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    Cos’è il greenhushing cos’è e perché è rischioso

    Chiamatelo, se volete, silenzio verde. Oppure eco-silence. O, ancora, greenhushing (dall’inglese to hush, mettere a tacere). Il significato è sempre lo stesso: si tratta di una pratica per cui le aziende non comunicano le proprie azioni e i propri obiettivi di sostenibilità. 

    L’inganno del greenwashing

    Tutto è iniziato negli anni Novanta del secolo scorso con il greenwashing, un procedimento ormai noto che consiste nel presentare come ecologici prodotti o servizi che in realtà non lo sono. Fino a poco tempo fa le imprese non esitavano a fare promesse in favore dell’ambiente, annunciando pubblicamente di voler raggiungere una forma di carbon neutrality in un periodo temporale più o meno esteso. Il problema è che alle parole spesso non hanno fatto seguito i fatti e ciò ha configurato abusi e pratiche commerciali ingannevoli.

    La direttiva

    L’Ue approva la legge contro greenwashing e messaggi ingannevoli

    di redazione Green&Blue

    17 Gennaio 2024

    Leggi più severe

    Per frenare questa tendenza, le autorità pubbliche hanno puntato su una legislazione più coercitiva. Come ricorda Mathis Navard, ricercatore dell’Università di Poitiers, ad aprire la strada è stata la Francia, nella quale è stata approvata, il 1° gennaio 2023, la legge sul clima, che vieta agli inserzionisti di dichiarare in una pubblicità che un prodotto o servizio è biodegradabile o rispettoso dell’ambiente senza pubblicare il rapporto sulle emissioni di gas serra. Trasgredire può costare caro: gli inadempienti rischiano, infatti, una multa fino a 100mila euro. Sulla scia del provvedimento francese, la Commissione europea ha poi elaborato due direttive: Empowering consumers for the green transition, approvata dal Parlamento nel gennaio 2024 e in attesa del via libera definitivo da parte del Consiglio, e Green claim directive, attualmente in discussione al Parlamento.     

    Oltreoceano, la California ha promulgato il 1° gennaio 2024 una normativa anti-greenwashing, chiedendo agli inserzionisti di fornire dati a supporto della veridicità delle promesse ambientali.

    Le idee

    Perché lo stop al greenwashing è un’opportunità

    di Carlotta Ventura

    04 Giugno 2023

    Giocare in difesa

    In questo contesto, molte aziende stanno smettendo di comunicare i propri impegni in ambito ecologico per evitare di esporsi al giudizio di opinione pubblica, clienti, investitori, media, tutelandosi da possibili procedimenti legali. Nel 2022 la società di consulenza svizzera South Pole è stata la prima a menzionare il fenomeno del greenhushing nel suo rapporto annuale On the road to net zero. Secondo l’edizione 2024 del report, di recente pubblicata, tutti i settori industriali sono coinvolti. Tra le 1.400 aziende intervistate, l’86% di quelle che commercializzano beni di consumo e il 72% delle compagnie petrolifere affermano di aver ridotto le proprie comunicazioni sul tema. E l’88% delle imprese che offrono servizi ambientali ammette di comunicare meno sull’argomento, anche se il 93% di loro rispetta i propri obiettivi. 

    Conseguenze negative

    Una tendenza preoccupante, che potrebbe rallentare le azioni virtuose a favore del clima, ostacolando collaborazione, innovazione, responsabilità. “Evitando di intraprendere passi imperfetti per il timore di essere criticati, non ci sarà alcun passo avanti”, mette in guardia Nadia Kähkönen, direttrice delle comunicazioni di South Pole, oltre che autrice del sondaggio. “Gli impatti negativi saranno di vasta portata, mettendo il nostro pianeta in grave pericolo”.

    I dati

    La truffa dei carbon credit: sovrastimano gli interventi di conservazione delle foreste

    di Simone Valesini

    25 Agosto 2023

    In proposito interviene anche Chisara Ehiemere, ricercatrice del Stern Center for Sustainable Business dell’Università di New York: “Comunicare in modo credibile obiettivi e progressi può incentivare dipendenti, aziende, comunità ad agire, creando un’opportunità di risoluzione dei problemi. Certo, per essere più trasparenti riguardo alle iniziative sul clima, le aziende avranno bisogno di dati più affidabili, di una migliore pianificazione, di un coordinamento interno, di partner che le aiutino a raggiungere i loro traguardi”. LEGGI TUTTO

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    In Puglia le rinnovabili fanno scudo ai pomodori

