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    Nidi e scuola dell'infanzia: obiettivo 264mila nuovi posti grazie ai 3,1 miliardi del Pnrr. Bianchi: “Azione sociale per ridurre il divario con il Sud”

    “Un investimento senza precedenti”, dice il ministro Patrizio Bianchi. E in effetti lo è, anche se ora tutto dipenderà da come gli enti locali sapranno muoversi: 3,1 miliardi assegnati dai fondi del Pnrr ai Comuni. Il bando che era partito con un flop – solo la metà dei fondi erano stati chiesti a marzo scorso – ora si è concluso. 

    Sono state pubblicate le graduatorie degli avvisi pubblici relativi ad asili nido e scuole dell’infanzia con i progetti di investimento che verranno finanziati con le risorse europee. Ai 3 miliardi di risorse Pnrr, fa sapere Viale Trastevere, si aggiungono ulteriori oltre 108 milioni integrati dal ministero dell’Istruzione, per un totale di 3.108.496.490,50 euro che andranno a finanziare 2.190 interventi: 333 per scuole dell’infanzia e 1.857 per asili nido e poli dell’infanzia per l’intera fascia di età 0-6 anni. L’obiettivo è creare 264mila nuovi posti.

    Il Sud era il destinatario prioritario di questi fondi visto il divario storico ed enorme nell’offerta dei servizi per l’infanzia rispetto al Nord. Molte realtà del Sud hanno faticato proprio nello scrivere i bandi, mentre alcuen regioni come l’Emilia-Romagna dove ci sono esperienze consolidate e riconosciute a livello internazionale come Reggio Children il budget si è esaurito in fretta. Sono stati riaperti i termini, il ministero si è mosso coi Comuni per dare supporto amministrativo e tecnico nel redigere i progetti e ulteriori 11 progetti di nido nelle regioni del Sud risultano ora candidati. Alla fine alle regioni del Mezzogiorno andrà il 54,98% delle risorse per gli asili nido e il 40,85% di quelle per le scuole dell’infanzia.

    Basterà? La battaglia è anche culturale. E riguarda le donne madri. Nel Centro-Nord, dove l’offerta di nidi raggiunge e in alcune regioni supera l’obiettivo europeo di 33 posti ogni 100 bambini, il tasso di occupazione femminile è del 59,2% (contro il 63% dell’Unione Europea). Nel Sud l’offerta dei nidi precipita a 13,5 posti ogni 100 bambini, se si guarda alla Calabria; senza nidi l’occupazione femminile non supera il 33%. 

    Per questo il ministro Patrizio Bianchi parla di azione “strutturale che è sociale e che dovrà essere accompagnata anche da un’azione culturale”. Spiega: “Se avessimo dato le risorse laddove storicamente c’è la domanda strutturata avremmo forse avuto un consenso maggiore, ma l’obiettivo dell’Europa e del governo è il riequilibrio non solo territoriale, ma anche sociale. Questo è il più grosso intervento nella storia italiana sulla fascia 0-6 anni”.

    Un intervento a favore delle donne, insiste il ministro, “per spezzare quel circuito negativo: non c’è domanda perché i servizi per l’infanzia non ci sono e dunque le donne stanno a casa coi figli piccoli e non lavorano. Ma non lavorano perché non c’è offerta di servizi educativi. Al Sud siamo andati quasi al 55% delle risorse assegnate: un intervento che agisce sulla struttura sociale del Paese. Questo è l’obiettivo”.

    All’orizzonte il calo demografico: tra il 2022 e il 2031 siederanno tra i banchi oltre 1,4 milioni in meno di alunni. “Un dato molto preoccupante per il Paese – osserva Bianchi – assicurare il diritto all’istruzione per i più piccoli, su tutto il territorio nazionale, è un elemento fondamentale per rimuovere gli ostacoli al lavoro femminile e sostenere le famiglie con azioni concrete: anche così si combatte il calo demografico”.

