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    Scuola, arriva il docente esperto: avrà 400 euro in più in busta paga. Critiche da sindacati e presidi: “Colpo di mano del governo Draghi”

    Nella scuola è in arrivo il docente esperto, una delle ultime riforme del governo Draghi a carico dell’istruzione italiana. Secondo quanto riporta l’Ansa, la bozza del decreto legge Aiuti bis, varato dal governo oggi, contiene una nuova figura che si piazza al di sopra di tutti gli altri insegnanti della scuola: il docente “esperto”. In base alle prime indiscrezioni, la novità partirebbe dal 2023/2024. E dopo un percorso di formazione quasi decennale l’insegnante che ricoprirà questo nuovo ruolo percepirà un assegno ad personam di 5.650 euro all’anno, pari a circa 400 euro lordi al mese. Ma fregiarsi del titolo non potranno essere più di 8mila insegnanti, uno per istituto.

    Preoccupati sindacati e presidi

    E il mondo della scuola non la prende affatto bene, per quello che appare come un revival della prima versione della Buona scuola del governo Renzi. Il coro di critiche è pressoché unanime: i sindacati sparano a zero sulla decisione dell’esecutivo e anche i dirigenti scolastici si dichiarano preoccupati. La novità prende le mosse dal decreto-legge 36 sulla formazione iniziale e sul reclutamento che lo scorso 30 maggio portò in piazza i lavoratori. Ma, dalle prime notizie, quella del docente “esperto” sembra una evoluzione di quanto stabilito dallo stesso articolato, poi diventato legge. Perché il DL 36 prevedeva corsi di durata triennale per l’aggiornamento in servizio degli insegnanti con valutazione finale e premio in denaro “una tantum”. Ma non prevedeva esplicitamente nessuna carriera per coloro che si incamminavano sulla via della formazione per tre trienni.

    ‘Colpo di mano del governo Draghi’

    Il più critico tra i sindacati è l’Anief che parla di “colpo di mano del governo Draghi”. “Dopo le dimissioni del premier – afferma il presidente Marcello Pacifico  – e lo scioglimento delle camere, il governo avrebbe dovuto svolgere solo i cosiddetti “affari correnti”, invece travalica ampiamente i suoi poteri e con il decreto legge Aiuti bis si appresta a portare modifiche importanti al Pnrr emanando una norma che introduce una nuova figura di insegnante, il docente senior”. Più prudenti, ma non meno tranchant gli altri sindacati. “Il governo (dimissionario) disegna ad agosto l’impianto della scuola nei prossimi anni”, dichiarano Francesco Sinopoli (Flc Cgil), Ivana Barbacci (Cisl Scuola), Giuseppe D’Aprile (Uil Scuola), Rino Di Meglio (Gilda) e Elvira Serafini (Snals).

    Docenti sottopagati

    “La scuola – continuano – non può andare avanti con 8.000 docenti esperti, dopo un percorso selettivo che dura 9 anni, mentre funziona quotidianamente con centinaia di migliaia di docenti sottopagati. “In questa strana, calda e mutevole campagna elettorale che stiamo vivendo – esordisce Antonello Giannelli, a capo dell’Associazione nazionale presidi – nessuno parla di scuola e delle tante parole spese negli anni scorsi, durante i momenti più terribili della pandemia, non si trova traccia. Eppure, di ragioni ce ne sarebbero molte”. Mentre il governo pensa al docente esperto, Giannelli elenca i principali problemi di cui soffre la scuola italiana: “dispersione scolastica implicita ed esplicita, esiti delle prove Invalsi e differenza con i risultati degli esami di Stato, mancata acquisizione di competenze di base in larghe fasce di alunni e risorse destinate al sistema scolastico che diminuiscono nell’indifferenza di tutti”.

    Figura divisiva

    Anche chi lavora quotidianamente rivolto agli alunni non vede di buon occhio la novità in cantiere. Patrizia Borrelli, insegna in una scuola primaria a Roma. “Quella del docente esperto – spiega – è una figura fortemente divisiva. La scuola non ha bisogno di figure superiori rispetto al resto dei colleghi: l’obiettivo del nostro lavoro è quello di fornire la migliore performance senza sentirsi inferiore. Il mondo della scuola deve in un clima collaborativo e di condivisione. E non si ottiene certo categorizzando il personale tra chi è esperto e chi non lo è che si raggiungono gli obiettivi formativi per gli alunni”. Dello stesso avviso Silvia Parroco, docente di Italiano e Latino presso un liceo classico di Palermo, che teme “un peggioramento delle relazioni all’interno delle scuole e un appesantimento del clima che si respira all’interno delle stesse”. LEGGI TUTTO

