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    Male che vada potrebbe andare come 66 milioni di anni fa quando non c’erano le calotte artica ed antartica e la temperatura in media era una decina di gradi sopra quella attuale. Oppure 34 milioni di anni fa quando con i primi ghiacciai si arrivava grosso modo alla temperatura dei giorni nostri. Si osserva il passato per aprire una finestra sul futuro ed è il motivo del laboratorio virtuale aperto sugli oceani. Il Cenogrid (CENOzoic global reference benthic foraminifer carbon and oxygen isotope dataset) è uno studio pubblicato da Science e fatto in collaborazione tra le università americane ed europee che ha approfondito 66 milioni di anni attraverso l’analisi dell’ossigeno delle conchiglie contenute nei sedimenti oceanici. Mai un periodo di  tempo così lungo  e in maniera dettagliata era stato descritto prima d’ora. Vi hanno partecipato anche tre italiani: Vittoria Lauretano, ricercatrice che vive a Bristol, Fabio Florindo dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) di Roma, e Claudia Agnini, professoressa di paleoclimatologia dell’Università di Padova. Ognuno di essi ha portato il contributo di conoscenza, passione e pazienza per elaborare il passato.

    e-seminar: Thomas Westerhold, @marum_de is talking about “How to capture 66 million years of natural climate variability?” Thomas presents #CENOGRID dataset of astronomically dated, continuous composite of benthic foraminifer isotope records. pic.twitter.com/E6Fy82O6nL
    — EarthSciences UCL (@ES_UCL) February 19, 2021

    Si è materializzata una lunga catena scientifica che si è sviluppata oltreoceano per arrivare in Europa con laboratori sparsi in due continenti. Ma i risultati raccolti in questi ultimi tempi partono da più lontano, almeno cinquanta anni fa: “Insieme agli americani ed europei – spiega Claudia Agnini – anche i giapponesi hanno iniziato a viaggiare con delle navi per gli oceani e perforare i fondali”. A cosa serviva tutto questo? “Le cosiddette crociere sono riuscite col tempo  a raccogliere i sedimenti. Si è estratta una quantità incredibile di materiale che veniva accuratamente conservato in tubi separati e immagazzinati  in celle frigorifere situate nel Texas, a Kochi in India e a Brema. Diciamo che tutto ciò che le navi hanno raccolto è stato gratuitamente messo a disposizione degli studiosi e in ogni contenitore almeno il 90% era costituito da gusci”.

    Cinquanta anni di estrazioni con una profondità di oltre 1000 metri raggiunta, 23631 campioni analizzati (un campione è composto da dieci gusci che non raggiungono  le dimensioni  di un millimetro), 19 specie sottoposte alla valutazione e 24 studiosi sparsi qua e là nel globo, sono numeri importanti che denotano un lavoro enorme con una pazienza d’altri tempi: “Beh è la nostra passione che nella circostanza è iniziata dieci anni fa, noi italiani siamo stati chiamati per aggiungere energia alla macchina in corsa. Abbiamo chiesto e trasportato i sedimenti, abbiamo reso omogenee le specie con l’aiuto del microscopio”, dice Claudia Agnini. Che spiega meglio come sono stati raggiunti risultati così precisi… “Abbiamo  misurato l’ossigeno dei microrganismi attraverso la composizione isotopica che è un indicatore della temperatura, poi con appositi strumenti abbiamo studiato l’inversione magnetica della terra nelle varie epoche. Incrociando i dati e confrontando le specie, quelle assenti e presenti in certi periodi  abbiamo stabilito con eccellente precisione ciò che è avvenuto nel nostro pianeta in un intervallo di tempo ampio”.

    Il progetto Iodp (International Ocean Discovery Program) al quale si è aggiunta questa ricerca lascia un’eredità importante. “Innanzitutto che questo è il patrimonio, frutto della collaborazione tra laboratori internazionali. In secondo luogo, la terra ha sempre trovato i suoi equilibri e tende a ripercorrere ciò che è avvenuto”, spiega Agnini.

    “Il nostro pianeta ha ben 4,5 biliardi di anni e noi siamo riusciti a calcolarne il clima nei 66 milioni di anni trascorsi. Se dovessimo rapportare l’evoluzione geologica all’arco di una giornata è come se l’uomo fosse comparso solo attorno alla mezzanotte. Cerchiamo di  far tesoro di quel che abbiamo e con molta umiltà rispettare il mondo che ci circonda. Esso con l’uomo o senza l’uomo troverà  probabilmente nuovi equilibri”.