    I fondi del Pnrr assegnati in questi giorni con un super lavoro intorno a Ferragosto serviranno per ristrutturare o costruire nuovi asili. Rimane il nodo della gestione, sollevato da più parti: educatori e maestre da formare e da assumere. Nella Legge di Bilancio sono stati stanziati fondi per il personale, 900 milioni per la gestione arrivano dal Pnrr. “Dopo questo intervento corposissimo coi fondi Pnrr e la stesura delle linee guida sullo 0-6 ispirate dal lavoro di Giancarlo Cerini – conclude il ministro – ora ci rivolgiamo ai Comuni perché possano cominciare a far crescere un sistema educativo nazionale con regioni già avanti come la Lombardia, il Veneto, il Trentino e l’Emilia-Romagna che mi auguro possano fare da riferimento per il Paese”. LEGGI TUTTO

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    La Cgil: “Il contratto è scaduto da 3 anni: usiamo i fondi del Pnrr per gli aumenti”

    ROMA –  Francesco Sinopoli, segretario della Federazione dei lavoratori della conoscenza per la Cgil, ha tenuto una posizione conflittuale con il Governo Draghi e il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, tecnico di area Pd, nei 17 mesi di governo in pieni poteri. Sulla proposta del segretario del Partito democratico, Enrico Letta, ora dice: “È un’indicazione da prendere positivamente. Quando in campagna elettorale si mette la scuola al centro, bisogna ascoltare. Dico che prendiamo così in parola Letta da chiedergli di mostrare subito le intenzioni del suo partito. Accompagni Draghi e il ministro Bianchi a chiudere, adesso, un contratto di lavoro che è in ritardo di tre anni e che ha risorse sufficienti per aumenti fino a un massimo di 123 euro lordi. Una miseria, vista la base di partenza”.

    Chiedete soldi subito per dimostrare che non sono solo promesse elettorali.”Vedo il governo usare oggi, che è in attività solo per gli affari correnti, le risorse del Piano nazionale di resilienza e ripresa per migliorare diversi investimenti. Ecco, usi quei soldi europei anche per gli stipendi dei docenti e dei lavoratori della scuola. Direi che lo può fare, visti i precedenti. Poi, sono d’accordo, ci vorranno cinque anni per arrivare alle retribuzioni medie dei Paesi europei occidentali, ma il Pd dia adesso un segnale chiaro”.

    Un aumento di 123 euro è davvero poco?”Pochissimo, ci abbiamo fatto due scioperi contro, uno nel 2021 e uno nel 2022. Le distanze dal resto dell’Europa le state certificando voi rendendo pubblici i dati Eurydice, ma a queste dobbiamo affiancare le distanze interne tra il mondo dell’insegnamento e quello del resto della pubblica istruzione. A parità di titolo di studio ci sono differenze che arrivano a 350 euro. Vogliamo vedere gli aumenti adesso, prima della prossima Legge di bilancio, che peraltro sarà fatta da un nuovo governo. Dobbiamo fare un terzo sciopero in estate?”.

    Il governo Draghi su scuola, università e ricerca ha messo 30 miliardi del Pnrr.”Sì, ma non ha mai riconosciuto il ruolo dei docenti, quelli assunti e quelli precari. E ha sbagliato. Il Pd ora ha l’occasione per cambiare l’approccio di Palazzo Chigi. La Cgil non ha mai avuto un atteggiamento di pregiudizio nei confronti dell’esecutivo di Mario Draghi, ha firmato un Patto per la scuola insieme agli altri sindacati, ma Bianchi ci ha messo poco per sconfessarlo”.

    Un esempio di quello che non avete gradito?”L’ultimo atto, i 400 euro di aumento ad personam per ottomila insegnanti che realizzeranno un lungo percorso di formazione. Un docente per scuola, l’uno per cento del totale. Una provocazione assurda. Non risolve alcun problema e mette i docenti uno contro l’altro”. LEGGI TUTTO

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    Pd, la scuola cuore del programma di Letta: “Otto miliardi per gli stipendi dei prof”

    È uno dei capitoli più corposi del programma elettorale che il Pd approverà sabato in direzione. L’asse portante della nuova Italia immaginata da Enrico Letta: un Paese che guarda alle nuove generazioni, alla loro crescita e formazione, abbattendo le barriere che fin dalla prima infanzia rischiano di condizionare la vita dei ragazzi. Tutti devono poter godere delle stesse condizioni di partenza, a prescindere dal reddito e dal contesto sociale delle famiglie. E a farsene carico dev’essere lo Stato. Con un massiccio investimento sull’istruzione pubblica.

    Dopo aver ufficializzato la candidatura di Carlo Cottarelli e in attesa di conoscere il simbolo della lista che verrà presentata oggi con Roberto Speranza ed Elly Schlein, al Nazareno si stringono le maglie del programma. “Conoscere è potere” è il titolo che riassume il pacchetto di proposte sulla scuola al quale il segretario dem tiene più d’ogni cosa. «L’ambiente, i diritti, il lavoro sono le nostre priorità, ma la scuola sta sopra, o meglio dentro a tutto», ha spiegato nel corso della riunione organizzata per limare il testo. «La scuola siamo noi come popolo: come cresciamo, come guardiamo il mondo, come viviamo insieme agli altri. Negli anni il centrosinistra ha fatto diversi errori, da ultimo una riforma sciatta e non condivisa con la comunità scolastica», è l’attacco alla riforma Renzi. «Io da presidente del Consiglio avevo preso l’impegno che non avrei tagliato di un euro la spesa in istruzione. E così ho fatto. La chiave è aggiungere, investire, non tagliare. Sembra rivoluzionario, ma se non lo fa la sinistra, chi lo fa?».