    Può la Puglia, terra del sole e del vento, trasformarsi oltre ai progetti eolici offshore in un grande laboratorio per l’agrovoltaico? Una sfida che da tempo si stanno ponendo sempre più multiutility decise ad esplorare i vantaggi di un territorio che è sia a forte vocazione agricola, sia baciato costantemente dai raggi solari. Fra i tanti progetti che partiranno a breve, nelle campagne di Poggio Imperiale, in provincia di Foggia e a poca distanza dal Lago di Lesina sorgerà un grande impianto di agrovoltaico che si estenderà per un totale di 39 ettari con una potenza nominale di produzione di 20 megawatt. Si tratta di una realtà finanziata dai francesi di Neoen e guidata dall’azienda italiana del settore energetico Miaenergia che si sta occupando di tutto l’iter per la realizzazione dell’impianto.La sfida del “Solare Poggio Imperiale-Neoen” è doppia: da una parte ottenere energia da destinare all’elettricità grazie a innovativi pannelli fotovoltaici, dall’altra ripristinare e implementare colture tradizionali a rotazione, con avvicendamenti di durata quadriennale. Prima i pomodori, poi i cereali come il grano duro e l’avena, poi il favino e infine oltre ai cereali anche il pisello proteico.Primiano Calvo, che guida Miaenergia, racconta come “dagli ortaggi alle leguminose, a rotazione, si otterranno coltivazioni negli spazi fra una fila di pannelli e l’altra. Recentemente, grazie a una sburocratizzazione, le procedure per le installazioni si sono velocizzate e speriamo entro l’anno di dare il via all’impianto di Poggio Imperiale. Grazie all’agrovoltaico, illustrato tramite le linee guida del ministero e del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), si ottengono più vantaggi: da una parte non c’è più un consumo di suolo atto per esempio solo ad ospitare pale o pannelli, dall’altra la maggior parte dello spazio, almeno il 70%, viene garantito e destinato per l’attività agricola”. Non solo, perché il doppio asse agricoltura-energia porta vantaggi economici diretti anche a chi coltiva.”In questo momento di crisi e proteste dal mondo dell’agricoltura – aggiunge Calvo – è importante ricordare anche come l’agrovoltaico sia una forma di integrazione al reddito per i contadini: per chi si dispone all’agrovoltaico c’è infatti un guadagno dal canone di diritto alla superficie, in modo tale che si possano mettere insieme i frutti economici dei diritti e dei raccolti”.L’operazione rientra nei tre nuovi investimenti del produttore francese di energie rinnovabili in Italia e oltre alla Puglia progetti sono in programma anche in Lombardia e nelle Marche. Nel caso dell’impianto pugliese, già presentato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, l’obiettivo è integrare al meglio le tecnologie fotovoltaiche con i raccolti: per questo la copertura di pannelli, posta ad una determinata altezza, garantirà protezione alle colture per esempio dagli eventi meteo estremi come la grandine e il gelo, ma anche attraverso l’ombra da un eccessiva radiazione solare. In più, caratteristica dell’agrovoltaico, nella Puglia che soffre di una tradizionale carenza d’acqua, ci sarà una riduzione dello stress idrico attraverso una riduzione della evapo-traspirazione delle colture.Colture che si avvicenderanno nel tempo, da quelle erbacee presenti sino alle seminative, un sistema in grado di garantire anche la cura del suolo con lo scopo di conservare le sostanze organiche e preservare quelle strisce di vegetazione spontanea che crescono sotto le aree dei pannelli, che sono dei veri e propri corridoi ecologici. “A mio avviso l’agrovoltaico è il futuro, è la soluzione migliore in una regione come la Puglia con forte vocazione agricola, dove i campi abbandonati praticamente non esistono. Ora molti progetti in valutazione si sono sbloccati dopo che erano rimasti fermi per pareri ostativi delle Soprintendenze. Noi, come general contractor, abbiamo il compito per imprese e multiutility di individuare le aree idonee al fotovoltaico per cui servono delle  caratteristiche specifiche”.I terreni adatti all’agrovoltaico ad esempio “non devono avere vincoli di natura urbanistica e ambientale, devono disporre di una linea di alta tensione vicina e una morfologia che consenta l’installazione dei tracker che sono questa nuova tipologia innovativa di sostegni per pannelli bifacciali capaci di produrre da entrambi i lati e che si orientano durante la giornata in base alla gradazione rispetto al sole, muovendosi sull’asse”. In sostanza tra una fila e l’altra ci sono dodici pannelli e l’attività agricola si svolge in mezzo, unendo “più vantaggi da un’unica sfida che speriamo in Puglia possa crescere, dal miglioramento delle rese del prodotto finale all’energia ottenuta. Il tutto sempre nel rispetto del territorio pugliese e della sua importante biodiversità”.

    La regione in sintesi

    Emissioni La Puglia registra emissioni pro capite più alte della media nazionale, soprattutto per via delle industrie; anche gli assorbimenti forestali non sono alti 
    Energia I consumi di energia pro capite sono fra i più bassi del Paese e il mix energetico si discosta particolarmente dalla media nazionale, soprattutto per gli alti consumi di carbone 
    Rinnovabili È la seconda regione italiana per MW installati nel 2022 con 17,8 MW pro capite; tuttavia la quota di rinnovabili è ancora leggermente inferiore alla media nazionale 
    Trasporti Ha basse emissioni settoriali pro capite e un basso tass di motorizzazione; la quota di auto elettriche nel 2022 è stata inferiore alla media, così come i passeggeri del TPL 
    Edifici Sotto la media sia per efficienza generale dei consumi delle abitazioni che di emissioni settoriali pro capite e di tasso di elettrificazione (pari al 30%); bassa quota di edifici in classe A Industria In rapporto al valore aggiunto le emissioni i consumi di energia restano elevati; il tasso di elettrificazione del settore (41%) è invece vicino alla media nazionale 
    Agricoltura Le prestazioni sono molto positive, con basse emissioni pro capite, alta quota di biologico (25%), e un utilizzo molto limitato di fertilizzanti azotati, fra i più bassi in Italia 
    Vulnerabilità La regione ha un numero di eventi estremi e una quota di perdite della rete idrica in linea con la media nazionale e un’alta quota di suolo consumato LEGGI TUTTO

