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    Lo studio: i numeri reali delle emissioni dalle auto sono più alti del 50%

    Arriva da Legambiente e Transport & Environment (T&E) – la colossale organizzazione no-profit di Bruxelles che rappresenta 63 organizzazioni di 26 paesi in tutta Europa  una pesante denuncia al settore auto: “I numeri reali delle emissioni sono mediamente più alti del 50% e i costruttori sottostimano l’impatto dei veicoli nel loro ciclo di vita”. LEGGI TUTTO

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    Al via in Basilicata gli incentivi per il riscaldamento senza gas

    Pannelli solari gratis in Basilicata per chi vive in zone non metanizzate. I fondi saranno disponibili a breve grazie ai contributi a fondo perduto messi a disposizione dalla Regione per sostenere l’autoconsumo da fonti rinnovabili. Incentivate anche le installazioni di micro pale eoliche, pannelli solari per l’acqua calda e pompe di calore, compresi i costi per la riconversione dei vecchi impianti di riscaldamento. Interventi anche in favore delle imprese che potranno avere un contributo fino al 65% per interventi di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni.  Le imprese potranno presentare le domande da inizio ottobre. Per i privati, invece, il bando sarà pubblicato a breve.

    Lo studio

    Un inverno senza gas russo? Secondo le stime di Ecco si può fare

    di

    Luca Fraioli

    08 Settembre 2022

    Fondo di 90 milioni per le zone non metanizzate

    Per gli interventi dei privati saranno a disposizione complessivamente di 90 milioni di euro. Di questi i primi dieci saranno erogati di qui a fine anno, 40 milioni nel 2023 e altri 40 nel 2024. I contributi sono destinati solo ai proprietari delle prime case, regolarmente accatastate, all’interno di territori non serviti dal metano. 

    Il bando prevede un un contributo a fondo perduto nella misura massima di euro 5.000 euro, Iva compresa, aumentabile e fino ad euro 10.000 sulla base di condizioni specifiche che saranno dettagliate nel bando stesso. 

    Copertura totale delle spese

    Il contributo potrà coprire fino al 100% della spesa ammissibile, comprese le spese tecniche e i costi delle pratiche amministrative, per i seguenti interventi:

    installazione di un impianto di energia elettrica alimentato da fonti rinnovabili (fotovoltaico o microeolico) di potenza non superiore alla potenza impegnata dall’utenza a cui l’impianto viene connesso;
    installazione di sistemi di accumulo abbinati all’impianto fotovoltaico;
    installazione di collettori solari per la produzione di energia termica;
    installazione di pompe di calore in presenza di un impianto di energia elettrica alimentato da fonti rinnovabili (esistente o da realizzare ex novo), compresa la riconversione di impianti termici esistenti alimentati da biomassa o da combustibili solidi. 

    La procedura è a sportello per cui le domande saranno gestite in ordine di presentazione fino all’esaurimento dei fondi. A gestire il bando saranno le società Sviluppo Basilicata e Società Energetica Lucana. 

    Fondi per le imprese: domande dal 3 ottobre

    Si aprirà invece il prossimo 3 ottobre lo sportello per presentare le domande da parte delle imprese. In questo caso il finanziamento  è finalizzato alla realizzazione, nelle sedi operative, di interventi finalizzati al risparmio e al miglioramento dell’efficienza energetica anche attraverso l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili. Agevolato il solo autoconsumo.  A disposizione per quest’anno 10 milioni di euro, sei dei quali destinati alle Pmi. Per le sole piccole e medie imprese potranno essere finanziati anche i costi per diagnosi energetica e spese tecniche. Il contributo previsto è pari al 45% dell’investimento per grandi imprese, 55% per le medie e 65% per le piccole e micro piccole imprese.

    I dati

    Dal ‘consumer’ al ‘prosumer’: i vantaggi dell’autoconsumo energetico

    di

    Giuditta Mosca

    16 Settembre 2022

    I progetti saranno valutati sulla base dei punteggi raggiunti in termini di efficientamento energetico a elevato contenuto innovativo e incidenti anche sul processo produttivo e interventi che massimizzano la riduzione di emissioni. Il contributo massimo previsto è di 900.000 euro per le grandi imprese, 700.000 per le medie, 350.000 per le piccole e 200.000 per le microimprese, comprese quindi le singole partite Iva.

