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    Vaccini anti COVID-19: secondo gli scienziati non sono necessari ulteriori richiami

    L’8 luglio Pfizer e BioNTech hanno annunciato l’intenzione di richiedere l’autorizzazione all’uso di emergenza per una dose di richiamo del loro vaccino dicendo che i loro dati mostrano che l’efficacia del vaccino è in calo e che un terzo richiamo “potrebbe rendersi necessario dopo sei-dodici mesi dalla seconda dose”. I rappresentanti di Pfizer successivamente hanno incontrato i funzionari americani insistendo sulla necessità dell’autorizzazione per l’uso di emergenza di una terza dose.Le autorità statunitensi, tuttavia, hanno rigettato le rivendicazioni di Pfizer. In una dichiarazione congiunta, la FDA (Food and Drug Administration) e i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie USA (CDC) hanno affermato che gli americani che hanno ricevuto la dose completa di vaccino “per il momento non hanno bisogno di ulteriori richiami” sottolineando che i vaccini rimangono altamente efficaci contro le forme gravi e mortali della malattia.

    Un portavoce del Dipartimento della salute e dei servizi umani (HHS) degli Stati Uniti ha comunicato a National Geographic che le autorità stanno prendendo in considerazione tutti i dati a disposizione inclusi quelli forniti da laboratori di ricerca, sperimentazioni cliniche e aziende farmaceutiche come Pfizer. “Apprezziamo che condividano le loro informazioni e comunque è ancora in corso un processo di valutazione, su base scientifica, per chiarire se, quando e per chi un eventuale richiamo dovesse rendersi necessario”.

    Infatti, al contrario dello studio di Pfizer, nuovi dati di laboratorio suggeriscono che il vaccino Pfizer offra una protezione che potrebbe durare per anni. Allora cosa sta succedendo, esattamente? Di seguito vi offriamo uno sguardo su quello che i dati dicono sulla durata dell’immunità tra i soggetti completamente vaccinati — e cosa vogliono ancora comprendere meglio gli scienziati prima di consigliare la somministrazione di un’altra dose di vaccino.

    In Italia l’immunologo Mario Clerici sembra della stessa idea e ha dichiarato: “La terza dose di vaccino di massa non dovrebbe servire. Studi clinici indicano che l’immunità sarà long-lasting, di lunga durata. La terza dose servirà magari per pazienti immunodepressi come per esempio i malati oncologici o i trapiantati. Sempre più dati vanno in questa direzione. Anche quelli citati sulla rivista Nature”.

    Gli anticorpi non sono tutto

    Innanzitutto, un breve riepilogo sulla risposta immunitaria dell’organismo umano generalmente costituita da due fasi: l’immunità innata, che è la prima linea di difesa, quella che genera immediatamente una risposta immunitaria generale in grado di distruggere sostanze estranee o germi; poi c’è il sistema immunitario adattivo — che mira a batteri e virus specifici — che interviene per generare gli anticorpi necessari alla protezione da quel patogeno, nel breve e nel lungo periodo.

    Questo avviene con l’aiuto delle cellule T e delle cellule B, due tipi di globuli bianchi. Come ha detto E. John Wherry, direttore dell’Istituto di immunologia dell’Università della Pennsylvania, le cellule T “hanno il ruolo di ‘orchestratori’ di queste complesse risposte immunitarie”. Questi infatti nutrono le cellule B, che maturano e si trasformano in plasmacellule, con una missione: “Sono fabbriche di anticorpi”, spiega Wherry.

    Ma gli studi hanno mostrato che i livelli di anticorpi neutralizzanti generati dai vaccini anti COVID effettivamente calano col tempo. Nella sua dichiarazione, Pfizer ha affermato che una terza dose di vaccino susciterebbe una risposta immunitaria da cinque a dieci volte maggiore rispetto alle sole due dosi. Pfizer non ha ancora pubblicato i propri dati ma un portavoce dell’azienda ha comunicato a National Geographic che la pubblicazione è prossima.

    Wherry afferma che indubbiamente la presenza di anticorpi neutralizzanti è di importanza fondamentale, ma gli anticorpi non sono tutto.

    Jane O’Halloran, professoressa assistente di medicina presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Washington a St. Louis, in Missouri, concorda, evidenziando che scientificamente un declino nel livello di anticorpi è prevedibile. “Se avessimo alti livelli di anticorpi per ogni patogeno che incontriamo, avremmo il sangue denso come il fango”, spiega.

    Non si tratta quindi della quantità di anticorpi ma della loro qualità quindi di accertarsi che gli anticorpi presenti svolgano effettivamente il loro lavoro e che il nostro organismo abbia gli strumenti per crearli rapidamente, quando è necessario.

    Campi di addestramento per il sistema immunitario

    O’Halloran ha partecipato a un team di ricerca creato per studiare se i vaccini stiano effettivamente preparando l’organismo a combattere il COVID-19 nel lungo periodo. Per il loro studio hanno prelevato campioni dai linfonodi — che contengono cellule B e T — di 14 adulti sani che hanno ricevuto il vaccino Pfizer.

    Quando i globuli bianchi B e T rispondono a una malattia e interagiscono l’uno con l’altro, creano qualcosa che si chiama centro germinativo: essenzialmente campi di addestramento per il sistema immunitario. Ubicati nei linfonodi, i centri germinativi sono i contesti in cui le plasmacellule imparano come generare gli anticorpi più efficaci per combattere un patogeno.

    I centri germinativi inoltre producono cellule di memoria che possono rimanere in circolo per tempi più lunghi e aiutare l’organismo a organizzare una risposta immunitaria se questo incontra nuovamente il virus o il batterio più avanti nella vita. Diversamente dagli anticorpi, le cellule di memoria non possono “vedere” un virus finché questo non infetta le cellule di una parte del corpo. Quando questo avviene, tuttavia, entrano in azione ed eliminano l’infezione.