    Insegnanti

    Rimettere al centro la scuola significa anche restituire agli insegnanti la dignità e il ruolo che meritano, garantendo una formazione continua e riportando, nei prossimi cinque anni, gli stipendi in linea con la media europea. Ciò che il leader Pd aveva annunciato in tv è messo nero su bianco con tanto di coperture. A regime tale misura costerà tra i 6 e gli 8 miliardi, da finanziare con le varie poste individuate per l’intero pacchetto. A cominciare dai 75 miliardi della programmazione europea 2021-2027, da considerare al netto dei fondi già previsti nel Pnrr (ad esempio per l’edilizia scolastica).

    Nidi obbligatori e gratuiti

    In Italia un bambino su dieci non frequenta la scuola dell’infanzia. Ciò crea le prime odiose diseguaglianze, già in tenera età, nell’accesso a un sistema educativo idoneo e a un’alimentazione sana. Una discriminazione che può essere eliminata rendendo obbligatoria proprio la scuola dell’infanzia e garantendone la gratuità.

    Edilizia scolastica

    L’obiettivo è creare “ambienti di apprendimento sostenibili” attraverso un piano di edilizia scolastica che renda gli istituti sicuri (anche sotto il profilo sanitario, con l’installazione di sistemi di aerazione) e tecnologicamente innovativi.

    Gratuità di bus e libri di testo

    Gli spostamenti casa-scuola possono diventare un costo considerevole per le famiglie. Per questa ragione si pensa a garantire la piena gratuità del trasporto pubblico locale per gli studenti. I quali potranno avere anche i libri di testo senza pagare, ma solo quelli delle famiglie a reddito medio e basso (in base all’Isee).

    Attività scolastiche ed extra

    Favorire l’accesso ad attività scolastiche ed extra pure a chi, altrimenti, non potrebbe permetterselo. Come? Grazie all’istituzione di un Fondo nazionale che andrebbe a integrare il finanziamento regionale per i viaggi-studio, le gite scolastiche, il tempo libero e l’acquisto di attrezzature sportive e strumenti musicali.

    La scienza per ragazze

    Oggi gli studi in Scienze, Tecnologie, Ingegneria e Matematica sono appannaggio quasi esclusivamente maschile. L’idea è modificare il processo di orientamento nelle materie Stem così da incoraggiare anche le ragazze a scegliere questi indirizzi che sono molto richiesti sul mercato del lavoro. LEGGI TUTTO

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    La promessa del Pd ai prof italiani cenerentole d’Europa

    ROMA – Dice Enrico Letta, ricordandosi di una categoria diventata scettica rispetto ai racconti fatti in campagna elettorale, che bisogna aumentare gli stipendi ai professori di scuola. Parla di professori, facendo arrabbiare i maestri. Già docente dell’università francese, dice poi che “bisogna portare quei salari su un livello europeo” perché l’Italia “è uno dei Paesi che paga gli insegnanti di scuola media o superiore meno di tutti gli altri”.

    Il segretario del Pd offre anche una scadenza, onesta in verità, per realizzare il compito dovesse mai contribuire a formare un governo: si vedranno buste paga degne di Parigi e Madrid (non parliamo di Berlino) per la fine della legislatura, il 2027. Oggi non ci sono le coperture per chiudere decentemente un contratto in ritardo di tre anni, figuriamoci per immettere alcuni miliardi su un’operazione di questa portata. E, infine, “il vero problema degli stipendi di scuola in Italia è che partono bassi e poi quasi non si muovono”. Gli scatti di anzianità sono al minimo e altre forme di incentivazione premiale non sono state mai gradite alla maggioranza della platea interessata.

