10 Gennaio 2023

Daily Archives

consigliato per te

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    Maturità, tornano le prove Invalsi come requisito di ammissione all'esame

    I primi a cimentarsi con le prove Invalsi a marzo saranno gli studenti dell’ultimo anno delle superiori. Quest’anno tornano i test come requisito necessario per l’ammissione alla Maturità. Una novità già annunciata a novembre scorso dal presidente dell’invalsi Roberto Ricci che aveva suscitato le proteste delle associazioni studentesche.  Le date delle prove Invalsi per i […] LEGGI TUTTO

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    Città a 30 chilometri all'ora: non solo Milano, a Cesena si guida piano da 25 anni

    A Olbia e Cesena vanno piano da oltre 20 anni. Città dove vivono meno di 100 mila abitanti, diverse in tutto, per tipologia urbana, clima, economia e anche nel colore politico delle giunte che le governano. Eppure, entrambe sono state le prime in Italia ad introdurre le “zone 30” ossia ad imporre ai propri automobilisti una mobilità sostenibile: di viaggiare per le strade cittadine sotto i 30 chilometri all’ora. Come ora accade a Parigi, Amsterdam e Milano e in 50 amministrazioni più o meno grandi in Italia. Una decisione però che ad Olbia e Cesena è stata presa addirittura alla fine degli anni 90 e che nessun sindaco da allora si è sognato di togliere. Ora su tutte le strade del comune sardo si guida piano, mentre le “zone 30” di Cesena sono il 50%.

    Mobilità

    Perché in Italia c’è solo una città a 30 km/h

    di Cristina Bellon

    11 Luglio 2022

    E dopo Cesena, anche il consiglio comunale di Reggio Emilia e Parma hanno deciso di andare più piano. Motivo? In 25 anni mentre è sceso il numero delle vittime sulle strade è aumentato l’uso della mobilità alternativa nelle zone urbane, la bicicletta soprattutto. “È stato l’allora responsabile della mobilità del Comune, Gastone Baronio, a prendere questa decisione quando ancora in quegli anni, in pochi parlavano di mobilità sostenibile – racconta l’ingegner Giovanni Fini, attuale dirigente della Mobilità e Ambiente di Cesena – il suo obiettivo era innanzitutto rendere le strade più sicure, perché da queste parti gli incidenti erano tanti. Troppi. La maggior parte delle vittime della strada si registrava in città. Come venne accolta la decisione di guidare a 30 all’ora? I cittadini non furono del tutto convinti, ma oggi la mentalità è cambiata e i dati sugli incidenti parlano chiaro”.

    Strade più vivibili

    Negli anni 90 la provincia emiliana deteneva un record tragico di vittime sulla strada: la media dei decessi sull’asfalto era di 70 all’anno e il periodo più drammatico fu il 1997 con 79 morti. Proprio l’anno in cui la giunta di Cesena impose ai cittadini il limite orario sulle strade del centro. Da quel momento e per 25 anni le vittime sulla strada sono diminuite. “Monitorando anno per anno abbiamo visto che a calare non è tanto il numero degli incidenti, sceso comunque dal 1998 a 2020 del 20% – sottolinea l’ingegner Guêze  – ma sono gli esiti ad essere meno drammatici. Basta dare uno sguardo ai dati che riguardano il solo comune di Cesena dove si viaggia a 30 chilometri all’ora: i feriti dovuti agli incidenti stradali, che nel 1998 erano 700, sono dimezzati: nel 2019 sono stati 383.

    Longform

    Il movimento globale delle città da 15 minuti

    dal nostro inviato Jaime D’Alessandro

    03 Dicembre 2022

    Così anche le vittime: erano 15 nel 1998; 3 nel 2017; 4 nel 2018. Nel 2021 c’è stata una sola vittima nel comune, un pedone investito”.  In Italia si usa la macchina per percorsi cittadini che per il 40% dei casi sono di meno di tre chilometri. “L’aspetto ambientale della nostra scelta è stato considerato in un secondo momento – spiega Giovanni Fini – in un’area urbana come la nostra in piena Pianura Padana è infatti complicato capire quanto possa aver inciso aver imposto il limite di velocità, sul livello di smog. Qui, l’inquinamento dell’aria è molto variabile e lo smog dovuto al traffico si intreccia con altre emissioni di sostanze che coinvolgono le attività non solo dell’industria, ma anche agricole e negli allevamenti, ad esempio le emissioni dovute all’uso dell’ammoniaca”.

    I benefici

    Non c’è dubbio però che aver moderato la velocità un effetto ambientale benefico l’ha avuto: le strade sono considerate dai cittadini più vivibili e dunque per i piccoli spostamenti, molti di loro lasciano sempre più spesso l’auto a casa. Un buon risultato visto che a livello nazionale in Italia si usa la macchina per percorsi cittadini che per il 40 per cento dei casi sono di meno di tre chilometri.

