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    L'isola di Redonda, l'ultimo miracolo della natura

    L’ultimo miracolo della natura si chiama Redonda. E’ un isolotto, il terzo dell’atollo di Antigua e Barbuda, nel mar dei Caraibi. Per secoli è stato l’Eden degli uccelli che qui venivano a nidificare ed era una delle soste nelle migrazioni. Era ricoperta di verde, con piante e fiori e un manto di muschio che la rendeva solida e rigogliosa. Non aveva spiagge, baie, era praticamente disabitata. Comunque, un paradiso. Poi, circa 300 anni fa, sono arrivati i primi coloni che si sono messi ad allevare delle capre che con il tempo, quando l’isola si è di nuovo svuotata, sono cresciute di numero diventando selvatiche.

    l’emergenza

    Uragani e tempeste tropicali ai Caraibi, così il clima che cambia distrugge un paradiso

    di

    Daniele Mastrogiacomo

    20 Gennaio 2021

    Non avendo altro da mangiare hanno iniziato a brucare tutto quello che trovavano trasformando il manto erboso in un terreno brullo e pieno di rocce. Il peggio è stato quando Redonda ha attirato i raccoglitori del guano che da metà del 1850 era richiesto come ottimo fertilizzante. Sono arrivati anche i topi, grossi ratti neri molto voraci. Si sono moltiplicati e cercando anche loro cibo si sono accaniti sui serpenti e sulle uova che scovavano nei nidi degli uccelli. I ratti hanno portato malattie, sporcizia e la vita sull’isola è diventata impossibile. C’è stata una nuova migrazione e Redonda è stata abbandonata a sé stessa fino al 2016. Le capre e i ratti l’hanno ridotta a un pugno di rocce spoglie, il terreno ha iniziato a sbriciolarsi e l’erosione ha provocato frane e smottamenti. Rischiava di sparire oltre ad essere un focolaio di infezioni.

    Diversi gruppi ambientalisti hanno deciso di recuperarla. Sono riusciti a coinvolgere le associazioni internazionali, hanno ottenuto dei fondi di altri Stati ed ex colonie dei Caraibi, hanno progettato un intervento. Un paio di settimane fa, racconta la BBC, gli scienziati dell’Environmental Awareness Group (EAG) sono tornati. “E’ stato un momento emozionante”, ricorda Shanna Challenger. “Il contrasto era netto dalla prima volta che avevo visto l’isola. Quando l’elicottero si è avvicinato ho notato il verde che ricopriva il terreno un tempo brullo e scuro e mi sono resa conto che la natura aveva vinto. La superficie era piena di alberi e piante nuove di zecca. Non solo era ricresciuto il manto erboso che rendeva finalmente compatto il terreno. Era anche rigoglioso. Era tornata la vita”. LEGGI TUTTO

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    Ci sono tre parchi italiani nella 'green list' mondiale

    Dei 24 parchi nazionali italiani ben tre sono stati inseriti quest’anno nella “Green list” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), cioè l’elenco in cui rientrano i migliori in termini di conservazione naturalistica e gestione sostenibile. I nuovi ingressi italiani riguardano il Parco dell’Arcipelago Toscano e il Parco delle foreste Casentinesi, mentre il Parco del Gran Paradiso rientra nella lista per la terza volta dal 2014. La Green List Iucn è il primo standard globale per la valutazione delle aree protette e rappresenta un approccio di gestione ed un programma di certificazione delle aree protette ideato per valorizzare la gestione efficace ed efficiente del capitale naturale.

    Il Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano (Federparchi) (ansa) LEGGI TUTTO

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    L'Aie: le emissioni del 2021 saranno le più alte da 10 anni

    PARIGI – Le emissioni di anidride carbonica aumenteranno nel 2021 ad un livello record, il secondo più alto della storia dopo quello di 10 anni fa seguito alla crisi finanziaria. Così ha parlato al Guardian Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie). Tra le ragioni di questo aumento c’è la pandemia di  coronavirus poiché i […] LEGGI TUTTO

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    Sale la febbre del Pianeta, nemmeno il lockdown è riuscito a fermarla