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    Immaginatevi, nel vostro percorso per raggiungere il ristorante, di dover camminare lungo una strada con oltre mille macchine che vi arrivano da davanti, dietro, di lato. Molto probabilmente quello che era semplicemente uno spostamento per recarvi a mangiare si trasformerà in una tragedia. Questo è quello che quotidianamente vivono le balene: in certe zone del monde gli animali più grandi della Terra, mentre si spostano per nutrirsi, potrebbero incontrare fino a mille navi lungo il loro percorso. Pescherecci, navi cargo, da crociera, petroliere: traffico navale e collisioni sono sempre più all’ordine del giorno, come hanno recentemente documentato alcuni ricercatori cileni in uno studio sulle collisioni.

    La balenottera azzurra rischia di sparire travolta dalle navi che allevano salmoni
    di Daniele Mastrogiacomo 03 Febbraio 2021

    Mentre cresce a dismisura la pressione sugli oceani, sfruttati per le loro risorse e i cui equilibri cambiano tra crisi climatica, acidificazione, temperature elevate, inquinamento acustico e da plastica e per tutte le azioni dell’uomo, si può fare dunque qualcosa per evitare gli impatti fra navi e balene? La risposta è “sì”, secondo l’associazione Friend of the Sea, che porta avanti la campagna “Salviamo le Balene”, convinta che con con la collaborazione degli operatori marittimi e dei governi si possa fare molto per aiutare i grandi cetacei che soffrono sempre di più per la pressione antropica.

    Ogni anno va in scena un massacro silenzioso: si stima che, mentre le spedizioni mondiali raddoppiano ogni 10 anni, almeno 20 mila balene all’anno siano uccise dall’impatto con navi mercantili, navi da crociera e imbarcazioni legate alla pesca. Spesso, oltretutto, gli animali vengono feriti e la maggior parte delle volte, quando muoiono, le balene finiscono sul fondo e soltanto il 10% dei corpi arriva sino a riva, visibile ai nostri occhi. Dunque è ancor più complesso stimare le perdite di questi grandi animali a causa delle collisioni mortali, come quelle del Mar Mediterraneo o dello Sri Lanka, che sono raddoppiate negli ultimi 40 anni, mentre la popolazione mondiale di balene si è ridotta del 50%.

    Cifre che, ricorda il fondatore e direttore della World Sustainability Organization (WSO), Paolo Bray, devono portare a un cambiamento immediato attraverso per esempio l’idea di “premiare gli operatori del  trasporto marittimo che si impegnano a implementare misure per prevenire gli impatti”. In sostanza, attraverso la campagna “Salviamo le balene”, vengono invitati gli operatori marittime, armatori e governi, a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per evitare gli impatti e, in cambio, le compagnie otterrebbero una certificazione con il logo di Friend of the Sea, così che anche i cittadini possano scegliere a quali operatori certificati e sostenibili affidarsi.

    Mentre in Italia e nel mondo ci sono tantissimi progetti proprio per evitare questi impatti, molti legati alla collaborazione fra Capitaneria di porto,  i diportisti e i citizen scientist, Friend of the Sea invita per esempio gli operatori mercantili a dotarsi di telecamere termiche per il riconoscimento dei cetacei, di sistemi di segnalazione online, ma anche a valutare possibili modifiche dei percorsi marittimi e di navigazione. In questo modo, forse, centinaia di impatti potrebbero essere evitati. 

    Mediterraneo: balene minacciate da reti, plastica e virus
    28 Luglio 2020
    Una cura a un problema che si sta facendo nel tempo sempre più grave: se in passato la grande minaccia per i giganti del mare era la pesca, con migliaia di balene trucidate e uccise in ogni mare del mondo, oggi il problema numero uno per la sopravvivenza delle balene è proprio legato alle collisioni.

    Secondo Friend of the Sea, “è un massacro silenzioso che può portare rapidamente all’estinzione delle specie più a rischio” e che, prima che sia troppo tardi, va fermato con la collaborazione l’impegno di tutti. Per esempio, anche dei cittadini, che potranno scegliere così di affidarsi solo ad operatori marittimi impegnati a non intralciare la vita delle balene. LEGGI TUTTO