    Vacanze, carriera e stipendio. Il docente stressato in tutta Europa

    di

    Ilaria Venturi

    Corrado Zunino

    09 Ottobre 2021

    Come è, allora, questa distanza sul tema “retribuzioni a scuola” dal resto dell’Europa occidentale, quella con cui ci paragoniamo? È proprio così: i nostri prof sono sottopagati. Lo dicono le comparazioni più serie. Eurydice, la rete europea dell’informazione sull’istruzione, con “Teachers and school heads, salary and allowances in Europe 2020-2021” ha passato in rassegna i salari annuali – lordi e parametrati in euro – dei docenti di trentanove Paesi europei o di realtà linguistico-scolastiche (il Belgio, per esempio, ha tre situazioni diverse sull’istruzione con tre tipi di stipendi macroregionali).

    Bene, in un ranking che enuclea le carriere di un insegnante di una scuola superiore di secondo grado o di un Istituto tecnico superiore (Its), l’Italia è al 18° posto per salario pagato (su 39). Se si osserva il grafico, si vede come questa posizione mediana ci tiene lontani dalle democrazie di riferimento: Germania, Spagna, Francia.

    Guidano la classifica tre Paesi per noi inavvicinabili – piccoli, ricchi e con economie speciali – quali Liechtenstein, Lussemburgo e Svizzera. Gli stipendi dei loro insegnanti sono vicini a quelli di un professionista del privato qualificato: 150.000 euro per un docente a fine carriera di Vaduz, 140.000 per un professore ultracinquantenne di una scuola superiore di Lugano o Basilea. Scendendo, si vede che il salario medio di un docente di una regione tedesca è, a inizio cattedra, pari a 62.000 euro, il 59 per cento più alto di quello di un pari grado italiano. E a fine carriera quel prof tedesco vedrà crescere la busta paga di oltre 23.000 euro lordi, il collega in Italia di soli 14.000.

    Scuola, le assunzioni dei docenti bloccate dagli errori del concorso. E’ allarme cattedre vuote

    di

    Valentina Lupia

    Corrado Zunino

    26 Luglio 2022

    Davanti a noi ci sono tutti gli stati scandinavi, i Paesi che hanno la Germania come riferimento (Austria, Olanda, Danimarca), le tre macroregioni del Belgio, piccole nazioni del Nord come l’Islanda e l’Irlanda. In Spagna lo stipendio medio in partenza è di 8.500 euro più alto e alla fine la differenza con l’Italia sale a +19.000. La Francia non ha fior di salari per la propria scuola pubblica: un insegnante neolaureato di un liceo a fine anno avrà guadagnato 29.000 euro lordi, solo tremila in più del prof italiano. Dopo i 55 anni, però, la sua retribuzione sarà salita a quota 50.000 (diecimila in più di quella garantita da noi).

    In Italia gli stipendi dell’istruzione sono in linea con quelli pagati a Malta e Cipro, un po’ superiori in partenza rispetto al Portogallo (dove, tuttavia, crescono nella seconda fase di cattedra), il doppio di quelli greci. Ovviamente, il nostro Paese paga meglio la propria classe docente rispetto a tutto l’Est Europa e alla Turchia, ma in queste aree il basso costo della vita fa recuperare agli insegnanti potere d’acquisto.

    Le reazioni alla proposta Letta dei docenti italiani, un tempo vicini al centrosinistra, sono state in maggioranza scettiche: “Facile parlare di aumenti in campagna elettorale”, hanno detto e scritto, “perché il Pd non è intervenuto sulla questione stipendi con il governo Draghi in pieno potere?”. LEGGI TUTTO

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    Scuola e Pnrr, l'allarme dei presidi: “Manca personale qualificato per gestire i fondi”

    Per gestire la valanga di denaro che sta arrivando nelle scuole dal Piano nazionale di ripresa e resilienza servirebbe un organico aggiuntivo ad hoc. Come quello per l’emergenza Covid assegnato agli istituti nel 2020/2021 e 2021/2022. È questa in sintesi la richiesta avanzata dai dirigenti scolastici che lanciano l’allarme sulla possibile paralisi delle segreterie scolastiche. In alternativa, il rischio è che tutte le attività si avviino in tempi lunghi. Vanificando almeno parzialmente i benefici dei finanziamenti del Piano che dovrebbe condurre l’Italia fuori dall’emergenza sanitaria e avviarla verso una stagione di ripresa economica e sociale.

    I presidi lanciano l’allarme: manca personale

    L’allarme sulle difficoltà da parte delle scuole nella gestione dei fondi del Pnrr arriva dall’Associazione nazionale presidi. “Per gestire i fondi messi a disposizione delle scuole è necessario assumere più personale nelle segreterie”, spiega il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, che aggiunge: “Le scuole, per sfruttare al meglio gli ingenti fondi erogati, devono poter disporre di personale preparato”. Quella della gestione dei fondi è in effetti una partita diversa rispetto alla normale amministrazione scolastica. Ne sanno qualcosa i comuni, e anche le istituzioni scolastiche, alle prese con i fondi europei: formulari da compilare, rendiconti da redigere e aggiornare per ottenere i finanziamenti.

