Marzo 2025

Monthly Archives

consigliato per te

  • in

    Troppe api per poco nettare: la lotta per sopravvive tra quelle selvatiche e da miele

    Responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta, le api sono forti e fragili allo stesso tempo e vanno protette. Senza contare che il 35% della produzione alimentare mondiale (frutta, verdura e cereali) dipende dagli insetti impollinatori.
    Pochi sanno che solo in Italia, esistono oltre mille specie di api che svolgono ruoli cruciali negli ecosistemi pur non producendo miele. Proprio la competizione tra due specie diverse, le api da miele e quelle selvatiche è il focus della ricerca condotta in sinergia tra le Università di Firenze e di Pisa. Andata avanti per quattro anni sull’isola di Giannutri è stata ora pubblicata sulla rivista Currente Biology. Finanziata con fondi provenienti dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, dal Programma Operativo Nazionale (Pon) del Ministero della Ricerca e dal National Biodiversity Future Center (centro nazionale finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma #NextGenerationEu).

    L’isola di Giannutri  LEGGI TUTTO

  • in

    In Spagna passa un escamotage per poter abbattere i lupi. E in Italia cresce la richiesta di sparare

    Una volta, quando si gridava “al lupo al lupo”, difficilmente si cascava nel tranello. Oggi invece non solo è probabile che sia vero, ma c’è anche grande incertezza su come reagire. Questo perché dopo anni di leggi, dalla direttiva Habitat ai piani nazionali sulla protezione del lupo, in Europa sta avvenendo nell’ultimo anno una trasformazione nei confronti di questo predatore, un passaggio che include confusione, attese e talvolta proteste. Partiamo da un fatto: dopo anni di graduale scomparsa del lupo a causa di caccia e allontanamenti, come in Italia dove negli anni Settanta ne rimanevano poche centinaia di esemplari, oggi questo mammifero è in fortissima ripresa. In Europa, racconta un nuovo studio, i lupi sono praticamente raddoppiati in un decennio. Cresciuti del 58%, ormai in diversi stati dalla Germania alla Polonia molti paesi ospitano oltre il migliaio di lupi: in Italia per esempio se ne contano almeno 3.300 soprattutto nei nostri Appennini. In 10 anni si è passati da 12 mila lupi europei a 21.500 in 34 Paesi.

    Biodiversità

    Lupi, in Europa aumentati del 60% in un decennio: sono 21.500

    di Fiammetta Cupellaro

    19 Marzo 2025

    Quest’ottima notizia in termini di conservazione della specie e di ripresa della biodiversità, visto il ruolo centrale che questo predatore ha per esempio nella catena alimentare, spesso non corrisponde però con le esigenze di coloro che vivono in zone di lupi, dove la convivenza uomo-predatori si fa sempre più complessa. Di conseguenza, su più filoni, si sta tentando di allentare la presa delle protezioni per poter tornare – in casi specifici – ad uccidere i lupi. L’ultima mossa in ordine di tempo è quella della Spagna: con un voto non privo di polemiche poche ore fa il Parlamento spagnolo ha infatti approvato una misura che di fatto revocherà il divieto di caccia ai lupi imposto nel 2021. La coalizione guidata dal Partito popolare conservatore, insieme alla destra Vox e i nazionalisti baschi e catalani ha aggiunto un emendamento a una legge sulla riduzione dello spreco alimentare e, sostenendo che i lupi producono rifiuti alimentari per via di pecore e bovini che uccidono ogni anno, di fatto viene autorizzato l’abbattimento in aree specifiche., in particolare nelle zone rurali a nord del fiume Duero.

