Ottobre 2022

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    Un dispositivo “portatile” per estrarre i metalli rari dai rifiuti elettronici

    Dal forno del professor Terence Musho, all’Università della West Virginia, non esce pane o pasticcini, ma metalli rari e preziosi, alcuni più dell’oro, estratti dai rottami della tecnologia odierna, finiti qui, invece che in discarica. All’interno di una pila di mattoncini di ceramica, crea le condizioni per recuperare palladio, indio, tantalio, e altri minerali indispensabili per l’elettronica e i semiconduttori, per la cui estrazione gli Stati Uniti, come gran parte del mondo, dipendono dai Paesi orientali. Tra cui la Cina. È per questo che il Dipartimento della difesa americano ha deciso di finanziare lo sviluppo del suo progetto con 250 mila dollari attraverso Defense advanced research projects agency (Darpa).

    Raee, non basta smaltire correttamente. Il problema è il recupero dei metalli preziosi

    di Claudio Gerino

    05 Dicembre 2020

    È evidente che al Dod considerano strategica la capacità di poter recuperare minerali rari da lavatrici, televisori, lampadine al led, computer, cellulari e smartphone, diventati rifiuto, i Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche). Anche se è una pratica che si svolge da tempo, è ancora poco diffusa, con dispendio di energie, e alti costi ambientali. Ottenere di nuovo le piccole quantità di minerali da ogni dispositivo si usano processi come l’idrometallurgia, che utilizza la lisciviazione per separare le componenti dalle plastiche ma che generano grandi quantità di acque reflue spesso inquinanti. O la pirometallurgia, fusione in forni o in bagni, ancora più impattante per l’ambiente. Una alternativa, più green ma più lenta e meno efficiente, è quella della bioidrometallurgia. Servono dunque speciali impianti. La soluzione studiata da Musho, professore di Ingegneria meccanica e aerospaziale, ed Edward Sabolsky potrebbe risolvere questi problemi, compreso quello della “portabilità”.

    Energia

    Terre rare recuperate dai rifiuti (non solo elettronici), il riciclo che evita l’import

    Simone Valesini

    10 Febbraio 2022

    La capsula studiata dai due ricercatori è infatti piccola, modulare (quindi può essere prodotto un impianto più grande partendo dai singole ‘celle’) e trasportabile. Musho immagina uno di questi macchinari come servizio itinerante, per portare il riciclo di metalli in luoghi dove non esistono impianti a questo scopo, con le navi della Marina militare statunitense o addirittura dove ci sono tonnellate e tonnellate di rottami elettronici che attendono di essere smaltiti: lo spazio. “I detriti spaziali sono un problema che sta ricevendo sempre più attenzione – dice lo scienziato della West Virginia University – così un’idea nel futuro potrebbe essere quella di usarlo nello spazio. Potremmo raccogliere satelliti (ormai diventati) spazzatura, riciclarli e inviare i materiali di nuovo sulla Terra”.

    E ancora, portando una tecnologia di sviluppo militare per scopi civili, per dotare ogni quartiere o i piccoli centri, ognuno di un proprio impianto di riciclo di rifiuti elettronici. “Le comunità potrebbero riciclare i propri rifiuti e rivendere i materiali ai costruttori”, abbassando così, forse, anche i prezzi di mercato.

    Smaltimento

    Il problema dei rifiuti elettronici: li conserviamo perché non sappiamo dove buttarli

    di Simone Cosimi

    14 Ottobre 2022

    Secondo un rapporto dell’Unitar (L’Istituto delle Nazioni Unite per la formazione e la ricerca) che riporta dati del 2019, appena il 17 per cento delle 53 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici mondiali è riciclato correttamente. In fondo alla classifica ci sono i Paesi africani (0,9%) e quelli dell’Oceania (8,8%). Quelli asiatici si fermano all’11 per cento, il continente americano appena al 9,4. L’Europa è la più virtuosa, con il 42.5%. Gli Stati Uniti producono ogni anno oltre 6.000 tonnellate di e-waste con un tasso di riciclo del 15 per cento, la Cina supera le 10 mila tonnellate con un tasso di riciclo (assieme a Giappone e Korea del Sud) attorno al 20 per cento.

