Marzo 2025

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    Addio fossili, l’energia per le industrie si accumula con la sabbia

    Produrre calore sfruttando il potere di accumulo della sabbia, una materia prima facilmente reperibile. E’ ciò che fanno le batterie di sabbia brevettate dal gruppo Magaldi, azienda campana, che a breve si apprestano a poter essere sfruttate per uso industriale, fornendo una soluzione concreta per decarbonizzare i processi industriali termici. “In particolare le nostre batterie sono adatte per le imprese che utilizzano energia termica tra i 150 e i 400 gradi, come l’industria alimentare, quella della carta e del legno”, ci spiega Letizia Magaldi, vicepresidente sviluppo corporate e business dell’impresa guidata dal padre Mario in cui lavorano anche i suoi due fratelli, Raffaello e Paolo Magaldi. Ma facciamo un passo indietro. “Per spiegare il concetto partiamo dai castelli di sabbia che si fanno in spiaggia: se riempi il secchiello con la sabbia bagnata, quando lo rovesci la torre resta in piedi. Se invece la sabbia è asciutta scorre via come fosse acqua, ma è dotata di una sorprendente proprietà: quella di conservare il calore anche ad altissime temperature”. In questa fluidificazione della sabbia si trova l’innovazione della tecnologia messa a punto da Magaldi, azienda nata a Buccino (in provincia di Salerno) nel 1901, oggi con 250 dipendenti, metà dei quali ingegneri, con sedi negli Usa, in Messico, a Dubai e in India. Semplificato in ‘Batterie di sabbia’, il sistema di accumulo si chiama col nome tecnico MGTES, Magaldi Green Thermal Energy Storage, che dopo un periodo di test e una serie di prototipi, nel mese di maggio entrerà nella fase operativa presso lo stabilimento IGI che produce grassi e oli alimentari per la Ferrero, sempre a Buccino. “Siamo gli unici a utilizzare la sabbia silicea. Si tratta di uno dei materiali più comuni sulla Terra”.

    Prodotte da Magaldi Green Energy, startup del gruppo Magaldi (con 55 brevetti) nata nel 2021, le batterie innovative si basano sulla tecnologia del letto di sabbia fluidizzato che accumula e restituisce energia termica. Nella pratica, si tratta di una batteria di acciaio che contiene la sabbia riscaldata che permette di conservarne l’energia per giorni e per settimane. La scelta della sabbia non è stata casuale, ma punta a usare una materia prima disponibile in tutta Italia e non soggetta ai rischi legati alle catene di fornitura e alla scarsità di materiali.

    Magaldi, ci spiega il concetto della batteria di sabbia in parole semplici?
    “MGTES è un sistema per l’accumulo di energia termica ad alta temperatura basato su un letto di sabbia fluidizzata all’interno di un grande contenitore di acciaio. È un sistema power to heat: viene caricato con energia elettrica rinnovabile e rilascia energia termica ad alta temperatura su richiesta. È pertanto definibile come un accumulo di lunga durata. Può fornire energia termica tra 120-400°C a diversi tipi di industrie, come: food & beverage, carta, tessile, plastica, farmaceutica e prodotti chimici. Sostituisce completamente l’utilizzo di gas e combustibili fossili. E, allo stesso tempo, consente di affrontare l’intermittenza delle rinnovabili rappresentando, di fatto, uno strumento di stabilizzazione e bilanciamento per la rete elettrica”.

    Come funziona?
    “La sabbia, grazie al fotovoltaico, arriva a scaldarsi fino a 1000 gradi e funge da serbatoio di calore. Il minerale viene frantumato fino a rendere i granelli inferiori a 150 micron per fluidificare il sistema. La sabbia viene poi versata in un grande modulo metallico isolato, dove viene scaldata fino a 600. Il prototipo può contenere circa 40 tonnellate di sabbia, quello che entrerà in funzione a maggio ne contiene, invece, 70 che consentono una capacità di accumulo fino a 7,5 MWh termici. Quando serve l’energia, il calore accumulato viene rilasciato per alimentare processi industriali o per generare vapore. Il tutto a basso impatto ambientale, tanto che viene chiamato vapore verde, footprint zero. La temperatura prodotta varia, naturalmente, in relazione alla materia: la pasta della carta si raffina a 160-170 gradi, mentre il petrolchimico ha bisogno di vapore continuo a 350 gradi”.