    LONDRA – Nonostante il rallentamento dell’attività economica nei mesi di lockdown provocati dalla pandemia da Covid, nel 2020 la crisi climatica si è “intensificata”, afferma un rapporto della World Meteorological Organization (Wmo) dell’Onu. Il temporaneo calo di emissioni nocive nell’atmosfera causato dalle misure restrittive contro il coronavirus non ha avuto un impatto riscontrabile sul surriscaldamento […] LEGGI TUTTO

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    Trecento aziende Usa scrivono a Biden: “Dimezzare le emissioni entro il 2030”

    NEW YORK – Gli Stati Uniti dovrebbero raddoppiare gli impegni presi per la riduzione delle emissioni di gas, portandoli almeno al 50% sotto i livelli del 2005, e farlo entro il 2030. E’ quanto chiedono a gran voce non solo gli attivisti della lotta contro i cambiamenti climatici, ma anche alcune delle più grandi aziende del paese. E la Casa Bianca sta ascoltando, perché potrebbe annunciare questa iniziativa nei prossimi giorni, in vista del summit sul clima che il presidente Joe Biden ospiterà in forma virtuale giovedì e venerdì.

    Stati Uniti

    L’agenda verde di Biden e l’eredità di Al Gore

    di

    Francesco Semprini

    03 Dicembre 2020

    L’amministrazione Obama, che aveva negoziato l’accordo di Parigi, aveva promesso di tagliare le emissioni tra il 26 e il 28%, rispetto ai livelli del 2005, raggiungendo l’obiettivo entro il 2025. Poi però è arrivato Trump, è uscito dall’intesa, e la situazione globale è nettamente peggiorata, nonostante molte città, stati e aziende private americane abbiano comunque continuato a rispettare i parametri. Come ha ammesso l’inviato speciale per il clima John Kerry, nessuno ha davvero applicato a pieno gli impegni presi con l’accordo di Parigi, e questo ora ha creato l’urgenza di accrescerli e accelerarli.

    Giovedì e venerdì Biden ospiterà il Leaders Summit on Climate, a cui è invitato anche il premier italiano Mario Draghi. Lo scopo è accelerare la risposta, spingendo i grandi inquinatori ad adottare misure più ambiziose per ridurre le emissioni, in vista della conferenza COP26 di Glasgow a novembre. A questo scopo oltre 300 aziende riunite nella We Mean Business Coalition hanno inviato una lettera al capo della Casa Bianca, con cui lo sollecitano a ridurre le emissioni di gas del 50% sotto ai livelli del 2005, entro il 2030. I firmatari sottolineano che danno lavoro a 6 milioni di americani in tutti i 50 stati, generano 3 trilioni di ricavi all’anno, e quelli di loro che si occupano di investimenti gestiscono un trilione di assets. Il loro punto è che limitare le emissioni e investire nell’economia verde non serve solo a proteggere l’ambiente, ma anche a creare crescita sostenibile e posti di lavoro. Così tagliano le gambe al principale argomento usato dai repubblicani per bloccare ogni iniziativa, basato sul fatto che agire contro il riscaldamento globale costerebbe caro ai cittadini. Non è così, rispondono le grandi aziende Usa. Gli americani, e non solo loro, ci guadagnerebbero, perché oltre a vivere in un pianeta più pulito, avrebbero più posti di lavoro, reddito e crescita.

    Usa, nella rivoluzione verde di Biden il Texas si ritrova in prima fila

    di

    Francesco Semprini

    19 Gennaio 2021

    Un elemento molto significativo è che tra i firmatari della lettera a Biden non ci sono solo i suoi alleati naturali, come i colossi tecnologici tipo Apple, Facebook, Google o Microsoft. Anche Altria e Philip Morris International, tradizionalmente vicine ai repubblicani, o aziende dei settori più svariati tipo Pfizer, Verizon, Unilever, Coca Cola, Siemens, Nike, Levi Strauss, McDonald’s, General Electric, Enel Green Power North America, si sono unite all’appello. Ciò aumenta fortemente la pressione per una svolta.        

