Marzo 2025

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    In arrivo un decreto per limitare l’inquinamento da Pfas dell’acqua potabile

    Una nota pubblicità del passato diceva che “two is megl che uan”, due è meglio di uno, ma non è detto che sia sempre così. Finalmente, dopo anni di discussioni, processi in corso e mappe che mostrano il loro pericolo, la politica italiana ha preso di petto la questione dell’inquinamento da PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche, anche dette “sostanze chimiche eterne”. Lo sta facendo come vedremo muovendosi su binari paralleli, il che è un bene ma potrebbe anche generare confusione nel legiferare sul controllo di queste pericolose sostanze. Questo gruppo di quasi cinquemila sostanze impiegate in ambito industriale, dalle pentole anti aderenti alle protesi mediche, così come nei materiali antincendio o dell’edilizia, hanno infatti la caratteristica di essere estremamente durature e resistenti, nonché estremamente inquinanti se finiscono in ambiente dato che sono molto complesse da smaltire nel tempo. Anche se ci sono molti studi in corso è comprovato che possono portare danni importanti per la salute (tra cui il cancro) e di recente una inchiesta di Greenpeace, che ha analizzato i campioni di 235 città italiane, ha mostrato come alcune di questi “forever chemicals” sono presenti nel 79% delle acque potabili del rubinetto italiane prese in esame.

    Inquinamento

    La mappa della contaminazione da PFAS delle acque potabili

    di Pasquale Raicaldo

    22 Gennaio 2025

    All’inchiesta dell’associazione ambientalista diffusa a gennaio sono seguite poi a febbraio e marzo alcune delle ultime tappe a Vicenza di uno dei processi ambientali più grandi della storia italiana che vede imputati alcuni manager della Miteni, azienda chimica, proprio sul diffuso inquinamento da PFAS in Veneto. La vicenda veneta ha al centro i danni da PFOA (acido perfluoroottanoico) sulla popolazione e in questo caso l’avvocato che difende uno dei comitati coinvolti, le Mamme No PFAS, citando uno studio dell’Università di Padova ha parlato di “inquinamento da PFAS come un nuovo Vajont”, sostenendo nella sua arringa che la contaminazione è passata dall’acqua nel sangue di 300mila residenti, ovvero “4mila morti in eccesso in 40 anni nella zona rossa veneta rispetto alla media del resto della regione”.

    Cifre e accuse pesanti che restituiscono il contesto in cui finalmente l’Italia ha deciso di agire mentre anche l’Europa (con in prima linea la Francia) e gli Usa stanno prendendo provvedimenti nei confronti del controllo e della lotta ai PFAS.

    La speranza è però che le due iniziative parallele in corso non si trasformino in un freno, anziché accelerare sulla questione. Per primo, il 13 marzo, all’esame in Parlamento è finito il decreto Legislativo urgente “260” approvato dal Cdm. L’obiettivo è ridurre i livelli di PFAS nelle acque potabili e decretare limiti per limiti per il TFA (acido trifluoroacetico) ed è stato dato il via libera a una mozione di indirizzo per legiferare in materia. Il 26 marzo la Camera dei deputati ha approvato poi un’altra mozione della maggioranza passata con 156 voti favorevoli, 103 voti contrari e 5 astenuti e ha approvato anche alcune parti delle mozioni dei documenti di Avs, M5S e Pd, riformulati dal governo, sempre in materia di PFAS.

    La sovrapposizione di alcuni passaggi, secondo alcuni parlamentari, potrebbe rallentare il processo per arrivare a legiferare in maniera univoca sulla necessità di maggiori controlli e sistemi per ridurre i livelli pericolosi di PFAS nelle acque potabili ma in generale c’è fiducia sul fatto che finalmente qualcosa, nel tentativo di frenare gli inquinanti, si sia mosso.

    Nel frattempo, infatti, chi da tempo porta avanti questa battaglia, come l’associazione ambientalista Greenpeace, parla di primo passo importante, soprattutto perché “per la prima volta sarà fissato un limite nelle acque potabili anche per il TFA . Si tratta di una delle molecole della classe dei PFAS più presenti sul Pianeta e che negli ultimi anni si è diffusa ampiamente anche in Italia”. Con il nuovo decreto legislativo, spiegano da Greenpeace, verrà introdotto “un limite alla presenza di PFAS nelle acque potabili di 4 molecole pari a 20 nanogrammi per litro. Il nuovo valore limite riguarda la “Somma di 4 PFAS”, ovvero molecole (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) di cui è già nota la pericolosità per la salute umana, tra cui la cancerogenicità per PFOA e PFOS. Il nuovo limite è uguale a quello introdotto in Germania, anche se ben lontano da valori più cautelativi per la salute umana introdotti da altri Paesi come la Danimarca (2 nanogrammi per litro) o la Svezia (4 nanogrammi per litro)”.Motivo per cui l’associazione auspica che “si possa fare di meglio”. Il testo di legge che fisserà per la presenza PFAS il limite di 20 nanogrammi per litro è stato ora trasmesso al Senato e poi dovrà passare al vaglio delle Commissioni parlamentari competenti.Per Greenpeace “se è vero che il provvedimento rappresenta un risultato importante per la tutela della salute di cittadini e cittadine, è indubbio però che debba essere ancora perfezionato. Le forze politiche dovranno al più presto trovare un accordo per ridurre ancora di più i limiti consentiti avvicinandoli all’unica soglia sicura, lo zero tecnico”.Come conclude Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento Greenpeace, è infatti “fondamentale che si arrivi al più presto a una legge che vieti l’uso e la produzione dei PFAS”. In attesa di comprendere gli sviluppi legislativi sulla questione PFAS nel frattempo nei prossimi giorni è attesa anche la sentenza finale sul processo Miteni: i cittadini del Vento chiedono un risarcimento di 15 milioni e mezzo di euro, mentre l’importo richiesto da tutte le parti civili nel loro insieme supera quasi i 240 milioni, cifre che danno il senso di quello che potrebbe essere – creando un precedente – una delle più importanti sentenze italiane di sempre in ambito ambientale. LEGGI TUTTO

