Non solo i ghiacciai, sulle Alpi è a rischio anche il permafrost
Quarta tappa Carovana dei Ghiacciai, la campagna di Legambiente che da sei anni monitora i ghiacciai alpini in collaborazione con CIPRA Italia e la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana. Per la prima volta la campagna varca la soglia del permafrost alpino, entrando nel suggestivo tunnel del permafrost della Zugspitze, la montagna più alta della Germania. Un passaggio inedito che non solo amplia lo sguardo della campagna oltre i ghiacciai in superficie, ma mette in luce anche le profondità nascoste della montagna, dove i cambiamenti climatici stanno lasciando segni silenziosi ma profondi. A più di 2.800 metri di quota, dietro una porta di metallo e lungo corridoi scavati nella roccia, si conserva un archivio naturale straordinario: il permafrost, il terreno che resta congelato per anni, spesso per secoli. Non è solo ghiaccio: dentro ci sono rocce, sabbia e materia organica. Nelle Alpi agisce come una colla invisibile che tiene insieme i versanti. Ma qui, tra le pareti umide e i sensori disseminati nei cunicoli, si legge un’altra storia: quella di un equilibrio che si spezza. Le temperature in aumento non solo fondono i ghiacciai in superficie, ma degradano anche il cuore dendritico delle Alpi, il permafrost destabilizzando interi versanti e mettendo a rischio valli e comunità com’è accaduto di recente a Blatten in Svizzera. A questa fragilità nascosta si aggiunge un altro fattore: i ghiacciai non sono soltanto scenari di bellezza alpina, ma anche masse che da secoli esercitano una pressione meccanica sulle pareti rocciose. Quando arretrano, quel sostegno viene meno, e le montagne perdono un argine naturale, esponendosi a slittamenti, frane e crolli spettacolari. Lo scorso anno, in Valpelline, Valle d’Aosta, abbiamo potuto osservare gli effetti del collasso di una grande morena glaciale, innescato da intense precipitazioni: milioni di metri cubi di detriti hanno travolto sentieri, sbarrato corsi d’acqua e minacciato l’equilibrio dell’intera valle.
Lo studio
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Tornando alla montagna tedesca, lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi dalla terrazza della funivia dello Zugspitze è grandioso nella sua drammaticità: la roccia nuda ha ormai sostituito il ghiaccio e, salvo pochi rimasugli di ghiacciaio, resta soltanto terra spoglia, punteggiata qua e là dagli impianti sciistici. Unica eccezione è il ghiacciaio Höllentalferner che, come il nostro Montasio in Friuli, resiste ancora con sorprendente tenacia. Ma questa resistenza è più simbolica che reale: è l’anticipazione di ciò che accadrà un po’ ovunque nelle Alpi italiane, dove dopo il 2050 i ghiacciai al di sotto dei 3.500 metri sono destinati a scomparire quasi del tutto. Tuttavia, la Zugspitze è una montagna che, pur svestita dei ghiacci, conserva tutto il suo fascino. Un fascino che, per chi come me nutre passione per la ricerca scientifica, si amplifica ulteriormente, raggiungendo un livello speciale: quello della scienza d’eccellenza. Durante la nostra escursione, grazie al professor Michael Krautblatter, abbiamo avuto l’opportunità di entrare nel tunnel del permafrost e osservare da vicino il grande lavoro di modellizzazione scientifica che esperti all’avanguardia come lui stanno portando avanti sul permafrost e non solo. Il lavoro di Krautblatter è cruciale non solo per anticipare e mitigare i rischi naturali, ma anche per fornire dati e modelli essenziali alla gestione sostenibile delle risorse e alla protezione delle comunità montane.
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Sempre durante il viaggio in carovana ci siamo imbattuti in esempi concreti di come la scienza e la prevenzione possano fare la differenza. A Blatten, in Svizzera, abbiamo potuto toccare con mano l’efficacia dei monitoraggi avviati negli anni dal Servizio cantonale dei rischi naturali. Grazie a un’attenta osservazione e a dati precisi, le autorità hanno seguito l’evoluzione dell’area a rischio passo dopo passo e sono riuscite a evacuare il villaggio nove giorni prima del crollo, salvando così vite umane. Questi esempi mostrano come la ricerca possa trasformarsi non solo in prevenzione, ma anche in una speranza concreta per le comunità: la possibilità di anticipare i pericoli, proteggere le persone e costruire un senso di sicurezza in più. Non si tratta di casi isolati: anche in Italia, il prezioso lavoro del CNR/IRPI, delle Arpa e di altri enti di ricerca offre un contributo fondamentale alla riduzione dei rischi naturali. Tuttavia, si tratta ancora di interventi puntuali su scala europea, che non consentono una visione completa e integrata, né una piena traduzione degli studi in azioni concrete sul territorio.
Come sottolineiamo nel Manifesto per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse, è necessario adottare un approccio sistemico, che unisca conoscenza, monitoraggio e decisioni responsabili, trasformando l’impegno scientifico in azioni concrete e durature. Il mondo della ricerca sta affrontando sfide enormi: dal negazionismo alla scarsa attenzione dei decisori, questi ostacoli rischiano di tradursi in conseguenze gravissime per le comunità e per gli ambienti naturali. Ai decisori chiediamo quindi di ascoltare e comprendere un monito semplice ma potente: come ci ha ricordato il grande esperto Michael Krautblatter, quando perdiamo un ghiacciaio non perdiamo solo ghiaccio, ma molto di più.
* (l’autrice è Responsabile Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia) LEGGI TUTTO