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    Trasporti, ingressi sfalsati, contagi: tutte le incognite del ritorno a scuola il 9 dicembre

    ROMA – “Da quando le scuole superiori sono state chiuse per decreto”, dice l’assessora all’Istruzione della Regione Emilia Romagna, Paola Salomoni, “i problemi non sono stati risolti”. Trasporti, flussi degli spostamenti, tracciamento dei contagi. “Sono ancora tutti lì”. L’idea di provare a ripartire il 9 dicembre “è un segnale per il Paese, ma le difficoltà sono davvero tante. Credo che ne usciremo ascoltando le scuole, i dirigenti scolastici e chiedendo loro soluzioni creative”.Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo ha detto in tv: “Lavoriamo per riaprire le scuole a dicembre”. La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, questa mattina sta provando a convincere i sindaci delle quattordici città metropolitane, visto che da alcuni Regioni – Campania, Puglia e Calabria – attende un’opposizione. Vincenzo De Luca, presidente campano, dovrebbe rendere esplicita in giornata la sua contrarietà all’accelerazione scolastica. Il sindaco di Bari, e presidente dell’Associazione nazionali comuni italiani, Antonio Decaro, entra scettico all’incontro di questa mattina: “A Bari eravamo nelle condizioni di non chiudere il 4 novembre, ma devo dire che i contagi in città restano alti e il problema dei trasporti, in provincia, è serio”. 
    L’assessora alla Scuola “In Emilia Romagna non abbiamo altri bus”
    Il potere delle riaperture scolastiche è nelle mani delle Regioni, ma per ora la ministra ha scelto il passaggio intermedio delle città metropolitane. Cristina Grieco, assessora all’Istruzione in Toscana, dice: “Il problema continuano ad essere i trasporti”. Ed è ancora la pari ruolo in Emilia Romagna, Paola Salomoni appunto, a spiegare: “Con la capienza dei bus al cinquanta per cento la situazione è di difficile soluzione. I mezzi pubblici cittadini e provinciali sono già utilizzati al massimo, gli acquisti dei mezzi si possono progettare adesso per avere le macchine disponibili dodici mesi dopo. Per trovare soluzioni bisogna affidarsi agli ingressi sfalsati, ma il territorio dell’Emilia Romagna ha una larga diffusione di scuole nei territori interni, anche in montagna, e oggi non è semplice prolungare gli orari di ragazzi che già fanno un’ora all’andata e una al ritorno per raggiungere il loro istituto e ripartire”.L’auspicio “ripartiamo mercoledì 9 dicembre”, corroborato dall’attività di sostegno del Comitato tecnico scientifico (“la scuola contribuisce in modo assolutamente marginale al contagio”, ha detto Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità facendo seguito a interventi simili del coordinatore Agostino Miozzo e di Silvio Brusaferro, presidente dell’Istiuto superiore di Sanità), deve contemplare per forza la gradualità. Il Paese non è pronto. In Calabria il Tar ha fatto rientrare in queste ore la didattica a distanza per l’infanzia e le elementari. E così in Campania, dove sono terminati gli effetti dell’ordinanza, ma i sindaci di Caserta, Avellino e Salerno hanno subito firmato proroghe.  
    Miozzo: “Seguiamo l’esempio di Francia e Inghilterra. I ragazzi hanno già patito troppo”
    di Corrado Zunino 22 Novembre 2020

