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    Rinnovabili, l’Italia bocciata: “Ritardo di otto anni sugli obiettivi di decarbonizzazione”

    L’Italia che oggi rincorre il nucleare alla ricerca di più energia e di un sistema per abbassare le sue emissioni, a che punto è che con l’obiettivo delle rinnovabili? In ritardo, dicono due report paralleli usciti in queste ore sia da parte di Bankitalia, che riconosce gli sforzi fatti ma parla di misure insufficienti, sia di Legambiente che alla Fiera Key – The Energy Transition Expo di Rimini ha presentato il rapporto “Scacco matto alle rinnovabili 2025” (qui il .pdf) analizzando il percorso italiano verso gli obiettivi green europei.Entrambi i rapporti partono da un dato: gli obiettivi di decarbonizzazione europei nel ridurre le emissioni di gas serra che alimentano il riscaldamento globale prevedono che entro il 2030 si arrivi a una diminuzione del 55% di emissioni rispetto ai livelli del 1990 per poi arrivare al cosiddetto net zero, la neutralità carbonica, nel 2050. Tenendo conto che oggi la maggior parte delle emissioni climalteranti sono legate ai consumi energetici (rappresentano quasi l’80% delle emissioni) è dunque fondamentale, come ha riconosciuto anche il governo, ampliare la quota di rinnovabili nel nostro mix di approvvigionamento. La stiamo ampliando? Sì, ricorda Bankitalia, dato che come capacità produttiva di elettricità da fonti rinnovabili siamo passati da un quarto (nei primi anni Duemila) a quasi la metà di oggi, anche grazie ai costi di generazione diminuiti nel tempo.

    Uno sforzo fondamentale quello in atto, soprattutto nel fotovoltaico, ma che sempre secondo la Banca però è ancora sufficiente a raggiungere gli obiettivi europei e nel 2024 “l’aumento della capacità rinnovabile complessiva è stato ancora inferiore, di circa un decimo, rispetto a quello che si stima essere necessario per il raggiungimento degli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec)”, questo anche per via di una modesta crescita dell’eolico.

    Il report di Legambiente, presentato oggi, va nella stessa direzione e quantifica in più il reale ritardo: si parla di almeno 8 anni in più, a questi ritmi, necessari per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione. Per l’associazione ambientalista, che nell’occasione ha anche diffuso il nuovo Osservatorio Aree Idonee e Regioni, raggiungeremo gli 80.000 Mw necessari alla transizione solo nel 2038, se non ci sarà la dovuta accelerazione.Una spinta che è quantificabile: negli ultimi 4 anni abbiamo installato in media ogni anno 4500 Mw di nuovi impianti “ma nei prossimi 6 dovremo accelerare, arrivando a oltre 10.000 MW all’anno”.

    Rinnovabili, a che punto siamo
    Nel bocciare la tabella di marcia italiana sullo sviluppo delle rinnovabili fissato dal Decreto Aree Idonee, Legambiente riconosce i risultati “parziali e positivi” di questi ultimi anni, spiegando come dal 2021 al 2024 siano stati installati per esempio quasi 18mila megawatt, numero che corrisponde al 22% dell’obiettivo necessario per centrare i patti europei. “Mancano all’appello 62.284 Mw da realizzare nei prossimi sei anni, pari a 10.380,6 all’anno, ma la strada da percorre è tutta in salita, sia a livello nazionale sia a livello regionale e comunale, anche a causa di decreti e leggi sbagliate, ritardi, ostacoli burocratici e opposizioni locali” sostiene l’associazione nella sua fotografia, consultabile online con una mappa interattiva.

    Le regioni più in ritardo
    Spesso, a frenare l’ascesa delle rinnovabili, sono iter burocratici, lentezza amministrativa, ma anche opposizioni e ostacoli a livello regionale. In particolare cinque regioni, più di altre, sono oggi indietro, con ritardi “stimati tra i 45 e i 20 anni” rispetto agli obiettivi fissati nel 2030. Al primo posto nella classifica dei ritardatari c’è la Valle d’Aosta “che impiegherà 45 anni per raggiungere l’obiettivo 2030 pari a 328 MW (ad oggi ha raggiunto solo il 7%)”. Seguono poi il Molise che “viaggerà sui 29 anni di ritardo (ad oggi ha raggiunto solo il 10% dei 1.003 MW richiesti al 2030), la Calabria che impiegherà 23 anni di ritardo (ad oggi ha raggiunto solo il 12% dei 3.173 MW al 2030), la Sardegna 21 anni di ritardo (ha raggiunto appena il 13% rispetto ai 6.264 MW al 2030) e l’Umbria 20 anni di ritardo (ha centrato solo il 13% dell’obiettivo di 1.756 MW al 2030)”. Anche in terre dove sono in atto importanti investimenti sulle fonti energetiche pulite bisogna accelerare: la Sicilia per esempio, ottava in classifica, raggiungerà i 10.485 MW al 2030 con oltre 13 anni di ritardo, ad oggi ne ha realizzati appena il 17%. Ci sono però anche esempi virtuosi di chi è sulla buona strada: il Lazio, se si osserva quanto realizzato negli ultimi quattro anni, è in linea con gli obiettivi e Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sono abbastanza vicini al traguardo, anche se con “due anni di ritardo stimati”.

