consigliato per te

  • in

    Salmoni in fuga in Tasmania: “Ecosistema marino in pericolo”

    Salmoni in fuga. Non è un film, ma la notizia che preoccupa gli ambientalisti della Tasmania. Più di 50 mila esemplari di questo pesce, infatti, sono riusciti a scappare dalle vasche di un allevamento locale, dopo che un incendio ha provocato lo scioglimento parziale del recinto in cui erano tenuti. La compagnia che gestisce l’allevamento non è in grado di chiarire quali siano le cause dell’incidente, ma assicura che le uniche conseguenze negative sono quelle (economiche) da lei subite. Esperti e attivisti, invece, sono convinti che la colonia tornata in libertà danneggerà l’ecosistema di fiumi e mari perché farà strame dei pesci di cui si ciba.
    Così i salmoni si orientano con il campo magnetico terrestre
    di SANDRO IANNACCONE 11 Maggio 2020
    L’amministratore delegato di Huon Aquaculture, la società dell’allevamento, sottolinea come il salmone che fugge, in genere, non sopravviva a lungo. Perché difficilmente si sottrae a predatori come le foche e, soprattutto, ai pescatori. A parte il dispiacere di perdere pesci che avevano raggiunto i quattro chilogrammi di peso, l’ad precisa che non saranno recuperati, visto che rappresentano solo l’1% degli attuali stock ittici. Il responsabile della Comunicazione dell’azienda, poi, cita un rapporto sull’impatto ambientale del pesce d’allevamento in fuga stilato nel 2018 dall’Istituto per gli Studi marini e antartici: ci sarebbero prove limitate di danni sulla fauna perché il salmone d’allevamento non si nutre solitamente di specie autoctone.
    Ma il presidente dell’organizzazione Neighbors of Fish Farming definisce gli argomenti di Huon Acquaculture dei maldestri tentativi di sminuire l’accaduto: “È come dire che una fuoriuscita di acque reflue fa bene perché rilascia sostanze nutritive nella catena alimentare”. Gli ambientalisti, al contrario, chiedono un’indagine urgente ed evidenziano come, al di là dell’effetto immediato, ci sia un pericolo di lungo termine: quello che il salmone si stabilisca nei sistemi fluviali locali. I membri di Environment Tasmania, inoltre, citano i risultati di un altro studio dello stesso Istituto, che rivela come il 15% dei salmoni fuggiti si nutra regolarmente di pesci selvatici. LEGGI TUTTO

  • in

    Europa e Stati Uniti ostacolano la salvezza dello squalo mako

    E’ fra gli squali più veloci eppure continuiamo a prenderlo. Lo peschiamo praticamente ovunque, accidentalmente, per sport, per le sue pinne e la sua carne, e il povero mako continua a non avere una giusta protezione. Questo splendido squalo, capace di nuotare anche per duemila chilometri in poco più di trenta giorni, famoso per la sua dentatura che fu usata perfino per la locandina del famoso film The Jaws – Lo Squalo, presente dai racconti di Hemingway nel Vecchio e il mare sino al cartone animato Nemo, è oggi al centro di una difficile e complessa trattativa per la sua protezione. 

    Sono in corso infatti i negoziati ICCAT (Commission for the Conservation of Atlantic Tunas) che riguardano le regole relative alla pesca nel Nord dell’Atlantico, da sempre una delle aree più pescose con grandi interessi che riguardano in particolare Europa e Stati Uniti. In queste acque, come altrove, nuota il mako pinna corta, uno squalo dai denti impressionanti e particolarmente veloce, che secondo i conservazionisti deve essere urgentemente protetto. Si stima infatti – sostengono alcuni esperti della ICCAT – che anche se la pesca dovesse interrompersi immediatamente nel Nord Atlantico le popolazioni di questo squalo pelagico impiegherebbero cinquant’anni prima di riprendersi. Questo perché il mako è oggi soggetto ad ogni tipo di pesca: da quella accidentale sino a quella sportiva, per esempio negli Stati Uniti, ma anche quella mirata a sfruttarne le pinne, richieste in particolare nel mercato asiatico, e la sua carne. La scorsa estate, tra pesca e avvistamenti, dalla Toscana alla Sicilia, anche in Italia abbiamo assistito a catture di squali mako. 