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    Quali rischi dalle “miniere” nell’oceano profondo? Per la scienza “impatti anche dopo decadi”

    Oggi si guarda al sopra, domani si punterà al sotto. In tempi in cui Donald Trump mira a prendersi la Groenlandia per le sue risorse fossili e minerali o a stringere accordi per le terre rare dell’Ucraina e mentre altri stati Cina compresa vanno a caccia ovunque di minerali, nella Giamaica di Bob Marley si sta suonando un’altra musica: le nazioni stanno cercando una regola per poter iniziare a prelevare non dalla terra, ma dalle profondità degli oceani. In questi giorni a Kingston è infatti in corso un vertice dell’ISA (International Seabed Authority), autorità che dal 1994 è preposta al controllo e il coordinamento delle attività legate al “deep sea mining”, ovvero l’estrazione mineraria in acque profonde. Da anni si sta cercando un’intesa per regolare le estrazioni e adesso i rappresentanti di 36 Paesi, con visioni differenti, stanno tentando di arrivare tramite negoziato a una sorta di codice per l’estrazione dei minerali dagli abissi. Questo anche perché sempre più compagnie private a caccia di rame, cobalto e minerali di cui sono ricche le profondità, sono pronte a iniziare a scavare e stanno chiedendo i permessi per operare, tanto che alcune società come la canadese The Metals Company hanno dichiarato di voler iniziare ad estrarre ancor prima che venga definito un provvedimento chiaro per tutti. Siamo dunque al nastro di partenza di una nuova corsa che punta ad ottenere minerali rari dagli oceani.

    Al centro del dibattito da sempre c’è però la stessa questione: una parte dei Paesi sostiene che l’estrazione mineraria in acque profonde sia meno dannosa di quella sulla terraferma e chiede un via libera, l’altra invece – sostenuta da associazioni ambientaliste come Greenpeace – sottolinea i potenziali danni ecologici alla salute degli oceani e chiede normative più ferree e chiare per frenare l’attività mineraria in profondità.
    Nel frattempo, in un mondo che punta a cavalcare quella transizione ecologica che richiede grandi quantità di minerali, si studiano le zone dove questi sono più abbondanti, come la frattura di Clarion-Clipperton, nel Pacifico tra Hawaii e Messico, che fa gola a tanti per le sue ricchezze a quasi 6000 metri di profondità. In questo contesto e all’interno del dibattito finora però mancava, sull’impatto a lungo termine del deep-mining, una risposta da parte della scienza, che ora anche se parziale è finalmente arrivata. In una ricerca pubblicata sulla rivista Nature un team internazionale di ricercatori, per la prima volta, ha dato infatti conto di cosa succede all’ecosistema marino profondo decenni dopo le operazioni di deep sea mining. La risposta è che 44 anni dopo l’ estrazione gli ecosistemi e la vita marina non si sono ancora ripresi. L’analisi si è concentrata proprio nella zona di Clarion-Clipperton in un punto che è stato sito di un test di estrazione mineraria in acque profonde avvenuto nel 1979 nel Pacifico settentrionale. Ai tempi, con macchinari sperimentali, per soli quattro giorni da parte di privati fu estratta una quantità sconosciuta di noduli di metalli rari come cobalto, manganese e nichel, quelli usati oggi nei nostri dispositivi elettronici, per esempio.

    Ambiente

    I fondali degli oceani come miniere, a rischio habitat e biodiversità

    Alessandro Petrone

    27 Aprile 2023

    Nel 2023 e nel 2024 i ricercatori del National Oceanography Centre di Southampton, insieme ai colleghi di diverse università britanniche, grazie a sistemi ROV (sottomarini a comando remoto) e telecamere sono tornati in quel sito osservando cosa accadeva nella “pianura abissale” a 5000 metri di profondità per tentare di stabilire così l’impatto ecologico di quei test del passato. La loro conclusione, dopo il confronto con aree limitrofe degli abissi non interessate da estrazione, è che il deep mining in quell’area dove si sono svolti i test ha lasciato “impatti biologici in molti gruppi di organismi, impatti che sono persistenti” anche 44 anni dopo, nonostante alcune specie abbiano iniziato lentamente a riprendersi. Di fatto è una prima prova di cosa succede agli oceani a lungo termine dopo le estrazioni. Gli scienziati spiegano che in quell’area sono ancora visibili i segni fisici del passaggio dei macchinari e sospettano che l’estrazione passata possa aver influenzato la vita marina per esempio a causa della privazione dei noduli, che producono ossigeno, così come per l’esposizione a sedimenti contenuti nel metallo che sono stati sollevati durante i processi di estrazione. Di fatto i noduli, di cui la zona di Clarion-Clipperton è ricchissima (si stimano 21 miliardi di tonnellate), in qualche modo “sostengono le comunità animali e microbiche” dicono gli esperti e la loro estrazione innesca dei cambiamenti.