    Lo stesso rapporto evidenzia come il tasso di riciclo sia cresciuto nel corso degli ultimi cinque anni, ma non tiene il passo dell’aumento della produzione di rifiuti che è cinque volte tanto (0,4 milioni di tonnellate riciclate in più ogni anno a fronte di una crescita dello scarto di 2 tonnellate all’anno). Avere a disposizione camere di riciclo “portatili” favorirebbe quindi l’economia circolare innanzi tutto nei Paesi sviluppati, la cui maggior parte dei dispositivi non più utilizzati finisce o in discarica oppure viene spedita nei Paesi in via di sviluppo dove vengono ricondizionati e rivenduti. Dei quali poi però si perdono le tracce, dato il bassissimo tasso di riciclo dei componenti. Addirittura (specifica di nuovo il dossier) l’assenza di un settore che si occupi di gestire in maniera controllata questi rifiuti fa sì che vengano gestiti da un “settore informale”, con rischi ancora maggiori per la salute. LEGGI TUTTO

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    Smart city in gara

    Identificare progetti innovativi e d’impatto che mirano a decarbonizzare i trasporti nelle città e accelerare l’adozione della mobilità attiva, condivisa, collettiva ed elettrica. È questo l’obiettivo della “Sustainable Cities Climate Impact Challenge”, la sfida all’impatto climatico cui sono state invitate a partecipare le smart city. Un progetto, sponsorizzato da FedEx e coordinato da Eit Climate-Kic insieme a Eit Digital, che intende supportare la transizione verso una mobilità più pulita, verde e intelligente, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo, dell’Urban Mobility Framework e della Eu Cities Mission, mappando soluzioni innovative per ridurre l’inquinamento, il rumore e la congestione del traffico nelle città in più rapida crescita del mondo.

    I criteri di partecipazione

    Per candidarsi, le città degli stati membri dell’Ue, dei Paesi associati a Horizon Europe, del Regno Unito e della Svizzera (con una popolazione di almeno 25mila abitanti), sono state invitate a presentare un progetto che promuova la mobilità sostenibile, descrivendo 7 punti: problema da risolvere, proposta di soluzione, sequenza temporale del progetto, benefici climatici/ambientali/sociali previsti e la loro misurazione, possibilità di replicabilità in altre città e, se presenti, start-up, Pmi o Ong coinvolte. Tra le tematiche idonee alla sfida, i quartieri a basso traffico, le aree pedonali e le piste ciclabili, le infrastrutture e i parchi verdi, gli hub della mobilità, così come gli strumenti atti al cambiamento dei comportamenti, le app di pianificazione, oltre agli strumenti di raccolta, analisi, monitoraggio e valutazione dei dati. Che siano nuove idee, strategie urbane esistenti o emergenti, l’importante è che mirino a fare la differenza nell’area in cui vengono implementati, con strategie capaci di orientare le città verso sistemi di trasporto sempre più green per l’uomo e il pianeta.

    Fondi europei per la transizione

    I “vincitori” della Sustainable Cities Climate Impact Challenge, che saranno due o tre città europee con i progetti dal maggiore potenziale d’impatto, apprendimento e replicabilità, riceveranno un premio compreso tra i 50 mila e 75 mila euro circa per avviare e sviluppare soluzioni innovative alle sfide della mobilità cittadina, ove necessario con il supporto del personale dell’Eit Climate-Kic e dell’Eit Digital. LEGGI TUTTO

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    Cento smart city al 2030: missione Ue a rischio senza un’accelerata

    Continua senza sosta l’ambiziosa missione della Commissione Europea di arrivare a quota 100 smart city e a impatto climatico zero entro il 2030. Ma, per superare le barriere e accelerare nella transizione ecologica, urge una strategia chiara, con misure politiche definite, finanziamenti adeguati e tecnologie innovative, altrimenti l’obiettivo rischia di divenire “irraggiungibile”. Lo evidenzia il report “Fit for the Future Cities: How technology can accelerate Sustainable Change”, commissionato da Vodafone a Opinion Matters, che ha coinvolto dieci Paesi europei e intervistato 550 esperti per valutare in che modo le città stanno abbracciando il cambiamento. Ciò che “suona” forte e chiaro dalla survey è l’ampio sostegno a favore di soluzioni smart in tutta Europa.