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    In Umbria la transizione energetica partecipata dal basso

    Dopo gli impianti eolici e fotovoltaici basati su un modello di condivisione e partecipazione senza fini di lucro, ènostra punta ancora sull’Umbria e sul territorio di Gubbio per una nuova turbina, finanziata con il sistema delle Comunità energetiche rinnovabili. La regione nell’ultimo anno ha assistito a un deciso incremento dell’eolico, con moltissime richieste di autorizzazione arrivate alle amministrazioni. L’ultima procedura per ottenere la Via (Valutazione di impatto ambientale) è stata resa pubblica a fine anno negli atti della Regione e prevede la costruzione di quattro aerogeneratori da 18 megawatt totali (4,5 l’uno) a Nocera Umbra, per cui sono previste anche le opere accessorie per il collegamento alla rete elettrica nazionale.L’Umbria però ha già stabilito un primato dell’eolico, con l’inaugurazione, lo scorso luglio a Castiglione Aldobrando, del più grande impianto collettivo d’Italia: con una potenza di 999 kW, il “Castiglione” soddisferà infatti il fabbisogno energetico di quasi mille nuovi prosumer (cioè consumatori che sono anche produttori di energia).La nuova turbina eolica è stata installata a 850 metri sul livello del mare su un terreno agricolo incolto ed è alta circa 69 metri e, con una produzione attesa di 2,3 GWh annui, si valuta che eviterà l’emissione di oltre mille tonnellate di CO2 all’anno. L’aerogeneratore di Castiglione si aggiunge a quello del Cerrone, sempre realizzato da ènostra, che dal 2021 con la sua turbina EWT da circa 900 kW produce 2GWh all’anno di energia elettrica, sufficiente a soddisfare la domanda di 900 famiglie. La cooperativa energetica che ha permesso la costruzione del Cerrone non aveva però niente a che vedere con una Cer, poiché l’impianto era realizzato sul modello di ènostra che da tempo costruisce impianti eolici e fotovoltaici per cui entrando nella cooperativa si diventa soci dell’impresa ma non prosumer.L’energia del Cerrone è infatti fornita a utenti domestici, imprese e organizzazioni del terzo settore con una tariffa agevolata. Da tempo però ènostra, che ha partner in Portogallo, Olanda, Grecia, Spagna, Belgio, Regno Unito e Danimarca, ha indicato l’attivazione di quante più Comunità energetiche possibile come obiettivo primario.La sua prima Cer sta appunto nascendo a Castiglione, dove l’impianto è stato realizzato grazie al capitale di socie e soci di ènostra che con l’allaccio della turbina hanno avuto accesso alla tariffa “prosumer” a prezzo fisso sganciata dalle fonti fossili. A Gubbio ènostra ha anche annunciato l’apertura del nuovo Fondo Produzione 2023, di 4 milioni di euro, per produrre altri 4.450.000 kWh/anno di energia collettiva e di proseguire nella promozione di questo modello partecipato di transizione alle rinnovabili e raggiungere gli obiettivi di “incoraggiare la partecipazione dal basso, rendere accessibile la transizione energetica, dare espressione concreta alla democrazia energetica, garantire la fornitura di energia elettrica esclusivamente rinnovabile a un prezzo giusto verso i soci”.Anche l’avvio dell’impianto di Castiglione ha sottolineato però che per la diffusione capillare delle Cer vanno sciolti ancora dei nodi di carattere legislativo. “Da oltre un anno ènostra sta lavorando alla nascita di una comunità energetica rinnovabile alimentata dalla turbina presso il Castiglione, che metta a disposizione della cittadinanza eugubina l’energia dell’impianto. E la recente emanazione del decreto sulle Cer rappresenta finalmente un punto di svolta – dice Sara Capuzzo, presidente di ènostra, – Ora potranno concretizzarsi progetti di scala importante. Ci sono tuttavia alcuni nodi fondamentali da sciogliere. Primo fra tutti, il decreto introduce una regola che appare un’anomalia rispetto a quanto dichiarato precedentemente dal Mase: che gli impianti a servizio delle comunità energetiche rinnovabili vengano allacciati successivamente alla costituzione del soggetto giuridico. Questa restrizione, che verrà chiarita dal Gse nelle regole operative, sembrerebbe mettere a rischio tanti progetti come il nostro, che si erano portati avanti con la realizzazione degli impianti proprio in attesa dell’uscita del decreto. Siamo fiduciosi sul fatto che entro qualche giorno questa anomalia venga risolta e che potremo quindi proseguire la nostra interlocuzione con la popolazione di Gubbio e il Comune per portare avanti questa iniziativa ad alto impatto sociale”.