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    Scuola, classi pollaio. La lettera di Marco Lilla, studente di 16 anni, al ministro Bianchi: “Noi studenti come scatolette di tonno da ricollocare negli scaffali”

    La sua classe, la seconda B del liceo scientifico Serpieri a Rimini, sarà soppressa. Nel passaggio in terza gli studenti saranno divisi nelle altre sezioni e addio compagni. Eppure è un classe modello, orgoglio dell’istituto e della città quando vinse, sia nella gara individuale che di gruppo, le Olimpiadi nazionali di Statistica. Anche per questo non va giù a Marco Lilla, 16 anni da compiere, la decisione presa sulla sua classe. Ha preso carta e penna e, a titolo personale, ha scritto al ministro all’Istruzione Patrizio Bianchi: “Volevo chiederVi quale differenza ci dovrebbe essere tra gli studenti e le scatolette di tonno o di pelati da ricollocare negli scaffali del supermercato. In tutta sincerità a noi sembra nessuna: siamo trattati a tutti gli effetti come numeri e non come persone legate tra loro e legate alla classe formata in questi ultimi due anni difficili”.

    Il ragionamento è cristallino, logico. Incomprensibile agli occhi di un ragazzo invece la soluzione dovuta alla scarsità di organico docente di smembrare le classi meno numerose per accorparle ad altre (che così si gonfiano a 28-30 e più alunni in un’aula). “So che forse in questo momento ci sono problemi più seri, ma per noi il problema è che ci è stata eliminata la classe – scrive Marco Lilla – Con una e-mail, il Preside ci comunica che ha deciso di sopprimere la nostra classe, per rispettare i numeri imposti dal Provveditorato (Ufficio Scolastico). La scuola avrebbe utilizzato il criterio del minor numero di iscritti e sembrerebbe che la nostra classe abbia un iscritto in meno delle altre. Noi studenti siamo in totale disaccordo. Arriviamo da una pandemia con conseguenze molto pesanti dal punto di vista relazionale. Nonostante le lezioni a distanza dell’anno scolastico 2020/21, quest’anno siamo riusciti a stringere i rapporti di amicizia e a costruire un gruppo unito e piacevole sia per noi studenti che per i nostri insegnanti. La nostra è una classe che ha mostrato sempre un ottimo comportamento, è sempre stata coesa, solidale e inclusiva, soprattutto nell’accompagnare, quando ce n’era bisogno, chi era più indietro o in difficoltà. Tutto questo non lo diciamo solamente noi ma lo hanno detto e scritto più volte i professori”.

    Marco Lilla ricorda poi i successi alle Olimpiadi di Statistica. E conclude: “La scuola non mette in atto nessuna valutazione di merito sulle classi candidate alla soppressione. Per cui il nostro futuro non dipende da come andiamo, da come ci siamo comportati e dai giudizi dei Professori, ma da un ipotetico iscritto in meno. Andiamo a scuola per imparare: se dobbiamo trarre un insegnamento da questa vicenda, abbiamo imparato che possiamo comportarci bene o male e impegnarci come e quanto vogliamo, tanto è la stessa cosa. Concludo con una proposta provocatoria: perché, signor ministro, non propone di sostituire tutta la dirigenza con un software? Si otterrebbero gli stessi risultati, ma più tempestivi e con costi molto inferiori.

    Quegli studenti che persono i compagni di classe

    Nel salto dalla terza alla quarta perdono la classe. Vengono divisi, cinque in una sezione, altri otto in un’altra. Succede al liceo Copernico, ed è protesta delle famiglie. Un caso non isolato. Mancano i professori, e così l’ufficio scolastico procede con gli accorpamenti. Accade ogni anno alle superiori, ma quest’anno è anche peggio perché a Bologna licei e istituti partiranno a settembre con 1.300 studenti in più. E non è stato concesso l’organico adeguato. Risultato? Classi imbottite sino a 29- 30 alunni. Insomma classi-pollaio e problema di spazi e di cattedre che mancano: dopo due anni di pandemia, nulla è risolto. Un disagio, quello degli accorpamenti di classi, che è in quasi tutti gli istituti superiori in Emilia-Romagna.

