21 Agosto 2025

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    La sfida della crisi del clima è globale ma le risposte degli Stati no

    In un vecchio film di Woody Allen, “Io e Annie”, il giovane newyorchese Alvy Singer, terrorizzato dall’imminente fine dell’Universo in espansione, chiede a sua madre: “Mamma, perché devo fare i compiti, se il mondo sta per finire?”. La madre, con disarmante pragmatismo, gli risponde che “l’Universo si starà anche espandendo, ma Brooklyn no”, e che dunque è il caso di continuare a fare i compiti. Un aneddoto cinematografico che cattura perfettamente la paralisi che nasce di fronte a una minaccia percepita come totale e ineluttabile: proprio quello che sta accadendo oggi con il cosiddetto catastrofismo climatico, incarnato mediaticamente da figure come Greta Thunberg. I danni di questo approccio sono evidenti, soprattutto nello spirito dell’opinione pubblica occidentale, la più toccata dal fenomeno: da un lato si genera una quasi rassegnazione, un’inerzia, un chissenefrega di massa; dall’altro si alimenta l’idea di una battaglia disperata da combattere “tutti insieme” cavalcando il concetto di catastrofe perennemente imminente ma sempre rimandata di qualche decennio.

    È ora di rinunciare definitivamente a entrambe queste idee. Il cambiamento climatico – termine già di per sé infelice, perché presuppone l’esistenza di un clima fisso che non è mai esistito, ragion per cui oggi si preferisce parlare di crisi climatica – è un tema eminentemente geopolitico. Normalmente lo si affronta e lo si discute come una questione globale, ma non lo è affatto. La crisi climatica non “cambia” il mondo solo dal punto di vista fisico, ma anche e soprattutto dal punto di vista di chi lo percepisce, a seconda dei soggetti e delle collettività interessate. L’unica ragione per cui lo si presenta come un problema globale è la consapevolezza, giusta ma vana, talvolta espressa talaltra implicita, che senza un impegno solidale di tutti o quasi tutti è impossibile immaginare una soluzione in tempi accettabili. Per rendersi conto che le cose stanno diversamente bisogna guardare ai dati. Dopo anni di battaglie per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, codificate anche nelle tanto grandiose quanto inutili assemblee delle Nazioni Unite note come COP, non solo le emissioni non sono diminuite, ma sono aumentate su una base recente di circa lo 0,8% ogni anno. Questo significa che l’obiettivo net-zero, proclamato dalla cosiddetta comunità internazionale, potrebbe essere raggiunto nel 2050 solo invertendo drasticamente la tendenza e raggiungendo un obiettivo annuo di riduzione delle emissioni del 4,8%, decisamente molto lontano. Se, invece, ci ponessimo un obiettivo più realistico – ma già difficilissimo – di una diminuzione dell’1% annuo, dovremmo attendere fino al 2160 per raggiungere la neutralità climatica. È difficile, per non dire impossibile, mobilitare qualsiasi comunità verso un traguardo così lontano nel tempo; figurarsi l’umanità intera.

    La conclusione logica è netta: se continuiamo a combattere la battaglia per la crisi climatica come stiamo facendo oggi – cioè fingendo di combatterla – saremo destinati a perdere. Anzi, questa battaglia è già persa. Bisogna prendere atto della radice geopolitica del problema, che impedisce strutturalmente una strategia globale, e cambiare radicalmente strada. Occorre affiancare alla strategia per la riduzione dell’anidride carbonica quello che in gergo si definisce eco-adattamento: non dobbiamo interessarci tanto alla questione della riduzione delle emissioni (non perché non sia importante, ma perché non è possibile risolvere la crisi con questo approccio) quanto piuttosto guardare altrove. Non agire “a monte” ma “a valle”, cioè riducendo e contenendo gli effetti concreti (e molto diversi) che la crisi climatica provoca sui territori, lavorando sulla scorta delle esperienze passate. Per un Paese come l’Italia, dal territorio estremamente difficile sotto il profilo fisico, questo approccio si traduce in azioni urgenti e concrete. Pensiamo alle “bombe d’acqua”, o alle esondazioni di fiumi e torrenti: invece di discutere di percentuali di CO2 che non riusciamo ad abbattere, dovremmo lavorare sul corso dei fiumi, che in tempi moderni sono stati spesso rettificati per migliorare lo sfruttamento idroelettrico, alterandone l’equilibrio naturale. Ogni anno ci ritroviamo con gli stessi fiumi e gli stessi torrenti che producono gli stessi danni, mentre il dibattito resta sterile. Approccio controproducente.

