Chiamatelo, se volete, il riciclo dei desideri. È il cosiddetto wish-cycling, espressione inglese che identifica l’atto di buttare in uno dei bidoni per la raccolta differenziata (plastica, vetro, alluminio, carta, umido, ma anche abbigliamento, batterie esauste, medicinali) oggetti senza avere la certezza che il conferimento sia corretto e che, quindi, tali materiali possano essere destinati al circuito del recupero. Un termine che pare essere stato inventato nel 2015 da Bill Keegan, presidente di Dem-Con Companies, un’azienda di riciclaggio e smaltimento dei rifiuti con sede negli Stati Uniti.
Sebbene animato da nobili intenti, questo gesto potrebbe mettere a rischio il riciclo stesso o comunque accrescerne i costi e diminuirne l’efficienza, come sottolinea anche il World Economic Forum. Insomma, se il desiderio di ridurre l’impatto ambientale è senz’altro positivo, la buona volontà potrebbe non bastare.
Un problema diffuso
Pare che il problema del wish-cycling coinvolga, in differenti misure, tutti i Paesi, anche se al momento non sono rintracciabili dati riguardanti l’Italia. Per esempio, in Gran Bretagna il Dipartimento dell’ambiente, dell’alimentazione e degli affari rurali (Department for Environment, Food and Rural Affairs, Defra) ha registrato che, nel 2018, la contaminazione si è tradotta in 500mila tonnellate di materiale riciclato finito in discarica. Inoltre, una ricerca condotta da Waste and Resources Action Programme (Wrap) nel medesimo Paese ha rivelato che ben l’82% delle famiglie inserisce almeno un articolo difforme all’interno dei propri bidoni domestici.
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In Australia, dove oltre il 60% degli abitanti fa la raccolta differenziata, è stato registrato che il 58% degli imballaggi in plastica e il 23% di quelli in vetro sono stati gettati nel cestino sbagliato.
Le difficoltà per i cittadini
Per dare una mano ai consumatori a individuare la destinazione corretta della spazzatura, nel nostro Paese, al pari di quanto è avvenuto in altre nazioni di tutto il mondo, è stato approvato il decreto legislativo numero 116 del 3 settembre 2020, più volte prorogato ed entrato in vigore il 1° gennaio 2023. Secondo la normativa, i produttori hanno l’obbligo di apporre sugli imballaggi l’etichettatura ambientale, con informazioni minime che riguardano: la codifica del materiale di imballaggio di ciascun componente separabile; la famiglia di materiale di riferimento; l’indicazione sul tipo di raccolta.
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Un provvedimento che potrebbe anche risultare utile, ma che di fatto attribuisce all’utente l’onere di interpretare simboli non sempre facili da decifrare e di districarsi tra modalità di raccolta diverse da Comune a Comune e, talvolta, perfino da municipio a municipio.
Una critica al sistema
In proposito, in un articolo del 2021, Rebecca Altman, sociologa e autrice di vari saggi sul tema, richiama la responsabilità delle imprese. “L’industria dei rifiuti ha spostato l’attenzione sugli individui, concentrandosi sulle loro conoscenze, sulle loro competenze, sulle loro abitudini”, sostiene. “Così facendo, ha attribuito i fallimenti del riciclaggio all’utente disinformato o idealista e non alle istituzioni, alle infrastrutture o alle industrie che producono in eccesso beni usa e getta, soprattutto di plastica. In quest’ottica, il significato del termine wish-cycling andrebbe ampliato, in modo da indicare non solo una critica al comportamento del singolo, ma anche una critica al sistema”.
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