    Quali sono i benefici?
    “Riduzione dei consumi di gas naturale di circa il 15%, con un risparmio di 550 tonnellate di anidride carbonica all’anno. Vogliamo affrontare così due grandi sfide: l’intermittenza delle fonti rinnovabili, sia solare che eolica, e l’ottimizzazione dell’uso dell’energia nei processi industriali”.

    Quando sarà operativo l’impianto di accumulo, e dove?
    “Dopo una serie di prototipi, a maggio entrerà in funzione l’impianto di accumulo su scala industriale, realizzato in collaborazione con Enel X e cofinanziato dall’Unione Europea, per lo stabilimento IGI che produce grassi e oli alimentari per la Ferrero, sempre a Buccino, in Campania”.

    L’idea nasce da un’intuizione di suo padre. Ci racconta com’è andata?
    “Mio padre – Mario Magaldi – prese spunto da un sistema per accumulare energia utilizzando blocchi di grafite, quella delle matite, che può raggiungere i 2500 gradi di temperatura. Tornato dall’Australia, decise di sperimentare la frammentazione della grafite e, nel 2015, la società vinse un primo bando utilizzando un sistema di specchi per mantenere il calore. Dopo anni di ricerca si è giunti alla batteria attuale, con sabbia silicea al posto della grafite e il fotovoltaico al posto degli specchi”. LEGGI TUTTO

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    Maturità, Valditara firma l’ordinanza: la condotta pesa sul voto finale, i Pcto tra i requisiti

    Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha firmato l’ordinanza che disciplina lo svolgimento dell’esame di Stato. La prima prova scritta si svolgerà il 18 giugno alle 8.30. Da quest’anno è requisito per l’ammissione alla maturità lo svolgimento dei Pcto, ovvero i Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento (l’ex alternanza scuola-lavoro). Altra […] LEGGI TUTTO

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    Lavori green, l’educatore ambientale: “Dalla scuola si crea un mondo più sano e equo”

    Un po’ insegnante, un po’ naturalista. Pedagogo, esperto di scienze naturali e di ecologia, guida escursionistica e pure divulgatore. Niente è più attuale della figura dell’educatore ambientale. Nuova perché la materia Sviluppo Sostenibile è da poco entrata nei pro grammi scolastici di ogni ordine e grado, innovativa perché finalmente anche durante le ore di Educazione civica, da settembre 2024 si parla anche di rispetto della natura con la stessa dignità con cui viene spiegata ai ragazzi la Costituzione. Temi che prima erano lasciati alla discrezionalità e sensibilità dei singoli docenti oggi sono diventati obbligatori e termini come “sostenibilità”, “biodiversità”, “raccolta differenziata” e “spreco alimentare” anche per gli alunni più piccoli, sono oggi familiari. Perché, si sa, quando si parla di educare i bambini le parole contano quanto il buon esempio.