    Il professor Daniel Jones del National Oceanography Centre, a capo della spedizione, spiega che “quarantaquattro anni dopo le tracce minerarie stesse sembrano molto simili a quando furono realizzate per la prima volta, con una striscia di fondale marino larga 8 metri ripulita dai noduli e due grandi solchi nel fondale marino dove passò la macchina. Il numero di molti animali si è ridotto all’interno delle tracce, ma abbiamo visto anche alcuni dei primi segnali di recupero biologico”. Mentre i leader discutono durante le riunioni ISA su regole che gestiscano le attività minerarie in acque profonde, gli stessi scienziati ammettono che “i nostri risultati non forniscono una risposta definitiva alla domanda se l’estrazione mineraria in acque profonde sia socialmente accettabile, ma forniscono i dati necessari per prendere decisioni politiche più consapevoli, come la creazione e il perfezionamento delle regioni protette e il modo in cui monitoreremo gli impatti futuri”. Ma avvertono anche che dalle prime osservazioni pare che un recupero completo degli ecosistemi dei fondali marini sia “impossibile”.

    Ambiente

    I fondali degli oceani come miniere, a rischio habitat e biodiversità

    Alessandro Petrone

    27 Aprile 2023

    Oltretutto, come noto, la nostra conoscenza delle creature che vivono negli abissi e dei loro servizi ecosistemici decisivi per la salute degli oceani è ancora bassissima: sappiamo pochissimo di cosa vive realmente laggiù. Potremmo dunque definire questa ricerca come un primo grande avvertimento in vista di un futuro dove sempre più nazioni e compagnie punteranno all’estrazione mineraria in acque profonde per ottenere i metalli essenziali richiesti dalle tecnologie, dall’intelligenza artificiale e dalla transizione energetica che mira all’azzeramento delle emissioni climalteranti. Uno studio che ci ricorda, sempre con il tono di avvertenza, anche un altro fatto: quei test del 1979 condotti da privati per capire se fosse fattibile recuperare i metalli erano molto ma molto più piccoli “di quanto sarebbe un vero evento di estrazione mineraria”. LEGGI TUTTO

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    Scuola, niente ora di religione per oltre un milione di studenti: “Non sono mai stati così tanti”

    Uno studente su sei non frequenta l’ora di religione. Gli esonerati, così vengono chiamati gli studenti e le studentesse che scelgono una materia alternativa, sono un milione e 164mila. Mai così tanti. Sessantottomila in più dell’anno prima. La percentuale è passata dal 15,5% del 2022-2023 al 16,6% del 2023-2024.

    Scuola, oggi la stretta di Valditara sui diplomifici. E una norma per assumere i docenti idonei

    di Viola Giannoli

    28 Marzo 2025

    A diffondere i dati è l’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, che ha chiesto al ministero dell’Istruzione e del Merito l’ultimo aggiornamento sulla frequenza della religione cattolica nelle scuole statali.
    Nella classifica dei capoluoghi, spicca il sorpasso laico di Firenze: più di uno studente su due fa alternativa (51,5%). In tanti a dire “no grazie” alla religione cattolica sono pure gli alunni di Bologna (47,3%), Aosta (43,6%), Biella (40,6%), Mantova (40,5%), Brescia (38,6%), Trieste (37,9%) e Torino (37,7%).
    Quanto agli istituti, la percentuale record degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica si trova al professionale e al tecnico Olivetti di Ivrea (90,7% e 87,9%). Va detto che in molti casi il numero degli studenti adulti degli istituti tecnici e professionali che frequentano le scuole serali influenza la percentuale complessiva dell’istituto. Nella top five, segue al terzo posto l’istituto tecnico Sassetti-Peruzzi di Firenze con l’86,8%, la primaria Nazario Sauro di Monfalcone (Gorizia) con l’86,45% e l’istituto professionale Carrara di Novellara (Reggio Emilia) con l’86,29%.
    Primi tra i licei il Leon Battista Alberti di Firenze (84,65%); tra le secondarie di primo grado la Rodari di Torre Pellice (Torino) con l’83,70%, mentre con l’83,58% dei bambini è la San Giacomo di Brescia tra le scuole dell’infanzia quella a più alto tasso di esentati. a risultare in testa alle scuole dell’infanzia.
    Il dato nazionale per tipo di scuola vede al primo posto gli istituti professionali con il 27,83%, al secondo gli istituti tecnici con il 25,31, anche per le ragioni già dette, e al terzo i licei con il 18,48%. Scuola secondaria di primo grado, primaria e scuola dell’infanzia si posizionano tra il 15,77 e il 12,4%. LEGGI TUTTO

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    Lo squalo bianco in Sudafrica ha bisogno di aiuto per non sparire

    Cosa succede all’interno di un ecosistema quando all’improvviso scompare un grande predatore? Domanda che potremmo porci anche da noi in Europa dove cresce il dibattito sulla convivenza fra uomini, lupi e orsi, e che trova una preoccupante risposta dall’altra parte del mondo.

    Fino a una decina di anni fa in Sudafrica zone come False Bay erano la patria dei grandi squali bianchi. Davanti a Gansbaai nel Capo occidentale si contavano anche oltre 1000 giganti bianchi. Lo sapevano bene in surfisti, i pescatori, i naturalisti e i fotografi pronti ad immortalare le loro evoluzioni e tutti coloro che lavoravano in un mondo, quello del turismo da squalo, che attirava nel sud del globo migliaia di persone per avvistare il grande bianco.

