann dell’Università di Aarhus, in Danimarca. “Questo suggerisce che il caldo può influire negativamente sulle funzioni cognitive anche in contesti professionali in cui un linguaggio preciso e complesso è fondamentale”.Conte Keivabu e Widmann hanno fatto la scoperta raccogliendo milioni di discorsi parlamentari. La raccolta rappresenta più di 28.000 politici in otto Paesi diversi per diversi decenni. Per esplorare le connessioni tra il linguaggio di questi discorsi e le temperature e le condizioni meteorologiche giornaliere, hanno utilizzato una strategia di modellazione che sfrutta le variazioni apparentemente casuali delle temperature giornaliere per analizzarne l’impatto.I ricercatori spiegano che questo approccio ha permesso di isolare l’effetto della temperatura sulla complessità del linguaggio dei politici, ottenendo risultati sorprendentemente chiari. I risultati mostrano che le giornate calde riducono la complessità di ciò che si dice. Le giornate fredde non hanno avuto lo stesso effetto.”Una scoperta sorprendente è stata la dimensione dell’effetto maggiore osservata nei politici più anziani rispetto alle loro controparti più giovani in Germania”, afferma Conte Keivabu. “Questo risultato non solo è interessante di per sé, ma aumenta anche la nostra fiducia nei risultati dello studio. È logico che gli individui più anziani possano essere più sensibili alle temperature estreme, il che corrisponde alle nostre osservazioni e sottolinea la solidità delle nostre conclusioni”.I ricercatori affermano che i risultati offrono nuove prove del fatto che il comportamento umano è influenzato non solo da considerazioni strategiche, ma anche da fattori ambientali.”La semplificazione del discorso politico ha implicazioni contrastanti: se da un lato un linguaggio più semplice può migliorare la comprensione e il coinvolgimento del pubblico, dall’altro potrebbe segnalare una riduzione delle prestazioni cognitive dovuta al caldo”, afferma Widmann. Questo potrebbe avere conseguenze negative sulla produttività dei parlamentari, influenzando il processo decisionale legislativo, la rappresentanza dei cittadini e la pianificazione del bilancio”. Considerando il ruolo critico dei politici nei processi democratici, “l’impatto delle temperature estreme sulle loro prestazioni cognitive potrebbe avere conseguenze profonde e di vasta portata per la società nel suo complesso”. LEGGI TUTTO

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    L’agricoltura rigenerativa ha il suo premio

    Partono le candidature per la prima edizione del premio The Good Farmer Award 2024. L’iniziativa, promossa dal Gruppo Davines – azienda attiva nel settore della cosmetica professionale, certificata B Corp dal 2016 –   è la prima in Italia che premia gli agricoltori che abbiano già avviato progetti ispirati ai principi fondamentali dell’agricoltura biologica rigenerativa e dell’agroecologia. Gli agricoltori sotto i 35 anni potranno presentare il proprio progetto fino al 25 luglio 2024. La cerimonia di premiazione si terrà il 27 novembre 2024 al Davines Group Village di Parma. Requisiti necessari per accedere al bando sono l’avere ottenuto una certificazione biologica e applicare i principi dell’agricoltura biologica rigenerativa e dell’agroecologia. In particolare i giovani agricoltori coinvolti e le loro aziende agricole dovranno dimostrare di utilizzare almeno 3 tra le strategie e le pratiche di agricoltura biologica rigenerativa e agroecologia identificate dal bando, tra cui la rotazione colturale, il minimo disturbo del suolo, l’utilizzo di fertilizzanti organici, la coltivazione di alberi associata a campi seminativi o a pascoli, l’uso di colture di copertura come le leguminose e la pacciamatura del terreno (ossia la copertura del terreno con materiale organico come paglia o foglie).

