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    I bidoni della spazzatura che “parlano” agli utenti e avvisano quando sono pieni

    Neu-Ulm (in italiano Nuova Ulma) è una cittadina bavarese dalla storia recente che ha avviato un progetto interdisciplinare per diventare una smart city attraverso la digitalizzazione. Tra le misure adottate figurano anche i nuovi bidoni intelligenti per la raccolta dei rifiuti urbani situati nel centro storico. Per ora sono quattro, ma il loro numero è destinato a crescere fino a quindici in breve tempo. Dall’esterno i bidoni high tech sembrano piuttosto normali, ma “Mr. Fill” – come sono stati chiamati – sono tutta un’altra cosa.

    Rifiuti

    L’Italia conferma il primato europeo: il tasso di riciclo è dell’83%

    24 Novembre 2022

    Possono anche parlare, per esempio, esclamando un “alleluia” quando qualcuno getta dentro qualcosa. Oppure ringraziano. O augurano buona giornata. E ogni tanto applaudono pure: un bell’incoraggiamento per convincere i passanti a lasciare i rifiuti nel bidone e non nei cespugli, cosa che capita regolarmente quando si ritrovano gruppi di persone che fanno festa con una bottiglia in mano, o quando passano escursionisti che pedalano lungo il Danubio. LEGGI TUTTO

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    Il sogno del giovane Harry: circumnavigare il Regno Unito con una barca elettrica

    A soli 16 anni Harry Besley è già un lupo di mare con in testa non un cappello ma un sogno lucidissimo: avviare la rivoluzione dell’elettrico anche per le barche. Nato a Taunton, nel Somerset, studente della Wellington School, il giovane inglese passa ogni ora fuori dalla classe a bordo di un’imbarcazione chiamata Challenge per un motivo: per raggiungere il suo scopo ha in mente una “sfida”, dimostrare che è possibile navigare a lungo e in sicurezza anche con motori elettrici e per farlo punta a circumnavigare da solo l’intera Gran Bretagna. L’obiettivo di Harry è infatti quello di lanciare un messaggio per far ripensare al modello attuale della nautica: basta imbarcazioni e motoscafi spinti da combustibili fossili che impattano sull’ambiente, sì alla rivoluzione dell’elettrico – a basse emissioni – anche per le barche.Nell’estate 2023, quando avrà compiuto 17 anni, darà vita così all’iniziativa Round Britain Electric Rib, un evento senza scopo di lucro che mira “a sostenere la transizione dell’industria marittima verso la propulsione elettrica per il tempo libero e le piccole imbarcazioni commerciali”.  LEGGI TUTTO

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    Profumi d’inverno: la nostra top 10 per balcone e giardino

    La prima cosa che facciamo quando ci vengono donati dei fiori è portarli al viso. Un gesto istintivo che rivela il nostro bisogno di ridestare un senso – l’olfatto – oggi quasi sopito. I bouquet provenienti da coltivazioni “industriali” non ci danno troppa soddisfazione da questo punto di vista, ma possiamo puntare sulle piante da balcone e da giardino che proprio nei mesi freddi investono generosamente in profumo, per contendersi i pochi impollinatori in circolazione. Le loro essenze si percepiscono in maniera nitida e forte nelle giornate dall’aria pungente: provare per credere. A seguire, dieci campioni di profumo per l’inverno, in abbinamenti perfetti per creare una fioriera o un’aiuola sensoriale in diverse situazioni. Cerchiamo le loro foto su Internet per vedere come si presenta la pianta e, soprattutto, andiamo subito a inebriarci in vivaio.

    Iris unguicularis  LEGGI TUTTO

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    Il car sharing è in calo in Italia e non è affatto una buona notizia

    “La flotta di macchine, 250 veicoli, è scomparsa quasi da un giorno all’altro. Nessuna comunicazione e quando chiami l’assistenza dicono solo che è colpa delle troppe macchine danneggiate”. Jonny Hassid, 49 anni, è in Italia dal 2018, a Roma per l’esattezza, dove si è trasferito da Londra. Ha rinunciato ad avere una propria macchina convinto […] LEGGI TUTTO

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    La concorrenza fra cormorani e pescatori: fra verità e fake news

    Vade retro, cormorano. I pescatori pugliesi temono la concorrenza dell’uccello acquatico dall’inconfondibile livrea nera, vero e proprio campione di apnea. E, aggiungendo un nuovo tassello al mosaico della convivenza tra uomo e animali selvatici, denunciano con una nota di Coldiretti Puglia le “gravi” ripercussioni economiche legate alla sua presenza sempre più invasiva, segnalata in provincia di Bari sia a sud, tra Mola di Bari e Torre a Mare che a nord tra Giovinazzo e Bisceglie, sulla costa di Taranto, nella laguna di Varano, sulla Diga di Capaccio del Celone a Lucera e presso la palude del Lago Salso a Manfredonia, a Gallipoli e sugli oltre 400 chilometri di costa della regione”.