    Molto resta da fare

    Nel dettaglio, l’88% delle città ha avviato il proprio percorso di trasformazione digitale, mentre il 72% ritiene che il tema sia “apprezzato” all’interno della propria governance nazionale. Su dieci città europee, sette prevedono di investire in soluzioni intelligenti in futuro, con più della metà (52%) che conta di spendere dai 2 ai 10 milioni di euro entro i prossimi tre anni.

    Ma la strada da percorrere nella creazione di un Europa ecologicamente ed economicamente sostenibile è ancora lunga. Tra i principali ostacoli al raggiungimento della maturità digitale la mancanza di fondi, le barriere legislative, le infrastrutture inadeguate, le problematiche legate alla privacy e alla sicurezza, così come la complessità delle procedure di appalto, oltre alla mancanza di strategia e competenze digitali.

    Città protagoniste del cambiamento

    “Le città intelligenti svolgono un ruolo essenziale in Europa nell’adattarsi alle più grandi sfide del nostro tempo come la crisi energetica in corso. Con tre quarti dei cittadini dell’Ue che vivono nelle città e le città che rappresentano il 78% del consumo energetico mondiale, dobbiamo investire in soluzioni digitali in grado di ridurre il consumo energetico complessivo e la dipendenza dalle fonti di energia del carbonio – commenta Joakim Reiter, chief external affairs officer di Vodafone Group – Se tutte le parti interessate dei settori pubblico e privato si uniscono per dare la priorità allo sviluppo di tecnologie innovative, infrastrutture adeguate e competenze digitali, possiamo affrontare le sfide della mobilità, della digitalizzazione e dell’efficienza energetica dell’Europa”.

    Pallino in mano alla politica

    A ricoprire un ruolo chiave nell’adozione di strategie per l’implementazione delle smart city in Europa è la politica che, secondo il report, con quattro azioni specifiche potrebbe fare la differenza tra successo e fallimento. Prima tra tutte garantire la disponibilità di finanziamenti adeguati, sia attraverso investimenti pubblici sia privati, informando le città del supporto a loro disposizione e offrendo indicazioni chiare su come accedervi. Poi incoraggiare e sviluppare progetti sul tema smart city attraverso la creazione di task force, utili per la condivisione dei dati e la sicurezza informativa, e strutture per misurare l’efficacia e l’impatto delle soluzioni intelligenti. Tra le azioni fondamentali, migliorare l’alfabetizzazione e le competenze digitali sia per la forza lavoro sia per i cittadini. Infine, offrire una connettività di alta qualità alla portata di tutti, considerata il “catalizzatore” per lo sviluppo di una città intelligente di successo. LEGGI TUTTO

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    Spreco alimentare: le strade per ridurlo in maniera consistente

    Primo non sprecare. Non solo per una questione di responsabilità ambientale e sociale, ma anche economica. In un periodo in cui i temi della sostenibilità sono al centro del dibattito pubblico, fa specie leggere i risultati di un report targato McKinsey dal titolo “Reducing food loss: What grocery retailers and manufacturers can do”.

    I danni dello spreco

    Secondo lo studio, il cibo che ogni anno va perduto o sprecato pesa per ben 620 miliardi di euro, non meno di un terzo di quanto viene prodotto ogni anno. Questo mentre buona parte del pianeta deve invece fare i conti con la piaga della povertà, con un difficile accesso al cibo. Infatti, sono ben 3,1 miliardi (su 7,8 miliardi di abitanti della Terra) le persone in stato di insicurezza alimentare e 828 milioni quelle che soffrono la fame, secondo i dati pubblicati della Fao in occasione della terza giornata mondiale della consapevolezza sullo spreco alimentare. Questo mentre le proiezioni demografiche sottolineano la necessità di aumentare la produzione agricola per sfamare una popolazione mondiale in crescita.

    Tra i prodotti più sprecati spiccano ortofrutta e cereali, responsabili di gran parte delle perdite, mentre la carne non va oltre il 3% totale e i prodotti lattiero-caseari si attestano pochi decimali più in alto.

