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    Perché i gorilla maschi si battono il petto?

    “Lo pensavamo e ne avevamo il sospetto, ma non c’erano dati effettivi a sostegno di questa tesi”, spiega Roberta Salmi, esperta di primati e direttrice del Primate Behavioral Ecology Lab presso l’Università della Georgia, che non ha legami con questa ricerca. “Sono stata contenta di vedere finalmente questi risultati”.Il biglietto da visita di King Kong

    Anche se l’azione di battersi il petto è comune nei film e in altri ritratti dell’animale tipici della cultura pop, questo comportamento non è ancora compreso e conosciuto correttamente.

    Innanzitutto i gorilla nella vita reale non si battono il petto con le mani a pugno ma le tendono ad arco per amplificare il suono. Inoltre si alzano dalla postura seduta a quella eretta, forse anche questo un modo per assicurarsi che i battiti vengano uditi a grande distanza (quasi un chilometro).

    I silverback si battono il petto più spesso quando le femmine sotto la loro protezione vanno in estro, ovvero il periodo in cui sono più pronte per l’accoppiamento. Ma questo non vuol dire che i maschi passino tutto il giorno a battersi il petto come spesso vengono rappresentati nei film.

    In realtà, Wright ha scoperto che ogni maschio si batte il petto in media solo 1,6 volte ogni 10 ore. Anche gli esemplari maschi di livello inferiore, o subordinati, adottano questo comportamento, così come i piccoli di gorilla quando giocano.

    Wright spiega che apparentemente non esiste una relazione tra le dimensioni e il grado di dominio di un maschio e il numero di manifestazioni o la loro durata. Ma aggiunge che una sequenza di battiti potrebbe potenzialmente comunicare l’identità dell’animale o essere una sorta di “firma individuale” per gli altri animali.

    Giganti non così gentili

    Anche se i gorilla sono dotati di muscoli possenti e lunghi canini, questi animali reagiscono con violenza solo raramente. Wright ritiene che ciò sia dato in parte al fatto che l’azione di battersi il petto permette ai maschi di misurarsi gli uni con gli altri senza dover passare al contatto fisico.

    “Anche per gli esemplari che hanno probabilità di vincere un combattimento, il margine di rischio è sempre alto”, spiega. “Si tratta di animali grandi e forti capaci di arrecare grossi danni”.

    Per i maschi più piccoli, il suono del battito del petto dei silverback può essere un deterrente al tentativo di approccio. Allo stesso modo, un silverback potrebbe udire i battiti provenienti da un maschio più piccolo nelle vicinanze e decidere che è più debole e non è il caso di preoccuparsene.

    Poiché la frequenza dei battiti del petto dipende dalle dimensioni del corpo — che a loro volta sono collegate alla posizione di dominio e al successo riproduttivo — anche alle femmine di gorilla interessa ascoltare queste “performance”. Battiti del petto particolarmente impressionanti potrebbero attirare le femmine di gruppi vicini, come una sorta di canto delle sirene, anche se questo comportamento non è ancora stato studiato.

    Salmi inoltre ha studiato l’azione di battersi il petto tra i gorilla di pianura occidentale, una specie strettamente correlata. È interessante notare che questa specie manifesta anche il comportamento di battere le mani, apparentemente un modo di avvisare gli altri di un potenziale pericolo — cosa che non è ancora stata osservata nei gorilla di montagna.

    Considerando i risultati del nuovo studio, il prossimo passo sarà analizzare come altri gorilla usano le informazioni codificate in questi suoni prodotti con il petto, aggiunge Salmi.

    E conclude: “Sarà molto interessante vedere in che modo i gorilla vengono influenzati da questi comportamenti in termini di spostamenti e decisioni sulle zone dell’areale da utilizzare”. LEGGI TUTTO

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    I parassiti si stanno estinguendo: ecco perché dobbiamo salvarli

    Uno degli aspetti che la Hopkins e i suoi colleghi hanno notato è ciò che chiamano il “paradosso della co-estinzione”. Poiché i parassiti, per loro stessa natura, hanno bisogno di altre specie e sono particolarmente vulnerabili a questo fenomeno. Prendiamo, ad esempio, il pidocchio del maialino nano, una specie in pericolo. Vive solamente su un’altra specie particolarmente a rischio, il maialino nano appunto, che sta scomparendo dalle praterie in cui vive sulle colline alle pendici dell’Himalaya.“Potrebbero esistere, potenzialmente, milioni di specie di parassiti in pericolo e probabilmente molte altre si sono già estinte” spiega Hopkins. “Ma la cosa strana è che l’estinzione di parassiti non è praticamente mai stata documentata”.

    Wood afferma che sta cercando da oltre un decennio dati storici sulla diffusione dei parassiti, di tutti i tipi, che vivono sulla terra o nell’acqua. “Ho cercato ovunque”, prosegue e, finora, ha trovato appena due serie di dati utili: una proveniente da una ricerca oceanografica della fine degli anni ’40 e l’altra in un quaderno di appunti di laboratorio di uno dei suoi mentori.

    Con così poche informazioni “non possiamo sapere se i parassiti abbiano oggi lo stesso ruolo che hanno avuto in passato” aggiunge Woods. “Così non serve a niente”.

    Il testimonial ideale per la salvaguardia dei parassiti sarebbe il pidocchio del condor della California, vittima del movimento di conservazione stesso, per ironia della sorte. Negli anni ’70, nel disperato tentativo di salvare il condor della California, i biologi hanno iniziato ad allevare gli uccelli in cattività. Parte del protocollo prevedeva di eliminare i pidocchi con pesticidi supponendo che i parassiti fossero nocivi per i condor. Da allora, il pidocchio del condor della California non è mai più stato avvistato.