    Al Copernico soppressa la terza E

    L’ultimo caso che fa infuriare i genitori e disperare i ragazzi riguarda la terza E in Scienze applicate del liceo in via Garavaglia. Lunedì primo agosto è arrivata la mail: “Non sarà attivata la classe quarta E dell’anno 2022- 23 in quanto composta da 21 studenti. La classe terza E sarà accorpata nelle altre tre classi quarte “. Una doccia fredda in piena estate. “Un danno per i ragazzi della classe e per gli altri, possibile che sia solo una questione di numeri e mai di contesto educativo da garantire? ” osserva Adriana Locascio, presidente del quartiere San Donato-San Vitale. “Uno scandalo, dopo due anni di Covid e di tutto quello che i ragazzi hanno dovuto subire si aggiunge una tragedia personale ed educativa: smembrare classi il primo di agosto mettendo in secondo piano amicizie, gruppi di studio e il lavoro fatto non si può accettare” afferma Marco Lubelli, segretario Circolo Pd Scuola. Le mamme parlano di ” ragazzi che piangono e di professori che saranno di nuovo cambiati, di un torto fatto alle famiglie anche con una comunicazione arrivata due giorni fa e che da tempo di indicare preferenze solo fino al 7 agosto “.

    La preside Fernanda Vaccari allarga le braccia,  certo che ho chiesto che la terza E fosse mantenuta, ma non mi hanno dato le risorse per farlo e quelle che abbiamo sono servite per risolvere criticità maggiori. Se ne parla già da oltre un mese e la decisione è stata approvata dal consiglio di istituto dove ci sono i rappresentanti dei genitori. Ma comprendo il dispiacere, faremo il possibile nel considerare le amicizie, ma non ho altri strumenti. Abbiamo molte altre classi da 29 alunni”. Al Copernico escono 8 quinte ed entrano 14-15 classi prime. Un rebus tenerli tutti, anche perché doveva essere pronto il nuovo edificio di fronte alla scuola e invece non lo sarà. Il cantiere è ancora aperto. Così in tutta fretta la Città metropolitana sta allestendo dei moduli per aule provvisorie nel cortile accanto alla palestra del liceo. LEGGI TUTTO

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    Le scuole ripartiranno senza mascherine. Il protocollo sulle misure anti Covid nelle classi scade il 31 agosto e per ora non si prevede un rinnovo. O meglio, i tecnici lavorano per individuare nuove misure che si potrebbero attivare, eventualmente, se peggiora la situazione epidemiologica. E del resto, fa notare chi è coinvolto negli incontri, le mascherine non sono usate quasi più, nemmeno ai concerti da decine di migliaia di spettatori, e non avrebbe senso reintrodurle a scuola, soprattutto se l’andamento della pandemia resta quello attuale, con la curva destinata a scendere molto in agosto. Quindi gli studenti cominceranno l’anno 2022-2023, a metà settembre, con il volto scoperto.

    L’incognita contagi

    “Non sono né favorevole né contrario all’uso delle mascherine, perché noi ci basiamo su quello che dicono le autorità sanitarie, sono loro che devono indicarci cosa fare – dice Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi – . Adesso non si riesce a capire cosa accadrà a metà settembre dal punto di vista epidemiologico. Io, comunque, penso che le mascherine non si useranno anche perché si va verso l’endemizzazione, con sintomi più blandi”. Secondo Giannelli, comunque, “l’importante è che si metta in piedi un sistema di allerta”.

    La mascherina a scuola: questione dibattuta

    Quella delle mascherine a scuola è da sempre una delle questioni più dibattute tra i cittadini e dalla politica. Ci sono dei tecnici che ne stanno parlando anche adesso, nel corso di incontri informali tra ministero alla Salute, all’Istruzione e Istituto superiore di sanità. Si cerca di decidere cosa fare alla scadenza del protocollo. L’idea è di individuare nuove possibili misure da prendere in considerazione se la curva risalisse.Il problema è che non esistono più indicatori certi sull’andamento della pandemia, come un tempo erano i colori delle regioni. Non possono bastare contagi o Rt, perché non esprimono la gravità del virus che sta circolando. Ci si potrebbe così basare sull’occupazione dei posti letto negli ospedali, magari quelli di terapia intensiva, ma non è detto che sia una soluzione realmente efficace. Insomma, ipotesi se ne fanno ma di soluzioni ancora non ce ne sono.