     

    La regione in sintesi

    Emissioni L’Umbria presenta un livello di assorbimenti forestali più alto della media nazionale, mentre le emissioni totali pro capite sono leggermente superiori alla media nazionale 
    Energia Ha un mix energetico nella media nazionale per distribuzione delle fonti, con consumi di carbone quasi azzerati; superiori alla media i consumi finali di energia pro capite 
    Rinnovabili Nonostante la quota di consumi energetici da rinnovabili (22%)  superiore rispetto alla media nazionale (18%) e le due CER avviate nel 2022 è basso il numero di nuovi MW installati 
    Trasporti Bene la quota di auto elettriche nel 2022; emissioni pro-capite superiori alla media; alto tasso di motorizzazione; passeggeri del TPL di poco inferiori alla media nazionale 
    Edifici Le emissioni settoriali e i consumi medi delle abitazioni sono di poco superiori alla media nazionale, mentre sia la quota di edifici in classe A che il tasso di elettrificazione sono bassi 
    Industria Il tasso di elettrificazione del settore (pari al 45%) è superiore alla media, mentre in rapporto al valore aggiunto le emissioni e i consumi di energia sono superiori alla media 
    Agricoltura Ha risultati migliori della media nazionale per emissioni pro capite, bovini allevati in rapporto alla popolazione e di impiego di fertilizzanti azotati; bassa quota di biologico 
    Vulnerabilità Ha il più basso numero in Italia di eventi estremi in rapporto alla superficie; è anche bassa la quota di popolazione in aree a rischio alluvione e la quota di suolo consumato LEGGI TUTTO

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    In Friuli Venezia Giulia l’antico mulino per le rinnovabili. E poi c’è il biogas

    Quella dell’azienda agricola Principi di Porcia e Brugnera è una storia di sostenibilità ante litteram: otto secoli fa, quando l’attività è iniziata, il rispetto per il territorio era l’unica condizione possibile per operare in un’area relativamente piccola, dove le famiglie erano per lo più impegnate nei campi della tenuta e tutela ambientale e sociale erano (e continuano a esserlo) legate a doppio filo. Quest’attitudine s’è calcificata negli anni, rafforzata attraverso 55 generazioni che l’hanno reinterpretata, mettendo a terra un progetto complesso e autosufficiente che abbraccia una tenuta di oltre 840 ettari – 140 vitati- fra Azzano Decimo, Porcia e Pramaggiore, nella zona DOC Friuli Grave.Agricoltura, vitivinicoltura, zootecnica e produzione di energia rinnovabile sono le tessere di un modello vocato alla sostenibilità e all’innovazione, in un territorio con ottime prospettive di sviluppo delle rinnovabili nel Nord-est italiano. In uno scenario in cui i temi della bioeconomia hanno ormai assunto grande rilievo, il Friuli Venezia Giulia, grazie ad una vocazione rurale e agricola, è tra le regioni in primo piano per lo sviluppo del biogas. L’azienda Principi di Porcia e Brugnera è stata precursore, con la realizzazione di due tra i primi impianti di biogas della zona (uno dei quali è in fase di riconversione a metano): risale al 2012 la costruzione ad Azzano Decimo di un primo impianto, in grado di raggiungere una potenza massima è di 1 MW, alimentato con le deiezioni dei bovini e con ciò che rimane dei cereali dopo aver alimentato gli animali. Due anni dopo è stato realizzato il secondo, un po’ più piccolo, a Palse di Porcia. “Produciamo energia elettrica nella stessa ottica e modalità con cui produciamo il cibo: l’approccio è di una sostenibilità in senso ampio che abbraccia tutti gli aspetti del vivere sociale e del benessere della comunità”, spiega Guecello di Porcia e Brugnera.Non solo biogas ma anche energia solare e idroelettrica: nel 2010 ad Azzano Decimo, le strutture di copertura degli allevamenti, della cantina e dei ricoveri per attrezzi sono state sostituite con 2.500 metri quadri di pannelli fotovoltaici, ottenendo così il pareggio tra produzione e consumo di elettricità. I Porcia hanno da sempre sfruttato la forza idraulica del salto del Rio Bujon, ai piedi del castello di famiglia (dove si trova la cantina), con ruote idrauliche che trasferivano la forza meccanica all’albero del mulino e alla trebbia, poi sostituite da una turbina. La centrale è stata rinnovata dieci anni fa, un impianto che non dimentica l’ecosistema: “Per tutelare la popolazione ittica del Rio Bujon, ai piedi del castello, in collaborazione con l’Ente Tutela Pesca, è stata realizzata una scala di risalita, progettata appositamente per le anguille”. Il rispetto e la tutela ambientale a casa Porcia e Brugnera passano anche attraverso la tecnologia: l’azienda partecipa a un progetto di mappatura con droni che si inserisce in un percorso di “agricoltura 4.0” per i campi e i vigneti, per la realizzazione di mappe di prescrizione, uno strumento che consente di ottimizzare la concimazione.