    La nota di Coldiretti va ancora più a fondo, sospettando un legame tra la presunta “esplosione” demografica dei cormorani e l’innalzamento della temperatura, e denunciando: “Ogni cormorano mangia fino a 10 chilogrammi di pesce al mese, oltre 300 grammi al giorno, lasciando tra l’altro pesci feriti nell’attività predatoria e con il rischio della diffusione di malattie e parassiti. Il numero di cormorani svernanti è cresciuto di circa venti volte negli ultimi 25 anni secondo un andamento parallelo e strettamente correlato alla crescita esponenziale delle popolazioni nidificanti nei paesi dell’Europa centro-settentrionale”. Chiosando, infine, che si tratta di “una vera e propria emergenza alla luce dei danni provocati all’attività dell’itticoltura e alla vita stessa dei pesci nei mari perché l’attività predatoria dei cormorani sottopone a forte stress la vita marina poiché è talmente intensa da non permettere la crescita, lo sviluppo e la riproduzione delle specie di cui si nutrono”. “Non si limitano alle specie di pesce pregiate – aggiunge Coldiretti Puglia – perché mangiano anche quelle specie-foraggio che dovrebbero fungere da pasto per le prime, rendendo ancor più negativo il loro impatto sul settore ittico”. E dunque il tema, non senza un pizzico di sensazionalismo, è diventato più che mai attuale, nel cuore dell’inverno pugliese, periodo di tradizionale svernamento dai siti di nidificazione del Nord Europa per una specie che non passa inosservata lungo le nostre coste.

    Biodiversità

    Il rebus dell’invasione delle gazze marine sulle coste italiane

    di Pasquale Raicaldo

    17 Dicembre 2022

    Chi è il vero concorrente?

    Ma è davvero così impattante la presenza dei cormorani sulle dinamiche economiche della pesca artigianale? “Questa non è che l’ultima di una serie di ricorrenti denunce che tornano puntuali di tanto in tanto, ma manca di un fondamento scientifico sul presunto trend di crescita della popolazione e, soprattutto, di un dato sull’impatto sul pescato, che non è – tranne che in situazioni confinate e controllate – per sua natura quantificabile”, spiega Stefano Volponi, ricercatore presso l’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (ISPRA), tra i principali esperti di cormorani in Italia. “La verità è che il cormorano è molto visibile, soprattutto quando pesca o subito dopo quando in bella mostra si posa a far asciugare le ali, circostanza che lo candida a essere spesso il capro espiatorio dei problemi del settore della pesca. – aggiunge – Quando in realtà la sua presenza certifica lo stato di salute, e la pescosità, dei tratti costieri. Soprattutto andrebbe ripensato l’approccio antropocentrico: chi è il vero concorrente sleale, l’uomo – che ha avviato processi di industrializzazione della pesca – o il cormorano, che si limita al suo stesso fabbisogno, e lo fa da sempre?”. Domanda retorica, naturalmente.

    Il caso della Sardegna e le fake news

    Eppure, il tema è spinoso. Al punto che non mancano i cosiddetti piani di controllo: in Sardegna, per esempio, la presenza dei cormorani e il loro impatto sulla pesca hanno indotto alla redazione di un piano triennale per la riduzione –  approvato dalla Provincia di Oristano, dall’Assessorato regionale della Difesa dell’ambiente con il parere favorevole dell’Ispra – che prevede, entro il 2025, l’abbattimento “di un massimo di 462 esemplari degli oltre 4.600 cormorani censiti nei compendi ittici della provincia”. Un piano che “si è reso necessario per contenere l’attività predatoria dei cormorani e prevenire gravi danni alle attività di pesca”. “Mancano però strumenti di controllo dell’efficacia di azioni del genere, e in più andrebbe considerato che il numero di cormorani dell’Oristanese è in flessione rispetto a quanto rilevato anni fa”, annota Volponi.