    Impianti di aerazione

    “Prima di parlare delle mascherine, si sarebbero dovute seguire le indicazioni sull’aerazione. Purtroppo però, risulta che le scuole non siano attrezzate. Con l’istallazione di impianti efficienti si sarebbe potuto abbassare il rischio del contagio”, spiega Walter Ricciardi, ordinario di Igiene alla Cattolica e consulente del ministro alla Salute Roberto Speranza. Da molto tempo, ormai, si sarebbe dovuta iniziare una campagna per dotare gli istituti di sistemi di ricambio d’aria. In realtà non si è partiti quasi da nessuna parte (solo le Marche sostengono di avere già sistemato le classi) e del resto dopo il decreto dove si chiedeva l’istallazione di sistemi per rendere più sicuri gli ambienti, non sono mai stati indicati i prodotti da acquistare, cosa che dovrebbero decidere le stazioni appaltanti, che però non sono state individuate dai ministeri. Un documento sulle varie soluzioni tecniche, redatto dall’Istituto superiore di sanità c’è, ma poi la scelta di cosa comprare spetterebbe a chi fa gli acquisti. Ma appunto non si sa chi è incaricato a farli. Anche senza sistemi di ricambio dell’aria, comunque, le mascherine non saranno indossate.

    Il problema dell’approvvigionamento

    Un altro problema da valutare è quello dell’approvvigionamento, del quale un tempo si occupavano le strutture commissariali. Quando vigeva l’obbligo si acquistavano un milione di mascherine per ogni giorno di scuola. Oggi non risulta che si sia organizzato un nuovo sistema per gli acquisti. Infine, non bisogna sottovalutare la caduta del governo. Le elezioni saranno pochi giorni dopo l’inizio della scuola e l’idea sarebbe quella di non adottare misure drastiche. LEGGI TUTTO

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    Scuola, calano gli studenti con cittadinanza non italiana: 11mila in meno tra i banchi. Non succedeva dal 1983

    Le loro mani alzate all’appello nelle classi sono state lo scorso anno 11mila in meno: calano gli studenti con cittadinanza non italiana a scuola. Non succedeva dal 1983/1984, primo anno scolastico nel quale sono stati raccolti dati statistici attendibili. Anche se la loro presenza rimane stabile in termini percentuali perché nel frattempo diminuiscono, a causa del calo demografico, gli alunni italiani. La fotografia scattata dal Report pubblicato dal ministero all’Istruzione racconta i bambini e i ragazzi che arrivano da altri mondi o che hanno genitori stranieri. Ben 200 nazionalità che si incontrano tra i banchi: molti di loro ancora senza il diritto alla cittadinanza italiana visto che lo Ius Scholae arrivato in Parlamento è naufragato con la caduta del governo.

    Nel 2020/2021 si registra dunque una flessione: sono 865.388, l’1,3% in meno rispetto all’anno precedente. Nonostante il calo, resta però inalterata la percentuale di alunni con cittadinanza non italiana sul totale degli studenti in Italia (sono il 10,3%) poiché è diminuito, al contempo, di quasi 121 mila unità (-1,4%) anche il totale generale degli alunni.

    La flessione è nella scuola dell’infanzia  (-12.742 bambine e bambini) e nel primo ciclo (meno 8mila alunni alla primaria e meno 3.550 alle medie), mentre si registra un aumento alle superiori di oltre 13 mila ragazzi. Dunque il calo complessivo degli studenti con cittadinanza non italiana si riduce a un totale di 11.400. “Occorre fare attenzione nell’interpretare la flessione esclusivamente come un’inversione di tendenza” avverte il Rapporto. “Alcune caratteristiche di questa flessione, infatti, lasciano pensare che essa possa essere transitoria e che la pandemia, e gli effetti da essa innescati, possano aver svolto un ruolo nel calo della presenza degli studenti con cittadinanza non italiana, in particolare nella scuola dell’infanzia il calo può essere stato assecondato dal carattere non obbligatorio della frequenza scolastica nella fascia di età infantile”.

    Comunque un segnale dopo anni di crescita (il picco nel 2011, +6,4%). I tassi di scolarità sono analoghi a quelli degli studenti italiani sia nella fascia di età 6-13 anni (quasi il 100%), sia in quella 14-16 anni (94,1%), mentre nei 17-18 anni il tasso di scolarità degli studenti con cittadinanza non italiana scende al 77,4%.

    La Lombardia ne ospita il numero maggiore

    Se a livello nazionale gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano il 10,3% del totale della popolazione scolastica, la distribuzione territoriale è tutt’altro che omogenea. Il 65,3% degli studenti con cittadinanza non italiana risulta concentrato al Nord, seguono il Centro, con il 22,2%, e il Sud con il 12,5%. La Regione con la presenza maggiore è la Lombardia, che nello scorso anno scolastico ha ospitato 220.771 studenti con cittadinanza non italiana, oltre un quarto del totale presente nel nostro Paese (25,5%).