    “Ci occupiamo di viticultura, coltiviamo cereali, abbiamo più di 4mila piante di noci da frutto, coltivazioni asparagi, 7mila pioppi, altre colture arboree. C’è poi l’allevamento zootecnico, due allevamenti di pesci d’acqua dolce e appunto il business dell’energia, che è quello che incide maggiormente nel fatturato. La logica dell’azienda è quella della diversificazione delle varie attività e del rischio così da garantire ai nostri collaboratori  un lavoro 365 giorni all’anno. Anche questa è sostenibilità, considerata in senso più ampio, nella logica della continuità e non del profitto sul breve”.Prima azienda agricola in Italia ad ottenere la certificazione ISO 50001 (è una Energy Saving Company) Principi di Porcia e Brugnera ha aderito al protocollo per l’etichettatura VIVA, per il proprio Pinot Grigio, promossa dal ministero per l’Ambiente, per tracciare la sostenibilità della filiera vite-vino. “L’agricoltura rappresenta un asset strategico, per la sua rilevanza economica e in termini di sicurezza alimentare. Considero che le richieste fatte centralmente alle aziende del comparto di adeguamento per una maggiore tutela ambientale siano corrette ma ritengo questi sforzi debbano poi venir ricompensati con una maggiore tutela: i prodotti importati dall’estero devono rispettare gli stessi standard e regole. Oppure devono essere introdotte delle limitazioni che tutelino l’impegno degli agricoltori e allevatori italiani e i consumatori”.

    La regione in sintesi 

    Emissioni La regione registra un livello di assorbimento in relazione alla superficie fra i più elevati in Italia, mentre le emissioni pro capite sono piuttosto superiori alla media nazionale 
    Energia Il mix energetico presenta una quota di rinnovabili superiore alla media e un’alta percentuale di gas naturale; i consumi di energia finale pro capite sono fra i più alti d’Italia 
    Rinnovabili La quota di energia da rinnovabili (21%) è superiore alla media nazionale (18%); 4 sono le CER attivate nel 2022; meno positivo invece il risultato sui nuovi MW installati nel 2022 
    Trasporti La quota di auto elettriche è tra le più alte del Paese (pari al 4,15%); buono il livello di passeggeri del TPL; il tasso di motorizzazione è nella media, alte le emissioni pro capite del settore 
    Edifici In linea con la media l’efficienza generale dei consumi delle case e gli edifici in classe A; le emissioni pro capite degli edifici sono elevate e il tasso di elettrificazione è inferiore alla media 
    Industria Il tasso di elettrificazione di questo settore (40%) è in linea con la media nazionale, mentre le emissioni e i consumi di energia in rapporto al valore aggiunto sono piuttosto superiori 
    Agricoltura Le emissioni agricole sono più basse della media, va peggio invece la performance per quanto riguarda la quota di superfici coltivate a biologico e l’utilizzo di fertilizzanti azotati 
    Vulnerabilità Alto numero di eventi estremi ma la quota di popolazione in aree a rischio alluvione è inferiore alla media; perdite della rete idrica e consumo di suolo sono nella media LEGGI TUTTO

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    In Emilia-Romagna chilometri di alberi per difendere la biodiversità

    Nel cuore dell’inquinatissima Pianura Padana c’è un luogo dove la speranza per un futuro più sano è davvero verde, come le migliaia di chiome che lì stanno crescendo. A Parma, durante la pandemia di Covid-19 del 2020, a un gruppo di persone è venuta un’idea: perché non piantare alberi lungo gli undici chilometri che costeggiano il tratto autostradale cittadino, in modo da offrire mitigazione e una ulteriore chance ai servizi ecosistemici della città? Quella sfida, inizialmente pensata solo per un breve tratto, è però andata ben oltre: con la nascita del Consorzio Forestale KilometroVerdeParma nel maggio 2020 è iniziato l’obiettivo di creare boschi perenni in tutto il territorio di Parma e provincia.Faggi, tigli, castagni, carpini e alberi da frutto presi dai vivai forestali regionali e piantati ovunque ci siano terreni, pubblici o privati, liberi e disponibili a dare una nuova spinta verde a quest’area dell’Emilia-Romagna.In meno di quattro anni sono così già stati piantati 76mila alberi con l’ambizioso obiettivo di arrivare a 100mila nel 2025. “Siamo in linea con gli intenti – racconta Loredana Casoria, segretaria generale del Consorzio forestale – e molto orgogliosi di quanto siamo riusciti a fare finora. Direi che siamo andati ben oltre quello che avevamo immaginato all’inizio”.

    All’inizio del percorso l’idea era partita da Chiesi Farmaceutica e Davines, due aziende che hanno le loro sedi proprio vicino all’autostrada. Poi, impresa dopo impresa e con un’enorme partecipazione anche di singoli cittadini, associazioni ambientaliste (tra cui WWF e Legambiente) e università, alla fine i soci di questa no profit sono diventati addirittura 106. “Ci siamo evoluti assumendo una caratteristica trasversale nei nostri interventi: non solo riforestazione, ma anche progetti di educazione ambientale, come WeTree, che ha coinvolto 6400 studenti delle scuole, così come la partecipazione a studi scientifici insieme all’Università di Parma e la Cattolica di Piacenza. La missione è creare aree verdi, non solo però per favorire l’assorbimento di CO2, ma anche per aumentare biodiversità, contrastare la crisi del clima, migliorare la vita delle persone. Nella nostra scelta c’è infatti anche una missione sociale: passare del tempo nei boschi significa poter aiutare il benessere fisico e mentale dei cittadini” spiega Casoria.

