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    Il vaccino può evitare che i bambini vengano contagiati – e diffondano – la COVID-19, ma i pediatri sperano che possa prevenire anche una patologia rara e pericolosa, conosciuta con il nome di Sindrome infiammatoria multisistemica dei bambini (MIS-C), documentata nei piccoli pazienti affetti da coronavirus. Questa sindrome può provocare l’infiammazione di numerosi organi vitali come cuore, polmoni e cervello.
    “In ospedale, assisto costantemente a queste malattie infiammatorie e sono preoccupato” afferma Joseph Domachowske, professore di pediatria presso la State University of New York Upstate Univesity di Syracuse. “Se potessimo impedire l’insorgenza dell’infezione stessa, potremmo prevenire le conseguenze post-infezione”.
    L’autunno scorso, l’autorevole Accademia americana di pediatria ha chiesto che i bambini venissero coinvolti negli studi sui vaccini anti COVID-19 e molti genitori attendono con ansia di sapere se i vaccini saranno disponibili prima dell’inizio dell’anno scolastico.
    Numerose sperimentazioni di vaccini contro la COVID-19 sono già in corso sugli adolescenti. Pfizer-BioNTech sta testando il suo vaccino contro il coronavirus su 2.259 ragazzi di età compresa tra i 12 e i 15 anni. Moderna sta arruolando 3.000 partecipanti dai 12 ai 17 anni e Johnson & Johnson ha dichiarato che lancerà una sperimentazione simile se il suo vaccino candidato riceverà l’autorizzazione di emergenza dall’FDA.
    I dati iniziali sui vaccini per i gruppi di adolescenti potrebbero arrivare intorno all’inizio dell’estate, mentre i dati per i bambini più piccoli potrebbero essere disponibili l’anno prossimo. Quando ciò avverrà, le aziende condurranno ulteriori studi sui bambini ancora più piccoli, fino ai 6 mesi di età.
    In una recente intervista a ProPublica, Anthony Fauci ha dichiarato che “a settembre 2021 all’apertura della scuola probabilmente saremo in grado di fare il vaccino agli alunni della prima elementare”. In Italia i tempi sembrano più lunghi al momento e si sente l’esigenza di svolgere nuovi studi clinici. Il vaccino Pfizer-Biontech può essere somministrato dai 16 anni in su, mentre il Moderna è indicato dai 18 anni in su.
    Basarsi sui risultati degli adulti
    Nonostante l’urgenza, Campbell spiega che un approccio a scaglioni è prudente nel caso dei vaccini anti COVID-19, poiché i bambini non sono nel gruppo a maggior rischio. Un recente studio islandese condotto su 40.000 persone riporta che i bambini al di sotto dei 15 anni hanno metà delle possibilità di contrarre il coronavirus e metà delle possibilità di diffonderlo.
    La cosiddetta “de-escalation per età” è una strategia comune nello sviluppo dei farmaci specialmente quando una malattia si presenta in forma più grave negli adulti, aggiunge Campbell che, ad esempio, sta studiando un vaccino universale per l’influenza che è stato testato prima negli adulti e che ha prodotto risultati promettenti. Ora ha intrapreso gli studi sui bambini in tre scaglioni di età così da poter mettere a confronto effetti collaterali, livelli di dosaggio e risposta immunitaria.
    Un vantaggio dello studiare gli adolescenti subito dopo gli adulti è che i ricercatori possono basarsi sui risultati degli adulti. A dicembre, durante il processo di revisione da parte dell’FDA del vaccino Pfizer-BioNTech, l’agenzia ha analizzato i dati di 21.720 persone che avevano assunto il vaccino nell’ambito dello studio di fase III. Quei dati mostravano chiaramente l’efficacia del vaccino del 94% nel prevenire la COVID-19.
    “Non abbiamo bisogno di ulteriori dati sull’efficacia”, spiega Robert Frenck, direttore del Centro di ricerca sui vaccini presso l’Ospedale pediatrico di Cincinnati, che lì riveste anche il ruolo di responsabile della sperimentazione sul vaccino Pfizer-BioNTech. “Sappiamo che è il 94%. Pensiamo che la risposta immunitaria ce lo confermerà”.