    L’analisi a livello di province vede prima in graduatoria Milano con 79.039 studenti, seppur con un calo di 803 unità rispetto al 2019/2020. Seguono Roma e Torino con rispettivamente 63.782 e 39.465 presenze. Le altre province con maggior numero di studenti con background migratorio sono nell’ordine: Brescia (32.747 studenti), Bergamo (25.709), Bologna (22.204), Firenze (21.921), Verona (21.078), Modena (19.075) e Padova (18.075). In rapporto alla popolazione scolastica locale, la graduatoria cambia completamente: in testa sale Prato dove gli alunni di origine migratoria rappresentano il 28,0% del totale; Piacenza (23,8%), Parma (19,7%), Cremona (19,3%), Mantova (19,1%), Asti (18,8%) e Brescia, Milano e Modena (tutte e tre con il 18,2%)

    Le seconde generazioni 

    La percentuale dei nati in Italia sul totale degli studenti di origine migratoria, nel 2020/2021, è arrivata al 66,7%, oltre un punto in più rispetto al 65,4% del 2019/2020. Cresce dunque chi è nato nel nostro Paese e non ha la cittadinanza italiana. Rilevano gli estensori del Rapporto ministeriale: “Vista la complessiva diminuzione degli studenti con cittadinanza non italiana registrata quest’anno, ancor più si evidenzia che le seconde generazioni rappresentano ormai l’unica componente in crescita della popolazione scolastica”. Ovviamente la maggior parte degli alunni è concentrata alla materna (82,7%, +0,8% rispetto all’anno prima). In Veneto gli studenti di origine migratoria nati in Italia sono il 72,3%.

    Se si guarda alla nazionalità, l’86% degli studenti di origine cinese è nato nel nostro paese. In termini di valore assoluto, l’elenco delle prime dieci cittadinanze degli studenti nati in Italia ripropone quello già noto del numero totale degli studenti con cittadinanza non italiana. Il gruppo più numeroso è quello degli studenti rumeni (106.657 oltre 4 mila in più rispetto all’anno precedente) seguito dagli studenti albanesi (83.645 diminuiti invece di oltre 3 mila unità), marocchini (79.501) e cinesi (42.441 diminuiti di 4.500 unità circa). Tuttavia, il rapporto tra gli studenti di una data cittadinanza nati in Italia e il corrispondente totale con la stessa cittadinanza, prospetta una diversa graduatoria, contonua il Rapporto: spicca il dato della comunità cinese (42.441 su 49.354), seguono le seconde generazioni di cittadinanza marocchina e albanese pari rispettivamente al 75,7% e al 74,9% del totale degli studenti di stessa nazionalità. Quarti in graduatoria, gli studenti filippini nati in Italia che rappresentano il 72,6% del totale dei connazionali.

    Variazione degli alunni tra gli AA.SS. 2019/2020 e 2020/2021 per cittadinanza e Stato di nascita  LEGGI TUTTO

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    Il jazz rientra a scuola, ma è solo una materia esterna: “Così perdiamo i futuri musicisti”

    ROMA – Il jazz rientra a scuola, passando dalla finestra. La lunga battaglia per riportare il genere musicale nel suo luogo naturale – l’aula di un liceo musicale – ieri ha trovato un’apparente vittoria. Il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ha firmato il decreto di riparto dei tre milioni di euro stanziati con l’obiettivo di ampliare “l’offerta formativa dei licei musicali con corsi extracurriculari a indirizzo jazzistico e nei nuovi linguaggi musicali”.

    Un’apparente vittoria, una mezza buona notizia. Come spiega il Coordinamento nazionale per il ripristino del jazz nei Licei musicali, quei soldi, tuttavia, sono destinati ad alimentare corsi extracurricolari, quindi il decreto si risolve in un generico ampliamento dell’offerta formativa. Per l’insegnamento del jazz, ancora, si useranno solo docenti interni, molti dei quali non hanno una formazione specialistica.

    Le risorse del decreto sono state divise tra le Regioni in base al numero degli studenti iscritti agli ultimi tre anni dei Licei musicali locali. Le istituzioni scolastiche interessate all’attivazione dei corsi e dei laboratori dovranno presentare il proprio progetto partecipando ad avvisi pubblici degli Uffici scolastici regionali, chiamati a valutare le proposte attraverso una commissione.

    Le gare degli Uffici scolastici regionali

    Ogni progetto dovrà prevedere un costo non inferiore a 12.000 euro e non superiore a 30.0000. Per la selezione, saranno usati criteri quali, ad esempio, la qualità e l’innovatività delle proposte, l’eventuale collaborazione tra istituzione scolastica e realtà culturali e musicali del territorio, il coinvolgimento di esperti e famiglie. Le scuole selezionate otterranno il 50 per cento dei fondi dovuti a titolo di acconto e il 50 per cento a saldo. I fondi sono stati già erogati nella stagione 2021-2022, senza decreto di riparto.