    Alla fine di giugno, O’Halloran e il suo team di ricercatori della Facoltà di Medicina dell’Università di Washington hanno pubblicato il loro studio sulla rivista Nature, mostrando che i centri germinativi si stavano ancora formando nei partecipanti fino a 15 settimane dopo la vaccinazione. Potrebbe sembrare un lasso di tempo non molto lungo, ma O’Halloran spiega che l’idea è che questi centri germinativi “stiano potenzialmente producendo le cellule di memoria a lungo termine di cui abbiamo bisogno per ottenere l’immunità a lungo termine”. Ali Ellebedy, autore principale dello studio, ha detto al direttore degli Istituti Nazionali di Sanità Francis Collins che la risposta dei centri germinativi è così forte che crede che potrebbe durare per anni.

    “Questo ci dà un’idea di quello che l’organismo sta facendo e di quello che dovrebbe fare”, afferma O’Halloran. Wherry, che non è stato coinvolto nello studio, concorda. “Ora sappiamo per certo che questi vaccini stanno stimolando una risposta immunitaria davvero forte”, afferma.

    Ma lo studio fornisce un insieme di dati piuttosto ridotto in particolare se comparato ai numerosi studi che misurano i livelli di anticorpi. Questo perché studi come questo sono molto più difficili da svolgere e richiedono molto più tempo e quindi sono di meno i ricercatori che sono riusciti ad avviarli.

    “A volte la piccola sezione che analizziamo non è quella che ci dà le informazioni cercate sulla reazione dell’organismo”, spiega O’Halloran.

    O’Halloran sottolinea inoltre che lo studio riguarda solo la durabilità del vaccino Pfizer. Alcuni osservatori hanno suggerito che il vaccino Moderna potrebbe avere una durata simile in quanto si basa sulla stessa tecnologia a mRNA, ma sia per il vaccino Moderna che per il Johnson & Johnson – prosegue O’Halloran – sarà necessario analizzare i dati effettivi in base a come i farmaci si comportano nei casi reali.

    Dati reali rassicuranti

    Un’altra argomentazione che Pfizer ha apportato a sostegno della necessità di un ulteriore richiamo sono stati i dati registrati a Israele che mostrano che l’efficacia del loro vaccino cala sei mesi dopo la completa vaccinazione. Il 5 luglio il Ministro della Salute di Israele ha affermato di aver osservato un “marcato declino” fino al 64% dell’efficacia del vaccino nel prevenire sia l’infezione che la malattia sintomatica.

    Ci sono anche segnali che la protezione vaccinale starebbe diminuendo tra gli immunocompromessi, aspetto che ha portato Israele a iniziare la somministrazione di un terzo richiamo ai pazienti che hanno subito un trapianto.

    Wherry afferma che il forte declino di efficacia in Israele può essere attribuito in parte all’intenso programma di test del COVID-19 in corso nel Paese. “I cittadini vengono testati continuamente”, afferma. “Così si rilevano anche le infezioni asintomatiche”.

    Wherry evidenzia che i dati di Israele mostrano che il vaccino rimane efficace al 93% nell’impedire forme gravi della malattia e l’ospedalizzazione. Questo ci suggerisce che, anche se i vaccini dovessero ridurre la produzione degli alti livelli di anticorpi che proteggono completamente dall’infezione, la risposta della memoria di lungo termine rimane attiva e impedisce la diffusione dell’infezione.

    I dati della salute pubblica di altri Paesi sembrano supportare questa teoria: all’inizio di questo mese il direttore dei CDC Rochelle Walensky ha affermato che oltre il 99% dei decessi americani da COVID-19 in giugno si sono verificati tra i soggetti non vaccinati. O’Halloran afferma che questo è il dato che dovrebbe convincere chi è ancora indeciso a vaccinarsi.

    “Non si è mai detto che i vaccini siano efficaci al 100% nel prevenire l’infezione”, afferma O’Halloran. “L’aspetto più importante è il loro impatto sui decessi e sulle forme gravi della malattia”.

    Un fattore di importanza critica: i vaccini Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson si sono tutti dimostrati efficaci contro la variante Delta e altre varianti preoccupanti. Ovviamente questo dato può cambiare e inoltre possono emergere nuove varianti in grado di eludere la protezione dei vaccini. Comunque O’Halloran sottolinea che i richiami non sono proprio il modo migliore per gestire la minaccia delle varianti.

    “Questa minaccia si gestisce al meglio con la vaccinazione di massa piuttosto che con l’affinare il potenziale beneficio incrementale che potrebbe offrire un richiamo del vaccino in un gruppo specifico quando si ha un altro gruppo di persone interamente non vaccinato”, afferma O’Halloran.

    Ciò che i dati non mostrano

    Mentre i dati esistenti non offrono grande rassicurazione sul fatto che i vaccini rimangano efficaci — e che quindi eventuali altri richiami non siano necessari — scienziati e autorità evidenziano la necessità di svolgere ulteriori studi accademici per scoprire esattamente il modo in cui il sistema immunitario sta rispondendo ai vaccini COVID-19.

    “Credo che nei prossimi sei mesi circa vedremo molti studi che definiscono il funzionamento di altri componenti della risposta immunitaria sia nei soggetti sani che in alcune delle popolazioni vulnerabili”, afferma Wherry. “Abbiamo assolutamente bisogno di molte più informazioni sui vari livelli della risposta immunitaria alla vaccinazione”.

    È importante anche tenere sotto controllo i dati di salute pubblica in particolare il numero di ospedalizzazioni e di decessi tra i soggetti vaccinati. Wherry afferma che, idealmente, gli Stati potranno essere in grado di individuare quando erano stati vaccinati per la prima volta i soggetti contagiati per aiutare a stabilire quando l’efficacia dell’immunità sembra iniziare a diminuire.

    Il portavoce dell’HHS afferma che le autorità stanno monitorando anche questi nuovi dati. “L’amministrazione è preparata a procurarsi le dosi di richiamo se e quando la scienza dimostrerà che sono necessarie e l’eventuale raccomandazione di CDC e FDA verrebbe emessa solo dopo questo scrupoloso processo di revisione”.