    Lo sportello telematico sarà aperto il prossimo 3 ottobre. Le domande si potranno presentare fino all’11 novembre. LEGGI TUTTO

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    Batterie più “bio” dai gusci di granchio

    Il problema delle auto elettriche, lo sappiamo, sono le batterie: il loro iter produttivo, le materie prime e lo smaltimento, oltre che i tempi di sostituzione. Molti sottoprodotti, come i separatori in polipropilene e policarbonato, ampiamente utilizzati nelle batterie agli ioni di litio, impiegano centinaia o migliaia di anni per degradarsi e ovviamente aumentano il carico ambientale. In una parola: inquinano.

    Energia

    Litio, alluminio, zolfo: il futuro delle batterie

    di

    Alessandro Petrone

    13 Settembre 2022

    Tutto questo, come ricorda Cnet, senza ovviamente considerare appunto tutta la fase produttiva e l’estrazione di materie prime fondamentali, come il cobalto, caratterizzate da violazione dei diritti umani, lavoro minorile e condizioni di semi-schiavitù per centinaia di migliaia di lavoratori e minatori. Problemi – di più, contraddizioni – che riguardano ovviamente tutti i dispositivi equipaggiati con batterie agli ioni di litio, giunte ormai al picco del loro sviluppo, non solo quelle utilizzate nelle vetture.

    Trasporti

    Arrivano gli aerei elettrici: ma a cosa serviranno davvero?

    di

    Simone Cosimi

    22 Settembre 2022

    Ora una soluzione, certo d’avanguardia e non senza controindicazioni, arriva da un paper appena pubblicato sulla rivista specializzata Matter. Liangbing Hu, direttore del Centro per l’innovazione dei materiali dell’università del Maryland, hanno presentato una batteria più facilmente biodegradabile di quelle attuali. Come mai riesce a “tornare negli ecosistemi” in modo più semplice e veloce? Facile: è fatta di gusci di granchio nel ruolo di elettroliti. Cioè di mezzo o sostanza in grado di far circolare gli ioni, le particelle cariche, fra i due poli e generare così energia elettrica. 

    Che cos’è il chitosano

    Per questo elettrolita può essere impiegato un gran numero di materiali diversi – e le nuove batterie allo stato solido lo stanno appunto sostituendo con materiali diversi che le rendono più efficienti e compatte – ma secondo i ricercatori del nuovo studio, molte batterie utilizzano sostanze chimiche infiammabili o corrosive per questa funzione, che ovviamente non si biodegradano in modo semplice né veloce. Al contrario, per la loro batteria Hu e colleghi hanno utilizzato un elettrolita gel che si trova in un materiale biologico chiamato chitosano. Si tratta di un polisaccaride ottenuto a partire dall’esoscheletro (lo scheletro esterno) dei crostacei, in particolare del granchio, dei gamberetti e dell’astice ed è facilmente biodegradabile. Combinandolo con lo zinco, un metallo presente in natura.

    L’inchiesta

    Perché non si trovano le colonnine per ricaricare l’auto elettrica?

    di

    Vincenzo Borgomeo

    Fiammetta Cupellaro

    19 Agosto 2022

    “Il chitosano è un prodotto derivato della chitina – ha spiegato Hu – la chitina ha molte fonti, comprese le pareti cellulari dei funghi, gli esoscheletri dei crostacei e i tentacoli dei calamari”. Ma la fonte più abbondante di chitosano si trova proprio negli esoscheletri dei crostacei come nei carapaci di aragosta cremisi e appunto gusci di granchio. 

    Riciclare gli scarti alimentari

    L’obiettivo è dunque utilizzare i rifiuti di crostacei e frutti di mare come materia prima seconda, cioè per estrarre chitosano da sfruttare come elettrolita in batterie dal tenore ben più “bio” di altre. Stando a uno studio del 2015 pubblicato su Nature, a livello globale vengono prodotti da 6 a 8 milioni di tonnellate di granchi, gamberetti e gusci di aragoste. La polpa di un granchio costituisce solo il 40% del suo peso: c’è molto margine per mettere a frutto ciò che rimane (se proprio non si può fare a meno di passare a una dieta vegetale) e che spesso viene semplicemente inviato in discarica o gettato in mare: una forma di smaltimento costosa, da 100 dollari a tonnellata, e molto dannosa per l’ambiente.