    Sulla questione, calda, Cinque Stelle e Italia Viva spingono per la riapertura, mentre il Pd appare spaccato. Una lettera – “Aprite prima di Natale” – indirizzata al presidente del Consiglio dai senatori della Commissione cultura di maggioranza, è stata bloccata alla Camera da Enrico Franceschini. Il ministro della Salute Roberto Speranza – stretto tra i due fuochi del calo dell’indice di contagio e del numero elevato di morti – dice: “Lavoriamo per aprire a dicembre, ma per valutare una riapertura delle superiori aspettiamo i dati del venerdì”. Numeri e indicazioni arriveranno dall’Istituto superiore di Sanità venerdì prossimo. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che è anche presidente della Regione Lazio, non è favorevole alle accelerazioni azzoliniane e dice: “Sul ritorno alla scuola in presenza decide il governo sulla base dei dati scientifici e insieme alla scuola. La scuola è aperta, ricordiamolo, anche se a distanza”. Zingaretti ricorda che didattica a distanza non significa “scuola chiusa”.La scienza non è univoca nel considerare la marginalità della scuola nello sviluppo della pandemia. Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano e professore di Malattie infettive all’Università Statale, ha detto al Gazzettino: “Abbiamo clamorosamente toppato il contenimento dell’infezione dopo il lockdown di marzo. Mi rendo conto che ci sono esigenze diverse come quella della scuola, importantissima, ma il riaprire troppo presto per richiudere sarebbe uno smacco ancora peggiore perché sarebbe costato qualcosa nel mezzo. Al di là della buona volontà messa in campo da tutti coloro che ci hanno lavorato, ora non possiamo dire che ci siano garanzie sufficienti. Non ha senso riaprire fino a quando non si è nelle condizioni di sicurezza. Sono scettico sulla garanzia assoluta paventata da alcuni all’interno della scuola, ho la consapevolezza che le barriere architettoniche, come le aule troppo piccole, sono quelle che sono e la pretesa di tenere un’intera classe con la mascherina mi pare eccessiva”. 
    Il fisico Battiston: “L’istruzione muove trenta milioni di persone”Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale all’Università di Trento, dice: “Dal ministero dell’Istruzione non abbiamo i dati, forniti sì all’Iss, ma mai discussi pubblicamente, su quel che sta accadendo nelle scuole a livello di contagi. Dal 14 al 24 settembre si sono messe in moto trenta milioni di persone, tra studenti, famiglie, insegnanti: ecco la causa scatenante. Peccato che a quello che è intorno alla scuola non ci abbia pensato nessuno. O meglio, ci hanno pensato a parole, dicendo quel che occorreva fare – ingressi scaglionati, potenziamento dei trasporti –, ma nessuno ha poi provveduto nei fatti a cambiare gli orari o i trasporti pubblici. Ci servono strumenti per capire questi macro-sistemi, non possiamo sempre arrivare impreparati con tre, quattro settimane di ritardo quando gli stessi indicatori, già ai primi di ottobre, raccontavano bene quel che sarebbe successo. Al virus è bastato che si siano messe in moto trenta milioni di persone, studenti, insegnanti, famiglie, per fare il salto e scatenare un’ondata esponenziale”.
    Licei e istituti, ritorno in classe nel 2021: “Apriranno solo dopo la Befana”
    di Corrado Zunino 21 Novembre 2020

    Al ministero dell’Istruzione si lavora su due ipotesi, appunto, graduali. Un ritorno in presenza nelle superiori e in seconda e terza media, questo dal 9 dicembre, al 50 per cento nelle regioni che hanno ottenuto il colore giallo, ovvero dove il contagio è meno diffuso. In alternativa, un ritorno per le classi prime e le quinte degli istituti superiori.Antonello Giannelli, responsabile dell’Associazione nazionale presidi, dice: “Si può ripartire nei centri piccoli, più difficile nelle aree metropolitane”. Maddalena Gissi, segretaria generale Cisl scuola: “Riiniziamo in sicurezza. Che senso avrebbe aprire le classi se poi dobbiamo richiuderle per le quarantene?”. La Rete degli studenti medi, atraverso il suo coordinatore Federico Allegretti: “Non c’è un piano, rischiamo di tornare in presenza in condizioni peggiori di settembre”. La maggioranza dei docenti resta contraria a un rientro a dicembre. LEGGI TUTTO

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    Il Tar boccia il ministero dell'Istruzione: “Concorso straordinario anche per i positivi al Covid”