    Bianco, toro, mako, tigre: gli squali che fanno paura

    I conservazionisti sostengono che la pesca di questa specie stia mettendo in serio pericolo la sua sopravvivenza ma durante i negoziati, riportano i media britannici, l’UE e gli Stati Uniti si sarebbero rifiutati di bloccare i piani indicati per proteggere i mako. Lo scorso anno i vari governi avevano votato per regolamentare il commercio e la pesca di alcune specie in via di estinzione, tra l’altro su spinta proprio dell’Europa. Ora durante nuove trattative alcuni paesi come Canada, Gran Bretagna e Senegal hanno deciso di spingere per una proposta che vieti le catture dei mako e lo sfruttamento di questa specie, ma Ue e Stati Uniti hanno per ora rifiutato di appoggiare i divieti per poter continuare varie pratiche di pesca, ostacolando di fatto i piani per una futura protezione. 

    Nell’Atlantico settentrionale il mako viene principalmente pescato da Spagna, Portogallo e Marocco, che lo catturano accidentalmente durante la pesca per esempio al tonno e altre specie. La mancanza di un consenso univoco e dell’appoggio di Usa e Ue a specifici piani per fermarne la pesca anche accidentale, hanno fatto sì che al momento la commissione ICCAT abbia deciso di rimandare così le decisioni sulle catture dei mako al 2021.
    Duro, su questo, Ali Hood, direttore della conservazione di Shark Trust, che sostiene come “la graduale scomparsa del mako nell’Atlantico settentrionale rimane una delle crisi più urgenti al mondo per la conservazione degli squali, ma l’UE e gli Stati Uniti hanno messo al primo posto gli interessi della pesca e hanno rovinato un’occasione d’oro per concordare un piano chiaro per bloccarla”. 
    Anche per Grantly Galland del Pew Charitable Trusts ritardare l’adozione di piani e divieti potrebbe accelerare il declino di una specie già “a livelli di popolazione pericolosamente bassi”. Diversi scienziati da tempo hanno sottolineato come questi livelli preoccupino per la conservazione della specie, chiedendo di diminuire la pesca in Atlantico di almeno dieci volte rispetto a quella attuale. 

    Ian Campbell del Project Aware, un’organizzazione  per la protezione degli oceani, auspica che l’avvento di Joe Biden alla Casa Bianca possa portare a politiche celeri per la conservazione dei mako. “È stato straziante vedere gli Stati Uniti passare da un leader globale per la conservazione degli squali a un ostacolo primario per la scienza” ha spiegato, sperando che “l’amministrazione Biden possa cambiare le cose”.
    Inoltre, sostiene Ali Hood, “la ripetuta ostruzione di protezioni vitali indicate dagli scienziati consente ai principali paesi di pesca del mako – Spagna, Marocco e Portogallo – di continuare a pescare questi squali in via di estinzione, essenzialmente senza limiti, e guidare le popolazioni verso il collasso”.
    Secondo altri esperti, come Shannon Arold di Save Our Seas Foundation, Usa e Ue dovrebbero seguire l’esempio di Canada, Senegal e Regno Unito e unirsi nella realizzazione di piani e limiti alla pesca dei mako “prima che sia troppo tardi”. La questione, per ora, è rimandata al prossimo anno, ma intanto nel nord dell’Atlantico altri mako, nonostante la loro velocità, finiranno nelle reti a causa della lentezza dei negoziati e l’assenza di divieti per poterli proteggere. LEGGI TUTTO

  • in

    In 10 anni quasi mille eventi climatici estremi in Italia

    Record su record, il cambiamento climatico non arresta la corsa e in 10 anni in Italia si è manifestato con 946 fenomeni metereologici estremi in 507 Comuni; solo nei primi 10 mesi del 2020, ci sono stati 86 casi di allagamento da piogge intense e 72 casi di trombe d’aria, in forte aumento sul 2019. Lo ha rilevato l’Osservatorio CittàClima di Legambiente (con un’analisi fino a ottobre 2020) evidenziando che sono fenomeni in costante crescita, come emerge dal Rapporto 2020 “Il clima è già cambiato”, presentato in un webinar organizzato dalla stessa associazione. Fra le città più colpite è clamoroso il caso di Roma, dove dal 2010 a ottobre 2020 si sono verificati 47 eventi estremi, 28 dei quali riguardanti allagamenti per piogge intense e poi Bari e Agrigento dove ci sono state anche trombe d’aria e Milano dove sono anche esondati i fiumi Seveso e Lambro.Nel dettaglio, è stato spiegato nel webinar (organizzato da Legambiente e redatto con il contributo di Unipol, la collaborazione scientifica di Enel Foundation e arricchito dalle collaborazioni con Ispra, Legambiente Emilia-Romagna e decine di circoli locali), nell’ultimo decennio, i Comuni italiani hanno visto succedersi 416 casi di allagamenti da piogge intense (di cui 319 avvenuti in città) che hanno determinato 347 interruzioni e danni alle infrastrutture con 80 giorni di stop a metropolitane e treni urbani. Il maltempo ha provocato 83 giorni di blackout elettrico e si contano inoltre 14 casi di danni al patrimonio storico-archeologico; 39 casi di danni provocati da lunghi periodi di siccità e temperature estreme; 257 eventi con danni dovuti a trombe d’aria; 35 casi di frane causati da piogge intense e 118 eventi (89 avvenuti in città) da esondazioni fluviali.
    Clima, 500 comuni da salvare. Ecco la mappa dell’Italia fragile
    di GIACOMO TALIGNANI 14 Ottobre 2020