    L’azienda

    La batteria allo zolfo che risolve il problema dell’accumumulo di energia da fonti rinnovabili

    di

    Vittorio Emanuele Orlando

    11 Maggio 2022

    Le prestazioni del prototipo in laboratorio 

    Secondo il nuovo studio del team, il chitosano utilizzato nei prototipi di batterie messi a punto si è deteriorato del tutto nel giro di cinque mesi, lasciando come residuo solo lo zinco, anziché piombo o litio come le batterie standard, che in realtà è riciclabile. “Lo zinco è più abbondante nella crosta terrestre rispetto al litio – spiega l’autore dell’esperimento – in generale, le batterie allo zinco ben sviluppate sono più economiche e più sicure”. Non solo: il prototipo di “batteria al guscio di granchio” ha sfoggiato un’efficienza energetica del 99.7% dopo mille cicli con un’autonomia fino a 400 ore. In via del tutto ipotetica, secondo Hu due terzi di una batteria che utilizzasse il chitosano come elettrolita (migliorato e perfezionato per farsi più efficiente e resistente su più cicli) potrebbero risultare essere biodegradati. E il team non molla neanche sulla parte rimanente. Che quella al chitosano-zinco possa essere una delle formule magiche con cui rendere meno impattante la produzione e la degradazione delle batterie del futuro? LEGGI TUTTO

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    Rinnovabili: la corsa del Veneto con le giga factory. “Ma la vera sfida è l'indipendenza dalla Cina”

    La notizia che Intel costruirà in Veneto una delle sue super giga factory europee di microchip interessa molto anche il settore delle energie rinnovabili. A partire dal fotovoltaico, che di componenti elettronici ne fa fortemente uso per gli inverter, e che avrebbe bisogno di costruire una filiera integrata completa in Europa per ridurre la dipendenza dalla Cina. Questo riguarda anche il Nordest, dove c’era una volta il distretto fotovoltaico padovano, formato da aziende nate e cresciute nel primo decennio degli anni 2000 sulla spinta degli incentivi di mercato.

    L’industria fotovoltaica ieri e oggi

    Molte di queste realtà oggi non ci sono più, messe fuori mercato dopo il 2010 dalla concorrenza cinese. Ma quelle rimaste e le nuove nate hanno l’opportunità di cogliere la prossima onda nel mercato italiano ed europeo verso gli ambiziosi obiettivi 2030 sulle energie rinnovabili dell’Ue. Negli ultimi anni sono per esempio cresciute aziende come FuturaSun srl ed Energy spa. La prima è un produttore di pannelli con sede a Cittadella che ha in programma di avviare nel 2023 una giga factory in Veneto, oltre a quella già operante in Cina, per servire più da vicino il mercato europeo. 

    La seconda, società quotata in borsa all’Euronext Growth Milan, con la nuova sede di Sant’Angelo di Piove di Sacco sta triplicando gli spazi produttivi in Veneto per far fronte alla crescente domanda italiana e internazionale dei suoi sistemi di accumulo. Ma quali sono le prospettive che possa effettivamente svilupparsi in Veneto e in Italia una filiera integrata di produttori di wafer, celle, pannelli, batterie, accumulatori, inverter? 

    Il fotovoltaico nel 2022 in Europa, Italia, Veneto Il fotovoltaico europeo dovrebbe aggiungere 39 GW di nuova capacità nel 2022, secondo le previsioni di SolarPower Europe, che raggruppa 270 organizzazioni di settore in Europa. Le installazioni di impianti fotovoltaici e di relativi sistemi di storage energetico stanno crescendo anche in Italia, ma i numeri sono ancora lontani da quelli di Paesi come Germania, Spagna e Paesi Bassi. 

