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    “Una bistecca spreca più acqua di una doccia”: la dieta vegana contro la siccità

    Chiudere l’acqua quando ci si lava i denti, usare i riduttori di flusso per i rubinetti, fare la doccia (breve) e non il bagno. Accorgimenti utili, ma non risolutivi, per ridurre davvero lo spreco d’acqua in un momento di siccità drammatica come quello che stiamo attraversando. Così sui social si alza un coro compatto e ormai virale: il vero problema è la carne, la soluzione è diventare vegani.”Facciamo un giochino”, incalza @fartekho su Twitter. “Hai a disposizione 15500 litri d’acqua, cosa vorresti in cambio? 1) 1 kg di carne bovina. 2) 1 kg di pasta + 1 kg di riso + 1 kg di legumi + 1 kg di verdura + 1 kg di patate + 1 kg di frutta + 4157 litri per bere e lavarti”. Un cinguettio virale rilanciato anche da Fridays for Future Italia su Instagram dove ha ottenuto oltre 30mila like. “Scegli bene, perché di acqua ne rimane poca”, avverte il movimento.

    La produzione di carne è una delle industrie che più consuma acqua. Secondo il Water footprint network parliamo di 15.415 litri per un solo chilogrammo di carne rossa contro i 322 litri delle verdure. Gli allevamenti intensivi in generale sono responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra e consumano oltre un terzo di tutta l’acqua usata dal settore agricolo, anche per le grandi estensioni di terreni irrigui dedicati alla produzione di mangimi.La comunità vegana, dopo mesi di picchi di calore e precipitazioni assenti, mentre le amministrazioni locali fanno appello alla responsabilità dei singoli e in molti casi firmano ordinanze per chiudere i rubinetti, alza la voce. I commenti degli utenti si susseguono senza sosta. “Go vegan” si legge sotto ogni post e ogni tweet che parla di siccità. “Datevi una regolata e cambiate alimentazione, l’acqua è un bene prezioso, non possiamo sprecarla solo perché voi volete continuare a mangiare cadaveri di poveri animali rinchiusi in allevamenti che oltretutto inquinano tutto. BASTA”, sentenzia @lagigetti.Alice Pomiato non rinuncia all’ironia. “Considerando che una vacca in lattazione può arrivare a bere anche 200 litri di acqua al giorno – si chiede – come riduco il mio impatto se chiudo il rubinetto mentre mi lavo i denti dopo aver mangiato una fiorentina e una burrata?”. 

    Ma non solo, anche le associazioni si schierano contro la produzione sregolata di carne. C’è chi come Greenpeace invoca la riduzione degli allevamenti intensivi. “La siccità non è più emergenziale. Ridurre il numero degli animali allevati è parte della soluzione alla crisi idrica”.

    E chi è più radicale e abbraccia la causa vegana. “Inutile far finta di niente, i calcoli ce lo dicono, gli eventi ce lo dimostrano. Bisogna cambiare il sistema alimentare – gli allevamenti sono idrovore – con una rapida transizione verso le proteine vegetali”, twitta la Lega anti vivisezione.

    Inutile far finta di niente, i calcoli ce lo dicono, gli eventi ce lo dimostrano. Bisogna cambiare il sistema alimentare – gli allevamenti sono idrovore – con una rapida transizione verso le proteine vegetali.@LAVonlus #siccità pic.twitter.com/wvGS7QZyI8— LAV Cambiamenu (@cambiamenu) June 23, 2022 LEGGI TUTTO

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    Dov'è il mare più bello e sostenibile? La classifica delle migliori spiagge italiane

    Ci sono spiagge che veleggiano verso il futuro. Perché più di altre hanno saputo coniugare l’offerta ricettiva con quella ambientale, garantendo pulizia, attenzione, rispetto della natura e soprattutto un mare meraviglioso. Le vele che questi luoghi italiani issano sono, ormai da oltre vent’anni, quelle “blu” promosse da Legambiente e Touring Club Italiano. Anche nel 2022 infatti le due associazioni hanno deciso di premiare una serie di località balneari con le “Cinque vele blu”, il massimo riconoscimento che va ai comprensori “più belli e sostenibili della Penisola”.Come nelle scorse edizioni, a fare incetta di premi è la Sardegna, seguita subito dopo da Toscana e Puglia. In un convegno ad Anacapri i responsabili del Cigno Verde e del Touring – ricordando i criteri di selezione basati sulla qualità ambientale e dei servizi ricettivi – hanno presentato la Guida Blu che racconta i segreti delle località a “cinque vele”. In totale sono state selezionate 45 tra le più belle località balneari italiane, scelte all’interno di 98 comprensori turistici. La selezione si è basata anche sulle valutazioni dei circoli locali di Legambiente che ben conoscono il territorio.

