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    Le origini degli spinosauri: nuovi fossili del feroce “airone infernale” rivelano interessanti informazioni

    Descritti nella rivista Scientific Reports, i fossili ritrovati sull’isola appartengono a due nuovi tipi di spinosauridi, un enigmatico gruppo di grandi dinosauri predatori famosi per il loro aspetto, che ricorda quello di un coccodrillo. Basandosi sulle proporzioni dei due stretti cugini, i due dinosauri dovevano avere un aspetto davvero spaventoso. Ciascuno era lungo circa 8 metri dal muso alla coda, e alto all’incirca 2 metri fino all’anca.Gli scienziati hanno dato ai fossili due nomi: Ceratosuchops inferodios, che tradotto significa “airone infernale cornuto dal volto di coccodrillo”, ispirato alle ipotesi secondo cui gli spinosauridi erano predatori fluviali come i moderni aironi, e Riparovenator milnerae, che significa invece “cacciatore fluviale di Milner”, in onore dell’esperta inglese di spinosauridi Angela Milner.

    Le ossa di entrambe le specie sono frammentarie ma apportano un essenziale contributo in termini di diversità alla schiera degli spinosauridi, che non conosciamo ancora a fondo e che presentavano caratteristiche anatomiche piuttosto singolari, come il muso simile a quello del coccodrillo e talvolta enormi “vele” sul dorso.

    La scoperta dei fossili potrebbe anche aiutare a chiarire le origini evolutive degli spinosauridi, permettendo di tracciare l’albero genealogico della famiglia con maggiore precisione. A sua volta, ciò potrebbe aiutare i paleontologi a studiare il famoso spinosauro, una specie di dinosauro che si era stabilito nei sistemi fluviali dell’attuale Nordafrica oltre 95 milioni di anni fa.

    Per l’autore principale dello studio Chris Barker, dottorando presso l’Università di Southampton, questo lavoro è il coronamento di una vita da appassionato di dinosauri carnivori. Da bambino visitava regolarmente il Museo di storia naturale di Londra, ammirando a bocca aperta il calco dello spinosauride Baryonyx, uno dei parenti più prossimi delle nuove scoperte di Barker.

    “Avere la possibilità di studiare qualcosa che da bambino avevi quasi idolatrato…mi rendo conto di essere davvero privilegiato”, racconta.

    I fossili appena descritti sottolineano una volta di più quanti dinosauri devono ancora essere scoperti. Ceratosuchops e Riparovenator provengono dalla Formazione Wessex, che fa parte di una più ampia serie di strati rocciosi che i paleontologi setacciano fin dagli inizi del 1800.

    “Sotto molti punti di vista, conosciamo ancora davvero poco la diversità degli antichi dinosauri”, afferma il paleontologo dell’Università del Maryland Tom Holtz, esperto di spinosauridi non coinvolto nel nuovo studio. “Non abbiamo informazioni complete nemmeno per quelle che consideriamo formazioni ben studiate!”

    Alla ricerca degli spinosauri

    Anche se i fossili di spinosauridi sono conosciuti da oltre un secolo, ricostruire questi animali è stata un’impresa durata diversi decenni. I fossili sono rari e spesso frammentari; le prime ossa conosciute di spinosauro furono distrutte durante la Seconda guerra mondiale, ostacolando le attività di studio di questa creatura.

    Nel 1986, i paleontologi britannici Alan Charig e Angela Milner hanno annunciato che tra le rocce del Surrey, in Inghilterra, era stato ritrovato uno spinosauride quasi completo vissuto all’incirca tra i 129 e i 125 milioni di anni fa. Questo fossile, chiamato Baryonyx walkeri, era la conferma che gli spinosauridi presentavano un cranio di forma allungata, simile a quello del coccodrillo, grandi artigli anteriori e un lungo collo sottile. Il Baryonyx ora funge da fondamentale punto di riferimento per gli spinosauridi, e aiuta a completare i dettagli degli altri che sono stati ritrovati da allora in Spagna, Brasile, Thailandia, Marocco, Niger e Australia.

    Nei decenni seguenti, tra le rocce dell’Inghilterra meridionale sono state rinvenute le prove del fatto che il Baryonyx non era l’unico spinosauro in zona. Ad esempio, i denti di spinosauride trovati nelle rocce della regione presentavano un’ampia gamma di forme e dimensioni, forse compatibili con le variazioni da individuo a individuo, ma forse anche il segno della presenza di più specie che circolavano tra quelle rocce.

    E a questo punto entra in campo Neil Gostling, biologo evoluzionista dell’Università di Southampton, che si è impegnato per dare vita a una partnership con il Dinosaur Isle Museum dell’Isola di Wight quando ha saputo che il museo aveva acquisito alcuni fossili ritrovati a Chilton Chine, una vicina zona costiera circondata da antiche scogliere in pietra arenaria. Nel 2019 Barker ha iniziato il suo dottorato sotto la guida di Gostling e ha deciso di concentrarsi sulle ossa per la sua ricerca.

    Nel corso di diversi anni Barker ha attentamente notato molti diversi tratti anatomici tra le ossa e ha confrontato quei tratti con quelli degli spinosauridi conosciuti. Quando lui e i suoi colleghi hanno applicato modelli computerizzati ai dati, hanno scoperto che i resti dell’Isola di Wight probabilmente rappresentavano due diversi tipi di spinosauridi, entrambi parenti stretti del Baryonyx e di uno spinosauride della Nigeria chiamato Suchomimus.

    Verso la fine del progetto, Barker, Gostling e i loro colleghi hanno organizzato una catena di e-mail per decidere i nomi dei nuovi dinosauri. Milner era morta in agosto all’età di 73 anni, dopo una brillante carriera presso il Museo di storia naturale inglese. Il team ha deciso che onorarla “fosse la cosa più giusta da fare”, racconta Gostling. “È stata la studiosa che ha davvero portato avanti la ricerca facendo in modo che il pubblico potesse conoscere gli spinosauri”.

    Strane migrazioni

    Per il momento non è chiaro se Ceratosuchops e Riparovenator si siano sovrapposti nel tempo l’uno con l’altro oppure con il Baryonyx. Le ossa dei nuovi dinosauri sono cadute dalle scogliere esposte, rendendo molto più difficile capire in quale strato di roccia fossero esattamente seppellite — un’informazione che permetterebbe di datare le ossa con maggiore precisione. La migliore stima è che entrambe le nuove specie abbiano vissuto all’incirca tra 129 e 125 milioni di anni fa, agli albori del Cretaceo.

    Comunque, il nuovo studio ha fatto luce sui movimenti degli spinosauridi sulla Terra antica. Quando Barker e i suoi colleghi hanno realizzato un albero genealogico aggiornato di questo gruppo, hanno scoperto che la maggior parte delle specie più antiche vicine alla base dell’albero vivevano in quella che oggi è l’Europa.

    Quella scoperta rafforza l’idea che l’antica terra d’origine degli spinosauridi si trovasse nell’emisfero boreale, probabilmente all’interno dell’Europa. In tal caso, gli spinosauri sono emigrati nell’attuale Africa almeno due volte: una prima ondata, che ha dato origine al Suchomimus in Niger, e una seconda ondata successiva che ha dato origine allo Spinosaurus e al suo parente nordafricano.

    Ma se gli spinosauridi hanno avuto origine in Europa, un grande mistero sui dinosauri si infittisce. Per gran parte dell’era dei dinosauri, Europa, Asia e Nord America erano collegate. Resti di spinosauridi sono stati rinvenuti in Europa e Asia, ma nessuna prova fossile evidente di questo gruppo è mai stata trovata in Nord America.

    L’assenza di spinosauridi in Nord America è ancora più enigmatica perché è evidente che a quel tempo altri gruppi di dinosauri non avevano problemi a spostarsi tra Nord America e Asia. Non vi sono segni ovvi del fatto che nei territori del Nord America mancassero gli habitat prediletti dagli spinosauridi. Le formazioni rocciose in Montana, Wyoming, Utah, Texas e Maryland risalgono tutte al periodo in cui gli spinosauridi vivevano altrove e offrono gli habitat costieri o fluviali preferiti da questa famiglia di dinosauri.

    “Non c’è un motivo particolare per cui questa specie debba essere stata esclusa, quindi sì, è un fatto curioso”, spiega Holtz. “Ci basterebbe trovare anche un solo dente”.