    Ovviamente WWF e altre associazioni animaliste hanno protestato contro questo escamotage, una decisione basata sull’ “opportunismo politico” in quella che è stata definita come una “giornata tragica per la protezione del lupo”, ma dall’altra parte i sostenitori del nuovo emendamento hanno ricordato che oggi sono “i pastori a non avere protezione”, allevatori che denunciano la morte di 15mila animali da fattori all’anno per via dei predatori. Questo cambiamento di rotta in ambito giuridico in Spagna non è isolato dal nuovo sentimento, nei confronti del lupo, che sta attraversando l’Europa. La Commissione europea infatti, di recente a dicembre, ha ridotto lo status di specie protetta dei lupi da “strettamente protetta” a “protetta”, una politica sostenuta dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dopo che un lupo in passato aveva ucciso il pony domestico della sua famiglia.

    Biodiversità

    Giornata mondiale della fauna selvatica, Boitani: “Convivere con orsi e lupi si può”

    di Pasquale Raicaldo

    03 Marzo 2025

    La modifica della Convenzione di Berna punta a cambiare le regole sulla protezione dei lupi all’interno dell’Unione Europea sull’onda di molte proteste da parte degli allevatori che hanno subìto perdite economiche per gli attacchi al bestiame ma attualmente, nonostante ci sia confusione tra i cittadini europei su questo punto, non permette ancora gli abbattimenti. Uno specifico animale “problematico” già oggi se ci sono determinati criteri comprovati può essere abbattuto e ucciso, come è scritto anche nella direttiva Habitat dell’Ue quando ci sono ad esempio questioni di sicurezza pubblica o altre ragioni. Ma in generale non si possono cacciare i lupi che, anche con la modifica della Convenzione di Berna, resteranno ancora protetti. Se però l’emendamento sarà approvato da Parlamento e Consiglio, in sostanza dai governi dei Paesi membri, in futuro ci saranno meno rigide restrizioni e dunque sarà più possibile ottenere permessi per uccidere. Allo stato delle cose, nonostante le volontà europee e le nuove scelte della Spagna, e nonostante anche la Svizzera per esempio nel canton Ticino stia ragionando sugli allentamenti alle protezioni, in Italia non si possono cacciare lupi.

    Da noi per procedere ad un eventuale abbattimento bisogna passare per un parere preventivo dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e poi l’autorizzazione del ministero dell’Ambiente su richiesta da parte della Regione. Eppure, in alcune regioni, come la Toscana, negli ultimi giorni la scia delle nuove decisioni europee ha portato a credere e rilanciare nella possibilità di sparare ai lupi. Qui, come in altre zone d’Italia, ci sono tantissimi casi di predazione e sono nati per esempio comitati spontanei – come il Comitato Emergenza Lupo di Arezzo – dove i cittadini stanchi delle uccisioni e dei danni agli allevamenti condividono informazioni su come comportarsi. Fra le ultime notizie diffuse, anche quelle apparse su alcune giornali locali in cui si parlava del via libera all’uccisione di una ventina di lupi in Toscana, facendo riferimento a un nuovo protocollo Ispra. Di conseguenza in molti, nella regione, hanno pensato che si potesse tornare ad uccidere (tramite cacciatori autorizzati). Notizia che però la Regione ha poi smentito precisando che non si tratta di un via libera agli abbattimenti, ma di protocolli che, in attesa probabilmente a settembre di capire quale sarà la decisione definitiva dell’Europa, aiuteranno a comprendere come gestire la convivenza uomo-lupo. LEGGI TUTTO

  • in

    Sale la bolletta dell’acqua, 500 euro a famiglia nel 2024

    Cresce ancora la bolletta per l’acqua: è di 500 euro infatti la spesa media sostenuta dalle famiglie italiane nel 2024, rispetto ai 481 euro (+4%) del 2023. Confrontando il dato con il 2019, il costo a livello nazionale è aumentato del 23%. È quanto emerge dal XX Rapporto sul servizio idrico integrato, a cura dell’Osservatorio […] LEGGI TUTTO

  • in

    Le foreste assorbono quasi un terzo delle emissioni di CO2

    L’Unione europea è responsabile del 10% della deforestazione globale e purtroppo l’Italia ne è protagonista essendo il terzo maggior importatore europeo di commodities che causano deforestazione. Con questo segnale di allarme oggi, in occasione della Giornata internazionale delle foreste di domani 21 marzo, il WWF grida a gran voce l’urgenza di fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurre la pressione sulle foreste, un ecosistema vitale per il Pianeta e per tutti i suoi esseri viventi.

