17 Gennaio 2023

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consigliato per te

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    Il parco eolico di Monterosso Calabro non si farà

    Il parco eolico di Monterosso Calabro non si farà. L’autorizzazione negata dalla Regione chiude il capitolo del progetto di RWE Renewables Italia Srl che prevedeva la costruzione del “Carbonaio”, un impianto di 20,7 Mw alle pendici delle Serre tra le province di Vibo e Catanzaro, che ha visto l’opposizione delle amministrazioni comunali di Monterosso Calabro, […] LEGGI TUTTO

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    L'isolamento degli edifici fa veramente risparmiare sul riscaldamento?

    Gli interventi che migliorano l’isolamento termico domestico e quindi l’efficienza energetica sono davvero sopravvalutati, come implicitamente lascia intendere un recente studio della University of Cambridge? Scorrendo il documento pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Energy Economics verrebbe da rispondere sì, ma in realtà il tema è molto più complesso. E comeha spiegato l’Enea, ovvero l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, l’impegno delle politiche italiane sull’efficientamento rimane corretto.

    12 anni di monitoraggio su 55mila abitazioni

    La professoressa Laura Díaz Anadón, director of the Cambridge Centre for Environment, Energy and Natural Resource Governance e la dottoressa Cristina Peñasco hanno scoperto che in Inghilterra e in Galles le azioni per migliorare l’isolamento domestico delle case riducono marginalmente i consumi di gas e solo per pochi anni. Nello specifico l’isolamento dei solai e delle intercapedini delle abitazioni esistenti danno qualche vantaggio il primo e al massimo il secondo anno, dopodiché ogni effetto positivo sembrerebbe svanire entro il quarto anno. La valutazione si basa sull’analisi dei modelli di consumo di gas di oltre 55.000 abitazioni in dodici anni (2005-2017), considerando diversi fattori fra cui l’età e le dimensioni degli edifici, le condizioni meteorologiche e i prezzi del gas.

    Edilizia

    Come riqualificare un palazzo vecchio per risparmiare energia. In una settimana

    di Marco Angelillo

    13 Agosto 2022

    Ebbene se nel primo anno dagli interventi sulle intercapedini delle pareti si è manifestato mediamente un calo del 7% dei consumi di gas, già a partire dal secondo si è scesi al 2,7% (sempre rispetto al primo alla condizione iniziale) e dal quarto il dato è diventato trascurabile. L’isolamento del sottotetto si è dimostrato il 50% meno efficace rispetto all’intercapedine, con un calo medio iniziale del consumo di gas di circa il 4%, poi dell’1,8% dopo un anno e insignificante dal secondo in poi. In presenza di giardini d’inverno gli eventuali guadagni in termini di efficienza energetica si sono azzerati dopo il primo anno.

    Herotiles: le tegole super-ventilate che rendono possibile l’isolamento dal caldo

    di Mario Di Ciommo

    12 Settembre 2022

    Perché questo risultato negativo?

    I ricercatori inglesi sostengono che il peggioramento dei risparmi possa essere legato al cosiddetto “effetto di rimbalzo”, ovvero al fatto che il miglioramento dell’efficienza energetica viene mediamente annullato dal costante aumento del consumo di energia. Il concetto risale al 1865 e fu teorizzato per la prima volta dall’economista William Jevons: ai tempi si rese conto chei motori a vapore più efficienti – che si stavano diffondendo progressivamente in ogni campo – aumentavano l’uso di carbone, anziché ridurlo. Oggi, suppongono i ricercatori di Cambridge, l’effetto rimbalzo inglese potrebbe essere dovuto a comportamenti inappropriati come l’aumento della temperatura di riscaldamento, l’apertura delle finestre in stanze soffocanti o l’ampliamento degli edifici. In sintesi, pur riconoscendo il valore dell’isolamento termico, gli esperti sostengono che bisognerebbe abbinare incentivi per l’installazione di pompe di calore e realizzare campagne informative per incoraggiare comportamenti più corretti – almeno per raggiungere gli obiettivi 2030 relativi all’indipendenza dai carburanti fossili. Soprattutto le pompe di calore, che estraggono il calore dall’esterno per riscaldare radiatori interni, sono un esempio di grande efficienza e annullano la necessità di caldaie a gas.