    Clima, gli Usa rientrano ufficialmente negli Accordi di Parigi. Kerry: “Grande giorno”

    19 Febbraio 2021

    In preparazione del Summit di giovedì, l’inviato speciale Kerry è andato a Shanghai per incontrare il suo omologo Xie Zhenhua, e i colloqui hanno prodotto un comunicato congiunto con l’impegno a rafforzare le iniziative per contenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi. Il testo include pochi dettagli, dopo la promessa di Pechino di toccare il picco delle emissioni nel 2030 e diventare carbon neutral entro il 2060. Però riapre il dialogo, va in controtendenza rispetto alle tensioni crescenti fra i due paesi, e apre la strada alla partecipazione di Xi al vertice di Biden. Washington da parte sua si prepara ad annunciare le nuove Nationally determined contributions, che dovrebbero effettivamente puntare a tagliare le emissioni di circa il 50% entro la fine del decennio. Per la sua prossima missione, poi, Kerry punta a visitare proprio Italia e Germania, per spingere anche l’Europa a prendere impegni più ambiziosi.  LEGGI TUTTO

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    Imparare il marketing piantando alberi

    “Siamo giovani, digitali e non smettiamo mai di imparare”. Che l’università e il lavoro debbano avere una continuità e che gli studi siano parte integrante della costruzione di un futuro, ovviamente sostenibile, sono le premesse della Jebo che sta per Junior Enterprise dell’Università di Bologna ed è un’associazione universitaria che offre servizi di consulenza strategica direzionale interamente di marketing.Obiettivo dichiarato: Diventare la miglior marketing agency italiana, completamente gestita da studenti. Cinquantasei, per la precisione, coadiuvati da advivors, consulenti esterni, nei campi di interesse e dagli alumni, ovvero ex-associati ormai laureati che rappresentano l’indispensabile ponte per il percorso post-laurea.Fondata nel 2016 e caratterizzata dall’approccio “Imparare facendo” Jebo si pone come collegamento tra il mondo universitario e quello lavorativo e fa parte di un network nazionale, JEItaly che conta oltre 1000 associati in tutta la penisola. Un’attività in crescita che nemmeno la pandemia è riuscita a fermare. Nel 2020 il fatturato è cresciuto del 541%, il numero di membri è aumentato del 67%, mentre quello dei progetti svolti per i clienti del 150%.
    Ma non sono solo affari e marketing, la sostenibilità è un tema importante per i ragazzi di Jebo che è, sottolineano, la prima JE italiana a ridurre a zero la propria carbon footprint. Rispetto alla tabella di marcia verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, sottoscritti da diversi paesi e indicati dall’Onu come traguardi da raggiungere entro il 2030, l’Italia, osservano, purtroppo, è ancora molto indietro. “Ogni attore pubblico e privato della società ha pertanto il dovere civile e morale di impegnarsi e orientare le risorse a propria disposizione in tal senso”.

    Social e ambiente

    Facebook, la sostenibilità nasce dalla voglia di cambiamento

    di

    Flavia Carlorecchio

    19 Aprile 2021

    Così Jebo ha deciso di calcolare, tramite dati legati a diversi fattori inquinanti come gli spostamenti degli associati e le ore passate a lavorare al computer, il proprio impatto ambientale misurato in tonnellate di CO2. Attraverso l’utilizzo di un calcolatore è stato poi stimato che l’intera associazione produce annualmente 8 tonnellate di CO2. Dato, evidenziano, che dovrebbe essere già in sé motivo di orgoglio in quanto particolarmente basso. Volendo comunque andare oltre, sulla base di queste informazioni è stata svolta una collaborazione con ZeroCO2, un’azienda sociale nata con lo scopo di combattere la crisi climatica attraverso la riforestazione.

    Giornata internazionale delle foreste

    Piantare un albero non basta, bisogna prendersene cura

    20 Marzo 2021

    Così, tramite una donazione Jebo ha piantato 50 alberi di avocado, riducendo in questo modo le sue emissioni di 30 tonnellate, ovvero oltre il 375% in più di quelle prodotte dall’associazione nel corso di un intero anno.L’intenzione è ovviamente quella di continuare e perfezionare il meccanismo.  Perché, dicono: “Fare ogni giorno scelte volte a non lasciare segni indelebili sulla terra dovrebbe rappresentare un obbligo morale per ciascuno di noi, e l’impegno dei giovani associati rappresenta in questo senso un esempio, in quanto propone un modello di crescita incentrata sulla sostenibilità”.