    Allo stesso modo, la sanguisuga officinale del New England non è stata avvistata per oltre un decennio e la pesca eccessiva è probabilmente stata la causa della scomparsa di questo trematode (Stichocotyle nephropis) che dipendeva dalle specie a rischio di razze e mante per completare il suo ciclo di vita. Per non parlare di altri vermi parassiti, protozoi e insetti che presumibilmente sono “affondati con la loro nave” per usare una metafora quando il loro ospite è venuto a mancare.

    Un mondo senza parassiti

    Anche se la scomparsa dei parassiti potrebbe non sembrare un problema grave, e neppure qualcosa di cui interessarsi, gli ecologisti mettono in guardia sul fatto che la loro completa eliminazione potrebbe condannare il nostro pianeta a una catastrofe. Senza parassiti che le tengono sotto controllo, le popolazioni di alcuni animali esploderebbero proprio come agiscono le specie invasive quando vengono trapiantate lontano dai loro predatori naturali. Altre specie potrebbero subire le conseguenze del caos che ne deriverebbe.

    Anche i grandi e carismatici predatori potrebbero risentirne: molti parassiti si sono evoluti in modo da spostarsi nel loro ospite successivo manipolando l’ospite in cui si trovano all’inizio tendenzialmente guidando quest’ultimo nelle fauci di un predatore. I vermi nematomorfi, ad esempio, maturano all’interno dei grilli, ma poi hanno bisogno dell’acqua per accoppiarsi, quindi influenzano il cervello dei loro ospiti inducendoli a saltare nei ruscelli, dove diventano un’importante fonte di cibo per le trote. Fenomeni simili permettono a uccelli, pesci, felini e altri predatori in tutto il mondo di nutrirsi.

    Anche la salute dell’uomo non trarrebbe grandi benefici dalla scomparsa dei parassiti. In Paesi come gli Stati Uniti, dove sono stati eliminati la maggior parte dei parassiti intestinali, sono presenti malattie autoimmuni praticamente sconosciute in luoghi dove le persone hanno ancora quei parassiti. Secondo una certa linea di pensiero, il sistema immunitario umano si è evoluto con una serie di vermi e parassiti protozoici; quando li abbiamo eliminati, il nostro sistema immunitario ha iniziato ad attaccare noi stessi. Alcune persone con la malattia di Crohn sono arrivate a infettarsi volutamente con vermi intestinali per provare a ripristinare l’equilibrio della flora batterica con risultati di vario tipo.

    Detto ciò, gli scienziati non hanno intenzione di salvare tutti i parassiti. Il verme di Guinea, ad esempio, incassa un no deciso anche dai conservazionisti più estremi. Diventa adulto all’interno della gamba di una persona spesso raggiungendo diverse decine di centimetri di lunghezza ed emerge dolorosamente attraverso il piede. La Fondazione dell’ex presidente Jimmy Carter ha deciso di puntare all’estinzione di questo verme e pochi ne sentiranno la mancanza quando sarà scomparso.

    Se esiste qualcuno che vuole liberarsi di tutti i parassiti, è Bobbi Pritt. In qualità di direttrice sanitaria del laboratorio di parassitologia umana della Mayo Clinic, Pritt identifica parassiti provenienti da tutto il Paese e in ogni parte del corpo. Il suo lavoro quotidiano consiste nel maneggiare sangue umano infettato dai parassiti della malaria, tessuto cerebrale pieno di Toxoplasma gondii o unghie infestate dalle pulci della sabbia che qualcuno ha raccolto camminando a piedi nudi sulla spiaggia.

    Eppure anche Pritt ha un debole per i parassiti. Scrive un blog chiamato “Creepy Dreadful Wonderful Parasites” e trascorre i fine settimana a studiare le zecche fuori dalla sua casa per le vacanze. Come medico, appoggia l’idea di eliminare i parassiti dove causano malattie e sofferenza. “Ma come biologa, l’idea di agire intenzionalmente per provare a estinguere un organismo non mi trova del tutto d’accordo”, spiega.

    In ultima analisi, la promozione della salvaguardia dei parassiti non ha come obiettivo farli amare da tutti ma chiedere una tregua nella nostra guerra contro di loro perché ci sono ancora tanti aspetti che non conosciamo sul loro valore per gli ecosistemi e magari anche per l’uomo. E se l’utilità dei parassiti non è ancora abbastanza convincente per voi, provate a riflettere su questa frase di Kevin Lafferty:

    “Un credente direbbe che sono tutte creature di Dio e dovremmo prenderci cura anche di loro” sostiene. “E questo è il tipo di approccio che è stato adottato dalla biologia della conservazione con un’unica grande eccezione, ovvero, i parassiti”. LEGGI TUTTO

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    I funghi sono fondamentali per la nostra sopravvivenza. Stiamo facendo abbastanza per proteggerli?

    Oggi, 100 anni dopo l’entusiastica scoperta di Inzenga, questa specie di fungo, tutt’ora molto apprezzata per il suo sapore, è stata inclusa nella lista delle specie in pericolo critico dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN), organizzazione che tiene traccia dei numeri delle popolazioni di molte specie esistenti al mondo. La raccolta di questi funghi è vietata nell’area protetta del Parco Naturale delle Madonie ma nelle aree circostanti i cercatori di funghi possono raccogliere gli esemplari più grandi ovvero aventi un cappello di oltre 6 centimetri di diametro. A differenza della maggior parte delle specie di funghi, il fungo basilisco fruttifica in primavera, nel breve lasso di tempo che va da aprile a maggio. E dal 2006 al 2015 è stata l’unica specie di fungo a essere globalmente riconosciuta come in pericolo.

    “È un alimento molto apprezzato nella cucina siciliana quindi, quando i suoi numeri cominciarono a diminuire, il problema coinvolse l’opinione pubblica” racconta Nicholas Money, micologo presso l’Università di Miami in Ohio.