    L’Osservatorio CittàClima ha contato 251 morti, di cui 42 riferiti al solo 2019, in aumento rispetto ai 32 del 2018; 50mila, invece, rileva il Cnr, le persone evacuate in seguito a frane e alluvioni. Sotto la lente d’ingrandimento della mappa di CittàClima, le aree urbanizzate della Penisola, le più popolose e spesso sprovviste di una corretta pianificazione territoriale, nonché le più esposte agli effetti del cambiamento climatico. In evidenza, come detto, i casi di Roma (47 eventi estremi), Bari (41 eventi di cui una ventina di allagamenti da piogge intense e altrettante trombe d’aria). Poi Agrigento con 31 eventi legati ad allagamenti (in 15 casi) e danni alle infrastrutture (in 7 casi) come per i danni da trombe d’aria. A Milano 29 eventi in total e almeno 20 esondazioni tra Seveso e Lambro.Nei dieci mesi del 2020 ci sono stati anche 15 esondazioni fluviali, 13 casi di danni alle infrastrutture, 12 casi di danni da siccità prolungata, 9 frane da piogge intense. Legambiente sottolinea che gli episodi tendono a ripetersi negli stessi Comuni dove si erano già verificati in passato. “Sempre più drammatiche le conseguenze dei danni da trombe d’aria, che nel Meridione sferzano le città costiere, mentre al Nord si concentrano nelle aree di pianura” spiega Legambiente confermando “più forti e prolungate le ondate di calore nei centri urbani” e alluvioni “con quantitativi d’acqua che normalmente cadrebbero in diversi mesi o in un anno e che invece si riversano nelle strade in poche ore, seguiti sempre più spesso da lunghi periodi di siccità”.  LEGGI TUTTO

  • in

    Fare plastica come bio vuole

    Le bioplastiche oggi rappresentano l’1% degli oltre 359 milioni di tonnellate di plastica prodotte annualmente. Ancora una goccia in un mare di polimeri derivati dal petrolio. Ma il mercato sta crescendo. Secondo un’indagine realizzata dal nova-Institut per la European Bioplastics, l’associazione europea dei produttori di bioplastica, la produzione globale annua passerà dai 2,11 milioni di tonnellate del 2017 a 2,42 milioni nel 2024. 
    Plastica
    Rifiuti, si fa presto a dire bio
    di Giuliano Aluffi 25 Novembre 2020

    A sostenere questa crescita è sia la scelta da parte di molte imprese di sostituire i classici packaging o i monouso in plastica (da Colussi a Eataly) sia l’adozione di regolamenti che vietano determinati prodotti monouso in plastica non compostabili. Così sul mercato sono arrivati biopolimeri sempre più sofisticati e innovativi, come il PLA (acido polilattico) e i PHAs (poliidrossialcanoati) ed anche quei biopolimeri che utilizzano l’amido di mais come Mater-bi o Bioplast, con cui si producono plastiche bio-based e biodegradabili.A contendersi le fette maggiori di questa torta in crescita sono grandi società chimiche come Basf, Braskem e Total-Corbion, ma anche imprese totalmente focalizzate sulle bioplastiche come le italiane Novamont, l’americana NatureWorks, la tedesca Biotec, la francese Arkeme, la britannica Biome Bioplastics e la brasiliana Braskem. “Secondo i dati di Assobioplastiche, dal 2012 la filiera italiana delle bioplastiche ha registrato una crescita media annua dei fatturati superiore al 10%, passando da poco meno di 370 milioni di euro ai 745 milioni di euro del 2019 per 275 aziende (erano 143 nel 2012) e 2.650 addetti (erano 1.280 nel 2012)” spiega Alessandro Ferlito, direttore commerciale di Novamont. “Lo stato di salute del comparto è confermato anche dalla crescita costante delle applicazioni innovative: come Novamont collaboriamo a monte e a valle con una filiera altamente tecnologica che ha consentito di portare sul mercato soluzioni in grado limitare l’uso delle plastiche tradizionali e sinergiche con la raccolta del rifiuto organico”. 
    PACKAGING
    Imballaggi, una questione di etichetta
    di Giacomo Talignani 13 Novembre 2020