    I limiti della proposta vengono ora spiegati dal professor Luigi Mangia, che del coordinamento del Comitato per il ripristino del jazz è presidente. Dice il maestro di sassofono: “Questi tre milioni, erogati dal ministero dell’Economia, erano vincolati al ritorno del jazz come materia scolastica, ma il ministero dell’Istruzione ha cambiato il decreto attraverso un emendamento togliendo il vincolo della disciplina curricolare. Il reclutamento dei docenti avrebbe dovuto vedere insegnanti esperti con una formazione jazzistica certificata da un diploma, fossero interni o esterni”.

    “Maestri di violoncello usati per l’improvvisazione”

    Nel decreto l’obbligo non c’è e molti licei musicali nell’anno appena concluso hanno usato docenti interni senza titolo. Un maestro di violoncello, per esempio, per completare le ore si può improvvisare jazzista”. Con i ricaschi sull’insegnamento ai suoi studenti che si può immaginare. “Gli allievi che aspirano a vivere di jazz”, spiega il professor Mangia, “oggi non riescono più a superare gli esami d’ammissione al Conservatorio. Mancano le basi, crollano sull’improvvisazione. Riesce a salvarsi chi può permettersi lezioni private”.

    Non esiste, ad oggi, una classe di concorso jazz, quindi non si formano nuovi docenti sul genere, non si insegna il genere. Ci sono dodici mesi per rimediare: entro un anno si chiuderà il processo per l’aggiornamento delle classi di concorso della scuola.

    Il jazz nei licei musicali era entrato nel settembre 2010 con la Riforma Gelmini e ne è uscito sette anni dopo – ministra Valeria Fedeli – con l’accorpamento delle classi di concorso. “Stiamo perdendo aspiranti musicisti nell’età della formazione”. LEGGI TUTTO

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    Università, Erasmus+: 272 milioni a 44 università per scambi tra studenti e docenti e lauree condivise. Dodici gli atenei italiani

    Scambi tra studenti e docenti, corsi di laurea con il doppio titolo, programmi didattici condivisi: grazie a un investimento di 272 milioni di euro provenienti dal programma Erasmus+ salgono a 44 le università europee che hanno creato alleanze tra loro per far crescere la mobilità e la cooperazione. E’ l’esito dell’ultimo bando europeo che ha premiato anche 12 atenei italiani inseriti in reti europee di cooperazione.

    Ogni alleanza è composta da più università e istituti superiori di istruzione (università di scienze applicate, istituti di tecnologia, scuole d’arte e istituti di istruzione e formazione professionale superiore) e riceverà una dotazione massima di 14,4 milioni di euro dal programma Erasmus+ per un periodo di 4 anni, in aumento rispetto al massimo di 5 milioni su 3 anni previsto nei bandi Erasmus+ precedenti.

    Le università italiane vincitrici

    Ecco le università italiane che hanno vinto il nuovo bando della Commissione europea: La Sapienza, Padova, Bologna, Milano, Palermo, Cagliari, Trento, Parma, Chieti-Pescara, Torino e Politecnico di Torino, Napoli Parthenope, Bocconi. “Abbiamo invitato le università europee a uscire dai circoli accademici: hanno risposto avviando collaborazioni” dichiara la commissaria europea  per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani Mariya Gabriel. “Oggi siamo più vicini al raggiungimento della nostra visione per il settore dell’istruzione superiore in Europa: una visione fatta di campus interuniversitari, transfrontalieri e interdisciplinari, in cui studenti, personale e ricercatori di tutte le parti d’Europa possano beneficiare agevolmente della mobilità e creare nuove conoscenze insieme. Mi rende orgogliosa sapere che possiamo fornire finanziamenti maggiori e più a lungo termine per le alleanze del programma Erasmus+ e che abbiamo garantito un approccio inclusivo”.

    Innovazione e programmi congiunti

    Lo scopo di queste reti – da “Una Europa” per la ricerca a “Unite!” il network per l’innovazione tecnologica a cui partecipa il politecnico di Torino – metteranno in relazione un numero sempre maggiore di Facoltà, Dipartimenti, docenti e studenti: offriranno metodi pedagogici più innovativi, attueranno più programmi congiunti. L’obiettivo è creare università europee attraverso queste reti. Per esempio “Civis”, a cui partecipa La Sapienza, è un progetto tra quelli finanziati dalla Commissione europea con il programma Erasmus+ European Universities: coinvolge 10 atenei riunendo quasi 450.000 studenti e 65.000 tra docenti e personale tecnico amministrativo e offre opportunità di scambio e di mobilità, corsi brevi, winter e summer school.