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    Il titolo completo di questa piccola guida pubblicata da Laterza è SOS – Azioni semplici che possono fare la differenza – Cosa puoi fare tu contro il riscaldamento globale. Seth Wynes, l’autore, lavora nel Dipartimento di Geografia dell’Università della British Columbia a Vancouver e la sua ricerca si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici. Nei suoi lavori ha misurato l’impronta ecologica dei comportamenti individuali, ovvero quante tonnellate di CO2 equivalente (con le nostre attività non emettiamo solo CO2 ma anche altri gas che aumentano l’effetto serra) produciamo noi individui con le nostre scelte e i nostri comportamenti. SOS, il suo ultimo libro, prende spunto da queste ricerche e offre una guida per aiutare quelli tra di noi che sono consapevoli dei pericoli per la nostra specie e per il pianeta ai quali andiamo incontro a capire l’impatto ambientale delle nostre scelte individuali e collettive. 
    Il riscaldamento climatico è un problema enorme e neanche il più virtuoso di noi può risolverlo, ma ciascuno può fornire il suo contributo e la somma di tanti comportamenti individuali ecologicamente responsabili avrebbe un impatto diretto, positivo e misurabile, e uno indiretto di ancora maggior forza perché modificando la domanda spingerebbe i fornitori di prodotti a modificare l’offerta e spingerebbe chi ha poteri decisionali a fare scelte più sagge. 
    Come singoli non siamo innocenti, in Italia per esempio ciascuno di noi ogni anno immette nell’atmosfera 7,2 tonnellate di CO2 equivalenti. In parte per le nostre scelte e in parte no, in Australia per esempio si arriva a 22,8 tonnellate a causa soprattutto delle centrali a carbone, che non sono una scelta individuale ma in qualche modo collettiva. Tra i paesi industriali l’Italia è nella fascia bassa, ma la strada da fare è anche per noi enorme visto che per evitare aumenti della temperatura superiori a due gradi entro il 2050 dobbiamo scendere tutti, in tutto il mondo, sotto 2,1 tonnellate l’anno.

    I suggerimenti di Wynes sono semplici, anche se non sempre facili da adottare. Negli spostamenti meglio il treno o l’autobus, semmai l’auto elettrica, il meno possibile l’aereo. Scegliere per le vacanze località per raggiungere le quali non è necessario volare e, se proprio non si riesce a rinunciare all’esotico, fare vacanze di prossimità almeno un anno su due.Se ogni volta che mettiamo in moto l’auto ci ricordiamo che emettiamo un chilo di CO2 ogni sette chilometri forse la terremo più spesso ferma. Anche a tavola possiamo fare la differenza, se invece di pollame e carni rosse scegliamo pesce e verdure risparmiamo 0,85 tonnellate di CO2, se preferiamo cibo locale e stagionale ne risparmiamo altre 0,16 tonnellate. Dal punto di vista ambientale il nemico numero uno sono le carni rosse perché richiedono un consumo di terra enorme e sproporzionato rispetto alle calorie fornite e per l’emissione di metano (gas serra potentissimo) in seguito alla ruminazione. Le nostre case fanno anch’esse la loro parte, il modo in cui le riscaldiamo e raffreddiamo, la tecnologia dei nostri elettrodomestici e il modo in cui li usiamo fanno anch’essi la loro differenza.
    Ciascuno insomma può con un po’ di buon senso ridurre il suo impatto ambientale. Il contributo sarà maggiore se con il suo esempio convincerà a seguire le stesse regole chi gli sta vicino, se si impegnerà in campagne ambientali, se vigilerà sulle scelte di chi lo rappresenta al Consiglio comunale e in Parlamento. 
    SOSdi Seth Wynes (Laterza)(Pagine 149, euro 13)

    Il libro LEGGI TUTTO

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    Il mare che bagna Trieste, Ancona, Bari, Fiume, Zara e Spalato è in pericolo. Il rischio desertificazione incombe e anche gli ultimi monitoraggi non sono affatto confortanti. Il 75% delle specie studiate nel Mediterraneo sono pescate a un ritmo maggiore rispetto alla capacità di riproduzione. I dati pubblicati nel Rapporto biennale della Fao The State of the Mediterranean and Black Sea fisheries 2020 lo indicano chiaramente, specie per specie. Lo studio monitora le acque dei due mari, suddivise in settori e l’Adriatico ne racchiude due (settentrionale e meridionale). Qui, gli unici pesci destinati all’alimentazione umana che riescono ancora a mantenersi in equilibrio sono le sogliole (indice 1,02) e gli unici molluschi le seppie (indice 0,89). L’indice è il rapporto tra pesce pescato e incremento generato dalla riproduzione naturale e 1 è il punto di equilibrio: significa che la massa del pesce pescato corrisponde alla quantità di nuovo pesce. Le specie con indice maggiore sono sovrapescate e perciò in diminuzione. E in Adriatico sono quasi tutte: gamberetti (3,34) sardine (3,23) e naselli (2,78) sono pescati tre volte tanto rispetto alla capacità naturale di rigenerarsi. Ma anche acciughe (1,69), scampi (1,58) e triglie (1,11) non se la passano molto bene.