    Poi all’improvviso, per un mix di condizioni, qualcosa è cambiato: la presenza di squali è iniziata a diminuire talmente tanto che oggi, persino nei paper scientifici, si parla apertamente di “scomparsa” dei grandi squali bianchi dalle coste del Sudafrica, con ripercussioni su economia e turismo ma soprattutto sulla salute degli ecosistemi.

    Una ricerca recente pubblicata su Frontiers in Marine Science, in fase di peer-review e condotta dall’Università di Miami, racconta come questa scomparsa stia infatti avendo effetti a catena all’interno dell’ecosistema nella zona di False Bay.

    Biodiversità

    Mari più alti e caldi potrebbero far bene agli squali?

    di Pasquale Raicaldo

    04 Febbraio 2025

    Calo graduale da due decenni
    Per due decenni gli scienziati hanno monitorato il calo graduale degli avvistamenti di squali bianchi indicando come, alla base del declino, ci siano più fattori: prima si sono verificate una serie di catture non sostenibili e accidentali, soprattutto a causa dell’uso di reti, sia quelle dei pescatori sia quelle utilizzate per proteggere i bagnanti, poi sono arrivate le orche.

    Intorno al 2017 sulle coste del Sudafrica sono comparse, sempre di più, carcasse di grandi squali bianchi che però a differenza di altri non presentavano segni di ami o reti: quasi tutti presentavano invece uno squarcio praticamente “chirurgico” poco dietro le branchie e, a molti, mancava il fegato.

    Ben presto i biologi marini indagando hanno scoperto che queste morti erano collegate alla presenza di un pod (gruppo) di orche che cacciava gli squali bianchi. Poi sono arrivati i filmati e i primi avvistamenti dal vivo a comprovare i sistemi di caccia delle orche assassine e ogni volta che si verificava una predazione per i mesi successivi i pochi squali bianchi sopravvissuti, da False Bay a Mossel Bay, abbandonavano la zona. Da allora, in Sudafrica, questi grandi predatori sono praticamente scomparsi, tanto che nel 2024 ci sono state appena una decina di osservazioni confermate.

    Così un gruppo di orche ha imparato a cacciare lo squalo più grande del mondo

    di Aurora Iberti

    30 Novembre 2024

    Le conseguenze sull’ecosistema
    Nei mesi, stimano gli esperti, in quell’angolo di mondo è iniziata così quella che viene chiamata cascata trofica, il cambiamento delle catene alimentari che si verifica a cascata quando all’interno di un ecosistema viene a mancare il principale predatore. Nel giro di pochi anni le popolazioni di otarie orsine del Capo, che venivano controllate per numero attraverso le predazioni degli squali, sono aumentate a dismisura. Senza più minacce, le otarie hanno iniziato a predare i pinguini africani, considerati in pericolo critico e potenzialmente soggetti all’estinzione. Non solo: senza più squali le otarie e le foche, cresciute per numero, hanno contribuito alla diffusione di diverse malattie tra cui una epidemia di rabbia nel 2024.

    Biodiversità

    Riscaldamento globale, aumenta il pericolo di collisioni tra navi e squali balena

    di Anna Lisa Bonfranceschi

    11 Ottobre 2024

    Gli effetti sulla salute degli oceani
    Un’altra conseguenza della scomparsa degli squali bianchi è stato il graduale calo dei pesci, predati sia dalle otarie sia da altri squali più piccoli (come il Sharpnose sevengill shark) la cui presenza è aumentata dopo l’addio del grande bianco: per comprovarlo, i ricercatori hanno condotto indagini subacquee sia attraverso telecamere sia con esche remote.
    “La perdita di questo iconico predatore al vertice ha portato a un aumento degli avvistamenti di otarie orsine del Capo e squali sevengill che a loro volta hanno coinciso con un declino delle specie da cui dipendono per il cibo” spiega Neil Hammerschlag, autore principale dello studio. “Questi cambiamenti sono in linea con le consolidate teorie ecologiche che prevedono che la rimozione di un predatore al vertice porti a effetti a cascata sulla rete alimentare marina. Senza questi predatori al vertice che regolano le popolazioni, stiamo assistendo a cambiamenti misurabili che potrebbero avere effetti a lungo termine sulla salute degli oceani” chiosa l’esperto.
    Il grande predatore ha bisogno di aiuto
    I risultati rimarcano l’importanza di uno sforzo globale per la conservazione degli squali: questi animali simbolici, che un tempo nell’immaginario collettivo erano motivo di timore, ora hanno davvero bisogno di aiuto. Da loro dipendono anche le nostre economie: dalla pesca al turismo sino a ciò che mangiamo, perché sono “dottori degli oceani” in grado di curare ed equilibrare biodiversità ed ecosistemi.
    Come noto però, anche a causa delle nostre azioni, li stiamo perdendo: abbiamo già detto addio al 70% delle popolazioni di squali e razze negli ultimi 50 anni e più di un terzo delle specie di squali è oggi considerato a rischio estinzione. Nel frattempo però, continuiamo comunque ad ucciderli: la sovrapesca, spesso per catture accidentali, è responsabile della morte di oltre 100 milioni di squali ogni anno. LEGGI TUTTO

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    “Basta azioni eclatanti”, l’annuncio di Just Stop Oil

