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    Cop30 in Brasile: abbattuti ettari di foresta amazzonica per costruire l’autostrada

    Che fatica e quante contraddizioni nella battaglia diplomatica per salvarci dal nuovo clima. Quest’anno, non senza polemiche, a metà novembre si terrà in Brasile la 30esima Conferenza delle Parti sul Clima, la Cop30, il grande vertice che dovrebbe trovare un accordo globale per affrontare le sfide sempre più urgenti legate agli impatti del cambiamento climatico. La strada verso l’intesa è però decisamente in salita, anzi, per certi versi spianata in direzione dell’insuccesso. Perché mentre il mondo vira a destra e guarda al ritorno dei combustibili fossili, in un Pianeta ancorato alle mosse di Donald Trump che si smarca dagli Accordi di Parigi, nega la crisi climatica e distrugge ogni politica d’azione sul clima, dal Brasile arrivano segnali che appaiono come un grande passo indietro rispetto al senso di protezione di cui la Terra ha bisogno.

    Un’autostrada a 4 corsie per le delegazioni
    Per ospitare la Cop30, che si terrà nel cuore dell’Amazzonia a Belém, si stanno infatti perfino abbattendo alberi: lo scopo è davvero “spianare”, dato che è in costruzione una nuova autostrada a quattro corsie che potrebbe attraversare diversi ettari di foresta pluviale amazzonica protetta e servirà per condurre le delegazioni alla Cop. Questa è solo l’ultima incongruenza, di tante, relative alla futura Conferenza, quella che fino a due anni fa veniva vista come decisiva, determinante, chiave e simbolica. Negli ultimi tre anni infatti le Cop si sono svolte in Paesi dove a dominare è stata l’ingerenza delle fonti fossili o la mancanza di diritti sociali: prima l’Egitto, poi la Dubai del petrolio, infine la Baku del gas. Difficile immaginare che da quei luoghi sarebbe uscito un accordo planetario, come chiedono gli scienziati, per dire addio ai combustibili fossili responsabili delle emissioni che stanno riscaldando il Pianeta.

    Il Brasile era la speranza
    Il Brasile, allora, era la speranza. Quando il neo eletto presidente Luiz Inacio Lula arrivò in Egitto nei padiglioni della Cop27, fu accolto come una star e promise che con il summit ospitato dal suo Paese le cose sarebbero cambiate. “Non c’è sicurezza climatica se non si mette in sicurezza il polmone del Pianeta” disse riferendosi all’Amazzonia e proponendo, nonostante le enormi difficoltà logistiche, di realizzare la Cop30 proprio all’interno dell’Amazzonia. Già allora, perfino fra i delegati brasiliani, sorsero i dubbi: come faremo a portare e dare ospitalità a 50mila persone (la stima dei futuri partecipanti alla Cop30) in una zona così isolata e complessa? Si chiedevano tutti. Oggi stiamo avendo le prime risposte e non sono per nulla buone, denunciano abitanti, professori e ambientalisti del Brasile.

    “Difendere le foreste e tagliarle per il summit”
    Per semplificare il traffico verso Belém e ospitare 150 capi di Stato e leader mondiali in Brasile stanno costruendo un’autostrada ai cui lati svetta la foresta pluviale mentre lungo i bordi sono già ammucchiati i tronchi degli alberi tagliati. Si tratta di un progetto ipotizzato in passato e oggi ripreso chiamato “Avenida Libertade” che coinvolge più zone, tra cui il tratto amazzonico verso Belém. Già tempo fa, raccogliendo informazioni, la dottoressa e ingegnere forestale Ana Letícia R. Ferro aveva denunciato questa “ipocrisia” sulle pagine di Green Amazon e ora la Bbc ha diffuso le immagini riprese dal drone dei luoghi in cui stanno costruendo l’autostrada, confermando l’avanzamento dei lavori. L’ipocrisia, secondo Ferro, sta soprattutto nella visione dichiarata del Paese: quella di spingere per un aumento dei fondi in difesa delle foreste e al tempo stesso tagliarle per ospitare un summit globale.

    A rischio la biodiversità
    Gli abitanti locali, intervistati dai media, raccontano come i nuovi tagli per lasciar spazio alla strada stanno già impattando sulle loro vite, per esempio con la perdita di coltivazioni, e minacciano la preziosa biodiversità di quell’area dell’Amazzonia. Denunciano anche una mancata e completa consultazione da parte del governo e i timori che, con una strada del genere, un luogo da preservare e proteggere possa essere ora più accessibile alle aziende a caccia di profitti. Alle loro paure si aggiungono quelle dei ricercatori che temono che la nuova infrastruttura frammenterà l’ecosistema e interromperà il movimento della fauna selvatica, come ad esempio quello dei bradipi. Inoltre la strada rischia di limitare l’accesso a fonti e corsi d’acqua per gli animali.

    Lo studio

    Clima, i dieci eventi estremi più devastanti e costosi del 2024

    di Pasquale Raicaldo

    30 Dicembre 2024

    Nonostante i residenti sostengano di “non essere ascoltati” il governo dello stato del Parà continua a ribadire che la ripresa dei progetti di Avenida Liberdade rientra in una serie di oltre 30 opere che saranno “lasciate in eredità alla popolazione” dopo la Cop e quella in costruzione è “un’autostrada sostenibile” con attraversamenti per gli animali e illuminazione basata su fonti rinnovabili.