    Ciononostante, Wherry afferma che non è sbagliato prepararsi per il momento in cui i richiami saranno necessari. “In questo momento si può stare tranquilli del fatto che, se si è completamente vaccinati, le probabilità di contrarre una forma grave di COVID sono estremamente basse”. LEGGI TUTTO

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    Nilox: movimento, tecnologia e scelte sostenibili

    Pubblicato 21 lug 2021, 10:05 CESTDOC TEN NATGEO

    Diametro ruota 10 ”
    Capacità batteria 7800 mAh
    Durata batteria 25 Km
    Peso massimo sostenuto 120 kg
    Velocità massima 25 kmh
    Potenza singolo motore 350 W
    Tempo di ricarica 250 min
    Numero Motori 1
    Potenza totale motori 350 W
    Trasmissione Motore incorporato nella ruota
    Acceleratore Farfalla
    Limitatore velocità Si

    DIMENSIONI

    Peso 19.5 kg
    Altezza 116 cm
    Larghezza 121 cm

    DIMENSIONI APERTO

    Larghezza 116 cm
    Altezza 121 cm
    Profondità 59.5 cm
    Peso 19.5 Kg

    DIMENSIONI CHIUSO

    Larghezza 121 cm
    Altezza 50 cm
    Profondità 59.5 cm

    GENERALE

    Adatta per Adulti

    Fotografia di NILOXJ3 NATGEO

    Velocità Max 25 Km/h
    Motore 250 W
    Peso massimo supportato 100 kg
    Larghezza pneumatico 4 ‘’
    Ruote 20
    Freni A-P disco
    Ripiegabile No

    BATTERIA E ALIMENTAZIONE

    Autonomia 55 km
    Peso batteria 2.5 kg
    Batteria 36V – 10.4Ah
    Ricarica 4
    Power supply input AC100-240V – 1.8 A max
    Power supply output 42V – 2 A

    DIMENSIONI

    Lunghezza 165 cm
    Profondità 63 cm
    Altezza 100 cm
    Peso Totale 23 kg
    Peso senza batteria 21 kg

    Fotografia di NILOXJ5 NATGEO

    Velocità Max 25 Km/h
    Motore 250 W
    Peso massimo supportato 100 kg
    Larghezza pneumatico 1.75 ‘’
    Ruote 26
    Freni A-P pattino
    Ripiegabile No

    BATTERIA E ALIMENTAZIONE

    Autonomia 65 km
    Peso batteria 2.5 kg
    Batteria 36V – 10.4Ah
    Ricarica 4
    Power supply input AC100-240V – 1.8 A max
    Power supply output 42V – 2 A

    DIMENSIONI

    Lunghezza 174 cm
    Profondità 69 cm
    Altezza 105 cm
    Peso Totale 23 kg
    Peso senza batteria 21 kg

    Fotografia di NILOXX6 NATGEO

    Velocità Max 25 Km/h
    Motore 250 W
    Peso massimo supportato 100 kg
    Larghezza pneumatico 2.1 ‘’
    Ruote 27.5
    Freni A-P disco
    Ripiegabile No

    BATTERIA E ALIMENTAZIONE

    Autonomia 60 km
    Peso batteria 2.8 kg
    Batteria 36V – 10.4Ah
    Ricarica 4
    Power supply input AC100-240V – 1.8 A max
    Power supply output 42V – 2 A

    DIMENSIONI

    Lunghezza 179 cm
    Profondità 68 cm
    Altezza 108 cm
    Peso Totale 22 kg
    Peso senza batteria 20 kg

    Fotografia di NILOXBIKE BAG NATGEO

    DIMENSIONI

    Altezza 46 cm
    Larghezza 33 cm
    Profondità 14 cm
    Peso 1

    SPECIFICHE

    Funzione Trasporto oggetti
    Colore Nero/Giallo
    Adatta per Bicicletta

    Fotografia di NILOXHELMET NATGEO

    DIMENSIONI

    Altezza 25 cm
    Larghezza 19 cm
    Profondità 13 cm
    Peso 270

    SPECIFICHE

    Funzione Sicurezza
    Colore Nero/Giallo
    Adatta per Monopattino/bicicletta

    Fotografia di NILOX LEGGI TUTTO

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    Trote dipendenti da metanfetamina: effetti e possibili conseguenze

    Esperimenti recentemente eseguiti in laboratorio hanno rilevato che le trote – pesci comunemente presenti nei fiumi dell’est europeo – esposte alla metanfetamina a concentrazioni simili a quelle individuate a valle di impianti di trattamento delle acque reflue hanno mostrato segni di dipendenza, come ad esempio una minore attività, e di astinenza. In natura, i pesci dipendenti da metanfetamina potrebbero avere difficoltà nella riproduzione e nel procacciamento del cibo.“Mi ha sorpreso scoprire che chi fa uso di metanfetamina può involontariamente causare forme di dipendenza nei pesci, negli ecosistemi circostanti”, scrive in una e-mail Pavel Horký, ecologo comportamentale dell’Università delle Scienze della vita di Praga.

    La dipendenza da metanfetamina – una sostanza sintetica stimolante – è considerata una delle principali minacce alla salute globale, spiega Horký, perché può causare sbalzi d’umore, paranoia, tachicardia e pressione alta e in alcuni casi anche la morte. Durante la pandemia e negli anni precedenti si sono registrate impennate nell’uso di questa sostanza negli USA e in Europa: tra il 2011 e il 2018 negli Stati Uniti i decessi per overdose di metanfetamina sono aumentati in tutti i gruppi etnici secondo uno studio pubblicato a gennaio 2021.

    L’organismo umano metabolizza la metanfetamina e poi la secerne nelle feci e nelle urine. Gli impianti di trattamento delle acque reflue rimuovono dalle acque di scarico molte delle sostanze contaminanti, ma non tutte, quindi l’acqua che viene reimmessa nei corsi d’acqua presenta varie componenti inquinanti.

    Questi risultati si aggiungono a sempre maggiori evidenze del fatto che molti composti creati dall’uomo e rilevati nelle acque di scarico — da cocaina ed eroina ad antidepressivi e anticoncezionali — stanno danneggiando gli ecosistemi, specialmente i pesci, afferma Horký, il cui studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Experimental Biology. La trota ad esempio è una preda di importanza vitale per molti predatori e i cambiamenti nel suo comportamento o nelle sue popolazioni potrebbero ripercuotersi in altri stadi della catena alimentare.