    Cosa sono le bioplastiche, però, non tutti lo sanno. Chiedendo in strada molti intervistati rispondono che il suffisso bio voglia dire biodegradabile. Oppure, per i più attenti, il suffisso bio indica una plastica “vegetale”. Non è nemmeno davvero così. Bisogna distinguere varie tipologie di questo materiale. “Dobbiamo distinguere tra bioplastiche bio-based, ovvero che sono realizzate usando materiali di origine organica come l’acido polilattico (PLA), e quelle di origine fossile, che, se trattate secondo determinati processi, possono essere biodegradabili”, spiega Mario Bonaccorso, autore del libro Che cosa è la Bioeconomia (ed. Ambiente, 2019) “e distinguere tra bioplastiche di origine non fossile non biodegradabili (PE e PET derivati da canna da zucchero, melassa e oli vegetali) da quelle biodegradabili come il PLA o PHA. Sono solo quest’ultime che tutti associano inevitabilmente al termine bioplastiche”. 

    Bioplastiche, uno studio accusa: piene di sostanze chimiche come quelle normali
    di Simone Cosimi 30 Ottobre 2020

    La situazione può diventare ancora più complessa. Altra confusione deriva dalla convinzione comune che tutta la bioplastica biodegradabile sia compostabile (cioè possa creare compost per nutrire le piante), e che quindi possa essere buttata nell’umido. Invece alcuni tipi di biopolimeri non possono essere mandati al compostaggio, perché gli impianti non sono ancora attrezzati per poterle gestire a causa della loro struttura chimica. Dunque bisogna discernere tra i prodotti in bioplastica biodegradabile che sono compostabili, come i bicchieri o i piatti, ed altri che non lo sono, come ad esempio le forchette e i coltelli. 
    Riciclo
    Quando il packaging è un rebus, l’app ti aiuta a differenziare
    di Daniele Di Stefano 13 Novembre 2020

    “Alcune tipologie di plastiche compostabili, non tutte quelle in commercio, rappresentano una criticità per i nostri impianti di compostaggio – spiega Fabio Menghetti, direttore tecnico di Sienambiente, gestore rifiuti toscano – e data la forte crescita, è importante trovare il modo di trasformarli in ammendanti riducendo al minimo la produzione di scarti. Riteniamo ci sia amplio margine di miglioramento in termini di grado di compostabilità da parte dei produttori. Allo stesso tempo anche l’ottimizzazione dei parametri di processo e l’utilizzo di particolari pretrattamenti può dare importanti benefici in termini di recupero”. Sulla vera biodegradabilità delle bottiglie ne sa qualcosa la giornalista Laura Squizzato, inviata del programma televisivo “I fatti vostri”. Per raccontare un’antica usanza locale di scambiarsi messaggi con una bottiglia, la giornalista lancia in mare una bottiglia biodegradabile di mais, giustificandosi: “Tanto questa bottiglia si scioglierà tra poco, è al 100% biodegradabile”. Apriti cielo. Tocca a Legambiente ricordare che “nessuna bioplastica si scioglie rapidamente in mare, ma solo negli impianti industriali”. 

    Eppure le bioplastiche sono destinate a giocare un ruolo sempre crescente in tanti ambiti, specie per la valorizzazione del rifiuto organico. È qua che i sacchetti in bioplastica compostabili hanno fatto una vera differenza. Basta scegliere quelli in materiali come il mater-Bi che rispetta la norma UNI 13432. “Il rifiuto organico come materia prima ‘seconda’ ha un enorme potenziale in termine di crescita economica, creazione di occupazione e riduzioni di emissioni di CO2″, continua Bonaccorso.”L’Italia è stato il primo paese al mondo ad aver introdotto l’obbligo dell’uso di sacchi compostabili certificati. Queste caratteristiche dei manufatti, unite ai sistemi di raccolta domiciliari, contribuiscono al mantenimento di livelli elevati di qualità in tutta la filiera: dal rifiuto organico al prodotto compost”. E allora attenzione a dove metterla: basta vedere se c’è la scritta “biodegradabile e compostabile conforme alla norma UNI EN 13432”. Così il vostro rifiuto domani potrà essere compost, biogas o un neo materiale. LEGGI TUTTO