    La giornata internazionale

    Dispensa naturale e rete di sicurezza: in che modo le foreste contribuiscono a sfamare il mondo

    di QU Dongyu

    21 Marzo 2025

    L’integrità ecologica delle foreste è posta in serio pericolo e, a livello globale, non si sta facendo abbastanza per raggiungere gli obiettivi stabiliti al 2030 riguardanti la loro protezione e ripristino. In particolare, come noto, la principale minaccia per questi ecosistemi è la deforestazione causata dall’espansione dei terreni destinati all’agricoltura, addirittura nel 90% dei casi nelle foreste tropicali. Ciò ha impatti sulla biodiversità a livello locale e, globalmente, aggrava ulteriormente la crisi climatica con effetti negativi proprio sulle produzioni di materie prime, quali il caffè, e quindi sui produttori locali, ma anche sul consumatore finale causando l’aumento dei prezzi.

    Decine di migliaia di ettari di foreste distrutti ogni anno
    Le stime indicano che ogni anno vengono rase al suolo decine di migliaia di ettari foreste nel mondo, soprattutto in Paesi tropicali, per importare materie prime che vengono lavorate o consumate in Italia. Ad esempio, importiamo il 100% sia non torrefatto, principalmente dal Brasile (31%) e dal Vietnam, confermandoci così il terzo maggior importatore globale di caffè verde nonché il primo in Europa, sia dell’olio di palma di cui siamo i maggiori importatori europei , soprattutto da Paesi ad alto rischio deforestazione come Indonesia e Malesia. Inoltre, più della metà (50,6%) dei prodotti derivanti dagli allevamenti di bovini (carne, pelle) che entrano in Europa è importato dall’Italia: ad esempio, produciamo il 25% di tutte le pelli del mondo, ma il 90% della materia prima viene importata, soprattutto dal Brasile, Paese da cui importiamo anche la maggior parte della soia, la quasi totalità della quale è impiegata come mangime animale.

    Biodiversità

    Nel parco museo dove si salva la flora brasiliana

    di Marcella Gandolfo

    14 Marzo 2025

    Italia importatore di materia prima di origine legnosa
    Dati analoghi riguardano il legno: nonostante il nostro Paese sia coperto per quasi il 40% di foreste, ben l’80% del fabbisogno nazionale di materia prima di origine legnosa viene importato dall’estero, parte del quale illegalmente. Il problema è proprio che le importazioni delle sette commodities più a rischio deforestazione (legno, olio di palma, soia, carne bovina, cacao, gomma e caffè), che riguardano circa 36,6 miliardi di euro e 175.000 imprese medio, piccole e artigiane, quasi sempre provengono da Paesi in cui il rischio che siano state causa di deforestazione è molto elevato.

    Il Regolamento Ue “Deforestazione Zero”
    L’Europa ha individuato una soluzione per contrastare questo problema e assumere un ruolo di leader globale: il regolamento “Deforestazione Zero” (EUDR), approvato a giugno 2023, mira a creare catene del valore senza deforestazione attraverso la collaborazione tra aziende, istituzioni e società civile. Tuttavia, la sua applicazione è stata posticipata di dodici mesi, al 30 dicembre 2025.

    “Ora servono azioni concrete: la Commissione deve fornire agli Stati e alle aziende strumenti adeguati, mentre i governi, Italia inclusa, devono garantire risorse, supporto tecnico e sanzioni efficaci per un’efficace implementazione del Regolamento”, dice Edoardo Nevola, WWF Italia.