    “Negli ultimi 25 anni, il limite dei 30 km/h, ha reso le strade più sicure – racconta Fini – e ha convinto più cittadini a spostarsi in città in bicicletta o a piedi. Prendono la bici più volentieri senza le auto che sfrecciano accanto”. L’indicazione di limitare la velocità viene dall’Europa che ha chiesto di introdurre in tutte le città europee il limite dei  30 chilometri all’ora nelle zone residenziali e in quelle con un numero elevato di ciclisti e di pedoni.

    Il racconto

    Città da 15 minuti: a Torino la vita è più facile

    di Gianluigi Ricuperati, Jaime D’Alessandro, infografiche di Matteo Riva

    19 Dicembre 2022

    La richiesta è in una risoluzione approvata il 6 ottobre 2021 dal Parlamento europeo. L’obiettivo è proprio di dimezzare il numero di morti sulle strade europee entro il 2030 e di azzerare gli incidenti con vittime entro il 2050. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affrontato, nel discorso di fine anno, il tema dei morti sulle strade. Solo nei primi sei mesi del 2022 sono stati 1.450 i morti in incidenti in Italia, in aumento rispetto all’anno precedente. A livello europeo il 37 per cento dei decessi si registra nelle zone urbane e il 30 per cento vede l’eccesso di velocità come un fattore chiave. Le piccole città stanno dando il buon esempio. LEGGI TUTTO

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    Il buco nell’ozono sta per chiudersi: l’annuncio dell’Onu

    Il buco nello strato di ozono, un tempo il pericolo ambientale più temuto per l’umanità, dovrebbe essere completamente sparito nella maggior parte del mondo entro due decenni, grazie all’azione decisiva da parte di molti governi di eliminare gradualmente le sostanze che riducono lo strato. Secondo un rapporto dell’Onu la perdita dello strato di ozono, che ha rischiato di esporre le persone ai dannosi raggi ultravioletti del sole, è sulla buona strada per essere completamente recuperata entro il 2040 in gran parte del mondo, mentre si ricreerà completamente entro il 2045 sull’Artico e entro il 2066 sull’Antartide.

    Dopo l’allarme per la perdita di ozono negli anni ’80, lo strato di ozono è migliorato costantemente sulla scia del protocollo di Montreal del 1989, un accordo internazionale che ha contribuito a eliminare il 99% delle sostanze chimiche che riducono lo strato di ozono, come i clorofluorocarburi (CFC) che erano utilizzati come solventi e refrigeranti. L’Onu afferma che l’azione intrapresa sullo strato di ozono è stata anche un’arma contro la crisi climatica: i CFC sono anche gas serra e il loro uso continuato e incontrollato avrebbe innalzato le temperature globali di ben un grado centigrado entro la metà del secolo, peggiorando una situazione già disastrosa in cui i gas che riscaldano il pianeta non stanno ancora diminuendo.

    “L’azione sull’ozono costituisce un precedente per l’azione per il clima”, ha affermato Petteri Taalas, segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale, che ha presentato il rapporto sui progressi, stilato ogni quattro anni. “Il nostro successo nell’eliminare gradualmente le sostanze chimiche che consumano ozono ci mostra cosa si può e si deve fare con urgenza per abbandonare i combustibili fossili, ridurre i gas serra e quindi limitare l’aumento della temperatura”.

    La risposta globale unificata alla gestione dei CFC significa che l’accordo di Montreal dovrebbe essere considerato “il trattato ambientale di maggior successo nella storia e offre incoraggiamento affinché i Paesi del mondo possano riunirsi e decidere un risultato e agire di conseguenza”, secondo David Fahey, uno scienziato della National Oceanic and Atmospheric Administration, autore principale della nuova valutazione.

    I progressi non sono sempre stati lineari: nel 2018 gli scienziati hanno rilevato un aumento dell’uso di CFC, rintracciato in Cina e infine risolto. Nel frattempo, la sostituzione dei CFC con un altro gruppo di prodotti chimici industriali, gli idrofluorocarburi (HFC), è stata problematica in quanto gli HFC sono gas serra, e quindi è stato necessario un ulteriore accordo internazionale, raggiunto a Kigali, per frenarne l’uso. LEGGI TUTTO

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    Cinque tecnologie amiche dell’ambiente che abbiamo visto al CES di Las Vegas

    Quello del rispetto e della tutela dell’ambiente è stato uno dei temi cardine del CES di Las Vegas (qui tutte le news), che si è tenuto dal 5 all’8 gennaio scorsi: la stessa CTA, l’associazione che lo organizza, ha parlato dell’arrivo di “prodotti innovativi che aiuteranno a risolvere le sfide globali” e di aziende che “stanno dimostrando come la tecnologia possa risparmiare energia e aumentarne la produzione, affrontare la carenza di cibo, creare sistemi agricoli più sostenibili, alimentare città intelligenti e supportare l’accesso all’acqua pulita”. 