    Tornando sull’Isola di Wight, il lavoro di Barker e Gostling sugli spinosauridi è solo all’inizio. Barker fa notare che i fossili di Ceratosuchops e Riparovenator includono parti della scatola cranica dei dinosauri, il che significa che le future scansioni dei fossili potrebbero fornire dati sulla forma del cervello di questi animali.

    Gli scienziati aggiungono che sull’Isola di Wight sono stati ritrovati altri fossili di spinosauridi che attendono di essere descritti – materiale che resterà, insieme al Ceratosuchops e al Riparovenator nel Dinosaur Isle Museum, che fungerà da destinazione scientifica e punto di riferimento culturale per l’Isola di Wight.

    “Non ci stancheremo mai di sottolineare quanto sia importante avere un museo dei dinosauri – un museo funzionale e adatto – sull’Isola di Wight per i dinosauri di quest’isola”, conclude Gostling. “Non vengono spediti altrove nel mondo, ma rimangono proprio dove sono stati trovati”. LEGGI TUTTO

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    I cani possono percepire le emozioni dei propri padroni

    Proprio come i bambini nei primi mesi e anni di vita osservano i genitori per capire come reagire alle persone e al mondo che li circonda, anche i cani spesso cercano negli umani segnali simili. Quando il proprietario trasmette sensazioni di calma e fiducia, il cane tende a sentirsi tranquillo e al sicuro.“Il collegamento emotivo tra l’uomo e il cane è l’essenza del rapporto tra le due specie”, afferma Clive Wynne, professore di psicologia e direttore del Canine Science Collaboratory presso l’Università statale dell’Arizona. “I cani sono esseri estremamente sociali, quindi vengono facilmente “contagiati” dal nostro affetto e dalla nostra allegria”. Ma è vero anche il contrario: ovvero anche lo stress e l’ansia del padrone possono riflettersi sul cane rendendolo stressato e ansioso.

    Questo contagio emotivo tra le due specie, come lo chiamano gli psicologi, ha una base psicologica, fisiologica e comportamentale. Negli ultimi anni svariati studi hanno mostrato che la trasmissione delle emozioni dipende dal rilascio di determinati ormoni (come ad esempio l’ossitocina), da come cambiano gli odori negli umani, dall’attivazione di neuroni chiave nei cani e nei loro padroni e da altri fattori fisiologici.

    Recenti ricerche indicano anche che la misura in cui i cani riescono a cogliere le emozioni dei loro padroni dipende dalla durata della relazione. Si tratta di un fenomeno particolarmente degno di nota specialmente in questo periodo, in cui persone e cani continuano a passare molto tempo insieme per via della pandemia.

    Una primitiva forma di empatia

    C’è un’intera gamma di connessioni emotive tra l’uomo e il cane, che vanno dalla capacità di rilevare e comprendere i reciproci sentimenti fino al condividere effettivamente le stesse emozioni.

    Diversi studi mostrano che i cani riescono a captare i nostri sbadigli, hanno un aumento dei livelli di cortisolo quando sentono piangere un bambino — proprio come succede nelle persone — e reagiscono in base al tono emotivo della nostra voce. La ricerca ha rilevato che interagendo, o anche solo guardandosi negli occhi, uomo e cane rilasciano ossitocina, il cosiddetto “ormone dell’amore” od “ormone della tenerezza” — sebbene gli effetti di questo ormone siano in realtà più complessi, infatti possono promuovere fiducia e generosità in alcune situazioni, ma anche invidia, in altre.

    Nell’ambito del legame uomo-cane, “il rilascio di ossitocina viene stimolato dal contatto visivo o dal contatto fisico, come ad esempio le carezze, ed è biunivoco: dal cane all’uomo e dall’uomo al cane, in un circolo virtuoso”, spiega Larry Young, professore di psichiatria e direttore del Silvio O. Conte Center for Oxytocin and Social Cognition dell’Università Emory. “Per essere “contagiato” emotivamente, il cane deve poter riconoscere le emozioni del proprio padrone, e questo richiede attenzione, che l’ossitocina facilita, portando il cervello a focalizzarsi sui segnali sociali”.

    I cani dimostrano anche “empatia affettiva”, ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui, nei confronti delle persone che sono importanti per loro. Il contagio emotivo è una forma primitiva di empatia affettiva che riflette la capacità di condividere effettivamente i sentimenti. In uno studio del 2020 pubblicato sulla rivista Canadian Journal of Experimental Psychology ad esempio, i ricercatori hanno esaminato le reazioni dei cani quando il loro proprietario o un estraneo presente in casa fingeva di ridere o piangere. I cani dedicavano più attenzione alla persona che sembrava piangere, sia mediante il contatto visivo che il contatto fisico. Inoltre, quando l’estraneo piangeva, i cani mostravano reazioni di maggiore stress, spiega la coautrice dello studio Julia Meyers-Manor, professoressa associata di psicologia presso il Ripon College a Ripon, nel Wisconsin.

    “Tutte le forme di empatia hanno una qualche componente di contagiosità emotiva”, spiega Meyers-Manor, “in qualche modo, riconoscere le emozioni di un’altra creatura è più complesso, in termini cognitivi, mentre sentire quello che un altro animale sente è più semplice”.

    Quando accade che arriviamo a condividere i sentimenti di un’altra persona, spesso è perché dialogando gli umani tendono naturalmente a imitare le espressioni facciali, la postura e il linguaggio del corpo dell’interlocutore, pur non essendone consapevoli. I movimenti muscolari incrementali coinvolti in questo fenomeno innescano il sentimento vero e proprio nel cervello, attivando i neuroni specchio – cellule cerebrali che reagiscono quando una particolare azione, come sorridere, viene sia eseguita che osservata – evocando l’emozione come se la si stesse provando personalmente. È stato scoperto che questa forma di rapida imitazione avviene anche nei cani, quando interagiscono o giocano tra loro, e potrebbe attivarsi anche quando interagiscono con l’uomo.

    Dopo tutto, quando cani e umani sono arrabbiati, aggiunge Meyers-Manor, i loro muscoli facciali sono spesso contratti, i denti serrati e il corpo teso. Questo significa che quando siamo in presenza di un cane arrabbiato o quando noi stessi siamo arrabbiati, è possibile che si attivi l’imitazione inconsapevole delle rispettive espressioni facciali o del linguaggio del corpo, finendo così per condividere la stessa emozione. “Dato il nostro stretto legame con i cani, ci siamo coevoluti nella capacità di rilevare i reciproci segnali emotivi in modo diverso da altre specie”, afferma Meyers-Manor.

    Per molti anni i ricercatori hanno ipotizzato che da quando il cane è addomesticato, l’aspetto del contagio emotivo avesse un ruolo nel meccanismo della sopravvivenza: se i cani erano in grado di leggere e condividere le emozioni dei loro padroni, venivano accuditi meglio. Più recentemente, questa teoria è cambiata: un recente studio pubblicato su Scientific Reports ha rilevato che sono il legame e le esperienze di vita condivise da cane e uomo i responsabili del rilascio di ossitocina durante le interazioni. Inoltre uno studio pubblicato nel 2019 su Frontiers in Psychology riportava che la misura in cui il contagio emotivo si verifica tra l’uomo e il suo compagno canino aumenta in modo direttamente proporzionale con il tempo che si trascorre condividendo lo stesso ambiente.

    Espressioni facciali e odore corporeo

    Anche i fattori olfattivi possono influenzare il contagio emotivo tra l’uomo e il cane. Per prima cosa, i cani hanno una straordinaria capacità di leggere le espressioni facciali e i segnali del corpo dell’uomo, affermano gli esperti. Mentre alcune ricerche indicano che i cani si focalizzano più sulle espressioni corporee delle emozioni rispetto ai segnali facciali, sia nell’uomo che in altri cani, altri studi hanno mostrato che l’elaborazione delle espressioni facciali umane da parte del cane è simile a quella dell’uomo. Uno studio del 2018 pubblicato sulla rivista Learning & Behavior riportava che i cani reagiscono alle espressioni facciali umane che trasmettono sei emozioni di base: rabbia, paura, felicità, tristezza, sorpresa e disgusto, mostrando cambiamenti nello sguardo e nella frequenza cardiaca.