    Il governo: “Opera necessaria”
    Ovviamente, deforestare per proteggere la foresta, è un concetto difficile da difendere, ma il governo brasiliano spiega che l’opera è necessaria se vista in ottica futura, sia per il clima, sia per i brasiliani. Le tante recenti contraddizioni del Paese però sembrano mostrare un’altra faccia del Brasile quando siamo a soli otto mesi dalla Cop30. A inizio anno per esempio il Paese, dove a novembre si discuterà di anche di uscita dalle fonti fossili, è entrato ufficialmente nell’Opec, l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio.

    Contemporaneamente, per rendere possibile una Conferenza dal forte valore simbolico a Belém, nella città amazzonica sono in costruzione ovunque nuovi hotel, ristoranti e perfino porti che potrebbero accogliere navi da crociera (non certo poco inquinanti) dove accogliere visitatori e delegati. Il tutto in una Belém che è specchio di ben altri problemi: questa realtà, povera, è oggi infestata dalla criminalità e dalle disuguaglianze e una gran parte dei 2,5 milioni di abitanti vive ancora nelle favelas.

    Solo il 2% delle acque reflue viene trattato
    A livello ambientale è poi fortemente inquinata: solo il 2% delle acque reflue della città viene trattato e attualmente è in atto una corsa contro il tempo nel tentativo di risanare diversi canali. Mancano inoltre gli alloggi, motivo per cui i pochi disponibili sono stati messi a disposizione – per novembre – a prezzi esorbitanti, si parla di decine di migliaia di euro. Tutti questi elementi fanno pensare – come raccontavano a Green&Blue durante la Cop29 alcuni delegati brasiliani – che sia davvero una sfida durissima quella di riuscire a trasformare la futura Cop30 in un successo, sia per il Brasile sia per la battaglia climatica. Il presidente Lula però ci crede e, al netto di possibili altri interventi a danno dell’ambiente, ha davvero pochi mesi per dimostrarlo.

    Una sfida duplice
    Lo scopo è mostrare, secondo il Brasile, che un risanamento del Pianeta e una intesa multilaterale per arginare gli impatti del nuovo clima è ancora possibile, nonostante Trump e la deriva anti-clima. Quale teatro migliore per riuscirci se non un evento che si svolge per la prima volta in assoluto in un ecosistema minacciato come l’Amazzonia e oltretutto esattamente 10 anni dopo gli Accordi di Parigi e 20 dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto? Per riuscirci, dunque, sono disposti a tutto: anche sacrificare una parte del loro stesso polmone verde. LEGGI TUTTO

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    Le aziende rischiano il 25% dei profitti se non affrontano le sfide del clima

    Il cambiamento climatico non è più solo una questione ambientale ma una vera e propria emergenza economica. Le aziende che non affronteranno rapidamente i rischi legati al clima potrebbero vedere erosi fino al 25% dei loro profitti nel giro di un quarto di secolo, cioè entro il 2050, mentre a livello globale il Pil potrebbe ridursi del 22% entro la fine del secolo. L’inazione potrebbe costarci la più epocale delle contrazioni economiche a cui abbiamo mai assistito. Sono solo alcuni degli allarmanti numeri che emergono da un recente studio del World Economic Forum in collaborazione con Boston Consulting Group (BCG) emblematicamente intitolato “The Cost of Inaction: A CEO Guide to Navigating Climate Risk”.

    Un pericolo sottovalutato dalle imprese
    Nonostante la crescente consapevolezza dei rischi climatici, d’altronde impossibili da ignorare nonostante il negazionismo imperante di molte amministrazioni, troppe aziende faticano a trasformare questa consapevolezza in strategie concrete. “Il vero problema è considerare il cambiamento climatico come una minaccia lontana, quando invece il suo impatto economico è già evidente e destinato a peggiorare senza azioni mirate” spiega Lorenzo Fantini, managing director e partner di BCG. Secondo Fantini, l’adattamento climatico non è un costo ma un investimento fondamentale per la stabilità del business: rimandare significa affrontare conseguenze economiche ben più gravi in futuro. In cambio, forse, di qualche magra marginalità per un risicatissimo oggi.

    Imprese a rischio: tra danni fisici e transizione ecologica
    Il rapporto identifica due principali categorie di rischio per le imprese. Da un lato ci sono i rischi fisici, legati cioè a fenomeni meteorologici estremi come uragani, incendi e lunghissime fasi di siccità, che possono compromettere la praticabilità delle infrastrutture, interrompere le catene di approvvigionamento sempre più complesse e delicate – già messe a rischio dalle turbolenze commerciali internazionali, vedi alla voce dazi – e rallentare se non bloccare del tutto la produzione. Dall’altro lato ci sono i rischi di transizione, legati all’inasprimento delle normative ambientali – almeno, nella UE – alle varie forme di carbon tax e alla svalutazione degli asset legati ai combustibili fossili, fattori che prima o poi morderanno più di quanto facciano al momento. Si prevede, ad esempio, che la domanda globale di carbone calerà del 90% entro il 2050, rendendo letteralmente insostenibili gli impianti costruiti dopo il 2010. Non solo: nei prossimi due decenni – spiega BCG – le imprese più esposte vedranno i costi operativi lievitare e il valore di asset fossili calare fino a -35% già entro il 2030, con conseguenze in molti settori.