    ROMA – La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, aveva detto che per gli insegnanti positivi al coronavirus costretti a casa, o i costretti a casa da positività altrui, non c’era alcuna possibilità di poter affrontare il concorso straordinario per docenti, passato per tre governi e bloccato dalla pandemia a partire dallo scorso 5 novembre: “Abbiamo un parere della Funzione pubblica che vale per tutti i concorsi”, aveva liquidato, “quel parere non prevede prove suppletive”. Lo ricorda oggi Il Mattino di Napoli.Bene, una precaria di lungo corso di Educazione fisica, originaria di Lagonegro (Potenza), 53 anni, non ha potuto svolgere la prova lo scorso 29 ottobre per Covid e successiva quarantena e, quindi, si è appellata al Tar attraverso l’ufficio legale della Uil. In prima istanza, lo scorso 20 novembre, ha vinto: “Le prove suppletive devono essere fatte”, ha ordinato la Terza sezione. La ricorrente, a lungo docente in Campania, insegna oggi in una scuola di Roma e ha accumulato punteggio nelle graduatorie per le supplenze per tredici anni, firmando contratti annuali nelle ultime otto stagioni.Guido Marone, legale che ha patrocinato il ricorso per il sindacato, spiega: “L’ordinanza produce due effetti rilevanti. Dovranno essere previste prove suppletive per tutti quei docenti che non possono sostenere le prove perché in isolamento fiduciario o positivi al Covid. E il ministero dovrà necessariamente rivedere l’organizzazione dell’intero concorso considerato che, in ogni sessione di prove, vi saranno candidati impossibilitati a parteciparvi. Si rischia di far diventare gli scritti concorsuali infiniti”.Solo in Campania i docenti che non hanno potuto sostenere la prova per motivi collegati al contagio sono trecento, secondo una stima del sindacato. S’ipotizza che nel Paese possano essere cinquemila, su una platea di 64.563 candidati.“La sentenza ottenuta”, dice Pino Turi, segretario generale della Uil Scuola, “suona come un de profundis a un concorso nato male e finito peggio. Si sta perdendo tempo e il prossimo anno, con cinquantamila pensionamenti, saremo nelle stesse condizioni del settembre scorso e di oggi. Le scuole non sono ancora riuscite a partire con ordine per problemi di emergenza e di arruolamento sbagliato. Serve una stabilizzazione su tre anni, un nuovo Fit, come pensato dal ministero Fedeli”.Sulla storia del concorso più contestato e accidentato d’Italia, Repubblica ha raccolto molte testimonianze attraverso la newsletter Dietro la lavagna. L’ultima che ci è arrivata racconta la storia di una coppia torinese con una bimba di due anni che si è preparata al concorso, svolto nel periodo di crescita più forte del contagio (è iniziato il 22 ottobre scorso). “Insegniamo Matematica e Scienze alle medie”, hanno scritto, “abbiamo entrambi un dottorato di ricerca. L’insegnamento è un lavoro che ci appassiona e di fronte a un ministero che ha bandito un concorso che prometteva la nostra stabilizzazione, ci siamo preparati rivedendo tutte le nostre abitudini di vita. Abbiamo mantenuto soltanto il percorso “casa, scuola e nido” escludendo qualunque altra attività per limitare la possibilità dei contagi. Palestra, calcetto, piscina, uscite con gli amici sono stati aboliti e abbiamo continuato la nostra preparazione per lo scritto. Tra libri, appunti e corsi on-line abbiamo speso 750 euro”.
    Straordinario, non c’è più il concorso. Ma è tornata la Dad
    di Ilaria Venturi ,  Corrado Zunino 08 Novembre 2020
    La coppia incontra il coronavirus. “A partire da fine settembre, due settimane dopo l’inizio delle lezioni, molti alunni hanno iniziato ad ammalarsi e molte classi sono entrate in quarantena. Abbiamo sempre sperato che non toccasse a noi, non ora, non quando eravamo a un passo dalla fine del nostro precariato. Ma poi è arrivato il 16 ottobre, giorno in cui ho iniziato ad avvertire i primi sintomi, tosse secca, febbre e dolori vari di tipo influenzale. Nei giorni successivi anche l’olfatto è scomparso e mentre aspettavo che l’Asl mi contattasse, i miei sintomi sono peggiorati. Sono finito al pronto soccorso. Lì mi hanno fatto il tampone e ricoverato per alcuni giorni somministrandomi cortisone ed eparina. Sono risultato positivo e così pure mia figlia mentre la mia compagna è rimasta negativa. Come contatto stretto, però, anche lei è entrata in isolamento. Il nostro concorso è andato perso: non potevamo muoverci. Il giorno del nostro scritto era il 4 novembre, l’ultimo prima della sospensione generale. Speravamo di stabilizzare il nostro nucleo familiare e di creare un’occasione di crescita per noi, comprare casa, progettare un futuro in modo più sereno, entrare a far parte in modo più attivo nella comunità, sia dal punto di vista economico che sociale. Non siamo eroi, non siamo poverini. Vogliamo vivere la nostra vita con dignità, con i nostri mezzi e il nostro lavoro. Vogliamo fare il concorso”. LEGGI TUTTO

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    La Dad mette in crisi anche i prof, nelle scuole arrivano gli psicologi