    La classifica

    Al primo posto fra le regioni che hanno collezionato “Cinque vele blu” c’è la Sardegna. Nell’isola si contano infatti sei aree che hanno raggiunto il massimo punteggio: si va dalle terre della Baronia di Posada alla Gallura costiera, dal comprensorio di Baunei al litorale di Chia, dal Golfo di Oristano con la Penisola del Sinis e l’isola di Maldiventre sino al litorale della Planargia sulla costa occidentale.

    Giornata mondiale degli oceani

    La posidonia assorbe più CO2 degli alberi e c’è chi la riforesta per salvare il Pianeta

    di

    Paola Rosa Adragna

    08 Giugno 2022

    Molto bene anche Toscana e Puglia, ciascuna regione con tre comprensori premiati. Nella prima le Cinque Vele sventolano in Maremma, nella Costa d’Argento e sull’Isola del Giglio e quella di Capraia; mentre in Puglia le zone premiate sono quelle delle isole Tremiti, il comprensorio dell’Alto Salento ionico e quello dell’Alto Salento Adriatico.In Sicilia le cinque vele vanno invece alle isole di Pantelleria e di Salina, in Campania ai comprensori del Cilento antico e della Costa del Mito, in Liguria ai Comuni delle Cinque Terre. Anche la Basilicata conquista una bandiera a cinque vele per la Costa di Maratea. LEGGI TUTTO

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    La sfida della sostenibilità nel trasporto merci

    Non solo auto e moto. La necessità di completare la transizione ecologica nel campo dei trasporti riguarda anche i mezzi per il trasferimento delle merci, dato che la mobilità nel suo insieme è responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas a effetto serra nell’Unione europea. Con l’approvazione del Green Deal, quest’ultima ha impresso una svolta radicale alle sue politiche di sviluppo, che tra le altre cose prevedono di arrivare entro il 2030 ad almeno 30 milioni di veicoli a emissioni zero in circolazione ed entro la metà del secolo alla quasi totalità. LEGGI TUTTO

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    Rivoluzione green: aspettando le comunità energetiche italiane

    Le prime esperienze sono state fatte in Germania, nei Paesi Bassi e in altri Paesi nordici. In Bassa Sassonia, il Bioenergy Village di Jühnde è attivo dal 2004: grazie ad un progetto realizzato in collaborazione tra alcune cooperative locali e l’Università di Göttingen, la comunità si è dotata di un sistema di cogenerazione a biogas da 700 kW e una caldaia a cippato da 550 kW, con i quali gli abitanti della cittadina sono in grado di generare il 70 per cento del calore necessario al proprio fabbisogno e il doppio dell’energia elettrica il cui surplus viene ceduto alla rete.

    Questo è uno dei primi esempi di comunità energetica, una realtà che si sta consolidando in Europa e che è pronta a crescere anche in Italia, dove i primi Comuni si stanno già informando come creare le loro “aree di autoconsumo collettivo”.

    Ne abbiamo parlato con Paolo Pizzolante, fondatore e presidente di PlanGreen, azienda leader nei servizi di risparmio energetico: fondata nel 2013  ha realizzato oltre 130 progetti di efficientamento energetico in Italia e all’estero. Annualmente produce un risparmio energetico di riduzione di emissioni di Co2 pari a quelle di una foresta di 250mila alberi.

    Ci aiuta a capire come funzionano le comunità energetiche?

    Per capire in modo immediato il funzionamento basta immaginare due case: una con un grande tetto ma un basso consumo, e al contrario l’altra con un piccolo tetto ma un alto consumo di energia elettrica. Fino a ieri, ognuno faceva per sé, per il suo consumo, perché fare un impianto fotovoltaico più grande non sarebbe servito a nulla, sarebbe stato solo più costoso e l’energia veniva persa in rete, pagata molto meno del risparmio che avrebbe potuto produrre direttamente. Non c’era alcun incentivo a produrre più energia. Chi d’altro lato non aveva spazio per mettere l’impianto fotovoltaico necessario non poteva farci nulla. La comunità energetica invece cambia tutto: dice che quello che è ceduto in rete diventa autoconsumo collettivo.

    Siamo ad una svolta?