    E i funghi che invece non notiamo e non conosciamo? Quanti di loro sono in pericolo?

    “Riteniamo che l’effettiva biodiversità dei funghi si attesti tra un milione e sei milioni di specie” afferma Anne Pringle, micologa dell’Università del Wisconsin-Madison nonché explorer per National Geographic. Nonostante la loro prevalenza a livello globale, infatti, i funghi non sono mai stati oggetto di iniziative di conservazione.

    “Essendo una specie che si mangia” afferma Pringle riferendosi al fungo basilisco, “viene notata e ricercata. Ma potrebbero esserci altre migliaia di specie di funghi in pericolo di cui non sappiamo”.

    Come si fa a proteggere organismi che non sono immediatamente visibili e che non conosciamo? E perché dovremmo tentare di farlo?

    “La vita su questo pianeta non esisterebbe senza i funghi” afferma Greg Mueller, esperto di conservazione dei funghi e scienziato capo presso il Chicago Botanic Garden.

    Tutelarli, continua Money, “è una questione urgente per via della loro relazione con alberi e foreste. Senza i funghi non ci sono nemmeno gli alberi… quindi non possiamo vivere senza di loro. Sono incredibilmente importanti per la salute del pianeta”.

    La complessa struttura dei funghi  

    I funghi per come li conosciamo – organismi di varie forme e colori che spuntano dal suolo — sono solo una piccola parte riproduttiva di un più ampio organismo fungino. La parte che emerge dal terreno viene chiamata corpo fruttifero ed è collegata, sottoterra, a un’estesa rete di sottilissimi e microscopici filamenti chiamati micelio. Nel 1998 gli scienziati hanno stabilito che il più grande organismo esistente sulla terra, quantomeno in termini di superficie ricoperta, era un fungo nelle Blue mountains dell’Oregon, il cui micelio si estendeva sottoterra per oltre 800 ettari.

    Alcuni funghi cosiddetti micorrizici formano rapporti simbiotici con le piante. Ben il 90% delle piante comuni che vediamo in superficie hanno un rapporto benefico con i funghi.

    “I filamenti dei funghi penetrano nell’apparato radicale della pianta formando un collegamento simile a quello della placenta tra la colonia fungina e le radici” spiega Money. “Si forma una sorta di sistema radicale supplementare per la pianta”.

    Queste reti radicali aiutano le piante ad assorbire ulteriore acqua, minerali e sostanze nutrienti e in cambio il fungo riceve una parte degli zuccheri che le piante producono con la fotosintesi.

    Se prendiamo in mano una manciata di terra probabilmente questa contiene del micelio invisibile, afferma Pringle. I progressi fatti nel sequenziamento del DNA hanno aiutato gli scienziati a rilevare la presenza invisibile delle sequenze di DNA fungino quasi ovunque, dal terriccio al nettare dei fiori.

    Questo tuttavia lo rende anche difficile da rilevare. A seconda delle specie, il micelio può manifestarsi in più punti diversi con uno o più corpi fruttiferi, il che significa che quello che vediamo in superficie può non corrispondere in numeri agli organismi che vivono sottoterra.

    “Il micelio sotterraneo può far emergere un fungo qua e uno là” afferma Pringle; “si tratta di due organismi distinti? Oppure sono due corpi fruttiferi dello stesso individuo sotterraneo?”

    “Esistono dei modi per scoprirlo” aggiunge, “ma richiedono molto tempo e risorse”. Il lavoro di Pringle è incentrato sul sequenziamento genetico dei funghi mirato alla distinzione delle specie.

    Lo stato dei funghi

    In una relazione del 2018 sullo stato dei funghi a livello mondiale, gli scienziati hanno rilevato che, rispetto alle 68.000 specie animali e alle 25.000 specie di piante prese in esame per valutare il livello di minaccia a cui sono sottoposte, solo 56 funghi erano stati inclusi nell’analisi. Attualmente 168 specie di funghi di tutto il mondo sono considerate minacciate. LEGGI TUTTO

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    Sylvia Earle e gli scienziati marini lavorano per proteggere l’ecosistema dei nostri oceani

    La leggendaria oceanografa Sylvia e un team di scienziati marini pionieri raccontano la storia dell’incredibile lavoro che è in atto in tutto il pianeta per proteggere il fragile ecosistema dei nostri oceani. È uno sguardo nelle meraviglie del mare, nel laboratorio vivente di cui tutti facciamo parte e nell’attività scientifica fondamentale che viene svolta tutti i giorni sotto la superficie delle onde.Perpetual Planet: Eroi degli Oceani, su National Geographic, dal 22 aprile. LEGGI TUTTO

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    Alla scoperta di una pratica giapponese per immergere i bambini nella natura

    “Quando prestate attenzione alla natura insieme ai bambini, tante cose ordinarie diventano magiche”, afferma Nazarian, insegnante di scuola elementare da oltre 25 anni e guida certificata di terapia forestale.Nazarian fa parte di un gruppo in crescita che ha scoperto la pratica dello Shinrin-Yoku, o “bagno nella foresta” – che indica l’attività di trarre giovamento dall’atmosfera della foresta, che è stata ufficialmente riconosciuta dal governo giapponese negli anni ‘80 e da allora è stata ampliata in oltre 60 percorsi certificati. È diverso dalle escursioni, che prevedono il raggiungimento di una destinazione, o da una passeggiata naturalistica che si concentra invece sull’identificazione di piante e animali. Il “bagno nella foresta” incoraggia i partecipanti a relazionarsi lentamente e deliberatamente con la natura. 

    E la grande notizia è che potete sperimentare questa pratica naturalistica ovunque voi viviate – ottenendo benefici reali tanto per la salute fisica quanto per la salute mentale dei vostri figli.