    Si sentono isolati, quanto i loro studenti. Dietro a uno schermo. Magari derisi o presi in giro dai ragazzi nativi digitali, hanno difficoltà di rapporto coi colleghi, sono stanchi e provati dal periodo di lockdown già vissuto. Prof in crisi. Non tutti, ovvio. Ma il fenomeno preoccupa nella sua crescita. Così a Mestre è nato un gruppo di auto-aiuto per gli insegnanti in Dad e non solo. Mentre sono arrivati i fondi del ministero all’Istruzione per gli psicologi nelle scuole dedicati all’emergenza sanitaria dopo l’accordo siglato tra viale Trastevere e l’Ordine degli psicologi: 1600 euro a istituto per settembre-dicembre, altri 3.200 euro per coprire il periodo da gennaio a giugno 2021.Non molto, ma abbastanza per attivare tramite bandi contratti coi professionisti. Ma pochi istituti sono già partiti, i progetti sono in ritardo, mentre si accumulano le fatiche degli studenti – i più grandi di nuovo a fare scuola a distanza – dei loro professori, e crescono ansie e paure delle famiglie rispetto alla pandemia.E’ dell’altro giorno l’appello ai presidi degli istituti toscani dell’Ordine degli psicologi regionale. “Nella situazione di grande stravolgimento che tutti stiamo vivendo esortiamo i dirigenti ad attivare prima possibile gli sportelli psicologici – dichiara la presidente Maria Antonietta Gulino – bambini, ragazzi e famiglie hanno vissuto e continuano a vivere mesi di estrema fragilità e di instabilità, che ha ricadute di natura psicologica, sociale e relazionale”.Lo racconta Alessandra Pellone, psicologa dell’età evolutiva che da anni lavora con le scuole in Veneto. Ha fatto partire in lockdown un gruppo “Docenti in ascolto” che ora continua, anche se su base volontaria. Ha cominciato a lavorare con l’istituto comprensivo Colombo di Chirignago, ora a distanza segue il gruppo di auto-aiuto a Mestre: “Se l’insegnante non si sente inserito in una équipe resta isolato – racconta – il gruppo di auto-aiuto serve per confrontarsi e trasformare l’ansia della scuola al tempo del Covid in mutuo sostegno e soluzioni creative”.Lo scontro è anche tra colleghi sulla gestione del distanziamento: la maestra rimproverata dalla collega per far correre i bambini in cortile, quella attaccata perché ha dato libri “in quarantena” da portare a casa. Micro-conflitti. Ma anche genitori che ascoltano le lezioni da casa: non potrebbero entrare in aula a scuola, in Dad succede. “Ora c’è chi ha paura di una nuova chiusura delle scuole, mentre chi è tornato in didattica a distanza accumula stress perché ci è arrivato già stanco e provato e a volte ammette: non riesco a fare lezione così”, spiega Alessandra Pellone.Per Arianna Marfisa Bellini, psicoterapeuta cresciuta alla scuola di Massimo Recalcati, “i professori si sono trovati a giocare su un terreno che non era il loro e nel web perdono comunque di autorevolezza perché la Rete è un luogo di pari grado, dove si perde la disimmetria tra adulti e ragazzi, non c’è più alterità”. Di qui le difficoltà di chi fa lezione a distanza. Oltre a quelle dei ragazzi, che però per la psicoterapeuta “non sono tanto sulla perdita di socialità, perché la dinamica di classe avviene nel virtuale e non li senti quasi mai dire che sono angosciati perché mancano loro i compagni. Il problema è che i ragazzi perdono l’avere a che fare con l’adulto, con un mondo che è altro. Rimane solo il genitore in casa che da solo deve dettare tutte le regole e non ha più la sponda della scuola”.Consapevoli dell’emergenza, ci sono scuole che hanno già avviato percorsi di sostegno psicologico, anche senza attendere l’arrivo dei fondi. “Abbiamo sempre avuto uno sportello di aiuto psicologico a scuola per i ragazzi e i genitori, lo abbiamo confermato – spiega Lidia Cangemi, preside del liceo Kennedy di Roma – i ragazzi sono quelli che stanno soffrendo di più in questa situazione, è aumentato il loro livello di ansia e di stress”. La preside è anche counselor, “ci credo in questo tipo di sostegno, serve anche solo per aprirsi nei momenti di difficoltà con un professionista che è fuori dalla scuola”.Gli sportelli di aiuto psicologico si aprono on line. Al Majorana di Moncalieri, in provincia di Torino, basta prenotarsi sulla piattaforma dedicata, ci sono due psicologhe che si alternano tra liceo e istituto tecnico. Un servizio che sta partendo in questi giorni. Due stanze virtuali dove gli studenti o i loro genitori possono prendere appuntamento. “La situazione dei ragazzi non è facile, le loro prerogative tipiche dell’età sono negate, qui siamo in zona rossa. E poi c’è chi a casa sta vivendo drammi per la perdita di familiari” ragiona la preside Rossella Landi. “L’aiuto serve anche per sostenere le famiglie, sono molto preoccupate”. LEGGI TUTTO