    Prima la comunità energetica poteva essere estesa solo a quelli che rientravano nella cabina secondaria, praticamente all’interno di un condominio, ora invece lo Stato ha ampliato la possibilità alla cabina primaria che corrisponde in linea di massima all’estensione di un Cap, più o meno a 20mila famiglie. Questo ha cambiato tutto. Nel bacino di queste 30-40mila persone si possono trovare gli edifici con i tetti più grandi e farci il fotovoltaico per condividere il beneficio energetico con tutti quelli che fanno parte del bacino. Chi mette a disposizione il suo tetto guadagna per se stesso e produce un beneficio anche per gli altri. LEGGI TUTTO

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    Cos'è il doomismo climatico e perché fa male all'ambiente tanto quanto il negazionismo

    Doomer e negazionisti sono una minaccia per l’ambiente. Se i negazionisti non adottano uno stile di vita che tutela l’ambiente, convinti che non ci sia una vera emergenza climatica, i doomer fanno altrettanto ma per il motivo opposto: avvertono l’emergenza ma sono persuasi del fatto che ormai è troppo tardi per salvarlo.

    Un fenomeno reale

    Il termine “doomismo” deriva dall’inglese “doom” che significa sia sorte sia condanna ed è utilizzato in senso negativo. Il doomismo climatico non è un’invenzione letteraria, esiste. Il sito web della Bbc racconta la storia di Charles, un ventisettenne californiano convinto che “ci sia poco o nulla che possiamo fare per invertire effettivamente il cambiamento climatico su scala globale”. Sembra una dichiarazione come tante ma su TikTok, piattaforma dalla quale diffonde il suo pessimismo cosmico, ha 150 mila follower. 

    Per capire cosa si cela dietro agli atteggiamenti dei doomer abbiamo chiesto il parere di Marino Bonaiuto, professore ordinario del Dipartimento di psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione, Facoltà di Medicina e Psicologia, dell’Università La Sapienza di Roma: “Di fronte a un evento negativo inevitabile può aversi come risultato una reazione di accettazione passiva, di rassegnazione. Pertanto interpreterei il fenomeno come dovuto alle informazioni sull’inevitabilità delle conseguenze negative senza una corrispondente enfasi sulle possibilità di risposta, le quali come noto possono riguardare due ambiti: quello dell’adattamento ai cambiamenti climatici globali (cioè individuare strategie di fronteggiamento delle conseguenze negative) e quello della mitigazione dei cambiamenti climatici globali (cioè strategie di diminuzione delle cause all’origine del cambiamento climatico che comporta tali conseguenze negative)”. 

    Un fenomeno di impotenza che si colloca in un contesto negativo e che viene portato alla luce soprattutto dai giovanissimi ma che potrebbe ignorare gli aspetti anagrafici: “Bisognerebbe verificare tale ipotesi attraverso dati raccolti in modo rigoroso e su campioni rappresentativi della popolazione. Comunque, è plausibile che le fasce già più deboli per altri motivi (d’istruzione, di reddito, di ruolo sociale o lavorativo, ecc.) siano maggiormente esposte a questo fenomeno poiché sono maggiormente vulnerabili in termini di capacità di fronteggiare le difficoltà su altri fronti”, spiega il professor Bonaiuto.

    È davvero troppo tardi?

    Gli studi scientifici che lanciano o rilanciano allarmi ambientali, pure trasmettendo un sentimento di pessimismo, si dimostrano per lo più possibilisti fermo restando che occorrerebbe profondere impegno per evitare il peggio. Per contro il doomismo climatico non poggia su alcun documento scientifico che prevede l’annichilimento del pianeta senza possibilità di salvezza. “Troppo tardi” è un’affermazione priva di criterio, ciò non toglie che la situazione ambientale sia per lo meno delicata e che le misure per invertire la rotta siano urgenti e da attuare con rigore. 

    Cosa fare, dunque, per lenire il pessimismo? Il professor Bonaiuto è anche membro del Comitato tecnico-scientifico sulla sostenibilità, istituito nel 2021 dall’ateneo romano, interlocutore adatto a cui porre un simile quesito: “In generale, bisogna domandarsi cosa fare di propositivo: è importante ragionare in termini di misure atte a contrastare questa china. Ciò significa favorire sia i comportamenti che consentono di fronteggiare le conseguenze negative di tali cambiamenti nel presente e immediato futuro (adattamento), sia quelli che consentono di diminuire l’impatto umano sull’ambiente per arrestare la tendenza attuale nel futuro a medio e lungo termine (mitigazione). Per promuovere tali comportamenti, bisogna investire, costantemente e a lungo termine, in comunicazione, formazione, educazione e svolgimento di attività riguardanti il rapporto reciproco tra persone e ambiente. Ciò consente di formare e trasformare quelle caratteristiche psicologico-sociali (valori, norme, identità, ecc. proprie della persona) che governano sia le reazioni psicologiche nei confronti dell’ambiente in generale e degli specifici luoghi, sia i comportamenti messi in atto nei confronti dell’ambiente e dei luoghi”. LEGGI TUTTO