    Il WWF ha in primis richiesto questo regolamento nel 2021, fin da subito collaborato per una sua efficace approvazione, ed è ora impegnato per assicurarsi che non ci sia un ulteriore rinvio della sua entrata in vigore. In alcune aree del mondo cruciali quali l’Amazzonia colombiana, il WWF inoltre lavora localmente per assicurare una produzione di commodities sostenibile che non comprometta la tutela delle foreste, ad esempio cooperando con alcune associazioni locali di agricoltori nella foresta Amazzonica colombiana.

    Tutti noi consumatori possiamo fare qualcosa
    In attesa che la legge venga implementata, le foreste continuano a perdere fette importanti del loro habitat. Ma la buona notizia è che noi consumatori italiani già possiamo fare qualcosa dimostrando così anche alle istituzioni che vogliamo una celere implementazione di questo importante Regolamento. Approfittando dell’arrivo del grande evento globale di Earth Hour, in programma il 22 marzo, il WWF invita ognuno di noi a dedicare un’ora del proprio tempo per salvare le foreste. Come? Anche se pare impossibile, con semplici gesti concreti come scelte di acquisto più responsabili, la somma di tutti i nostri gesti può fare la differenza. Ecco alcune azioni che si possono intraprendere:

    Ridurre il consumo di prodotti ad alto rischio di deforestazione: essere consapevoli dei prodotti ad alto impatto e scegliere quelli provenienti da agricoltura biologica e, quando possibile, anche locali.
    Verificare le certificazioni sostenibilità: cercare prodotti che abbiano certificazioni riconosciute come FSC (Forest Stewardship Council) per il legno e la carta o RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) per l’olio di palma, Rainforest Alliance per cacao e caffè sostenendo aziende impegnate per la sostenibilità con politiche chiare contro la deforestazione.
    Ridurre il consumo di carne e derivati: la produzione intensiva di carne, in particolare quella bovina, è una delle principali cause della deforestazione. Optare per una dieta più vegetariana e ridurre il consumo di carne possono avere un impatto positivo sulle foreste.
    Informarsi sugli impatti ambientali delle proprie scelte di consumo e sensibilizzare altre persone riguardo la deforestazione e l’importanza di sostenere prodotti che non contribuiscano alla distruzione delle foreste. LEGGI TUTTO

  • in

    L’intelligenza artificiale “divora” energia con un impatto ambientale insostenibile

    L’intelligenza artificiale “idrovora” di energia, con conseguente impatto in termini di emissioni di CO2, e l’addestramento di modelli di deep learning di grandi dimensioni (come GPT e BERT) hanno un impatto ambientale significativo. Basti pensare che un modello come GPT-3 (175 miliardi di parametri) ha richiesto 355 anni-GPU per l’addestramento (la GPU è il tipo di processore utilizzato per l’IA), con un costo stimato di 4,6 milioni di dollari solo per l’energia e un consumo solo per l’addestramento di circa 1300 megawatt/ora (MWh), equivalente al consumo annuo di 130 abitazioni negli Stati Uniti. Ad esempio il training di BERT (una piattaforma IA di Google) ha prodotto 284 tonnellate di CO?, pari alle emissioni di 125 viaggi aerei transcontinentali. I centri dati che ospitano questi modelli consumano circa il 15% dell’energia totale di Google. È urgente spostarsi verso l’uso di piattaforme IA ‘green’, che divorano meno energia, pur se a scapito di un’accuratezza inferiore. Si stima che la Green AI (ottenuta in vario modo, ad esempio con una fase di addestramento su una quantità di dati inferiore, oppure optando per processori più sostenibili) può ridurre il consumo energetico e l’impronta del carbonio fino a 50% o più, a seconda della tecnica usata. Sono alcuni dei dati emersi dallo studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Brescia, pubblicato sulla rivista IEEE Access, secondo cui, il problema principale è che molte aziende puntano ancora sulla massima accuratezza dei modelli, accettando il costo elevato per l’ambiente che comportano.