    Le conseguenze sulle trote

    Per condurre la ricerca, Horký e i suoi colleghi hanno addizionato con metanfetamina l’acqua di 60 trote allevate in cattività tenendone un gruppo di altre 60 in una vasca con acqua non contaminata. Per simulare le condizioni presenti in natura i ricercatori si sono accertati che i livelli della sostanza (un microgrammo al litro) corrispondessero a quelli documentati a valle degli impianti di trattamento in Repubblica Ceca e Slovacchia. 

    Dopo essere state tolte dalla vasca con metanfetamina, le trote nei primi giorni si muovevano di meno, un comportamento che il team di ricerca ha interpretato come una forma di stress da astinenza. L’analisi del tessuto cerebrale ha mostrato che i pesci che si muovevano meno erano quelli con maggiori concentrazioni di metanfetamina.

    I ricercatori hanno offerto alle trote di entrambi i gruppi la possibilità di accedere a due corsi d’acqua: uno addizionato di metanfetamina e uno senza la sostanza. Le trote che erano state esposte alla metanfetamina preferivano l’acqua contaminata soprattutto nei quattro giorni successivi all’interruzione del periodo di “somministrazione”. Poi, nel tempo, la preferenza per l’ambiente con metanfetamina diminuiva e anche le trote che avevano manifestato cambiamenti comportamentali si allineavano alla scelta dell’acqua pulita dell’altro gruppo — un chiaro segno di fine della dipendenza, afferma Horký.

    Ecosistemi in tilt

    Lo studio mostra che le acque di scarico sono un canale sottovalutato attraverso il quale le droghe possono raggiungere e danneggiare la fauna selvatica, afferma Emma Rosi, ecologa degli ecosistemi presso il Cary Institute of Ecosystem Studies dell’Università della Georgia che non ha preso parte alla ricerca.

    “Gli antidepressivi hanno effetti diversi sugli animali acquatici rispetto all’uomo, ma questo non significa che tali effetti siano trascurabili”, afferma Rosi.

    In uno studio scientifico si è rilevato che la cocaina presente nei fiumi europei potrebbe interferire con la riproduzione delle anguille – specie in pericolo di estinzione. In Ontario, alcuni giovani esemplari maschi di Pimephales promelas esposti agli estrogeni sintetici delle pillole anticoncezionali non hanno sviluppato i testicoli e hanno invece prodotto le uova. Altri studi hanno documentato casi di pesci “femminizzati” e fenomeni di ermafroditismo non naturale nelle rane a causa di alti livelli di residui chimici nelle acque di scarico.

    È possibile che gli animali selvatici che diventano dipendenti dalle droghe preferiscano gli ambienti vicini alle condutture delle acque reflue o agli scoli — “un comportamento che sovverte l’intera ecologia del sistema”, afferma Matthew Parker, neuroscienziato comportamentale dell’Università di Portsmouth nel Regno Unito. Il normale movimento dei pesci aiuta ad esempio a distribuire i nutrienti nell’ambiente sia attraverso le deiezioni dei pesci stessi sia attraverso le loro attività di foraggiamento, quindi una minore attività potrebbe causare uno squilibrio.

    Ulteriori studi

    Questi studi sono stati condotti in laboratorio — in condizioni controllate necessarie per comprendere i potenziali effetti di una sostanza chimica – quindi non è ancora chiaro in che misura questo fenomeno potrebbe alterare il comportamento dei pesci in natura, avverte Rosi. Nelle acque di scarico sono presenti svariate sostanze contaminanti e nutrienti che potrebbero causare effetti diversi da quelli della sola metanfetamina.

    Ciononostante, aggiunge Rosi, questi risultati dovrebbero motivare governi e gruppi ambientalisti ad attuare misure volte a migliorare la salute dei corsi d’acqua del mondo, come ad esempio analizzare e rimuovere più contaminanti, inclusi farmaci e droghe illegali.

    “Gli impianti di trattamento delle acque reflue offrono un importantissimo servizio pubblico”, afferma. “Se vogliamo metterli in grado di svolgere un lavoro ancora migliore dobbiamo investire in modi per gestire più efficacemente i rifiuti”. LEGGI TUTTO

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    I vaccini a mRNA riusciranno a curare il cancro?

    Dopo la rimozione chirurgica di parte della lingua e 35 linfonodi, Cassidy si è sottoposta a 35 sedute di radioterapia e contemporaneamente a tre cicli di chemioterapia. Dieci giorni dopo la fine del trattamento, Cassidy ha notato un nodulo simile a una biglia sulla clavicola. Il cancro era tornato e voleva vendicarsi: si era diffuso lungo tutto il collo fino ai polmoni. “A quel punto non avevo più possibilità perché gli altri trattamenti non avevano funzionato”, racconta Cassidy, che ora ha 38 anni e vive a Tucson, in Arizona. “Nell’estate del 2019 mi fu detto che il tumore era molto grave e che dovevo cominciare a prepararmi al peggio. Ho persino organizzato il mio funerale”.Una volta rimosso il tumore dalla clavicola, i medici le hanno detto che sarebbe stata idonea a partecipare a una sperimentazione clinica presso il Centro oncologico dell’Università dell’Arizona che stava testando un vaccino a mRNA (acido ribonucleico messaggero), una tecnologia simile a quella dei vaccini Pfizer e Moderna contro il COVID-19, in combinazione con un farmaco immunoterapico per trattare i tumori del colon-retto e di testa e collo. Mentre i vaccini anti COVID-19 sono preventivi, i vaccini a mRNA per il cancro sono terapeutici e Cassidy non si è lasciata sfuggire l’opportunità di partecipare. “Ero nel posto giusto al momento giusto per quello studio clinico”, racconta.

    Quando si è cominciato a sentir parlare dei vaccini anti COVID-19 di Pfizer-BioNTech e Moderna, la tecnologia a mRNA sembrava fantascienza. Ma anche se l’approccio a mRNA sembra rivoluzionario, molto prima del COVID-19 i ricercatori avevano sviluppato vaccini a mRNA per combattere tumori, malattie autoimmuni come la sclerosi multipla e per proteggerci da altre malattie infettive, come il virus respiratorio sinciziale. “Non si tratta di una nuova scoperta: il COVID ci ha solo mostrato che i vaccini a mRNA possono essere una tecnologia efficace e sicura per milioni di persone”, afferma Daniel Anderson, leader nel campo della nanoterapeutica e dei biomateriali presso il MIT (Massachussetts Institute of Technology) e membro dell’Istituto Koch per la Ricerca Integrativa sul Cancro.