    Biodiversità

    A Ventotene lo straordinario ritorno della berta Ligea dopo tre anni nell’Atlantico

    di Pasquale Raicaldo

    18 Novembre 2022

    Eppure di convivenza pacifica tra uomo e cormorano si parla ormai da tempo: diverse le iniziative avviate dall’Unione Europea per progetti e di tavoli di lavoro ai quali si sono seduti ecologi, ornitologi, sociologi e gli stessi pescatori: alcune delle azioni virtuose, coordinate da centri di ricerca europei e da associazioni il Wetlands International e IUCN Cormorant Research Group, sono consultabili al sito cormorants.freehostia.com. Quanto ai trend della popolazione di cormorani svernanti lungo le coste italiane (appena l’1,5% degli uccelli europei nidifica in Italia secondo i dati raccolti nell’ambito dell’ultimo censimento pae-europeo), in attesa dell’esito degli ultimi censimenti IWC coordinati da ISPRA i dati disponibili non rilevano incrementi rispetto a quanto rilevato nel recente passato. “Quel che è certo, tuttavia, è che non c’entra il climate change: le temperature più miti spingerebbero anzi i cormorani a svernare più a nord, non certo in Puglia, tenendosi il più vicino possibile ai siti di nidificazione, da Olanda e  Danimarca, ai Paesi Scandinavi e dell’Europa centro-orientale dove si registrano presenze in crescita favorite dal susseguirsi di inverni miti”, spiega Volponi. Dunque, una fake news. Il campanello d’allarme, sintomo del clima che cambia, è semmai legato al fatto che una specie abituata a effettuare migrazioni per lo svernamento inizi a non averne più bisogno. “Puntare l’indice contro una specie che nel dopoguerra era al limite dell’estinzione, riprendendosi grazie a un’azione mirata di protezione di poche centinaia di coppie in Danimarca e Olanda, è fuorviante”, conclude Volponi.

    Lo studio

    La ricchezza delle aree marine: fanno bene alla biodiversità e alla pesca

    di Mara Magistroni

    25 Ottobre 2022

    Dai lupi ai delfini, prove di convivenza e approcci differenti

    Ma non è, questa, una storia nuova. I presunti danni del lupo appenninico agli allevamenti continuano per esempio ad alimentare campagne volte a limitarne l’impatto (e in Svezia proprio in questa settimane il governo ha dato il via libera a una campagna di abbattimento di 75 esemplari su una popolazione totale di 460).Si tratta del complesso tema della condivisione delle risorse tra uomo e animali: una delle sfide del futuro prossimo è affrontarlo con approcci progettuali volti a favorire un equilibrio tra i cosiddetti stakeholder e le specie selvatiche. Come nel caso del progetto LIFE Delfi, coordinato da Irbim-Cnr, che mira a favorire la convivenza tra pescatori e delfini lungo le coste italiane. I primi lamentavano i danni diretti e indiretti dei cetacei alle reti dei pescherecci artigianali. Il comportamento opportunistico dei cetacei, attratti dal pescato, può causare qualche grattacapo agli operatori. Di contro, però, l’impatto dell’uomo sui delfini si traduce anche in potenziali catture accidentali. Così il progetto ha già portato alla distribuzione gratuita ai pescatori del mar Tirreno, Adriatico, Sicilia e Sardegna di dissuasori acustici di ultima generazione e deterrenti visivi, strumenti in grado di suggerire ai delfini di girare alla larga. I pescatori sono stati particolarmente disponibili a collaborare. Di più: nell’ambito dello stesso progetto, che prevede  anche l’utilizzo di attrezzi alternativi per la pesca, a cominciare dalle nasse, hanno seguito loro stessi corsi di “dolphin watching”. L’idea è che possano affiancare alla pesca una nuova attività economica. Del tutto ecocompatibile, naturalmente. LEGGI TUTTO

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    “Pescatori, scienziati e meno burocrazia per far crescere il nostro mare protetto”

    Collaborazione tra enti e istituzioni diverse, tecnologia, più sorveglianza e informazione capillare per far capire l’importanza e le sfide di una gestione efficace delle aree marine protette. I punti fondamentali del suo programma Giulia Visconti, neodirettrice dell’Area Marina Protetta “Capo Milazzo”, in provincia di Messina, li aveva esposti nel convegno sulle aree protette organizzato da Marevivo e Wwf “Valore Natura” a Roma il mese scorso. Di fronte al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e al ministro del mare Nello Musumeci, l’esperta per le aree marine protette di Marevivo, insieme a Giulia Prato responsabile mare del Wwf, aveva sottolineato le esigue risorse finanziarie, di personale, e le pastoie burocratiche che ostacolano la gestione efficace delle aree marine protette. 