    Background
    L’intelligenza artificiale è divenuta protagonista assoluta negli ultimi anni, soprattutto grazie al deep learning, che consente di ottenere risultati rivoluzionari in svariati settori. Tuttavia, modelli avanzati come ChatGPT hanno un impatto ambientale significativo a causa dell’elevato consumo energetico richiesto per il loro addestramento. In particolare, i cosiddetti Red AI, modelli addestrati con metodi ad alto consumo di risorse su grandi dataset, massimizzano la precisione e le prestazioni, ma comportano elevati costi energetici e un’impronta ecologica considerevole. Al contrario i Green AI sono modelli progettati per ridurre l’impatto ambientale attraverso l’uso di set di dati più piccoli, tecniche di addestramento meno dispendiose o l’adozione di fonti energetiche sostenibili per alimentarli. La Green IA punta all’efficienza più che alla mera accuratezza, spiegano gli esperti. Il costo energetico dell’IA cresce esponenzialmente con l’aumento delle dimensioni dei modelli. L’energia necessaria per migliorare l’accuratezza di un modello dell’1% si stima essere di un ordine 100 volte superiore.

    Lo studio
    Nel lavoro gli autori suggeriscono strategie per ridurre l’impatto della Red AI, a cominciare da un aumento dell’efficienza computazionale mediante l’utilizzo di hardware specializzato come le Tensor Processing Units (TPU, un tipo di processore che è fino a 30 volte più veloce e fino a 80 volte più efficiente di una normale CPU nei nostri PC) e GPU ottimizzate per ridurre il consumo. Poi può essere utile scegliere tecniche atte a ridurre il numero di parametri su cui viene addestrato il modello (fino all’80% di parametri in meno), senza ridurne le prestazioni. Ciò può abbattere il consumo energetico del 30-50%. E poi, ancora, bisogna optare per ‘energia rinnovabile per alimentare i processori. Alcuni modelli di AI sono stati testati con alimentazione 100% da fonti rinnovabili, abbattendo le emissioni quasi completamente.

    “L’AI sostenibile è possibile, ma richiede compromessi tra accuratezza e consumo energetico – spiegano i ricercatori dell’università Cattolica. La Red AI genera un’impronta di carbonio enorme, mentre la Green AI cerca di ridurla con metodi più efficienti e l’uso di energia pulita. Tuttavia, la transizione è complessa perché le aziende puntano ancora su modelli sempre più grandi e precisi, a discapito dell’efficienza ambientale”, concludono. LEGGI TUTTO

  • in

    Lavori green, il bioingegnere Mario Caironi: “In laboratorio non solo la batteria che si mangia”

    Ciò che non fa male al corpo non nuoce nemmeno all’ambiente, anzi. Se per i transistor, alle terre rare si sostituiscono le molecole del colorante per dentifricio, e le batterie sono fatte con derivati da capperi, mandorle e alghe, che possono essere ingeriti, digeriti e assimilati, l’ecosistema ringrazia. L’elettronica edibile è nata come applicazione per il monitoraggio della salute, ma nell’Unità di “Printed and Molecular Electronics” del centro di Milano dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), l’orizzonte si allarga a nuove e diverse applicazioni. A dirigere il laboratorio è Mario Caironi, ingegnere elettronico, laureato al Politecnico di Milano, il suo dottorato ha avuto come focus l’elettronica a base di carbonio, che è riuscito a rendere performante. Postdoc a Cambridge, nel Regno Unito, per continuare a lavorare sull’elettronica organica nel gruppo di Henning Sirringhaus al Cavendish Laboratory: “Lì ho approfondito le tecniche di stampa dell’elettronica a basso costo e impatto ambientale: sono tornato all’Iit con la somma di queste competenze. L’elettronica commestibile l’abbiamo concepita qui, con altri ricercatori e con il contributo dei medici”. A marzo 2023 esce sulla rivista Advanced Materials lo studio che presenta la prima batteria commestibile e ricaricabile, e la rivista Time la sceglie tra le 50 migliori invenzioni dell’anno. Prima volta per una italiana.