    Attualmente, gli studi clinici di fase uno e due stanno reclutando i partecipanti o valutando gli aspetti di efficacia, tollerabilità e sicurezza dei vaccini terapeutici a mRNA per trattare varie forme di cancro tra cui melanoma, carcinoma polmonare non a piccole cellule, tumore gastrointestinale, cancro al seno, carcinoma ovarico e tumore del pancreas.

    “Uno degli aspetti formidabili di questa tecnologia è che può essere utilizzata indipendentemente dal tipo di tumore. Sia che si tratti di carcinoma mammario o polmonare, è sufficiente identificarne le mutazioni”, spiega Van Morris, medico e assistente di oncologia medica gastrointestinale presso l’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas a Houston che conduce uno studio clinico di fase due sull’uso dei vaccini a mRNA personalizzati nei pazienti affetti da tumore del colon-retto di stadio II o III. “Una delle caratteristiche più interessanti è l’adattabilità della tecnologia in base al tipo di cancro e alla sua biologia di base”.

    Nel corso di 27 settimane Cassidy ha ricevuto nove iniezioni di un vaccino a mRNA personalizzato oltre all’infusione per via endovenosa di un farmaco immunoterapico chiamato Pembrolizumab. Si è recata dal suo medico, la dottoressa Julie E. Bauman, vicedirettrice del Centro oncologico dell’Università dell’Arizona, prima ogni settimana, poi ogni tre settimane; si è inoltre sottoposta a TAC regolari. Dopo ciascuna iniezione, a Cassidy saliva la febbre e si sentiva distrutta, con affaticamento e dolori muscolari in tutto il corpo, per 24 ore. “Il mio sistema immunitario si stava davvero risvegliando ed era ciò che volevamo affinché potesse combattere il cancro”, spiega.

    Al termine del trattamento, nell’ottobre del 2020, le TAC di Cassidy parlavano chiaro: non c’erano più tracce del cancro nel suo corpo.

    Un messaggio in un ago

    In parole povere, “con il vaccino a mRNA per il cancro proviamo ad avvertire della presenza del tumore il sistema immunitario così che possa attaccarlo; in pratica si tratta di una specie di software biologico”, spiega John Cooke, medico e direttore del Center for RNA Therapeutics presso l’ospedale Huston Methodist. “I vaccini vengono sviluppati contro i tumori per cui non esiste una soluzione adatta al momento oppure nei casi in cui è probabile che sviluppino metastasi”.

    Alcuni vaccini a mRNA per il cancro adottano un approccio “pronto all’uso”: sono già pronti e progettati per prendere di mira le proteine target che compaiono sulla superficie di alcuni tipi di cancro. Il loro livello di efficacia al momento è ancora oggetto di studio ma alcuni esperti sollevano timori. “La domanda è: qual è l’obiettivo? È fondamentale sapere a cosa si mira affinché il vaccino sia efficace”, spiega David Braun, oncologo presso il Dana-Farber Cancer Institute e la Harvard Medical School, specializzato in immunoterapia. Dopo tutto, con il cancro non esiste un obiettivo universale come invece accade con la proteina spike del coronavirus e le mutazioni del DNA nelle cellule tumorali variano da un paziente all’altro.

    Ed è qui che entrano in campo i vaccini a mRNA personalizzati e sembrano essere più promettenti. Con l’approccio personalizzato, viene prelevato un campione di tessuto dal tumore del paziente e il suo DNA viene analizzato per identificare le mutazioni che distinguono le cellule tumorali da quelle normali e sane, spiega Bauman (che è anche primario di ematologia e oncologia presso il College of Medicine dell’Università dell’Arizona a Tucson). I computer confrontano i due campioni di DNA per identificare le mutazioni tipiche in un tumore quindi i risultati vengono usati per progettare una molecola di mRNA che verrà inclusa nel vaccino. Per questo passaggio sono necessarie da quattro a otto settimane, “è un tour de force tecnico riuscire a realizzare tutto questo”, aggiunge Robert A. Seder, responsabile della Sezione di Immunologia cellulare del Centro di ricerca sui vaccini presso l’Istituto nazionale delle Allergie e Malattie infettive.

    Dopo l’iniezione del vaccino a mRNA, l’RNA messaggero induce le cellule del paziente a produrre proteine associate alle specifiche mutazioni del tumore specifico. I frammenti di proteine tumorali che vengono creati dall’mRNA vengono quindi riconosciuti dal sistema immunitario del paziente, spiega Morris. In pratica, le istruzioni dell’mRNA preparano i linfociti T del sistema immunitario — globuli bianchi che ci aiutano a combattere i virus — a riconoscere fino a 20 mutazioni nelle cellule tumorali e ad attaccare solo quelle. Il sistema immunitario perlustra l’organismo per individuare e distruggere le cellule tumorali simili.

    “Una delle caratteristiche del cancro è che attiva dei segnali che indicano al sistema immunitario di spegnersi così il tumore non viene individuato”, spiega Anderson. “L’obiettivo del vaccino a mRNA è avvertire e preparare il sistema immunitario a individuare le caratteristiche delle cellule tumorali e ad attaccarle”.

    “I vaccini personalizzati contro il cancro risvegliano i linfociti T killer che riconoscono le cellule anomale e li inducono a uccidere le cellule del tumore”, spiega Bauman. “L’obiettivo è sfruttare il nostro sistema immunitario come arma per eliminare il cancro”.

    “Si tratta della quintessenza della medicina personalizzata”, aggiunge Morris. “È un approccio altamente personalizzato ed estremamente specifico, non un trattamento standard uguale per tutti”.

    Le sfide future

    Nonostante l’entusiasmo e le speranze per questo tipo di trattamento per il cancro è importante ricordare che “Siamo solo agli inizi e i risultati saranno diversi rispetto al successo immediato dei vaccini contro il COVID-19”, afferma Seder. Da un lato, i vaccini a mRNA per il cancro non diventeranno disponibili in tempi rapidissimi come è accaduto con i vaccini anti COVID-19 che hanno ottenuto l’autorizzazione per l’uso di emergenza; per i vaccini per il cancro si dovranno attendere anni di test e sperimentazioni cliniche.