    Dicono basta, hanno deciso di appendere al muro la colla e la pentola con la zuppa. Gli eco attivisti di Just Stop Oil, il gruppo ambientalista nato tre anni fa in Gran Bretagna per combattere l’inazione contro la crisi climatica, hanno annunciato la fine delle loro proteste eclatanti. L’ultima manifestazione a cui parteciperanno sarà il 26 aprile, poi la loro battaglia continuerà ma solo “nei tribunali e nelle loro prigioni”. Dal febbraio 2022 il gruppo dai colori arancioni impegnato a costringere per esempio il governo britannico a porre fine alle nuove licenze e alla produzione di petrolio e combustibili fossili, attraverso blitz, proteste eclatanti e azioni di resistenza civile e non violenza ha iniziato una lunghissima campagna diventata ben presto famosa in tutto il mondo. Tra le azioni più celebri la zuppa di pomodoro lanciata su quadri come i “Girasoli” di Vincent Van Gogh, ma anche il tentativo di bloccare l’autostrada M25, le irruzioni durante le partite di calcio e la gare di Formula 1, l’idea di “incollarsi” a opere d’arte come “L’Ultima Cena” di Leonardo Da Vinci e le una lunghissima serie di proteste che ha visto fermare il traffico, coinvolgere aeroporti e di recente anche attaccare la Tesla di Elon Musk.

    Anche Just Stop Oil però, come accaduto in Italia a Ultima Generazione, oppure agli esponenti di Extinction Rebellion, ha pagato a caro prezzo le nuove misure di repressione che in tante realtà del mondo sono cresciute nel tentativo di bloccare e incriminare le eco proteste. Probabilmente il colpo più duro da incassare per gli attivisti britannici è stata la conferma in appello, il recente 7 marzo, di pesanti pene detentive per almeno sedici attivisti dell’organizzazione, anche se alcuni di loro si sono visti ridurre le pene. Fra loro anche l’attivista Roger Hallam, conosciuto come co-fondatore proprio di Just Stop Oil ed Extinction Rebellion. La sentenza, in particolare, si riferiva ad alcune proteste tra cui il blocco dell’autostrada vicino Londra. Non è un caso che la scelta di Just Stop Oil di fare un passo indietro, di dire basta alle proteste eclatanti, sia arrivata dopo le sentenze. Eppure, come specifica l’attivista Hannah Hunt, con un annuncio a Londra, per il gruppo c’era già la consapevolezza che era arrivato il momento di cambiare. “Tre anni dopo essere apparsa sulla scena in un tripudio di arancione, alla fine di aprile la campagna Just Stop Oil appenderà al chiodo i giubbotti ad alta visibilità” ha detto. “La richiesta di Just Stop Oil di porre fine al nuovo petrolio e gas è ora una politica governativa, rendendoci una delle campagne di resistenza civile di maggior successo nella storia recente. Abbiamo fatto delle licenze per i combustibili fossili la notizia da prima pagina e abbiamo tenuto oltre 4,4 miliardi di barili di petrolio nel sottosuolo, mentre i tribunali hanno dichiarato illegali le nuove licenze di petrolio e gas. Ma è tempo di cambiare. Ci stiamo dirigendo verso un riscaldamento globale di 2 °C nel prossimo decennio, con conseguenti miliardi di morti, disordini civili di massa e collasso sociale. Nel frattempo, stiamo assistendo a corporazioni e miliardari che acquistano potere politico e lo usano per colpire i deboli e vulnerabili” per cui servono “nuove strategie per la nuova realtà”.

    Gli attivisti

    Ultima Generazione cambia: meno blocchi stradali più azioni contro le multinazionali dell’oil & gas

    di Giacomo Talignani

    20 Dicembre 2024

    In sostanza “solo una rivoluzione potrà proteggerci dalle tempeste imminenti”. Il che fa intuire che il gruppo, esattamente come hanno fatto di recente Ultima Generazione, ma in parte anche i Fridays For Future divenuti più politici oppure Extinction Rebellion che come vedremo ha in programma nuovi tipi di iniziative, sta cambiando la sua strategia ma non smetterà di esistere. L’ultima manifestazione “ufficiale” di Just Stop Oil sarà durante una protesta a Parliament Square il 26 aprile, poi gli attivisti si concentreranno su “tribunali e prigioni”, dai casi in corso al destino degli attivisti condannati. Nel frattempo il giorno prima, a Roma, andrà in scena la “Primavera Rumorosa”, una grande azione di mobilitazione di Extinction Rebellion per “la libertà, il lavoro e la giustizia climatica” che continuerà fino al primo maggio. Anche in questo caso il dito sarà puntato contro gli investimenti (italiani) nel gas e nei combustibili fossili ma anche su “un aumento della repressione verso chi protesta pacificamente per il clima”, un richiamo a quelle misure forti adottate contro gli attivisti dalla Gran Bretagna fino all’Italia. Con il rompete le righe (almeno per le strade) di Just Stop Oil, in un contesto dove la questione climatica si fa sempre più urgente ma le proteste ecologiche e le politiche green sembrano aver perso appeal sia fra la popolazione sia per i decisori oggi impegnati nella questione guerre, difesa, riarmo e sulla caccia ai minerali, i movimenti per il clima subiscono una ulteriore scossa.