    Ora Visconti è ufficialmente in carica come direttore dell’AMP Capo Milazzo, ma più che un nuovo lavoro quello che l’aspetta è la naturale prosecuzione di un percorso iniziato da tempo. A 41 anni, Visconti ha maturato un’esperienza invidiabile per conoscenza dell’ambiente marino mediterraneo e delle politiche di conservazione delle aree naturali. “Studiare il mare, proteggere l’ecosistema marino è sempre stato il mio interesse principale – dice – Mi sono laureata in scienze naturali e poi ho completato un dottorato in biologia animale con indirizzo in ecologia marina a Palermo. Studiavo i ricci di mare, sempre in riferimento alla corretta gestione delle aree marine protette e delle sue risorse”.Essere siciliana ha avuto un’influenza sulla scelta dei suoi studi?”Hanno influito in egual misura la mia famiglia e la terra che conosco meglio. Abbiamo sempre vissuto tra campagna e mare, i primi libri di scienze naturali li ho divorati a nove anni, mia nonna, laureata in chimica e fisica poi insegnante di matematica e scienze, mi ha insegnato a osservare l’ambiente. Mia madre da impiegata regionale si occupava di valorizzazione del territorio e mi portava con lei in missione. Mio padre, tra i tanti lavori, ha fatto anche il pescatore professionista, in tempi non sospetti già attento ai principi di una pesca sostenibile. Mio fratello è ricercatore in biologia marina in Inghilterra e anche mia sorella, che lavora nel cinema, mantiene un legame fortissimo con la natura. E non ho lasciato mai la Sicilia se non per brevi periodi, la considero una terra magnifica ma maltrattata e quindi da curare”.

    Il suo apprendistato come ricercatrice nelle aree marine protette ha sempre puntato sulla collaborazione tra enti diversi. Che esperienze ha avuto in questo campo?”A parte la mia adesione a Marevivo, ho lavorato con associazioni locali, con l’ISPRA, CoNISMA, con diverse università nazionali ed estere, con la Stazione Zoologica di Napoli. In tutte queste esperienze ho puntato sul lavoro in campo e sulla divulgazione. Oggi noto con soddisfazione che le persone con le quali ho collaborato in passato e ancora collaboro mi considerano un punto di riferimento nelle attività di gestione e progettazione per le Amp. Questo legame è fondamentale per portare avanti non solo la ricerca, ma soprattutto per condividere i dati raccolti e le esperienze affrontante, un aspetto su cui lavoro da sempre: non ha senso tenere per sé i risultati, l’effetto campana di vetro non porta a nulla di buono, non serve a migliorare”.  

    A questo proposito, nella sua relazione al convegno ha più volte fatto riferimento alla necessità di mappare con precisione le aree marine da proteggere. Come?”Stiamo facendo progressi, anche se è ancora molto difficile avere una visione sistemica delle strategie da attuare. Grazie all’attuazione della  Marine Strategy Framework Directive e con i fondi del PNRR si sta tentando, a 30 anni dalla legge quadro sui parchi naturali, di consolidare la protezione dell’ambiente marino, con il coordinamento di ISPRA, CNR e del ministero. La maggiore difficoltà deriva dal fatto che se si parla di mare vengono coinvolti otto ministeri: è necessario costituire un sistema nazionale di coordinamento. Come già detto, abbiamo tanti dati, ma sono sparsi e non organizzati, per cui lo sforzo da fare è quello di uscire dagli orticelli di ciascuna AMP e puntare a una visione di sistema”. 