    Uno dei motivi alla base delle differenze nelle tempistiche di sviluppo dei vaccini a mRNA contro il COVID-19 rispetto ai vaccini a mRNA per il cancro è l’obiettivo terapeutico. Gli attuali vaccini a mRNA sono previsti per prevenire la COVID-19: sono pensati per proteggere l’uomo dal virus fornendo un’anteprima della caratteristica proteina spike del coronavirus così, in caso di contatto con il virus, il sistema immunitario può combatterlo. Al contrario, i vaccini a mRNA per il cancro sono terapie: vengono somministrati ai pazienti per addestrare il loro sistema immunitario a cercare e distruggere le cellule tumorali esistenti.

    Un’altra sfida dei vaccini a mRNA è stata capire come realizzare una nanoparticella in grado di trasportare in modo efficace l’RNA messaggero proprio dove è necessario: “Se viene lasciato senza protezione, l’RNA messaggero non può entrare nelle cellule e si degrada rapidamente quando viene inserito nel corpo”, spiega Anderson. “Possiamo proteggerlo e trasportarlo all’interno delle cellule incapsulandolo in una nanoparticella simil-lipidica”. In questo modo, le nanoparticelle sono in grado di eludere i meccanismi di eliminazione dell’organismo e di entrare nelle cellule giuste (attualmente, le nanoparticelle lipidiche sono il sistema di trasporto più comune utilizzato nelle sperimentazioni cliniche per i vaccini a mRNA per il trattamento dei tumori).

    Anche con un sistema di trasporto ottimale, tuttavia, è improbabile che i vaccini a mRNA possano diventare la panacea di tutti i tipi di tumore. Ma si tratta di un altro strumento promettente per il trattamento dei tumori avanzati o incurabili. E i ricercatori stanno esplorando la possibilità di combinare i vaccini a mRNA con altri tipi di terapie basate sul sistema immunitario come gli inibitori dei checkpoint (che provocano una sorta di freno naturale del sistema immunitario affinché i linfociti T possano riconoscere e attaccare i tumori) oppure la terapia cellulare adottiva con linfociti T (in cui i linfociti T vengono raccolti dal sangue o dal tumore di un paziente, stimolati a crescere in laboratorio, quindi reinfusi nel paziente per aiutare l’organismo a riconoscere e distruggere le cellule tumorali).

    Attualmente sono pochi gli studi pubblicati relativi alle sperimentazioni sull’uomo con vaccini a mRNA per il cancro ma ci sono segni che fanno ben sperare. In uno studio di fase uno sull’uso di un vaccino a mRNA con un inibitore del checkpoint immunitario per il trattamento del tumore di testa e collo o del colon-retto, Bauman e i suoi colleghi hanno notato interessanti differenze: in 5 pazienti su 10 affetti da tumore di testa e collo, la terapia combinata ha ridotto le dimensioni dei tumori e due pazienti dopo il trattamento non avevano più tracce rilevabili del tumore; al contrario, i 17 pazienti con tumore del colon-retto non hanno risposto al trattamento combinato.

    “Con il tumore del colon-retto non è presente molta attività del sistema immunitario, le cellule tumorali sono più abili a nascondersi”, spiega Bauman. “In alcuni casi potrebbe non essere sufficiente mostrare al sistema immunitario le sembianze del tumore”. I linfociti T devono raggiungere il tumore ed eliminarlo e questo non è successo nel caso dei pazienti con tumore del colon-retto.

    Speranze all’orizzonte 

    Nel frattempo dagli studi sugli animali emergono risultati promettenti: in uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista scientifica Molecular Therapy, i ricercatori hanno realizzato un vaccino a mRNA da combinare con un anticorpo monoclonale (un anticorpo sintetico creato in laboratorio) per potenziare le proprietà antitumorali nel trattamento del tumore al seno triplo negativo notoriamente aggressivo e con un elevato tasso di metastasi e una prognosi infausta. Si è scoperto che i topi trattati con la terapia combinata presentavano una risposta immunitaria antitumorale notevolmente maggiore rispetto a quelli a cui era stato somministrato solo il vaccino o solo l’anticorpo monoclonale. E uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista scientifica ACS Nano ha rilevato che quando ai topi affetti da linfoma (tumore del sistema linfatico) è stato somministrato un vaccino a mRNA insieme a un farmaco inibitore del checkpoint, si verificava una notevole riduzione della crescita del tumore e nel 40% dei casi è stata riscontrata una regressione completa del tumore.

    Se verrà dimostrata l’efficacia dei vaccini a mRNA, medici e ricercatori sperano che con il tempo sarà possibile sviluppare vaccini per trattare certi tipi di tumori, prevenire le recidive e magari prevenire anche alcuni tipi di cancro negli individui geneticamente predisposti. “Ritengo che sarà un’altra freccia all’arco degli oncologi per dare maggiori speranze ai pazienti”, afferma Cooke. “E se la profilassi vaccinale si dimostrerà valida, sarà possibile trasformare il cancro in una malattia che si può prevenire”.

    Nel frattempo, Molly Cassidy è già una ferma sostenitrice delle potenzialità dei vaccini a mRNA nel trattamento delle forme aggressive di tumore. Al momento sta benissimo e si gode la vita da mamma casalinga con suo figlio di 3 anni, suo marito e i suoi figli acquisiti. “Il mio medico non arriva a dire che sono guarita ma è molto contenta della mia situazione in questo momento”, aggiunge Cassidy. “Questo trattamento mi ha salvato la vita e ringrazio i medici di tutto cuore”.

    Secondo alcuni esperti è plausibile che entro i prossimi cinque anni la FDA americana approvi un vaccino a mRNA contro il cancro. “Se un giorno saremo in grado di sfruttare la capacità del sistema immunitario di eliminare con precisione gli invasori come il cancro, quello sarà un giorno straordinario”, conclude Bauman. LEGGI TUTTO

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    Marettimo Italian Film Fest: dal 20 al 24 luglio incontri, proiezioni e immersioni nel cuore delle Isole Egadi

    Il Marettimo Italian Film Fest con National GeographicProtagonista il cinema, con le proiezioni di documentari, film e cortometraggi a cielo aperto, ma anche l’ambiente, da sempre al centro delle iniziative del festival. A Marettimo saranno presenti National Geographic Explorer ed esperti dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi tra incontri e dibattiti dedicati al mare, alla sua valorizzazione e alla sostenibilità ambientale.