    Le perdite sono imputabili a tre fattori, che incidono all’incirca nella stessa misura: in fase di raccolto, con le eccedenze di produzione; il cibo commestibile, ma non conforme alle specifiche del cliente; infine la quota non commestibile.

    Dove intervenire

    Il report sottolinea che all’incirca la metà degli sprechi alimentari avviene a monte della filiera (con il picco che viene raggiunto tra i pomodori), vale a dire durante la raccolta, in fase di movimentazione e stoccaggio post-raccolta o in fase di lavorazione.

    Il costo degli sprechi in realtà è anche superiore agli effetti diretti, dato che occorre considerare il consumo di acqua connesso agli sprechi e le relative emissioni di gas serra.

    Ecco perché la riduzione degli sprechi dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni globali, coinvolgendo tanto le istituzioni, quanto gli operatori privati e i cittadini. Gli analisti sottolineano che “siamo di fronte a una vera e propria emergenza, economica e sociale”, ma segnalano anche che ci sono spazi per intervenire e ridurre gli sprechi fino al 70%.

    Il ruolo degli operatori

    Produttori e rivenditori di generi alimentari possono svolgere un ruolo cruciale: forti del loro posizionamento al centro della filiera, potrebbero promuovere un processo di collaborazione per riutilizzare alimenti che altrimenti andrebbero sprecati, destinandoli all’alimentazione o a utilizzi alternativi, come le biomasse o i mangimi per alimentari. A fronte di un impegno diffuso da parte degli operatori, sottolinea il report, si potrebbero abbattere le emissioni di CO2 fino a sfiorare il 10%.

    Le azioni più efficaci per ridurre lo spreco, si legge ancora nello studio, richiedono la collaborazione tra produttori, retailer e fornitori attraverso una pianificazione a lungo termine. Un approccio necessario per evitare impegni spot, e pertanto non strutturali. LEGGI TUTTO

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    Frenata per i prezzi delle commodity agricole

    È ancora presto per dire se siamo in presenza di una vera e propria inversione di tendenza, ma i dati più recenti sulle commodity agricole fanno ben sperare. Anche perché i rialzi di inizio 2022 non hanno fin qui inciso solo sugli investitori, ma anche sull’accesso al cibo in varie aree del pianeta.

    Correzione in atto

    Sta di fatto che il Fao Food Price Index, indicatore dei prezzi mondiali delle materie prime alimentari, a settembre è calato per il sesto mese consecutivo (-1,1% rispetto ad agosto), raggiungendo quota 136,3 punti. Anche se questo livello resta comunque superiore (nell’ordine del 5,5%) rispetto a settembre del 2021.

    La correzione è stata molto forte nel campo degli oli vegetali (-6,6% da un mese all’altro), mentre i cereali hanno continuato a salire (+1,1% su agosto), a causa della siccità diffusa negli Stati Uniti e in buona parte del Sud America. I prezzi mondiali del mais sono invece rimasti per lo più stabili poiché il dollaro Usa forte ha contrastato la pressione di una prospettiva di offerta più limitata.

    Incertezza come tratto dominante

    Quanto al futuro, la situazione resta ricca di incognite. “I mercati faranno fatica anche nel 2023 a ricostituire livelli adeguati di scorte, condizione che aiuterebbe a contenere la volatilità di prezzo”, ha dichiarato Mauro Bruni, presidente di Areté in occasione dell’ultima edizione di Commodity Agricole. Una sintesi che aiuta a capire quanto sia incerto lo scenario dei prossimi trimestri tra conflitto in Ucraina, susseguirsi di eventi naturali estremi e speculazione finanziaria.

    Se nel 2021 la parola d’ordine era spillover/contagio, per la capacità dei mercati di influenzarsi a vicenda al rialzo, sottolinea un report presentato durante l’evento, l’anno che sta per finire passerà alla storia come quello della differenziazione.

    Uno scenario diversificato

    La situazione delle scorte resta complicata sul fronte dei cereali e questo, secondo le analisi di Aretè, apre le porte a un proseguimento della volatilità.

    Potrebbero restare su livelli elevati le quotazioni di semi e oli vegetali, a causa delle numerose emergenze climatiche (soprattutto la diffusa siccità nelle aree di produzione). Mentre sul fronte del cacao le scorte restano elevate e questo impedisce un’impennata dei prezzi.