    Un polpo pescato a San Benedett del Tronto (foto: Filippo Monteforte/Afp via Getty Images) 
    Cosimo Solidoro, direttore della sezione oceanografia dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (OGS), che ha sede a Trieste, spiega a Green&Blue lo stato dell’arte. “In tutto l’Adriatico alcune stime quantificano la diminuzione della biomassa pescata rispetto a 35 anni fa: -70%”. Un’enormità. Il depauperamento delle risorse ittiche è dovuto a una serie di concause: impoverimento della base alimentare, nuove specie invasive e sovrapesca sono le principali”. Un’altra causa è la riduzione del livello trofico delle acque: “il bando del fosforo dai prodotti detergenti, per esempio, ha ridotto nutrienti e clorofilla”. La questione è più complessa di quanto possa sembrare: “sul numero di pesci influiscono anche fattori come l’aumento dell’acidificazione dovuta all’incremento della CO2 in acqua, la diminuzione del Ph, il riscaldamento dell’acqua, la persistenza delle ondate di calore che cambiano la temperatura sempre più in profondità”. Per quantificare uno di questi problemi, basti ricordare che il Mediterraneo si sta riscaldando del 20% più velocemente rispetto al resto del globo. E poi ci sono le specie invasive che attraversano il Canale di Suez e risalgono il Mediterraneo: dal barracuda al pesce flauto, al velenosissimo pesce palla.
    L’intervista
    Mediterraneo come un mare tropicale: le specie alloctone sono ormai la maggioranza
    di Giuliano Aluffi 21 Gennaio 2021

    “Anche il plancton si sta riducendo”, ricorda Solidoro. “È alla base della catena alimentare della fauna ittica ma i pesci, da qualche anno, hanno alcuni competitori naturali che lo divorano, come le noci di mare”, specie proveniente dall’Oceano Atlantico che ha colonizzato il Mediterraneo, stabilendosi nelle acque poco profonde del nord Adriatico.

    La pesca nel Mediterraneo sta diventando più sostenibile
    di Matteo Marini 14 Dicembre 2020

    Per ricostruire gli stock serve tempo e attenzione. Certo, ridurre la pressione della pesca gioverebbe, e il ruolo delle riserve marine è fondamentale: “in tutto il Mediterraneo solo l’1% delle aree è protetto integralmente, una percentuale non sufficiente. Occorre moltiplicare questa percentuale perché la conservazione influisce positivamente sulla biodiversità”, suggerisce Solidoro. Studi scientifici hanno accertato gli effetti benefici delle aree tutelate: “più pesci e più grandi, e l’effetto si espande anche attorno alle zone protette”. Perciò sarebbe utile realizzare tante piccole aree per formare una rete e salvare la vita marina.
    Biodiversità
    Nell’Adriatico un ‘giardino’ di spugne. “Le coltiveremo, senza di loro il mare soffre”
    di Andrea Barchiesi 26 Gennaio 2021

    Ricercatori dei sei Paesi che si affacciano sull’Adriatico – Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Albania – collaborano per conoscere i problemi ecologici del mare lungo e stretto che unisce il Gargano all’Istria, le lagune di Venezia e Grado alla baia di Valona. Spesso, però, il problema non è la conoscenza, ma la gestione comune di un territorio che non può avere confini. Fao e Unione europea spingono per una politica sulla pesca condivisa e internazionale e, dopo decenni di tentativi, qualche risultato sembra arrivare.

    Plastica nell’Adriatico: le tartarughe marine sentinelle e vittime dell’inquinamento
    19 Febbraio 2021

    L’area di restrizione della pesca (Fra, Fishery Restricted Area) istituita nel 2017 in corrispondenza della fossa Jabuka/Pomo, nell’Adriatico centrale tra l’Abruzzo e le isole della Dalmazia, è considerata un esempio di buone pratiche nella cooperazione transnazionale e nell’attuazione delle misure di protezione. La gestiscono Italia e Croazia con tre obiettivi: contribuire alla ricostituzione degli stock ittici nel mare Adriatico attraverso la protezione degli habitat essenziali delle specie; proteggere gli ecosistemi marini vulnerabili; aumentare la densità degli organismi in termini di biomassa e abbondanza.

    U  pescatore a San Benedetto del Tronto (foto: Filippo Monforte/Afp via Getty Images) 
    Le prove scientifiche raccolte nel biennio 2018-2020 sono promettenti e mostrano una maggiore abbondanza e densità delle principali specie commerciali (nasello europeo, scampo e gambero rosa di acque profonde, per esempio) all’interno della Fra. Sembra confermato anche un possibile effetto spillover, ovvero il movimento dei pesci adulti dall’area protetta alle acque adiacenti.