    “Sappiamo che il cane e l’uomo sincronizzano il proprio comportamento (i cani spesso imitano i movimenti dei propri padroni) quindi il fatto che si sintonizzino anche sulle emozioni non sorprende più di tanto”, afferma Monique Udell, etologa e professoressa associata di scienze animali presso l’Università statale dell’Oregon a Corvallis. “I cani ci osservano molto attentamente, percepiscono il nostro sguardo e il linguaggio del corpo, ma anche i suoni che emettiamo e i nostri odori”.

    Sul lato uditivo, ci sono ricerche che hanno scoperto che quando i cani sentono espressioni di sofferenza, come il pianto, oppure suoni positivi come le risa, rispondono diversamente rispetto ad altre vocalizzazioni o suoni non umani. Quando sono esposti a questo tipo di suoni umani, i cani mostrano reazioni più marcate, a livello di sguardo o di contatto fisico, nei confronti del padrone o della fonte del suono.

    In termini di olfatto, “i cani sono molto sensibili agli odori del corpo, infatti è in base a questi che riescono a rilevare il diabete e sembra anche l’epilessia [nelle persone]”, afferma Wynne. Uno studio pubblicato su un numero del 2018 di Animal Cognition, fa riferimento a un esperimento in cui dei cani di razza Labrador e Golden Retriever sono stati esposti a campioni di tre tipi di odore umano, corrispondenti a paura, felicità e uno stato emotivo neutrale: i ricercatori hanno indotto queste specifiche emozioni nei partecipanti maschili e poi hanno prelevato i campioni di odore dalle ascelle degli stessi. Questi odori sono stati poi nebulizzati mediante uno speciale erogatore in uno spazio in cui i cani potevano muoversi liberamente con la presenza del proprio padrone o di estranei: quando venivano esposti all’odore della paura, mostravano comportamenti più stressati e frequenze cardiache maggiori rispetto a quanto facessero in presenza degli “odori di felicità”; inoltre i cani si mostravano più interessati agli estranei, quando esposti agli odori di felicità.

    Nel cogliere le nostre emozioni “spesso i cani usano segnali compositi, che includono informazioni derivanti da un mix dei loro sensi, tra cui la vista, l’udito, l’olfatto e forse anche il tatto, ad esempio per percepire il nervosismo”, afferma Marc Bekoff, professore emerito di Ecologia e Biologia evolutiva presso l’Università del Colorado a Boulder, nonché autore del libro A Dog’s World: Imagining the Lives of Dogs in a World Without Humans (Il mondo del cane: immaginiamo la vita dei cani in un mondo senza umani, NdT).

    Ma è importante ricordare anche che non tutti i cani sono uguali, a livello psicologico, fisiologico e sociale. “Ogni cane è un individuo a sé, ed è necessario conoscerlo”, afferma Bekoff. “Io dico sempre: noi umani dobbiamo imparare bene la lingua dei cani”. Bekoff sostiene che i proprietari di cani dovrebbero cercare di capire quello che i loro cani cercano di comunicare abbaiando o attraverso altri vocalizzi, espressioni facciali e linguaggio del corpo.

    Un effetto bidirezionale?

    In generale, la gamma delle emozioni che i cani percepiscono probabilmente è più limitata di quella umana. “Credo che le emozioni dei cani non siano molto complesse”, afferma Wynne. “Provano emozioni primarie come quelle calde di felicità ed entusiasmo, e quelle fredde di paura e ansia”. Oltre a questo, ci sono molti punti interrogativi, e una delle difficoltà nell’eseguire questo tipo di ricerca è che i cani non possono esprimere esattamente quello che stanno provando in un momento specifico.

    Non è chiaro nemmeno se gli umani siano in grado di percepire le emozioni del proprio cane, perché ancora non sono stati condotti studi su questo, nonostante alcuni esperti ritengano che sia altamente probabile. “Certamente posso dire che la felicità del mio cane migliora il mio umore”, afferma Wynne, autore del libro Dog Is Love: Why and How Your Dog Loves You (Cane vuol dire amore: come e perché il tuo cane ti ama, NdT). Bekoff concorda: “Credo fermamente che anche noi percepiamo le loro emozioni. A volte è più facile sentire la loro paura o il loro disagio. Tuttavia è facile anche leggere la felicità del cane, quando ci corre incontro scodinzolando e con le orecchie dritte e attente, invece che schiacciate all’indietro”.

    Che siano proprietari di cani o meno, le persone sono molto abili nell’identificare le emozioni sia positive che negative dalle espressioni facciali dei cani, in parte perché i cambiamenti nelle espressioni facciali che esprimono specifici stati emotivi sono comuni a entrambe le specie, sostiene la ricerca.

    Un esempio che indica che stress e tensione possono essere contagiosi in entrambe le direzioni è il comportamento del cane al guinzaglio: se il vostro cane abbaia, ringhia o tira al guinzaglio in presenza di altri cani, persone o macchine mentre lo portate a spasso, potreste sentirvi imbarazzati o stressati, il che vi porta a tirarlo e tenere il guinzaglio più corto, esasperando la paura e l’ansia del cane. Questo a sua volta “può portare il cane a farlo ancora”, afferma Udell, innescando un circolo vizioso.

    Ciononostante, la condivisione dello stato emotivo è il più delle volte benefica, perché ci aiuta a connetterci a un livello più profondo, e non ultimo ha un valore in termini di sopravvivenza: “Ai tempi dei nostri antenati, il ruolo del cane da guardia poteva fare la differenza tra la vita o la morte”, afferma Wynne. “La collaborazione nell’avvisare di un possibile pericolo è reciprocamente vantaggiosa per entrambe le specie”.

    La condivisione di casa, vita, famiglia e attività contribuisce alla qualità del legame uomo-cane. Percepire i rispettivi sentimenti “ci aiuta a capirci meglio e facilita il rapporto che si sviluppa e il modo in cui si mantiene nel tempo”, conclude Bekoff. “Quando uomo e cane condividono le emozioni, si forma una sorta di collante sociale”, una connessione che ci lega l’un l’altro, spesso per la vita. LEGGI TUTTO

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    Due esperte analizzano il futuro dei cambiamenti climatici: “Ogni scelta è determinante”

    Vivere sul nostro pianeta in questo periodo storico è da un lato orribile, ma allo stesso tempo anche meraviglioso, perché abbiamo un enorme potere nelle nostre mani. Credo che molti di noi si sentano molto piccoli di fronte a questa crisi climatica, ma in realtà possiamo fare davvero tanto. Quindi gran parte del mio lavoro adesso è cercare di aiutare le persone a capire come poter essere parte attiva di questa grande trasformazione.Hayhoe:Anche io sento che la tendenza sta cambiando. Prima di tutto perché assistiamo personalmente al cambiamento climatico e ne viviamo le conseguenze nella nostra vita, ma anche perché vediamo che le soluzioni ci sono. Le soluzioni non implicano la distruzione dell’economia e non ci riportano all’età della pietra. Le soluzioni sono nelle fonti di energia pulita che migliorano la qualità dell’aria e dell’acqua e che danno maggiori opportunità di lavoro in ambito agricolo rispetto ai combustibili fossili. Le soluzioni ci riportano ad alcune delle pratiche con cui si facevano le cose in passato, che avevano molto più senso e ci permettevano di gestire in modo migliore le nostre risorse. Quando si parla di cambiamento climatico, piuttosto che fornire numeri e dati scientifici e puntare il dito, aiutiamo le persone a vedere come effettivamente i rischi possono avere conseguenze sulla loro vita personale e come le soluzioni possono apportare benefici nell’immediato: è questo quello che veramente unisce le persone e provoca un cambiamento nel modo di pensare.

    Kunzig:La pandemia ci ha mostrato come gli accadimenti più incredibili possano essere strumentalizzati a livello politico.

    Hayhoe:La negazione della questione del clima è parte di un più grande mix tossico di problemi. Le persone non si svegliano la mattina pensando, beh, oggi farò finta che il cambiamento climatico, qualcosa di cui siamo a conoscenza da metà del XIX secolo, non esista. Si svegliano al mattino e controllano i feed di Facebook per vedere quello che dicono le persone con cui si trovano d’accordo, le persone di cui si fidano. Ascoltano il loro opinionista preferito, il loro telegiornale preferito. È un bombardamento continuo di: “Se siamo questo tipo di persona, ecco quello che pensiamo di immigrazione, Russia, COVID, mascherine, vaccini – e cambiamento climatico”.