    “Il linguaggio è importante per spiegare qua li sono i comportamenti che fanno bene all’ambiente”, spiega Martina Alemanno, responsabile dell’Ufficio Educazione e Formazione per il Wwf Italia. In pratica, definisce la strategia educativa dell’organizzazione e ne coordina l’attuazione a livello nazionale. Un ruolo complesso, visto che si tratta di preparare studenti e insegnanti ad affrontare sfide future come il cambiamento climatico e la sostenibilità ambientale. Tanto per citarne un paio.
    “Educare è come piantare un seme”
    Tenendo anche in conto che ciò che bambini e ragazzi vedranno fare a scuola sarà riportato in famiglia. ”Per questo sono convinta che l’educazione ambientale è come piantare un piccolo seme. All’inizio, può sembrare una cosa da poco, ma con il tempo e le giuste cure può crescere e diventare forte” spiega ancora Alemanno. Bello, ma quanta responsabilità? ”Per fortuna, insegnanti e alunni hanno accolto questa novità con entusiasmo. Certo, ci sono ancora delle sfide da affrontare, come la mancanza di risorse e di supporto, ma la passione e l’impegno non mancano, e i risultati si vedono”, racconta la manager del Wwf che per far capire la professione dell’educatore ambientale porta l’esempio di quanto hanno realizzato i ragazzi di un liceo di Ceccano, in provincia di Frosinone.
    L’esempio dei ragazzi di Ceccano
    Un progetto nato e condotto a scuola durante le ore di Educazione ambientale e che poi ha vinto anche il Contest Urban Nature Wwf 2023-2024. Tema del lavoro dei ragazzi, l’importanza degli insetti impollinatori per l’ambiente. Prima, hanno chiesto al dirigente scolastico di evitare lo sfalcio delle erbe selvatiche in un angolo del cortile, per incrementare la presenza degli impollinatori, poi hanno avviato il loro studio. ”Questi ragazzi non solo hanno presentato un progetto ben strutturato, con interviste, azioni concrete intraprese, ma hanno anche continuato proponendo al Comune dove è ubicata la scuola di praticare lo sfalcio selettivo anche negli spazi verdi del territorio, richiesta tra l’altro accolta. Per noi è stato un grande successo, vedere ragazzi che diventano interlocutori attenti e propositivi con gli enti e U che praticano la cittadinanza attiva e consapevole”.
    “Mostrare le azioni positive”
    Insegnare dunque non basta, bisogna saper coinvolgere i ragazzi e i bambini. Perché niente come questa materia ha bisogno di una parte pratica: mostrare piccole azioni, come ad esempio evitare di sprecare l’acqua, non usare la plastica, fare la raccolta differenziata sono importanti. Ma c’è anche un altro aspetto: riuscire a trasmettere ai cittadini di domani valori come il rispetto per la natura, la solidarietà e la consapevolezza di quanto le proprie azioni sia impor tanti anche per la comunità. ”Ecco perché gli educatori ambientali devono possedere una solida preparazione sia scientifica che pedagogica – sottolinea Martina Alemanno – e non basta ancora, perché è fondamentale avere una profonda passione per l’ambiente e la sostenibilità, oltre la capacità di coinvolgere gli studenti. Per questo al Wwf orientiamo i nostri sistemi educativi su tre momenti interconnessi: insegnare la natura; l’educazione in natura e l’educazione attraverso la natura. L’obiettivo? Fornire a ognuno gli strumenti in grado di prende re decisioni consapevoli”.
    Come diventare educatore ambientale
    Per diventare educatore ambientale ci sono diverse strade: ci si può iscrivere alla facoltà di Scienze Ambientali o Agraria, oppure frequentare un master post laurea di Scienze ambientali. ”’importante, però, è non smettere mai di imparare. Soprattutto dai più giovani”. LEGGI TUTTO

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    Birra sostenibile, un brevetto del Cnr per produrla con meno emissioni

    Anche la birra può essere più sostenibile. Stiamo parlando del metodo di produzione, finito sotto la lente dell’Istituto per la bioeconomia del Cnr che ha dimostrato l’utilità di una tecnica specifica che eliminerebbe un passaggio centrale nella fase produttiva. La birra, infatti, ha bisogno della bollitura del mosto, uno step che ha dei consumi elevati a livello energetico, e che richiede un tempo standard. Ebbene lo studio italiano, pubblicato sulla rivista Beverages, potrebbe aver trovato una soluzione alternativa alla tradizionale produzione industriale brassicola, per la realizzazione di una delle bevande più consumate e popolari.