    Sembrano ormai lontanissime le piazze, guidate da Greta Thunberg, piene di giovani che protestavano in tutto il mondo per il clima appena cinque anni fa. Appare distante anni luce anche l’enorme folla di 100mila persone, con in testa Extinction Rebellion, che marciava fuori dalla COP26 di Glasgow nel 2021, così come tutte le altre manifestazioni per l’ambiente che nel tempo si sono fatte sempre più piccole. Nel bene e nel male le uniche proteste che riuscivano a tenere alta l’attenzione sul tema della decarbonizzazione negli ultimi anni sono state proprio quelle più eclatanti di Just Stop Oil, che adesso termineranno. Ora, con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, il mondo sta ulteriormente cambiando e l’emergenza climatica viene costantemente affossata ed oscurata, così come in Europa il Green Deal è stato svuotato di molti dei suoi impegni iniziali. La scienza però ci dice che nonostante il tentativo di nascondere o rimandare il problema, il surriscaldamento globale continuerà ad aumentare e gli eco attivisti, a modo loro, erano lì a ricordarcelo. Adesso che anche i movimenti stanno chiudendo i battenti o cambiando, chi terrà alta l’attenzione sulla questione climatica?. LEGGI TUTTO

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    Il decalogo delle comunità Walser per salvare la montagna

    Dodici comunità Walser dei borghi alpini nelle provincie di Aosta, Vercelli, Verbano-Cusio-Ossola e nel Canton Ticino hanno presentato a Formazza la Carta dei valori Walser: “dieci riflessioni e qualche suggerimento per vivere e salvaguardare i territori montani, prendendo spunto dalla nostra cultura e dalla nostra storia”. Un decalogo con il quale le comunità cercano di immaginare un avvenire prospero ma sostenibile nelle Alte terre. In questo documento, i discendenti dalle popolazioni arrivate nel Medioevo dall’Alto Vallese (Svizzera) e insediate da 700 anni ai piedi del Monte Rosa, affrontano temi cruciali come il contrasto allo spopolamento dei paesi di montagna, la preservazione della biodiversità, la custodia del paesaggio storico, la promozione di uno sviluppo e di un turismo sostenibile che non esaurisca le risorse naturali. È sorprendente come una cultura così antica sia sopravvissuta fino a oggi e sia ancora così tangibile nel paesaggio, nelle abitazioni, nella lingua paleo germanica, nella cultura di queste piccole popolazioni valligiane.

    Pietro Bolongaro è un agricoltore e allevatore di montagna. Abita in uno dei più piccoli borghi piemontesi: Rima, 1.417 metri di altitudine, fondato nel XIV secolo dal popolo Walser in una conca verde alla fine della Val Sermenza (una laterale della Valsesia). Fa parte di un gruppo di agricoltori che sta recuperando le tecniche agricole walser: molte lavorazioni a mano in terreni piccoli e frammentati, coltivazione di antiche varietà di patate, uso di fertilizzanti organici, allevamenti bovini e ovini con alpeggi estivi a 2.500 metri di altitudine. “Tutte iniziative che richiedono molto impegno – spiega Bolongaro, che in giugno aprirà anche un agriturismo – ma che continuiamo a portare avanti con determinazione, per consolidare un’economia di pace che si coniughi con un turismo lento e con i valori tramandati dai nostri avi”. Della Carta, Pietro sottolinea due aspetti: “ci siamo definiti custodi perché, oltre ad abitare questi territori, intendiamo curarli e offrire un’accoglienza qualificata a chi vorrà scoprirli, cercando di trasmettere anche la spiritualità della natura, dei paesi e della nostra storia”. Il secondo aspetto è la grande solidarietà delle comunità Walser, vissuta nella vita quotidiana: “ogni famiglia aveva un certo numero di mucche, ma gli alpeggi venivano gestiti insieme; era riconosciuta la proprietà privata, ma veniva amministrata in maniera consortile. Quando una famiglia doveva costruire una casa, poi, tutte le altre partecipavano donando preziose ore di lavoro e mettendo a disposizione esperienza e capacità tecniche”.

    Giornata mondiale

    “Metà dei ghiacciai italiani rischia di scomparire”

    di Giacomo Talignani

    21 Marzo 2025

    Un altro protagonista del decalogo è Riccardo Carnovalini, fotografo, scrittore e camminatore, tra gli ideatori del Sentiero Italia (l’autostrada verde che unisce le venti regioni italiane). È il curatore della Carta dei valori. Si definisce “un Walser d’adozione”, vive sulle Alpi Graie in Piemonte, a stretto contatto con la natura, in una casa di pietra e legno e ci racconta il senso del documento condiviso dalle dodici comunità.

    Perché è stato scritto questo decalogo?
    “Per non disperdere le conoscenze e i saperi di una popolazione che ha dimostrato nei secoli di poter vivere a quote dove nessuno, prima, aveva vissuto. Si tratta del secondo step di un progetto sostenuto dalla fondazione Compagnia di San Paolo: il primo è stato la messa a punto della Walserweg, il grande sentiero Walser costituito da 11 tappe, 153 chilometri di percorsi tra valle d’Aosta, Piemonte e Canton Ticino e oltre 200 punti di interesse, alla scoperta dell’affascinante cultura Walser e dei loro magnifici territori”.

    Biodiversità

    Lavori green, il guardiaparco: “Insegniamo a vivere a contatto con la natura”

    di Pasquale Raicaldo

    26 Marzo 2025

    Qual è il futuro delle comunità Walser?
    “La sfida è l’attualizzazione di quelle capacità e di quei valori che hanno caratterizzato la vita e le attività dei Walser, riconoscendo i limiti ambientali dettati dal cambiamento climatico. Il futuro delle comunità si radica anche nella presa di coscienza che il turismo non debba essere un punto di partenza, ma la conseguenza di una nuova economia. Un turismo che va educato alla curiosità della scoperta e che non può pretendere di portare in montagna lo stile di vita delle città”.

    Uno dei punti del decalogo si riferisce all’economia di pace. Può spiegare meglio il concetto?
    “Economia di pace significa filiere corte e circolari, ottimizzazione delle risorse naturali, forestali, agricole. Un’economia che si rivolge al mercato locale, non sfruttando manodopera sottopagata. I coloni Walser nel Medioevo non superavano mai il limite imposto dall’ambiente, si accontentavano di meno per salvaguardare i beni che la natura metteva a loro disposizione”.