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    L'allarme Cts: “Scuole chiuse, conseguenze devastanti per gli studenti”

    ROMA – L’ultimo incontro europeo con clinici dell’Oms ed esperti di educazione ha rafforzato un’opinione già maggioritaria all’interno del Comitato tecnico scientifico che vigila in Italia sulla pandemia: “Riaprite al più presto le scuole, gli effetti sugli studenti, ma anche sulla società in generale, sono devastanti”.E’ un fatto, come ha raccontato Repubblica oggi: si va verso la riapertura degli istituti superiori per il 7 gennaio. Il ministero dell’Istruzione sta sì sondando la possibilità, a partire dal 9 dicembre, di far riaccedere alle classi le prime e le quinte di licei, tecnici, professionali, i diciannovenni, tra l’altro, devono preparare la Maturità 2021 e tornare in aula faciliterebbe il compito, ma ad oggi non è stata risolta nessuna delle tre questioni aperte e denunciate dal presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli: tracciamento dei contagi avvistati a scuola e risposte rapide sulle positività da parte delle Aziende sanitarie locali, minor congestione dei trasporti pubblici (dovuta anche alla presenza degli studenti pendolari) e chiusura dell’arruolamento dei supplenti. La data del 7 gennaio resta, quindi, la più probabile per un rientro dei ragazzi nei loro istituti.
    Su questo aspetto gli studiosi del Cts hanno scritto, ieri, un verbale significativo e determinato, ora nella disponibilità della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. Dice questo: “In riferimento alla riunione informale “Schooling during the time of Covid-19” organizzata dall’Organizzazione mondiale della sanità il 19 novembre 2020 su richiesta del ministero dell’Istruzione e che ha visto la partecipazione dell’Unesco dalla sede centrale di Parigi, il Cts condivide l’esigenza di procedere a una tempestiva soluzione delle tematiche riguardanti il mondo della scuola”.
    Licei e istituti, ritorno in classe nel 2021: “Apriranno solo dopo la Befana”
    di Corrado Zunino 21 Novembre 2020

    Scrive ora il Cts, presente alla riunione con il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, e il presidente della Società italiana di pediatria, Alberto Villani: “La continuità del percorso formativo e scolastico è fondamentale per garantire l’apprendimento, lo sviluppo, il benessere, la salute e la sicurezza degli studenti. Le scuole dovrebbero essere le ultime istituzioni ad essere chiuse, in caso di lockdown generale emergenziale, e le prime a riaprire quando le condizioni lo permettano”. Arriva, quindi, il passaggio più serrato: “Considerate le conseguenze devastanti su bambini, ragazzi e adolescenti e sulla società nel suo insieme, le chiusure scolastiche dovrebbero essere considerate come l’ultimo provvedimento, temporaneo e solo locale, nel caso in cui l’epidemia non possa essere gestita con diverso approccio. Le chiusure non dovrebbero mai essere “pro-attive”, ma solo reattive”. Intende, il Cts, che il blocco della scuola in presenza non dovrebbe essere usato come anticipazione di un possibile problema sanitario, ma come intervento successivo di fronte a una situazione andata fuori controllo”. Ancora, “le chiusure dovrebbero essere della più breve durata possibile, limitate esclusivamente agli ambiti territoriali interessati”.C’è un punto centrale, nella presa di posizione del Comitato tecnico scientifico: “Istruzione e salute sono intimamente interconnesse. Le chiusure scolastiche hanno un impatto negativo sulla salute dei ragazzi, alterando anche il benessere affettivo e sociale, che si ripercuote negativamente sullo sviluppo del contesto socioeconomico”. Si affronta, si vede, la questione della scuola elemento produttivo del Paese, spesso negata. “In caso di chiusura”, chiude il verbale, “è indispensabile garantire la partecipazione degli studenti agli eventi formativi e l’accesso alle risorse, ai materiali didattici ed educativi, investendo in tecnologie digitali appropriate. Va garantita la priorità ai ragazzi con particolari esigenze”.Sulla questione dei contagi sviluppati direttamente a scuola, sulla quale c’è una divisione di opinioni nello stesso mondo scientifico e sulla quale il ministero ha fatto propaganda, il Cts puntualizza: “I bambini sono meno suscettibili al Covid-19 rispetto agli adulti e la presentazione clinica severa è rara. In considerazione che i bambini di età inferiore ai dieci anni trasmettono l’infezione meno degli adulti, mentre gli adolescenti hanno livelli di contagiosità simili agli adulti, le chiusure degli istituti scolastici dovrebbero essere finalizzate anche per fasce di età”. LEGGI TUTTO