    L’anno scorso l’università di Parma è entrata nella rete “Eu Green” con “l’obiettivo di sviluppare uno spazio europeo condiviso per favorire le opportunità di studio degli studenti iscritti ad una delle sette università della rete e di creare un contesto utile allo sviluppo di nuovi gruppi di ricerca”. L’università di Palermo è parte dell’Alleanza Forthem, un partenariato di 7 università coordinato dall’università tedesca Johannes Gutenberg di Mainz. Obiettivo? Favorire gli scambi (anche con corsi online) entro il 2025 per il 50% di studenti e personale degli atenei aderenti.

    Trento partecipa invece a Eciu University, la prima università europea in cui studenti e ricercatori lavorano assieme alle amministrazioni e alle imprese per risolvere sfide reali. L’obiettivo delle istituzioni partecipanti è di “dare vita a una nuova idea di università europea, che si spinga oltre i programmi di mobilità Erasmus e le consuete relazioni internazionali”. “Sono convinto che, insieme, le università europee porteranno a un nuovo livello l’istruzione superiore in Europa” dichiara il vicepresidente della Commisisone europea Margaritis Schinas. LEGGI TUTTO

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    Scuola, l'Intelligenza artificiale diventa curriculum per le medie

    ROMA – Quest’anno anche le prime medie entreranno nella sperimentazione dell’Intelligenza artificiale (Ia). Alla scuola Piersanti Mattarella di Modena, istituto intitolato al fratello del presidente della Repubblica ucciso dalla mafia, la disciplina che domina molti processi industriali contemporanei è già diventata un curriculum di studio, una vera e propria materia scolastica cui applicarsi e di cui rispondere alla fine, all’esame di terza media.

    “Una ricerca di senso”

    E’ la prima volta che, a livello di scuola secondaria inferiore, l’Intelligenza artificiale si fa studio. L’accordo tra l’Istituto 3 di Modena e la società locale Ammagamma – si chiama “Syllabus” – prevede già da due anni teoria e laboratorio “attraverso un percorso di contaminazione tra più discipline”. Da subito, si approfondiscono i modelli matematici che stanno alla base dell’Ia e si imbastisce una prima programmazione, Informatica quindi. “Ma l’Intelligenza artificiale è molto di più”, spiegano i docenti chiamati a impartirla nell’istituto di Modena: “Nasce con il sogno dell’uomo di replicare la sua virtù su macchine, robot, replicanti ed è su questa ricerca di senso che interroghiamo a fondo gli studenti”.

    Al lavoro sull’assistente vocale

    In classe si fa coding con i robot, usando blocchi di Intelligenza artificiale. Si programma per creare un assistente vocale, quelli con cui siamo abituati a convivere. Si raccolgono dati numerici con il metro, quindi si mettono su grafici e si osserva se i dati possono essere in relazione tra loro. Il dirigente scolastico Daniele Barca spiega: “Creiamo un sistema di intelligenza artificiale che riconosce categorie di immagini selezionando i dati più appropriati. Ancora, realizziamo una presentazione collaborativa sulla storia dell’intelligenza artificiale. Tutti gli studenti di seconda e di terza lo fanno, nella prossima stagione, da settembre, chiuderemo il ciclo coinvolgendo anche i ragazzi di prima”. La valutazione sulla disciplina si fa in maniera narrativa, non con i voti.

    I quattro programmi ad hoc

    L’integrazione interdisciplinare passa per la Matematica, la Logica, la lingua italiana e lo storytelling. Sono due ore a settimana, ricavate dal preside grazie all’autonomia scolastica. Una settimana dedicata all’apprendimento teorico, una settimana di laboratorio e affidata a un tutor dedicato. Sono quattro i programmi extra allestiti alla Piersanti Mattarella di Modena: Lucy è quello dedicato all’intelligenza artificiale, Maia è sull’intelligenza naturale o vegetale (come prevede l’Agenda 2030), Frida sull’intelligenza creativa (arte, musica), Mary infine sull’intelligenza sociale (“aiutami ad apprendere”). Il programma Lucy è concordato con i docenti interni, ma viene realizzato da esperti esterni di Ammagamma, pagati con fondi scolastici. Il docente, Pietro Monari, è un fisico.