    Formazione necessaria

    “Invece,” puntualizza Giannelli “le segreterie delle nostre scuole sono spesso sguarnite di Direttore dei servizi amministrativi (Dsga) e non possono contare su un sufficiente numero di assistenti amministrativi. Peraltro – continua – alle funzioni di questi ultimi è spesso adibito altro personale, magari volonteroso ma non adeguatamente formato”. Insomma, un quadro per nulla rassicurante segnalato dal basso. Da coloro che dovrebbero lavorare per dare attuazione all’ingente massa di denaro che arriverà nei prossimi mesi nelle case delle scuole di ogni ordine e grado. L’ultimo finanziamento in ordine di tempo riguarda le 100mila classi del Piano scuola 4.0, da 2,1 miliardi di euro, con gli istituti che dovranno trasformare circa un terzo delle classi attualmente esistenti in ambienti totalmente innovativi a partire dagli arredi e dalla loro stessa disposizione all’interno delle aule.

    Troppo denaro da gestire

    In totale, fanno sapere dal ministero dell’Istruzione, per il digitale sono quasi 5 i miliardi (4,9 per l’esattezza) che arriveranno nelle casse delle scuole per renderle moderne e al passo con le esigenze di alunni nati tutti nel terzo millennio. Altri 500 milioni rappresentano un acconto per la lotta alla dispersione scolastica che prevede un fondo complessivo pari a 1,5 miliardi. Mentre 2,4 miliardi andranno agli enti locali per la costruzione e/o l’ammodernamento di palestre, mense, scuole dell’infanzia e asili nido. Una enorme mole di denaro, 7,5 miliardi di euro finora, che le scuole dovrebbero gestire con lo stesso personale di sempre.

    Un problema da risolvere ora

    “Le scuole – conclude il presidente di Anp – sono strutture complesse che, per funzionare bene, hanno bisogno di personale in grado di gestire l’amministrazione e collaborare con il dirigente nell’organizzazione. L’assunzione di personale qualificato e l’aggiornamento di quello già presente non si possono più rinviare”. Giannelli ne ha parlato, fa sapere, di recente col ministro Patrizio Bianchi. “Spero che il governo, nonostante la crisi, possa intervenire concretamente”. LEGGI TUTTO

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    Scuola, il ministero non assume nuovi presidi al Sud. Tanti istituti avranno i dirigenti part-time

    I posti ci sono, ma il ministero dell’Istruzione preferisce non assumere i dirigenti scolastici che possono occuparli. Tra qualche giorno, saranno nominati 317 nuovi capi d’istituto, quelli del concorso 2017. Ma non al Sud. Perché nelle quattro principali regioni del meridione d’Italia (Campania, Sicilia, Puglia e Calabria), dopo l’incontro tra i tecnici del ministero e i sindacati, non ci saranno posti. E i relativi vincitori di concorso dovranno fare la valigia verso una delle destinazioni, quasi certamente al Nord, in cui presteranno servizio almeno per tre anni. Secondo i sindacati della scuola però le poltrone vacanti nel meridione non mancano e a settembre queste andranno ad altrettanti presidi reggenti, costretti a dividersi tra due istituti. Alimentando la precarietà della scuola in una parte del Paese che mostra ancora una dispersione scolastica da record.

    Al Sud cala la popolazione scolastica: niente nuovi presidi

    È il ministero dell’Istruzione che ha preferito non assumere in pianta stabile nuovi capi d’istituto in realtà territoriali dove la popolazione scolastica cala in modo vistoso anno dopo anno e molte istituzioni scolastiche rischiano di perdere il diritto di avere un dirigente e un capo dei servizi amministrativi titolari perché sottodimensionate. La Cisl scuola delle quattro regioni meridionali più popolose si affida a un comunicato congiunto in cui parla di penalizzazione ingiustificata dei “vincitori di concorso che, malgrado il diritto di graduatoria e nonostante la presenza di numerose scuole libere nella regione di residenza, saranno costretti a scegliere scuole ubicate in diversa regione”. Una decisione che “provocherà l’attribuzione della reggenza in tante, troppe istituzioni scolastiche pur in presenza di aspiranti dirigenti scolastici, già vincitori di concorso, pronti a prendere servizio garantendo continuità e professionalità alle scuole”.