    Un caso emblematico è Venezia: si pensa che possa finire sott’acqua in qualche decennio, malgrado gli adattamenti progressivi come quello del Mose. Diversi studi indicano che l’innalzamento delle acque della laguna, a prescindere dalla stabilizzazione delle temperature, potrebbe continuare per secoli. La nostra possibilità di incidere su questi cambiamenti è limitata. A maggior ragione dovremmo subito mobilitarci per gestire le conseguenze. Ma questa mobilitazione deve essere effettiva, su scala locale e nazionale o di intesa fra alcune nazioni, concentrando interventi e ricerca per ottenere risultati visibili e ravvicinati. Purtroppo, a oggi non si vedono ancora, nel nostro Paese, strategie di adattamento del territorio.

    Una protesta a Nuuk, in Groenlandia, davanti al consolato americano (Ahmet Gurhan Kartal/Anadolu via Getty Images)  LEGGI TUTTO

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    Olio di semi di cotone per tessuti idrorepellenti senza Pfas né formaldeide

    Lisci, idrorepellenti e possibilmente resistenti alla formazione di pieghe: sono le caratteristiche che tipicamente si punta ad ottenere nella fase di finitura dei tessuti, in particolare quando si tratta di tessuti fatti di cotone. A questo scopo vengono spesso utilizzate sostanze come la formaldeide o i Pfas, che però possono presentare rischi sia per la salute che per l’ambiente. Per ovviare al problema, un gruppo di ricercatori e ricercatrici della North Carolina State University (Stati Uniti) sta testando l’olio di semi di cotone modificato chimicamente come possibile alternativa green. E i risultati dei primi esperimenti, presentati al convegno dell’American Chemical Society (Acs) attualmente in corso a Washington, sembrano promettenti.

    La ricerca

    Il tessuto che abbatte le temperature anche di 9°C

    16 Luglio 2024

    Le resine a base di formaldeide tendono a legarsi, grazie alle loro caratteristiche chimiche, alle fibre di cellulosa del cotone, rendendole resistenti alla formazione di grinze e pieghe. Dall’altro lato, le sostanze appartenenti alla classe dei Pfas conferiscono idrofobicità ai tessuti e li proteggono dalle macchie. Come anticipato, però, sia la formaldeide che i Pfas presentano dei rischi sia ambientali che legati alla salute umana. Questi ultimi sono anche conosciuti come forever chemicals, ad indicare il fatto che, una volta introdotti, persistono nell’ambiente praticamente per sempre. La formaldeide, invece, se inalata può causare irritazioni delle mucose del tratto respiratorio, ed è stata classificata come cancerogena per gli esseri umani dalla International Agency for Research on Cancer (Iarc).

    Per ottenere un’alternativa più ecologica e ugualmente efficace, il gruppo della North Carolina State University, basandosi su ricerche condotte in precedenza presso la stessa università, ha modificato chimicamente l’olio che si ottiene dai semi del cotone. In particolare, i ricercatori hanno introdotto dei gruppi funzionali che consentono alle molecole di olio di legarsi alle fibre di cotone in modo analogo a quello che succede con la formaldeide. In sostanza, in questo modo il tessuto viene ricoperto da una sorta di polimero che lo rende idrorepellente e anche resistente alla formazione di grinze.

    Tutorial

    Tessuti sostenibili: quali sono e come sceglierli

    02 Agosto 2025

    L’effettiva formazione dei legami fra le molecole di olio così modificate e le fibre di cotone è stata verificata attraverso specifiche tecniche di spettroscopia infrarossa, mentre l’idrorepellenza è stata testata utilizzando una particolare telecamera che consente di misurare l’angolo di contatto che le gocce di acqua formano con il tessuto di cotone. Ebbene, il tessuto trattato con l’olio di semi di cotone modificato ha mostrato un significativo aumento dell’idrorepellenza.

    Per il futuro, il gruppo di ricerca si ripropone di valutare altre caratteristiche dei tessuti di cotone trattati in questo modo, come la resistenza allo strappo e la durata. Inoltre, spiegano gli autori della ricerca, l’obiettivo finale sarebbe quello di mettere a punto un processo che richieda l’utilizzo di soli solventi acquosi per l’applicazione dell’olio modificato al tessuto, per evitare del tutto l’impiego di sostanze potenzialmente pericolose.