    Il decalogo

    Riscaldamento, 10 consigli dell’Enea per risparmiare

    20 Ottobre 2022

    L’Enea non concorda e rilancia

    Nicolandrea Calabrese, responsabile Laboratorio efficienza energetica negli Edifici e Sviluppo Urbano dell’Enea, spiega che al netto di questo studio inglese e in base alle evidenze scientifiche elaborate dai suoi stessi laboratori il beneficio dell’isolamento termico non si annulla mai se le condizioni pre e post intervento restano le medesime. Il tema centrale è che di solito gli interventi di ristrutturazione energetica sono spesso accompagnati dall’ampliamento delle abitazioni, quindi a un aumento delle superfici da riscaldare/raffrescare. Anche il tema comportamentale è tendenzialmente secondario, poiché non ha nulla a che fare con i risparmi legati agli interventi di efficientamento. Infine un ulteriore dettaglio: l’insuflaggio delle intercapedini, rispetto ad altri sistemi di intervento retrofit, è considerato il peggior metodo di isolamento impiegabile sebbene fra i più economici.

    Calabrese è convinto che lo studio faccia emergere soprattutto l’importanza dei generatori a pompa di calore e il valore della sensibilizzazione per poter indirizzare in maniera corretta i comportamenti dei cittadini in ambito di consumo energetico. Non a caso i ricercatori sostengono che nel Regno Unito bisognerebbe attivare quei meccanismi incentivanti per le pompe di calore che in Italia esistono da anni. Insomma il Regno Unito è in ritardo su questi fronti, e se da una parte tutti concordano sull’importanza del miglioramento dell’isolamento termico, dall’altra si fa poco per “degassificare completamente il riscaldamento”. Persino la Scozia offre sovvenzioni e prestiti senza interessi per le pompe di calore, mentre il resto del Regno Unito ha solo ridotto l’Iva sotto forma di sgravi fiscali. Enea ricorda che in Italia gli sforzi di sensibilizzazione su questi temi sono sempre stati forti, soprattutto nell’ultimo periodo a causa della situazione geopolitica mondiale e della crisi energetica. L’agenzia stessa è da tempo impegnata in campagne di informazione e formazione sull’efficienza energetica, nell’ideazione di moltissime iniziative, manifestazioni e progetti, nonché autrice di numerosi vademecum e linee guida, realizzate anche su input del ministero del dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per promuovere un uso più consapevole e razionale dell’energia. LEGGI TUTTO

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    Via dalle compagnie petrolifere verso le rinnovabili. I veri numeri del movimento dei “climate quitters”

    Qualche tempo fa, nel 2018, la previsione era di 24 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Lo scrisse in un rapporto la International Labor Organization, oggi divisione della Nazioni Unite ma nata nel 1919 con il trattato di Versailles in seno alla Società delle Nazioni. Parlava della crescita occupazionale nei settori impegnati sul fronte del cambiamento climatico. Prospettive rosee quindi, del resto solo l’Unione europea per raggiungere la neutralità carbonica nel 2050 intende investire un milione di miliardi (trilione) di euro. Stando però ad un’indagine di Linkedin del 2022, pare non ci siano abbastanza persone rispetto alle richieste: le offerte di lavoro nella sostenibilità sono aumentate dell’8% all’anno dal 2015, mentre i candidati con competenze adeguate solo del 6%.

    Le idee

    Cop28, un petroliere non può salvarci dalla crisi climatica

    di Nicolas Lozito

    14 Gennaio 2023

    Ora però sembra che le cose stiano cambiando. In molti starebbero lasciando il proprio lavoro, specie chi è impegnato in compagnie petrolifere, per dedicarsi in aziende legate alla salvaguardia del pianeta, l’economia circolare, la sostenibilità, le fonti di energia rinnovabile. Secondo alcuni, iniziando da Bloomberg Green, si tratterebbe di un “grande addio” (big quit), o di “dimissioni di massa” (great resignation) mosse non solo dal desiderio di avere una qualità della vita migliore ma anche di esser impegnati in un settore che intende fare qualcosa per rallentare le emissioni di gas serra. Sono stati chiamati “climate quitters”.