    Il principale indicatore per sapere chi è disposto a indossare una mascherina o a farsi vaccinare è l’orientamento politico. Beh, indovina un po’? Questo è esattamente quello che è successo anche con il cambiamento climatico.

    Kunzig:Katharine Wilkinson, tu e Ayana Johnson avete curato insieme una raccolta di saggi sul clima scritti da un gruppo di donne.

    Wilkinson:Gran parte di quello che è stato scritto sul clima è opera di uomini bianchi. Sappiamo di avere bisogno della squadra più grande e più forte che possiamo mettere insieme e abbiamo bisogno di un caleidoscopio di punti di vista. È stato davvero rincuorante per me ascoltare giovani donne che hanno preso in mano questo libro e hanno detto: “Tremavo quando ho letto il primo saggio perché sento che quello che ho letto mi appartiene e ne sento la responsabilità”.

    Per connettersi veramente con le persone a livello umano, dobbiamo metterci il cuore, la nostra empatia e condividere le nostre storie.

    Hayhoe:In merito al cambiamento climatico, siamo bombardati di dati catastrofici che non ci toccano personalmente e dai quali tendiamo a dissociarci. Pensiamo, beh, io non posso fare niente per salvare gli orsi polari. In realtà, abbiamo bisogno di storie che mostrino come il problema ci influenza, con cui ci possiamo immediatamente riconoscere e ci possiamo relazionare, e poi di storie su tutte le fantastiche soluzioni che abbiamo a portata di mano.

    Non dipende soltanto dai media. È un compito che investe tutti noi. Perché tutti i grandi cambiamenti del passato sono avvenuti quando la gente comune ha deciso che era il momento di agire. Non grandi personaggi famosi, non persone super ricche. Il motivo per cui oggi non abbiamo la schiavitù, la ragione per cui le donne possono votare, il motivo per cui il Civil Rights Act (legge del 1964 degli USA che ha dichiarato illegale la segregazione, NdT) è stato approvato, è perché le persone comuni hanno deciso che il mondo doveva cambiare. Ognuno di noi si deve attivare. Naturalmente, se non crediamo che ci sia alcun rischio, perché dovremmo fare qualcosa? 

    Wilkinson:La verità è che è l’uso dei combustibili fossili che ci ha portato a questo disastro, e ci sono persone al potere che stanno cercando di assicurarsi che continui così più a lungo possibile. Quello che fa la differenza è il senso di responsabilità, perché altrimenti le persone dicono: “Accidenti, il cambiamento climatico è qualcosa di negativo, ma è così, sta succedendo, è inevitabile”. Invece no, è qualcosa che viene attivamente provocato.

    Molte volte è difficile mantenere l’ottimismo, e la speranza. Ma dobbiamo avere il coraggio di continuare ad andare avanti, un passo dopo l’altro, e provare a essere parte della soluzione. Credo che il modo per non perdere il coraggio sia rimanere uniti. Perché c’è un sacco di lavoro da fare e abbiamo bisogno di molte, molte mani in più che ci aiutino.

    Kunzig:Cosa vi è stato di ispirazione quest’anno?

    Borunda:Scrivere un articolo sulla questione della mancanza di aree ombreggiate a Los Angeles. Ci sono comunità che hanno molti alberi e belle zone fresche, e comunità che hanno spazi verdi molto ridotti. Una delle cose che più mi ha colpito è stato il tempo che ho trascorso con le persone che cercano di risolvere il problema. I giovani delle comunità in cui vengono piantati gli alberi mi dicevano: “Sto dando il mio contributo, proprio qui, in un posto che è importante per me, per le persone a cui tengo, per mia nonna che cammina sotto il sole cocente per andare a prendere l’autobus”.

    Hayhoe:L’anno scorso durante la pandemia si è tenuto un concorso di scienze in modalità virtuale. Ha vinto un gruppo di una classe di prima media di Lubbock, in Texas, la seconda città più conservatrice di tutti gli Stati Uniti, dove io vivo; hanno vinto un concorso nazionale di scienze nella loro categoria, con un progetto che studiava come riportare e stoccare il carbonio nel terreno. Si sono chiamati Carbon Keepers (guardiani del carbonio, NdT) e hanno sviluppato un programma di sensibilizzazione per informare gli agricoltori locali sulle pratiche agricole di rigenerazione naturale e l’agricoltura “no-till” ovvero una pratica conservativa che prevede una gestione del terreno in assenza di aratura. Se degli alunni di prima media di Lubbock, Texas, hanno potuto fare la differenza in merito a una soluzione per il clima, apportando una maggiore consapevolezza, e facendo capire alla gente che anche gli agricoltori possono essere eroi in termini di soluzioni climatiche, se loro possono farlo, non può farlo chiunque?

    E poi guardo più in grande. Al fatto che, durante il COVID nel 2020, il 90% dei nuovi sistemi energetici installati in tutto il mondo sono di energia pulita. E allora vedo che l’azione per il clima non è un grosso macigno che in pochi spingiamo in cima a una collina. Il macigno è già in cima alla collina e ci sono già milioni di mani che lo spingono giù, e sta andando nella giusta direzione. C’è solo bisogno di mani in più.

    Questa intervista è stata adattata in termini di lunghezza e chiarezza. LEGGI TUTTO

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    Il futuro dell’Area Marina Protetta “Isole Egadi”: un turismo sostenibile tra terra e mare

    Nuove professionalità e opportunità per il territorio“Vogliamo promuovere l’istituzione di nuovi servizi e di nuovi operatori economici per la fruizione del turismo terrestre e sostenibile. Ad oggi, all’interno dell’Area Marina Protetta, sono presenti ben 60 operatori che offrono attività legate al turismo marino come gite in barca, snorkeling e immersioni, ma sono pochissimi quelli che  promuovono il patrimonio storico culturale del territorio egadino”, dice Livreri Console. Innescare un percorso virtuoso che possa generare economia attraverso la valorizzazione delle “green and blue career” – figure professionali che operano nel rispetto della compatibilità ambientale – è dunque un obiettivo che rientra pienamente nella mission dell’Area Marina Protetta.

    Il grande potenziale del patrimonio terrestre nel territorio egadino va promosso e allineato con quello marino, così da poter valorizzare anche tutti quei percorsi che le tre isole sono in grado di offrire permettendo al visitatore di esplorare non solo le ricchezze costiere ma anche quelle terrestri.

    La gestione e valorizzazione dell’ambiente deve essere insomma intesa come un unicum, in una visione integrata e armonizzata. Le opportunità ci sono, attendono solo di essere messe in rete, attraverso percorsi mirati che consentano al visitatore di conoscere le peculiarità del territorio, come le cave di “Tufo” (calcarenite) di Favignana o i reperti archeologici di Levanzo e Marettimo.

    “Visto il grande patrimonio naturalistico, etnoantropologico e archeologico dell’Area Marina Protetta e delle Isole che essa abbraccia, questo luogo potrebbe essere deputato a scuole permanenti di specializzazione sui temi della sostenibilità energetica e turistica”, commenta Livreri Console, “alcune di queste metodologie le stiamo già sperimentando con la gestione olistica dei percorsi delle tradizioni marinare egadine, un circuito culturale che unisce idealmente lo Stabilimento Florio a Favignana e Formica e il Castello Punta Troia a Marettimo, Beni Museali gestiti dal 2020 dall’Area Marina Protetta”.

    Nel futuro dell’Area Marina Protetta vi è quindi un percorso costellato di innovazione sociale, tecnologica e turistica, che vuole puntare su un turismo durevole e sostenibile. “Vogliamo incentivare la nascita di start up turistiche per far sì che le Egadi possano essere un modello di turismo e sinergia tra natura e comunità locale”, conclude. LEGGI TUTTO

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    L’iniziativa “Assi del Cansiglio”: un’ambiziosa sfida ecologica e imprenditoriale

    Il futuro delle foreste venete Il Dipartimento di Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF) ha promosso il progetto Vaia Front (Vaia – FROm lessons learNT to future options)  e partecipa a Vaia Land finanziato dalla Regione del Veneto (in collaborazione con il Dip. di Geoscienze e il CNR Irpi). Il primo ha messo a sistema diversi esperti che stanno analizzando le condizioni delle foreste prima e dopo la tempesta Vaia, i cambiamenti climatici e il loro impatto sulla vegetazione e soprattutto elaboreranno modelli e metodologie per la determinazione dei rischi di future tempeste, considerando le condizioni ecologiche sia a livello regionale sia a livello locale, considerando sia le diverse specie, le condizioni economiche, quelle sociali e quelle istituzionali. Il progetto Vaia Land punta invece ad analizzare le conseguenze degli schianti e degli interventi di recupero del materiale atterrato sulla stabilità dei versanti individuando linee guida gestionali per ridurre il dissesto idrogeologico.