    Ecco perché gli sperimentatori stanno studiando un numero molto più ridotto di adolescenti per valutare la sicurezza del vaccino e convalidare i risultati degli adulti. Il concetto è noto con il nome di “ponte immunologico”: poiché gli studi sugli adulti hanno dimostrato l’efficacia del vaccino, è sufficiente valutare se anche gli adolescenti che lo ricevono producono correttamente gli anticorpi per proteggersi dalle future infezioni da COVID-19.
    Inoltre è opportuno occuparsi innanzitutto degli adolescenti perché hanno maggiori possibilità di infettarsi rispetto ai bambini più piccoli. In un’analisi dei casi pediatrici di COVID-19, i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni rappresentavano fino al 63% dei casi mentre i bambini dai 5 agli 11 anni di età costituivano appena il 37%.
    Poiché il sistema immunitario nei bambini si sviluppa nel corso del tempo, valutare i vaccini anti COVID-19 nei più piccoli richiederebbe una strategia totalmente nuova per rilevare se hanno bisogno di una formulazione o di un dosaggio diversi, spiega Domachowske, che supervisiona i trial pediatrici per Pfizer-BioNTech presso la SUNY Upstate University.
    “I bambini non sono affatto dei piccoli adulti”, aggiunge. Anche se i bambini raggiungono livelli di immunità simili a quelli degli adulti intorno ai sei anni di età, il ritmo varia da bambino a bambino, in base a fattori genetici e ambientali.  
    Nello studio Pfizer-BioNTech sui bambini da 5 a 11 anni, che potrebbe partire già a marzo, i partecipanti inizieranno con una dose ridotta rispetto alla quantità attualmente somministrata ad adulti e adolescenti. “È giusto per vedere gli effetti collaterali e dimostrare la comparsa di una risposta immunitaria protettiva”, prosegue Domachowske. “Poi, se sarà necessario, proveremo una dose maggiore per vedere se è accettabile e stabilire se il vaccino presenta un profilo di sicurezza ed efficacia simile a quello degli adulti”.
    Le fasi successive includeranno bambini fino all’età di 2 anni e poi i neonati fino all’età di 6 mesi. In base ai risultati, i produttori dei vaccini potrebbero arrivare a produrre una dose diversa per i bambini più piccoli.
    Domachowske ricorda che spesso i pediatri somministravano metà della normale dose del vaccino antinfluenzale ai bambini da 6 mesi a tre anni per un eccesso di prudenza, ma di recente hanno iniziato a somministrare l’intera dose dopo che i nuovi dati hanno mostrato che la dose completa era tollerata altrettanto bene e produceva una risposta anticorpale uguale o anche superiore.
    Valutare la ricerca
    Questo cauto approccio alla ricerca pediatrica è in apprezzato contrasto a quanto avveniva nel periodo compreso tra i primi anni del ‘900 e gli anni ‘70 quando, in nome del progresso medico, alcuni bambini venivano sottoposti ad abusi, spiega Douglas Diekema, direttore della formazione del Treuman Katz Center for Pediatric Bioethics presso l’Ospedale pediatrico di Seattle.
    “Poche persone sono a conoscenza delle storie dei bambini negli istituti coinvolti in pratiche di ricerca vergognose”, afferma.
    Ecco alcuni esempi scioccanti: nel 1949, decine di ragazzi presso la Fernald State School in Massachusetts, ora chiusa, hanno mangiato fiocchi d’avena avvelenati con traccianti radioattivi nell’ambito di un esperimento per studiare le modalità di transito nel corpo dei nutrienti. Un altro studio durato 14 anni, iniziato nel 1956 presso la Willowbrook State School di Staten Island, New York, che ospitava bambini con disabilità cognitive, prevedeva che ai bambini sani venisse somministrato di proposito il virus vivo dell’epatite da campioni di feci di bambini malati per vedere se avrebbero contratto la malattia.
    A seguito delle diffuse riforme degli anni ‘70, tutte le ricerche con soggetti umani devono essere esaminate da un comitato di revisione istituzionale dell’ospedale. Inoltre, oggi i bambini sono espressamente protetti dalla legislazione creata nel 1983, aggiunge Liza-Marie Johnson, responsabile del Comitato etico ospedaliero del St. Jude Children’s Research Hospital di Memphis, in Tennessee.