    “Andrei cauto con certe definizioni”, mette le mani avanti Francesco Armillei, dottorando in Scienze Economiche presso l’Università Bocconi e socio del think-tank Tortuga che si è spesso occupato del fenomeno del grande addio in Italia. “In generale al di là dei primi mesi della pandemia, il grande addio da noi è stato un fenomeno molto rapido ma non senza precedenti. Dopo la crisi del 2008 ad esempio, tornata la crescita, è accaduto qualcosa del genere in virtù di un mercato del lavoro più dinamico. Sono numeri quindi storicamente meno unici rispetto a quello che si pensava uno o due anni fa. Però c’è stato un interessante aumento nelle ricollocazioni, specie in campi diversi da quelli di provenienza. E una delle componenti può esser stato il riconsiderare le priorità della vita. Ma non è sufficiente a spiegare tutto il fenomeno”.

    L’inchiesta

    Dallo smart working all’addio al lavoro, cosa sta cambiando per noi e per le nostre città

    di Jaime D’Alessandro

    17 Novembre 2021

    La International Energy Agency (Iea) a settembre ha certificato che ormai ci sono più persone impegnate nel settore “clean tech”, tutto ciò che riguarda l’innovazione sostenibile, di quante lavorano per compagnie petrolifere. Alcuni di loro hanno avuto la casa distrutta da un tornado negli Stati Uniti trovandosi nella condizione di rifugiati climatici. Capendo che l’innalzamento delle temperature non poteva più essere ignorato hanno deciso di cambiare mestiere. Poi ci sono i casi come Dimitri Lafleur, che ha lasciato il suo ruolo di geoscienziato alla Shell in Australia, si è rimesso a studiare e ora lavora per l’Australasian Centre for Corporate Responsibility, dove valuta se le aziende sono allineate con gli obiettivi climatici. Simile la storia di Jan Bohnerth: in Germania era in ExxonMobil, ha lasciato per trasferirsi in Svezia, studiare sviluppo sostenibile e poi entrare in una società di comunicazione che sostiene il “clean tech”. ExxonMobil per altro è il soggetto di uno studio pubblicato su Science dove si sostiene che sapesse bene a cosa stavamo andando incontro a causa dei combustibili fossili fin dagli anni Settanta.

    Difficile stabilire con esattezza le singole motivazioni dietro al fenomeno del “grande addio” in generale e in particolare rispetto al cambiamento climatico. L’emergenza sanitaria ha spinto molti a riconsiderare la propria esistenza e i suoi equilibri, ma guardando i dati ogni semplificazione sembra azzardata. Qualcuno parla di “grande ricombinazione” sottolineando che in alcuni casi si tratta di persone che hanno lasciato un impiego per trovarne un altro in una dinamica abbastanza tradizionale. Eppure anche in questo caso le cifre relative a questo passaggio da una poltrona ad un’altra non giustificano l’entità del mutamento.

    Un sondaggio del 2022 condotto nel 2022 su 10mila professionisti dell’energia dal Global Energy Talent Index ha rilevato che il 21% della forza lavoro nel settore delle rinnovabili proviene da un altro campo nell’ultimo anno e mezzo, e quasi un terzo di questi ha lasciato industria petrolifera e del gas. Lo stesso sondaggio ha anche rilevato che l’82% degli intervistati che ancora operano nel petrolifero sta prendendo in considerazione il passaggio a un altro settore energetico nei prossimi tre anni e la metà di questi vede di buon occhio un possibile impiego nel campo delle rinnovabili.

    Transizione ecologica

    La differenza, fondamentale, fra emissioni zero ed emissioni nette zero

    di Luca Fraioli

    04 Febbraio 2022

    “In Italia non ho ancora condotto ricerche specifiche in merito”, conclude Armillei. “Di certo anche qui sta capitando, ma non mi spingo oltre”. Piccolo o grande che sia il fenomeno in Italia dei climate quitters, non c’è nulla di anomalo a ben guardare. La sostenibilità come abbiamo detto è un settore che attira molti investimenti e di conseguenza anche persone. Quel che forse dovrebbe attirare più l’attenzione è il capire se abbiamo un numero sufficiente di persone con le giuste competenze. Le vicende raccolte da Bloomberg Green parlano quasi sempre di persone che hanno avuto la forza non solo di dare le dimissioni ma anche di mettersi studiare per trovare una nuova collocazione nell’economia verde.

    Le università italiane si stanno muovendo. Fra corsi di laurea, dottorati e borse di ricerca, si moltiplicano gli atenei che mettono al centro l’ambiente unendo diverse discipline. A giugno ne abbiamo contati 224 su tutto il territorio. Un buon segno, a patto di continuare su questa strada. LEGGI TUTTO