    Caironi e il suo team hanno continuato a lavorarci, miniaturizzandola e rendendola più capace e stabile a diverse condizioni ambientali, e integrata con sensori e circuiti anch’essi edibili. “La stiamo pensando sia per pillole sia per sensori esterni, come quelli per il monitoraggio ambientale – fa presente il ricercatore – abbiamo lavorato su circuiti e transistor completamente commestibili. Per esempio utilizzando al posto del silicio, come semiconduttore, la ftalocianina di rame, usata per dare quell’intenso colore blu al dentifricio. I dentisti hanno simulato per noi quanto ne ingeriamo tutti i giorni lavandoci i denti. È una quantità inferiore a quella che ci serve per fare i circuiti. E poi l’integrazione con sensori e circuiti logici anch’essi commestibili, e colle, usando una proteina del mais, la zeina, per assemblare tutto”. Si va verso una capacità di calcolo commestibile, insomma. L’unico limite dell’Elfo (“Electronic Food”) è la fantasia. È adatto per essere applicato al cibo, ed essendo biodegradabile, all’esterno, perché non inquina come le normali batterie: “Lavoriamo su sensori da applicare alla frutta dopo il raccolto, simile al bollino di carta sulle mele. Sono semplicissimi, misurano l’impedenza, che varia in funzione dell’idratazione, e possono indicare l’invecchiamento, per evitare sprechi. E a biosensori più evoluti, sensibili, per esempio, ai gas originati dalla degradazione del pesce e della carne nell’atmosfera interna del packaging. Informano sullo stato di conservazione per stabilire se il cibo è consumabile per l’uomo”.

    Caironi cita il progetto di un ricercatore vincitore di una borsa Marie Sk?odowska-Curie, per una pillola smart ingeribile che cerca particolari marker nello stomaco o nell’intestino. O le applicazioni per distribuire centinaia di migliaia di sensori biodegradabili per il monitoraggio di habitat o in agricoltura. Tutto senza introdurre l’elemento di rifiuto elettronico, nel cibo, nel corpo o nell’ambiente.La sostenibilità nel campo dell’elettronica non riguarda solamente il “fine vita” del sensore, ma è già all’origine, nella sua costruzione: “Non usiamo elementi rari o da estrazione mineraria – fa presente Caironi – e non è in competizione con la filiera alimentare, anzi, cerchiamo di recuperare materiali da sorgenti abbondanti, scarti di cibo e industriali”.L’esigenza di una pillola smart all’Iit è nata, racconta Caironi, dal dialogo di Guglielmo Lanzani, coordinatore del Center for Nano Science and Technology, con i medici per un dispositivo che potesse comunicare lo stato di salute minimizzando i rischi. È il dialogo tra diverse professionalità, scienziati dei materiali, ingegneri chimici ed elettronici, conclude il ricercatore, a muovere l’innovazione: “L’importante è essere forti almeno in una disciplina, poi nella ricerca bisogna farsi guidare dalla passione per creare qualcosa che non è stato ancora fatto”. LEGGI TUTTO

  • in

    Greenpeace Usa dovrà pagare 667 milioni di dollari a Energy Transfer. Ora rischia la chiusura

    C’è chi lo interpreta come una dichiarazione di guerra a chi per mezzo secolo ha inseguito il sogno di una “pace verde”: Greenpeace. L’associazione ambientalista, fondata a Vancouver nel 1971, è stata condannata da un giuria del Dakota del Nord a pagare 667 milioni di dollari al gestore del Dakota Access Pipeline, il colosso Usa degli oleodotti Energy Transfer. Il reato? Diffamazione.