    Al di là degli aspetti congiunturali, ci sono poi ragioni finanziarie dietro le forti escursioni dei prezzi. I mercati delle commodity agricole hanno un comportamento più simile ai beni industriali rispetto a quello dei prodotti agricoli in senso stretto. Gli scambi di strumenti finanziari derivati sono in costante crescita e questo spesso porta a uno scollamento rispetto ai fondamentali del sottostante. Uno scenario non così diverso da quanto si registra negli ultimi tempi sul Ttf di Amsterdam relativo al gas, con la speculazione che gioca un ruolo decisivo nell’orientare i prezzi. LEGGI TUTTO

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    Al Web Summit di Lisbona le startup per combattere il cambiamento climatico

    Lisbona. Biglietti già finiti da giorni, oltre 2600 fra startup e aziende presenti, più di mille i relatori e 70mila i visitatori attesi. Il Web Summit di Lisbona, uno degli appuntamenti dedicati all’innovazione più interessanti d’Europa, riapre i battenti dal primo al 4 di novembre e come al solito con numeri alti prima ancora di cominciare. “Le startup italiane quest’anno sono poco meno di novanta, per noi è un record”, spiega Paddy Cosgrave, mente e anima di quest’evento nato nel 2009 a Dublino, ma diventato grande in Portogallo dove si è trasferito dal 2016. “I temi sul tavolo sono tanti: figure come Noam Chomsky parleranno di intelligenza artificiale ad esempio; Chris Anderson, a capo di Ted, racconterà invece di come e perché le idee innovative si diffondono. Poi c’è il mondo della finanza e delle criptovalute, nei confronti delle quali lo scetticismo è forte dopo i tanti scandali che abbiamo visto di recente, senza dimenticare la medicina ad alta tecnologia e le soluzioni avanzate per affrontare il cambiamento climatico”.

    Il Web compie trent’anni: la festa al Cern

    di LUCA FRAIOLI

    12 Marzo 2019

    Fra gli altri saliranno sul palco Sir Tim Berners-Lee, che diede vita al Web nel 1989 ed è di casa a Lisbona. Quest’anno tratterà delle implicazioni del Web3. Tony Fadell, considerato come il “padre” dell’iPod e dei termostati smart Nest, terrà una lezione su come creare quel che vale davvero la pena produrre. Brad Smith, presidente di Microsoft, anche lui ormai ospite fisso del Web Summit, parlerà di un tema a lui caro, quello della misurazione e certificazione delle emissioni di gas serra attraverso la tecnologia. “Le emissioni di gas serra sono come il Covid. Non rispettano i confini fra nazioni, si propagano nell’aria e richiedono interventi e sforzi globali per trovare un rimedio”, ha spiegato a fine settembre.  LEGGI TUTTO

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    Ue, il supporto alle auto elettriche è una questione di geopolitica

    Non solo per l’ambiente. Per difendere la produzione automobilistica del Vecchio Continente e i relativi posti di lavoro, davanti al cambiamento epocale della mobilità dei prossimi anni, sono necessari incentivi da parte dell’Unione europea. Senza dei quali, i costruttori cinesi in particolare, potrebbero conquistare quote eccezionali arrivando a controllare dal 9 al 18% del mercato […] LEGGI TUTTO

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    Le richieste di Marevivo al nuovo ministro dell'Ambiente Pichetto Fratin

    “Rischiamo di perdere gli ultimi quattro anni di lavoro”. Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, è preoccupa per una legge che ha avuto una lunghissima gestazione e che infine era stata approvata in via definitiva durante l’ultima legislatura. “Ma perché la Salvamare entri in vigore occorrono una serie di decreti attuativi. che il precedente governo aveva promesso ma che non ha poi varato. Ecco perché abbiamo già scritto ad alcuni esponenti dell’esecutivo Meloni, a cominciare dalla premier”.

    Quali sono i ministeri che devono scrivere questi decreti attuativi?

    “L’ex Mite e il ministero dell’Agricoltura. La nostra lettera è infatti indirizzata ai ministri Lollobrigida e Pichetto Fratin”.