    Lo studio ha fatto ricorso ad una tecnica chiamata cavitazione idrodinamica, che consente di scaldare il mosto ad una temperatura di 94°C, quindi al di sotto dei 100 gradi centigradi, che sono quelli in cui il liquido comunemente va in bollitura, e che deve essere mantenuta per un’ora e mezza. La cavitazione idrodinamica è un processo fisico in cui la variazione di pressione nei liquidi genera microbolle di vapore che implodono rilasciando energia. Questo fenomeno è già utilizzato in diversi settori industriali, e sta trovando applicazione anche nella produzione della birra, in particolare nella fase di bollitura del mosto. Dunque, questo passaggio, conserva tutte le caratteristiche chimiche, ma abbattendo consumi e costi. I ricercatori del Cnr di Firenze stimano l’abbattimento di oltre l’80%, ma non è tutto.

    La cavitazione, infatti, elimina il precursore del dimetilsolfuro, lo S-methylmethionine, riducendo il suo tempo fino al 70% senza l’uso di additivi chimici. Inoltre, questa tecnica migliora l’isomerizzazione degli acidi alfa del luppolo, che sono responsabili dell’amaro della birra, anche a temperature inferiori ai 100°C; si tratta di un processo chimico in cui una molecola cambia la sua struttura senza modificare la sua composizione chimica. Con il calore questi acidi (alfa) si trasformano in una forma più solubile che contribuisce al sapore amaro della birra, ma nel caso specifico, il dimetilsolfuro è subito espulso dal mosto della birra e alla fine del processo, l’amaro di luppoli si trasferisce al mosto, modificandone il colore.

    L’esperimento

    A Singapore la birra è fatta con le acque reflue e sa di miele

    Giacomo Talignani

    01 Luglio 2022

    “Soltanto attraverso la cavitazione idrodinamica, che concentra un grande quantitativo di energia, è stato possibile ottenere questi risultati”, sottolinea Francesco Meneguzzo, primo ricercatore del Cnr-Ibe e coordinatore dello studio per la birra sostenibile. Tra i principali vantaggi di questa tecnologia, oltre alla riduzione del consumo energetico, che potrebbe essere implementanto se la produzione fosse alimentata da fonti rinnovabili, c’è anche il miglioramento della qualità della birra, in quanto la tecnologia permette di mantenere intatte le caratteristiche organolettiche del prodotto e inoltre la cavitazione idrodinamica potrebbe essere applicata ad altre bevande vegetali, come succhi di frutta. Dunque si prefigura la possibilità di un utilizzo su scala industriale, che renderebbe la birra sostenibile e più economica. Grazie alla riduzione delle perdite di calore e all’uso efficiente delle risorse, questa tecnologia potrebbe essere adottata dai grandi birrifici che pur essendo radicati nella tradizione, sostengono soluzioni sempre più innovative per una produzione ecologica.

    Ora, la notizia nella notizia, è che questo studio potrebbe essere talmente importante per il settore brassicolo, che già nel 2016 il Cnr ha depositato il brevetto dello studio condotto con la cavitazione idrodinamica, che in questi quasi 10 anni ha continuato a sperimentare e migliorare. “Fin dall’inizio abbiamo sostenuto con convinzione lo sviluppo delle ricerche relative a questo brevetto e i risultati raggiunti ci danno ragione. La possibilità di utilizzare soltanto energia elettrica, potenzialmente generata da fonti rinnovabili, rappresenta una svolta e un impulso concreto alla decarbonizzazione di uno tra i settori alimentari più energivori”, le parole di Maria Carmela Basile, responsabile dell’Unità valorizzazione della ricerca del Cnr, che gestisce e tutela la proprietà intellettuale dell’Ente, mentre il brevetto è stato già acquistato da un’azienda che a suo tempo aveva finanziato le ricerche.