    “Il cambiamento climatico intensificherà eventi come Vaia, è quindi importante un approccio strategico: la foresta dev’essere più resiliente anche al fine di favorire la manodopera locale e il mercato. Nella nostra realtà non ci sono le grandi segherie che ritroviamo in Austria o Germania, ma piccole aziende e artigiani che spesso in passato sono stati costretti a chiudere e quelle che rimangono non sono in grado di assorbire ingenti quantità di materiale resosi disponibile a seguito di eventi estremi come Vaia. Investire sulla scala locale può favorire l’istituzione di un circolo virtuoso per ambiente, società e industria”, conclude Lingua.

    Itlas: la nuova complicità tra uomo e natura

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    È ancora possibile evitare alcuni cambiamenti catastrofici del clima

    L’aumento di 1,1 °C rispetto ai livelli preindustriali nella temperatura globale ha spinto la Terra verso un cambiamento irreversibile, in parte inevitabile. Ma azioni decisive per tagliare le emissioni in modo rapido ed efficace — mantenendo l’aumento globale della temperatura il più basso possibile — possono ridurre sensibilmente il rischio di oltrepassare soglie critiche che metterebbero ancora più a rischio il pianeta, secondo l’imponente relazione del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) pubblicata di recente.“Per stabilizzare il clima dobbiamo fermare le emissioni immediatamente, punto”, afferma Charles Koven, uno degli autori del rapporto e climatologo presso il Lawrence Berkeley National Laboratory in California. 

    Il rischio di cambiamenti irreversibili è sempre più evidente

    Le temperature della Terra sono aumentate più o meno costantemente per decenni, parallelamente all’aumento dei gas a effetto serra. La regola generale di base è semplice: più biossido di carbonio emettiamo, più si alzano le temperature, e questo rapporto continua ad aumentare, si afferma nella relazione.

    Ma gli scienziati sanno da oltre 30 anni che nel sistema climatico ci sono soglie che, se superate, potrebbero drasticamente rimodellare il mondo come lo conosciamo, causando cambiamenti irreversibili su scala temporale umana. Spingendo le calotte glaciali di Groenlandia e Antartide oltre determinati punti, ad esempio, si rischia di innescare un meccanismo che si autoalimenta che proseguirebbe anche se le emissioni venissero fermate domani.

    “Stiamo giocando alla roulette russa con il clima, e nessuno sa cosa ci sia nel tamburo della pistola”, scrisse nel 1987  Wally Broecker, pioniere della lotta al cambiamento climatico.

    Da allora, innumerevoli studi e ricerche hanno dimostrato che molti di questi esiti potrebbero verificarsi anche a seguito di un cambiamento della temperatura globale inferiore a quello che si prevedeva, e alcuni potrebbero essere già in corso. Anche se i valori esatti di questi punti soglia non sono chiari, alcuni effetti potrebbero essere innescati con un riscaldamento di 1,5-2 °C, il limite individuato in occasione dell’Accordo di Parigi del 2015.

    Il nuovo rapporto afferma che il pianeta potrebbe riscaldarsi di circa 1,4 °C al di sopra dei livelli preindustriali entro il 2100, se riusciamo a mettere in atto le misure più ambiziose per ridurre le emissioni, oppure di oltre 4°C se attuiamo le misure meno ambiziose.

    Anche nel migliore degli scenari, cambiamenti impossibili da invertire potrebbero verificarsi in ogni parte del mondo: ghiacci perenni, oceani, terraferma e atmosfera. Ma i rischi diventano di dimensioni ed entità ancora maggiori, all’aumentare del riscaldamento.

    “Più spingiamo il clima fuori dallo stato in cui si trova da diverse migliaia di anni, più sono le probabilità che superiamo soglie critiche producendo situazioni che non siamo in grado di calcolare e prevedere”, afferma Bob Kopp, uno degli autori del report e climatologo presso la Rutgers University.

    Alcuni di questi cambiamenti producono effetti per lo più locali. La perdita dei ghiacciai delle montagne locali, ad esempio, può influenzare profondamente le comunità che dipendono da essi per l’acqua. Altri, come lo scioglimento delle principali calotte di ghiaccio, hanno un impatto globale. Molti sono autorinforzanti: ad esempio gli incendi si verificano con maggiore probabilità in condizioni di clima secco e caldo, rese più frequenti dal cambiamento climatico. La combustione degli incendi rilascia carbonio nell’atmosfera, contribuendo al riscaldamento del pianeta e rendendo quindi più probabili ulteriori incendi: un andamento che oggi appare fin troppo chiaro.

    Quello che spaventa, afferma Koven, è che “ci sono soglie che magari superiamo e non ce ne rendiamo conto fino a quando non è troppo tardi”. Questo evidenzia l’importanza di fare tutto il possibile per tenerci lontani dai valori teorici.

    Di seguito illustriamo alcuni dei cambiamenti potenzialmente irreversibili che possiamo ancora evitare, se agiamo in modo determinante.

    Possiamo ancora evitare perdite catastrofiche nelle maggiori riserve di ghiaccio della Terra

    Lo scioglimento dei ghiacci sia groenlandesi che antartici sta già alimentando un aumento del livello del mare che è il più rapido degli ultimi 3.000 anni, minacciando miliardi di persone che abitano nelle zone costiere di tutto il mondo. Le emissioni dei gas a effetto serra ci hanno bloccato in una situazione di aumento continuo che andrà avanti per secoli, ma la velocità e la gravità di questo “blocco” sono ancora sotto controllo, si dice nel rapporto.

    Si rileva che il livello del mare potrebbe aumentare di soli 0,5 metri entro il 2100 se le emissioni vengono notevolmente diminuite, oppure di 0,6-0,9 metri se le emissioni continuano ad aumentare. Ma nello scenario peggiore — se vengono passati i punti di non ritorno in Antartide — questo numero potrebbe arrivare a 1,8 metri.

    Le previsioni più terrificanti entrano in gioco se le calotte glaciali superano certe soglie critiche, dopo di che la fisica comporterebbe un trend di declino continuo; ma “siamo in grado di ridurre le probabilità che ciò accada, frenando le emissioni”, afferma Baylor Fox-Kemper, uno degli autori del report e oceanografo presso l’Università Brown.

    La sola regione antartica occidentale contiene ghiaccio sufficiente per aumentare il livello del mare di circa 3 metri, se dovesse sciogliersi tutto, e la geologia del luogo rende questa possibilità una grave preoccupazione. Questa regione ha la conformazione di una conca: la roccia sottostante il massiccio strato di ghiaccio si trova al di sotto del livello del mare. Lo strato di ghiaccio stesso impedisce all’oceano di riversarvisi, avendo la forma di un coperchio convesso che ne ricopre il bordo. Ma se tale coperchio si rompe, oppure se viene spinto leggermente all’interno del bordo, l’acqua dell’oceano potrebbe infiltrarsi nella conca, facendo sciogliere il ghiaccio da sotto, accelerando molto probabilmente la sua scomparsa.

    Le prove indicano che questo inevitabile declino potrebbe essere innescato da un riscaldamento terrestre compreso tra 1,5 e 2 °C sopra ai livelli preindustriali, e alcuni scienziati ritengono che ci siano segnali del fatto che questo processo sia già in corso, il che rende l’obiettivo di riduzione delle emissioni ancora più urgente.

    Anche il ghiaccio del polo nord è esposto a un simile pericolo, essendo già particolarmente vulnerabile, dato che l’Artide si sta riscaldando con valori medi doppi rispetto a quelli mondiali, si scrive nel rapporto.