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    Le scuole e la pandemia: saltano mensa e servizi. Un terzo dei laboratori usati come aule

    Per garantire il distanziamento la gran parte delle scuole ha optato per soluzioni interne, utilizzando, come aule aggiuntive, laboratori (32%), aule dismesse (22%), palestre (12%). Tre casi particolari: in una scuola di Milano (IC Pareto) sono stati allestiti un container ed alcune aule all’aperto; in una scuola secondaria di II grado di Magenta sono stati utilizzati anche locali sotterranei; una scuola dell’infanzia di Corsico ha adibito ad aula la sala “nanna”. E ancora: il 26% ha ridotto l’orario, il 65% circa ha sospeso il servizio di pre e post scuola, il 39% ha dovuto “tagliare” il servizio mensa (fra le scuole che prima del Covid garantivano tali servizi). Sono alcuni dati che emergono dall’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola di Cittadinanzattiva presentato oggi.Quello sulla situazione delle scuole con la pandemia è un approfondimento del Dossier sull’edilizia, dove ancora si denunciano inadempienze e carenze. Da non far passare in secondo piano, avverte Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale Scuola di Cittadinanzattiva. Anche perchè i numeri sono nuovamente impietosi. Cinquanta fra episodi di crolli, distacchi di intonaco, caduta di finestre, muri di recinzione ed alberi in prossimità delle scuole. Sono quelli che Cittadinanzattiva ha censito tra agosto 2019 e novembre 2020; dal 2013 si contano 326 episodi di questo genere, da settembre di quest’anno se ne sono registrati già 11.
    Poi c’è il rischio sismico: 17.343 scuole (il 43% dei 40.160 istituti scolastici italiani) sono situate in zone a rischio sismico elevato (zona 1 e 2), zone in cui vivono 4 milioni e 300mila bambini e ragazzi. Di queste scuole, 4.176 hanno inoltrato richieste di finanziamento al Ministero dell’Istruzione per effettuare le verifiche di vulnerabilità sismica, ma le indagini finanziate sono 1.564 a fronte di 2.612 non finanziate (oltre il 60%) per mancanza di fondi.

    “Riguardo all’edilizia – insiste Bizzarri – entro il prossimo biennio occorre intervenire a tappeto con le indagini diagnostiche di soffitti e solai e relativi interventi, stanziando 150 milioni di euro all’anno per scongiurare tragedie e danni provocati dai troppi ed incontrollabili episodi di crollo; è necessario prorogare i poteri commissariali a sindaci e presidenti di provincia perché accelerino gli interventi con i fondi a disposizione, visti i ritardi nel loro utilizzo; è indispensabile puntare su adeguamento sismico-efficientamento energetico e, ove non sia possibile né conveniente, costruire nuovi edifici con criteri innovativi, come nelle zone colpite dal sisma 2016”.Tra le proposte: l’approvazione della Legge quadro sulla sicurezza scolastica e la predisposizione di “un piano urgente per un biennio sfruttando la temporanea chiusura delle scuole secondarie di II grado, per scongiurare eventi incontrollabili e drammatici”.
    Il racconto degli studenti
    Nel corso della presentazione, alcuni studenti hanno raccontato la loro esperienza alle prese con la insicurezza degli edifici ma anche pratiche virtuose che li hanno reso protagonisti in questa emergenza. Emblematico il caso della Girolami, istituto comprensivo Margherita Hack di Roma, quartiere Monteverde. L’edificio scolastico è stato dichiarato inagibile a seguito del crollo di un controsoffitto, ad aprile 2019. Gli alunni, oltre 700, sono stati ricollocati in diverse strutture, addirittura in un altro Municipio, con pesanti ripercussioni sulle famiglie. Ad oggi non è prevista una data di inizio lavori.Bagni rotti e infiltrazioni di acqua invece nell’Istituto comprensivo Giacomo Vitale di Piedimonte Matese, gli studenti delle medie dicono “la nostra scuola è tecnologica, sono arrivati anche i banchi nuovi, ma molti bagni non sono funzionanti e in alcune aule ci piove dentro”.Dalla scuola di San Giuliano di Puglia arriva l’impegno delle studentesse della seconda media per adottare comportamenti corretti contro i rischi naturali e l’appello a rendere sicure tutte le scuole di Italia.
    Le scuole e il rischio sismico
    Dal XVI Rapporto del 2018 di Cittadinanzattiva emergeva come solo il 5% delle scuole fossero adeguate sismicamente ed il 9% migliorate dal punto di vista sismico. Da qui la necessità di effettuare su tutte le altre scuole delle verifiche. Cittadinanzattiva è ricorsa all’istanza di accesso civico generalizzato rivolgendosi a tutti i Comuni che avevano ottenuto i finanziamenti per effettuare le verifiche di vulnerabilità sismica e sapere a che punto fossero e conoscerne gli esiti.