    Il paesaggio storico dei Walser è ancora leggibile in molte delle valli dove vivono le comunità che discendono dagli antichi vallesani. Quali sono i tratti più riconoscibili?
    “Usiamo la parola wilderness spesso a sproposito. Qui la natura è segnata dal lavoro dell’uomo: muretti a secco, boschi, pascoli, abitazioni sono il frutto di secoli di cura (‘il nostro territorio è lo specchio della nostra identità’, si legge nella Carta). Qualche esempio concreto. La salvaguardia del prato, che costituisce spazio di vita per l’uomo ed è indispensabile anche per l’impollinazione, oltre che fonte di cibo per gli animali e luogo di biodiversità. O le case walser, esempi di armonia, vere e proprie macchine di risparmio energetico. Caratterizzate da un piano terreno in pietra e i piani superiori in legno, soprattutto di larice: al piano terreno si trovava la stalla con il locale cucina, al primo il soggiorno (schtuba) e la camera da letto, mentre all’ultimo piano deposito e fienile. Con questa disposizione le camere godevano di un’ottima coibentazione, essendo scaldate dal calore della cucina e della stalla e isolate al piano superiore dal fieno. Talvolta il loggiato esterno (schopf) era utilizzato per essiccare segale, canapa e altri prodotti agricoli, nonché per la vita di comunità. Un’altra tipologia costruttiva ancor oggi riconoscibile è lo Stadel (fienile). Al piano inferiore si trovava la stalla o una cantina, mentre al piano superiore il deposito del fieno. I due livelli dell’edificio erano separati da alcuni pilastri sormontati da un disco in pietra, denominato miischplatta, il piatto del topo, inserito per impedire ai topi di salire al piano superiore e intaccare la dispensa e il fieno”.

    Cosa le hanno lasciato gli incontri per la redazione della Carta dei valori?
    “Nelle riunioni con le comunità Walser è emerso il senso del bello, l’armonia con i luoghi, la cooperazione, la solidarietà tra le persone, l’accoglienza. Valori antichi, da riscoprire e coltivare”. La Carta dei valori walser si ispira all’articolo 9 della Costituzione della Repubblica Italiana che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi […]”, alla Convenzione europea del paesaggio, alla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, alla Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa.

    Questa antica civiltà di frontiera intende aprirsi al mondo e al futuro, senza però rinunciare alla propria identità e alla propria storia, mantenendo valori e stili di vita ancora attuali e utili per affrontare le sfide del nostro tempo. LEGGI TUTTO

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    Lavori green, la bioinformatica: “Al computer e in laboratorio per innovare l’agricoltura”

    “Definirei la bioinformatica come un campo interdisciplinare che unisce la biologia e l’informatica per analizzare dati biologici tramite modelli matematici e statistici avanzati”, spiega con scioltezza Elena Del Pup, giovane studiosa italiana attualmente dottoranda in Bioinformatica all’Università di Wageningen nei Paesi Bassi e nel 2024 inserita da Forbes nella classifica giovani leader del futuro nella categoria “Impatto sociale”.

    E fin qui potrebbe sembrare un mondo distante dal quotidiano, qualcosa da laboratorio. In realtà ”è una strategia che può voler dire scoprire nuovi farmaci in una maniera completamente diversa”. Magari nuovi antibiotici, considerato che sempre più batteri si dimostrano resistenti alle cure.”Non si tratta più di affidarsi alle librerie chimiche delle aziende farmaceutiche, che vengono impiegate per combinare associazioni già note, ma di ampliare l’orizzonte. Ad esempio, io mi occupo di analizzare i genomi delle piante e usare i Big Data per generare delle ipotesi promettenti poi da validare ovviamente in laboratorio”, spiega la ricercatrice. Come a dire che le aziende tendono a remixare tracce note (delle loro librerie), mentre i bioinformatici fanno jazz, ovviamente senza tradire le regole della musica.

    ”La novità nel campo della bioinformatica forse è il fatto che non si limita più solo all’analisi dei dati, quindi non interviene solo alla fine del percorso di studio del laboratorio ma viene utilizzata sempre di più, grazie ad Intelligenza Artificiale e machine learning, come uno strumento predittivo per generare nuove ipotesi di ricerca, guidando i biologi verso esperimenti più mirati e riducendo i tempi e costi di sviluppo. E poi quando si pubblica una ricerca, di fatto un software, questo è open source e può essere usato potenzialmente da tutti”.

    I settori di elezione oggi – anche per volumi di investimento – sono la farmaceutica, l’alimentare e l’agricoltura. ”Io sono partita con le biotecnologie vegetali, nello specifico la selezione di nuove colture – insomma ricerca nella biodiversità agricola. Non si tratta di ogm, ma solo di un lavoro antico iniziato dalle prime comunità agricole, oggi fatto con strumenti più moderni. Tramite la bioinformatica possiamo scoprire quali sono le zone nel genoma, ad esempio di una patata, dove abbiamo più probabilità che ci sia quella caratteristica agronomica che ci interessa, come la resistenza alle malattie o a stress ambientali”. Del Pup ci tiene a sottolineare che è un gioco di statistica sofisticata più che alchimia distopica: “Perché nell’industria, ogni industria, non ci si può permettere di sperimentare sempre dal vivo ogni percorso o strada possibile. A volte non si riesce neanche a immaginare”.