    L’iniziativa

    The Good Farmer Award nasce su iniziativa del Gruppo Davines in collaborazione con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, autorevole centro studi sulla green economy in Italia. I due vincitori riceveranno dal Gruppo Davines 10 mila euro ciascuno per l’acquisto del materiale e per interventi finalizzati a migliorare e sviluppare le pratiche agroecologiche già avviate. L’obiettivo del premio è di contribuire alla diffusione di una nuova cultura di produzione agricola, che sostenga la transizione ecologica delle filiere agroalimentari ma non solo. L’agricoltura biologica rigenerativa va oltre il concetto di sostenibilità perché non solo limita gli impatti ambientali negativi generati dall’agricoltura industriale ma è in grado di ripristinare e rigenerare gli ecosistemi danneggiati con pratiche e interventi che sequestrano carbonio dall’atmosfera, riducono l’inquinamento dei suoli e delle acque e contribuiscono alla mitigazione del cambiamento climatico.

    Il punto di partenza è la salute del suolo che influisce su quella delle piante, del cibo che mangiamo e del Pianeta. Il termine agricoltura biologica rigenerativa è nato negli anni 80 grazie al Rodale Institute, un istituto di ricerca statunitense senza scopo di lucro; molte delle pratiche rigenerative come le colture di copertura e il compostaggio fanno parte della gestione dell’azienda agricola da generazioni con l’obiettivo finale di aumentare la sostanza organica nel suolo. L’agricoltura biologica rigenerativa richiede un cambio di paradigma nel modello di produzione agricola industriale e si basa su bisogni urgenti e oggettivi: più del 60% dei suoli europei non è in salute e non è in grado di fornire adeguatamente servizi ecosistemici essenziali per l’uomo. In Italia la percentuale è del 47% e tra i problemi principali c’è l’erosione dovuta soprattutto alla perdita di copertura vegetale (fonte: Re Soil Foundation, 2023). L’erosione a sua volta causa l’emissione di CO2 in atmosfera, contribuendo al cambiamento climatico e alla perdita di carbonio, che dal suolo passa all’atmosfera (in alcune zone d’Italia la percentuale di carbonio nel suolo è al di sotto dell’1%).”Contribuire a diffondere un modello di crescita rigenerativa è una sfida ambiziosa in cui crediamo molto – ha commentato Davide Bollati, presidente del Gruppo Davines -. L’agricoltura biologica rigenerativa è una parte importante di questo nuovo modo di essere sostenibili, in cui non basta più mitigare i nostri impatti negativi sull’ambiente ma bisogna andare oltre, contribuendo attivamente a ripristinare le risorse del Pianeta”,

    Lo studio

    Ora la scienza ci dice quanto fa bene al mondo l’agroecologia

    di Pasquale Raicaldo

    09 Maggio 2024

    Modalità di partecipazione e la giuria

    A esaminare i progetti candidati sarà una commissione composta da sei membri fra professori universitari ed esperti in temi di agricoltura, agroecologia e sostenibilità, tra i quali il presidente di giuria Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. “Per mantenere e migliorare la fertilità e per aumentare l’accumulo di carbonio organico nel suolo – ha dichiarato Edo Ronchi – nonché per migliorare la capacità di adattamento sia alla siccità che alle bombe d’acqua, è utile implementare, sperimentare e sviluppare tecniche rigenerative di coltivazione e gestione dei suoli che ne aumentino i contenuti di sostanze organiche e di biodiversità”.Gli altri membri della giuria sono: Dario Fornara, direttore di EROC; Angelo Gentili, responsabile nazionale agricoltura di Legambiente e coordinatore del centro nazionale per l’Agroecologia di Legambiente; Paola Migliorini, professoressa all’università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo; Alessandro Monteleone, dirigente di Ricerca del CREA – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, Centro Politiche e Bio-economia; Camilla Moonen, professoressa all’Istituto di Scienze delle Piante dell’Università Sant’Anna di Pisa. Inoltre, il Gruppo Davines nel corso dell’anno lancerà un’edizione del Premio The Good Farmer Award anche negli Stati Uniti in collaborazione con il Rodale Institute.”Siamo partiti da EROC e da due anni facciamo formazione e ricerca per l’agricoltura biologica rigenerativa. Questo Premio rappresenta per noi la naturale evoluzione di questo percorso. Ci rivolgiamo in particolare ai giovani agricoltori perché siamo convinti che questo cambio di paradigma sia già in atto nelle nuove generazioni e perché crediamo nella loro capacità di essere i motori di questo cambiamento”, ha concluso Bollati. Per partecipare alla prima edizione del Premio, iscrizioni entro le 18.00 del 25 luglio compilando il modulo a questo link. LEGGI TUTTO

