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    Earthshot Prize: cinque vincitori per un futuro migliore

    Cinque vincitori per un mondo migliore. Puntano in alto i cinque progetti che si sono aggiudicati l’Earthshot Prize 2022, il premio britannico per le soluzioni più innovative in difesa dell’ambiente e, quindi, per contrastare la crisi climatica. Venerdì scorso a Boston la cerimonia con il principe William, che ha annunciato i vincitori selezionati tra 15 finalisti.A ciascuno dei vincitori andrà un milione di sterline (1,17 milioni di euro) per proseguire e sviluppare idee selezionate perché innovative con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra e l’inquinamento, frenare l’aumento delle temperature o promuovere soluzioni contro le conseguenze più disastose su città, natura, habitat e biodiversità. Come le stufe create in Kenya da una impresa guidata dalle donne. Le serre modulari create in India da un team di giovani ingegneri. La plastica biodegradabile dalle alghe per bottiglie e imballaggi non inquinanti progettata nel Regno Unito.Il premio britannico pensato per sostenere il business nato con una particolare attenzione all’ambiente circostante segna il passo dei tempi: ora che sappiamo cosa salvare, forse siamo pronti per costruire il nostro benessere salvando il Pianeta invece di distruggerlo.

    A selezionare i progetti è stata una giuria cui hanno preso parte, tra gli altri, Sir David Attenborough, Cate Blanchett, il calciatore Dani Alves, l’attivista delle Fiji Ernest Gibson e la cantante Shakira. Lo scorso anno il riconoscimento dell’Earthshot Prize – che viene assegnato ogni anno fino al 2030 – è andato anche ai Food Waste Hub, il progetto degli hub di quartiere contro lo spreco alimentare a Milano, e ad Enapter, impresa italiana di generatori di idrogeno modulari ad alta efficienza. LEGGI TUTTO

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    La legge di bilancio 2023 e il taglio dei fondi per le ciclabili urbane. Le associazioni: “Uno scippo”

    “A partire dal primo gennaio 2023 il bilancio dello Stato non avrà più un euro per le ciclabili urbane”, si legge nell’appello di Clean Cities, Fiab, Greenpeace, Kyoto Club, Transport & Environment, Legambiente e Cittadini per l’aria. Il testo della legge passato dalla Ragioneria generale dello Stato è arrivato alla Camera dei Deputati, e nella nota integrativa del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti guidato da Matteo Salvini, spunta il taglio totale dei fondi residui. “Si tratta di 94 milioni di euro per gli anni 2023 e 2024, che erano rimasti nel Fondo per lo sviluppo delle reti ciclabili urbane e non ancora assegnati. Il fondo era stato istituito dalla legge di bilancio 160/2019 (art. 1 comma 47)”.

    La finanziaria

    Nella bozza della legge di Bilancio spariscono i fondi per le piste ciclabili

    di Giacomo Talignani

    30 Novembre 2022

    Dal dossier “Non è un paese per bici”, pubblicato pochi giorni fa da Clean Cities, Fiab, Kyoto Club e Legambiente, emerge una notevole distanza di ciclabilità tra le città italiane e quelle più avanzate in Europa in fatto di mobilità ciclistica, per colmare il quale secondo le associazioni firmatarie dell’appello sarebbe necessario quadruplicare i chilometri di piste per una spesa complessiva di 3,2 miliardi di euro. La richiesta, sostenuta anche da una petizione, è quindi a governo e Parlamento di finanziare un piano straordinario di promozione della ciclabilità urbana con 500 milioni all’anno da qui al 2030.

    Il rapporto

    “Non è un paese per bici”: in Italia spendiamo 100 volte di più per l’auto

    di Alessandro Petrone

    25 Novembre 2022

    “La transizione delle nostre città verso una mobilità sostenibile e a zero emissioni non può essere più procrastinata”, prosegue l’appello. “La crisi climatica si aggrava, e ogni anno muoiono tra i 50mila e i 60mila italiani, a causa dei livelli di inquinamento dell’aria ben al di sopra dei limiti fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. E’ necessario offrire alle persone l’opportunità di muoversi in sicurezza usando la bici per raggiungere i propri luoghi di lavoro, di studio o di svago. Ad oggi molte non possono perché le strade sono il dominio incontrastato delle automobili”. 