    LO SPECIALE  CES 2023

    Di seguito abbiamo raccolto 5 fra le startup impegnate in questo settore che abbiamo visto passeggiando fra i padiglioni della fiera e che ci sono sembrate più interessanti. Iniziando da una italiana, ovviamente.

    Las Vegas

    Il robot che ti succhia il pollice e altre 4 cose strane che abbiamo visto in anteprima al CES 2023

    dal nostro inviato Emanuele Capone

    04 Gennaio 2023 LEGGI TUTTO

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    Mediterraneo, perché i capodogli sono più piccoli

    C’è un grande mistero sin qui irrisolto che intriga cetologi e ricercatori, genetisti ed ecologi. Riguarda le dimensioni dei capodogli del Mediterraneo, inferiori – a parità di età – rispetto agli individui oceanici della stessa specie. Perché una differenza così significativa, malgrado il raggiungimento della maturità sessuale alla stessa età? E perché il tasso di crescita del più grande animale vivente munito di denti (e con il cervello più voluminoso, 10 chilogrammi di peso) è, nel Mare Nostrum, sensibilmente diverso rispetto a quello dei cugini dell’Atlantico? LEGGI TUTTO

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    La startup svedese delle turbine eoliche modulari in legno

    Turbine offshore, campi flottanti, microgenerazione. Con 837 GW di potenza installati nel mondo e 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 in atmosfera evitate, il settore eolico ha il vento in poppa e cresce del 12% ogni anno. Ma la tecnologia che sta dietro torri e pale è più o meno la stessa da almeno vent’anni. Grandi torri in cemento o acciaio, pale in resina, fibra di vetro o di carbonio. Materiali che, secondo gli ultimi (pochissimi) critici delle rinnovabili rimasti, non sarebbero green come l’energia che producono. Oggi una startup svedese si propone di rivoluzionare il panorama. Come? Costruendo torri e pale eoliche con il materiale più sostenibile in natura: il legno.

    I limiti ambientali (e logistici) delle turbine attuali

    Il vento è forse la fonte rinnovabile più promettente in ottica transizione ecologica: poca manutenzione, occupazione del suolo ridotta ed elevate efficienze lo rendono sempre più competitivo. A differenza del sole poi, nonostante non sia prevedibile con precisione, il vento spira sia di giorno che di notte. Ma i critici sostengono che l’eolico non sia una tecnologia completamente carbon neutral. Convertire vento in energia elettrica non è infatti un processo facile: servono grandi pale (i cosiddetti aerogeneratori) che arrivano a diametri di 60-80 metri e solide torri di altezze tra i 30 e i 120 metri. Obiettivo? Catturare i venti che spirano a velocità sempre crescenti allontanandosi dal suolo.Per costruire torri e pale eoliche, trasportarle e montarle, viene quindi liberata in atmosfera una certa quantità di gas serra. Prendiamo una turbina standard: l’impronta carbonica per produrla è in gran parte dovuta alla torre di acciaio (30% delle emissioni), seguita dalle fondazioni in cemento (17%) e dalle pale in fibra di carbonio o vetro (12%). Sia chiaro, stiamo parlando di quantità estremamente ridotte: dai 6 agli 8 grammi di anidride carbonica per ogni kWh di elettricità prodotto. Per capirci, generare lo stesso kWh con gas ne libera circa mezzo chilo, mentre con il carbone si arriva a superare il chilo.Insomma, il problema dell’impronta carbonica della produzione di torri e turbine eoliche esiste (ma è di ridotta entità). C’è tuttavia un problema di “scala”: turbine più grandi producono energia in modo più efficiente, ma il loro costo lievita esponenzialmente per ogni metro di altezza in più. Come se non bastasse, trasportare torri e pale eoliche – lunghe fino a 100 metri e costruite con la tecnologia attuale – dal luogo di produzione a quello di installazione può diventare particolarmente difficile o comunque poco sostenibile. Tutte problematiche che hanno bene in mente nella sede operativa di Modvion, una startup svedese che dal 2016 si propone di costruire torri eoliche “montabili” come mobili, usando legno lamellare.