    È questo l’obiettivo principale della sua direzione?”È tra i principali. Partirò dal sistema regionale sperimentato in Sicilia, a cui afferiscono 7 AMP,  al quale ha appena aderito Capo Milazzo. Stiamo già cercando di ottenere delle linee guida uniche ad esempio per la comunicazione di quel che facciamo, in modo che sia evidente il sistema di scambio tra i vari enti gestori delle AMP (consorzi e comuni). Il modello siciliano comincia a dare i suoi frutti, l’anno scorso tutte le Amp siciliane grazie al RAMPS, la “Rete delle Aree Marine Protette Siciliane”, hanno contribuito alla redazione del PAF (Priority Action Framework) per la Rete Natura 2000, completando le misure e gli interventi attivi per l’ambiente marino mancanti fino al 2020. La Sicilia è la prima regione che ha soddisfatto le misure d’attuazione con questo tipo di contributo e non è un risultato da poco, perché ci consentirà di usufruire dei fondi europei per le misure attive di protezione in ambiente marino previste con la programmazione 2021-27″.Proprio la mancanza di risorse finanziarie è stato un punto cruciale nella sua relazione per Marevivo e Wwf. Bastano i fondi europei?”Rispetto ai parchi nazionali le Amp subiscono una legge, la 394/91, che necessita di un urgente aggiornamento, per esempio, nella possibilità di  assunzione di personale specializzato. Non siamo in grado di garantire una squadra per la protezione e gestione se il solo personale garantito dai fondi ministeriali è la figura del direttore. E come se non bastasse, le risorse trasferite all’anno alle 29 AMP e ai 2 Parchi sommersi ammontano a poco più di 7 milioni a fronte dei circa 70 milioni trasferiti ai 24 Parchi Nazionali. Di fatto, la maggior parte delle risorse ciascuna AMP le recupera attraverso la progettazione su bandi europei, nazionali e regionali in partenariato con altri soggetti. Però non si vuole polemizzare su quel che manca, bisogna trovare invece soluzioni utili e veloci. Ad esempio è fondamentale la sorveglianza, ma bisogna avere e formare gli addetti, con un’interlocuzione continua e più efficiente attraverso tavoli di co-gestione più strutturati. Bisogna aggiornare il sistema e non possiamo restare indietro: l’Italia come normativa è molto più avanti di altri stati mediterranei, che per esempio non contemplano le zone di protezione totale, dobbiamo solo portare avanti quel che abbiamo”.Ha citato la sorveglianza. Uno dei nodi cruciali è la coesistenza di attività come la pesca con la necessità di protezione. E non basta vietare e reprimere.”La sorveglianza è difficilissima perché in mare non ci sono barriere e l’infinità si sviluppa in tre dimensioni, non abbiamo come nel parco strade o sentieri ben delimitati, che ti danno un’idea dello spazio, in un’area marina è assai difficile far comprendere che tutto l’ambiente è protetto. Chi è in barca spesso non ha presente quel che c’è sotto, perché l’ancora non va buttata in un certo posto, o perché i motori devono andare a velocità ridotta, e questo purtroppo è difficile da fare comprendere ai sindaci dei comuni rivieraschi. Le AMP e la guardia costiera spesso con le risorse che hanno non riescono a prevenire adeguatamente o ad intervenire prontamente per fermare le violazioni. Per quanto riguarda i pescatori, è un tema molto complesso anche perché dipendiamo come comparti da due ministeri che spesso non parlano tra loro. Ma spesso i pescatori sono più avanti di noi anche solo per le esperienze sul campo, è fondamentale coinvolgerli nelle attività di protezione e le AMP lo fanno ad esempio quest’anno attraverso i fondi FEAMP”.

    E qui entra in gioco la divulgazione, su cui lei punta molto.”La mia è una figura di equilibrio, da un lato devo gestire un territorio in termini di protezione, dall’altro devo cercare di valorizzare le sue risorse e aumentare le sue potenzialità. Per questo è fondamentale aumentare la consapevolezza sulle molteplici azioni da intraprendere e trasferire queste conoscenze in maniera più capillare possibile. Quando faccio i seminari all’università o durante le riunioni con tutti i soggetti coinvolti delle AMP, resto sempre sorpresa dalle tante domande che mi vengono rivolte su quel che si può fare in un’area marina protetta, perché pensano sempre si tratti di una zona chiusa, invece nel termine ‘gestione’ sono insite moltissime possibilità di confronto e sviluppo”. 