    “Alcune persone si sono chieste perché i bambini non sono stati arruolati prima negli studi sulla COVID-19, ma lo scopo di questi regolamenti è proteggere i bambini da rischi non necessari”, ribadisce Johnson. I bambini sono stati arruolati infatti solo nel momento in cui sono stati disponibili dati sufficienti sulla sicurezza dei vaccini negli adulti. “La ricerca è aperta ai minori quando una sperimentazione è a basso rischio e offre un potenziale beneficio”.
    Tuttavia, i ricercatori faticano quotidianamente a convincere i genitori ad arruolare i loro figli negli studi pediatrici. E non sorprende sapere che la percentuale di risposte positive all’arruolamento è direttamente correlata alla gravità della malattia del bambino. “I genitori sono estremamente motivati a partecipare se il figlio soffre di una malattia rara” spiega Erica Denhoff, responsabile del programma educativo dell’Institutional Centers for Clinical and Translational Research presso l’Ospedale pediatrico di Boston. “Molto spesso i farmaci sperimentali sono l’unica speranza di sopravvivenza o di poter condurre una vita normale”.
    Coinvolgere i bambini nei trial clinici diventa molto più complesso se essi non si trovano in una situazione di immediato pericolo e la partecipazione richiede frequenti appuntamenti o monitoraggio. I genitori tendono ad abbandonare gli studi che prevedono orari rigidi oppure implicano problematiche nella gestione dei bambini o nella logistica, spiega la ricercatrice.
    Anche partecipare agli studi sui vaccini per la COVID-19 richiede un impegno notevole. Egbert spiega che per lo studio Moderna, le sue figlie hanno dovuto tenere un diario dei sintomi per una settimana dopo entrambe le iniezioni, presentarsi a visite regolari in modalità di telemedicina e sottoporsi a test per il coronavirus e a quattro prelievi del sangue nel corso di 13 mesi. “Gli ho spiegato che è come un lavoro”, racconta la madre, e aggiunge che verranno ricompensate ciascuna con 1.600 dollari che riceveranno a rate da Moderna, a condizione che rimangano nello studio.
    L’importanza della motivazione
    Secondo Tricia Barrett, vicepresidente senior e amministratore delegato di Praxis Communications, un’azienda che recluta partecipanti per gli studi clinici, il modo più efficace di arruolare e trattenere i partecipanti nello studio è aiutarli a vedere uno scopo nella sperimentazione.
    “Ci vuole molto altruismo. I genitori pensano ‘non sto solo aiutando mio figlio, ma anche i figli degli altri’”, prosegue. “Nel caso dei bambini, li aiutiamo a sentirsi parte di qualcosa di molto speciale”. 
    Bob McDonnell è uno dei quasi due milioni di leggendari “pionieri della polio”, la cui partecipazione agli studi di Salk ha aiutato a bloccare la diffusione della malattia paralizzante. All’età di nove anni, non aveva molta voce in capitolo sulla partecipazione. Ma nel corso del tempo, l’ora pensionato 76enne di Loveland, in Colorado, ha sviluppato un maggiore senso di gratitudine per il suo ruolo. “Adesso sono contento di aver partecipato a qualcosa di buono per l’umanità”, afferma.
    Charles e Lara Mashek di Oklahoma City hanno considerato anche le implicazioni pratiche e sociali quando hanno coinvolto le loro figlie, di 12 e 14 anni, nella sperimentazione Moderna presso il Lynn Health Science Institute. Entrambi medici, erano già stati vaccinati contro la COVID-19 e non vedevano l’ora che le loro figlie avessero la possibilità di ricevere il vaccino. “Crediamo fermamente nei vaccini, e vediamo il valore dei test e degli studi clinici”, spiega Charles Mashek.
    La quattordicenne Elizabeth Mashek concorda con il padre e conclude: “Sono orgogliosa di partecipare, penso che sia qualcosa di molto speciale”.   LEGGI TUTTO