    “Quest’anno si prevede in Italia un raddoppio della potenza installata rispetto al 2021, arrivando a 2 GW. Ma siamo sempre pesantemente sotto rispetto ai target Ue, visto che dovremmo fare 7-8 GW all’anno”, commenta Andrea Rovera, consigliere di Italia Solare, associazione di oltre 1000 imprese italiane che promuove la generazione distribuita di energia da fonti rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, integrata con le smart grid, la mobilità elettrica e le tecnologie efficientanti. 

    Il Veneto, secondo i dati Gaudì comunicati da Terna relativi al primo semestre 2022, è la quarta regione italiana come potenza cumulata dopo Puglia, Lombardia ed Emilia Romagna. E la seconda dopo la Lombardia come numeri di impianti fotovoltaici installati (158.577) e come capacità cumulata connessa di sistemi di accumulo (216 MWh). 

    Il futuro della filiera industriale europea

    Tra le finalità di SolarPower Europe, a cui è associata Italia Solare, c’è lo sviluppo in Europa di una filiera industriale completa del fotovoltaico. Una sfida difficile, visto che il settore a livello globale è saldamente in mano cinese. “Questo è il momento in cui, con un po’ di volontà, si possono fare dei passi in avanti rispetto al gap con l’Estremo Oriente”, sottolinea Rovera. “La componente meno complessa su cui si può agire sono i moduli, dove in Europa resta una capacità produttiva di circa 7 GW. Che è poco. Per dare un ordine di grandezza, solo il principale produttore mondiale di panelli, la cinese Longi, ha una capacità di assemblaggio dieci volte superiore. I primi sei produttori al mondo sono cinesi e forniscono il 90% dei pannelli fotovoltaici sul mercato mondiale”. 

    Sicuramente servono investimenti su grande scala. “Una linea di produzione integrata di wafer, celle e moduli, partendo dal materiale base Polysilicon, richiede un investimento di mezzo miliardo di euro a GW”, spiega Rovera. “E 1 GW è il taglio critico minimo. Se un produttore di moduli non ha almeno una capacità di 1 GW non è nessuno, visto che i grandi player cinesi hanno decine e decine di GW di produzione. Quindi, visto che da noi realisticamente non si può pensare di arrivare alle dimensioni cinesi, servirebbero almeno tante fabbriche di 1 GW se pensiamo che in Italia l’obiettivo è di 7-8 GW aggiuntivi l’anno”.

    Cosa manca

    Anie Rinnovabili, l’associazione nazionale delle imprese di settore di Confindustria, vede in Italia e in Europa un’effettiva possibilità di crescita nei prossimi cinque anni soprattutto del comparto dell’assemblaggio dei pannelli fotovoltaici e dei sistemi di accumulo energetico. Ma manca, e realisticamente continuerà a latitare nonostante i proclami e gli obiettivi ufficiali del piano RepowerEU e dei Pnrr nazionali, la produzione di componenti essenziali quali wafer in silicio, celle fotovoltaiche e batterie agli ioni di litio. Così l’autonomia europea rimane una chimera. 

    Osserva il presidente di Anie Rinnovabili, Alberto Pinori: “Verrà prodotto in Cina gran parte di quello che si installerà in Europa, e questo ci rende ricattabili perché non abbiamo il controllo sui prezzi e addirittura potremmo potenzialmente rimanere senza forniture se le relazioni con la Cina dovessero deteriorarsi per problemi politici, tipo eventuale crisi Taiwan, e i cinesi decidessero di tagliare il nostro mercato”.

    Rinnovabili

    “La nostra casa ecosostenibile: spendiamo per l’energia 10 euro al giorno”

    di

    Fiammetta Cupellaro

    14 Settembre 2022

    Alcune iniziative industriali di ampio respiro si stanno comunque sviluppando con fondi Ue. Come per esempio, in Italia, la 3Sun Gigafactory di Enel Green Power a Catania dove si realizzano celle e moduli fotovoltaici bifacciali ad alte prestazioni, che sarà ampliata a una capacità di 3 GW. Mentre il progetto di Seri Industrial prevede una nuova grande fabbrica di batterie elettriche industriali, storage e per veicoli nell’ex stabilimento Whirlpool di Caserta. 