    Nelle linee guida del progetto viene specificata la scelta delle piante che sono state piantate: da una parte, ovviamente, piante autoctone, dall’altra anche la volontà di creare “boschi misti” capaci di offrire benefici agli insetti impollinatori e “agli occhi delle persone”, dato che hanno un effetto paesaggistico e visivo più bello. “Ci sono anche tanti arbusti che forniscono le bacche alla fauna locale. E in tutti i nostri boschi, dotati di impianti di irrigazione, cerchiamo di mettere a dimora piante che hanno circa 3-4 anni di vita e sono alte tra uno e due metri. Per i primi cinque anni dalla piantumazione ci prendiamo cura di loro e controlliamo il funzionamento dell’ala gocciolante, poi queste piccole foreste faranno da sole”.

    Nel terreno del quartiere Parma Mia messo a disposizione dal Comune è stato realizzato un bosco di oltre mille alberi, con il contributo dei cittadini tramite raccolta fondi, e ora le prime piante “alte” sono già ben visibili. In altri terreni, dal cacomela ai ciliegi, si stanno ripristinando varietà antiche tipiche di questo angolo di Emilia.

    In un mondo dove molte realtà scelgono di compensare le loro emissioni attraverso la piantumazione, non andando però effettivamente a diminuire la quantità di gas serra immessi in atmosfera, la scelta di KilometroVerdeParma è quella di “una attenzione a chi si vuole unire al nostro percorso: il Consiglio ad esempio non approva soci che non hanno elevati standard di sostenibilità e al nostro interno ci sono associazioni ambientaliste che osservano e garantiscono proprio il nostro operato”.

    Cosciente del fatto che piantare nuovi alberi non risolverà il grave problema dell’inquinamento in Pianura Padana, il Consorzio punta soprattutto a “sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza del verde, anche a livello sociale” e creare un modello “replicabile da altre realtà nel nostro Paese”, spiega Casoria. Replica in realtà già avvenuta, dato che la no profit ha messo radici a pochi chilometri di distanza: “A Modena è appena nata una realtà simile, che abbiamo accompagnato nel percorso, e siamo molto felici di questo”. Infine, oltre a dar vita a un grande movimento di boschi urbani, per il futuro “vorremmo piantare un albero per ogni abitante” di Parma. Quasi 200mila.

    La regione in sintesi

    Emissioni Gli assorbimenti forestali sono in linea con la media nazionale, mentre le emissioni di gas serra sono più alte, in parte perché è una delle regioni più industrializzate d’Italia
    Energia Ha un mix energetico in linea con la media nazionale in termini di distribuzione delle fonti, ma è una delle regioni con i più alti consumi di energia finale pro capite in Italia
    Rinnovabili Va bene sui nuovi impianti rinnovabili, sia in termini di MW installati che di CER attivate nel 2022, anche se la quota di consumi soddisfatti da rinnovabili è ancora inferiore alla media
    Trasporti Buoni sia il tasso di motorizzazione che la media di passeggeri del TPL; la quota di auto elettriche è in linea con la media ma le emissioni del settore sono alte
    Edifici La quota di edifici in classe A (9%) è in linea con la media nazionale, mentre l’efficienza dei consumi degli edifici è inferiore alla media e il tasso di elettrificazione ancora molto basso
    Industria In rapporto al valore aggiunto le emissioni del settore sono più basse della media nazionale, come il tasso di elettrificazione mentre i consumi di energia sono più alti
    Agricoltura Le emissioni agricole in rapporto alla popolazione sono superiori alla media, come il numero di bovini allevati e l’uso di fertilizzanti. In linea la quota di biologico
    Vulnerabilità Eventi estremi e tasso di consumo di suolo sono in linea con la media, mentre la quota di popolazione esposta al rischio alluvione (61%) è la più alta in Italia; bene la rete idrica LEGGI TUTTO

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    Il Piano nazionale sul clima arriverà in Parlamento

    Il nuovo Piano nazionale energia e clima (Pniec) sarà esaminato dal Parlamento. L’impegno lo ha preso Matteo Rotelli, presidente della commissione Ambiente della Camera, nel corso di un convegno dedicato al Pniec e a come trasformarlo da una mera dichiarazione di intenti a un vero strumento operativo, capace di portare l’Italia a centrare gli obiettivi di decarbonizzazione fissati in ambito europeo e internazionale. L’incontro, svoltosi a Montecitorio, è stato organizzato da Ecco, il think tank italiano per il clima, e fortemente voluto dal vicepresidente della Camera (ed ex ministro dell’Ambiente) Sergio Costa.