    I lavori green LEGGI TUTTO

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    Una “spugna” di polline di girasole per ripulire il mare dal petrolio

    Sono circa 1000 le tonnellate di petrolio sversate in mare da navi petroliere nel 2020 secondo International Tanker Owners Pollution Federation (ITOPF). Una cifra certo ancora elevata, ma molto distante dalle oltre 600 mila che finivano in acqua alla fine degli anni ’70. È vero, la frequenza dei disastri petroliferi si è ridotta di oltre il 95% da quegli anni, ma secondo le stime più accreditate a finire in mare oggi sarebbero più di 2.4 milioni di tonnellate di lubrificanti, oli, nafte e solventi riconducibili ad attività umana. Non solo incidenti, insomma: ci sono anche gli scarichi dei motori delle grandi navi, i derivati dal lavaggio delle cisterne e gli scarti di manutenzione delle piattaforme petrolifere.

    Disastri ambientali

    Da Mauritius a Israele: un anno di maree nere

    di

    Giacomo Talignani

    22 Febbraio 2021

    Così lo sversamento di idrocarburi liquidi continua a contaminare i mari, compromettendo per decenni gli ecosistemi. E “pulirli” è un’impresa praticamente impossibile: i metodi convenzionali che utilizzano dispersanti chimici e assorbenti, non solo hanno mostrato di avere impatti ambientali elevati (dalle 3 alle 52 volte più tossici del solo olio disperso), ma sono spesso poco efficaci.

    Il professor Nam-Joon Cho con il suo team della Nanyang Technological University (NTU) di Singapore  LEGGI TUTTO

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    Eolico, Togni: “Troppa burocrazia obiettivo Ue al 2030 a rischio”

    A monte, iter autorizzativi che possono durare più di cinque anni, rispetto ai sei mesi previsti dalla normativa europea, sia per realizzare un nuovo impianto eolico che per rifarne uno vecchio (revamping). A valle, procedure complesse e poco trasparenti per la connessione degli impianti alla rete elettrica che rischiano di creare colli di bottiglia e vanificare investimenti milionari. Tutti ostacoli e lungaggini burocratiche che hanno comportato, negli ultimi nove anni, il passaggio dai 1.200 MW eolici autorizzati ai soli 125 MW, con un calo dell’installato dell’80%.

    Transizione ecologica

    Energia pulita, la burocrazia frena le rinnovabili d’Italia

    Luca Fraioli

    20 Aprile 2021

    “A bocce ferme, oggi abbiamo 10 GW di eolico installato in Italia. L’obiettivo del Pniec è di arrivare a 20 GW entro il 2030, ma la quota potrebbe essere superiore alla luce dei nuovi diktat europei. Il problema è che se il governo non riuscirà a rendere più veloci e trasparenti gli iter autorizzativi e le procedure di connessione alla rete per gli impianti eolici, difficilmente raggiungeremo gli obiettivi”, avverte Simone Togni, presidente dell’Anev, associazione che riunisce 90 aziende attive nel settore eolico e oltre 5000 operatori-produttori della filiera.

    Il punto

    Cresce l’Europa delle rinnovabili: guida la Scandinavia, bene l’Italia

    di

    Giacomo Talignani

    09 Febbraio 2021

    Con la nascita del ministero della Transizione ecologica e del nuovo strumento in seno alla presidenza del Consiglio, il Cite, il Comitato interministeriale, lo scenario potrebbe però cambiare. Almeno è questo l’auspicio di Togni: “E’ uno strumento che chiediamo da tempo, l’unico in grado di risolvere le contraddizioni che hanno visto in questi anni il governo indicare obiettivi settoriali chiari e il Paese non riuscire a raggiungerli a causa di pareri discordanti resi in fase autorizzativa da parte dei ministeri chiamati ad esprimersi nell’ambito della Valutazione di impatto ambientale (Via)”.