    Restano però, alcune “criticità” da affrontare, tra cui il controllo della schiuma generata dal processo che richiede ulteriori studi per ottimizzare le condizioni operative. Inoltre, la standardizzazione del metodo per garantire una qualità costante della birra è un aspetto cruciale su cui i ricercatori stanno ancora lavorando LEGGI TUTTO

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    Guida alla manutenzione di un’auto elettrica: costi e consigli

    Silenziose, efficienti e sempre più accessibili, le auto elettriche rappresentano una scelta sostenibile per chi vuole ridurre l’impatto ambientale e abbattere i costi del carburante. Tuttavia, la manutenzione di un veicolo elettrico è diversa da quella di un’auto tradizionale. Vediamo quali sono i costi da considerare e i migliori consigli per mantenerla sempre al meglio delle sue funzionalità.
    Quanto costa la manutenzione di un’auto elettrica
    Uno dei principali vantaggi delle auto elettriche è la riduzione dei costi di manutenzione rispetto ai veicoli a combustione interna. Questo avviene per diversi motivi:

    Meno componenti soggetti a usura: le auto elettriche non hanno frizione, cambio manuale, candele o olio motore da sostituire periodicamente. Il loro motore è più semplice e richiede meno interventi di manutenzione.
    Frenata rigenerativa: il sistema di recupero dell’energia cinetica riduce l’usura dei freni, diminuendo la frequenza con cui devono essere sostituiti i dischi e le pastiglie.
    Batteria e sistema di gestione termica: sebbene la batteria sia uno degli elementi più costosi, i produttori garantiscono durate che possono superare anche i 200.000 km. Inoltre, alcuni marchi offrono garanzie fino a 8 anni o 160.000 km.

    Costi medi della manutenzione di un’auto elettrica: un risparmio tangibile
    Secondo alcune stime, la manutenzione di un’auto elettrica può costare fino al 50% in meno rispetto a un veicolo tradizionale. Ad esempio, per il controllo batteria e software, i costi si aggirano dai 50 ai 150 euro per check-up periodici, mentre per la sostituzione dei freni si parla di circa un 30% in meno rispetto a un’automobile a benzine e/o diesel. Da considerare anche la revisione, obbligatoria: qui i costi sono pressoché identici a quelli di un’auto tradizionale; quindi, in Italia la cifra si aggira attorno ai 79/80 euro. Infine, la batteria, ossia il fattore che più “preoccupa” chi si approccia alle auto elettriche per la prima volta. In realtà, la questione è piuttosto semplice: se fuori garanzia, la sostituzione può variare dai 5.000 fino ad arrivare a decine di migliaia di euro a seconda del modello. Tuttavia, il calo dei prezzi sta sicuramente rendendo questo intervento sempre più accessibile.

    Consigli per la manutenzione dell’auto elettrica
    Per garantire una lunga durata e prestazioni ottimali alla propria auto elettrica, sarebbe molto utile seguire alcune semplici regole. La prima da tenere in considerazione riguarda l’ottimizzazione della ricarica della batteria. È importante evitare di scaricare completamente la batteria; sarebbe meglio mantenerla tra il 20% e l’80% della carica per prolungarle la vita. Inoltre, si consiglia (quando è possibile) la ricarica lenta a quella rapida per ridurre lo stress sulle celle.

    Un’altra azione da svolgere con periodicità riguarda il controllo della pressione degli pneumatici. Quelli delle auto elettriche, infatti, tendono a usurarsi molto più rapidamente a causa del peso della batteria e della coppia istantanea del motore. Un controllo regolare della pressione si rivela molto efficace per il miglioramento dell’efficienza e soprattutto per una questione di sicurezza.

    Quanto è importante effettuare gli aggiornamenti del software? Molto, tant’è che diversi produttori rilasciano aggiornamenti software che migliorano le prestazioni del veicolo e ottimizzano il consumo energetico. È necessario verificare a cadenza periodica la disponibilità di nuove versioni: un piccolo promemoria che può davvero rivelarsi essenziale.

    Un altro grande consiglio per la manutenzione dell’auto elettrica concerne la cura del sistema di raffreddamento. Alcune auto elettriche, infatti, utilizzano un liquido di raffreddamento per mantenere la temperatura ottimale della batteria. In questi casi è fondamentale seguire le indicazioni del produttore per eventuali sostituzioni o rabbocchi. Infine, ma non per importanza, tornano utili sia l’attenzione ai cavi e alle prese di carica, sia la pulizia del sistema di frenata rigenerativa.