    E forse non immaginava neanche lei, classe ‘98, che dopo il liceo scientifico la tortuosa ascesa accademica l’avrebbe portata da Scienze agrarie e Biotecnologie vegetali, che ha studiato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, al master in Plant Sciences con specializzazione in Plant Breeding and Genetic Resources presso l’Università di Wageningen e poi a Stanford, negli Stati Uniti, per un tirocinio di ricerca presso il Carnegie Institution for Science. ”Inizialmente avevo deciso di studiare puramente innovazione più agro che alimentare, ma poi sono passata alla bioinformatica legata all’agricoltura, alla genetica delle piante. Ora sono al secondo anno di dottorato in Olanda, quindi a metà percorso, però sono diventata pienamente una bioinformatica quando sono stata a Stanford. Lì il nostro istituto aveva collaborazioni con colossi come ad esempio i laboratori Google X. E se è vero che in precedenza avevo fatto mille corsi di programmazione, lì ho iniziato davvero a programmare”.

    Parlando di industria agricola e alimentare verrebbe da chiedersi perché, per approfondire il percorso di studi scegliere l’Olanda e non l’Italia, che su questi fronti esprime tradizionalmente eccellenze riconosciute in tutto il mondo. ”So che sempre più poli universitari italiani offrono percorsi in bioinformatica, anche master. Ma in Olanda c’è una relazione diversa tra ricerca e imprese. Anche le piccole hanno fiducia nell’innovazione, mentre in Italia c’è un po’ di diffidenza. Se parlo con un agricoltore o un selezionatore di sementi olandese dimostrano di avere competenze da genetista e bioinformatico. È un altro mondo che mette insieme i piccoli e anche grandi multinazionali come Unilever – che ha un centro ricerche proprio qui”. LEGGI TUTTO

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    Anche i social aiutano a monitorare gli animali in tempi di crisi del clima

    Il clima cambia, e gli areali di distribuzione degli animali si allargano, si restringono, o si spostano. Tutto questo movimento rende più difficile il compito di tenere traccia della dislocazione delle diverse specie. I database classici come la Global Biodiversity Information Facility (GBIF), infatti, soffrono di diverse limitazioni, fra cui il fatto di contenere informazioni soprattutto riguardo alle zone rurali e poco invece rispetto alle aree urbane. Inoltre, il trasferimento dei dati su queste piattaforme avviene tipicamente con un certo ritardo rispetto al momento in cui i dati vengono raccolti.

    Per tutti questi motivi, un gruppo di ricerca coordinato da Regan Early, dell’Università di Exeter (Regno Unito), si è chiesto se i social media potessero essere d’aiuto su questo fronte, grazie alla dinamicità con cui le informazioni vengono scambiate e anche al fatto che i post social vengono spesso pubblicati in tempo reale. Seppur con alcune limitazioni di cui tenere conto, i risultati dello studio sembrano promettenti e sono stati pubblicati sulle pagine di Ecology and Evolution. Il team di ricerca ha esaminato in particolare la distribuzione di una specie nota come falena dell’edera (Euplagia quadripuncteria, precedentemente Callimorpha quadripuncteria), mettendo a confronto le informazioni contenute nella GBIF e quelle recuperabili da Instagram e Flickr. I dati sono stati raccolti fra il 2000 e il 2018, e l’indagine ha incluso il Regno Unito, la Repubblica d’Irlanda, la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, la Svizzera, la Repubblica Ceca, l’Austria, la Germania, la Danimarca e l’Italia. La falena dell’edera è infatti distribuita più o meno in tutta Europa ed è stata scelta perché, oltre ad essere una specie il cui areale sta subendo rapidi cambiamenti, è facilmente riconoscibile per i colori sgargianti che caratterizzano le sue ali, e tende a spostarsi anche di giorno.

    Dai post pubblicati su Instagram è emerso che questa specie è più presente nelle aree urbane rispetto a quanto emerge dalla GBIF. “Le indagini sulla fauna selvatica tendono a essere condotte nelle aree rurali, quindi le informazioni non sempre riflettono la vitale importanza delle città – spiega Nile Stephenson, primo autore dello studio – I parchi e i giardini urbani forniscono habitat diversificati dove specie come la falena dell’edera possono prosperare”. Certo, le informazioni raccolte attraverso i social media hanno anche delle limitazioni, aggiunge il ricercatore, motivo per cui i database tradizionali non dovrebbero essere abbandonati. Si tratta piuttosto di integrare diverse modalità di raccolta dei dati: “Poiché i social media sono così inclini alle tendenze, ci aspettiamo di vedere delle distorsioni, come un maggior numero di avvistamenti di specie di cui si parla molto – prosegue Stephenson – Tuttavia, possiamo trasformare questo fenomeno in un aspetto positivo. Ad esempio, potremmo migliorare il monitoraggio delle specie invasive creando tendenze sulla registrazione degli avvistamenti”. Insomma, tenendo conto sia dei limiti che dei vantaggi, i social media potrebbero tornare utili nel contesto attuale caratterizzato da rapidi cambiamenti, specialmente per tracciare le specie che sono presenti anche negli ambienti urbani, che tipicamente sono meno rappresentati nei database tradizionali. Inoltre, gli autori ricordano anche l’utilità di piattaforme come iNaturalist e iRecord, che vengono già utilizzate da ricercatori e ricercatrici per estrarre informazioni. Si tratta di piattaforme di citizen science, ossia spazi virtuali in cui le persone possono registrare avvistamenti e informazioni di vario tipo per contribuire in modo attivo e volontario alla ricerca scientifica. LEGGI TUTTO