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    Il Mar Mediterraneo più caldo della media di 4-5 gradi

    È allarme per le temperature sempre più bollenti del Mediterraneo: dal 10 maggio il Mare Nostrum è colpito da un’ondata di calore che ha innalzato la temperatura della superficie marina di circa 4-5 gradi rispetto alla media del periodo 1985-2005, con picchi superiori a 23 gradi. È quanto emerge dai primi risultati del progetto CareHeat (Detection and threats of marine heat waves) finanziato dall’Agenzia spaziale europea (Esa), al quale partecipano per l’Italia Enea e Cnr, quest’ultimo nel ruolo di coordinatore.Nello specifico, il progetto mira a sviluppare nuove metodologie per prevedere e identificare le ondate di calore, comprenderne la propagazione e gli impatti su ambiente, biodiversità e attività economiche, quali pesca e acquacoltura.

    “Con il termine ondate di calore, in inglese marine heat waves (MHW), si intendono situazioni in cui la differenza tra la temperatura superficiale del mare misurata e il valore climatologico, ovvero atteso per quella particolare regione in quello specifico periodo dell’anno, supera una soglia critica per almeno 5 giorni in un’area sufficientemente ampia di mare”, sottolinea Salvatore Marullo del laboratorio Enea di modellistica climatica e impatti.

    “Le attività di ricerca – aggiunge – sono iniziate con lo studio dell’ondata di calore che attualmente interessa il Mediterraneo partendo dall’analisi dai dati satellitari disponibili che per primi hanno rilevato l’anomalia termica, con valori confrontabili con l’ondata di calore del 2003. È dagli inizi di maggio che nell’area mediterranea si registrano temperature ben al di sopra della media stagionale e anche la prima metà di giugno è stata caratterizzata da situazioni meteorologiche tipiche di fasi più avanzate della stagione estiva”. LEGGI TUTTO

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    Re Rebaudengo, Elettricità Futura: “Entro il 2030, 85 Gigawatt di rinnovabili in più. Valgono 470 mila occupati”

    PACE fatta con il ministro Cingolani? “Sì, d’ora in poi lavoreremo insieme al piano che abbiamo appena reso pubblico”. Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, associazione che, all’interno di Confindustria, raccoglie oltre il 70% delle imprese elettriche italiane, pone fine così a una polemica durata settimane. Tutto era nato quando a fine febbraio Elettricità Futura aveva lanciato la sua proposta shock: “Siamo pronti a installare 60 gigawatt di elettricità da fonti rinnovabili nei prossimi tre anni”. Il ministro era stato preso in contropiede, il suo piano, all’interno del Pnrr, prevedeva infatti 70 gigawatt entro il 2030, e aveva bocciato come impraticabile il progetto degli industriali. Arrivando a evocare la “lobby dei rinnovabilisti”. La riconciliazione è andata in scena ieri nel corso dell’assemblea pubblica dell’associazione.

    Presidente Re Rebaudengo come si è passati da una polemica anche molto accesa nei toni alla sintonia delle ultime ore?”Per fortuna ha prevalso il desiderio di lavorare per il Paese, spazzando via le incomprensioni che c’erano state. Tutti abbiamo capito che non c’era più spazio per dibattiti e polemiche, ma che occorreva trovare un progetto per mettere l’Italia al sicuro”.

    In cosa consiste questo vostro nuovo progetto?”Per raggiungere gli obiettivi del RepowerEu, quindi l’ultimo dei provvedimenti energia-clima in Europa e che è una ulteriore evoluzione del Fit for 55 alla luce dei recenti fatti in Ucraina, in Italia dobbiamo fare 85 gigawatt di nuovi impianti rinnovabili. Questo ci permetterà di passare dall’attuale 44% di elettricità prodotta con le rinnovabili all’84% del 2030″.