    A fornire risposte è stato un ente proprietario su cinque con informazioni dettagliate su 313 edifici scolastici. Pochissime le risposte fornite dalla Calabria e dalla Campania, entrambe con un alto numero di edifici sottoposti a verifica. Rispetto ai 313 edifici scolastici, hanno effettuato le verifiche di vulnerabilità sismica il 98%. Il 94% (295) necessita di interventi strutturali – e si tratta di scuole che ad oggi sarebbero, tralasciando le chiusure per il Covid, funzionanti e aperte – ma solo il 32% di questi ha ottenuto finanziamenti ad hoc. Ad oggi risultano conclusi o quasi i lavori nel 10% delle scuole, il 6% li concluderà entro l’anno, il 36% nel 2021-2022, l’11% nel 2022-2023 e ben il 36% in data ancora da definire.Circa lo stato della ricostruzione delle scuole nelle quattro regioni del Centro Italia (Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria) colpite dal sisma del 2016, dai dati sintetici pubblicati a giugno dall’Ufficio Ricostruzione Sisma, emerge che su 250 scuole oggetto di interventi o di ricostruzione, solo 17 sono stati conclusi. In Abruzzo su 24 scuole, 2 sono in fase di esecuzione, 6 con affidamento della progettazione, 10 in fase di progettazione, 4 con gare in corso. In Umbria su 54 edifici oggetto di interventi, la situazione è più articolata e si riporta al report per il dettaglio. I due Uffici speciali per la ricostruzione sisma 2016 Marche e Lazio non hanno fornito i dati analitici richiesti.
    Le scuole e la pandemia
    I dati fanno riferimento al questionario online messo a punto da Cittadinanzattiva e al quale hanno risposto, fra ottobre e novembre 2020, 327 genitori, docenti, studenti e dirigenti scolastici in riferimento a 233 scuole di 17 regioni. Il 56% dichiara che i banchi monoposto sono sufficienti per tutti. A mancare sono soprattutto i docenti (lo segnala quasi una scuola su due, 44%), gli insegnanti di sostegno (19%) e i collaboratori scolastici (22%). Come detto, il 26% ha ridotto l’orario, il 65% circa ha sospeso il servizio di pre e post scuola, il 39% ha dovuto “tagliare” il servizio mensa (fra le scuole che prima del covid garantivano tali servizi).

    A proposito di pasti a scuola, ecco le soluzioni più gettonate: poco meno della metà delle scuole (45%) continua ad utilizzare prevalentemente il refettorio, il 38% ha scelto le aule per far mangiare gli studenti, il 12% ha privilegiato una soluzione mista fra refettorio ed aule. I pasti continuano ad esser serviti prevalentemente con lo scodellamento tradizionale (42%), circa il 28% ha preferito le monoporzioni e il 24% il lunch box. Il 6% delle famiglie ha chiesto di portare il pasto da casa; il 13% ha rinunciato al servizio mensa; il 6% degli utenti ritiene che la tariffa sia leggermente aumentata.Il 21% non ha più il trasporto scolastico. Riguardo al costo di questo servizio, il 9% ritiene che ci sia stato un aumento, il 66% sostiene che il costo sia rimasto invariato, per il 6% il servizio è gratuito, il 19% non sa dire se ci siano stati aumenti. LEGGI TUTTO

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    Scuola, nella Legge di bilancio 3,7 miliardi