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    Diabete e vaccino anti-Covid, una scelta salvavita

    Diabete e Covid 19
    di Alberta MascherpaPubblicato il: 24-02-2021

    Sono una delle categorie più a rischio, confermano i dati. Ecco perché vaccinarsi per chi soffre di diabete è fondamentale.
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    Sanihelp.it – Il Covid è un nemico pericoloso, per le persone con diabete loè ancora di più. Per questo la Società Italiana di Diabetologia, insieme all’Associazione Medici Diabetologi e alla Società Italiana di Endocrinologia, si sono fatte promotrici della richiesta di rendere prioritaria la vaccinazione anti-Covid per le persone con diabete.
    A ulteriore conferma di quanto il vaccino sia fondamentale per la popolazione diabetica, arrivano i risultati aggiornati dello studio Coronado, pubblicati oggi su Diabetologia dai professori Bertrand Cariou e Samy Hadjadj dell’Università di Nantes in Francia.
    I dati pubblicati a maggio evidenziavano che il 10% delle persone con diabete e Covid moriva entro la prima settimana di ricovero. Secondo la nuova analisi, effettuata su 2.796 partecipanti, arruolati presso 68 centri ospedalieri francesi, evidenzia che un paziente su 5, tra i diabetici ricoverati per Covid muore entro 28 giorni dal ricovero. Una glicemia elevata al momento del ricovero si associa infatti a un aumentato rischio di morte.
    «La pandemia di Covid» afferma il professor Agostino Consoli, presidente della Società Italiana di Diabetologia «continua a mietere vittime che sono certamente molto più numerose tra le persone già affette da altre patologie e tra queste vanno incluse quelle che soffrono di diabete».
    Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità il diabete mellito è presente nel 30% dei pazienti deceduti per Covid-19, una percentuale significativamente superiore rispetto alla prevalenza della malattia diabetica nella popolazione generale che in Italia interessa il 6,7 % tra uomini e donne.
    Recentissimi studi internazionali non fanno che confermare questo dato drammatico. Un lavoro inglese del dottor Andrew McGovern dell’Università di Exeter, appena pubblicato online su Diabetologia, dimostra che tra i soggetti affetti da Covid il rischio di morte in un individuo di 50 anni con diabete è pari al rischio di morte di un soggetto di 66 anni senza diabete. «Lo studio osservazionale francese Coronado conferma che 1 su 5 pazienti diabetici ricoverati per Covid va incontro al decesso durante le prime quattro settimane di ricovero» continua l’esperto.
    «Dati drammatici che sottolineano ancora volta quanto sia fondamentale ed irrinunciabile, per tutti, ma in particolare per le persone con il diabete, prevenire il contagio e proteggersi con il vaccino» commenta il dottor Consoli. 
    «Tutti i dati ad oggi disponibili dimostrano che anche nelle persone con diabete la vaccinazione anti-SARS Cov 2 è efficace e sicura» commenta l’esperto. «E’ quindi necessario che le persone affette da questa condizione si rendano conto di quanto sia fondamentale la protezione offerta dal vaccino e corrano a vaccinarsi appena questo sarà possibile nelle loro sedi. Questo sempre continuando a rispettare scrupolosamente nei comportamenti le norme di sicurezza generali necessarie per limitare la trasmissione del virus cioè l’uso della mascherina e il distanziamento sociale».

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    Luna Rossa Prada Pirelli vince la PRADA Cup e vola in finale contro Emirates Team New Zealand

    Il campo A è stato quello prescelto per disputare le due regate in programma, con previsioni di vento leggero da nord/nord-est, tra i 9 e i 12 nodi di intensità. Nella prima regata entrambe le barche partono sulla linea in perfetto timing, con un leggero vantaggio degli inglesi sottovento, che si spingono fino al boundary di sinistra. Luna Rossa li segue in marcatura stretta, entrambe le barche virano rimbalzando sul lato destro del campo.
    Luna Rossa appare più veloce e rapida delle manovre, già a metà della prima bolina passa in controllo. Un brutto giro di boa degli inglesi al secondo gate, porta Luna Rossa a mettere ancora altri metri di distanza. Il resto della regata prosegue in controllo sull’avversario e finisce con un distacco di 1:45 secondi.
    Nella seconda prova Luna Rossa prende una penalità per aver attraversato la linea un secondo prima dello 0, per cui secondo la regola, per scontarla deve rallentare in modo da perdere 50 metri. La prima bolina è un testa a testa che si trasforma in un vantaggio di 12 secondi gia nel primo gate, il resto è solo la replica della precedente regata. Luna Rossa chiude con 0:56 secondi davanti al team inglese.
    Con queste due magistrali vittorie il team diventa lo sfidante per la 36esima America’s Cup presented by PRADA, che inizierà il 6 marzo ad Auckland. LEGGI TUTTO