    Mar Mediterraneo, biodiversità a rischio
    16 Agosto 2020

    Per evitare che l’Adriatico si trasformi in un deserto d’acqua occorre dunque agire in fretta. Da tremila anni il mare sostiene economie e popolazioni delle due sponde, ma ora le minacce sono serie. Solo azioni concordate e durature potranno salvare la grande biodiversità nascosta alla vista, ma essenziale per trovare nuovi equilibri ambientali e per la sopravvivenza stessa dell’uomo. LEGGI TUTTO

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    Probabilmente i viaggi sono nell’uomo, sono un prodotto dell’uomo, sono l’uomo stesso.
    Luigi Mario Engaku Taino
    Cinquant’anni fa, il 28 febbraio 1971, un piccolo uomo dalla testa rasata si metteva in cammino per percorrere la Tokaido, ovvero la via che unisce anticamente la capitale “medioevale” del Giappone, Kyoto (dall’anno 794, in precedenza lo erano state Fujiwara e Nara), con la capitale mercantile, commerciale, Edo, che dal 1868 diventa Tokyo, ovvero l’attuale megalopoli. Quest’uomo era uno dei primissimi italiani che si recavano in Giappone per entrare in un tempo delle scuole zen e provare a rispettare la severa disciplina prevista per diventare monaci e vivere appieno tale antica spiritualità. I pionieri italiani che transiteranno nei templi giapponesi nel corso degli anni Settanta e nei primi Ottanta stavamo muovendo i primi passi per dare vita a sale di meditazione nelle città italiane, fra Torino, Milano e Roma, ospitando maestri da altri paesi, e alimentando esperienze, come si dice correntemente, seminali. 

    Mario Luigi Engaku Taino, nato a Roma nel 1938, è anzitutto un amante della montagna e un instancabile scalatore; ancora in questi stessi giorni, superate le ottanta primavere e gli ottanta autunni, se ne va in cima alle rocce del Terminillo e di altre montagne del centro Italia. Nel 1967 si reca in Giappone, dove entra al tempio Shofuku-ji di Kobe, città poco distante da Osaka e Kyoto, sotto la guida del maestro rinzai Yamada Mumon. Taino resta a Shofuku-ji fino al 1973 quando rientra in Italia e inizia a dare vita alla prima comunità rinzai del nostro paese, recuperando un cascinale di campagna, sulle colline d’attorno Orvieto, e vivendo di agricoltura per molti anni. Nei primi mesi del 1971 decide di andare a Tokyo a piedi, seguendo una delle strade che vi arrivano da Kyoto, la storica tokai-do, rappresentata in passato nelle splendide pitture di Hiroshige. Parte con la sua veste da monaco e ai piedi un paio di sandali intrecciati che gli ha preparato su misura un calzolaio di Hirano, fatti apposta per affrontare i 500 km che lo separano dalla destinazione. I pellegrini in genere coprono la distanza in dieci giorni, Taino lo farà in nove. 
    Oramai siamo assuefatti dai racconti dei molti viaggiatori e autori che negli ultimi anni hanno affrontato lunghi tragitti a piedi e ne hanno lasciato traccia in diari e testimonianza. C’è però un aspetto a mio parere unico di questo diario di mezzo secolo fa: è la prima volta ci mostra lo sguardo di un bonzo straniero, un “gaijin bozo”, “vedi che andarsene in giro a piedi per il mondo, significa portare le novità direttamente a casa della gente” scrive Taino; esce da un monastero zen e attraversa a piedi villaggi, città, campagne, strade del Giappone. Il pellegrino fa i conti con le regole che impone la propria condizione, a partire dal vestiario, dall’aspetto, dall’essere straniero che per quanto egli sia a suo modo parte della società e conosca bene la lingua, in molte occasioni sarà costretto a sopportare una distanza quasi incolmabile che sussiste fra lui, un italiano, e la popolazione locale. La solitudine del viaggiatore e del monaco talora si sommano creando situazioni aspre, ulteriori insegnamenti di umiltà che Taino affronta a modo suo, cercando, ogni giorno, di dedicarsi almeno per un’ora al “takuhatsu”, ovvero a mendicare: non tanto per racimolare quei pochi denari che comunque risultano spesso di sostegno, ma anzitutto per avvicinarsi alla terra, per ricordare che lui medesimo è l’ostacolo, lui medesimo è il freddo, lui medesimo è la vergogna o il dolore. Questo lo aiuta a superare le numerose difficoltà: il bisogno “è la brutta copia dell’umiltà”. 
    Sui suoi sandali riesce a percorrere sei chilometri all’ora, sette se il vento spira a favore. Ogni tanto si concede uno strappo su ruota, e ogni tanto, a secondo del numero di chilometri percorso e delle condizioni atmosferiche si concede dei brevi viaggi in treno. Trova rifugio in piccoli alberghi, mangia in osterie, motel e abitazioni di persone che incontra per caso. Anzi, con gli occhi e la diffidenza dei nostri giorni, può addirittura sembrare curioso e bizzarro quante siano le persone che incontra e con le quali dialoga, durante i nove giorni di cammino. Incontra molte ragazze, tutte belle, le ammira e ci vorrebbe parlare ma la sua missione è un’altra. Vediamo scorrere intorno al viandante il Giappone di certi romanzi di quegli anni, Yukio Mishima, Matsumoto Seicho, Yun’ichiro Tanizaka o il suo amato Yasunari Kawabata. 
    Non mancano gli incontri con la natura: ad un tratto compare la figura totemica del Monte Fuji, il Fuji-san, il Dio delle Montagne, incontra alberi, boschi, e il mare: “C’è stato un momento in cui ci siamo parlati, io e il mare. Le onde si frangevano sul bagnasciuga e mi facevano gli inviti di sempre, quelle onde che sono le stesse del mare italiano, quello inglese o russo o indiano. Le stesse frasi dette armoniosamente ed io mi sarei lasciato prendere per andare fra loro, divenire il mare profondo ed infinito”. Nella località costiera di Hara si ferma in visita al tempio Shoin-ji, dove aveva vissuto il maestro Hakuin Ekaku (1686-1769), importante riformatore della sua scuola da cui discende anche il suo maestro Mumon. Qui Taino si commuove e quasi vorrebbe terminare il viaggio; ammira la sala di meditazione e prova ad immaginare come sarà il luogo che lui un giorno, forse, saprà animare in Italia. Ma il giorno dopo trova la forza di proseguire e arriva a Kamakura, altra città colma di templi zen, quindi alle porte della capitale. 
    Il resoconto del viaggio, dapprima vergato su un quaderno e poi battuto a macchina nel mese di aprile 1971 in un tempio di Kyoto, è stato pubblicato nel 1977 nel volume Le mani e i piedi del Buddha, edizioni del Monastero di Scaramuccia.

    Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. E’ autore di molti libri e medita.Studiohomoradix.com LEGGI TUTTO

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    La forma è sostanza. Tranne, si può dire, quando ci si trova davanti alle icone, nel cui caso il contenuto (la “sostanza”) può assumere “forme” (e involucri) differenti. Come per la Coca-Cola che, prossimamente, verrà versata anche da bottiglie di cartone. E, in questo caso, il “veicolo” – che diviene più ecofriendly e rispettoso delle nuove sensibilità dei consumatori della generazione Greta – è davvero il puro medium di un logo inconfondibile, come quello dei marchi che riescono a tramutarsi in brand (ancor più quando autenticamente globali). E si rivela appunto difficile trovare un simbolo della società dei consumi di massa più conosciuto della Coca-Cola da un capo all’altro di quel Villaggio globale dove ha portato l’immagine del Paese che l’ha inventata.
    La sperimentazione
    Coca-Cola, rivoluzione anti plastica: arriva la bottiglia di carta
    di Enrico Franceschini 25 Febbraio 2021

    Nel caso della bevanda creata dal farmacista John Pemberton l’identificazione con gli Stati Uniti (anche in chiave di soft power) risulta, infatti, totale: Coca-Cola uguale Usa. Anche grazie a una serie di strategie di marketing che, dal 1888 (l’anno di fondazione della corporation), si sono succedute senza sosta, orientando l’immaginario dei consumatori occidentali, e poi mondiali. Al punto che, in certo qual senso, anche il Babbo Natale contemporaneo è made in Atlanta (sede della multinazionale).

    Il design. Le bottiglie di Coca-Cola dai primi del ‘900 a oggi  L’azienda subì ripetute traversie giudiziarie, fino all’epico processo di Chattanooga (1911), rubricato, secondo il linguaggio giuridico americano, sotto il micidiale titolo Gli Stati Uniti contro 40 barili di Coca-Cola, che traeva origine dal sequestro disposto ai danni della ditta da Andrew Wiley. Costui era il primo dirigente del Dipartimento federale di chimica e, soprattutto, il più acerrimo nemico della “bibita stimolante”, in nome del salutismo e della crociata igienista a favore del “cibo genuino”; il tutto in un clima culturale all’incrocio tra il Max Weber dell’etica protestante e il tardopositivismo, nel quale tanto Wiley che il presidente in carica della Coca-Cola Company, Ass Chandler, si sfidarono rivendicando ciascuno la titolarità di un capitalismo morale e improntato ai valori.