    L’impatto economico già evidente
    Non si tratta di scenari futuri ma di un problema già molto concreto. Dal 2000 a oggi i disastri naturali legati al clima hanno per esempio causato perdite economiche pari a 3.600 miliardi di dollari, di cui mille miliardi solo tra il negli ultimi quattro anni, quando si è registrato un secco aumento di questi eventi intensissimi. In particolare, tempeste e uragani hanno rappresentato oltre la metà di questi danni. Negli Stati Uniti e in Europa molte compagnie assicurative stanno già ritirandosi da aree considerate troppo rischiose, lasciando intere regioni senza copertura assicurativa. E dunque senza alcuna garanzia per progetti di medio e lungo termine.

    Investire nella transizione: una scelta economicamente vantaggiosa
    Di fronte a questi rischi, il report evidenzia come la transizione ecologica – che tante aziende tendono perfino a sottostimare nei propri bilanci, quando la perdita reale potrebbe oscillare tra il 5% e il 25% dell’Ebitda.

    Nel giro dei prossimi due o tre decenni – non sia solo una necessità ambientale ma anche un’imperdibile opportunità economica. Come in ogni fase segnata da un salto storico di paradigma – e dalle fisiologiche resistenze di rendita. Ogni dollaro investito in resilienza climatica genera un ritorno compreso tra 2 e 19 dollari, evitando per altro perdite future. A livello globale, per mantenere il riscaldamento sotto i 2 gradi centigradi sarebbe necessario destinare circa il 2% del Pil alla mitigazione e un ulteriore 1% all’adattamento. Tuttavia, questi investimenti sarebbero ampiamente ripagati, prevenendo perdite tra il 10% e il 15% del Pil mondiale entro la fine del secolo. Non c’è partita.

    L’economia verde: un settore in rapida crescita
    Le aziende che sapranno cogliere questa opportunità di transizione climatica potranno beneficiare di un mercato in espansione. L’economia verde passerà dagli attuali 5mila miliardi di dollari a 14mila praticamente domattina, cioè entro il 2030. I settori trainanti saranno l’energia alternativa (49% del mercato), i trasporti sostenibili (16%) e i prodotti di consumo eco-friendly (13%), con un salto annuo tra il 10% e il 20%, nettamente superiore al tasso di crescita globale. LEGGI TUTTO

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    Bonus per l’acquisto di una casa ristrutturata: come funziona e quanto si risparmia

    Il Fisco premia chi compra nuove case realizzate senza consumo di suolo. È infatti i vigore anche per il 2025 il bonus riconosciuto agli acquirenti di immobili all’interno di edifici completamente ristrutturati da impresa. Prevista una detrazione del 25% del prezzo di acquisto da utilizzare in dieci anni. Per accedere all’agevolazione il rogito deve essere effettuato entro 18 mesi dal termine dei lavori.

    Riqualificazione e risparmio energetico
    La detrazione spetta nel caso di edifici riqualificati con interventi di restauro o risanamento conservativo, ma anche per la demolizione della vecchia struttura e totale ricostruzione. In entrambi i caso gli interventi comportano la realizzazione di appartamenti con i criteri previsti per le nuove costruzioni. Obbligatoria quindi la climatizzazione centralizzata, l’eliminazione del gas, l’utilizzo delle energie rinnovabili. Gli appartamenti saranno dunque a risparmio energetico.

    Le regole del bonus
    L’agevolazione è prevista su una quota pari al 25% del prezzo di acquisto, con il limite massimo di 96.000 euro. Il 25% di fatto è riconosciuto all’acquirente come costo di ristrutturazione. L’aliquota è al 50% per la prima casa e al 36% per gli altri immobili. Come nel caso del bonus ristrutturazioni sono previste dieci rate annuali di pari importo.

    La detrazione si ottiene al rogito con l’indicazione del notaio che si tratta, appunto, di acquisto di immobile ristrutturato. L’impresa dovrà per questo rilasciare una dichiarazione, se non lo ha già fatto al momento del compromesso. È infatti possibile avere la detrazione anche per le somme pagate a titolo di acconto, per cui si può iniziare a detrarre la spesa immediatamente anche se il rogito avviene l’anno successivo. In caso di comproprietà andrà considerata da ciascuno pro quota. Nel caso in cui due soggetti acquistino, uno la nuda proprietà e l’altro l’usufrutto dell’immobile ristrutturato, la detrazione dovrà essere proporzionata ai rispettivi valori della nuda proprietà e dell’usufrutto.