    Tra questi i National Geographic Explorer e biologi marini Martina Genovese e Giovanni Chimienti e Paul Rose, Expedition Leader del progetto di National Geographic Pristine Seas che si immergerà tra i magnifici fondali dell’Area Marina Protetta.

    Il festival darà spazio anche a 9 documentari firmati National Geographic che vedono protagonista la natura in tutte le sue manifestazioni e che saranno proiettati ogni giorno dalle ore 11 alle ore 23 all’Area Vip: Oceani: tesori da salvare, Tesori Sottomarini, Il Tesoro Nascosto delle Isole Tremiti, Antartide: il settimo Continente, Acqua: la sete del Pianeta, Il segreto degli Oceani, Eroi degli Oceani, Terra: il pianeta che vive, Punto di non ritorno – Before the Flood. LEGGI TUTTO

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    Il mistero del grande squalo bianco: alla ricerca degli squali giganti del Mediterraneo

    Il caso più macabro si verificò nel 1908 quando una femmina di squalo bianco di 4,5 metri di lunghezza fu catturata al largo di Capo San Croce nella Sicilia orientale con tre cadaveri umani nello stomaco. Ma anche se questa scena poteva apparire incriminante, di fatto si pensò che quei resti – di un uomo, una donna e un bambino – dovevano appartenere alle vittime del recente maremoto provocato dal terremoto di Messina e che non erano necessariamente vittime dello squalo. Inoltre, nella creatura furono rinvenuti anche i resti di un cane e una mucca.Nel complesso, il numero totale degli attacchi di squali nell’epoca moderna all’interno del Mediterraneo è decisamente modesto – in particolare se si considera il volume relativamente ridotto di acqua e il numero enorme di persone che lo sfruttano per motivi di divertimento o lavoro. Indipendentemente dalle condizioni degli squali in quell’area, quindi, è improbabile che l’uomo abbia molto da temere. Con un rapporto di oltre 100 milioni di squali uccisi dall’uomo rispetto a quattro uomini uccisi dagli squali ogni anno, (il 2020 ha visto un aumento di quest’ultimo dato fino a dieci, nessuno dei quali è avvenuto nel Mediterraneo) sono sempre gli squali a subire le conseguenze peggiori. Ma la presenza del più famigerato esemplare al largo delle coste italiane è pur sempre un pensiero da brivido anche se, nel complesso, non sappiamo molto su questa specie. E le nostre possibilità di incontrarlo saranno probabilmente sempre meno, così come sono in declino, secondo il parere degli esperti, le popolazioni di questo predatore così esigente proprio come quelle di molte altre specie nel Mediterraneo.

    “Senza dubbio, i grandi squali bianchi in passato erano molto più abbondanti nel Mediterraneo di quanto non lo siano ora”, spiega in un’e-mail Alessandro De Maddalena, Professore associato di Zoologia dei vertebrati presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ricercatore specializzato in squali e autore dello studio sui grandi squali bianchi del Mediterraneo intitolato Mediterranean Great White Sharks: A Comprehensive Study.

    “Questa situazione non riguarda solo gli squali bianchi ma esistono prove che indicano che anche molte altre specie di squali hanno sofferto un notevole declino negli ultimi 50 anni diventando infrequenti o rari a seguito dello sfruttamento eccessivo della pesca degli squali stessi o delle loro prede”.

    Tracciare la presenza degli squali è un’impresa difficile che presenta gli ostacoli tipici delle analisi quantitative che si basano su fonti qualitative. Per approfondire le ricerche per il suo libro, De Maddalena ha creato l’Italian Great White Shark Data Bank (Grande database italiano sullo squalo bianco), un progetto ancora in corso il cui obiettivo è catalogare tutti gli avvistamenti di squali nel Mediterraneo, dal Medioevo all’epoca attuale.

    In genere, in passato questi animali venivano avvistati da marinai, pescatori, sommozzatori, ricercatori e personale militare, ma erano presenti anche fonti collaterali da registri pubblici, come le taglie pagate per gli squali, i dipinti raffiguranti scontri o altre prove della loro presenza, come i segni di morso sulle carcasse di balena. Tutti questi dati venivano successivamente incrociati con la morfologia e il comportamento dello squalo per escludere eventuali errori di identificazione e integrati con i riscontri da altre fonti come il Global Shark Attack File (GSAF) di Princeton, New York. I casi registrati ad oggi nella banca dati hanno raggiunto quota 640 di cui, secondo De Maddalena, “80 sono dubbi”. LEGGI TUTTO

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    Area Marina Protetta delle Isole Egadi: i primi trenta anni della riserva marina più grande d'Italia

    L’AMP Egadi compie 30 anni di attività. Come nacque l’idea di fondarla e come vede il suo futuro?L’Area Marina Protetta, che quest’anno festeggia il suo trentesimo compleanno, è la più grande d’Italia. Con i suoi 54.000 ettari di estensione raggiunge da sola quasi un quarto dell’intero mare protetto italiano. È un arcipelago di rara bellezza e ricchezza dovuta alla particolare posizione che ne fa il naturale spartiacque tra Mediterraneo Occidentale, Tirreno e Mediterraneo Orientale. La sua istituzione è quindi dovuta all’enorme diversità biologica, e oserei dire geomorfologica, che ospita specie stanziali ma è anche oggetto di migrazioni massive di grandi pelagici, non ultimo il tonno rosso. L’A.M.P. quindi si pone come idea di un futuro dell’Arcipelago orientato alla sostenibilità sia in campo marino costiero che terrestre. È un laboratorio di progettazione avanzato che, non scordando mai il punto cardine della conservazione, attua e governa una serie di politiche territoriali innovative rivolte al turismo durevole e sostenibile.

    Quali sono i progetti e le iniziative più significative per la salvaguardia e la tutela degli ecosistemi marini e delle specie che ci vivono?