    Dati discrepanti

    Non si danno pace in Sicilia. “Apprendiamo esterrefatti – tuonano Adriano Rizza e Katia Perna, della alla Flc Cgil regionale – che per la Sicilia non risulta alcuna disponibilità per le immissioni in ruolo dei dirigenti scolastici vincitori del concorso del 2017. Il dato ci sorprende – aggiungono – perché non coincide con quello fornito dall’Ufficio scolastico regionale in occasione delle riunioni del tavolo regionale dei mesi scorsi, quando ci è stato comunicato che delle 28 sedi disponibili, 11 sarebbero state destinate alle assunzioni. Che fine hanno fatto quegli 11 posti?”. E l’Associazione nazionale presidi siciliana snocciola altri numeri. “Da quanto appreso nei giorni scorsi – spiega Maurizio Franzò  – la disponibilità dei posti è pari a 111 mentre alla mobilità interregionale sono state attribuite solo 28 istituzioni scolastiche”. Le immissioni in ruolo potevano essere 19 invece non ce ne saranno. E 83 istituzioni scolastiche dell’Isola saranno assegnate ad altrettanti presidi reggenti. 

    Da 600 a 500 la soglia per avere un preside titolare

    Per la Uil scuola, scende in campo il neo segretario nazionale, Giuseppe D’Aprile. “Per il 2022/23, con il prospetto di ripartizione regionale che ci è stato presentato dal ministero in sede di incontro, che prevede 317 immissioni in ruolo, ancora troppe scuole resteranno senza dirigenti scolastici titolari, in particolar modo nel sud del nostro paese: Sicilia e Calabria”. Mentre in Puglia le sedi libere saranno 24. Cos’è accaduto? Con la legge di bilancio per il 2021 è stata abbassata da 600 a 500 la soglia di alunni affinché una istituzione scolastica abbia diritto ad un preside e un Dsga (l’ex segretario) titolari. Per il prossimo anno scolastico, il ministero ha considerato nel computo delle scuole disponibili le nuove 390 istituzioni normodimensionate ai fini della mobilità interregionale, dei trasferimenti tra regioni, ma non ai fini delle assunzioni.

    Dirigenti part-time

    Determinazione che neppure i dirigenti degli uffici scolastici regionali conoscevano. E che, anche in presenza di posti vacanti, determina addirittura esubero in diverse realtà meridionali. Eppure i vincitori del concorso bandito nel 2017 che potrebbero prendere servizio non mancano: ce ne sono 501 ancora in lizza. Assumendone 317, ne rimarranno in attesa 184. Mentre un numero sicuramente maggiore di istituti rimarrà senza capo d’istituto e dovrà accontentarsi di un dirigente part-time per tutto l’anno. LEGGI TUTTO

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    Scuola, cinque miliardi per le classi innovative e i laboratori digitali

    ROMA – Il quinto atto del Piano di resilienza e ripresa sulla scuola è lo stanziamento di 2,1 miliardi di euro per le classi (e i programmi) innovativi. Si chiama Piano Scuola 4.0 e proverà a trasformare 100.000 aule tradizionali in “ambienti innovativi di apprendimento” e alcune di queste, allocate negli istituti scolastici delle scuole superiori, in laboratori per le professioni digitali del futuro .

    Alle risorse del Pnrr, si aggiungono altre voci di finanziamenti europei che portano l’investimento totale a 4,9 miliardi di euro. Serviranno per cablare aule, innovare gli spazi didattici, formare docenti, portare la banda ultra larga agli studenti, sostenere la digitalizzazione delle segreterie e dei pagamenti legati alle attività scolastiche. 

    Da oggi, sul sito del Pnrr Istruzione sono pubblicate le risorse disponibili per ogni scuola, assegnate attraverso un piano di riparto nazionale dei fondi e sulla base del numero delle classi. C’è una riserva del 40 per cento a favore degli istituti scolastici delle regioni del Mezzogiorno. A disposizione di ogni plesso ci saranno strumenti di accompagnamento, come il Gruppo di supporto al Pnrr, costituito al ministero dell’Istruzione e negli Uffici scolastici regionali.

    “Si tratta di un intervento trasformativo concreto della nostra scuola”, dice il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, “il più grande di questo tipo mai realizzato, con risorse e tempi certi. Le ricerche educative ci dicono che gli ambienti influiscono sul processo di apprendimento e sulle metodologie della didattica e questo decreto mette al centro gli studenti utilizzando la tecnologia come risorsa per l’innovazione e alleata dell’apprendimento. In questi mesi abbiamo investito molto sul digitale”.