    La condanna pecuniaria è ben più alta della richiesta iniziale della compagnia: 300 milioni di dollari. E già quella cifra avrebbe messo in pericolo l’esistenza stessa della branca statunitense di Greenpeace. “Hanno lottato per salvare le balene. Riusciranno a salvare se stessi?”. Se lo era chiesto qualche giorno fa il New York Times, alla vigilia di una udienza decisiva del processo. La causa riguardava appunto il ruolo dell’associazione ambientalista nelle manifestazioni organizzate ormai un decennio fa contro un oleodotto vicino alla riserva Sioux di Standing Rock, nel Dakota del Nord.

    La Energy Transfer, proprietaria dell’infrastuttura, accusava Greenpeace di aver appoggiato attacchi illegali al progetto e aver condotto una “vasta e maligna campagna pubblicitaria” che sarebbe costata denaro all’azienda. La compagnia voleva quindi 300 milioni di dollari di danni. “Una tale perdita in tribunale ci potrebbe costringerla a chiudere i nostri uffici americani”, avevano ammesso gli attivisti.

    Il caso

    Una causa da 300 milioni di dollari mette a rischio Greenpeace Usa: “Siamo sotto attacco”

    di Luca Fraioli

    18 Marzo 2025

    L’associazione si è mobilitata in tutto il mondo, a difesa di Greenpeace Usa: qualche giorno fa sul sito della sezione italiana è stata aperta una petizione che partendo dal processo in corso, allarga la lotta al revisionismo climatico di questi ultimi mesi: “Greenpeace è sotto attacco. “Abbiamo bisogno del tuo aiuto!”, si legge nella pagina web dedicata a alla raccolta delle firme.

    “La gigantesca compagnia petrolifera Energy Transfer ha intentato una causa contro Greenpeace negli Stati Uniti e contro Greenpeace International per 300 milioni di dollari. In un contesto in cui politici negazionisti della crisi climatica, come Trump o Milei, governano interi Paesi, la battaglia per il futuro del pianeta e dei suoi abitanti è in serio pericolo”.

    Eppure Greenpeace non è nuova a battaglie durissime, sul campo, nei mari, sui ghiacci… ma anche nelle aule di tribunale. Perché il processo intentato dall’Energy Transfer rischia di fare la differenza? L’entità dell’indennizzo richiesto, e ora a maggior ragione il raddoppio voluto dal tribunale: 667 milioni di dollari sono quasi quindici volte il budget di Greenpeace Usa (nel 2020 era di 40 milioni). Anche una condanna in primo grado, comporterebbe comunque un anticipo tale da far saltare il banco dell’associazione statunitense.

    Ma il pericolo è più ampio. E non riguarda solo Greenpeace. Il processo dell’oleodotto contrastato dai Sioux è solo la punta dell’iceberg di una generale tendenza a “punire un ambientalista per zittirne 100”. Lo nota l’altro giorno anche la voce della City londinese, il Financial Times: “Greenpeace contro Big Oil: il caso che mette alla prova la libertà di parola nell’era Trump”. Per restare negli Stati Uniti, pochi giorni fa un’altra notizia dello stesso tenore: il climatologo Michael Mann, che nei mesi scorsi aveva vinto una causa per diffamazione da un milione di dollari, contro chi lo aveva accusato di truccare i dati sul riscaldamento globale, ora dovrà restituire oltre la metà: 530 mila dollari, perché secondo un giudice i suoi avvocati avrebbero utilizzato prove false nel corso del procedimento.

    In base a una recente legge anti-proteste, in Australia decine di attivisti sono stati arrestati al porto del carbone di Newcastle alla fine del 2024 dopo aver utilizzato kayak e gommoni per protestare contro la struttura: è iniziato il processo e loro si dichiareranno in massa “non colpevoli”, come raccontava ieri il Guardian.

    © 2024 SOPA Images  LEGGI TUTTO