    Senza i decreti cosa succederà?

    “Che la legge Salvamare resterà nel cassetto e avremo perso gli ultimi quattro anni di impegno”.

    Perché ritenete fondamentale questa norma?

    “La legge è molto importante soprattutto per risolvere il problema della plastica in mare. Prevede infatti che i pescatori possano riportare a terra gli oggetti che rimangono impigliati nelle loro reti. Ancora oggi invece rischiano di essere sanzionati per trasporto illecito di rifiuti, e quindi ributtano tutto in mare. Inoltre, la legge prevede lo sbarramento dei fiumi per trattenere i rifiuti alla foce. L’80% della plastica che è in mare vi finisce attraverso i principali corsi d’acqua. Ma la Salvamare, tra le altre cose, disciplina anche i dissalatori: ci vogliono delle regole per impiantarli, una valutazione di impatto ambientale, perché sono infrastrutture che possono procurare più danni che benefici”.

    L’analisi

    Cosa ha detto sull’ambiente Giorgia Meloni

    di Fiammetta Cupellaro

    25 Ottobre 2022

    Oltre alla richiesta di rendere operativa la legge Salvamare, cosa vorreste chiedere al nuovo ministro dell’Ambiente?

    “Di ripensare le aree marine protette. Ne abbiamo 32 e sono bellissime, ma dobbiamo arrivare a 52 mettendo sotto tutela il 10% del nostro mare. E noi chiediamo una cosa in più: che d’ora in poi diventino Parchi nazionali marini. Non è solo una questione di etichetta, vogliamo che abbiano la stessa dignità dei Parchi nazionali terresti. Oggi le aree marine protette non hanno un personale che se ne occupi, ma solo un direttore: come si fa a gestirle? Oltre al personale, ci vogliono più fondi: ora si stanziano 5 milioni di euro l’anno per 32 aree marine, contro i 71 milioni di euro destinati ai 24 Parchi nazionali terrestri”.

    Nel suo discorso alla Camera la neopremier Meloni ha citato il mare italiano perché ricco di gas. Che ne pensa?

    “Noi dobbiamo andare verso le rinnovabili. Tutti gli investimenti in energia dovrebbero andare in quella direzione. Lo diremo al nuovo ministro dell’Ambiente. Le visioni, lo so, non sono univoche ma noi cercheremo di portare avanti la nostra. Velocizziamo le autorizzazioni a eolico e fotovoltaico, invece di trivellare”.

    Va bene anche l’eolico off shore?

    “Per me le pale eoliche sono bellissime, le trovo stupende, sono dei mulini moderni. Certo, dobbiamo capire che impatto hanno sugli uccelli e i cetacei. In questo senso, si sta conducendo uno studio nel Golfo di Taranto, per verificare se il locale impianto eolico interferisca con i delfini che si riproducono in quel tratto di mare”.

    E qual è la vostra valutazione sul neonato ministero del Mare?

    “Plaudiamo a questa decisione. Anche se è un dicastero senza portafoglio, speriamo che faccia da coordinamento tra tutti gli altri ministeri che si occupano di mare. Noi chiediamo una cabina di regia dal lontano 1993, quando fu chiuso il ministero della Marina mercantile che assolveva a questa funzione. Da allora le istanze del mare sono state spezzettate in sette diversi ministeri. Ci vuole una politica integrata del mare e speriamo sia la volta buona”.

    Un settore produttivo legato al mare è quello della pesca. Cosa direte al ministro Musumeci, che si occuperà di politiche del mare e per il Sud?

    “Che alla transizione ecologica e quella energetica andrebbe affiancate anche una transizione alimentare: non possiamo più pensare di mangiare come abbiamo fatto finora. Ci vorrebbero una pesca sostenibile, fermi pesca adeguati e attrezzature biodegradabili, invece di reti in plastica e cassette in polistirolo. Solo quest’anno abbiamo recuperato quatto chilometri di reti in plastica lungo le coste italiane. Il comparto della pesca deve essere più sostenuto dallo Stato, ma anche più consapevole e responsabile. Le soluzioni ci sono e noi siamo a disposizione per aiutare a metterle in pratica”. LEGGI TUTTO