    La vostra proposta precedente prevedeva 60 gigawatt in tre anni. Ora immaginate un crescita molto più graduale: 5 gigawatt nel 2022, 6 nel 2023, 8 nel 2024, e poi 10, 11 o 12 per ciascun anno successivo fino al 2030. E’ questo approccio che ha convinto il ministro?”E’ vero, questo lavoro ha una visione leggermente diversa rispetto al precedente: ci siamo chiesti qual è lo scenario che centra gli obiettivi europei e al tempo stesso favorisce maggiormente la filiera industriale italiana, e quindi i posti di lavoro? Il nuovo piano, se saremo bravi a realizzarlo, potrebbe creare 470mila posti di lavoro, intercettare investimenti per oltre 300 miliardi, e generare benefici economici complessivi per 345 miliardi. Sarebbe una transizione che darebbe grandissime opportunità al Paese”.

    Il dibattito

    Il nuovo piano per le rinnovabili mette d’accordo Cingolani e Confindustria

    di

    Luca Fraioli

    21 Giugno 2022

    Il ministro Cingolani lo ha definito un piano molto credibile, sottolineando che anche il Mite ha dato il suo contributo.”Confermo: abbiamo lavorato in sintonia con il ministero. Ma mi ha fa piacere anche il consenso trasversale che la nostra proposta ha ricevuto da tutte le forze politiche. Hanno detto che, indipendentemente dalle battaglie che ingaggeranno da gennaio in poi per il voto, questo di Elettricità Futura deve rimanere un piano industriale per il Paese dei prossimi anni. Speriamo che sia così”.

    C’è l’ok del ministro e delle forze politiche. Ma ora cosa manca per trasformare in realtà questi 85 gigawatt di eolico e fotovoltaico?”Qualche semplificazione è stata effettivamente fatta e cominciamo a vedere una accelerazione nelle autorizzazioni. Ma ora dobbiamo assolutamente lavorare con il ministero della Cultura per definire regole d’ingaggio che permettano di salvaguardare il patrimonio culturale e il passaggio, ma anche la necessità di energia. Altrimenti finiremo per tutelare un paesaggio desertico e non quello dell’Italia che conosciamo. L’altro passaggio fondamentale sarà agire sulle Regioni, che entro la fine di quest’anno dovranno presentare l’elenco delle aree idonee agli impianti rinnovabili. E che da subito dovrebbero riorganizzare i loro uffici energia: nei prossimi mesi saranno chiamati a esaminare migliaia di progetti e a rilasciare i relativi permessi. Se non li si adegua immediatamente, con l’attuale forza lavoro disponibile per queste pratiche non ce la faremo mai”. 

    Bollette: “Sbloccare subito 85 miliardi di progetti rinnovabili, per diminuire del 20% le importazioni di gas”

    Luca Pagni

    25 Febbraio 2022

    Avremo un’Italia ricoperta di pannelli fotovoltaici?”Il nostro piano ha bisogno dello 0,3% del territorio nazionale. In Germania hanno appena varato un decreto legge che per il solo eolico destina il 2% del suolo, su un territorio che è di poco più grande del nostro”. LEGGI TUTTO

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    Parte il più importante intervento strutturale a favore del vetro

    L’Italia è uno dei Paesi europei più virtuosi nel riciclo degli imballaggi in vetro. Il tasso registrato nel 2020 è pari al 78,6%, già ben oltre i target fissati dall’Ue per il 2030. A livello territoriale però esiste ancora un divario tra Nord e Sud. Se al Settentrione la media di imballaggi conferiti è di 47,8 kg pro capite, nel Centro-Sud la quantità si abbassa a 40,4 kg, decisamente al di sotto della media nazionale. Ciò fa sì che almeno 300mila tonnellate di vetro riciclabile finiscano nell’indifferenziato, e poi in discarica, con effetti sia ambientali che economici. Fabbricare il vetro da materie prime anziché riciclate comporta consumi maggiori di energia e aumenta le emissioni di CO2. Con più spese (e meno guadagni) per i Comuni.

    Da qualche giorno è partito il più importante intervento strutturale per la raccolta differenziata del vetro. Un piano che prevede un investimento complessivo di circa 10 milioni di euro, con un focus specifico per il Sud. Questo il cuore dell’accordo firmato che CoReVe (Consorzio per il Recupero del Vetro) e ANCI hanno firmato per rendere il sistema sempre più efficiente, superando le disparità all’interno del Paese. L’accordo comprende due bandi, uno per il Mezzogiorno e uno per il Centro-Settentrione, rivolti ai Comuni convenzionati col Consorzio. Entrambi scadono entro il 30 giugno 2023. Gli enti che vi aderiscono potranno accedere a un finanziamento parziale a fondo perduto, funzionale all’acquisto di attrezzature (mastelli, carrellati, cassonetti, campane, ecc.), all’implementazione di progetti territoriali e alla realizzazione di progetti di comunicazione a supporto della raccolta differenziata di vetro. LEGGI TUTTO