    Nel primo caso, l’azione da svolgere è molto semplice e prevede il controllo periodico dello stato del cavo di ricarica e delle prese onde evitare danni che possano compromettere la sicurezza e l’efficienza della ricarica. Nel caso del sistema di frenata, invece, sebbene sia meno soggetto a usura, è comunque doveroso controllare periodicamente il funzionamento; questo serve per evitare accumuli di polvere e detriti che potrebbero comprometterne la corretta funzionalità.

    La manutenzione di un’auto elettrica è generalmente più economica e semplice rispetto a quella di un veicolo a combustione interna. Seguendo pochi accorgimenti e pianificando controlli periodici, è possibile prolungare la vita del veicolo e massimizzare i risparmi. Con l’aumento dell’offerta di veicoli elettrici e il miglioramento della tecnologia, il futuro della mobilità sostenibile appare sempre più conveniente e accessibile. LEGGI TUTTO

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    Alla scoperta del “dry garden”, il giardino degli antichi egizi che fioriva anche nel deserto

    Sono oasi parlanti, pietrificate nella memoria polverosa del deserto. Tra sabbia, vento e sole a picco si nascondevano protette da mura piscine con ninfee blu, vigneti e aiuole ornamentali. All’ingresso delle tombe, nelle abitazioni nobiliari o nei templi. Gli antichi Egizi avevano un’autentica vocazione per la botanica e per i giardini che declinavano in tutti gli habitat del regno: dalle sponde del Nilo fino alle aree più aride. Una dimostrazione di Dryland Farming, ovvero di coltivazione in condizioni di siccità costante, valida ancora oggi dopo quattromila anni. Selezionavano le specie più adatte e irrigavano con sistemi che oggi sarebbero definiti sostenibili. Ogni pianta poi aveva più di una funzione: alimentare, estetica, religiosa e non si buttava via niente. Corteccia, fiori, radici venivano riciclate in una versione preistorica dell’economia circolare. Il giardino non aveva mai un unico scopo. Quella tra minerale e vegetale è una simbiosi inedita della civiltà delle piramidi e oggi viene raccontata per la prima volta da Divina Centore, archeologa del Museo egizio di Torino e autrice del volume Faraoni e fiori. La meraviglia dei giardini dell’antico Egitto (il Mulino, 2025).

    “Per risparmiare acqua gli antichi egizi adottavano una tecnica di coltivazione a griglia quadrata, oggi conosciuta come Waffle Garden. – spiega l’egittologa oggi impegnata in una campagna di scavi – Il terreno, di solito composto da limo prelevato dalle rive del Nilo, era diviso in piccoli vasetti all’interno dei quali crescevano piante con esigenze idriche molto diverse. Un esempio di questo genere è il giardino funerario annesso a una tomba nobiliare (1539 a.C. -1292 a.C.) ritrovato nel 2017 da una missione spagnola a Dra Abu el Naga”. L’area, di neanche dieci metri quadrati, precede l’entrata nel sepolcro ed è frazionata in 23 quadrati di 30 centimetri di lato separati da pareti spesse circa otto centimetri. Gli studi archeobotanici hanno rivelato la presenza di piante di coriandolo, fiori simili alle margherite (della famiglia delle Asteraceae) alberi di tamerice e una varietà oggi molto rara di melone verde che sopravvive, nella sua forma moderna, solo più in Sudan.

    Un modello simile di Waffle Garden è ancora praticato oggi sotto forma di agricoltura tradizionale nelle comunità indigene nei deserti del sudovest americano. Mentre riproduzioni dei giardini egizi si trovano nel compresso degli Hamilton Gardens in Nuova Zelanda, al Museo dell’Agricoltura del Cairo e sul rooftop del Museo Egizio di Torino. LEGGI TUTTO

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    Lavori green, il paesaggista Antonio Perazzi: “Restituiamo strade e piazze alla biodiversità”