    Rinnovabili

    Vento del Nord. I magnifici cinque che guidano la transizione energetica

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    Andrea Tarquini

    23 Febbraio 2021

    Da qui l’appello dell’Anev al governo di mettere mano finalmente alle “modalità di ingaggio” con procedure chiare in grado di ridurre al minino le discrezionalità da parte di chi ha voce in capitolo sugli iter autorizzativi garantendo così tempi ed esiti più coerenti con le normative vigenti. La madre di tutti i problemi, secondo Togni, riguarda “il ruolo del ministero dei Beni culturali, perché le soprintendenze operano in modo poco trasparente quando devono intervenire nei processi autorizzativi”. In che senso? “La direttiva europea ci dice che le soprintendenze devono esprimersi con un parere vincolante laddove ci siano vincoli preordinati. In Italia, si esprimono sempre”, risponde il presidente.

    Il report

    Eolico al Sud, idroelettrico al Nord. Le rinnovabili in Italia: al top Foggia e Bolzano

    di

    Marco Angelillo

    26 Marzo 2021

    Oltre al danno dei ritardi, la beffa del nodo delle connessioni alla rete. In questo caso, la normativa europea dice che le fonti rinnovabili non devono essere penalizzate per la loro specifica tecnologia, quindi in teoria la rete dovrebbe essere portata fino a dove la fonte rinnovabile è disponibile per collegare gli impianti alla rete di trasmissione nazionale (Rtn). “In Italia, invece – sottolinea il presidente – ci troviamo non solo a dover autorizzare, ma anche a pagare e costruire con i soldi degli operatori sia la parte di rete interna al parco eolico o fotovoltaico, che collega l’impianto fino al punto di interconnessione, in primis penalizzando gli impianti di media e piccola taglia per la distanza necessaria a raggiungere la rete, ma anche la sottostazione”.

    Rinnovabili

    Una pala in mezzo al mare. In Sicilia il più grande parco eolico galleggiante del mondo

    di

    Luca Pagni

    07 Dicembre 2020

    Non è l’unico paradosso: “L’aspetto più critico – segnala Togni – è che oggi siamo obbligati ad autorizzare per conto di Terna, che non riesce a farlo da sola, tutta la parte di opera di Rtn che non riguarda l’impianto rinnovabile e sulla quale il gestore della rete riceve anche il suo ritorno economico del 7% (Rab). Se poi Terna ritarda pure la costruzione di quel pezzo di rete, autorizzato dall’operatore e ceduto a titolo gratuito, non permette all’impianto di entrare in esercizio”. 

    Il punto di non ritorno, obietta il presidente dell’Anev, è che se non venisse risolto questo problema il “prossimo collo di bottiglia potrebbe essere proprio Terna”, visto che non sarà più in grado di consentire di realizzare le opere previste dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) e dal Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) come necessarie per la transizione ecologica del Paese. “In sostanza, Terna deve essere in grado di autorizzare la parte di rete che le compete, di portare la rete dove vi sono gli impianti e non chiedere ai produttori di arrivare loro alla rete e soprattutto di non lasciare quest’onere ai privati. Che è poi quello accade in giro per l’Europa”, afferma Togni. 

    Infine, la nota dolente del revamping. Cambia il contesto dell’intervento ma l’iter autorizzativo da seguire e i tempi di attesa sono gli stessi di un impianto nuovo. “Per sostituire 20 turbine da 500 KW, quindi di 10 MW di potenza, di un impianto vecchio di 15 anni con due turbine da 5 MW, le più moderne oggi in circolazione, in media ci vogliono più di 5 anni – spiega Togni -. Il problema è che, alla fine dell’iter, quel tipo di turbine sarà già datato perché tra cinque anni sul mercato arriveranno quelle di 7 MW. E’ un cane che si morde la coda e questo vale non solo per gli impianti in esercizio ma anche per le autorizzazioni già ottenute che in Italia ammontano a 2 mila MW. Autorizzazioni che non vengono autorizzate perché c’è questa discrepanza tecnologica”. 

    Qual è la soluzione? “Basta seguire l’esempio della Germania dove si assume l’area oggetto dell’intervento per la Via e non il singolo aerogeneratore (il meccanismo che fisicamente “raccoglie” l’energia del vento, ndr). Se in Italia ho un aerogeneratore di 80 metri e voglio sostituirlo con uno di 82 metri devo rifare la Via ex novo, quando sarebbe invece sufficiente applicare il criterio oggettivo, cioè dimostrare che l’intervento previsto riduce l’impatto sul territorio paesaggistico escludendo la Via ed evitando 5 anni di attesa”, conclude Togni. LEGGI TUTTO