    Inquinamento

    La “schiuma” biologica e biodegradabile che elimina i Pfas dall’acqua

    di Dario D’Elia

    09 Maggio 2025

    “Se riusciremo a raggiungere il nostro obiettivo di modificare le proprietà del tessuto di cotone, rendendolo anti-grinze, anti-macchie e idrorepellente, utilizzando un processo a base acquosa – conclude Richard Venditti, che ha coordinato lo studio ed è docente presso la North Carolina State University -, avremo un metodo ecologico per applicare un materiale biologico sul cotone al posto delle finiture a base di formaldeide e Pfas”. LEGGI TUTTO

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    Greenpeace: viaggiare in Europa costa meno in aereo che in treno

    Nel mezzo dell’ennesima estate segnata da eventi climatici estremi come incendi, ondate di calore e alluvioni che stanno colpendo il nostro continente, un nuovo rapporto di Greenpeace Europa centro-orientale (CEE) denuncia il fallimento del sistema di trasporti europeo, in cui i voli aerei, nonostante il loro enorme impatto climatico, sono più economici dei viaggi in treno. Grazie ai privilegi fiscali di cui godono le compagnie aeree, in più della metà delle tratte analizzate costa meno viaggiare in aereo che in treno, addirittura fino a 26 volte meno.

    Il rapporto esamina 142 tratte in 31 Paesi europei, mostrando che i voli sono mediamente più economici dei treni sul 54% delle 109 tratte transfrontaliere analizzate. In Italia la situazione è anche peggiore: nelle 16 tratte internazionali che riguardano il nostro Paese, viaggiare in aereo è mediamente meno costoso che usare il treno nell’88% dei casi, ponendo l’Italia al quarto posto nella classifica dei Paesi europei in cui l’aereo è più economico del treno. A ciò si aggiunge spesso anche una grande differenza di prezzo: viaggiare da Lussemburgo a Milano costa quasi 12 volte di più in treno che in aereo, da Barcellona a Londra fino a 26 volte di più.

    Trasporti

    Sicurezza aerea, la crisi climatica e gli eventi estremi mettono a rischio l’aviazione

    di Sandro Iannaccone

    20 Giugno 2025

    “Anche se la crisi climatica peggiora, il sistema dei trasporti europeo continua a favorire il mezzo di trasporto più inquinante, con prezzi dei voli assurdamente bassi rispetto a quelli dei treni, che sarebbero molto più sostenibili”, dichiara Federico Spadini della campagna Clima e trasporti di Greenpeace Italia. “Questa situazione non è dovuta a questioni di efficienza, ma all’inerzia politica europea che consente alle compagnie aeree di godere di privilegi fiscali ingiusti che sfavoriscono il trasporto ferroviario a spese del clima del pianeta”.

    Trasporti

    Solo il 13% delle compagnie aeree ha un piano green e sceglie carburanti sostenibili

    di Dario D’Elia

    03 Dicembre 2024

    Il costo ambientale di questo sistema truccato è enorme. I voli aerei emettono in media 5 volte più CO? per passeggero per chilometro rispetto ai treni. Se confrontati con i sistemi ferroviari che utilizzano energia elettrica 100% rinnovabile, il loro impatto può essere oltre 80 volte superiore. Nonostante ciò, le tariffe aeree artificialmente basse continuano a spingere i viaggiatori a scegliere l’aereo, con le compagnie aeree low cost che dominano il mercato grazie a prezzi sleali. Infatti, mentre le compagnie aeree non pagano né l’imposta sul cherosene né l’IVA sui voli internazionali, le ferrovie devono pagare le imposte sull’energia, l’IVA ed elevati pedaggi ferroviari.

    “Ogni tratta in cui l’aereo è più economico del treno è un fallimento politico: l’Europa deve rendere il treno l’opzione più economica, anziché quella più svantaggiosa perché meno finanziata. Per questo chiediamo all’Unione europea e ai governi nazionali di porre fine alle agevolazioni fiscali per il settore aereo, di investire sulla rete ferroviaria e di introdurre biglietti climatici a prezzi accessibili e facili da utilizzare. Le risorse economiche per cambiare il sistema dei trasporti si potrebbero ricavare da una tassazione adeguata del settore aereo, dei super-ricchi e delle aziende più inquinanti come quelle dei combustibili fossili. Servirebbe solo la volontà politica dei leader europei”, conclude Spadini. LEGGI TUTTO