    L’appello insiste sulle poche le infrastrutture ciclabili, le piste spesso non collegate tra loro, e mancanza di una visione che metta insieme pianificazione urbanistica e mobilità sostenibile, rendono difficile, e spesso impossibile, utilizzare la bicicletta come mezzo alternativo all’automobile.

    Trasporti

    Piano generale della mobilità ciclistica. Un miliardo di euro per tentare di cambiare strade e mentalità dell’Italia

    di Jaime D’Alessandro

    07 Agosto 2022

    “Eppure la bicicletta negli spostamenti brevi e medi, e in connessione con le reti di trasporto pubblico, è uno straordinario alleato non solo dal punto di vista ambientale e climatico, ma anche come parte attiva alla soluzione dell’emergenza sanitaria dovuta all’inquinamento e come strumento di giustizia e inclusione sociale”. LEGGI TUTTO

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    Pablo Trincia e il nostro futuro nelle megalopoli

    Se c’è un luogo simbolo al mondo considerabile come uno “spettro del nostro futuro” allora questo è Mumbai. La grande metropoli indiana è teatro di quasi tutte le minacce che riguardano la vita sul Pianeta: l’innalzamento delle temperature, quello dei mari che rischiano di sommergerla nel 2050, il sovrappopolamento, la povertà e l’aumento delle emissioni climalteranti in una India che prova a crescere anche economicamente. “Un concentrato di tutto, in cui capire molto del futuro che ci attende con la crisi del clima” spiega Pablo Trincia. Il giornalista e autore, dopo il successo di Veleno, insieme al regista Riccardo Spagnoli ha affrontato un viaggio a Mumbai per dare vita a una docu-serie di tre puntate che andrà in onda dal 5 al 7 dicembre su Sky Tg24 (ore 20.45). Si chiama “Essere umani – Lo spettro di Mumbai sul nostro futuro” (produzione Chora media), un reportage che tenta di mostrare  le possibili tragiche conseguenze dell’impronta dell’uomo sulla Terra, ma anche la resistenza della nostra specie ai cambiamenti.Dopo aver passato tre settimane in una realtà “dove vedi persone che vivono in scatole di latta minuscole guardando un’apocalisse perché il mare è a pochi passi da loro e spesso invade le strade”, Trincia racconta a Green&Blue come è nato il suo documentario (a cui è legato il podcast originale Spotify “Megalopolis – Mumbai 2050”) e perché è importante “parlare di più dell’emergenza climatica”.
    Come è nata l’idea di documentare le minacce del clima in una città come Mumbai?”Abbiamo scelto Mumbai perché è un concentrato di tutto, uno dei luoghi più incredibili della Terra. Credo sia una versione ridotta del mondo davanti al cambiamento climatico, una megalopoli con 22 milioni di abitanti e problemi enormi di sovrappopolamento, pianificazione e di resistenza alla crisi del clima. Più della metà della popolazione vive nelle baraccopoli: si tratta di persone vulnerabili, spesso legate per lavoro e famiglia all’area in cui vivono, dove è difficile immaginare di spostarli, di migrare: perderebbero entrate, lavoro, clienti. Ma cosa succederà da qui al 2050 quando si alzeranno ulteriormente i livelli del mare? In prospettiva è davvero allarmante”.Lì come si percepisce l’emergenza clima nel quotidiano?”A Mumbai vivono già nella quotidianità della crisi del clima. Ad ogni tifone la metropoli si allaga: si crea un effetto vasca da bagno dato che le fognature sono intasate dai rifiuti e i canali di scolo vecchi. A ogni monsone è una tragedia. C’è molto cemento, troppo, i terreni non assorbono più acqua. Succede ogni anno. Le persone costruiscono baracche sulle colline: con le alluvioni queste crollano. Lì l’età media è 28 anni, da noi 47, solo questo fornisce la misura dei drammi che le nuove generazioni avranno in futuro. Ed è quello che abbiamo provato a documentare”.Tre puntate, ognuna dedicata a un tema per mostrare gli impatti della crisi, ma anche le reazioni.”La prima puntata è dedicata al sovrappopolamento, la seconda alle conseguenze e gli effetti di questo, nella terza invece parliamo della resistenza. Raccontiamo di come provano a combattere la minaccia innescata dal clima e gli sforzi necessari per resistere. Lo facciamo anche attraverso esempi di vite”.Si parla abbastanza di surriscaldamento? Quanto è difficile comunicare  il cambiamento e come si può fare a veicolare il messaggio della necessità di una azione urgente?”La crisi del clima è sottovalutata, è un tema respingente: ci mette davanti a qualcosa che fa paura, anche ad affrontarlo, che non vogliamo guardare. Ma esiste e dobbiamo parlarne. Però le cose si possono raccontare con una chiave. Quella che abbiamo scelto noi sono le persone, le donne e gli uomini, le famiglie. Non puoi raccontare la crisi del clima solo parlando degli iceberg o di cose che ci appaiono lontane, bisogna parlare di prospettive, di quelle degli ‘esseri umani’, appunto. Solo così forse si può veicolare un tema difficile come questo. Noi in primo piano e il cambiamento climatico sullo sfondo: inquadriamo gli esseri umani che lo stanno subendo”. LEGGI TUTTO