    Rinnovabili

    Nel Mare del Nord il parco eolico offshore più grande del mondo

    05 Settembre 2022

    Con il legno emissioni giù del 90%

    Sostenibile, leggera, economica e montata in loco. Una torre eolica fatta di legno può sembrare un concetto originale, ma gli ingegneri di Modvion, società di design industriale con sede a Göteborg, hanno le idee molto chiare. “Il mercato si sta spostando verso generatori sempre più alti, meno sostenibili da produrre e più difficili da trasportare – ci spiegano – così è nata l’idea di impiegare il materiale più leggero e resistente che l’uomo conosce e utilizza da centinaia di anni”.Il progetto ha già ricevuto un importante finanziamento dall’Unione Europea nell’ambito del programma Horizon 2020 e oggi non fatica a trovare partner sul mercato. Ma quali sarebbero i vantaggi di una torre eolica in legno? “Le varie sezioni lamellari possono essere prodotte in fabbrica, trasportate con facilità e poi assemblate in sito – risponde Otto Lundman, Ceo e cofondatore di Modvion – . Un procedimento estremamente più semplice ed economico rispetto a quello attuale, che garantisce torri alte e resistenti come quelle in uso oggi”. Ma non basta: “la produzione delle nostre torri genera il 90% delle emissioni climalteranti in meno rispetto a quelle classiche”, prosegue. E una volta giunta a fine vita, le parti in legno modulari possono essere smontate e riutilizzate in edilizia o nell’industria cartiera.”La nostra visione è questa: sostenibile e circolare – sostiene Modvion – . Il punto è avere fino a sei o sette step cronologici di riutilizzo per il materiale impiegato”. In altre parole, l’obiettivo di Lundman e del suo giovane team è quello di creare un materiale riciclabile più volte in ambiti diversi, in modo da estrarre il massimo possibile da ogni singola fibra di cellulosa prima di riconsegnarla all’atmosfera.

    La startup

    Un’italiana premiata per le pale eoliche ultraleggere

    di Jaime D’Alessandro

    09 Novembre 2022

    Più alte e più resistenti dell’acciaio

    Modvion ha eretto la sua prima torre eolica modulare nel 2020 sull’isola svedese di Björkö; un generatore alto 30 metri che sta producendo energia pulita anche in questo momento. Il progetto pilota ha attirato l’attenzione di Vestas, gigante danese leader nella produzione di turbine eoliche da oltre 40 anni, che pochi mesi fa ha cominciato a investire nell’idea di Modvion.Verrà da chiedersi: legno e acciaio sono forse tra i materiali più diversi sulla carta, come fanno ad avere performance simili? “L’acciaio è tra i componenti più resistenti per unità di volume, è vero – osserva l’azienda – ma il legno lamellare funziona meglio per applicazioni come le torri eoliche, vuote al loro interno, ed è meglio dell’acciaio in termini di resistenza per unità di peso e di costi”.Che dire allora del fuoco? “La legna brucia solo a determinate circostanze: è estremamente improbabile che un tronco solido prenda fuoco senza un grande incendio intorno, perché è troppo denso”. Ciò vale anche per tutte le costruzioni in bioedilizia: il lato direttamente esposto alle fiamme, anche in caso di incendio, inizia solo a carbonizzarsi a un ritmo prevedibile e controllabile. E la pioggia, la neve, il ghiaccio? “Tutti i componenti vengono ricoperti da vernici speciali idrorepellenti e protettive che ne mantengono l’integrità strutturale, al riparo dall’umidità”. Ma quanto tempo può durare una turbina eolica in legno? “Sono progettate per durare 25-30 anni, con la vita utile di torri e pale che supera di gran lunga quella delle parti meccaniche in movimento”.

    La cooperativa

    A Gubbio l’eolico è un impianto collettivo

    dalla nostra inviata Cristina Nadotti

    24 Ottobre 2022

    Per fare una turbina ci vogliono tre minuti

    Gli ingegneri di Modvion non sono gli unici a voler sfruttare le caratteristiche del legno. In Germania, c’è Voodin Blades, neonata startup che pianifica di trasformare alberi in pale eoliche. Entro la fine di quest’anno dovrebbe essere pronta la prima turbina dal diametro di 20 metri che sarà installata a Warburg, città tedesca del Nord Reno-Vestfalia. Si tratta di un primo progetto molto piccolo, ma la compagnia ha in costruzione pale da 80 metri di diametro, utilizzabili per capacità fino a 6 MW, taglia dei parchi eolici commerciali.A fornire i materiali a Voodin Blades e Modvion è Stora Enso, multinazionale finlandese che produce carta e pasta di cellulosa, specializzata in soluzioni rinnovabili per il packaging e biomateriali. Insomma, pale e torri eoliche in legno sono un concetto nuovo, a prima vista “folle”, ma ingegneristicamente solidissimo. Un’idea che raderebbe a zero ogni critica residua sull’impatto carbonico della produzione dell’energia rinnovabile che ancora, talvolta, fa breccia. Il costo ambientale per costruire una turbina eolica di legno standard oscillerebbe tra i 300 e i 1200 metri cubi di legname: la stessa quantità che cresce oggi in circa 3 minuti nelle foreste svedesi. LEGGI TUTTO