    I benefici del bagno nella foresta

    Il “bagno nella foresta” sta tutto nell’ammirare i dintorni con consapevolezza mentre si è, nello stesso tempo, circondati dalla natura del vostro cortile, del parco locale o di una foresta reale. E un crescente corpo di ricerca mostra come questo approccio alla natura si traduca in numerosi benefici per la salute che vanno da un sonno migliore a una riduzione del cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress.

    Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, essenzialmente, il “bagno nella foresta” combina i benefici della meditazione con i benefici dello stare a contatto con la natura. Ad esempio, il “bagno nella foresta” e la meditazione sono entrambe pratiche di consapevolezza che aiutano ad apprezzare il momento presente. Gli studi dimostrano infatti che coltivare la consapevolezza può potenziare la memoria e la concentrazione, promuovere l’empatia, ridurre lo stress e migliorare l’attenzione e il comportamento negli ambienti scolastici.

    Ma la meditazione tradizionale può essere impegnativa specialmente per i bambini più piccoli che hanno ancora difficoltà a restare seduti e fermi. “Le attività di bagno nella foresta ci trascinano nel momento presente senza la necessità di restare fermi”, spiega Nazarian. “Questo aiuta i bambini a diventare più consapevoli dei loro corpi. Mentre imparano a essere consapevoli di come si sente il loro organismo, iniziano anche a riconoscere come reagiscono i loro corpi alle emozioni. È una strategia preziosa per alleviare e gestire lo stress”.

    L’altro vantaggio del “bagno nella foresta” è offrire ai bambini l’opportunità di stare all’aperto immersi in spazi verdi. Centinaia di studi hanno indagato l’impatto positivo della natura sulla salute fisica, mentale ed emotiva dei bambini e anche sul loro generale sviluppo; benefici che vanno dal potenziamento del QI a un miglioramento del benessere mentale.

    “C’è qualcosa a proposito dello stare nel mondo della Natura che migliora lo sviluppo cognitivo e la salute fisica e mentale”, afferma Richard Louv, co-fondatore di Children and Nature Network e autore di diversi libri, incluso Last Child in the Woods: Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder. “In particolare, la ricerca suggerisce fortemente che il tempo trascorso in natura può aiutare i bambini a imparare a sviluppare la sicurezza in se stessi, insegnare loro a calmarsi, migliorare la concentrazione, ridurre i sintomi disturbo da deficit di attenzione/iperattività, migliorare la creatività e ridurre lo stress.”

    Guida per principianti

    Pronti per provare il “bagno nella foresta”? Ecco alcune linee guida per iniziare.

    Siate flessibili. Helene Gibbons, una guida di “bagno nella foresta” presso il Saranac Lake, a New York, ha adattato molte delle sue attività con pause da 5 a 15 minuti che gli insegnanti possono fare con i bambini durante tutto il giorno. “Non sempre è possibile fare una passeggiata per la foresta di un’ora a piedi con i bambini”, dice.

    Diminuire la quantità di tempo da dedicare all’attività di “bagno nella foresta” è un modo per evitare stress, in particolare per i bambini più piccoli. Dare loro il permesso di parlare e andare in giro, indipendentemente dall’attività, è un altro modo per essere più flessibili. “I bambini hanno bisogno di autonomia per prendere decisioni da soli. A loro piace avere quella libertà”, afferma Gibbons.

    Attirate l’attenzione sull’esperienza sensoriale. Usare i sensi sta tutto nell’osservare i dintorni essendo vigili, ed essendo presenti – cose che fa anche la meditazione, afferma Katy Bowman, autrice di Grow Wild: The Whole-Child, Whole-Family, Nature-Rich Guide to Moving More.

    “Quando ascoltate tutti i suoni della natura che riuscite a sentire, vi state concentrando su qualcosa che trascende il chiacchiericcio nella vostra testa”, afferma Bowman.

    Fate domande che incoraggino i bambini a concentrarsi sui loro sensi. Che sensazione dà l’erba? Quali forme vedete? Che odore hanno gli aghi di pino?

    Trasformatelo in un gioco. Queste attività contribuiscono a fornire uno schema divertente e flessibile che incoraggia i bambini a essere più consapevoli dei loro dintorni naturalistici:

    Nazarian utilizza una corda o un hula hoop per creare un cerchio nell’erba e incoraggia i bambini a esplorare la piccola area al suo interno con una lente d’ingrandimento.

    Nel gioco “Cosa si muove”, Nazarian chiede ai bambini di camminare molto lentamente e notare cosa si sta muovendo mentre anche loro si muovono. Spesso i bambini noteranno i movimenti più grandi come quelli degli uccelli e poi quelli più piccoli come quelli delle formiche. “Una volta è arrivata una brezza che ha disperso centinaia di semi di acero – anche detti “elicotteri” per la loro particolare rotazione a elica, racconta. “Ci hanno fatto inciampare per settimane, ma prestare attenzione al loro fluttuare in aria sopra le nostre teste è stato bellissimo”.

    Bowman suggerisce di andare a fare una passeggiata “del tè” a piedi in cerca di ingredienti come aghi di pino o abete, citronella o menta che possono essere usati per preparare un tè alle erbe.

    Nel “Gioco della fotocamera”, un bambino è il fotografo mentre l’altro è la fotocamera. La fotocamera chiude i suoi occhi e il fotografo guida la fotocamera verso uno scenario naturale come ad esempio un tronco d’albero. Quando poi il fotografo dà l’ok, la fotocamera apre i suoi occhi e cattura il maggior numero di dettagli possibile di quello scenario. A seconda dell’età di vostro figlio, potete incoraggiarlo a scrivere o disegnare ciò che vede.

    Sdraiati sulla schiena, osservate le nuvole fluttuare in cielo e fate attenzione a quali forme e immagini riuscite a visualizzare.