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    Da Carrara una storia aziendale di cultura, arte e ambiente

    Quando si porta cucito addosso un nome (dire prodotto in questo caso è riduttivo) famoso nel mondo, si porta anche un carico di responsabilità, consistente nell’essere non solo sempre all’altezza, ma anche in grado di rinnovarsi e guardare al futuro con lungimiranza; e altrettanto importante è non dormire sugli allori, non accontentarsi. Soprattutto quando rappresenti nel mondo il marmo di Carrara, che da sempre è sinonimo di arte, di cultura, di eleganza, di bellezza. LEGGI TUTTO

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    Un piumino (e non solo) dalle reti da pesca recuperate in mare

    Se qualcuno regalasse al Grinch un piumino di Patagonia, realizzato con le reti da pesca riciclate, persino il suo cuore verrebbe immediatamente riscaldato da una rinnovata anima green. Difficile resistere ai fili invisibili che ci legano ai destini dell’oceano e della fauna marina. E così è stato anche per la nota azienda statunitense, che più di altre negli anni ha sposato la causa ambientalista. Peraltro il suo fondatore Yvon Chouinard, ricordando che “la Terra è ora il nostro unico azionista”, ha ceduto recentemente il suo intero pacchetto azionario a due entità che si battono per proteggere la natura e la biodiversità, nonché supportare le comunità e contrastare la crisi ambientale.”Con Netplus trasformiamo uno dei fattori più dannosi dell’inquinamento da plastica nei mari in qualcosa che potrai indossare per sempre”, dice Patagonia. Netplus è un nylon riciclato proveniente dalle reti da pesca gettate via e raccolte nelle comunità di pescatori del Sudamerica. Normalmente finirebbero negli oceani, andandosi ad aggiungere alle 8,8 milioni di tonnellate di plastica (soprattutto monouso) che vengono gettate in mare ogni anno. Senza contare che gli scienziati stimano che le attrezzature da pesca siano responsabili, sempre ogni anno, della morte o ferimento di più di 650.000 animali marini. 