    Quanto si risparmia
    Il costo di acquisto su cui calcolare la detrazione comprende anche l’Iva dal momento che si tratta di una somma dovuta dall’acquirente che fa parte del prezzo di vendita. La detrazione è comunque cumulabile con le agevolazioni per l’acquisto della prima casa. Quindi anche per chi usufruisce del Bonus acquisti per la casa ristrutturata ha diritto all’applicazione dell’Iva al 4% quando si hanno i requisiti per usufruire dell’aliquota ridotta prevista per l’abitazione principale. Sulla base delle regole appena viste considerano un prezzo di acquisto di 350.000 euro (Iva compresa), il costo forfetario di ristrutturazione (25% di 350.000 euro) è di 87.500 euro.

    La detrazione spettante all’acquirente è pari al 50% di 87.500 euro se prima casa, ossia 43.750 euro, oppure al 36% se seconda casa, vale a dire 24.305 euro. L’agevolazione spetta anche sulle pertinenze acquistate insieme all’appartamento, ossia con lo stesso atto.

    Bonus Mobili anche in questo caso
    In compenso a chi acquista un immobile ristrutturato da impresa spetta anche il Bonus mobili, ossia la detrazione per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici destinati ad arredare l’immobile ristrutturato, riconosciuta di qui a fine anno su un massimo di 5.000 euro di spesa.

    Poiché la norma prevede che per ottenere il Bonus è necessario che la data dell’inizio dei lavori di ristrutturazione preceda quella in cui si acquistano i mobili, nel caso di acquisto dell’immobile da imprese, come chiarito dall’Agenzia delle entrate, per data di inizio lavori deve intendersi quella di acquisto o di assegnazione. LEGGI TUTTO

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    Più detriti spaziali, più collisioni con l’aumento delle emissioni

    I detriti che orbitano intorno alla nostra terra sono un grosso problema in termini di inquinamento spaziale e sicurezza e la loro presenza mette a rischio molte delle nostre attività extraterrestri col pericolo delle collisioni. E la questione in futuro potrebbe diventare sempre più cocente per colpa delle emissioni di gas serra. Questo è quanto racconta oggi un team di ricercatori del MIT di Boston e della University of Birmingham dalle pagine di Nature sustainability.

    Spazio

    Il detrito spaziale caduto in Kenya e il problema dell’inquinamento delle orbite

    di Matteo Marini

    05 Gennaio 2025

    Lo studio di William Parker e colleghi, da tempo impegnati a comprendere le ripercussioni dei gas serra sul traffico di satelliti e detriti spaziali, stavolta mirava a stimare gli effetti delle emissioni in diversi scenari climatici: da quelli più ottimistici a quelli più drammatici (nel dettaglio SSP1–2.6, SSP2–4.5 and SSP5–8.5, corrispondenti a basse, intermedie e alte emissioni). Questi diversi scenari climatici inducono infatti dei cambiamenti profondi nell’atmosfera e diversi a seconda delle diverse zone. Se nelle vicinanze della superficie terrestre l’aumento dell’anidride carbonica ha come effetto principale l’innalzarsi delle temperature, negli strati più elevati – dove la densità è minore e la dissipazione del calore maggiore, spiegano dalla Nasa – l’effetto è quello di un raffreddamento. E raffreddandosi l’atmosfera si contrae, così che, scrivono Parker e colleghi, la densità ad altitudini più elevate diminuisce.
    Ed è qui che entriamo nel merito dello studio: quando la densità diminuisce, diminuisce anche la resistenza sperimentata dai satelliti e detriti, e questo è un problema: “La diminuzione della densità riduce la resistenza sugli oggetti detritici e ne prolunga la durata in orbita, ponendo un rischio di collisione persistente con altri satelliti e rischiando la generazione a cascata di altri detriti”, scrivono Parker e colleghi. Di fatto dunque, all’aumentare delle emissioni potrebbe diventare sempre più rischioso spedire satelliti in orbita. Secondo le stime dei ricercatori rischiamo una contrazione nella capacità della bassa orbita terrestre di ospitare satelliti tanto maggiore quanto peggiori saranno gli scenari climatici, e in corrispondenza dei minimi solari. Perché anche l’attività solare può influenzare la contrazione dell’atmosfera. Nello specifico, per lo scenario peggiore, ad emissioni molto elevate, di qui al 2100 rischiamo una riduzione di questa capacità del 66% scrivono i ricercatori. Questo per un’altezza compresa tra i 200 e i 1000 km dalla superficie terrestre. Restringendo l’analisi alla fascia compresa tra i 400 e 1000 km la capacità potrebbe ridursi anche dell’82%.

    Tecnologia

    Ecosmic, la startup che salva lo spazio dall’inquinamento evitando le collisioni

    16 Settembre 2024

    Cosa possiamo fare? Se vogliamo continuare a spedire satelliti in orbita in questo spazio, abbiamo diverse strade. Non certo approfittare del periodo meno rischioso (ai massimi solari), perché la durata di vita della maggior parte dei satelliti è superiore a quella di un ciclo solare, spiegano gli esperti. Potremmo fare altro magari: migliorare le attività di tracciamento di satelliti e detriti, condurre manovre per evitare collisioni o rimuovere attivamenti i detriti, e ancora coordinare meglio i calendari delle spedizioni, scrivono i ricercatori. Ma “a differenza di questi interventi convenzionali, le riduzioni delle emissioni di gas serra mitigano la perdita di capacità all’origine, perché hanno un impatto diretto sulla resistenza satellitare in tutta la bassa orbita terrestre”, aggiungono infine Parker e colleghi. Come a dire, più che aspettare che sia troppo tardi e (più) difficile, meglio agire prima. LEGGI TUTTO