    Il Pniec 2023, nella sua prima stesura, è stato inviato alla Commissione europea lo scorso luglio. Il Piano, secondo la valutazione di Bruxelles, pone l’accento sul ‘cosa’ fare (per centrare entro il 2030 il taglio del 55% delle emissioni di gas serra), senza individuare una strategia per la sua realizzazione concreta, ovvero il ‘come’. Per questo il Pniec è tornato indietro ed è ora sottoposto a una revisione da parte del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, che ha aperto una nuova consultazione tra gli stakeholder. E però, secondo Costa, “il Piano deve uscire della stanze ministeriali per approdare in quelle parlamentari”. Solo così, è il ragionamento del vicepresidente della Camera, la pianificazione decennale di politica energetica e climatica avrà il sostegno politico e finanziario necessari per essere trasformato in realtà: “Non c’è ministro che abbia spalle abbastanza larghe per sostenere da solo un progetto di questa portata”, ha detto Costa.

    Le idee

    Per l’Ue l’Italia non punta abbastanza sulla decarbonizzazione

    di Chiara Montanini

    22 Dicembre 2023

    Gli analisti di Ecco, da parte loro, hanno sottolineato come sia emersa in maniera evidente l’importanza della governance del Piano: sarebbe importante per il Pniec un passaggio parlamentare e successivamente “una collocazione nell’ordinamento giuridico incardinato ai più alti livelli decisionali, come può essere una delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess)”. Matteo Leonardi, direttore e cofondatore di Ecco, ha chiesto a tutte le forze politiche di prendere impegni precisi e di dissipare una volta per tutte il dubbio che ci sia ancora qualcuno pronto a negare l’urgenza della decarbonizzazione e di serie politiche climatiche: “Spero si possa smettere di considerare ‘se’ agire, e si sia passati a discutere del ‘come’ farlo”.

    Da questo punto di vista le deputate e i deputati intervenuti sono stati rassicuranti: non ci sono più negazionisti. Che ci si ponga ancora la domanda ha perfino stupito Matteo Rotelli, presidente della commissione Ambiente della Camera. Che ha anche annunciato l’intenzione di portare in Parlamento il Pniec, recependo così le sollecitazioni di Costa e di Ecco. La buona notizia, dunque, è che pur con molti distinguo (dalla neutralità tecnologica al ruolo del gas naturale nelle future politiche energetiche dell’Italia), maggioranza e opposizione sembrano aver trovato un terreno comune sul clima. C’è però il timore che il Pniec possa finire stritolato nella campagna elettorale per le europee. Come si è visto con le proteste degli agricoltori, alcune forze politiche potrebbero non resistere alla tentazione di demonizzare Bruxelles e il green deal pur di raccogliere consensi tra le categorie che si sentono penalizzate. Anche per questo sarebbe necessario un consenso bipartisan sul Piano, prima che inizi la campagna elettorale vera e propria.

    Il caso

    Il Piano per l’energia e il clima (Pniec) presentato a Bruxelles non convince gli ambientalisti

    di Cristina Nadotti

    03 Luglio 2023

    Un altro dubbio lo ha sollevato Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile: “Siamo sicuri che con l’autonomia differenziata l’Italia procederà in modo coeso verso l’attuazione e l’attuazione del Pniec? O piuttosto le Regioni andranno in ordine sparso?”. Gli ha risposto Gianpiero Zinzi, esponente della Lega e membro della Commissione Ambiente alla Camera: “Sarà comunque il Parlamento a dover votare su quali temi dare l’autonomia alle Regioni. Se si valuterà che le politiche energetiche e climatiche vanno definite a livello nazionale non si concederà l’autonomia”.

    Prima della politica, avevano parlato sindacati, imprese, società civile. Da tutti, ex colossi dei fossili ora convertiti alle rinnovabili come Erg come aziende che producono auto elettriche, è emersa l’urgenza di un indirizzo chiaro da parte della politica. E’ in ballo il destino di molte aziende e di migliaia di posti di lavoro. Le imprese devono sapere in quali settori investire. Perfino nel caso della scommessa italiana sul gas naturale, considerata una scelta scellerata dai Cinquestelle e da Alleanza Verdi e Sinistra, c’è chi, su quello stesso fronte politico invita alla cautela. La capogruppo dem alla Camera Chiara Braga ha fatto notare come un repentino ripensamento, pur auspicabile, sull’Italia “hub europeo del gas”, finirebbe per prendere in contropiede quelle aziende che, dopo gli annunci, stanno ora investendo in quella direzione. A maggior ragione occorre mettere a punto una versione definitiva del Pniec che, al riparo di politiche estemporanee, pianifichi seriamente il futuro energetico dell’Italia. Restano quattro mesi per riuscirci. LEGGI TUTTO

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    Bonus caldaia, come cambiare impianto di riscaldamento per risparmiare in bolletta

    Caldaia nuova e bolletta di riscaldamento più bassa approfittando dei bonus ancora disponibili di qui a fine anno. A seconda della tipologia di impianto che si decide di installare è possibile avere la detrazione del 50%,  o l’ecobonus del 65% in dieci anni. Per chi sceglie gli impianti più performati è anche a disposizione il […] LEGGI TUTTO

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    Ue, fino a 10 anni di carcere per l’ecocidio. Approvata anche la legge sul ripristino della natura

    STRASBURGO.  Mani alzate, oggi, al Parlamento Europeo, per votare la direttiva contro il crescente numero di reati ambientali nell’Ue, chiamati per la prima volta ecocidi. “La natura può essere considerata la vittima del danno causato da reati ambientali” si legge nel testo approvato. Ecco perché il diritto penale ambientale dovrebbe diventare uno strumento distinto dal diritto amministrativo e ad esso complementare, capace di punire e, soprattutto, di scoraggiare le azioni illecite. 