    La storia di Bureo

    Netplus nasce grazie al lavoro di Bureo (onda nel cileno dei nativi), una piccola società fondata nel 2013 a Concepción da ingegneri surfisti giramondo. Negli ultimi cinque anni il materiale è stato ulteriormente messo appunto attraverso Tin Shed Ventures, il fondo di venture capital di Patagonia. Inizialmente i fondatori Kevin Ahearn, David Stover e Ben Kneppers avevano pensato di raccogliere la plastica lungo le spiagge, riciclarla, trasformarla in un prodotto da vendere e creare così un’attività commerciale. Ma una volta trasferiti dall’Australia al Cile per lavorare a un progetto del governo che si occupava di sostenibilità nella pesca “è stato allora che ci siamo resi conto di tutto il flusso di rifiuti che viene prodotto da questo comparto”, ha spiegato Kevin Ahearn.

    E così con il vantaggio di puntare sulla raccolta di un solo tipo di manufatto, praticamente identico in tutto il mondo, è stata coinvolta la comunità di pescatori cileni. “Strofinavamo, pulivamo e smistavamo le reti, poi le portavamo a un’azienda di riciclo che avevamo ingaggiato per trasformarle in pellet. Una volta trasformate le reti in pellet, potevamo usarle per produrre oggetti con lo stampaggio a iniezione”, hanno ricordato i fondatori. Pellet che poi possono essere trasformati in prodotti, componenti o fibre di plastica fusa. E così hanno iniziato a produrre un piccolo skateboard in plastica di tipo cruiser ma era troppo di nicchia e così grazie all’aiuto di Patagonia “abbiamo trasformato il modello della nostra azienda da marchio di prodotti a fornitore di materia prima”.Il primo nylon tradizionale sostituito con il Netplus è stato quello delle visiere e strutture dei cappellini. Poi con lo sviluppo si è giunti a un tessuto tecnico per giacche, piumini e anche i leggins Patagonia. Bureo è andata oltre perché con questo materiale Trek realizza il portaborraccia per le sue mountainbike, Costa del Mar una linea di occhiali da sole, Humanscale sedie da ufficio e Jenga una linea di giochi sostenibili.Uno dei limiti del progetto è che non esiste una macchina in grado di passare al setaccio la rete e individuare ogni minimo residuo da eliminare, quindi bisogna procedere a mano. “Abbiamo un team composto da 16-20 persone che pulisce da due a tre tonnellate di reti al giorno”, ha sottolineato Ahearn. “L’anno scorso abbiamo raccolto e trattato nei nostri stabilimenti più di 700 tonnellate di reti da pesca, ossia l’equivalente di 65 container da 6 metri di materiale esportato: si è trattato di un grande traguardo per noi”.L’obiettivo futuro però è di espandere le attività al Perù e poi successivamente in Ecuador, Messico e Stati Uniti. In sintesi salire da 700 tonnellate all’anno a circa 2mila tonnellate all’anno. LEGGI TUTTO

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    “A Milano tutti i servizi nel raggio di un chilometro e mezzo”

    Una mappa che si colora di piazze tattiche, di aree pedonali davanti alle scuole, di zone in cui le auto non possono viaggiare al di sopra dei 30 chilometri orari. Un disegno che si accompagna al censimento dei quartieri dove non tutti i servizi sono a due passi da casa e dove, proprio per questo motivo, si stanno concentrando gli sforzi dell’amministrazione. A Milano il confine tra il centro, denso di opportunità, e alcune periferie in cui anche solo la ricerca di un ufficio postale è un’impresa titanica è sempre stato piuttosto marcato. Ecco perché ogni azione di sindaco e assessori viene pianificata nella cornice della città da 15 minuti.