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    “Fissione nucleare impraticabile e costosa. Un’Italia 100% rinnovabile è possibile”

    Sì all’eolico. No al nucleare. Anzi, di più: il potenziale eolico italiano basterebbe a far fronte al forte fabbisogno della decarbonizzazione, se integrato con una forte crescita del solare a terra. Mentre invece l’energia atomica è una tecnologia ormai in declino, nonostante gli annunci di ripartenza, anche nel nostro Paese. Sono questi i contenuti principali del rapporto Elementi per un’Italia 100% rinnovabile presentato oggi dal Network 100% Rinnovabili, che raccoglie esponenti di decine di università e centri di ricerca, del mondo delle imprese, del sindacato e del terzo settore, oltre a Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente e WWF Italia.

    Il rapporto risponde, tra le altre, a una delle perplessità più ricorrenti quando si parla di energie rinnovabili: sole e vento sono incostanti, non garantiscono continuità nell’approvvigionamento di elettricità. Ebbene gli autori, citando studi scientifici, sottolineano come la soluzione risieda nella “sinergia stagionale della fonte solare con quella eolica. L’integrazione eolico-solare permette un profilo di generazione medio mensile dimensionabile sulla domanda attesa, riducendo così al minimo l’accumulo stagionale, inerentemente più costoso”. Questa sinergia eolico-solare rende non necessario il ricorso alla fonte nucleare per il suo supposto vantaggio di garantire la continuità della produzione”.

    Energia

    Da Microsoft a Sam Altman: Helion Energy promette energia da fusione nucleare entro il 2028

    di Gabriella Rocco

    12 Febbraio 2025

    Dopodiché, gli esperti del Network fanno notare come il potenziale tecnico-economico dell’eolico a terra nel nostro Paese sia più che sufficiente per il riequilibrio stagionale della fonte solare, “che sarà prevedibilmente la fonte dominante in Italia”. E le stime che sostengono il contrario? “Si basano su stime obsolete perché non considerano i progressi avvenuti negli ultimi due decenni: a cominciare dalle turbine a bassa potenza specifica, adatte ai regimi di vento medi, ovvero le condizioni più diffuse in Italia”.

    Energia

    Gli ambientalisti bocciano il ddl sul nucleare: “Decisione antistorica e ideologica”

    di Marco Angelillo

    28 Febbraio 2025

    Altro tema di dibattito: solare ed eolico a terra rappresentano un consumo di suolo, che incide sul paesaggio e sottrae terreni all’agricoltura. Il Network 100% rinnovabili replica che non si tratta di “consumo” ma di “uso” e che “le quantità di suolo necessarie per l’eolico e il solare sono contenute, meno dell’1% della superficie nazionale”. Inoltre “gli usi del suolo di eolico e solare sono integrabili rispetto ad altri usi come l’agricoltura e il pascolo senza una apprezzabile diminuzione di queste attività”. E soprattutto: “nelle aree interne e nel Mezzogiorno esistono vasti territori ad utilizzo marginale che da soli sarebbero sovrabbondanti rispetto alle limitate superfici richieste da solare ed eolico”.

    Il rapporto viene pubblicato nell’anniversario dell’incidente nucleare di Fukushima (11 marzo del 2011). E i promotori colgono l’occasione per ribadire il loro no al ritorno delle centrali nucleari in Italia, piccole o grandi che siano. Nel farlo ricordano la cinque questioni che, dal loro punto di vista, rendono obsoleta la fissione nucleare per la produzione di energia. Nel 2022 “il nucleare è sceso al 9,2% della produzione elettrica mondiale” (dopo aver toccato un picco del 17% nei decenni precedenti). I “costi elevati e i tempi di costruzione lunghissimi”. La fissione “genera isotopi altamente radioattivi, con tempi di dimezzamento della radioattività che, per il plutonio, arrivano a 24 mila anni”: quindi scorie e rifiuti nucleari pericolosi, difficili e costosi da gestire. Infine, “l’Italia non dispone né di uranio né di impianti di arricchimento e produzione del combustibile nucleare che è costoso e andrebbe importato, probabilmente dalla Russia che detiene il 38% della capacità globale di conversione dell’uranio e il 46% della capacità di arricchimento”. LEGGI TUTTO

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    Inquinamento atmosferico, solo 7 Paesi al mondo sotto il livello di guardia dell’Oms

    Tira una brutta aria in quasi tutte le città del mondo. Solo nel 17% delle metropoli sono soddisfatte le linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità per quanto riguarda la concentrazione media annuale di PM2,5, che non dovrebbe superare i 5 microgrammi per metro cubo. Ma in alcune capitali tale limite viene più che oltrepassato: di ben 18 volte a Nuova Delhi, altrettanto a N’Djamena, Ciad, quasi 16 volte a Dacca, in Bangladesh. A livello nazionale sono proprio il Ciad, il Bangladesh, il Pakistan, la Repubblica Democratica del Congo e l’India a guidare la classifica dell’aria più sporca.

