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    “Certi alberi”. La poesia di John Ashbery

    Nel vasto e intricato labirinto della poesia nordamericana degli ultimi centocinquant’anni, quella ovvero seminata, fra gli altri, da Whitman, Emerson ed Emily Dickinson, i poeti che hanno ascoltato il vociare microscopico della natura sono molti. Magari alcuni poeti sono rimasti sigillati alle cose, a una scrittura descrittiva o suggestiva, in altri casi invece hanno unito, in un abbraccio epico, la formica, la foglia che s’increspa e cade, la goccia di rugiada e il respiro colossale del cosmo. Tra i poeti che vengono spesso identificati con una poetica alimentata dal battito delle ali di farfalla figurano William Carlos Williams, Robert Frost, Gary Snyder, Derek Walcott, Wendell Berry, Jim Harrison, William Stanley Merwin, Mary Oliver, Annie Dillard, nonché la recente premio nobel Louise Glück. 

    Se ne potrebbero segnalare molti altri ma soffermiamoci su un poeta che è stato in passato molto letto e condiviso e discusso, ovvero John Ashbery (1927-2017). Spesso quando si cita Ashbery si ricordano i tanti premi ottenuti, il fatto ad esempio che una sua raccolta, Self-Portrait in a Convex Mirror (1975, disponibile in Italia nella collana poetica di Bompiani, Autoritratto entro uno specchio convesso, nella traduzione di Aldo Busi, suo grande ammiratore), abbia vinto i maggiori premi – il Pulitzer for Poetry ed il National Book Award. 

    La critica l’ha definito il poeta più influente della sua generazione. E oggi? Ora che l’uomo non c’è più, e ora che la sua produzione può essere eventualmente rinnovata soltanto da inediti improvvisamente venuti alla luce e nascosti per anni, o per decenni, in una scatola di scarpe, che resta della sua lirica? Riusciamo ancora a guardarlo, nella vetrina degli autori del passato recente, come un gigante, oppure l’eco della sua parola scritta si sta ridimensionando? 

    Sappiamo che alcuni poeti, col passare del tempo, allungano la loro ombra, o meglio, innervano la loro luce in tanti nuovi lettori, altri invece scemano. Ashbery? Ai critici l’ardua sentenza. 

    Sinteticamente mi limito a ricordare alcuni titoli delle sue opere: Rivers and Mountains (Fiumi e montagne), Houseboat Days (I giorni della casa galleggiante), The Vermont Notebook (Il quaderno del Vermont), A Wave (Un’onda), Hotel Lautréamont, Wakefulness (Stato di veglia), Chinese Whispers (Sussurri cinesi), A Worldly Country (Un paese mondano), Girls on the run (Bambine in fuga), Commotion of the Birds (Commozione degli uccelli, ma anche Confusione, Agitazione degli uccelli). 

    Noi andremo ad accarezzare alcuni versi del poeta. E per la precisione ci concentriamo su una raccolta pubblicata nel 1956, 65 anni orsono, dal titolo Some Trees, Certi alberi, vincitore al tempo del premio riservato ai giovani poeti dall’università di Yale – un altro vincitore fu Merwin, citato poco sopra, la stessa Glück, e poi Auden, Kunitz, Wright, Hass, Forché. 

    Nella ricca antologia Un mondo che non può essere migliore, curata da Damiano Abeni e Moira Egan e pubblicata da Luca Sossella in quel piccolo miracolo editoriale che fu la collana Arte poetica, scoviamo la poesia che diede titolo alla raccolta; la lirica è così bella e ricca che vale la pena di riprodurla sia in originale – la poesia andrebbe sempre goduta in originale, le traduzioni, per quanto funzionali o ben ponderate, restano in ogni caso, come cantava Franco Battiato, come la pace “di certi monasteri”, o la “vibrante intesa di tutti i sensi in festa”, solo “l’ombra della luce”, sia nell’adattamento italiano. LEGGI TUTTO

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    Che vita sarebbe senza il neodimio?

    Senza il lantanio non avremmo i motori ibridi, senza l’ittrio e il terbio le lampadine a basso consumo, senza il neodimio il disco rigido e gli auricolari. Senza il praseodimio, il samario e il disprosio non avremmo i magneti permanenti fondamentali per l’energia eolica, per auto e biciclette elettriche, per i cellulari e per una […] LEGGI TUTTO

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    Rapporto GreenItaly 2021: il tricolore sempre più verde

    Un’Italia sostenibile e protagonista nella transizione verde per essere a tutti gli effetti “a misura d’uomo” a livello economico e sociale. È questa l’immagine del nostro Paese proposta dalla dodicesima edizione del rapporto GreenItaly, realizzato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere. Presentato oggi a Roma, mira a delineare lo stato dell’arte della green economy tricolore e dei suoi punti di forza, alla vigilia della Cop26 di Glasgow, appuntamento di fondamentale importanza per le le politiche sul clima. Per introdurlo attraverso alcuni punti chiave, Green&Blue ha intervistato il presidente di Symbola, Ermete Realacci.

    La pandemia e l’economia green: quale il legame?

    “Come afferma il Manifesto di Assisi, promosso dalla Fondazione Symbola e dal Sacro Convento, ‘affrontare con coraggio la pandemia e la crisi climatica non è solo necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro’. E le risposte alle due crisi sono collegate. Per questo l’Unione Europea nella pandemia ha rafforzato le scelte già avviate concentrando grandi risorse attraverso il Next Generation EU, di cui l’Italia è il principale beneficiario, ma anche attraverso il bilancio ordinario su tre obiettivi: coesione, transizione verde, digitale. Alcuni pensavano (e forse qualcuno sperava) che l’impegno ambientale si sarebbe indebolito. È accaduto il contrario. Una scelta di civiltà ma anche una strada per dare all’Europa una missione, un carisma, rafforzare la nostra economia su basi nuove. I dati del Rapporto Green Italy, della Fondazione Symbola e di Unioncamere, confermano del resto che le imprese che si avviano alla transizione verde sono più competitive e resilienti”.