    Per un’attività in una giornata di pioggia, invece, i Gibbons suggeriscono di starsene seduti di fronte a una finestra aperta ad ascoltare la pioggia per alcuni minuti. Quindi i bambini dovranno realizzare un disegno che rappresenti come si sentono in quel momento. LEGGI TUTTO

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    SpillOver: una app riuscirà a prevedere la prossima pandemia?

    Un gruppo di ricercatori dell’Università della California a Davis (UC Davis) sta studiando modi per evitarlo. L’obiettivo è quello di aiutare gli scienziati di tutto il mondo a determinare il potenziale di pericolosità di ciascun virus classificando le probabilità di trasmissione tra le specie e di evoluzione in una forma contagiosa per l’uomo. Questo fenomeno poco conosciuto, chiamato spillover – o salto di specie – virale, ha avuto un ruolo cruciale nello scoppio di altre pandemie, tra cui quelle di Ebola, MERS, SARS e HIV, il virus che causa l’AIDS.Il team ha realizzato uno strumento basato su piattaforma web chiamato appunto SpillOver. L’applicazione si basa sull’analisi di 32 fattori di rischio – come il tipo di virus, la specie ospite e la zona di rilevamento – per determinare una sorta di classifica del rischio di spillover. “Abbiamo esaminato i virus noti per essere trasmissibili dagli animali all’uomo e quelli di recente scoperta”, afferma Zoe Grange, che ha preso parte al progetto in qualità di ecologa post-dottorato esperta in malattie della fauna selvatica presso l’UC Davis. Contrassegnando i cosiddetti “virus pericolosi” il database, pubblicamente accessibile, è stato concepito come strumento di monitoraggio per scienziati e responsabili politici.

    Grange e Jonna Mazet, epidemiologa presso la School of Veterinary Medicine della UC Davis, hanno avuto l’idea durante una passeggiata sulla spiaggia nella primavera del 2017. Grange ricorda: “Ci siamo chieste, ‘perché non creare un sistema di classificazione per i virus?’”

    Questo strumento serve anche a dare una forma alla grande quantità di report su nuove sequenze di virus animali che sono stati raccolti nell’ambito del progetto PREDICT – progetto da 238 milioni di dollari (quasi 200 milioni di euro) – gestito dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale tra il 2009 e il 2019. Questo programma premonitore pre-COVID si è occupato della minaccia costituita dai virus della fauna selvatica organizzando un esercito globale di 6.800 “cacciatori di virus” in 35 Paesi. Sono stati raccolti campioni di sangue, saliva, urina o feci da pipistrelli, roditori e primati, e ne è stata analizzata la sequenza genetica.

    Sono stati scoperti quasi 900 nuovi virus, tra cui 160 coronavirus e un ceppo di Ebola finora sconosciuto. Sono stati rilevati anche 18 virus zoonotici noti, come i virus Lassa e Marburg, che sono causa di febbri emorragiche. “Abbiamo scoperto moltissimi virus. Ma questo che cosa ci dice?” chiede Grange, che adesso ricopre la carica di scienziata responsabile per la protezione della salute presso la Public Health Scotland “Che non tutti i virus causano pandemie”.

    La banca dati SpillOver è configurata in modo tale che i ricercatori possano aggiungere i propri rilevamenti. “Volevamo creare uno strumento che tutti potessero usare. È possibile aggiungere le proprie scoperte sui virus e fare le proprie classificazioni”, afferma Mazet.

    In uno studio pubblicato la scorsa settimana, i ricercatori guidati da Grange e il suo team della UC Davis hanno utilizzato i dati di circa 75.000 specie animali e i dati pubblici dei rilevamenti dei virus per classificare il potenziale di spillover di 887 virus di fauna selvatica. Il SARS-CoV-2, il noto virus causa del COVID-19, si è classificato al secondo posto in termini di probabilità di provocare la malattia e diffondersi tra la popolazione umana. Sebbene i dati fossero basati su rilevamenti di virus limitatamente a tigri, leoni e visoni in cattività, sono serviti a dimostrare che lo strumento funziona. Attualmente l’Organizzazione mondiale della sanità ritiene che il SARS-CoV-2 si sia probabilmente diffuso nell’uomo passando direttamente da un pipistrello a un essere umano, oppure attraverso un ospite intermedio, come ad esempio il pangolino. Il virus in cima alla classifica era il Lassa, endemico nella popolazione di roditori dell’Africa occidentale e causa di febbre emorragica, che uccide l’1% delle vittime.

    La crescente minaccia del salto di specie

    A differenza di altri strumenti che valutano il livello di rischio di un numero limitato di virus, come quello dell’influenza, questo database contempla 26 famiglie di virus rilevati nella fauna selvatica. È una risorsa preziosa per l’ambito di ricerca perché il ritmo del fenomeno dello spillover sta aumentando, afferma Raina Plowright, ecologa specializzata in fauna selvatica presso la Montana State University che studia le dinamiche delle malattie tra l’uomo e le popolazioni animali.

    “Quello che trovo positivo di questa piattaforma è che i fattori di rischio vengono presi in esame in modo molto ampio, in particolare le sollecitazioni sull’ecosistema in cui vive l’ospite e le possibili interazioni tra l’uomo e le potenziali specie ospite”, afferma Plowright. “Ci stiamo introducendo negli ultimi luoghi selvaggi del pianeta entrando più in contatto con specie di fauna selvatica e sottraendo risorse fondamentali per la loro sopravvivenza”. Limitando e riducendo l’habitat degli animali, questi sono costretti ad avvicinarsi alle aree popolate in cerca di cibo. E proprio come avviene nell’uomo, quando gli animali sono stressati sono più vulnerabili e si ammalano con più facilità, diffondendo i virus tra gli esemplari della propria specie, trasmettendoli ad altri animali e potenzialmente all’uomo.