    Ma sui 138 Paesi monitorati, sono 126 (il 91,3%) quelli che non rispettano le raccomandazioni dell’Oms. Gli unici sette Paesi i cui livelli di PM2,5 sono sotto il livello di guardia, si trovano tutti ai confini del mondo: Australia, Bahamas, Barbados, Estonia, Grenada, Islanda, e Nuova Zelanda.

    Se si escludono le capitali, il titolo di città con la peggior qualità dell’aria spetta a Byrnihat, in India, con una concentrazione annuale di PM2,5 di 128,2 microcrogrammi per metro cubo. Negli Stati Uniti, i cieli sono più sporchi a Los Angeles, mentre Seattle ha l’aria più pulita tra le grandi aree metropolitane. Tutto questo, e molto altro, è contenuto nel rapporto World Air Quality Report 2024, che si concentra appunto sulla presenza in aria di PM2,5, particelle del diametro pari a 2,5 milionesimi di metro: sono uno dei sei principali inquinanti atmosferici riconosciuti e monitorati a livello globale, per i loro effetti negativi sulla salute umana.

    Le principali fonti antropiche di PM2,5 includono i motori a combustione, la produzione di energia, le attività industriali, la combustione di raccolti e pratiche agricole e la combustione di legna e carbone.

    Il report, alla settima edizione, è considerato uno dei più completi a livello globale, anche se realizzato da una compagnia privata, la svizzera IQAir, specializzata in sistemi di purificazione dell’aria. Il colosso elvetico riesce infatti a elaborare i dati raccolti da oltre 40.000 stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria e sensori a basso costo in tutto il mondo. Si tratta di dispositivi gestiti da istituti di ricerca e agenzie governative, ma anche scuole, università, organizzazioni non profit, aziende private e privati cittadini.

    Il World Air Quality Report 2024 include dati provenienti da a 8.954 città in 138 Paesi, regioni e territori. Rispetto alle edizioni precedenti, la copertura si è ampliata in Africa per includere Ciad, Gibuti e Mozambico. Assenti invece Iran, Afghanistan e Burkina Faso (classificato al 5° posto tra i Paesi più inquinati nel 2023) a causa della mancanza di disponibilità di dati.

    A scavare nei dati, si trova anche una buona notizia: il 17% di città che rispetta il limite annuale di PM2.5 raccomandato dall’Oms, rappresenta un notevole progresso rispetto al 9% del 2023. “Tuttavia”, scrivono gli autori del rapporto, “c’è ancora molto lavoro da fare per proteggere la salute umana, in particolare quella dei bambini, dall’inquinamento atmosferico”.

    E l’Italia? Benino in uno scenario globale, male se confrontata con i Paesi europei analoghi per dimensioni ed economia. Nella classifica delle nazioni con l’aria più sporca, il nostro Paese si colloca all’80esimo posto, staccata da Germania (103), Spagna (107), Francia (110), Regno Unito (113). Roma occupa l’85esima posizione tra le capitali, con 10,1 microgrammi per metro cubo di PM2,5, contro la 100esima di Londra (7,8 microgrammi per metro cubo).
    A livello europeo, l’aria peggiore si respira in Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord e Serbia. L’Italia è undicesima. Tra i capoluoghi regionali, il più inquinato risulta essere Cagliari con una concentrazione annuale di PM2,5 pari a 27,9 microgrammi per metro cubo. E però nella Sardegna meridionale c’è anche la cittadina italiana con l’aria più pulita: si tratta di Portoscuso, che con 3,2 microgrammi per metro cubo di PM2,5 si colloca al tredicesimo posto tra le piccole realtà più virtuose d’Europa. LEGGI TUTTO

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    Lonicera (caprifoglio): la coltivazione e la cura

    La lonicera è una pianta appartenente alla famiglia delle caprifoliacee e ha origini riconducibili a diversi continenti: infatti, la si può trovare in Nord-Africa, in America, ma anche Eurasia. A seconda della specie che si seleziona si ha a che fare con una pianta a diverso portamento. Diamo uno sguardo alla cura migliore per la coltivazione delle diverse varietà di lonicera.

    La coltivazione e la cura della lonicera
    La lonicera o caprifoglio è una pianta davvero particolare: infatti, è possibile trovare in natura diverse varietà che si presentano in modo differente. Alcune hanno un portamento cespuglioso, mentre altre sono più erette; non mancano poi quelle che hanno un portamento rampicante o più simile a una liana. Negli anni, poi, sono stati coltivati diversi esemplari ibridi, sempreverdi o caducifoglia. Ad ogni modo, si tratta di una pianta che può arrivare a vivere davvero molto a lungo, con cicli vegetativi di pochi anni in cui la pianta secca quasi del tutto. Ma i polloni che si generano alla base della pianta fanno in modo che la stessa non muoia del tutto, ma riprende per l’appunto un nuovo ciclo vitale. A seconda della pianta, è possibile osservare esemplari di altezza differente: alcune piante possono raggiungere anche i 7 metri di altezza con i loro rami. Le foglie della lonicera sono persistenti, semi-persistenti oppure caduche e si presentano disposte sul fusto 2 a 2. La loro dimensione, invece, è compresa tra 1 e 10 cm. Per quanto riguarda i fiori, di forma tubolare, sono profumati ed è possibile percepire la stessa profumazione anche attraverso i rami spezzati. Possono essere di diverso colore, dal bianco crema fino al giallo, con tanto di sfumature rosa e rosse.