    C’è un termine che definisce il suo mandato da direttrice e la sua visione del mondo?”Sì, ed è ‘sinergia’. La collaborazione è una delle cose più importanti che ho imparato in questo percorso lungo, nonostante sia giovane. E non evidenzierò mai abbastanza il valore dell’umiltà. Ho sempre bisogno di esperti che sanno più di me: posso avere competenze in materia di Posidonia, di tartarughe o cetacei, ma se ho bisogno di approfondire chiamo gli esperti per confrontarmi e trovare le soluzioni più adeguate. È stata la mia carta vincente, la mia politica, non in senso stretto, nel senso di politica sociale dell’inclusione. Le soddisfazioni maggiori arrivano quando per esempio mi chiamano i pescatori di Lampedusa, con i quali ho fatto lavori meravigliosi, o i diving, o altri colleghi, per avere consigli o supporto nelle attività, per collaborare. Non mi pongo limiti nel cercare collaborazioni, se non quelli di sinergie che sono nell’interesse di tutti”.C’è qualcosa che si augura non succeda con questo suo nuovo incarico?”Sì, ne parlavo con mia madre e con Carmen Di Penta, direttrice di Marevivo. Spero proprio che non venga enfatizzato solo l’essere la prima donna a ricoprire questo ruolo, ma di quanto sia necessario valorizzare le competenze che abbiamo per migliorare la qualità del nostro mare”. LEGGI TUTTO

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    La nebbia? È smog. Monet e Turner dipingevano l'inquinamento

    “Dipingo quello che vedo, non quello che so”, così rispose William Turner ad un critico d’arte che lo accusava di aver dipinto una nave senza oblò. Pittore di splendidi tramonti, di burrasche, di naufragi e eruzioni vulcaniche, di quella natura che nelle opere del grande maestro inglese si fa, nel corso degli anni, sempre meno nitida e nebbiosa. Ma questa fu una scelta stilistica oppure Turner dipingeva una natura che mostrava i segni dei cambiamenti causati dall’uomo e della modernità?Ad essere convinti che nelle foschie e le nebbie delle sue tele si possano rintracciare i segni dell’inquinamento atmosferico nei primi anni del diciannovesimo secolo sono ora un gruppo di scienziati. Ricercatori che si sono concentrati non solo sulle opere di Turner ma hanno preso in esame anche i dipinti en plein air di Claude Monet che ritrae lo stesso paesaggio diverse volte nel corso degli anni. Inoltre, Monet “nelle lettere inviate a sua moglie da Londra dimostra di essere ben consapevole dei cambiamenti ambientali che lo circondavano, lamentando addirittura l’assenza di nuove industrie che accendono la sua creatività”, scrivono i ricercatori. “Tutto è morto, niente treno, niente fumo o barca, niente per eccitare un po’ la verve”, confida Monet alla moglie rimasta in Francia.

    Le idee

    Natura è cultura e la lista del patrimonio culturale immateriale Unesco deve tenerne conto

    di Alessio Martinoli, Filippo Zibordi

    11 Gennaio 2023

    Sulle tele la storia dell’inquinamento atmosferico

    Sulle tele dei due grandi maestri del Romanticismo e dell’Impressionismo, uno inglese l’altro francese, sarebbero dunque impressi i segni dell’inquinamento. Quei cieli di Parigi e Londra, le città dove sono nati i due pittori, che arrivano sulle tele trasformati dalla rivoluzione industrale. L’originale studio è stato pubblicato negli Atti della National Academy of Sciences e ha analizzato i cambiamenti di stili e colori in quasi 100 dipinti: 38 di Monet (dal 1864 al 1901) e 60 di Turner (dal 1796 al 1850). Giungendo alla conclusione che le opere dipinte dai maestri, tra i grandi che hanno utilizzato nel loro stile la luce e i suoi cambiamenti, permettono oggi di tracciare una sorta di storia dell’inquinamento atmosferico. Attraverso l’analisi dei loro paesaggi, spiegano, si può ricavare la quantità di smog presente nell’atmosfera quando sono stati realizzati i quadri. “Perché gli inquinanti possono alterare pesantemente l’aspetto dei paesaggi anche in modi visibili ad occhio nudo” si legge nello studio. Turner ad esempio, nato nell’era della vela nel 1775, morì nell’era del carbone nel 1851.

    Rinnovabili

    L’eolico nel paesaggio della Gioconda divide gli ambientalisti

    di Fiammetta Cupellaro

    27 Gennaio 2023

    Foschia o smog

    Gli scienziati del clima e dell’atmosfera hanno osservato che i cieli dipinti sia da Monet che Turner sono diventati nel corso degli anni sempre più nebbiosi. Non si tratterebbe però, secondo loro, soltanto di una scelta artistica ma, almeno in parte, quel cambio di stile sarebbe dovuto all’aumento dell’anidride solforosa nell’atmosfera, mostrando dopo il 1850, un cielo completamente diverso.”Perché anche se l’impressionismo è spesso in contrasto con il realismo, secondo le nostre ricerche non c’è dubbio che anche le opere di Monet e Turner catturano una certa realtà” spiega il coautore dello studio Peter Huybers scienziato del clima e docente all’università di Harvard. Non è un caso che i ricercatori si siano concentrati proprio sui pittori noti per essere quelli più sensibili ai cambiamenti di luci e dell’ambiente. Ha tenuto a sottolineare Anna Lea Almright scienziata atmosferica e autrice principale dello studio: “È logico che siano anche sensibili non solo ai cambiamenti naturali, ma anche ai cambiamenti causati dall’uomo”.