    Quello che non è noto è come alcuni di questi nuovi virus possano infettare l’uomo, ovvero come si inneschi la complessa sequenza in cui un patogeno riesce a penetrare nelle cellule umane, a moltiplicarsi e a diffondersi nell’organismo eludendo il sistema immunitario. Alcuni virus, come il Nipah, possono passare direttamente dal pipistrello all’uomo, altri virus hanno invece bisogno di un processo di adattamento per diventare contagiosi.

    “Generalmente un virus ha bisogno di molte mutazioni per diventare contagioso per l’uomo” afferma Hector Aguilar-Carreno, virologo presso il Cornell University College of Veterinary Medicine che si occupa di immunologia virale. “Dipende dal tipo di virus. In alcuni casi possono essere sufficienti una o due mutazioni ma in altri potrebbero esserne necessarie 20 o più per creare le condizioni di trasmissibilità o di replicazione nell’organismo ospite”. A complicare ulteriormente la questione c’è il terzo animale, ulteriore passaggio a volte necessario perché la mutazione possa avvenire, come è stato ipotizzato per il SARS-CoV-2. Il virus è probabilmente mutato quando è passato – se questo è effettivamente successo – a un pangolino e poi è mutato di nuovo passando all’uomo.

    L’importanza delle liste di monitoraggio

    La questione scivolosa dei potenziali eventi di spillover solleva l’interrogativo: cosa dobbiamo fare di tutte queste informazioni? Secondo Mazet, responsabile scientifica di PREDICT, questa banca dati mette a disposizione dei responsabili politici la lista di virus evidenziati come ad alto rischio di spillover zoonotico. “Non abbiamo creato questo strumento per spaventare il mondo dicendo che esiste una grande quantità di nuovi virus e che nessuno sa come gestirli”, afferma. “Questo strumento serve a creare una sorta di lista di virus da monitorare comprensiva dei dati sull’esposizione delle persone”.

    Un esempio concreto: dato che le malattie che hanno origine nei pipistrelli possono essere trasmesse attraverso il guano (in cui è stato rilevato l’RNA del coronavirus), si potrebbe raccomandare agli agricoltori che raccolgono il guano e lo utilizzano come fertilizzante di utilizzare dispositivi di protezione individuale o di disinfettare il guano stesso. “Se fosse troppo pericoloso, potremmo ipotizzare mezzi di sussistenza alternativi, o individuare nuove procedure di sicurezza”, aggiunge Mazet. Uno dei risultati del progetto PREDICT è stata la pubblicazione di un libro intitolato “Living Safely with Bats”(La coesistenza sicura con i pipistrelli, NdT) che tratta degli animali più coinvolti nei fenomeni di spillover virale e che è stato tradotto in 12 lingue e presentato a centinaia di incontri pubblici in Africa e Asia.

    I pipistrelli amano la linfa della palma da dattero

    Quando all’inizio degli anni 2000, l’epidemiologa Emily Gurley ha lavorato in Bangladesh, il suo team è riuscito a sfruttare informazioni specifiche sulla trasmissione del Nipah, un virus mortale per il quale non si conosce nessuna cura, per aiutare gli abitanti dei villaggi a ridurre il rischio di contagio. Dopo inspiegabili epidemie di Nipah, Gurley e i suoi colleghi hanno rintracciato il virus nei pipistrelli della frutta (in precedenza in Malesia, il virus era stato trasmesso all’uomo attraverso maiali infetti). In molte zone del Bangladesh, la linfa appena estratta dalla palma da dattero è considerata una prelibatezza; si è scoperto però che i pipistrelli amano leccare la linfa di questa palma che scorre verso i vasi di raccolta e possono contaminarla con urina e feci.

    “Seguendo questo percorso di spillover abbiamo dimostrato che questa era la principale via di trasmissione”, afferma Emily Gurley, adesso scienziata associata alla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health. I risultati delle ricerche hanno portato a una campagna di sensibilizzazione per rendere più sicura questa bevanda che incoraggiava gli abitanti dei villaggi a installare delle reti per tenere i pipistrelli lontani dai vasi di raccolta.

    Il programma PREDICT si è concluso a settembre ma Mazet afferma che l’obiettivo del progetto era sviluppare le capacità dei Paesi per continuare le attività di sorveglianza e coinvolgere e informare le comunità locali prima che si verifichi il prossimo salto di specie – e probabilmente la prossima pandemia. Una seconda iniziativa si concentra sulla formazione di professionisti sanitari esperti in diversi ambiti nelle università in Africa e nel Sudest asiatico che si dedichino al rilevamento e alla prevenzione delle malattie. “Esistono migliaia di virus che ancora devono essere scoperti”, conclude. LEGGI TUTTO

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    Il caffè riuscirà a “risvegliare” le foreste pluviali del Costa Rica?

    Una soluzione che va a beneficio di tuttiI chicchi di caffè sono i semi di un frutto chiamato ciliegia di caffè che, quando viene raccolto, assomiglia a una ciliegia di colore giallo o rosso acceso. Per ottenere i chicchi di caffè, i produttori rimuovono la buccia, la polpa e altre pellicole interne del frutto. Poi ciò che resta viene fatto asciugare e tostato per fare poi la polvere usata per preparare la bevanda che finisce nelle nostre tazzine ogni mattina. Circa la metà del peso di un raccolto di caffè finisce in scarti.

    In Costa Rica, racconta Rakan Zahawi, uno degli autori dello studio nonché direttore del Lyon Arboretum dell’Università delle Hawaii a Manoa, i produttori di caffè generalmente portano tutti gli scarti di produzione in aree di stoccaggio dove vengono lasciati a decomporre.

    Nei primi anni 2000, Zahawi aveva conosciuto un simile progetto di ripristino basato sull’uso delle bucce di arancia.