    Longform

    Il movimento globale delle città da 15 minuti

    dal nostro inviato Jaime D’Alessandro

    03 Dicembre 2022

    Il modello parigino teorizzato da Carlos Moreno e attuato da Anne Hidalgo è diventato il cuore del programma elettorale di Beppe Sala per le elezioni amministrative del 2021: “Desideriamo una Milano che trovi ovunque le sue risposte di lavoro e servizi”, ha scandito più volte il sindaco. Alcuni percorsi, come la realizzazione delle piazze tattiche, sono stati intrapresi già da qualche anno, dal 2018 per la precisione, altri sono in via di definizione. “Il nostro obiettivo è far sì che ogni cittadino abbia ciò di cui ha bisogno nell’arco di un chilometro e mezzo circa”, spiega l’assessora alla Mobilità Arianna Censi. Un punto di arrivo che “deve comprendere tutta l’area metropolitana di Milano, non soltanto il Comune in senso stretto”. Questa la direttrice su cui si stanno muovendo tutte le delibere della giunta, ma anche le pianificazioni urbanistiche ed edilizie, nonché le riqualificazioni ad opera di investitori privati: “Creare servizi laddove mancano e connetterli attraverso un sistema di viabilità e trasporto pubblico che sia sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale”. 

    Le piazze tattiche

    Paradossalmente si è partiti da quello che non viene considerato un servizio vero e proprio, ma che in realtà è un aspetto essenziale nella vita di una città: quello della disponibilità di spazi pubblici di quartiere pedonali, arredati come veri e propri salotti a cielo aperto. Le piazze tattiche – pedonalizzazioni di angoli di città puntellati di panchine, alberi e tavoli da ping pong – oggi sono circa quaranta sparse nella città. Per la rivista americana Forbes, che recentemente ha dedicato loro un articolo, sono il “miracolo di Milano”, grazie alle quali un residente su due ha una nuova piazza nel raggio di un chilometro circa dalla propria abitazione. L’obiettivo, spiega l’assessore a Casa e Piano quartieri Pierfrancesco Maran, è “averne una per ogni quartiere”. Per i prossimi mesi questo progetto interesserà soprattutto le scuole: il Comune ha infatti indetto un bando per finanziare progetti di pedonalizzazione che rendano vivibili e fruibili da bimbi e ragazzi gli spazi davanti all’ingresso di materne, elementari e medie. 

    La sanità

    Un altro capitolo è quello delle Case di Comunità istituite dalla Regione, 24 nuove strutture socio-sanitarie polivalenti che entreranno a far parte del servizio sanitario regionale, nell’ottica di un nuovo modello territoriale grazie al quale i cittadini avranno a disposizione strutture più “snelle” rispetto agli ospedali dove trovare medici di base, pediatri, specialisti e volontari del terzo settore.E ancora, i servizi civici: è iniziata una sperimentazione nel quartiere di San Siro per trasformare le sedi dell’anagrafe in hub polifunzionali in cui si potranno trovare servizi per l’orientamento lavorativo, per gli anziani, per il supporto all’iscrizione ai servizi educativi, nonché spazi per lo studio o per l’aiuto agli stranieri. 

    Il lavoro

    E il lavoro: all’interno di un “patto” firmato da Comune, Città Metropolitana e associazioni di categoria, è prevista la realizzazione di sportelli diffusi per la formazione all’interno dei mercati comunali, ad esempio. Perché se è vero che tutto il mondo dei servizi va verso la digitalizzazione è altrettanto vero che la presenza di luoghi fisici non è solo necessaria per alcune categorie di cittadini, come gli anziani e gli stranieri, ma è anche importante per creare modalità di accesso complementari.

    Editoriale / Verde

    Per il climate change le città sono la soluzione

    di Dario Nardella*

    01 Dicembre 2022

    La mobilità

    Tutta questa rete di servizi di prossimità, poi, va resa accessibile per chi si sposta a piedi: “È qui che si innesta anche una questione di sicurezza stradale”, spiega Censi. Ed è il motivo per cui la città che viaggia a 30 chilometri orari non è un’utopia: “Su segnalazione dei cittadini stiamo ampliando sempre di più le zone in cui il traffico scorre lento” che oggi coprono circa 25 chilometri quadrati di territorio comunale. “Il nostro è il tentativo di cambiare il volto della città partendo sia da piccoli ma significativi interventi, arrivando a progetti di più ampio respiro”.Come la rete di ciclabili della città Metropolitana, il biciplan “Cambio”, da realizzare con i fondi del Pnrr: 750 chilometri di preferenziali per le due ruote che connetteranno, tra linee circolari e percorsi a raggiera, i servizi essenziali non solo di Milano, ma anche dei 133 Comuni limitrofi. Una meta di scenario molto ambiziosa della quale già si vedono le prime tracce in alcuni tratti periferici della città, ma che vedrà la luce tra molti anni.