    La calotta della Groenlandia, che farebbe innalzare i livelli globali del mare di circa 7,3 metri se scomparisse, si sta riducendo a una velocità che non ha eguali negli ultimi 350 anni ed è sulla buona strada per superare i tassi di scioglimento degli ultimi 12.000 anni. In una sola giornata di estremo calore che si è verificata alla fine di luglio, dalla sua superficie è scivolata una quantità di acqua sufficiente a ricoprire la Florida di 5 cm d’acqua.

    Uno dei cicli di retroazione chiave che potrebbero accelerare la sua scomparsa è questo: il caldo sole estivo scioglie la neve che si raccoglie sullo strato di ghiaccio, esponendo il ghiaccio più scuro e denso sottostante e creando a volte dei bacini di acqua di disgelo. Il ghiaccio più scuro e l’acqua assorbono più calore, causando ulteriori scioglimenti, il che provoca più acqua di disgelo, e così via, in un ciclo distruttivo. Il problema del restringimento estivo non potrà che peggiorare con il progressivo rimpicciolirsi dei ghiacciai: scendendo di altezza, la superficie degli stessi si avvicina al livello del mare, dove l’aria è notevolmente più calda, accelerando ulteriormente la recessione.

    Anche le acque oceaniche, riscaldate dal cambiamento climatico, “consumano” lo strato di ghiaccio ai bordi, causando la rottura di ulteriori grossi pezzi di ghiaccio. In questo modo altro ghiaccio scende a valle per sostituire quello che si è staccato, questo determina la rottura di altri pezzi e così via. È un po’ come una macchina che spara palline di gomma: appena ne viene sparata una, le altre scorrono verso l’imboccatura di uscita.

    Il ghiaccio della Groenlandia non sparirà domani. Gli scienziati stimano che ci vorranno oltre 1.000 anni perché si disintegri completamente, e potenzialmente migliaia di anni in più, se riusciamo a ridurre rapidamente le emissioni. Ma una volta che il processo supera certe soglie, che alcuni ritengono possa accadere a 2,7 °C circa di riscaldamento o forse anche meno, molto probabilmente la scomparsa di questa riserva di ghiaccio sarà irreversibile. Questo significa che il ghiaccio continuerà a sciogliersi per secoli, anche se le temperature si stabilizzano.

    Ciononostante, “non dovremmo arrenderci” sottolinea Twila Moon, scienziata del clima presso il National Snow and Ice Data Center del Colorado. “Più emissioni rilasciamo nell’atmosfera, più la riscaldiamo, e questo alla fine determinerà l’entità del cambiamento”.

    Limitando il riscaldamento a 1,5 °C si ridurrebbe l’aumento del livello del mare alla metà, in questo secolo, stando alla recente analisi.

    Una corrente oceanica fondamentale potrebbe rallentare

    Anche i pericolosi cambiamenti che interessano una delle principali correnti oceaniche che controlla il clima nell’area del bacino atlantico potrebbero diventare permanenti, se non si pone un freno al cambiamento climatico, sempre secondo il rapporto.

    L’acqua segue una corrente che la spinge costantemente attraverso gli oceani del mondo, trasportando calore, carbonio e molto altro in giro per il pianeta. Nell’Oceano Atlantico, una parte di quel gigantesco e potente nastro trasportatore sposta il calore verso nord, scorrendo lungo il lato occidentale del bacino. Quel calore influenza tutto, dal tempo meteorologico degli Stati Uniti e dell’Europa fino al livello del mare lungo la East Coast e l’andamento delle precipitazioni in Africa.

    Ma il cambiamento climatico sta già rallentando questa corrente. La velocità dell’acqua è in parte controllata dalla sua densità quando giunge presso la Groenlandia, dove generalmente si raffredda rapidamente e scende nelle profondità marine come una ruota che rotola giù da una pendenza. Ma l’acqua che arriva in quel punto di “sprofondamento” è sempre più calda, e lo scioglimento dei ghiacci groenlandesi riversa ulteriore acqua — entrambi fenomeni che rendono l’acqua meno densa e meno diretta verso il basso, cosa che rallenta l’intero nastro trasportatore. La ricerca indica che il rallentamento è stato del 15% circa rispetto alla metà del XX secolo, e che la corrente non è mai stata così lenta negli ultimi 1.000 anni.

    Ma è possibile un collasso ancora maggiore: in passato il nastro trasportatore ha subito un forte rallentamento se non addirittura uno stop, che portò a un’improvvisa condizione di freddo intenso e a un generale rimodellamento del clima e della distribuzione delle piogge in tutto il bacino atlantico.

    Il nuovo report dell’IPCC conferma che un tale rallentamento, che sconvolgerebbe il clima terrestre, è più che possibile, seppure improbabile prima del 2100. Il proseguire di questo declino, che si protrarrebbe probabilmente per secoli, potrebbe spostare la distribuzione delle piogge in Europa e Africa verso sud, indebolire i monsoni che ora attraversano ogni anno l’Africa e l’Asia tropicali, aggiungere altri 30 cm o più all’innalzamento del livello del mare lungo la East Coast americana, e altro.

    Nessuno sa esattamente dove si trovi la soglia critica della corrente. “Tutti gli elementi per andare nella direzione sbagliata ci sono”, afferma Paola Cessi, oceanografa dello Scripps Institution of Oceanography in California. “E se continuiamo così come stiamo facendo, sicuramente prima o poi ci arriveremo”. Ma una forte azione in tutela del clima potrebbe ancora invertire questo declino, prevenendo o addirittura evitando gli impatti peggiori.

    Il permafrost potrebbe disintegrarsi

    L’Artide conta oltre 23 milioni di km quadrati di permafrost, suolo che rimane congelato per tutto l’arco dell’anno. Questo terreno contiene enormi quantità di materiale organico morto, che è inerte e quindi sicuro, finché è congelato. Ma quando il permafrost si scongela, quel materiale si trasforma in gas serra: il metano, super potente gas serra, e biossido di carbonio. Il carbonio intrappolato in questi terreni è maggiore di tutto quello presente nell’atmosfera.

    Ma l’Artide si sta riscaldando più rapidamente del resto del pianeta, destabilizzando il permafrost e rilasciando lentamente il suo carbonio nell’atmosfera, contribuendo così a un ulteriore riscaldamento e scioglimento. Uno speciale rapporto provvisorio dell’IPCC pubblicato nel 2019 suggeriva che le interrelazioni potrebbero peggiorare intorno ai 3°C di riscaldamento, ma il processo continuerà comunque se le temperature aumentano ulteriormente, afferma Koven.

    “Ci aspettiamo che questi processi agiscano come una sorta di reazione positiva, destabilizzando il sistema climatico e rendendo più difficile raggiungere i nostri obiettivi per il clima”, aggiunge. Ma una drastica riduzione delle emissioni potrebbe rallentare o anche invertire l’emissione di carbonio da parte dell’ecosistema del permafrost, evitando gli effetti peggiori.

    La foresta amazzonica potrebbe diventare una savana

    Oggi, la foresta amazzonica fa qualcosa di straordinario: produce la propria acqua.

    La pioggia penetra nella parte orientale della foresta dall’Oceano Atlantico. Gli alberi la usano e la “espirano” riemettendola all’esterno, dove si ricondensa formando nuove nuvole, che si spostano sostenute dal vento che spira verso ovest, formando le piogge lungo il percorso, e continuando così il ciclo. Una singola molecola d’acqua può essere riciclata fino a cinque volte nel percorso che compie per attraversare la foresta pluviale.

    Ma la deforestazione, il degrado forestale e il cambiamento climatico stesso interrompono questo processo, afferma David Lapola, ricercatore presso l’Università di Campina in Brasile, attivando una transizione dalle piante della foresta pluviale a piante che preferiscono condizioni climatiche più secche, causando un cambiamento a lungo termine nell’intero ecosistema.

    Le specie che si sono adattate ai climi secchi trattengono maggiormente l’acqua, restituendone meno all’aria soprastante, interrompendo di fatto il ciclo della pioggia e portando a un ulteriore inaridimento. Le specie tipiche delle zone aride stanno già prendendo il sopravvento nella zona sudorientale dell’Amazzonia.

    L’Amazzonia contiene all’incirca da 150 a 200 miliardi di tonnellate di carbonio, circa il 15% del bilancio di carbonio  rimanente suggerito dal detto rapporto dell’IPCC per avere il 50% di possibilità di rimanere al di sotto dei 2°C di riscaldamento. Perdere l’acqua significherebbe perdere la maggior parte di quel carbonio stoccato, spiega Lapola.