    “La differenza era come dal giorno alla notte” racconta descrivendo le foreste trattate con le bucce d’arancia rispetto a quelle non trattate, “gli effetti erano davvero evidenti”.

    L’idea alla base di quel progetto gli tornò in mente quando iniziò a lavorare in Costa Rica e si rese conto della quantità di rifiuti generati dall’importante industria del caffè del Paese. Se i residui di polpa del caffè potessero essere utilizzati in qualche modo, pensarono Cole e Zahawi, tutti i soggetti coinvolti — produttori di caffè, proprietari dei terreni e ambientalisti — ne trarrebbero beneficio.

    “Di base si tratta di un sostanzioso prodotto di scarto, costoso da smaltire, e i produttori lo cedono gratuitamente”, afferma Cole. Al posto dei costi necessari per lo stoccaggio e il compostaggio di questi scarti, i ricercatori hanno dovuto far fronte soltanto al costo di noleggio dei camion per il trasporto sui terreni.

    Come e perché funziona

    Funziona così: si sparge uno strato spesso circa mezzo metro di polpa di caffè su un’area ricoperta di erba da foraggio. La vegetazione sottostante col tempo “cuoce” e muore per asfissia quindi si decompone.

    “In questo modo muoiono anche le radici e i rizomi dell’erba”, aggiunge Zahawi.

    Zahawi e Cole hanno rilevato che l’erba decomposta, insieme allo strato di caffè ricco di nutrienti, creano un terreno fertile. Questo terreno attrae gli insetti che a loro volta attraggono gli uccelli, i quali vi depositano i semi, come fa anche il vento.

    A quel punto inizia la rinascita.

    “Sembra che non succeda nulla per i primi due o tre anni ma poi avviene una vera e propria esplosione di nuove piante” afferma Zahawi “il terreno è così ricco di sostanze nutrienti che sembra che le piante crescano sotto steroidi”.

    È stato osservato che è determinante applicare uno strato di polpa sufficientemente spesso su aree abbastanza pianeggianti da non consentire il dilavamento e in condizioni climatiche che prevedano un periodo asciutto che permetta al caffè di “cuocere”. Essenzialmente diventa una compostiera molto efficace.

    “Se si mette una mano in quella miscela, si avverte proprio calore, non troppo, ma quel tanto che basta a soffocare l’erba sottostante” racconta Zahawi.

    Un metodo alternativo per eliminare le erbe infestanti sarebbe l’applicazione di teli di plastica fissati in posizione con dei pesi. Però con questo metodo “si produrrebbero notevoli quantità di rifiuti di plastica”, afferma Zahawi. Inoltre sarebbe comunque necessario aggiungere del terreno fertile per stimolare la crescita di nuove piante.

    Cole afferma che il modo più diffuso per ripristinare le foreste è piantare alberi. Ma è un’attività costosa che richiede molta manodopera, soprattutto rispetto alla semplice applicazione degli scarti del caffè lasciando che la natura faccia il resto.

    “Inizialmente ero piuttosto scettica, non ero sicura che avrebbe funzionato. Pensavo che sarebbe semplicemente cresciuta dell’erba più verde”, afferma. Invece abbiamo assistito alla rinascita della foresta pluviale.

    Ostacoli e ulteriori ricerche

    Anche se l’esperimento di Cole e Zahawi con la polpa di caffè ha prodotto un’efficace spinta per la rinascita delle foreste, ci sono degli aspetti negativi da considerare.

    “La polpa di caffè è davvero maleodorante” racconta Cole, che è cresciuta vicino a una piantagione di caffè in Costa Rica “io sono cresciuta con quell’odore ma per molte persone può essere piuttosto sgradevole”. 

    Inoltre questi scarti organici attirano molte mosche e altri insetti che, se da un lato presentano il vantaggio di attrarre gli uccelli – fondamentali per la dispersione dei semi – sono nocivi per le persone che vivono nei paraggi.

    “C’è anche la possibilità di effetti negativi per i bacini idrici: potrebbero verificarsi contaminazioni” afferma Cole. La polpa di caffè contiene sostanze nutritive come azoto e fosforo che possono avere impatti negativi su fiumi e laghi causando ad esempio un’eccessiva crescita di alghe. Inoltre la polpa potrebbe contenere tracce dei pesticidi utilizzati durante la coltivazione.

    Questo esperimento è stato eseguito in una zona lontana da risorse idriche ma Cole afferma che le loro prossime ricerche si concentreranno sullo studio del potenziale impatto sulle aree circostanti.

    Il precedente progetto incentrato sull’uso delle bucce d’arancia per incrementare la ricrescita delle foreste in Costa Rica era partito ma poi aveva incontrato degli ostacoli. Quando il produttore di succo d’arancia Del Oro avviò una collaborazione con un’area protetta locale per la distribuzione di grandi quantità di bucce d’arancia su terreni precedentemente utilizzati come pascoli, il suo concorrente locale, TicoFrut, sostenne che il programma fosse semplicemente un modo per disfarsi dei rifiuti. Il programma fu bloccato dalle autorità del Costa Rica che presero le parti dell’azienda concorrente.

    Un futuro promettente per le foreste?

    Dan Janzen e Winnie Hallwachs, coppia nella vita ed entrambi ecologisti tropicali presso l’Università della Pennsylvania, non sono stupiti del successo ecologico dell’esperimento di riforestazione di Cole e Zahawi; fu Janzen a proporre allo stesso scopo la collaborazione tra Del Oro e l’area protetta nel 1996, e a parlare a Zahawi di quell’idea.

    Già due decenni fa, assistette a un successo simile.

    Janzen racconta che sei mesi dopo l’applicazione delle bucce d’arancia, il terreno di un ettaro su cui si fece la prova al tempo “aveva un aspetto e un odore terribili”.