    Cosa fare? “L’indipendenza energetica passa attraverso una visione globale europea, con una volontà politica comune di arrivare a una logica di autonomia energetica”, dichiara Pinori. “Questo non significa applicare direttive per obbligare a raggiungere determinati obiettivi, bensì significa indipendenza produttiva e di prezzo, dai microchip alle celle al litio per le batterie sino alle celle fotovoltaiche. Realisticamente si può far nei prossimi cinque anni? Spero di sì. Sviluppare una filiera è complesso, occorrerebbe partire subito. Al momento nell’Ue non hanno compreso che va fatto”.

    Il vademecum

    Leggi, finanziamenti, tecnologia: come creare una comunità energetica

    di

    Cristina Nadotti

    08 Settembre 2022

    Anie Rinnovabili sottolinea in particolare come la produzione di celle, il cui costo pesa per il 70/80% sul prezzo finale dei pannelli, non sia economicamente sostenibile in Europa. La capacità produttiva europea è inferiore a 1 GW. “Per cambiare la situazione e non rischiare di sprecare investimenti produttivi in piani industriali destinati al fallimento, l’Ue dovrebbe decidere ex ante che la produzione di celle fotovoltaiche nel continente è strategica. Ma per fare ciò – precisa Pinori – occorrerebbe stabilire un prezzo delle celle calmierato a quello cinese, magari con un piccolo gap in più sul prezzo finale del pannello che sia accettabile dal mercato. Mentre sull’assemblaggio dei pannelli, in Europa si lavora bene: si è infatti in grado di fare economie di scala, senza bisogno di alcun tipo di aiuto, con risparmi e miglior qualità ed efficienza su trasporti, logistica, tempistiche, servizio”. 

    Rovera è ottimista che nel campo dei moduli fotovoltaici si riesca ad avere nel giro di qualche anno delle realtà in grado di fare volumi importanti: “L’obiettivo di SolarPower Europe è di 20 GW di capacità produttiva in Europa. Altri vorrebbero arrivare a 100 GW, non solo quindi per l’autosufficienza ma anche per servire mercati extra europei. Se 1 GW necessita di mezzo miliardo di euro di investimenti, per 20 GW di capacità occorre investire 10 miliardi. Non sono numeri grandissimi, se si pensa che per ridurre le bollette in Italia si parla di decine di miliardi di euro”.

    Rinnovabili

    Energy4com, la coop startup che fa nascere comunità energetiche

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    Dario D’Elia

    21 Settembre 2022

    I limiti del Polysilicon

    Per realizzare i pannelli fotovoltaici servono vetro, alluminio, materie plastiche. Ma alla base di una filiera integrata c’è il Polysilicon, il materiale con cui si producono le celle. Su questo fronte in Europa c’è già il gruppo tedesco Wacher Chemie, tra i principali produttori mondiali di Polysilicon, ma Rovera nota che “il suo output da 20 GW l’anno è già sold out per i prossimi anni, totalmente assorbito dai clienti cinesi”. E certamente per potenziare la produzione di Polysilicon servono investimenti importanti, che solo grandi gruppi possono fare in una logica strategica di lungo periodo. Anche perché si tratta di un processo industriale molto energivoro, tant’è che in Cina, dove si trovano sette dei primi dieci produttori mondiali di Polysilicon con una quota mondiale più che raddoppiata in dieci anni che oggi arriva a oltre l’80% per le applicazioni nel solare, gli impianti si trovano in genere in prossimità di grandi bacini idroelettrici con disponibilità di energia a basso costo. 

    Le batterie

    Anche i sistemi di accumulo dell’energia sono fatti solo in piccola parte in Italia ed Europa, e si basano comunque su batterie agli ioni di litio quasi completamente importate dall’Estremo Oriente. Alla base c’è inoltre il problema dell’approvvigionamento del litio, anch’esso spesso controllato a livello internazionale da compagnie minerarie e di trasformazione cinesi, e comunque non disponibile nel Vecchio Continente dove pure ci sarebbero rilevanti giacimenti non sfruttati.