    Ancora non è chiaro quale sia esattamente la soglia critica. Uno studio suggerisce che la perdita del 40% della foresta o il superamento dei 4 °C di riscaldamento potrebbe causare un cambiamento permanente e irreversibile. Altri pensano che potrebbe bastare anche meno. La dilagante deforestazione (le stime indicano che almeno il 20% della foresta sia stata abbattuta) e l’inesorabile riscaldamento stanno rendendo le prospettive decisamente preoccupanti.

    “Venti anni fa avevamo previsto questo scenario, ma pensavamo che si sarebbe verificato intorno al 2050 o ancora più tardi”, afferma Lapola. Ma ora, guardando i dati attuali, è chiaro che “al tempo siamo stati troppo ottimisti”.

    E non è tutto. È ora di agire.

    Questi sono solo alcuni dei cambiamenti irrevocabili che possiamo aspettarci se il clima del pianeta continua a riscaldarsi, si legge nel rapporto: cambiamenti sostanziali nei monsoni, aumento del riscaldamento, dell’acidificazione e del calo di ossigeno degli oceani, ondate di calore più estreme, ai limiti dell’abitabilità umana. Il cambiamento climatico non risparmia nessuna zona del pianeta.

    E siccome ogni lieve incremento nel riscaldamento avrà un impatto molto maggiore dell’incremento precedente, gli effetti peggiori si possono evitare solo se agiamo in modo efficace. Ad esempio, un’ondata di calore che in passato aveva una frequenza di una volta ogni 50 anni, oggi ha una probabilità di verificarsi cinque volte maggiore; a 2°C di riscaldamento la probabilità sarà 14 volte maggiore; ma in un mondo più caldo di 4°C, sarà ben 40 volte maggiore, sempre secondo il rapporto.

    Oggi, è un imperativo morale evitare questi ulteriori rischi, afferma Tim Lenton, climatologo presso l’Università di Exeter che da anni avverte in merito agli aspetti irreversibili del cambiamento climatico.

    “Dobbiamo agire come se fossimo di fronte a un’emergenza climatica”, afferma Lenton. “La gente ora si è accorta della realtà e si rende conto che quello che dicono gli scienziati da tempo non è uno scherzo, ma sono passati 30 anni, ed eccoci qua. Ora quello che conta sono solo le azioni”.

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    COP26: perché è un evento di importanza globale?

    Ma c’è anche positività sullo sfondo della COP26: la procedura di rientro nell’Accordo di Parigi avviata da Joe Biden nel suo primo giorno in carica come presidente degli Stati Uniti è stata una chiara presa di posizione in contrasto con il ritiro avviato dal suo predecessore. Poi ci sono iniziative proattive come l’Earthshot Prize, la crescita delle rinnovabili a livello globale, una maggiore responsabilità in merito all’investimento etico da parte di alcune delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo e azioni per proteggere più aree della Terra – come la decisione del Regno Unito di novembre 2020 di proteggere 4,3 km quadrati di oceano, supportata in parte dall’iniziativa Pristine Seas di National Geographic. Tutti segni positivi che indicano che gli ambiziosi intenti stanno lentamente diventano azioni decisive.(Queste 15 idee sono in lizza per il più importante premio ambientale della storia)

    Quindi la COP26 è effettivamente un evento di grande portata. Qual è la responsabilità del Regno Unito?

    La buona riuscita delle negoziazioni della COP26 dipende in buona parte dalla capacità della nazione che ne ha la presidenza di essere diplomatica e concentrata nella gestione delle questioni all’ordine del giorno, un po’ come fa un giudice in un’aula di tribunale. I precedenti fallimenti degli eventi della COP sono stati attribuiti ai governi ospitanti, così come anche i successi.

    Nel suo discorso di inaugurazione a febbraio, Boris Johnson ha evidenziato la sua ambizione che il Regno Unito sia un leader mondiale nel settore delle energie rinnovabili, nell’uso di mezzi di trasporto elettrici e nella tecnologia di cattura e sequestro del carbonio, e ha ribadito l’impegno del Regno Unito di raggiungere l’impatto zero di carbonio entro il 2050. Questo passo, fatto a giugno 2019 e che ha visto il Regno Unito come la prima delle nazioni del G7 a fare una tale dichiarazione, ha suscitato i commenti dei più scettici. Ma è stata anche riconosciuta come una presa di posizione morale, dato il ruolo del Regno Unito nella rivoluzione industriale, nonché una dichiarazione di intenti determinante nell’incoraggiare altre nazioni a seguirla a ruota.

    E proprio questa sarà la posizione del Regno Unito alla COP26 di novembre.

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    Il coronavirus può danneggiare i cinque sensi

    “Sentivo solo i suoni ad alto volume, e comunque con l’effetto della voce dell’insegnante di Charlie Brown”, racconta Goldsmith, ora 35enne, riferendosi ai rumori indefiniti tipici della maestra del famoso cartone.Inoltre Goldsmith sentiva un suono continuo nell’orecchio, che si è poi rivelato essere un acufene. Dopo essere completamente guarito dall’infezione ed essere tornato a casa a Bergenfield, nel New Jersey, l’analista di sicurezza informatica e padre di due figli è passato da un medico all’altro, cercando di risolvere i propri problemi uditivi. Ha provato diverse terapie farmacologiche, ma nessuna funzionava.

    Normalmente diamo per scontati i nostri sensi, finché non abbiamo problemi a uno di essi. E questa è una condizione che molte persone che hanno contratto il COVID-19 hanno scoperto, perdendo improvvisamente l’olfatto e il gusto. Più recentemente, tuttavia, è diventato evidente che l’infezione da COVID-19 può colpire anche vista, udito e tatto.

    Questo virus può influenzare tutti i sensi che abbiamo per percepire e interagire con il mondo, nel breve e nel lungo termine.

    Seppure non siano condizioni che mettono in pericolo la vita “è disarmante perdere uno dei sensi, specialmente nel modo improvviso in cui accade nel contesto di questa infezione”, afferma Jennifer Frontera, professoressa di neurologia presso la Scuola di Medicina Grossman dell’Università di New York (NYU). 

    Calo dell’udito 

    Proprio come Goldsmith, molte altre persone che sono guarite dal COVID-19 hanno continuato ad avere una qualche forma di ipoacusia. Nel numero di marzo della rivista International Journal of Audiology, i ricercatori hanno sottoposto a revisione delle pubblicazioni di studi di caso e altre relazioni sui sintomi del COVID-19, stimando che un calo dell’udito si è verificato nell’8% circa dei pazienti malati di COVID, mentre il 15% circa hanno sviluppato una forma di acufene.

    I meccanismi per cui questo accade non sono completamente chiari, ma gli esperti sospettano che la malattia potrebbe influenzare la tuba di Eustachio, che collega l’orecchio medio alla faringe. “Qualsiasi infezione virale può comportare una disfunzione della tuba di Eustachio, che può portare a un accumulo di liquidi nell’orecchio medio, e questo agisce da smorzatore meccanico sul timpano”, spiega Elias Michaelides, professore associato di otorinolaringoiatria presso il Rush University Medical Center di Chicago.

    Una volta che il soggetto è guarito dalla malattia, la tuba di Eustachio si svuota e l’udito torna alla normalità nella maggior parte dei casi, nonostante possano essere necessarie anche un paio di settimane, continua Michaelides. Nel frattempo, l’uso di un decongestionante orale e di uno spray nasale steroideo può aiutare ad accelerare il drenaggio, afferma.

    Ma se il virus danneggia i neuroni sensoriali dell’orecchio interno o della coclea, si può verificare un’improvvisa perdita dell’udito, che può anche essere permanente. Non è chiaro come si verifichi esattamente questo danneggiamento del nervo, anche se potrebbe avere a che fare con la capacità del COVID-19 di innescare una serie di effetti infiammatori in cascata e il danneggiamento dei piccoli vasi sanguigni.

    L’udito del suo orecchio sinistro non migliorava, nonostante fosse completamente guarito e nonostante le tante terapie seguite, quindi Goldsmith si rivolse a J. Thomas Roland Jr., direttore del reparto di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il centro medico NYU Langone Health. Roland gli disse che era un buon candidato per un impianto cocleare, un piccolo dispositivo elettronico che stimola direttamente il nervo uditivo e genera segnali che il cervello registra come suoni.