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    Il mistero del passo di Dyatlov: la scienza può spiegare il tragico incidente?

    Ottenuto il codice, i due scienziati avevano ora bisogno di numeri realistici relativamente ai valori di forza e pressione che il corpo umano subisce quando è colpito da una valanga. In questo caso, le informazioni sono state recuperate dall’industria automobilistica.
    “Abbiamo scoperto che negli anni ‘70 General Motors (GM) si procurò 100 cadaveri” racconta Puzrin, “per simulare l’effetto dell’impatto sulla cassa toracica di diversi pesi a diverse velocità”, per vedere cosa sarebbe successo in caso di incidente automobilistico. Quei dati furono poi usati per calibrare l’efficacia delle cinture di sicurezza.
    Alcuni dei cadaveri usati per i test di GM erano stati dotati di supporti rigidi, mentre altri no: una variabile che si rivelò una casualità fortunata per Puzrin e Gaume. Ma torniamo sui pendii del Kholat Saykhl: gli escursionisti del gruppo avevano allestito i letti sugli sci; questo significa che la valanga, che li investì nel sonno, incontrò oggetti particolarmente rigidi, e significa anche quindi che gli esperimenti eseguiti sui cadaveri di GM negli anni ‘70 potevano essere usati per calibrare i modelli di impatto con notevole precisione.
    I modelli a computer dei ricercatori hanno dimostrato che il blocco di 5 metri di neve compressa avrebbe potuto facilmente, in quella particolare situazione, causare la frattura di costole e crani delle persone che stavano dormendo su supporti rigidi. Tali lesioni furono probabilmente gravi, ma non letali, quantomeno non subito, afferma Puzrin.
    Jordy Hendrikx, direttore dello Snow and Avalanche Lab (Laboratorio valanghe e neve, NdT) dell’Università statale del Montana che non è stato coinvolto nell’attuale ricerca, da tempo ipotizzava che una valanga fosse la causa più plausibile dell’incidente del Passo di Dyatlov, ma quello del Kholat Saykhl non era un terreno normalmente soggetto a valanghe. Hendrikx afferma che le simulazioni del team hanno invece ricreato le dinamiche di quella terribile notte in modo molto credibile.
    “La loro simulazione sembra assolutamente verosimile” afferma Hendrikx “è molto interessante vedere come i nuovi sviluppi della scienza relativamente allo studio delle valanghe possa gettare nuova luce su questo enigma storico”.
    È piuttosto sorprendente che una valanga di così ridotte dimensioni possa causare lesioni così gravi, afferma Jim McElwaine, esperto di rischi geologici presso la Durham University in Inghilterra, che non è stato coinvolto nello studio. Egli ipotizza il blocco di neve estremamente compatto per muoversi a una certa velocità e arrivare a causare tali effetti.
    Freddie Wilkinson, uno scalatore professionista e guida che non ha partecipato al lavoro, afferma che è più che plausibile che una lastra del genere, apparentemente innocua, possa invece causare gravi lesioni fisiche: “Ci sono lastre che arrivano ad essere estremamente dure, ed è assolutamente possibile che arrivino a causare ferite traumatiche di questa entità” afferma.
    “Sono assolutamente convinto che quella tragedia sia stata il risultato dei venti e della neve da questi depositata, e del fatto che degli escursionisti si accamparono a ridosso del pendio”, aggiunge Wilkinson “nella mia carriera di scalatore ho fatto più volte questo stesso errore”. Durante una spedizione in Antartide nel 2012 il team di Wilkinson montò le tende all’interno di un cerchio di pareti di neve appositamente realizzate dal team stesso in modo da deflettere il vento. Tornati al campo dopo tre giorni, trovarono due delle tende completamente sepolte.