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    Le foreste minacciate dal traffico di droghe e con loro anche gli uccelli

    Gli esperti parlano di narco-deforestazione o narco-degradazione, neologismi piuttosto eloquenti per illustrare la questione: il collegamento tra il narcotraffico e il rischio di deforestazione, e così il rischio ambientale, soprattutto per perdita di biodiversità. Se ne parla in questi giorni sulle pagine di Nature Sustainability, in un articolo che ha l’intenzione di stimolare una riflessione. Il punto, scrivono chiaramente gli esperti, è che si vuole combattere il problema del narcotraffico, senza fare ulteriori danni, serve considerarne appieno gli impatti. E anche quelli ambientali sono una voce del problema.

    Biodiversità

    Il 47% della Foresta amazzonica è a rischio: entro il 2050 il punto di non ritorno

    di Luca Fraioli

    14 Febbraio 2024

    La riflessione, nel dettaglio, si è concentrata sulle minacce della deforestazione imputabili al narcotraffico per gli uccelli, soprattutto quelli che popolano l’America centrale. Le minacce all’ambiente, e in particolare alle foreste, prodotte dal traffico di droghe sono dovute a diversi fattori. Da un lato, scrivono gli autori, il narcotraffico stimola la creazione di strade illegali, ma anche l’accaparramento di terre per sfruttamento di risorse o allevamenti, allo scopo di proteggere i terreni o riciclare denaro sporco. A tutto questo contribuiscono loro malgrado anche le attività di contrasto al narcotraffico, perché rimodellano le zone libere da controlli e divieti, aprendo nuove strade a nuovi possibili sfruttamenti e danni ambientali, si legge nel paper. Il lavoro dei ricercatori guidati da Amanda Rodewald, esperta di ornitologia alla Cornell University, si è concentrato proprio su questi aspetti, cercando di stimare la minaccia che sia il narcotraffico che le misure di contrasto avessero sugli uccelli.

    Gli scienziati hanno infatti stimato l’abbondanza di diversi uccelli – migratori e non, per un totale di circa 200 specie -, mappato le aree cruciali per la loro sopravvivenza, e fatto una stima del livello di “idoneità al narcotraffico” delle diverse aree del Centroamerica. Ovvero, hanno provato a calcolare quali aree, in seguito alle misure di contrasto (come sequestri, dislocamento di pattuglie, controlli a terra, sulle navi), rischiassero di diventare nuovo terreno fertile per le attività di narcotraffico.

    Biodiversità

    Le strade fantasma stanno uccidendo le foreste tropicali

    di Anna Lisa Bonfranceschi

    09 Maggio 2024

    In questo modo hanno osservato che per circa il 70% delle aree cruciali per le specie locali e il 60% per quelle migratorie il rischio di “idoneità al narcotraffico” aumentava. Tra le aree più a rischio, scrivono, si trovano per esempio alcune che mappano all’interno delle “Five Great Forests” della Mesoamerica, terre popolate da indigeni locali, ricordano gli autori. E, aggiungono: oltre la metà delle specie migratorie analizzate (in totale 67) ha più di un quarto della popolazione che si troverebbe all’interno di queste zone a rischio, ma per alcune specie a rischiare è più di metà della popolazione.

    Si tratta di stime, avvisaglie, rischi, nulla di certo ammettono gli stessi autori. Ma il messaggio, ribadiscono, è chiaro: la lotta al narcotraffico consideri anche l’ambiente, passando da misure sociali che proteggano le popolazioni locali, riducano la povertà, diano loro diritti e mezzi per proteggere le loro terre, per esempio. “Servono misure che rafforzino la capacità delle comunità locali e dei governi di monitorare e proteggere le loro foreste, coltivare forme alternative di reddito e risolvere questioni poco chiare sul possesso dei terreni”, dichiara in proposito Rodewald, dalla Cornell University. In questo modo, concludono gli scienziati, sarà forse possibile proteggere anche l’ambiente e le specie che lo abitano. LEGGI TUTTO

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    Lilium (giglio): coltivazione in vaso o giardino e cura

    Il lilium è uno dei fiori simbolo dell’estate, che fa bella mostra di sé in piena terra o nelle fioriere. La coltivazione del giglio non è particolarmente difficile: basta seguire alcune regole, soprattutto nell’irrigazione e nella scelta del terreno. 