    Il complesso di attività per la salvaguardia spazia dall’attuazione delle Direttive Ministeriali sulla conservazione della biodiversità (attraverso il monitoraggio delle specie e degli ecosistemi e le conseguenti scelte gestionali) a una serie di progettazioni periodiche su Fondi Europei con obiettivi più mirati. Con il programma LIFE della Commissione Europea abbiamo appena concluso il Progetto TARTALIFE che ci ha consentito di allestire un vero e proprio ospedale per Tartarughe Marine oggi composto da due plessi, uno operatorio e uno di lunga degenza, quest’ultimo visitato da decine di migliaia di visitatori. Abbiamo appena iniziato un altro progetto sul Programma LIFE, denominato DELFI, che ci consentirà da un lato di diminuire e mitigare le interazioni tra pescatori e delfini, dall’altro di costituire un Rescue team per i delfini in difficoltà. Infine abbiamo in corso progetti sui Programmi Italia Malta e Italia Tunisia per affrontare in maniera transfrontaliera i problemi legati alla sopravvivenza della Piccola Pesca Artigianale, settore in forte contrazione che oggi è tutelato soltanto all’interno delle A.M.P.

    Come si inserisce il contributo dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi nel programma d’azione globale “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”?

    L’A.M.P. si pone come uno degli attori pubblici più importanti verso l’attuazione dello sviluppo sostenibile dell’Arcipelago. La redazione di marchi di certificazione ambientale AMP per 11 categorie di Operatori Economici e l’adeguamento costante dei regolamenti disciplinari, nonché la costante azione di informazione e formazione degli stessi OO.EE., tende a creare un modello di sviluppo basato sull’utilizzo sapiente delle Risorse naturali e sull’economia circolare puntando sui cicli a filiera cortissima e di prossimità. LEGGI TUTTO

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    L’arte può contribuire ad aumentare la consapevolezza riguardo al cambiamento climatico?

    Al Paris COP21, Tomás Saraceno ha presentato la sua visione di una nuova era, l’Aerocene, un periodo che seguirebbe ciò che alcuni scienziati considerano l’Antropocene. Secondo questa teoria, l’influenza dell’attività antropogenica sugli ecosistemi terrestri è diventata talmente estrema da costituire ormai il principale fattore della regolazione ambientale errata.

    Per scopi estetici, Tomás Saraceno ha immaginato l’Aerocene come un movimento internazionale per la consapevolezza ambientale. Ha mostrato questo concetto attraverso una mongolfiera, modalità di trasporto poetica e utopistica per persone, beni e servizi.

    Questa mongolfiera può librarsi in aria senza alcun tipo di bruciatore elettrico ed è completamente priva di carbonio. La differenza di temperatura di un solo grado tra l’aria intrappolata nella scultura e riscaldata dal sole e l’aria circostante è sufficiente per farla volare. Questo grado in più, che potrebbe cambiare tutto sulla Terra, è materializzato in un oceano d’aria.

    Il nostro mondo in continuo mutamento rallenta improvvisamente come l’Aerocene, trasportato dal vento. La poesia emerge al centro dei vigneti Taissy, di proprietà della Maison Ruinart, per cui Tomás Saraceno ha immaginato questa installazione altamente simbolica all’intersezione tra arte e scienza. All’artista argentino è stata data carta bianca poetica quale parte del conto alla rovescia al 300o anniversario della Maison Ruinart, la prima e più antica casa di Champagne al mondo.

    La storia della Maison Ruinart risale al 18o secolo, quando Nicolas Ruinart abbandonò l’attività di commercio di lino della famiglia per dedicarsi alla produzione di champagne. Questo nuovo “vino con le bollicine” fu sempre più apprezzato dagli aristocratici francesi. Ispirato da suo zio, Dom Thierry Ruinart, che gli trasmise la sua visione, Ruinart per lanciare davvero il suo commercio di champagne dovette attendere il decreto reale del 25 maggio 1728, firmato dal re francese Luigi XV, che autorizzava il trasporto di bottiglie di vino in vetro. Prima, il vino poteva viaggiare solo in botti, il che rendeva impossibile la consegna dello champagne.

    Tre secoli più tardi, la struttura aerea artistica si erge sopra i vigneti della Maison Ruinart nella luce del primo mattino. Sentiamo il potere dell’aria, quest’aria che dobbiamo preservare per garantire la sopravvivenza dell’umanità e delle specie con cui condividiamo questo mondo.

    ESSERE TESTIMONI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE DAI VIGNETI

    Thomas Labbé, storico dell’Università di Lipsia, e i suoi colleghi, hanno studiato gli archivi dei vigneti di Beaune, la capitale vinicola della Borgogna nel dipartimento della Côte-d’Or nella Francia orientale. Questi documenti, consegnati presso la Chiesa di Notre-Dame de Beaune, vanno dal 14o secolo ai tempi moderni. I documenti mostrano brevi periodi di riscaldamento e anni insolitamente caldi, come il 1540. Ma dalla fine degli anni ’80, il calore ha raggiunto livelli record. Le otto raccolte più in anticipo di tutti i tempi sono state registrate nei soli ultimi sedici anni. Alcuni anni fa, la vendemmia tradizionalmente iniziava alla fine di settembre; oggi, invece, in alcuni luoghi inizia già a metà agosto.

    Questo vale anche per la regione dello Champagne dove il cambiamento climatico è una realtà da diversi anni. Gli enologi della Maison Ruinart hanno documentato un aumento di 1,3°C tra il 1961 e il 2020. Sul Monte Reims, un altopiano boschivo dove si trovano i vigneti Taissy, nel 1981 i grappoli d’uva venivano raccolti a fine settembre. Tre delle quattro vendemmie tenutesi più presto sono state ad agosto, cosa successa solo una volta nella storia dello Champagne, nel 1822.

    Gli effetti di un paio di gradi Celsius sulle viti sono variabili. Le regioni incorniciate da alte colline sono più protette rispetto ai vigneti del sud-ovest della Francia, dove l’ondata di calore dell’estate del 2019 ha seccato le foglie dei vigneti e ha fatto maturare i grappoli più rapidamente. LEGGI TUTTO