    ROMA – Per la scuola, dice il ministero dell’Istruzione, ci saranno 3,7 miliardi in Legge di bilancio. Due miliardi e 200 milioni andranno per la spesa corrente, un miliardo e mezzo per gli investimenti. Il finanziamento è stato definitivamente approvato dal Governo e ora passa al vaglio del Parlamento. Con i fondi stanziati si prevede un piano pluriennale per l’assunzione di 25 mila docenti di sostegno in organico di diritto, stabilizzazione “che si accompagnerà allo stanziamento di appositi fondi per la formazione del personale docente sulle tematiche dell’inclusione degli alunni con disabilità e per l’acquisto di ausili didattici”. Si attendono, quindi, mille docenti in più per il potenziamento dell’offerta formativa nella scuola dell’infanzia. E 60 milioni aggiuntivi l’anno per la fascia 0-6 anni. Oltre 1,5 miliardi vanno all’edilizia scolastica. Il provvedimento proroga, poi, di un altro anno, i poteri commissariali ai sindaci di Comuni e Città metropolitane “per una rapida realizzazione” degli interventi negli istituti. Aumenta il Fondo per ridurre le diseguaglianze: 117,8 milioni in più per il 2021, 106,9 milioni per il 2023, 7,3 milioni per ciascuno degli anni 2024 e 2025, 3,4 milioni in più per l’anno 2026. Sulla digitalizzazione è previsto un nuovo investimento di 40 milioni di euro: entreranno a scuola gli animatori digitali (previsti, per altro, dall’autunno 2015). Vengono confermate le équipe formative di docenti che si occupano dell’attuazione del Piano nazionale scuola digitale “per accelerare i processi di digitalizzazione dentro gli istituti scolastici”. Confermati fino al 30 giugno, ancora, mille assistenti tecnici nelle scuole del primo ciclo, figure da sempre presenti nel secondo ciclo, introdotte nel primo periodo dell’emergenza e ora stabilizzate per aiutare i docenti nell’uso di laboratori e tecnologie. Vengono trasformati in lavoratori a tempo pieno 4.500 collaboratori scolastici ex Lsu e coperti 2.288 posti vacanti Ata (amministrativi). “Si tratta di un risultato importante per la scuola, c’è un cambio di passo culturale evidente”, dice, convinta, la ministra Lucia Azzolina. “Il mondo dell’istruzione è tornato al centro degli investimenti”. Va notato che per il 2020, anno in cui si è dovuta affrontare la pandemia da coronavirus, il Governo Conte due ha finanziato l’istruzione con 2,9 miliardi di euro (esclusi i declamati fondi europei, che sono altra cosa dai finanziamenti di governo, inclusi i fondi per l’edilizia scolastica). Il passo che porta da 2,9 miliardi a 3,7 miliardi non somiglia proprio “a un cambio culturale evidente” tenuto conto degli 81 miliardi destinati all’Italia dal Recovery Fund europeo, del fatto che per l’università e la ricerca, realtà con costi fissi molto inferiori, il ministro Gaetano Manfredi ha ottenuto 12-15 miliardi di euro in cinque anni e paragonando la cifra per il 2021 (3,7 miliardi in un anno ancora con spese extra per la pandenia) con i 3 miliardi delle Buona scuola renziana del 2015 (cifra al netto dell’edilizia scolastica) e con i 2 miliardi nelle tasche dell’ex ministro Fioramonti lo scorso dicembre, ministro che poi si dimise ritenendoli insufficienti. 
    Fondi Ue, a Bruxelles cresce la sfiducia sul piano dell’Italia
    di Claudio Tito 18 Novembre 2020

    In un tentativo di rendere i rapporti meno conflittuali, questa mattina il ministero, attraverso un suo dirigente, ha presentato ai sindacati i finanziamenti in legge. La risposta è stata di insoddisfazione. La Gilda degli insegnanti attraverso il segretario Rino Di Meglio ha detto: “In tema di retribuzioni, i docenti vengono sempre trattati come figli di un dio minore. La previsione di un incremento di 400 milioni per il rinnovo dei contratti  è del tutto insufficiente. Siamo ben lontani dalle promesse del Governo Conte uno e dell’ex ministro Fioramonti, che prefiguravano aumenti a due cifre per un contratto scaduto da due anni”. La Cisl scuola con la segretaria Maddalena Gissi: “In assenza di un impegno a incrementare di almeno 600 milioni le risorse per i rinnovi contrattuali, sarà inevitabile il ricorso alla mobilitazione della categoria. Anche le assunzioni sul sostegno sono insufficienti rispetto ai bisogni”.
    Il primo miliardo e mezzo per la scuola in emergenza
    Corrado Zunino 11 Maggio 2020

    Gabriele Toccafondi, ex sottosegretario all’istruzione, Italia Viva, dice: “Investimenti per 1,5 miliardi in cinque anni sono pochi. E’ molto preoccupante che non ci sia previsione alcuna per l’organico del prossimo anno: 130 mila insegnanti da trovare e senza un concorso”. LEGGI TUTTO