    La natura è meravigliosa anche perché dimostra come il nostro sistema economico non abbia niente a che vedere con l’economia dell’ambiente. E il paesaggista spesso si trova a metà strada tra due mondi che parlano linguaggi diversi. Può decidere di piantare alberi, ma questa azione ha un costo molto alto, e poi c’è la manutenzione, che è altrettanto onerosa. Oppure può decidere di assecondare la natura, perché gli offre sempre la possibilità di fare da sola. Innamorato del mondo vegetale, Antonio Perazzi, scrittore, botanico e paesaggista milanese d’origine toscana, teorizza il giardino selvatico, dove le piante sono libere di crescere e riprodursi. Le considera organismi affascinanti e generosi, molto più capaci di adattarsi rispetto agli umani. Noi ragioniamo sempre da individui, mentre le piante ragionano come società e pensano alle generazioni successive.

    Un albero, quando è stressato, produce un’enorme quantità di semi, perché sa che i figli hanno maggiori possibilità di adattarsi, di spostarsi quel poco che gli basta per crescere.

    Ma come si forma un paesaggista? Perazzi, oltre allo studio, ha viaggiato molto, fin da giovanissimo, dall’Alaska al Giappone, dalla Cina all’Himalaya, scoprendo sul campo una varietà straordinaria di ambienti e paesaggi. E poi ha fatto del parco di famiglia, sulle colline del Chianti, il suo laboratorio: “Il mio giardino a Piuca è stato una grandissima fonte di ispirazione e lo è ancora”.

    In uno dei suoi libri – Il paradiso è un giardino selvatico – descrive dettagliatamente ogni istante dell’arrivo nel suo Eden, in una notte di primavera. È È una vera e propria immersione in un mondo altro, dove il silenzio è sovrano. Descrive la purezza della notte stellata, la completa mancanza di luce artificiale, il mantra dei grilli, l’aria saporita, umida e fresca. E poi gli animali selvatici: il ghiro, il capriolo, l’airone, le carpe, le lucciole dove l’erba è alta e i fossi umidi, il cardellino, la lucertola. La professione, però, non è tutta poesia e richiede formazione continua. “Il paesaggista deve coniugare il punto di vista dell’agronomo, che vuole produrre il massimo da ogni terreno; quello dell’architetto, che mira a costruire per dare funzioni; quello del forestale, che ragiona di cicli su scala ecologica”.

    Sostenibilità

    Lavori green, il bioarchitetto: “Costruiamo secondo le leggi della natura”

    di Marco Angelillo

    28 Marzo 2025

    E poi c’è il vento della sensibilità culturale. Molto interessante, a detta di Perazzi, l’attuale passaggio storico: “Fino a ieri c’era ogni buona intenzione di rispettare l’ambiente, di cercare di diminuire l’impatto, di consumare meno terreno, di piantare più alberi. Oggi è scattato qualcosa di opposto: torniamo a trivellare, a estrarre, ci armiamo e chiudiamo i confini. Tutto sta avvenendo con una rapidità straordinaria, da una settimana all’altra”. LEGGI TUTTO

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    “Lasciate crescere l’erba del vostro giardino, il Pianeta vi ringrazierà”

    Kate Bradbury, scrittrice e redattrice inglese di 44 anni, è un’esperta di giardinaggio naturalistico in tutte le sue sfumature: attraverso un’attenta osservazione della sua piccola oasi verde, situata a Portslade, vicino Brighton, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, nasce il suo nuovo libro Un giardino per cambiare il mondo (Edizioni Sonda).

    Mrs Kate Bradbury, quando nasce la sua passione per il giardinaggio?
    “Ho iniziato a dedicarmi al giardinaggio quando avevo tre anni. Ero sempre all’aria aperta: osservavo gli uccelli e giocavo con i vermi. Il momento più importante risale a quando, all’età di 24 anni, un calabrone ha creato un nido in un vecchio piumone abbandonato in giardino. I vicini si sono lamentati perciò abbiamo dovuto spostarlo. L’ho portato nel mio orto e me ne sono innamorata. Da allora non mi sono più voltata indietro”.