    Il lilium: le origini e il significato del fiore

    Le origini del lilium sono da ricercare tra il Medio Oriente e l’Asia, sebbene questa pianta bulbosa sia diffusa anche in Europa ed America Settentrionale. Grazie ai suoi fiori particolarmente eleganti, di dimensioni generose e dalla caratteristica forma a stella, il lilium è un dono floreale molto apprezzato. Al lilium si attribuisce più di un significato, cioè: la purezza, il candore, la nobilità e la modestia. 

    Il terreno, la concimazione e l’annaffiatura del lilium

    Il terreno ideale per la coltivazione del lilium è prima di tutto profondo, fresco e neutro. Per favorire la crescita, si possono usare lo stallatico stagionato e, nel corso del periodo vegetativo, un fertilizzante. L’annaffiatura del lilium dev’essere regolare e nella misura tale da non inzuppare il terreno, né mantenerlo umido troppo a lungo: la pianta bulbosa detesta infatti il ristagno idrico. 

    La fioritura del lilium

    Il periodo ideale per la messa a dimora del lilium è la primavera: se si rispetta questa esigenza della pianta bulbosa, la stessa ci regalerà una splendida fioritura già nel corso dell’estate. Per rendere migliore la fioritura del lilium, prima di sistemare i bulbi sottoterra dobbiamo vangare adeguatamente il terreno, fino a una profondità di circa 20-25 centimetri. Potremo quindi sistemare i bulbi a circa 15 centimetri, in modo tale da favorirne una solida radicazione. La distanza tra un bulbo e l’altro dovrebbe essere di almeno 10 centimetri, da incrementare nel caso di varietà che crescono più alte. Al termine della fioritura, prestiamo attenzione a tagliare il fiore ormai appassito: in questo modo non stresseremo il bulbo affinché produca dei semi. Nel caso di messa a dimora nel vaso, per favorire una buona fioritura scegliamo i vasi profondi almeno 30-40 centimetri. 

    Qual è la migliore esposizione per il lilium?

    L’esposizione ideale del lilium è quella in un luogo caratterizzato dalla mezz’ombra: ciò permette di assicurare una buona quantità di luce tale da favorire una crescita rigogliosa e un’abbondante fioritura. L’eccessivo soleggiamento, infatti, provoca l’appassimento precoce dei fiori: al contrario, la troppa ombra non promuove una fioritura soddisfacente dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Qualora coltivassimo il lilium in vaso, dovremmo avere l’accortezza di scegliergli una posizione ombreggiata: gli eccessi di luce e calore fanno seccare molto velocemente la pianta bulbosa. Non dimentichiamoci quindi di annaffiare il giglio in vaso con la giusta regolarità e senza eccessi, giacché non tollera l’aridità del terreno né i ristagni idrici. Infine, alla conclusione della stagione vegetativa, ricordiamoci di estrarre i bulbi dal vaso: li potremo far svernare in un luogo fresco e ventilato, per poi ripiantarli la primavera seguente. 

    Le tipiche avversità che rovinano il giglio

    Il lilium può essere colpito da un particolare coleottero, cioè la criocera del giglio. Quando le foglie sono infestate dagli esempi adulti e dalle larve, il giglio ne risulta particolarmente indebolito e, in alcuni casi, può anche morire. Per il trattamento di questo fitofago possiamo utilizzare un insetticida specifico. Il ristagno idrico può invece favorire l’attacco da parte dei nematodi, che colpiscono la base del lilium. Durante la stagione primaverile, soprattutto nei periodi piovosi, anche le lumache o le chiocciole possono rovinare i gigli: in questo caso possiamo usare un’esca oppure rimuovere manualmente questi animali. L’umidità elevata può anche favorire la comparsa del botrytis: in questo caso, il rimedio più comune è l’uso di un anticrittogamico ad hoc. LEGGI TUTTO

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    Vi spiego come i pesticidi si diffondono nell’ambiente e perché sono pericolosi