    Gli avvocati dell’azienda scelsero come strategia difensiva quella di sostenere che bambini e ragazzini rappresentavano una fetta limitatissima del pubblico dei consumatori. Il risultato sarà una consuetudine che vieterà per i settant’anni successivi l’impiego di minori (under 12) nella pubblicità della bibita.

    E, così, per rimediare al rischio di venire espulsa dal proprio futuro mercato naturale, nel 1931 (anno del suo passaggio alla vendita nei grandi magazzini e, dunque, alla portata diretta delle famiglie), la Coca-Cola si affiderà a un colpo di genio dell’illustratore e pubblicitario Haddon Sundblom. Se non i bambini, si doveva allora fare ricorso a qualcosa in grado di colpire la loro immaginazione, e Sundblom prese così a modello il Santa Claus della rivista Harper’s Weekly del 1862, ricucendolo sulle fattezze del suo vicino di casa, il commesso viaggiatore (figura fondamentale la cultura popolare statunitense) Lou Patience.

    Niente più folletti e atmosfere troppo favolistiche, quindi, ma un Babbo Natale iperrealista che, passata l’era della paura della Grande depressione, finì per incarnare i valori di ottimismo e fiducia nel futuro dell’American way of life. E il resto – dalle bottigliette nella Pop art al logo che compare in Blade Runner – è storia della cultura di massa.      LEGGI TUTTO

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    Quanti proiettili di piombo nei fagiani venduti in Inghilterra

    LONDRA – Quasi tutti i fagiani venduti come cibo in Gran Bretagna contengono proiettili di piombo, una sostanza tossica dannosa per l’uomo e per l’ambiente. Lo rivela una ricerca condotta da scienziati in Inghilterra e Scozia, tradizionali terreni di caccia per questo tipo di volatile, pubblicata sul sito della Bbc. Su 180 campioni di uccelli esaminati dagli studiosi, tutti acquistati in macellerie e supermercati britannici, 179 contenevano piombo, vale a dire la quasi totalità.

    La scoperta arriva nel primo anno di una transizione quinquennale annunciata nel 2020 per passare all’uso di munizioni non tossiche, iniziativa che ha l’appoggio ufficiale di nove associazioni di cacciatori del Regno Unito. Ma per il momento evidentemente la transizione non è neanche iniziata: “Abbiamo estratto le pallottole e le abbiamo fatte analizzare”, afferma la professoressa Debbie Pain della Cambridge University, “e il risultato è che più del 99 per cento contenevano piombo”.

    Il bando all’uso del piombo nei proiettili per la caccia, introdotto nel febbraio dello scorso anno, è di carattere volontario. Le alternative non tossiche esistono e sono ampiamente disponibili: cartucce di acciaio, tungsteno e altri metalli. In Danimarca sono utilizzate dal 1996, quando il governo di Copenaghen vietò per legge il piombo nella caccia. Di fronte allo studio reso noto dalla Bbc, le associazioni ambientaliste si chiedono se anche in Gran Bretagna sia necessario un divieto tassativo anziché un impegno volontario per mettere al bando questa sostanza nociva.

    Un documentario italiano porta nel mondo il dibattito sulla caccia
    Alessandro Pilo 22 Giugno 2020

    “Il piombo è da generazioni il genere di munizione tradizionale per la caccia nel nostro paese”, commenta Steve Bloomfield, portavoce della British Association for Shooting and Conservation. “Il cambiamento è difficile. Ci vorrà tempo prima che i cacciatori provino e adottino proiettili alternativi”.

    Il pericolo per la salute e per l’ambiente tuttavia è serio. “Il piombo è tossico anche in minima quantità”, dice il professor Rhys Green dell’università di Cambridge, un altro dei partecipanti allo studio. “Nel corso del tempo è stato messo al bando da una sempre più ampia lista di prodotti, dagli impianti idraulici alle vernici, dai giocattoli agli additivi per il petrolio. E la massima concentrazione possibile di piombo in molti prodotto alimentari è limitata da una direttiva dell’Unione Europea ancora valida anche nel Regno Unito. Ma la cacciagione non è inclusa nella lista di quei prodotti alimentari, per ragioni che non sono chiare”.
    BIODIVERSITÀ
    Animali a rischio estinzionee fuori dalla lista di protezione
    20 Dicembre 2011
    In aggiunta alle conseguenze per chi si ciba di fagiani uccisi in questo modo, i proiettili di piombo possono causare danni anche alla fauna: è possibile che un predatore mangi un volatile ucciso da pallottole di piombo e non recuperato dai cacciatori, o che proiettili di piombo andati a vuoto siano mangiati altri tipi di uccelli e ne causino l’avvelenamento”. La speranza degli scienziati e degli ambientalisti è che lo studio ora pubblicato convinca i cacciatori inglesi a cambiare proiettili e completare la transizione nei cinque anni previsti, senza bisogno di ricorrere a una legge in materia.    LEGGI TUTTO