  • in

    AWorld, l'app che misura il tuo impatto sull'ambiente. E ti premia se lo riduci

    Da protagonisti del luccicante mondo della moda a partner delle Nazioni Unite per promuovere lo sviluppo sostenibile. La conversione di Alessandro Armillotta e Marco Armellino, due giovani imprenditori torinesi, è avvenuta quando erano già lanciatissimi a creare piattaforme di e-commerce per i grandi marchi dell’abbigliamento. “Stavamo visitando il polo industriale di Guangzhou”, racconta Alessandro, “e quello che vedemmo ci lasciò esterrefatti: fabbriche senza pareti, scale senza protezioni, operai al lavoro per 12 ore consecutive a cucire le t-shirt e i leggings che indossiamo in Occidente. Chiedemmo quale sarebbe stato il colore di tendenza per l’anno successivo. Ci risposero: basta vedere di che colore è il fiume che scorre in città, perché è lì che vengono scaricati gli scarti delle lavorazioni tessili. Capimmo che non volevano fare più parte di quel mondo”.

    I fondatori di AWorld. Alessandro Armillotta, Alessandro Lanceri e Marco Armellino  Con Marco si erano conosciuti qualche anno prima e per alcuni anni avevano messo le loro competenze digitali e imprenditoriali al servizio del mercato della moda. “Ma a inizio 2019 abbiamo capito quello schema di produzione era insostenibile e ne siamo usciti”, ricorda Armellino. “Però avevamo sviluppato delle competenze che potevamo usare: non per vendere cose ma per spiegare cosa è la sostenibilità”.Consumi
    Un Black Friday da record. Anche per l’inquinamento
    di Claudio Gerino 20 Novembre 2020

    E’ nata così AWorld, una app per smartphone che propone contenuti sui temi della sostenibilità e strumenti che sollecitano le persone a entrare ad agire per la salvaguardia del pianeta. Per raggiungere questo risultato, l’app valorizza i piccoli gesti quotidiani che generano un impatto positivo. AWorld permette agli utenti di monitorare i miglioramenti nelle proprie abitudini e visualizzare metriche precise dei risparmi generati (litri di acqua, chilogrammi di CO2, rifiuti).

    “Nel settembre del 2019 eravamo a New York mentre alle Nazioni Unite si stava svolgendo il Climate Summit”, racconta Armellino. “Abbiamo bussato a tutte le porte del Palazzo di vetro e alla fine siamo riusciti a mostrare AWorld al Segreterariato dell’Onu”. Una sortita dalle conseguenze straordinarie: la app della startup torinese (tra i fondatori c’è anche Alessandro Lancieri) è stata scelta dalle Nazioni Unite come lo strumento ideale per conseguire gli obiettivi della campagna ActNow, l’iniziativa che intende stimolare le singole persone ad adottare comportamenti virtuosi per contrastare i cambiamenti climatici. L’Onu ha lanciato ufficialmente AWorld alla fine dello scorso settembre, e ora conteggia già un milione di buone azioni che gli utenti hanno registrato sull’app.Il segreto del successo, spiegano gli ideatori, è ribaltare usato finora nella comunicazione sui cambiamenti climatici. Basta messaggi punitivi del tipo: oggi hai contribuito all’effetto serra con tot chili di CO2. “Abbiamo preferito un meccanismo che premi, anche solo simbolicamente, chi si impegna a cambiare abitudini: dal fare una doccia che non duri più di 5 minuti, a usare la bici invece che l’auto, a portare una borsa da casa invece che farsi dare il sacchetto di plastica al supermercato”, spiega Armellino.

    Il team al completo  L’app lancia inoltre sfide collettive, supportate da aziende e istituzioni, che mirano a incentivare il risparmio di risorse da parte delle rispettive community. Presto AWorld sarà adottata da Flowe, la nuova mobile bank fondata da Mediolanum, e da Green Pea, lo shopping mall sostenibile ideato dai fondatori di Eataly.Non sprecare
    Camminare fa bene, un rimedio naturale e a costo zero
    di Antonio Galdo 20 Novembre 2020

    E il futuro? “Intanto c’è stato un aumento di capitale da 700 mila euro grazie a Cdp Venture e Digital Magics”, risponde Armellino. “Con queste risorse vorremmo ampliare la app per monitorare non solo le intenzioni ma anche i comportamenti reali degli utenti, a cominciare dagli spostamenti improntati alla sostenibilità”. LEGGI TUTTO