    Tutorial

    Manutenzione dei pannelli solari: la nostra guida

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    Alessandro Petrone

    27 Agosto 2022

    Gli inverter

    Per gli inverter, cuore elettronico degli impianti fotovoltaici, è risaputo che i colli di bottiglia nelle filiere internazionali dei microprocessori, componenti fondamentali, stanno colpendo tutti i numerosi settori industriali che ne fanno uso. Investimenti per potenziare la produzione europea sono in corso, e in questo settore i grandi player non sono solo cinesi e taiwanesi. Come l’americana Intel, con i suoi importanti investimenti in Europa, compreso quello in Veneto nei prossimi anni. “Quella degli inverter è la sfida più difficile – osserva Rovera – perché la produzione per essere competitiva deve essere di milioni di pezzi l’anno. In Italia ci sono delle belle realtà come qualità di prodotto, ma con volumi di produzione sinora molto ridotti”. Un importante nome italiano è per esempio Fimer, società in concordato, che a settembre ha annunciato un piano di rilancio con 45 milioni di euro di nuovo supporto finanziario per riavviare la produzione di tecnologie elettroniche per il solare e la mobilità elettrica.

    NordestEconomia LEGGI TUTTO

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    Nel Wyoming il mega impianto che punta a catturare 5 milioni di tonnellate di CO2 all'anno

    Si chiama “Progetto Bison”, sarà gestito dalla società statunitense CarbonCapture Inc e promette di essere il più grande impianto di cattura diretta di anidride carbonica dall’aria del mondo. Il nuovo impianto nascerà nel Wyoming e, a regime, promette di rimuovere ogni anno cinque milioni di tonnellate di CO2 dall’atmosfera immagazzinandole nel sottosuolo. Una quantità pari alle emissioni di un milione di veicoli a gas guidati per un anno.

    Il Progetto Bison è basato sulla tecnologia DAC (Direct Air Capture) per la cattura di CO2 direttamente dall’aria diretta, attraverso un sistema che emula la fotosintesi di piante ed alberi, con una serie di reazioni chimiche.

    Come funziona la tecnologia ‘DAC’

    Una ventilatore convoglia l’aria in un “contattore”, un dispositivo di commutazione controllato elettricamente, progettato per aprire e chiudere ripetutamente un circuito, passando su sottili superfici di plastica ricoperte da una soluzione di idrossido di potassio. La soluzione si lega chimicamente alle molecole di anidride carbonica, intrappolandole nel liquido come sale carbonato. Attraverso ulteriori processi chimici, il sale viene quindi trasformato in pellet e poi in gas puro, pronto per essere stoccato in profondità nel sottosuolo (e successivamente estratto). LEGGI TUTTO

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    Chi sarà il ministro che riscriverà la Transizione ecologica immaginata da FdI

    Quale Transizione ecologica esce dalle urne? E chi potrete essere il prossimo titolare del Mite? Tra i tanti interrogativi del giorno dopo il voto che porterà Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, ci sono anche quelli che riguardano l’ambiente e l’emergenza climatica.La posizione di Fratelli d’Italia era emersa chiaramente nelle risposte alle 16 domande che Green&Blue aveva rivolto alle principali coalizioni durante la campagna elettorale, e che oggi, con FdI primo partito con oltre il 26% dei consensi, riproponiamo. La leader Meloni aveva preferito che a rispondere fosse Nicola Procaccini, eurodeputato e responsabile Ambiente di Fratelli d’Italia.