    La petizione

    L’arte di creare un mondo migliore secondo Cecilia Alemani: “La politica può fare di più per evitare il disastro climatico”

    di Fiammetta Cupellaro

    24 Agosto 2022

    Il modello matematico

    Utilizzando un modello matematico hanno osservato quanto fossero nitidi i contorni degli oggetti rispetto allo sfondo e l’intensità della foschia nei quadri dipinti nel corso degli anni dai due pittori. E li hanno messi a confronto. “I ricercatori hanno così scoperto – si legge nello studio – che il 61 per cento dei cambiamenti di contrasto nei dipinti seguivano in gran parte l’aumento delle concentrazioni di anidride solforosa durante quel periodo di tempo”. LEGGI TUTTO

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    Le zone umide garantiscono la nostra esistenza ma ne abbiamo già perso l'85%

    Abbiamo già degradato in maniera significativa quasi il 90% delle zone umide nel mondo, l’Unep calcola addirittura sia andato perso oltre l’85% di lagune, fiumi, stagni, laghi, paludi e torbiere, che continuano a diminuire a un tasso tre volte superiore a quello delle foreste. La giornata mondiale delle zone umide, che si celebra oggi (il 2 febbraio 1971 fu adottata la Convenzione di Ramsar per la loro tutela), è perciò più che mai importante per richiamare l’attenzione su ecosistemi che ospitano oltre il 40% delle specie animali e vegetali del mondo. L’importanza delle zone umide per la biodiversità è immensa, ma se non bastasse sottolineare il loro valore come patrimonio naturale, va ricordato il loro valore economico, perché in nessun altro ecosistema il destino delle persone e della natura è così fortemente intrecciato.

    L’importanza delle zone umide

    Le zone umide offrono infatti numerosi fondamentali servizi ecosistemici e sono cruciali per contrastare il cambio climatico. Sono indispensabili per la regolazione dei fenomeni idrogeologici, poiché attenuano gli effetti delle piene dei fiumi, favoriscono la ricarica delle falde acquifere, sono naturali “trappole per nutrienti”, riducendo il carico organico derivante soprattutto dalle attività agricole e zootecniche. Lagune e laghi costieri sono poi importanti per l’itticoltura o la molluschicoltura e sono habitat essenziali per la riproduzione dei pesci e di conseguenza per la pesca. Le zone umide sono fondamentali per la fissazione del carbonio presente nella biosfera, con conseguente mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. Su tutto, come detto, c’è l’importanza delle zone umide per la biodiversità caratteristica di questi habitat, tra i più ricchi in assoluto insieme alle barriere coralline e alle foreste tropicali. 

    La Cop15 sulla biodiversità dello scorso dicembre per la prima volta ha indicato anche obiettivi quantitativi, all’interno dei quali le zone umide hanno finalmente ricevuto il riconoscimento che meritano, specificamente menzionate insieme ad altri importanti habitat, come le foreste e gli oceani, in importanti obiettivi sulla protezione e il ripristino degli ecosistemi. Il prossimo decennio è ampiamente riconosciuto come l’ultima possibilità per l’umanità di invertire le perdite in corso, costruire un rapporto più sano con la natura e raggiungere la visione delle Nazioni Unite 2050 di “vivere in armonia con la natura”, una visione all’interno della quale le zone umide hanno appunto un ruolo centrale.

    L’intervento

    La siccità trasforma in fanghi di morte le sorgenti di vita degli anfibi

    di Nicola Bressi*

    02 Agosto 2022

    Recuperare, ripristinare ampliare le zone umide è appunto il focus della giornata mondiale di quest’anno, in accordo con gli obiettivi della decade delle Nazioni Unite su “Ecosystem restoration (2021-2030)”, della Strategia Europea per la biodiversità per il 2030 e della proposta di “Restoration Law” ora in discussione in sede europea. 