    A proposito dell’esame di terza media, con il ritorno della prova scritta di Matematica l’istituto modenese ha inserito “quesiti Lucy” alla voce “dati e relazioni”. LEGGI TUTTO

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    Scuola, le assunzioni dei docenti bloccate dagli errori del concorso. E' allarme cattedre vuote

    ROMA – I ricaschi degli errori ministeriali al concorso ordinario per diventare docente di scuola secondaria (medie e superiori) si fanno sentire pesantemente in questa fase di organizzazione delle cattedre per la stagione che inizierà il 12 settembre. È caos sulle immissioni in ruolo della classe di concorso A022, quella di Italiano, Storia e Geografia, nella scuola media. A orali terminati, il ministero dell’Istruzione ha ammesso di aver sbagliato alcuni quesiti dello scritto. Così è stato necessario ricalcolare i punteggi. Tuttavia, come si legge in una denuncia del neonato Coordinamento docenti concorso ordinario Lazio, “molti Uffici scolastici regionali stanno agendo nella più totale autonomia, senza indicazioni concrete da parte dell’amministrazione centrale, determinando così una disparità di trattamento tra le diverse zone d’Italia”.

    Solo nel Lazio – la regione dal quale è partita la maxi-protesta – 370 assunzioni sono ferme, a fronte, dice il Coordinamento, di 500 posti da coprire. Nella regione, a seguito del ricalcolo dei punteggi, sono state ammesse altre quattordici persone, la cui prova è stata calendarizzata a fine luglio. Qui – come altrove – la graduatoria verrà pubblicata solo quando tutti i candidati saranno esaminati.

    Errori blu nelle domande del concorso per diventare prof. Gli intellettuali scrivono al governo: “Rimediate al pasticcio”

    di

    Ilaria Venturi

    21 Giugno 2022

    L’Ufficio scolastico della Campania, invece, “il 19 luglio ha pubblicato la graduatoria per permettere ai candidati non solo di sciogliere la riserva per la prima fascia delle Graduatorie provinciali per le supplenze, le Gps, ma anche di partecipare alle successive immissioni in ruolo”. La graduatoria, tuttavia, non è definitiva, in quanto devono ancora svolgersi gli orali dei candidati sopraggiunti.

    Il rischio è di rimanere senza docenti

    Il rischio, secondo il Coordinamento, è di “non avere docenti per tempo, anche per il prossimo anno scolastico, a causa delle lente e a volte erronee procedure della nomina dei supplenti, quando in realtà i candidati pronti a coprire le numerose cattedre scoperte ci sarebbero”.

    La richiesta dei docenti è questa: “Chiediamo di aprire una nuova finestra nel Lazio per l’immissione in ruolo già chiusa per permettere l’inserimento dei candidati che si sono visti precludere la possibilità di partecipare alla prima fase di immissione perché sprovvisti di graduatoria; Come per i nostri colleghi del concorso ordinario e del precedente concorso straordinario, chiediamo l’istituzione di una graduatoria di merito in cui siano inclusi tutti i partecipanti, una graduatoria da cui attingere anche negli anni futuri”.

    Il Comune di Bologna ha ammesso errori – due su quaranta domande a risposta multipla – anche per il concorso degli insegnanti comunali della scuola dell’infanzia: si è svolto il 19 luglio scorso. Diversi docenti ne contestano addirittura otto, li mostrano e chiedono di non far pagare ai candidati “gli sbagli della commissione”.

    Scuola, il concorso straordinario per sanare i precari: 14mila posti. Un solo orale, senza bocciati

    di

    Ilaria Venturi

    19 Maggio 2022

    128 euro per iscriversi al concorso bis

    Sinistra italiana, riprendendo segnalazioni di docenti precari (anche qui riuniti in un coordinamento), segnala come per il concorso straordinario bis per l’assunzione di docenti servano 128 euro di iscrizione. E al termine della procedura “non c’è uno straccio di graduatoria di merito”. Il resposabile scuola di Si, Giuseppe Buondonno, scrive: “In piena crisi economica, mentre si alzano i costi dei beni di consumo, si chiedono 128 euro a chi è precario (o disoccupato) per partecipare a un concorso pubblico. E già questo sarebbe da sanzione da parte dell’Unione Europea”. Sinistra italiana critica l’intera architrave del concorso: “Non ci sono coordinate per lo studio; la prova si svolge su una traccia estratta a caso il giorno stesso della prova; il candidato non è valutato sulle capacità didattiche, ma sul nozionismo degno del peggior quizzettone televisivo”. LEGGI TUTTO