    Elezioni 2022

    Elezioni 2022, le 16 proposte di Fratelli d’Italia per la transizione ecologica

    26 Settembre 2022

    Le priorità, secondo Procaccini, sono l’aggiornamento del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, fermo al palo da troppo tempo, l’incremento nel breve periodo l’estrazione di gas naturale dai giacimenti nazionali, per rendersi meno dipendenti dall’importazione di gas dall’estero, più in generale l’indipendenza energetica nazionale, “che si realizza attraverso le fonti rinnovabili, ma nel breve periodo anche attraverso le fonti fossili”.Per questo, secondo FdI “va affrontata con maggiore lucidità la questione dei target europei sulle emissioni di CO2. Coltivare con un certo fanatismo l’obiettivo di azzerarle in tempi troppo rapidi, disinteressandosi degli aspetti geopolitici o dell’evoluzione delle tecnologie, può avere conseguenze catastrofiche sul piano sociale ed economico”. Come dire, secondo Fratelli d’Italia: inutile che il nostro Paese faccia sacrifici per abbattere le sue “poche” emissioni se poi i grandi inquinatori, tipo la Cina, non fanno altrettanto.C’è poi il capitolo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza:”Pensiamo che il Pnrr debba essere rivisto, perché pensato in tempi geopolitici molto diversi dagli attuali. E riteniamo che vadano evitate certe derive ideologiche, piuttosto frequenti a Bruxelles, in modo da proteggere i settori produttivi più esposti nei confronti di una transizione energetica miope e frettolosa”.E allora la domanda diventa: chi sarà la ministra o il ministro che tradurranno in realtà il programma ambientale del primo partito italiano? Roberto Cingolani, ministro uscente della Transizione ecologia, nelle ultime settimane è stato spesso evocato come futuro componente di un governo a guida Meloni. Cingolani ha sempre smentito pubblicamente di voler proseguire la sua esperienza di ministro. E lo ha fatto anche privatamente, con i suoi collaboratori più stretti e con alcuni colleghi di governo, confidando che non vede l’ora di tornare a fare lo scienziato-manager. Per la sua permanenza al Mite, si era invece speso ripetutamente, durante la campagna elettorale, il leader della Lega Matteo Salvini. Giorgia Meloni ha espresso solo una volta pubblico apprezzamento per l’ex direttore dell’Istituto italiano di tecnologia, ma ha spesso precisato che il suo governo non sarà una prosecuzione di quello Draghi: dunque nessuno degli attuali ministri dovrebbe far parte della compagine guidata dalla prima donna premier. Eppure ci sarebbe stata una telefonata tra Meloni e Cingolani in cui la leader di FdI avrebbe effettivamente sondato il ministro sulla disponibilità a rimanere al suo posto. Anche in quella occasione Cingolani avrebbe confermato di voler tornare al suo lavoro di scienziato. A maggior ragione, viene da pensare, se ci fosse da rimetter mano al Pnrr, che invece lui considera la sua “missione compiuta”.Aldilà delle questioni di principio (“nessuna continuità con il governo Draghi”) la casella del Mite è tra quelle che preoccupano di più la Meloni. Insieme alla legge di bilancio da approvare in tutta fretta, la questione energetica, con i rischi di un inverno al freddo e bollette alle stelle per milioni di italiani, rappresenta infatti il nodo principale e più urgente per il nuovo governo. Da qui la tentazione di lasciare al suo posto Cingolani, che si è occupato per un anno e mezzo di questi dossier.C’è chi però, ed è il caso di alcune associazioni ambientaliste, auspica un politico al Mite: vista la delicatezza delle scelte da fare, che hanno ripercussioni sull’economia, sulla politica estera e sull’ambiente, occorre, appunto, una assunzione di responsabilità politica. E all’interno di Fratelli d’Italia chi si è esposto di più sui temi ambientali ed energetici sono stati Fabio Rampelli e Guido Crosetto. Il primo più ideologico (una lunga militanza nella destra, dal Fronte della Gioventù al Movimento Sociale Italiano), il secondo più pragmatico, per le sue frequentazioni con il mondo delle imprese.Alla poltrona di ministro per la Transizione ecologica potrebbero anche ambire esponenti della Lega, come per esempio l’attuale sottosegretaria al Mite Vannia Gava. Ma con l’8,9% incassato nelle urne, è difficile che Via Bellerio possa imporre un suo nome per un dicastero cruciale, anche dal punto di vista del portafoglio: il ministero della Transizione ecologica ha il capitolo di spesa più alto all’interno del Pnrr, con 68 miliardi di euro. A ruota segue il ministero delle Infrastrutture e delle mobilità sostenibili, con 50 miliardi, a cui ambiva, prima del tracollo del Carroccio, il deputato leghista Edoardo Rixi.Con il triplo dei voti, Fratelli d’Italia ha insomma miliardi di buoni motivi per tenersi i due dicasteri fondamentali per la transizione del Paese verso un futuro a emissioni zero. LEGGI TUTTO