    “Dopo le grandi bonifiche attuate tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, un ulteriore 35% di zone umide è stato perso nel mondo solo negli ultimi 50 anni. – ricorda il Wwf in occasione della giornata mondiale – Si tratta di una perdita enorme che ha messo in crisi la biodiversità di questi habitat: non è un caso che tra i gruppi faunistici più minacciati ci siano le cozze d’acqua dolce (molluschi bivalvi), i gamberi d’acqua dolce (crostacei), le libellule (odonati), i pesci d’acqua dolce e gli anfibi, tutti gruppi strettamente legati alla sorte delle acque interne. Le popolazioni di vertebrati delle acque dolci sono crollate dell’83%”. 

    La situazione in Italia

    Secondo quanto riporta l’Ispra, le zone umide d’importanza internazionale riconosciute ed inserite nell’elenco della Convenzione di Ramsar per l’Italia sono ad oggi 57, distribuite in 15 Regioni, per un totale di 73.982 ettari. Inoltre sono stati emanati i Decreti Ministeriali per l’istituzione di ulteriori 9 aree e, al momento, è in corso la procedura per il riconoscimento internazionale: le zone Ramsar in Italia designate saranno dunque 66 e ricopriranno complessivamente un’area di 77.856 ettari. 

    Tuttavia, come ha ricordato Legambiente, oltre alle zone umide istituite ai sensi della Convenzione di Ramsar, vanno tutelate tutte le aree umide del Paese, poiché è il loro insieme che ne costituisce una rete ecologica indispensabile al mantenimento dei corretti equilibri ecosistemici. Il Piano Panmediterraneo per l’inventario delle zone umide (che però risale al 2011) aveva individuato nel nostro Paese 1520 aree umide e secondo l’associazione ambientalista tutti questi ecosistemi dovrebbero essere oggetto di interventi per una gestione corretta, con attenzione a tutte le possibili implicazioni, tecniche e politiche, secondo le linee della Strategia nazionale biodiversità. 

    Azioni per proteggere le zone umide

    In questi anni in Italia tra le associazioni più attive per la protezione delle zone umide c’è stato appunto il Wwf. Tra i progetti , per la riqualificazione e tutela che potrebbero essere replicati nel resto del Paese c’è quello di rinaturazione del Po, che prevede il recupero di molte zone umide perifluviali,  proposto da Wwf e ANEPLA e inserito nel PNRR dal Ministero dell’Ambiente per 357 milione di euro. “Si tratta del primo importante esempio di progetto integrato, che coinvolge diverse regioni e che potrebbe e dovrebbe essere replicato e adattato ad altri grandi fiumi, o porzioni di essi, come Adige, Arno, Tevere, Garigliano, Volturno e tanti altri. – dice il Wwf – Insieme alle Università di Parma, Ferrara e Urbino abbiamo avanzato una proposta per l’abbattimento dei nitrati in eccesso da promuovere, insieme ad agricoltori e consorzi di bonifica, nelle aree più vulnerabili, attraverso un’attenta gestione della rete idrica superficiale e la riqualificazione e l’ampliamento delle zone umide relitte”.

    Biodiversità

    Stiamo perdendo gli anfibi e con loro i veleni che potrebbero curarci

    di Cristina Nadotti

    15 Febbraio 2022

    Come hanno rilevato numerosi rapporti Ispra, tra le minacce maggiori per le zone umide ci sono infatti i prodotti fitosanitari e una delle priorità strategiche dei Piani di sviluppo regionale rurali è proprio quella di contribuire a preservare, ripristinare e valorizzare gli ecosistemi connessi all’agricoltura attraverso la promozione di metodi produttivi capaci di garantire un corretto e minore impiego di prodotti fitosanitari. 

    Insieme all’azione di contrasto dell’inquinamento è però indispensabile ampliare le porzioni di zone umide protette. “In questi ultimi anni, anche a seguito della campagna “ONE Million Ponds” e di progetti Life, come “Gestire 2020″,  – ricorda il Wwf – nelle nostre Oasi sono stati realizzati centinaia di piccoli stagni per anfibi, invertebrati e per molte specie di piante acquatiche divenute ormai rare in natura”. Proprio in occasione della Giornata mondiale delle zone umide, questo fine settimana nelle Oasi del Wwf sono previsti numerosi eventi per conoscere meglio la specificità di questi preziosi ecosistemi. LEGGI TUTTO