    “Un anno e mezzo dopo, il panorama era molto diverso: al posto delle infestanti erbe da foraggio c’era una meravigliosa macchia di latifoglie variegate che cresceva su un ricco terreno scuro. Sostanzialmente avevamo realizzato un’ottima fertilizzazione del terreno. Ce l’avevamo fatta”, scrive Janzen per e-mail.

    Janzen pensa che il progetto con la polpa di caffè potrebbe non avere lo stesso destino del fallito progetto con le bucce d’arancia sostenendo che sia “meno invischiato in spinose questioni politiche” e gestito da produttori più piccoli piuttosto che da grandi aziende in competizione tra loro.

    Oltre a studiare gli impatti a lungo termine, Cole è interessata a testare altri sottoprodotti agricoli. Essendo i rifiuti organici di questo tipo ricchi di nutrienti e non nocivi alla salute umana, si aspetta di ottenere risultati simili. LEGGI TUTTO

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    L'evoluzione del disgusto: una sensazione innata che ci aiuta a sopravvivere

    Immersi nelle ombre nebbiose delle Ande, alcuni membri della tribù Shuar vivevano volontariamente in capanne tradizionali con pavimenti sporchi, mentre altri vivevano in case con il pavimento in cemento e tetto in metallo. Molti partecipavano ad attività di sussistenza come caccia, pesca, orticoltura e foraggiamento che li portava in contatto con possibili patogeni, inclusi ascaridi e tricocefali, parassiti che vivono in terreni contaminati dagli escrementi. Cepon-Robins studiò ciò che provocava disgusto in 75 soggetti intervistati.“Per la maggior parte erano disgustati da cose come pestare gli escrementi e bere la chicha, una bevanda realizzata con la yuca masticata e sputata” racconta Cepon-Robins. La chicha è una bevanda tradizionale fermentata nonché una delle principali fonti d’acqua nelle comunità Shuar più rustiche. Non era la chicha in sé a disgustare gli intervistati quanto piuttosto chi la preparava. “L’oggetto del loro disgusto era bere la chicha fatta da persone malate o dalla scarsa igiene orale”, afferma.

    I ricercatori hanno poi raccolto campioni di sangue e feci dei partecipanti e hanno confrontato il loro stato di salute con il loro livello di disgusto. Come riportato dagli scienziati nell’articolo pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, i soggetti più sensibili al disgusto presentavano minori infezioni virali e batteriche.

    Nelle comunità studiate, gli individui non potevano evitare condizioni che alcune persone nelle culture industrializzate potrebbero trovare disgustose, come lo sporco, e il loro disgusto non li proteggeva da molti parassiti. Ciononostante, il disgusto aiutava a ridurre al minimo il contatto con le secrezioni corporee che possono trasmettere malattie microbiche, aspetto che portò Cepon-Robins a ritenere che il disgusto si fosse evoluto con la funzione di proteggere i nostri antenati dalle malattie, proprio come aveva ipotizzato Darwin.

    Se questo è vero, perché molti bambini sono attratti da melma e sporcizia?

    Perché ci piace sporcarci?

    Per un qualche risvolto controintuitivo della teoria di Darwin, sporcarsi potrebbe piacere ai bambini perché fornisce un vantaggio evolutivo.

    Sappiamo bene che non tutti i germi sono nocivi. A partire dalla nostra flora intestinale fino ai germi presenti sulla pelle, i microbi lavorano insieme al nostro sistema immunitario per mantenere l’equilibrio del nostro organismo, proteggerci dai patogeni e molto altro. La scienza ci dice anche che rotolarsi in un po’ di sporco, come fanno i bambini, portati a stare vicino alla terra o in contatto con gli animali, aiuta a costruire un sistema immunitario più forte e più efficace nel combattere le malattie.

    “Non si tratta tanto del fatto che si sporcano quanto di dargli la possibilità di interagire con il mondo che li circonda”, afferma Jack Gilbert, professore di pediatria presso l’Università della California a San Diego. Gilbert non rincorre costantemente i suoi figli con le salviette disinfettanti, gli lascia invece sperimentare la grande varietà di microbi che la natura offre perché sa che il loro futuro sistema immunitario dipende da questo.

    “I bambini che interagiscono fisicamente con un cane più o meno dal primo anno di età hanno il 13% di probabilità in meno di sviluppare asma” afferma “i bambini che crescono in campagna, interagendo con molti animali, hanno il 50% di probabilità in meno. Quell’esposizione è infatti molto importante per combattere le malattie allergiche croniche”.

    L’infanzia è in effetti un campo di addestramento per il sistema immunitario, quantomeno fino a una certa età. Uno studio del 2014 mostra che per la maggior parte dei bambini la sensibilità al disgusto inizia intorno ai cinque anni di età. Questo è il momento in cui iniziano a essere esposti a forme più pericolose di vita microbica, come ad esempio il virus respiratorio sinciziale e la giardia, un parassita microscopico che causa la diarrea.

    “A questa età i bambini sono svezzati e iniziano a cercare il cibo autonomamente e si mettono in bocca di tutto ma il loro sistema immunitario non è ancora completamente sviluppato” afferma l’autore dello studio Joshua Rottman,  professore assistente di psicologia presso il Franklin & Marshall College di Lancaster, in Pennsylvania. “Sono molti i bambini piccoli che muoiono ogni anno a causa di patogeni e parassiti. Questo potrebbe essere dato in parte dal fatto che non provano disgusto”.

    Anche alcuni adulti sono attratti dalle cose disgustose: esaminiamo attentamente il contenuto dei nostri tessuti, guardiamo film sanguinosi e apprezziamo cibi viscidi e seguiamo trasmissioni come La dottoressa schiacciabrufoli e Io e i miei parassiti. Che abbiamo di strano? LEGGI TUTTO