    Nuovi spazi per un nuovo studio

    Grazie alle risorse del Piano Scuola 4.0, ogni dirigente scolastico – dalle primarie alle superiori – potrà trasformare, dice il ministero, almeno la metà delle classi attuali. Un finanziamento di 1 miliardo e 296 milioni servirà a creare spazi fisici e digitali di apprendimento innovativi negli arredi e nelle attrezzature. Al ridisegno, dovrà seguire lo sviluppo di metodologie e tecniche di insegnamento per potenziare l’apprendimento e le competenze cognitive, sociali, emotive degli studenti italiani usciti dalla lunga fase di pandemia.

    Il minimo comune denominatore del progetto saranno arredi facilmente posizionabili, attrezzature digitali versatili, la rete wireless o cablata. Il preside, in collaborazione con l’animatore digitale e il team per l’innovazione, potrà costituire un gruppo interno di progettazione, con docenti e studenti, per il nuovo design degli ambienti.

    Lab per internet

    Nelle scuole secondarie di secondo grado l’obiettivo è la realizzazione di laboratori in cui gli studenti possano sviluppare competenze digitali specifiche nei diversi ambiti tecnologici avanzati (robotica, intelligenza artificiale, cybersicurezza, comunicazione digitale), anche attraverso attività autentiche e di effettiva simulazione dei luoghi, degli strumenti e dei processi legati alle nuove professioni. Un avvicinamento rapido della scuola al mondo del lavoro, contestato, peraltro, da alcuni studenti e i sindacati.

    Per questi laboratori – non viene offerto ancora un numero – Bianchi chiede il coinvolgimento di alunni e famiglie, università, istituti tecnici superiori. E anche imprese. Per il secondo asset dell’investimento 4.0 è prevista una spesa di 424,8 milioni. Ogni liceo avrà a disposizione 124.044 euro, ogni istituto tecnico o professionale 164.644 euro.

    Altri finanziamenti europei sul 4.0

    Le misure del “Piano Scuola 4.0” richiamano anche altri interventi, per un totale di 2 miliardi e 443 milioni di euro, previsti e predisposti per favorire l’innovazione del sistema di istruzione. Si parla di didattica digitale integrata (379 milioni di progetti in essere), quella che è mancata in tempo di Covid alto. E poi il potenziamento delle reti locali (445 milioni di fondi React Eu), l’installazione di schermi interattivi nelle aule (455 milioni React Eu), la creazione di ambienti cosiddetti Stem (le discilpine scientifiche, ci sono 99 milioni qui). E poi il Piano per la banda larga (600 milioni, reinterviene il Pnrr), il Piano PagoPa-Spid-Cie (60 milioni, ancora Pnrr). Sempre nell’ambito dello sviluppo del rapporto delle scuole con la tecnologia digitale, alla voce “migrazione cloud e siti internet delle scuole” ci somo 155 milioni (Pnrr in collaborazione con il Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio). Infine, per “gli ambienti innovativi per la scuola dell’infanzia altri 250 milioni”.

    A queste risorse si aggiungono, infine, 800 milioni destinati alla formazione digitale del personale scolastico.

    La riforma degli Its è legge: ecco cosa cambia

    di

    Ilaria Venturi

    13 Luglio 2022

    Sono molti i decreti firmati dal ministero dell’Istruzione e finanziati dal Piano di relienza europeo. Le “aule digitali” arrivano dopo “la costruzione di nuove scuole”, il finanziamento di “asili, scuole dell’infanzia, palestre e mense”,  la “riqualificazione degli istituti”, “l’arruolamento dei docenti”. Per le cinque fasi – alcune portate avanti con bandi, altre con finanziamenti direttamente alle scuole, altre in sinergia con gi enti locali – il governo sostiene che sta rispettando le scadenze. LEGGI TUTTO

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    Docente esperto, lanciata una petizione online per abolirlo: in poche ore raccolte 7mila firme

    Il mondo della scuola si scaglia contro il “docente esperto” lanciato dal decreto Aiuti bis. In poche ore, una petizione online avviata da un docente di Caltagirone, in provincia di Catania, ha raccolto oltre 7mila firme. E sembra destinata a volare sul web. “L’introduzione del ‘docente esperto’ – scrive Salvo Amato, promotore della raccolta di firme, al presidente del consiglio Mario Draghi – è una idea aberrante”. E ne chiede lo stralcio. Amato snocciola una serie di motivazioni contro la nuova carriera del docente. In primis, un “governo che dovrebbe muoversi nel perimetro degli affari correnti, introduce un percorso formativo della durata di ben 9 anni alla fine del quale i docenti verrebbero “selezionati”. E “non si capisce come e chi” selezionerà l’unico docente della scuola al termine del lunghissimo percorso di formazione. Perché, dal 2033, saranno 8mila i docenti che potranno accedere al ruolo di “esperto”.