    In quale campo l’Italia potrebbe investire di più?

    “In tutti, ma partirei da quelli in cui siamo più forti o la svolta è più urgente. Penso, ad esempio, all’economia circolare, nel quale siamo una superpotenza e avviamo al recupero il doppio dei rifiuti delle media europea 79.4% contro il 49%. LEGGI TUTTO

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    Il bla-bla-bla sui combustibili fossili. L'Onu: “La produzione raddoppierà rispetto agli Accordi di Parigi”

    Incompatibili. Preoccupanti. Più vicini ai “bla bla bla” di Greta Thunberg che ad azioni concrete ed efficaci per invertire la rotta. I piani delle principali economie del mondo, dice un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, prevedono di produrre più del doppio di combustibili fossili al 2030, rispetto a quanto sia coerente con il raggiungimento degli obiettivi climatici degli Accordi di Parigi.

    Verso Cop26

    Milano, migliaia in piazza con Greta e Vanessa: “Un altro mondo è possibile”

    di

    Giacomo Talignani

    30 Settembre 2021

     Più del doppio dunque di carbone, petrolio e gas che vanno esattamente in controtendenza rispetto alle ricette indicate per tentare di frenare l’avanzata del surriscaldamento, le stesse indicazioni di decarbonizzazione che invocano i ragazzi del clima e che anche i potenti presenti al PreCop di Milano avevano sottolineato. Il rapporto annuale dell’Unep (programma ambientale delle Nazioni Unite) ha analizzato i 15 principali produttori di combustibili fossili al mondo, scoprendo che quanto prevedono di produrre in totale è di circa il 110% in più di combustibili fossili al 2030 rispetto a quanto sarebbe coerente per limitare le temperature ai famosi  +1,5 gradi, e il 45% in più rispetto a limite dei +2 gradi.

    L’analisi si concentra sulle economie di Australia, Brasile, Canada, Cina, Germania, India, Indonesia, Messico, Norvegia, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti. Il rapporto sottolinea inoltre che la maggior parte dei produttori di petrolio e gas intende aumentare la produzione da qui fino al 2030 e oltre; quella di carbone dovrebbe invece subire un arresto ma alcuni importanti produttori – come l’Australia – prevedono di insistere e aumentare in parte fino al 2040.

    Questo – dice l’Onu – porterà a circa il 240% in più di carbone, il 57% in di petrolio e il 71% di gas nel 2030,  rispetto appunto a quanto necessario per ridurre il tasso di riscaldamento globale a 1,5°C. Dei combustibili fossili citati, il gas è quello che aumenterà maggiormente nei prossimi vent’anni, sempre in base all’analisi dei piani dei governi.Piani che vanno dunque in controtendenza sia alle indicazioni della IEA, l’Agenzia internazionale per l’energia, che aveva dichiarato la necessità di smettere con i finanziamenti ai combustibili fossili nel tentativo di arrivare davvero alle zero emissioni nel 2050, sia con la maggior parte degli intenti dei 196 Paesi del mondo i cui leader si riuniranno a Glasgow tra meno di due settimane per prendere parte alla Cop26, la Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite.

    Transizione ecologica

    Iea: “Transizione troppo lenta: vanno triplicati gli investimenti nell’energia pulita”

    di

    Giacomo Talignani

    13 Ottobre 2021

    Realizzato da Unep, dagli esperti dello Stockholm Environment Institute, dell’International Institute for Sustainable Development e da diversi altri istituti, il rapporto ribadisce che “la produzione globale di carbone, petrolio e gas deve iniziare a diminuire immediatamente e rapidamente per essere coerente con la limitazione del riscaldamento a lungo termine a 1,5 °C”  sostiene Ploy Achakulwisut, autore principale dello studio, ma a quanto pare i piani governativi dei principali produttori di fossili non vanno in questa direzione e sono dunque “incompatibili” con gli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi. Tutti dati molto simili, quelli rimarcati dall’Unep, al report del 2019, a dimostrazione che poco è cambiato da parte delle economie più impattanti e sempre secondo l’analisi la maggior parte dei governi continua anche a fornire un “supporto politico” ai produttori di combustibili fossili.”I governi continuano a pianificare e sostenere livelli di produzione di combustibili fossili che sono di gran lunga superiori a quello che possiamo bruciare in sicurezza” ricorda ancora Achakulwisut.

    Nonostante ciò, bagliori di speranza arrivano per esempio dagli impegni e dalle dichiarazioni delle banche e dei grandi gruppi d’investimento che hanno diminuito, se non in alcuni casi fermato, i finanziamenti a petrolio gas e carbone, anche in alcune delle nazioni economicamente più importanti.

    Per limitare davvero il surriscaldamento globale però, afferma Andrea Meza, ministro dell’ambiente e dell’energia del Costa Rica che ha commentato il report, “c’è una verità semplice ma potente: dobbiamo smettere di pompare petrolio e gas dalla terra se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Insieme alla Danimarca, stiamo guidando la creazione della Beyond Oil and Gas Alliance per porre fine all’espansione ed estrazione dei combustibili fossili e pianificare una transizione giusta per i lavoratori, iniziando a liquidare la produzione esistente in modo controllato”.

    Transizione ecologica

    Quanto petrolio, gas naturale e carbone bisogna lasciare sotto terra

    di

    Matteo Grittani

    15 Ottobre 2021 LEGGI TUTTO