    La temperatura migliore per far crescere la lonicera è compresa tra i 10°C e i 27°C; può tollerare fino i 35°C durante la stagione calda e -10°C in inverno. Proprio per questo, si considera una pianta rustica o semi-rustica che è in grado di vivere anche in quelle aree dove il clima è più rigido. Inoltre, è una pianta che tollera la crescita nelle aree costiere, dove è presente salsedine e forte vento. Oltre ad essere una pianta suggerita per la coltivazione in giardino, il caprifoglio è ideale anche per la cura in vaso.

    Le varietà
    La lonicera è una pianta che si può acquistare presso i vivai in Italia, selezionando tra le diverse varietà disponibili in commercio. Per facilitare la scelta e capire come prendersene cura, abbiamo elencato quelle che si trovano con maggiore frequenza con alcune delle caratteristiche:
    · Lonicera nitida: è un piccolo arbusto pensato per tappezzare anche le aree in pendio ed è considerato una sempreverde. Ha foglie piccole di colore verde scuro e con la primavera spuntano piccoli fiori di colore crema e, poi, bacche di colore scuro.
    · Lonicera fragrantissima: questo arbusto con foglie ovali di colore verde scuro è di origine cinese ed è conosciuto soprattutto per la sua splendida fioritura profumata. Infatti, a fine inverno compaiono fiori tubulari di colore bianco-crema dal profumo intenso.
    · Lonicera maigrun: si tratta di un sempreverde con portamento prostrato, con foglie verde chiaro di forma ovale.
    · Lonicera henryi: è una pianta a portamento rampicante con fiori dal tocco esotico che attirano molto le farfalle. Ama essere sistemato in aree a mezz’ombra.
    · Lonicera japonica halliana: questo esemplare, ideale come siepe nelle zone mediterranee, si presenta a portamento rampicante ed è un sempreverde/semi-sempreverde con foglie di colore verde scuro. In primavera e durante l’estate è possibile ammirare la fioritura con fiori di forma tubolare, profumati e di colore bianco e giallo. Dopo i fiori fanno la loro comparsa dei frutti sferici di colore blu.
    · Lonicera kamtschatica: viene detta anche mirtillo siberiano, ed è un arbusto di medie dimensioni che si presenta con fiori bianco-giallo e frutti allungati di colore blu scuro e dal gusto che ricorda un mix tra mirtillo, kiwi e lampone.
    · Lonicera alpigena: detto anche camecèraso, il caprifoglio alpino è una pianta a cespuglio che può raggiungere i 4 metri d’altezza ed è caratterizzata da foglie verde brillante. I fiori bianchi con il passare del tempo tendono a diventare gialli, con sfumature rosse.
    · Lonicera xylosteum: detto caprifoglio peloso, si presenta come un arbusto a portamento eretto con foglie di forma opposte ellittiche. I fiori da bianchi tendono al giallo in seguito all’impollinazione e poi compaiono bacche rosse velenose.
    · Lonicera serotina: è un arbusto rampicante che si presenta con una tarda fioritura estiva, caratterizzata da fiori di forma tubolare, molto profumati. I fiori sono di bianco crema con sfumature rosso scuro che possono raggiungere i 5 cm.

    Qual è il terreno migliore per la pianta?
    Questi arbusti rustici apprezzano soprattutto i terreni ricchi, sciolti e ben drenati. Va comunque detto che possono vivere anche in quelli di tipo argilloso che, di solito, sono meno asciutti rispetto ai primi.

    Le annaffiature della lonicera
    Per quanto riguarda l’irrigazione della lonicera, invece, è necessario tenere presente che gradisce la regolarità. Quindi, la terra non deve essere mai troppo secca. Nel caso in cui si verificassero lunghi periodi di siccità, riesce comunque a gestire la fase priva di acqua prendendola solo dalle precipitazioni piovane. Nel caso in cui si volesse ridurre le annaffiature è possibile farlo creando uno strato di pacciamatura a base di corteccia: in questo modo, la pianta potrà avere il terreno umido in seguito alle irrigazioni irregolari.

    La concimazione
    La concimazione di questo arbusto si può effettuare in diversi modi. Per esempio, si può scegliere di effettuare per gli esemplari in vaso dei cicli di fertilizzante per piante con fiori. In questo caso, è preferibile utilizzare il fertilizzante liquido da diluire con l’acqua di irrigazione. Sarà da aggiungere il fertilizzante ogni 2 settimane, tra il periodo di marzo e ottobre. Se si coltiva la pianta in giardino, si può optare per il fertilizzante granulare a lenta cessione suggerito per piante da fiore. Il periodo utile per occuparsi in giardino della concimazione è all’inizio dell’autunno, della primavera e dell’estate.