    Nel suo libro “Un giardino per cambiare il mondo” accompagna il lettore, mese dopo mese, in un viaggio immersivo nella natura attraverso azioni concrete per la sua tutela. Com’è nata l’idea di questo libro?
    “Volevo spiegare quanto delle piccole azioni all’interno dei nostri giardini possano fare davvero la differenza: se tutti contribuissero con dei gesti concreti creeremo delle grandi opportunità a sostegno della natura”.

    Nel suo manoscritto scrive che “le piante non solo decorano, ma agiscono anche come filtri naturali, assorbendo sostanze nocive e rilasciando ossigeno”. Quanto sono importanti gli spazi verdi, seppur piccoli, nella nostra vita quotidiana?
    “Le piante sono tutto. Non potremmo respirare senza le piante. Le piante aiutano ad abbassare le temperature in città e ad assorbire CO2. Prevengono le inondazioni in quanto trattengono l’acqua e possono evitare l’insorgere degli incendi dato che le piante aumentano l’umidità in una determinata area. Creano ombra e forniscono cibo e riparo agli impollinatori, agli uccelli e alle molte altre specie che fanno tutti parte di complessi ecosistemi che mantengono il mondo in vita. Anche noi ci nutriamo di piante, non potremmo letteralmente sopravvivere senza di loro”.

    Nel libro affronta il tema del “giardinaggio naturalistico”? Puoi spiegarne il significato?
    “Il giardinaggio naturalistico è semplicemente un giardinaggio a supporto della natura. Una volta che vedi il tuo giardino non solo come tuo ma come un posto che condividi con la natura, puoi aprire la tua mente alle numerose possibilità che puoi creare grazie al tuo giardino. Penso che sia davvero un luogo speciale”.

    Cosa possiamo fare, nel nostro piccolo, nei nostri balconi, cortili e giardini per coltivare il cambiamento? In che modo possiamo fare la differenza?
    “Dobbiamo sicuramente coltivare più piante e creare degli habitat e delle opportunità per le specie ovunque possiamo: ad esempio sui balconi, attraverso delle erbe aromatiche da condividere con gli impollinatori lasciandole fiorire. Ma nei giardini più grandi possiamo scavare uno stagno, piantare un albero e coltivare delle piante autoctone. Ciò unirà il nostro giardino ad un paesaggio più ampio e migliorerà il destino di migliaia di specie”.

    Puoi dare ai nostri lettori qualche consiglio pratico su come trasformare il proprio giardino, balcone o piccolo spazio verde in un rifugio per la fauna selvatica?
    “Lasciate innanzitutto crescere l’erba: ciò consentirà alle farfalle e alle falene di deporre le uova. Appariranno dei fiori selvatici che nutriranno gli impollinatori, mentre gli uccelli prenderanno i semi dell’erba e le rane, i coleotteri, gli insetti e persino i ricci vi riposeranno. Se avete uno spazio più esteso allora scavate uno stagno: non solo offrirete delle opportunità di riproduzione degli anfibi, ma anche agli uccelli e ai mammiferi nel bere e nel fare il bagno, oltre all’opportunità di far riprodurre molti tipi di insetti, che saranno cibo per gli uccelli e i pipistrelli”.

    Nel suo libro affronta altri temi importanti quali il riciclaggio e il riutilizzo, l’isolamento naturale e la riduzione del consumo energetico, i giardini verticali della biodiversità urbana e il monitoraggio dell’impatto ambientale. Cosa possiamo fare concretamente per tutelare l’ambiente?
    “Come società globale dobbiamo fare di più per la natura e il clima, ma nulla avverrà senza l’impegno pubblico. Come ci impegniamo? Solo se ci connettiamo alla natura. In che modo possiamo farlo? Notando cosa succede nei nostri giardini, balconi e altri spazi verdi. Credo davvero che la connessione sia la chiave per comprendere e poi agire, e questo può iniziare dai nostri giardini, dai patii, dai balconi e persino dai nostri davanzali. Solo così faremmo davvero la differenza che cambierebbe le vite e migliorerebbe la situazione della natura e del clima”. LEGGI TUTTO