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    Europa, il clima che cambia fa danni per 12 miliardi all'anno. L'Ue vara una nuova strategia

    Dodici miliardi all’anno. A tanto ammontano i danni provocati dal clima che cambia e dagli eventi di meteo estremo nel Vecchio continente, che potrebbero salire a 170 miliardi in caso di un ulteriore aumento delle temperature. Gli eventi estremi sono sempre più letali, come l’ondata di caldo che nel 2019 ha causato 2500 morti in tutta Europa. Per far fronte a questi costi economici e sanitari, la Commissione Ue ha varato una strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici, definendo il percorso per prepararsi agli impatti inevitabili del cambiamento climatico.

    L’Ue: salviamo il pianeta o sarà l’era delle pandemie
    12 Gennaio 2021

    L’Ue promuoverà un nuovo osservatorio sul clima e la salute, un utilizzo più massiccio di dati per la creazione di modelli di rischio climatico a livello di singola attività (ad esempio costruire una casa o un impianto di produzione), in modo da prevenirli nella pianificazione urbana e territoriale. Bruxelles lavorerà con i paesi per incentivi per l’adattamento al rischio attraverso le politiche fiscali e con i privati per promuovere le migliori pratiche negli strumenti finanziari per la gestione del rischio.

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    08 Dicembre 2020

    Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo, ha affermato: “La pandemia di Covid-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili – che si fanno già sentire sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. La nuova strategia di adattamento ai cambiamenti climatici ci consente di accelerare e approfondire i preparativi. Se ci prepariamo oggi, possiamo ancora costruire un domani resiliente ai cambiamenti climatici”.

    L’azione in materia di adattamento ai cambiamenti climatici deve coinvolgere tutte le componenti della società e tutti i livelli di governance, all’interno e all’esterno dell’Ue, sottolinea l’esecutivo comunitario, “lavoreremo per costruire una società resiliente ai cambiamenti climatici migliorando la conoscenza dei loro effetti e delle soluzioni di adattamento; intensificando la pianificazione dell’adattamento e la valutazione del rischio climatico; accelerando l’azione di adattamento e contribuendo a rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici a livello mondiale”.

    Le azioni di adattamento devono basarsi su dati affidabili e strumenti di valutazione dei rischi a disposizione di tutti, dalle famiglie che acquistano, costruiscono e ristrutturano abitazioni alle imprese delle regioni costiere o agli agricoltori che pianificano le proprie colture. A tale scopo la strategia propone interventi che facciano avanzare le frontiere della conoscenza sull’adattamento così da consentire di migliorare la qualità e la quantità dei dati raccolti sui rischi e le perdite connessi al clima, e di metterli a disposizione di tutti. Climate-ADAPT, la piattaforma europea per le conoscenze sull’adattamento, sarà potenziata e ampliata e sarà affiancata da un osservatorio per la salute destinato a monitorare, analizzare e prevenire meglio gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute. Poiché i cambiamenti climatici hanno ripercussioni a tutti i livelli della società e in tutti i settori dell’economia, le azioni di adattamento devono essere sistemiche. La Commissione continuerà a integrare le considerazioni relative alla resilienza ai cambiamenti climatici in tutti i pertinenti settori d’intervento e sosterrà l’ulteriore sviluppo e attuazione di strategie e piani di adattamento, con tre priorità trasversali: integrare l’adattamento nella politica macrofinanziaria, soluzioni per l’adattamento basate sulla natura e azioni di adattamento locale.

    Le politiche in materia di adattamento ai cambiamenti climatici devono andare di pari passo con la nostra leadership mondiale nella mitigazione dei cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi ha stabilito un obiettivo globale in materia di adattamento e ha sottolineato che l’adattamento è un fattore chiave per lo sviluppo sostenibile. L’Ue promuoverà approcci subnazionali, nazionali e regionali all’adattamento, con particolare attenzione all’adattamento in Africa e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo. “A livello internazionale aumenteremo il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici fornendo risorse, dando priorità all’azione e aumentando l’efficacia, aumentando i finanziamenti internazionali e rafforzando l’impegno e gli scambi globali in materia di adattamento. Collaboreremo inoltre con i partner internazionali per colmare il divario nei finanziamenti internazionali per il clima”, dichiara la Commissione.  LEGGI TUTTO