    La criminalità ambientale è la quarta attività criminale più grande al mondo, con una crescita da due a tre volte più rapida rispetto all’economia mondiale, ed è una delle principali fonti di reddito per la malavita organizzata insieme al traffico di droga, armi ed esseri umani.

    Quindici anni fa, la direttiva 2008/99/CE aveva introdotto il principio secondo cui i reati ambientali avrebbero dovuto essere combattuti e i loro autori puniti in tutti gli Stati membri dell’Ue. Una azione essenziale per garantire il rispetto del principio “chi inquina paga”. Ma nonostante le buone intenzioni, la direttiva non ha raggiunto tutti i suoi obiettivi.

    Le politiche

    Net zero: le sfide dell’Europa

    di Luca Fraioli, illustrazione di Massimiliano Aurelio

    02 Novembre 2023

    Ecco perché il Parlamento ha deciso per una vigorosa stretta di vite, proprio oggi che, dopo una faticosa contrattazione, è stata approvata anche la legge sul ripristino della natura che obbliga i Paesi Ue a riportare in buone condizioni il 20% delle aree terrestri e marine degradate entro il 2030, e per tutti gli ecosistemi entro il 2050.

    Lo scopo della nuova direttiva contro i crimini al nostro pianeta è quello di progredire verso l’istituzione di un codice di diritto penale dell’Unione in materia ambientale. “La vittoria più grande è stata l’inserimento di un reato qualificato per i crimini più gravi con relative sanzioni sulla base della definizione di ecocidio” dichiara il relatore ombra della norma, l’eurodeputato Franco Roberti (PD-S&D).

    La lista dei crimini

    Nell’elenco aggiornato dei reati ambientali ci sono le principali azioni criminali nell’era della globalizzazione, che possono provocare il decesso o gravi danni alla salute delle persone o danni rilevanti alla qualità dell’aria, del suolo o delle acque, alla biodiversità, agli ecosistemici, alla fauna o alla flora:

    gli incendi boschivi su larga scala;
    la raccolta, il trasporto, il recupero o lo smaltimento dei rifiuti pericolosi e dei medicinali, tra cui i materiali radioattivi;
    il riciclaggio delle navi e i loro scarichi di sostanze inquinanti;
    l’installazione, l’esercizio o lo smantellamento di un impianto in cui è svolta un’attività pericolosa o in cui sono immagazzinate o utilizzate sostanze, preparati o inquinanti pericolosi;
    l’estrazione e la contaminazione di acque superficiali o sotterranee;
    l’uccisione, la distruzione, il prelievo, il possesso, la commercializzazione di uno o più esemplari delle specie animali;
    l’immissione o la messa a disposizione sul mercato dell’Unione di legname o prodotti provenienti dalla deforestazione illegale;
    qualsiasi azione che provochi il deterioramento di un habitat all’interno di un sito protetto;
    la produzione, l’immissione sul mercato, l’importazione, l’esportazione, l’uso, l’emissione o il rilascio di sostanze che riducono lo strato di ozono, e di gas fluorurati a effetto serra;
    l’estrazione, lo sfruttamento, l’esplorazione, l’uso, la trasformazione, il trasporto, il commercio o lo stoccaggio di risorse minerarie.

    Sanzioni e misure ad hoc

    Saranno inasprite le sanzioni. I singoli trasgressori, compresi i rappresentanti e i membri del consiglio di amministrazione delle aziende, potranno essere condannati a pene detentive fino a dieci anni, a seconda della gravità del reato. Affinché le sanzioni siano efficaci, i colpevoli saranno tenuti a ripristinare l’ambiente che hanno distrutto e a risarcire i danni. Le aziende potranno subire ammende fino al 5% del loro fatturato mondiale o fino a 40 milioni di euro. È stato poi introdotto un articolo sulle misure precauzionali che obbligano gli Stati membri ad adottare le azioni necessarie per ordinare la cessazione immediata di condotte illecite, senza aspettare i tempi di un processo penale.

    Inoltre, si garantisce anche un livello di protezione della direttiva sugli informatori per chi denuncia reati ambientali o assiste nelle indagini fornendo difensori ambientali in tutta Europa. “Una necessità, perché molto spesso i crimini ambientali vengono commessi nel silenzio, a volte, complice o nel silenzio di chi potrebbe denunciare e non lo fa per paura” aggiunge Roberti. 

    Le prossime tappe

    Entro 5 anni dall’adozione, la Commissione aggiornerà la lista dei crimini ambientali. Intanto, dopo in voto di oggi, la direttiva tornerà al Consiglio europoeo per un adempimento puramente formale, per poi essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Dopo l’entrata in vigore della direttiva, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepirla LEGGI TUTTO