    La valanga che sembra essersi verificata il 1 febbraio 1959 sul Kholat Saykhl è stato un evento incredibilmente raro. Ma anche gli eventi rari si verificano, ed è possibile che quell’evento si sia verificato in quel punto specifico, in quel momento esatto, proprio in quella notte d’inverno.
    La tempesta perfetta
    Su quello che accadde dopo la valanga si possono fare soltanto delle ipotesi, ma la teoria attualmente più condivisa e che gli escursionisti abbiano tagliato la tenda, ormai sepolta dalla neve, per uscire, scappando in preda al panico e cercando temporaneamente rifugio tra gli alberi, a circa un chilometro e mezzo di distanza più a valle. Tre di loro erano gravemente feriti, ma tutti sono stati trovati fuori dalla tenda, quindi è probabile che chi era in condizioni migliori abbia portato fuori i feriti, nel tentativo di salvarli. “Questa è una storia di coraggio e di amicizia” afferma Puzrin.
    La maggior parte dei nove escursionisti che persero la vita sul Kholat Saykhl morirono per ipotermia, mentre per alcuni è possibile che la morte sia sopraggiunta per le gravi ferite. Il fatto che alcuni membri del team siano stati trovati svestiti rimane enigmatico (lo spogliamento paradossale potrebbe essere una spiegazione), così come le relazioni in cui si riporta che su alcuni dei corpi sono state trovate tracce di radioattività (che potrebbero derivare dal torio presente nelle lampade da campeggio). La mancanza di occhi e lingua in alcune vittime potrebbe essere il semplice risultato dell’azione di animali necrofagi, ma anche questa rimane una questione aperta.
    Questo nuovo studio non cerca di spiegare tutto ciò che accadde nel 1959, e probabilmente il caso del Passo di Dyatlov non si chiuderà mai del tutto, afferma Gaume. Questo studio offre semplicemente un resoconto plausibile degli eventi che portarono alla tragica morte degli escursionisti sul Kholat Saykhl.
    E questo ha la sua importanza, non ultimo perché il mistero che avvolge questa tragedia rimane una grande sofferenza per i parenti delle vittime. In Russia è stato detto anche che questi escursionisti si sono esposti stupidamente a rischi non necessari, che alla fine li hanno uccisi. “Questo in qualche modo sporca la loro memoria” afferma Puzrin, il cui studio mostra che questa inusuale valanga avrebbe sorpreso anche scalatori professionisti con molta più esperienza. I membri del team di Dyatlov, continua Puzrin, erano molto competenti e non avrebbero mai sottovalutato il pericolo che comporta accamparsi su un pendio scosceso.
    Gaume teme tuttavia che la spiegazione da loro fornita sia troppo lineare per essere accettata dall’opinione pubblica. “Le persone non vogliono credere che sia stata una valanga”, afferma “è una spiegazione troppo normale”. Questo inesorabile scetticismo, unito alla natura enigmatica dell’incidente del Passo di Dyatlov, manterranno in vita le teorie complottiste ancora per molto tempo.
    “Per me questa è una storia molto potente, profonda e toccante, perché si tratta di un gruppo di ragazzi partiti per esplorare la natura che non hanno potuto fare ritorno” afferma Wilkinson.
    “Tragedie misteriose come questa sono perfette per dare adito a ipotesi inverosimili perché non sapremo mai con certezza cosa accadde”. LEGGI TUTTO

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    Comedoni, come eliminarli naturalmente