  • in

    Mobili ed elettrodomestici, il bonus per una casa più efficiente

    Un climatizzatore in città, una stufa a pellett in campagna e il Fisco ti fa lo sconto anche per rinnovare gli arredi. Dal divano alla cucina, dallo studio alla cameretta l’attenzione al risparmio energetico è sempre premiata e anche per i piccoli lavori in casa che sono finalizzati a ridurre i consumi di energia e privilegiano le fonti rinnovabili c’è la possibilità di godere di un agevolazione vantaggiosa come il bonus mobili. Si possono avere mobili nuovi e sconto fiscale anche spendendo solo poche centinaia di euro per sostituire i vecchi impianti energivori con altri di nuova generazione. Efficienza e meno tasse. In linea di principio il bonus mobili è riconosciuto a tutti coloro che effettuano interventi di ristrutturazione per i quali si ha diritto alla detrazione. L’agevolazione consiste della detrazione fiscale del 50% della spesa fino ad un importo massimo di  10.000 euro per ciascun immobile ristrutturato. Per avere il bonus, è sufficiente effettuare degli interventi che rientrano nell’ambito della detrazione, anche se si tratta di piccoli interventi e anche quando non sono necessarie opere edilizie delle proprie. In tutti i casi in cui vengono istallati impianti  finalizzati al risparmio energetico, in quanto in questo caso  la detrazione è ammessa anche se si tratta di semplice acquisto posa in opera. Possibile ottenere l’agevolazione, quindi non solo se si sostituisce la caldaia di riscaldamento, o il vecchio boiler, ma anche se si cambiano i radiatori con altri a maggiore efficienza oppure se si acquista un climatizzatore in grado di fare da supporto all’impianto di riscaldamento e ridurre il consumo di gas. Agevolazione riconosciuta, ovviamente, anche se si sostituiscono gli infissi. Italiani più attenti alla casa green. D’altra parte l’attenzione per ridurre il consumo energetico cresce e gli italiani si dimostrano tutto sommato molto attenti a questo tema.  Gli ultimi dati, pubblicati dal dipartimento delle Finanze e relativi alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2019 forniscono, tra l’altro, un’istantanea relativamente al trend di crescita anno dopo anno dell’utilizzo, da parte dei contribuenti italiani, delle detrazioni per interventi finalizzati al risparmio energetico. In sostanza, i benefici fiscali per l’efficientamento energetico, in particolare delle unità abitative, continuano a “trainare” un elevato tasso di adesione, che colloca l’Italia tra i Paesi europei più avanzati.  Occhio al pagamento. Per usufruire anche delle agevolazioni per i mobili si devono effettuare gli interventi di risparmio energetico utilizzando il bonifico per le ristrutturazioni. Una volta effettuati gli acquisti dei nuovi impianti o dei nuovi infissi si possono acquistare anche i mobili approfittando dello sconto fiscale. Per questo è sufficiente pagare con strumenti tracciabili, bonifici anche ordinari,  carte di credito, bancomat, carte prepagate, e avere la fattura o lo scontrino parlante con i propri dati fiscali.  Lo sconto è previsto per acquisti fino a 10.000 euro, a prescindere dall’ammontare della spesa pagata con il bonifico per le ristrutturazioni. Si possono comprare tutti i mobili, ma anche lampade e lampadari, e pure i nuovi materassi. Ma non è tutto. Bonus mobili anche per chi approfitta dello sconto in fattura. Si può approfittare del bonus mobili, infatti, anche se impianti o infissi di pagano la metaà. La possibilità di avere lo sconto in fattura o di usufruire della cessione del credito, infatti, non impedisce di utilizzare il bonus mobili. Quindi anche se il prossimo anno non si dovrà portare in detrazione la spesa della nuova caldaia, del climatizzatore o delle nuove finestre, perché l’acquisto è stato fatto con lo sconto in fattura, si avrà diritto ad avere comunque il bonus mobili.  L’agevolazione è infatti legata al riconoscimento della detrazione, e non importa  che questa agevolazione sia stata utilizzata sotto forma di sconto al momento dell’acquisto. LEGGI TUTTO