    I nodi da sciogliere

    Ma non solo. “Non si specifica – continua il prof – in cosa sarebbe esperto il docente in questione e l’apporto innovativo per la scuola in cui presta servizio”. “Non si capisce – aggiunge – la fretta di introdurre un simile figura, perché inserirla in un decreto Aiuti e a quanto corrisponderanno 5.650 euro nel 2033”, con l’inflazione galoppante di questi mesi. E ancora: la norma esclude una larghissima fascia di docenti che nel 2033 saranno in pensione e non avranno interesse a intraprendere i tre trienni di formazione previsti per fregiarsi del titolo; i percorsi formativi saranno tutti a carico dei docenti e da seguire in ore pomeridiane. In più, secondo l’ideatore dell’iniziativa, “la norma presenta rilievi di incostituzionalità e rappresenta l’antitesi della valutazione del merito volta a motivare l’intero corpo docente e non uno su cento”.

    Una legge controversa

    La novità prende spunto dalla legge 79 dello scorso giugno che disegna un nuovo modello di formazione iniziale e reclutamento degli insegnanti. E che il 30 maggio portò in piazza quasi 200mila docenti e Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari): il 17,5%. Ma che non faceva nessun riferimento al docente “esperto”, che sembra una evoluzione della stessa legge. Il decreto Aiuti bis non è stato ancora pubblicato in Gazzetta e non si conosce pertanto la sua formulazione finale. L’unica cosa che si sa con certezza è che la figura del docente esperto, in qualche modo, è contenuta dell’articolato che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni. Il comunicato della Presidenza del consiglio conferma che, col decreto Aiuti bis, “è rafforzato il meccanismo di valutazione permanente dei docenti, obiettivo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con particolare riferimento al riconoscimento delle risorse da destinare alla retribuzione integrativa”.

    Un percorso che esclude le parti sociali

    Il provvedimento è stato approvato dall’esecutivo lo scorso 4 agosto e deve essere convertito entro il 4 ottobre. Le elezioni si svolgeranno il 25 settembre e parecchie formazioni politiche hanno già evidenziato i loro dubbi. “La nuova qualifica di ‘docente esperto’, riconosciuta a chi beneficerà dell’incentivo, sempre dal 2032, prelude alla creazione di un sistema di presunta carriera che esclude il confronto con le parti sociali e si pone fuori dal contratto collettivo, quindi sganciata da orari di lavoro, opportunità di sviluppo professionali e funzioni strategiche dell’autonomia della scuola”, scrivono  Manuela Ghizzoni e Irene Manzi del Pd.

    “Un governo in carica solo per ordinaria amministrazione – dichiara Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) – infila in un decreto Aiuti il docente esperto, figura fuorviante. Non si inventino figure estemporanee senza nessun confronto con il mondo scuola e con i sindacati”. Anche a destra si nutrono dubbi, quantomeno sul metodo.

    A rischio la qualità dell’insegnamento

    “Stiamo invertendo – dichiara Mario Pittoni, responsabile del Dipartimento istruzione della Lega – l’ordine delle priorità: si è concentrata l’attenzione sulle strutture, considerate investimento, mentre i soldi sulle persone evidentemente sono visti come spreco. Allora si inventano operazioni quasi a costo zero per far credere che non sia così. La prima cosa da fare è garantire uno stipendio base dignitoso a tutti gli insegnanti. O chi vale sceglierà altre strade. Oggi a rischio è la qualità dell’intero corpo docente con gli effetti a catena che si possono immaginare”.

    Forza Italia, spiega Valentina Aprea, “plaude” all’introduzione del docente esperto. Ma “la logica che i commi sottendono è ancora troppo schiacciata su criteri anacronistici, corporativi e, soprattutto, centralistici, senza alcun coinvolgimento dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, che, proprio per questo non introducono una vera differenziazione delle funzioni del docente esperto. Va assolutamente introdotta, poi, per il docente esperto, insieme all’insegnamento, una funzione differenziata tra quelle indicate nella legge 79/2022, dal tutoraggio a tutte le altre funzioni legate ad un vero e proprio middle management. Forza Italia – annuncia la Aprea – presenterà al Senato le proposte di modifica che andranno in questa direzione”. LEGGI TUTTO