    Del resto, quello della città da 15 minuti è un intento a lungo termine che avrà il compito di colmare le lacune ben visibili in certe periferie: da Ponte Lambro al quartiere degli Olmi, ci sono intere zone della città in cui la carenza di negozi di prossimità, di uffici postali, di banche, di medici di base, è quotidianamente sotto gli occhi di chi ci vive. E di chi è costretto a prendere l’auto o a dover cambiare due o tre mezzi pubblici prima di arrivare a destinazione. “Il concetto di città da 15 minuti è prezioso proprio in questi casi – ragiona la sociologa dell’Università Bicocca Francesca Zajczyk, delegata comunale alla Conciliazione tempi città e servizi – perché pone l’accento su un valore di cui spesso ci dimentichiamo e cioè il diritto di ciascuno al tempo. Tempo che ora è speso, a volte in larga parte, negli spostamenti per raggiungere i luoghi della quotidianità ma che va assolutamente restituito alla giornata di tutti”. LEGGI TUTTO

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    “Comunità energetiche, i decreti non possono più aspettare”

    “Ben venga l’appello a cittadini, imprese, consumatori e tutti gli attori istituzionali e gli interlocutori di riferimento in campo ambientale perché si esprimano sulle comunità energetiche, ma l’importante è che il decreto venga approvato prima possibile”. Romano Borchellini, coordinatore dell’Energy Center Lab del Politecnico di Torino e membro del comitato di coordinamento IFEC, approva l’iniziativa del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di aprire sul suo sito una consultazione pubblica per ricevere osservazioni e proposte: “I tempi per la consultazione mi sembrano adeguati, ma l’importante è che non si vada oltre il 12 dicembre. Del resto – osserva ancora l’esperto – lo scorso 22 novembre 2022 durante la seconda conferenza nazionale IFEC, il forum delle comunità energetiche italiane creato da World energy council e Energy Center del Politecnico di Torino, il rappresentante del Mase Luca Venturino ha concluso il suo intervento annunciando che di fatto era come se le consultazioni fossero già iniziate quel giorno”. 

    Durante la conferenza si è parlato molto dei decreti attuativi. Quali i punti centrali?”Ci si augura innanzitutto che servano a scavalcare le complessità ancora presenti nelle Cer, in particolare per quanto riguarda la cabina secondaria. Con le nuove norme si superano gli aspetti fisici e il perimetro del futuro è quello sotteso alla cabina primaria. Con il passaggio dalla cabina secondaria a quella primaria non ci sarà soltanto la possibilità di unire molti più utenti, vi sarà anche una riduzione dei costi”.

    Rinnovabili

    L’Italia sta aspettando una mappa per far crescere le comunità energetiche

    di Luca Fraioli

    06 Ottobre 2022

    Voi del Manifesto e del’Energy center avete sempre sottolineato il valore sociale delle CER, questo aspetto sarà tutelato?”In attesa dei dispositivi che ci porteranno dal regime transitorio a quello definitivo, è fondamentale focalizzare l’attenzione sul valore della condivisione. La dimensione sociale è stato il motore di spinta delle iniziative delle comunità energetiche: il cittadino messo al centro può essere il vero attore delle aggregazioni. Uno degli obiettivi delle CER deve essere quello di contrastare la povertà energetica grazie anche all’esperienza sul campo. Le comunità energetiche sono solo un punto di partenza: non bastano fotovoltaico e piattaforma digitale, ci deve essere il coinvolgimento di soggetti come la finanza, le comunità locali, le istituzioni”. 