  • in

    Con i cambiamenti climatici più rischi di malattie infettive negli animali

    Il nuovo allarme arriva dai laboratori di ricerca. I cambiamenti climatici potrebbero incrementare il rischio di malattie infettive per gli animali, il che si tradurrebbe in un pericolo più elevato che queste malattie si diffondano tra gli esseri umani. L’ipotesi è il risultato di uno studio, pubblicato sulla rivista Science, condotto dagli esperti dell’Università di Notre Dame, dell’Università della Florida e dell’Università del Wisconsin-Madison, che hanno raccolto dati da oltre settemila documenti di ricerca su sistemi e modelli di infezione, per fornire una rappresentazione diversificata degli animali e dei loro agenti patogeni in ambienti acquatici e terrestri, a seconda delle temperature medie e delle variazioni climatiche.”Si tratta dell’ipotesi di disallineamento termico – spiega Jason Rohr dell’Università di Notre Dame – un fenomeno secondo cui il rischio di diffusione di malattie infettive tra gli animali adattati alle temperature glaciali, come gli orsi polari, aumenta con l’incremento della temperatura, mentre per le specie che vivono in ambienti più caldi il pericolo è legato al calo delle temperature”. Ciò implica, aggiunge l’esperto, che organismi più piccoli come gli agenti patogeni possano sopportare intervalli di temperature più ampi e più facilmente rispetto agli esseri più complessi, che invece faticano ad adattarsi.
    “La pandemia da coronavirus – commenta Olivia Santiago, dell’Università della Florida – ha evidenziato la necessità di comprendere il modo in cui la diffusione, la gravità e la distribuzione delle malattie infettive tra gli animali possano evolvere. La maggior parte degli eventi epidemici ha origine dalla selvaggina, per cui è fondamentale attuare strategie di mitigazione per ridurre il cambiamento climatico”.Lo studio mostra che gli agenti patogeni associati ai luoghi caldi sembrano adattarsi meglio dei loro ospiti durante la stagione fredda e allo stesso modo quelli trovati negli ambienti più freddi prosperano a temperature calde, mentre gli animali sono meno tolleranti agli sbalzi di temperatura. “Il nostro lavoro – conclude Rohr – suggerisce che il riscaldamento globale probabilmente allontanerà le malattie infettive dall’equatore, con una variazione nelle possibilità di infezioni nelle regioni temperate e più fredde del pianeta. Le simulazioni indicano infatti che gli agenti patogeni potrebbero prosperare meglio nei luoghi freddi. Per i prossimi studi esploreremo la possibilità che esistano modelli simili per le malattie umane e vegetali, in modo da valutare se questo possa avere o meno implicazioni sulla sicurezza alimentare”.
    Argomenti LEGGI TUTTO

  • in

    Usa, il fronte ambientalista applaude l'arrivo di John Kerry

    NEW YORK. Gli ambientalisti applaudono, almeno nella maggior parte dei casi, mentre i conservatori che sostenevano l’agenda di Trump sull’energia si strappano i capelli. Entrambi hanno ragione, dal rispettivo punto di vista, ad avere reazioni così nette davanti alla nomina di John Kerry come inviato speciale presidenziale per il clima, perché la mossa di Biden ha un significato molto più profondo del titolo assegnato al suo vecchio amico e collega.
    Meno emissioni nocive negli Usa grazie agli Stati virtuosi. E al Covid
    di Paolo Mastrolilli 23 Novembre 2020

    Il nuovo capo della Casa Bianca ha creato in sostanza la posizione di super ministro dell’Ambiente, e l’ha affidata all’ex senatore, ex segretario di Stato, ed ex candidato alla presidenza. Così ha segnalato che l’emergenza climatica sarà una priorità della sua amministrazione, non solo per l’impatto sull’ambiente, ma anche sull’economia e sul futuro dell’intera società globale. Già durante la campagna elettorale, infatti, Biden aveva chiarito di avere una visione olistica del problema, che andava dalla pulizia dell’aria, alle enormi opportunità di sviluppo ed occupazione offerte dalla transizione verso l’energia pulita. La scelta di Kerry conferma questa direzione strategica, perché si tratta di una persona che ha grande esperienza tanto nelle relazioni internazionali, necessarie per rilanciare l’accordo di Parigi, quanto nelle politiche domestiche, che invece saranno al centro degli aspetti economici e sociali.Stati Uniti
    Il colpo di coda di Trump: vendere i diritti per le trivelle nell’Artico
    di Giacomo Talignani 16 Novembre 2020

    Lo ha capito Greenpeace, ad esempio, quando ha commentato così la notizia: “La nomina è un segnale positivo per le intenzioni di Biden di integrare la leadership climatica in ogni aspetto dell’amministrazione”. E lo hanno capito gli avversari del nuovo presidente, che invece si disperano. Il Wall Street Journal, ad esempio, ha scritto che la scelta di Kerry sarà un disastro, perché quando dovrà negoziare con Xi Jinping il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi, e il rilancio dell’intesa con impegni futuri ancora più stringenti, si arrenderà facilmente e regalerà la vittoria strategica a Pechino. Qui si potrebbe notare che il Wsj dimentica il fallimento quasi totale della politica muscolare adottata da Trump nei confronti della Cina, che con quattro anni di guerra commerciale ha ottenuto solo un piccolo accordo da 200 miliardi di dollari per l’acquisto di prodotti americani, che la Repubblica popolare non ha nemmeno rispettato. La preoccupazione dei conservatori però è comprensibile, perché è evidente la volontà di Biden di cambiare completamente direzione. Il nuovo capo della Casa Bianca non solo si propone di rientrare nell’accordo di Parigi dal primo giorno di mandato, ma vuole riprenderne la leadership per spingere tutti i membri a fare di più. Su questo punto i suoi interessi coincidono con quelli dell’Unione Europea, e infatti lui punta a ricostruire l’alleanza con Bruxelles proprio per unire le forze allo scopo di spingere Pechino a cambiare linea non solo sull’ambiente, ma anche sui commerci, i diritti umani, il rispetto della democrazia.               
    Stati Uniti
    Fonti fossili, disboscamento, caccia: il nuovo governatore del Montana, una minaccia per l’ambiente
    di Francesco Semprini 19 Novembre 2020