    Cure dolci
    di Stefania D’AmmiccoPubblicato il: 23-02-2021

    Come tornare ad avere una pelle pulita, e libera dalle impurità, utilizzando semplici ingredienti a basso costo
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    Sanihelp.it – I comedoni sono spesso visti come inestetismi fastidiosi e difficili da eliminare.
    Consistono nella chiusura di un follicolo pilifero mediante la presenza di cheratina in eccesso, insieme al sebo, la sostanza oleosa che viene prodotta naturalmente dalla nostra pelle.
    Esistono diverse cause che possono portare alla formazione dei comedoni, che vengono anche chiamati punti neri.
    Le cause più diffuse sono quelle genetiche, la menopausa, ma anche gli altri squilibri ormonali. Inoltre, alcuni prodotti per la pelle possono andare ad occludere i pori, così come l’uso di prodotti esfolianti che sia fatto in modo troppo aggressivo.
    Infine, anche l’alimentazione e il fumo possono portare alla formazione dei comedoni.
    Esistono dei rimedi naturali grazie ai quali sarà possibile eliminare i comedoni e prevenirne la ricomparsa.
    Ecco alcune proposte che tutti potranno mettere in pratica facilmente.
    Maschera all’argilla
    Si potrà preparare una maschera all’argilla verde in grado di liberare la pelle dai comedoni. Si dovrà mescolare l’argilla (due cucchiai) con acqua. Poi, si andrà a massaggiare il composto sulla pelle e si lascerà agire per quindici minuti, prima di risciacquare.
    Bicarbonato e limone
    Con questi due ingredienti sarà possibile creare una soluzione da applicare sul viso. Si mescolerà un cucchiaino di bicarbonato, un cucchiaino di succo di limone e mezzo bicchiere d’acqua. Si lascerà in posa per qualche minuto prima di risciacquare.
    Miele e cannella
    Il miele e la cannella possono essere usati per creare una maschera in grado di eliminare i comedoni e di prevenirli, grazie alle proprietà antibatteriche del miele e di stimolazione della circolazione della cannella.
    Si mescolerà un cucchiaino di miele con uno di cannella in polvere. Si applicherà il tutto sul viso e si coprirà la pelle con una garza pulita o un panno.
    Si lascerà in posa per cinque minuti e poi si potrà risciacquare.

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    Una piattaforma digitale per l'oncologia

    Tumori: prevenzione e terapie
    di Elisa BrambillaPubblicato il: 23-02-2021

    La piattaforma nasce con lo scopo di migliorare il coinvolgimento dei pazienti
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    Sanihelp.it – Si tratta di un accordo tra PatchAi, start up italiana di digital health, e Roche, per dare vita a PatchAi for Smart Health Companion, una piattaforma per pazienti oncologici, disponibile da luglio 2020, nata con lo scopo di far si che i medici possano contare su una soluzione digitale di telemedicina per assistere i propri pazienti affetti da patologie emato-oncologiche in tempo reale.
    Con questa soluzione dedicata ai Patient Support Programs (PSPs) PatchAi entra anche nell’area dei percorsi di cura standard.
    I pazienti vengono coinvolti da questo assistente virtuale nell’autogestione delle proprie condizioni di salute, nel miglioramento dell’aderenza alle terapie e nella compilazione di diari giornalieri.
    I dati raccolti vengono analizzati per migliorare l’assistenza ai pazienti e la loro esperienza. Il progetto getta le basi per ottimizzare l’erogazione dei servizi sanitari indirizzandoli verso la trasformazione digitale, cosa che si sta rivelando utile in particolare in questo periodo di pandemia, durante il quale si è assistito a un brusco calo delle visite preventive e di controllo.
    I dati preliminari sui pazienti che utilizzano la piattaforma rivelano un’aderenza al protocollo fino al 95%, nettamente superiore rispetto ad altri applicativi simili.
    «Siamo lieti di aver realizzato questo progetto lavorando in prima linea per realizzare oggi ciò di cui i pazienti necessiteranno all’interno del digital health – ha affermato Alessandro Monterosso, Ceo e co-fondatore di PatchAi – con questo risultato, continuiamo a impegnarci a svolgere un ruolo attivo nel ridefinire e rivoluzionare il patient engagement nell’ambito della sanità digitale. Collaboreremo con gli operatori sanitari per supportare i pazienti in modo rapido ed efficace traducendo il concetto di centralità del paziente in programmi che ne dimostrino l’affidabilità e l’efficacia da un punto di vista economico-sanitario».

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    La mossa disperata del ghepardo

    Un gruppo di ghepardi tenta di cacciare un orice

    Riuscirà questo ghepardo a scampare alla furia della zebra?

    I primi passi di un pulcino di oca facciabianca

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