    La conferenza IFEC ha portato in evidenza il problema dei costi: chi ha già investito nelle CER non può più aspettare un ritorno economico. Da questo punto di vista è solo questione di accelerare i decreti?”Dalle esperienze di Carrù e Magliano Alpi si è avuto il riscontro sulla dimensione economica dei sistemi digitali che sono immersi in un sistema reale: non sono sostenibili dal punto di vista finanziario. Perciò l’auspicio è che con le nuove regole tecniche si apra un dialogo maggiore con gli operatori digitali. L’appello alle istituzioni è poi sempre lo stesso: molti soggetti investono sulle CER con l’obiettivo di sviluppare nuovi impianti, è importante accelerare i tempi per non lasciare che si raffreddino i progetti che stanno nascendo”.

    Il reportage

    I pionieri di Magliano Alpi, la prima comunità energetica italiana

    dalla nostra inviata Cristina Nadotti

    06 Ottobre 2022

    Quali sono i principali effetti del ritardo?”Nella pratica, chi si era impegnato nello studio e nella valutazione della pre-fattibilità di una comunità energetica ha poi preferito aspettare l’emanazione dei decreti e la definizione della regolazione. Altri che nel 2022 hanno iniziato a considerare e valutare i modelli di business delle CER hanno preferito prendere come riferimento la nuova normativa di cui si attende la definizione: ovvero su di un ambito geografico più allargato (molti più utenti sotto la stessa cabina primaria) e con impianti di maggiore potenza (fino a 1 MW in generale e in particolare per i Porti senza il limite del MW). C’è stato chi, e intendo soggetti pubblici e privati, grandi e medio-piccoli, ha potuto approfondire la complessità giuridica, tecnico-finanziaria, di governance e relazionale che caratterizza le CER, ma ora si deve partire. Ci aspettiamo dunque che appena ci saranno norme e regolazione a regime molte iniziative e attori potranno svilupparsi velocemente. Insomma, sul territorio molti sono pronti, ma potrebbero dover rivedere quanto fatto”. 

    Quali sono gli elementi normativi e tecnici che restano incerti?”Intanto la mancanza di uno strumento/supporto digitale che consenta a chi vuole costituire una CER di sapere se appartiene o meno alla stessa cabina di distribuzione elettrica primaria, pena l’impossibilità a far parte della stessa CER. Il Gestore dei servizi energetici (GSE) sta lavorando a uno strumento che sarà disponibile sul suo sito internet e dovrebbe essere disponibile nei prossimi mesi. Sempre sul tema della digitalizzazione, in ottica di scalabilità delle CER sarà fondamentale la collaborazione tra i provider di piattaforme informatiche e il GSE, affinché si abiliti una gestione digitalizzata delle anagrafiche delle CER e dei dati sui flussi energetici e la loro valorizzazione rilasciati dal Gestore. Le comunità di cabina primaria potranno avere migliaia di utenti ciascuna, quindi non è pensabile gestirle in modo efficace ed efficiente senza protocolli informatici che semplifichino l’interfaccia GSE-piattaforme informatiche. Non da ultimo, è molto dibattuto e studiato il tema della forma giuridica più opportuna per la costituenda CER, risposta a cui è difficile dare una risposta univoca in generale per la libertà concessa dalla normativa e tanto più in un periodo ancora di formazione dei decreti e della regolazione stessi”. LEGGI TUTTO

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    Il giardino dei fiori invernali: 10 piante per tutti i colori

    Dopo i colori accesi dell’autunno, le giornate più buie invitano a rivitalizzare balconi e davanzali, rimpiazzando petunie e altre stagionali estive ormai appassite. Il tepore delle città, del resto, permette di godere di diverse fioriture anche in inverno. Ve ne proponiamo dieci, con i consigli per abbinarle al meglio nei vasi più capienti.

    Helleborus niger  LEGGI TUTTO