    Tra i fattori che minacciano la salute degli ecosistemi in maniera pervasiva c’è la contaminazione da sostanze chimiche legate alle attività umane. Il caso più eclatante è senza dubbio quello delle microplastiche, ritrovate perfino negli angoli più remoti del nostro pianeta (dalle vette dell’Himalaya fino alle profondità degli oceani). Anche i pesticidi possono viaggiare per il mondo. La maggior parte, una volta impiegata sulle superfici coltivate, si degrada nel terreno. In altri casi i pesticidi si scompongono in nuove sostanze, non sempre innocue, alcune delle quali persistono nell’ambiente e finiscono nei sistemi fluviali e poi in mare, percorrendo chilometri.Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha analizzato nel dettaglio questo fenomeno. Il principale autore è un italiano: Federico Maggi, vercellese, professore associato alla School of Civil Engineering dell’Università di Sydney. Lavora all’estero da più di 25 anni, “ma non mi sento un cervello in fuga”.Dopo la laurea in ingegneria idraulica al Politecnico di Torino, ha svolto un dottorato a Delft (nei Paesi Bassi), proseguendo l’attività di ricerca alla Duke University, nella Carolina del Nord, e poi all’università di Berkeley, in California, approdando infine a Sydney nel 2009. Per la sua ricerca pubblicata su Nature è stato nominato National Champion per l’Australia all’edizione 2024 del Frontiers Planet Prize, il premio internazionale istituito dalla Frontiers Research Foundation per supportare le migliori ricerche nel campo della sostenibilità.

    Un riconoscimento prestigioso, se lo aspettava?”Da un lato, mi ha lasciato un po’ sorpreso, dall’altro mi rende orgoglioso di rappresentare l’Australia in questa occasione. Sicuramente questa nomination segna un’importante tappa del mio percorso professionale”.

    Politiche europee

    Un appello perché l’Italia si impegni in Europa per l’approvazione della Restoration law

    di Wwf Italia

    25 Marzo 2024

    Da dove nasce l’interesse per gli effetti sull’ambiente della contaminazione da pesticidi?”In realtà nel mio background accademico non c’è l’agrochimica. Tutto è nato dai metodi investigativi più che dall’interesse per i pesticidi di per sé. Mi spiego meglio. La mia formazione da ingegnere idraulico mi ha permesso di sviluppare modelli matematici previsionali riguardanti principalmente il modo in cui l’acqua si muove in superficie e nel sottosuolo. Negli anni, dopo aver lavorato in vari istituti internazionali a contatto con ricercatori molto validi, ho iniziato a interessarmi ai processi che avvengono nel suolo e all’azione dei microrganismi che riescono a scomporre sostanze inquinanti, come i pesticidi per l’appunto. E così ho espanso i mei modelli computazionali per includere anche i processi di biogeochimica dei pesticidi”.

    Nello specifico, come è nata la ricerca pubblicata su Nature nel 2023?”Io e i miei collaboratori siamo partiti da una semplicissima domanda: dove vanno a finire i pesticidi utilizzati in agricoltura dopo che sono stati dispersi nell’ambiente? Sono certo che non siamo stati i primi a porci questa domanda, ma penso anche che per ora siamo gli unici ad aver sviluppato metodi previsionali adeguati per dare una risposta il più possibile precisa e globale. Ci sono molti parametri chimico-fisici per elaborare una modellistica ambientale accurata e soprattutto realistica. È stato un lavoro complesso, ci sono voluti più di 4 anni di ricerca”.

    Ci può spiegare più nel dettaglio la metodologia impiegata per tracciare una mappa globale degli “spostamenti” dei pesticidi dal loro utilizzo in ambito agricolo fino al loro punto di arrivo?”In estrema sintesi, ho sviluppato una copia digitale dell’intero pianeta (Planetary Digital Twin), ovvero un modello matematico che riesce a descrivere i processi ambientali di interesse nello spazio e nel tempo, in superficie ma anche nel sottosuolo. Con questo strumento, che è unico nel panorama di ricerca ambientale a livello internazionale, io e i miei collaboratori abbiamo tracciato l”odisseà dei pesticidi dal loro punto di applicazione in campo fino a raggiungere i fiumi e poi gli oceani. I residui dei pesticidi sono letteralmente ovunque e possono percorrere centinaia di chilometri attraverso le vie d’acqua. Le potenziali applicazioni del nostro Planetary Digital Twin non si limitano ai pesticidi. Lo stiamo utilizzando anche per studiare i fertilizzanti, e lo abbiamo già impiegato per effettuare stime sulla scarsità di acqua negli scenari dell’IPCC e sulle emissioni di gas serra”.