    Se Kerry sarà capace di portare avanti un’agenda così ambiziosa lo vedremo presto, ma lui stesso aveva indicato questa linea quando nel novembre dell’anno scorso aveva lanciato l’iniziativa “World War Zero”, ossia un gruppo di cui facevano parte ex presidenti democratici come Clinton e Carter, leader repubblicani come Arnold Schwarzenegger e John Kasich, imprenditori, e celebrità tipo Leonardo DiCapro e Sting. Lo scopo dichiarato era “mobilitare gli americani e i cittadini di tutto il mondo ad affrontare i cambiamenti climatici e l’inquinamento”. Kerry aveva fatto questa mossa per restare politicamente rilevante, e crearsi una base soprattutto fra i giovani da cui avrebbe potuto lanciare la sua corsa alla Casa Bianca, se Biden avesse fallito nelle primarie. Joe però ce l’ha fatta, è diventato presidente, e ora ha affidato proprio a John il compito di realizzare questo aspetto chiave della sua agenda.    L’analisi
    Allarme della Fed, il climate change minaccia la stabilità finanziaria
    di Eugenio Occorsio 16 Novembre 2020

    Il modo in cui Kerry intende affrontare la missione ce lo aveva spiegato lui stesso, durante un’intervista esclusiva concessa in luglio a La Stampa, proprio per spiegare le prospettive dell’amministrazione Biden: “Ci sono molte opportunità – aveva detto – per chiarire che gli Stati Uniti sono tornati sulla scena globale, così tanti temi dove la nostra assenza è stata avvertita dagli alleati, e posti dove gli avversari hanno approfittato del vuoto. Ovviamente l’Iran è uno di questi. Ma pensate ai segnali positivi che l’amministrazione potrebbe mandare subito sui cambiamenti climatici. Un governo responsabile ovviamente tornerebbe subito nell’Accordo di Parigi, ma manderebbe il segnale a Glasgow, in Scozia, alla prossima Cop, che il mondo deve accrescere le proprie ambizioni per ridurre le emissioni. Parigi stessa era un obiettivo, non una garanzia. Gli Stati Uniti devono dimostrare che, nonostante le difficoltà economiche del 2020, il clima non è una questione secondaria, tenuta in ostaggio dalle fragili politiche domestiche. Invece gli Usa possono galvanizzare nuove linee di sforzi per spingere il mondo ad affrontare l’emergenza clima e accendere la scintilla per una rivoluzione mondiale dell’energia pulita. Uno dei modi più rapidi per rinnovare la credibilità americana sarebbe tornare a coinvolgere la Cina negli obiettivi per la riduzione delle emissioni stabiliti in tandem nel 2014, e l’Europa. Perché? I principali inquinatori del mondo, Cina, Ue e Usa, sono responsabili di oltre il 50% delle emissioni. Un movimento all’interno del G20, in cui i principali emettitori responsabili di oltre l’80 o l’85% delle emissioni si unissero per ridefinire verso l’alto le ambizioni di Parigi, segnalerebbe l’impegno a “build back better”, ricostruire meglio, dopo il Covid”.
    Clima, la corsa contro il tempo di Biden per riparare ai danni fatti da Trump
    di Giacomo Talignani 10 Novembre 2020

    Una sollecitazione diretta in maniera esplicita all’Italia, che ha appena preso la presidenza del prossimo G20, e potrebbe sfruttare l’occasione anche per rafforzare da subito il rapporto con Biden. Infatti Kerry aveva aggiunto: “Ciò rassicurerebbe 130 economie del mondo, che producono meno dell’1% delle emissioni globali, che i grandi Paesi sono seri sulla questione del clima. Questo genere di impegno sarebbe benvenuto dal mondo”. Ora il dossier è nelle sue mani, e il mondo aspetta di vedere i risultati. LEGGI TUTTO