    “L’orecchio interno è un organo molto delicato e molto vulnerabile ai problemi microvascolari e alle infiammazioni, quindi non mi sorprende che gli ammalati di COVID abbiano avuto problemi di udito o di acufeni”, afferma Roland.

    A settembre 2020, Goldsmith si è sottoposto all’intervento chirurgico per l’impianto di un apparecchio cocleare nell’orecchio sinistro. E dice di aver notato subito un’enorme differenza. “Ora dall’orecchio sinistro ho un riconoscimento dell’80% delle singole parole, percentuale che aumenta nel caso di frasi intere”. E quando il dispositivo è acceso, il suo acufene scompare completamente. “Avrei preferito non averne bisogno”, afferma Goldsmith, “ma sono contento di avere avuto questa possibilità”.

    Vista annebbiata

    Altre persone che hanno avuto il COVID-19 hanno riportato problemi alla vista. Uno studio pubblicato l’anno scorso su BMJ Open Ophthalmology affermava che sensibilità alla luce, occhi irritati e vista annebbiata sono tra i più comuni disturbi della vista lamentati dai pazienti. E in uno studio svolto su 400 pazienti di COVID-19 che sono stati ricoverati, i ricercatori hanno rilevato che il 10% aveva problemi alla vista, incluse congiuntivite, alterazioni della vista e irritazione degli occhi.

    “C’è indubbiamente un carico virale negli occhi che provoca dei sintomi, ma ciò non significa che causi necessariamente patologie oculari di lunga durata”, afferma il coautore dello studio Shahzad I. Mian, professore di Oftalmologia e Scienze della vista presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Michigan.

    Eppure, alcuni medici stanno rilevando che il virus SARS-CoV-2 può aumentare il rischio di coaguli sanguigni in tutto l’organismo, compresi i vasi sanguigni della retina, dove possono causare vista appannata e anche un certo grado di perdita della vista, spiega Julia A. Haller, oftalmologo capo presso il Wills Eye Hospital di Philadelphia.

    Chi si accorge di qualche cambiamento nella vista che possa essere correlato al COVID-19 deve farsi visitare il prima possibile da un oftalmologo, affermano gli esperti. “A seconda dell’entità del danno arrecato, alcune forme di perdita della vista sono curabili con i farmaci”, afferma Haller.

    Formicolio e intorpidimento

    Anche il tatto potrebbe essere influenzato dall’infezione da COVID-19, in quanto la malattia ha dimostrato di poter causare anche sintomi neurologici persistenti.

    In uno studio pubblicato a maggio 2021, i ricercatori hanno esaminato 100 persone che non sono state ospedalizzate per il COVID-19 ma che avevano dei sintomi in corso. È stato rilevato che il 60% di loro riportava formicolio o intorpidimento, da sei a nove mesi dopo il primo manifestarsi della malattia. In alcuni casi questi sintomi erano diffusi in più parti del corpo, in altri invece localizzati e limitati a mani e piedi.

    Le dinamiche esatte che stanno dietro alla persistenza di certi sintomi non sono ancora del tutto chiare, ma molto probabilmente sono correlate all’infiammazione e all’infezione locali causate dal virus del COVID-19 nei nervi, spiega Igor Koralnik, professore di neurologia presso la Northwestern Feinberg School of Medicine e a capo del reparto di malattie da neuro-infezione e neurologia globale del Northwestern Memorial Hospital di Chicago.

    “Nella maggior parte dei casi [il formicolio e/o l’intorpidimento] col tempo scompaiono”, afferma, “ognuno ha i propri tempi”. E in alcuni casi, il formicolio e altri sintomi di neuropatia possono essere curati con farmaci come il gabapentin, usato per prevenire le crisi epilettiche e alleviare il dolore neuropatico.

    Perdita di olfatto e gusto

    Forse l’effetto più riconoscibile che il COVID-19 ha sui sensi è il doppio sintomo di perdita di olfatto e gusto. Elizabeth DeFranco, informatrice scientifica di Cleveland, Ohio, si è accorta di entrambi i cambiamenti sensoriali poco dopo aver sviluppato una forma lieve di infezione da COVID-19 a giugno 2020.

    “Stavo mangiando delle patatine condite con sale e aceto, e non sentivo alcun sapore”, racconta DeFranco, 58 anni. Poi si è accorta di non percepire nemmeno gli odori. Questa sua condizione persiste ancora oggi, nonostante ogni tanto senta una folata di qualcosa che sembra l’odore dell’erba appena tagliata.

    I casi di perdita di olfatto causata da infezione virale esistevano anche prima del COVID-19, ma la percentuale di persone affette da disfunzione o perdita olfattiva è molto più alta con questo virus rispetto ad altri tipi di infezioni, affermano gli esperti. Quando chi è stato contagiato con il COVID-19 perde l’olfatto – una condizione chiamata anosmia – lo perde su tutti i livelli, non in relazione a un solo tipo di odori.

    In generale, esistono due tipi principali di perdita dell’olfatto: l’anosmia conduttiva, che si verifica quando la congestione o l’ostruzione nasale impedisce alle molecole degli odori di attraversare la cavità nasale; e l’anosmia sensorineurale, che prevede il danneggiamento o la disfunzione dei neuroni olfattivi, che sembra essere ciò che accade nel caso del COVID-19.

    “Con il COVID-19, la maggior parte delle persone non presenta molti sintomi nasali, eppure la perdita dell’olfatto può essere piuttosto grave”, afferma Justin Turner, professore associato di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il Vanderbilt University Medical Center e direttore del Vanderbilt Smell and Taste Center. “Crediamo che questo derivi dal danneggiamento delle cellule sustentacolari che si trovano nella parte alta del naso e sono particolarmente vulnerabili all’infezione causata dal virus”.

    Quando si guarisce dal COVID-19, le cellule rigenerative possono entrare in azione e generare nuovi neuroni funzionali, spiega Turner. Questo consente alla maggior parte delle persone di riacquistare il senso dell’olfatto da sei a otto settimane dopo l’infezione, ma purtroppo questo non capita proprio a tutti. A quel punto, il medico può prescrivere degli steroidi sistemici o topici e a volte terapie di ricondizionamento dell’olfatto, che prevedono l’esposizione ripetuta a oli essenziali di diverse profumazioni. È l’equivalente della fisioterapia, ma per l’olfatto.

    “Essenzialmente si tratta di esporre il sistema olfattivo a questi odori e aiutare il cervello a formare nuove connessioni”, spiega Turner. “Una volta che il danno [ai neuroni] è stato fatto, si fa appello alla capacità rigenerativa del sistema olfattivo per aiutare i soggetti a riacquisire l’olfatto”.

    La perdita del gusto solitamente va di pari passo alla perdita dell’olfatto, afferma Michael Benninger, professore e responsabile del reparto di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il Cleveland Clinic Lerner College of Medicine.

    “Non si tratta però di soggetti che hanno veramente perso il gusto [a causa dell’infezione da COVID-19]. Quando le persone dicono di aver perso il senso del gusto, in realtà hanno un senso molto attenuato”, ovvero, è la loro capacità di distinguere tra diversi sapori che va persa. “Se il senso dell’olfatto ritorna, ritorna anche il gusto”, afferma Benninger.

    Da quando è guarita dal COVID-19, DeFranco ha provato varie strade, tra cui farmaci steroidei, antibiotici, crioterapia, terapia craniosacrale, integratori, rimedi omeopatici e l’allenamento olfattivo. Nessuna di queste ha risolto il problema. Così ha cercato di compensare queste limitazioni, per tutelare la propria sicurezza: ha installato degli ulteriori rilevatori di fumo in casa, perché in caso di formazione di fumo non se ne accorgerebbe. Butta tutti i cibi scaduti e spesso il suo vicino verifica ciò che ha in frigo per accertarsi che non ci sia del cibo andato a male.

    Ma la parte peggiore è questa: “È molto deprimente pensare che questa anosmia potrebbe durare per sempre. Non provo nessun piacere nel mangiare”, afferma. “Potrei non poter mai più apprezzare il sapore del vino o della cioccolata, o il profumo del barbecue o dei biscotti appena sfornati, o l’aria salmastra dell’oceano. È una condizione che non si può capire se non la si prova sulla propria pelle”. LEGGI TUTTO