    Biodiversità

    Ascoltando gli insetti scopriamo che nei campi senza pesticidi vive il 10% in più di specie animali

    di Cristina Nadotti

    22 Dicembre 2023

    Quali sostanze e principi attivi avete studiato in particolare?”Il numero di prodotti fitosanitari è altissimo: parliamo di migliaia di molecole utilizzate in ambito agricolo nel mondo, ognuna con la sua formula e le sue proprietà. Noi ci siamo focalizzati su circa 90 sostanze, che rappresentano grosso modo l’85% della massa totale annua usata in agricoltura (l’equivalente di circa 2,5 milioni di tonnellate ogni anno). Tra di loro ci sono, per esempio, l’ormai celebre glifosato e l’atrazina, un erbicida bandito dall’Unione Europa nel 2004 ma utilizzato ancora oggi in altre parti del mondo, come negli Stati Uniti, in Canada e in Australia”.

    Come avviene la degradazione di queste sostanze nell’ambiente?”Come dicevo, ognuna ha un comportamento peculiare una volta rilasciata nell’ambiente. Generalmente i pesticidi vengono degradati dai microorganismi del suolo, ma anche attraverso altri meccanismi, per esempio reagendo con le sostanze che intercettano oppure con la radiazione solare ultravioletta. Abbiamo stimato che l’82% dei volumi usati globalmente in un anno si degrada biologicamente. Il 10% rimane sulla superficie del suolo come residuo, il 7% penetra nelle falde acquifere e lo 0,1% nei fiumi e negli oceani”.

    Sembrerebbero cifre basse, perché invece sono significativi questi dati?”Perché non conosciamo ancora bene lo spettro completo di sostanze che vengono prodotte in seguito al processo di degradazione dei pesticidi. Questi ultimi non scompaiono, ma producono ‘a cascatà altre sostanze che nel nostro studio non abbiamo potuto tracciare, dal momento che sono numerosissime. Solo dall’atrazina, per esempio, si producono una quindicina di molecole, di cui 3-4 sono tossiche tanto quanto la molecola madre. Per il glifosato vale un discorso simile.

    Quali sono i danni per gli ecosistemi?”I moderni pesticidi sono sostanze altamente ingegnerizzate per poter sopprimere forme biologiche (piante, insetti, funghi, batteri eccetera) che possono arrecare un danno alle coltivazioni. Le conseguenze sono rilevanti anche per gli organismi che non sono il target del pesticida, ma che in qualche modo rispondono a quello che in gergo viene definito “mode of action” (ovvero il meccanismo d’azione, ndr) di una sostanza attiva. La letteratura scientifica è particolarmente ampia nel dimostrare come alcuni pesticidi abbiano un effetto rilevante sul declino di certe specie, come nel caso degli insetti impollinatori o degli anfibi”.

    Quali dovrebbero essere gli interventi di policy per limitare il problema?”Si discute su varie strategie, ma non esiste ancora uno standard internazionale a cui tutti i Paesi del mondo possano aderire. Tra le iniziative più importanti c’è sicuramente il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, che mira a ridurre il rischio dei pesticidi di almeno il 50%. Un buon esempio è la Nature Restoration Law, che pone obiettivi vincolanti per ripristinare gli ecosistemi all’interno dei Paesi dell’Unione europea. In aggiunta a queste iniziative, che reputo fondamentali, penso che a livello istituzionale bisognerebbe prendere in seria considerazione gli effetti negativi sulla salute pubblica e formalizzare limiti di esposizione molto più stringenti, data la presenza così pervasiva dei residui di pesticidi nell’ambiente”.

    Nei prossimi anni proseguirà la ricerca su questo tema?”Certamente, ho ancora alcune ipotesi da testare. E poi sono io stesso il primo a volerne sapere di più”. LEGGI TUTTO