    Come ottenere una talea?
    Per moltiplicare questa pianta è possibile sfruttare le talee. In pratica, è necessario usare una parte legnosa/semi-legnosa dell’arbusto per ottenere dei piccoli tranci dove sono presenti circa 3 nodi. Si lasciano solo le foglie poste nella zona alta del rametto, mentre tutte le altre devono essere rimosse. A questo punto, si possono sistemare in piccoli vasetti con la terra ben drenante: quando avranno sviluppato l’apparato radicale, nuove foglioline e rametti saranno pronte per il trapianto vero e proprio in piena terra oppure in vaso.

    Il rinvaso e la potatura
    Questa pianta non richiede un rinvaso frequente, ma va tenuto presente che quando lo si fa, bisogna annaffiare in maniera frequente. In primavera, basterà controllare dal vaso se le radici sono in difficoltà e, dopodiché, selezionare un contenitore più grande per accogliere la pianta al meglio prendendosene cura nel modo corretto. Per la potatura del caprifoglio si può intervenire per regolare la forma della pianta. Con il sopraggiungere della primavera, è possibile potare i rami più vecchi e quelli laterali, lasciandoli al massimo di una lunghezza di 15 cm. Anche dopo la fioritura si può proseguire con il taglio della lunghezza dei tralci, così da offrire nuovo slancio per lo sviluppo della pianta.

    Le più comuni malattie e i parassiti in cui può incorrere
    La lonicera o caprifoglio è considerata una pianta rustica abbastanza resistente ai parassiti e malattie, ma può comunque incorrere in alcuni problemi se non trova le condizioni migliori per la crescita. Per esempio, può ammalarsi e mostrare segni di ruggine o di muffa grigia. Inoltre, tra i parassiti che la possono colpire, proprio come per tante altre piante, vi è la cocciniglia. LEGGI TUTTO

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    Dove nasce il cacao sostenibile e come si assaggia

    Per ogni barretta di cioccolato che rende quel momento della nostra vita più felice, contribuiamo – probabilmente senza saperlo – alla deforestazione di luoghi del nostro pianeta in cui la produzione di cacao è una parte rilevante dell’economia. Costa d’Avorio e Ghana sono i maggiori produttori che insieme realizzano circa il 55% del cacao del mondo, a cui si aggiungono Indonesia e Brasile.Proprio in questi paesi, le piantagioni di cacao stanno sostituendosi alle foreste pluviali autoctone dove crescono, perché molti agricoltori abbattono foreste per far spazio a nuove coltivazioni, causando una riduzione della capacità delle foreste stesse di assorbire anidride carbonica, quindi alterando gli ecosistemi locali. A confermarci quanto sta accadendo, Julian Ramirez, direttore del Climate Action di Alliance Bioversity e l’International Center for Tropical Agriculture (CIAT) – organizzazione che unisce le competenze dei suoi ricercatori ed esperti per affrontare le sfide globali legate all’agricoltura, alla biodiversità e alla sicurezza alimentare – durante la nostra visita al Cacao Lab di Roma.

    “Il cacao nasce nelle foreste del Sudamerica, ha bisogno di quel clima per crescere, ma il cambiamento climatico sta alterando le condizioni e stanno diminuendo le aree dove produrlo, si stima circa il 20% in meno. Costa d’avorio e Ghana hanno alti livelli di deforestazione, che a sua volta ha un impatto importante sul cambiamento climatico, per questo dobbiamo fermare la deforestazione e lavorare col settore privato” ci racconta Ramirez, illustrandoci la difficile situazione globale. Anzi glocale.

    Il centro di ricerca Cacao Lab, è il quartier generale a cui fanno riferimento gli altri tre hub dislocati a Nairobi in Africa, a Cali in Colombia ed infine in Malesia, ma i ricercatori sono sparsi ovunque nel mondo, per sensibilizzare i coltivatori di cacao ad una produzione sostenibile per l’ambiente, economicamente giusta e conveniente per loro. Produrre un cacao puro, rispettando la biodiversità può essere anche parte della soluzione per far uscire da una situazione economica critica e difficile, chi investe in questo tipo di coltivazione. Dal 2009 Alliance of Bioversity e CIAT hanno organizzato Cacao of Excellence, una piattaforma di ricerca che identifica e premia i produttori di cacao eccellenti, con un’attenzione particolare alla qualità superiore del cacao e alla varietà dei sapori, con l’obiettivo di promuovere sistemi agricoli resilienti, preservando le biodiversità e sostenendo le economie locali.

    “Qui nella sede romana di Cacao Lab provengono le fave di cacao provenienti da 55 siti nel mondo, da 255 farmers ed un comitato tecnico di 14 assaggiatori professionisti valuta, senza conoscere le origini, le migliori 50 qualità di cacao, a cui ogni due anni viene assegnato un premio internazionale”, ci spiega Sebastian Escobar Parra, proveniente da una famiglia di agricoltori della Colombia che oggi è un esperto di qualità al Cacao Lab di Alliance Bioversity e CIAT, che supportano ognuno dei 55 paesi di origine del cacao per organizzare competizioni locali tra farmers e spingerli a partecipare, in modo che se producono un cacao sempre migliore, possono avere accesso a prezzi di mercato migliori. LEGGI TUTTO