    Quasi 100 casi di “blocchi alle rinnovabilI”
    Lo abbiamo visto con le opposizioni e le manifestazioni in Sardegna dove il 99% del territorio è stato dichiarato non idoneo per nuovi impianti rinnovabili, così come in molti comuni dello Stivale: la crescita degli impianti eolici e fotovoltaici è spesso ostacolata, tramite ricorsi in tribunale e non solo, dai cittadini, dalle soprintendenze e in alcuni casi dagli stessi Comuni e dalle Regioni, spaventate dagli impatti paesaggistici e turistici e da ciò che i cantieri possono comportare.Secondo la mappa di Legambiente solo negli ultimi tre anni si contano quasi 92 casi di storie di “blocchi”.

    Lo studio

    L’Italia è il Paese più dipendente dall’estero per il fabbisogno energetico

    a cura di Luca Fraioli

    28 Gennaio 2025

    In Veneto per esempio è noto “il caso dell’impianto agrivoltaico a Mogliano Veneto (TV), un progetto fatto bene e già approvato dalla Regione, che ha ricevuto forti opposizioni da parte del Sindaco, alla Toscana dove a Capalbio e Badia Tedalda, tra il grossetano e l’aretino, la Giunta Regionale sembra aver cambiato la propria opinione da positiva a negativa sul progetto dopo il clamore generato da partiti e comitati”.

    In Calabria invece “ad Acri (CS) Regione e Comune si scontrano sulle aree disponibili alla costruzione di impianti eolici con pareri opposti, per arrivare al prolungamento di moratorie (bocciate dalla Corte per incostituzionalità)”, lo stesso vale per il Lazio che ha recentemente “bloccato l’autorizzazione di impianti eolici e fotovoltaici”. A questo va aggiunta la questione “stalli”, ovvero quei progetti in via di valutazione ancora fermi: sono 2.109 quelli avviati a valutazione e non atterrati tra il 2015 e l’inizio del 2025.Di questi “115 i progetti sono in attesa della determina da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, 85 quelli che hanno ricevuto il parere della Commissione Tecnica VIA PNRR-PNIEC ma che rimangono in attesa del parere del Ministero della Cultura (MIC), 1.367, pari all’79% del totale, quelli in fase di istruttoria tecnica da parte del Comitato PNRR-PNIEC (con 44 progetti risalenti al 2021, 367 al 2022, 505 al 2023 e 451 al 2024).

    Fisco Verde

    Detrazioni al 50% per chi vuole rinnovare o ampliare l’impianto fotovoltaico

    di Antonella Donati

    04 Febbraio 2025

    Tra i progetti che avrebbero già dovuto concludere l’iter autorizzativo ma che sono ancora in attesa di una decisione, il più datato è un piano di reblading in Campania che prevede la sostituzione delle pale dei 60 aerogeneratori del parco eolico situato nei comuni di Lacedonia (AV) e Monteverde (AV). Nell’agosto 2020 aveva ottenuto un parere favorevole preliminare sulla compatibilità ambientale da parte del MIC; ma che ad oggi, a quasi cinque anni di distanza, è ancora bloccato nella fase di istruttoria tecnica presso la CTVIA” si legge nel report.

    Ritardi sulla definizione delle aree idonee
    Per centrare la decarbonizzazione necessaria e implementare le energie rinnovabili in Italia un passaggio fondamentale è l’iter, da parte delle regioni, per definire le aree idonee dove realizzare gli impianti. La mappa di Legambiente svela però, anche in questo caso, ritardi e situazioni di stallo: solo la Lombardia, anche se il suo iter non è concluso, è promossa per gli sforzi fatti finora. Undici regioni (Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Marche, Lazio, Liguria, Molise, Trentino e Alto-Adige, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto) ad oggi invece “non hanno ancora avviato, almeno pubblicamente, l’iter di definizione delle Aree Idonee” e in quattro si riscontra invece forte opposizione, come ad esempio in Sardegna, Toscana, Friuli Venezia Giulia e Abruzzo, che Legambiente boccia.

    Fisco verde

    Fotovoltaico gratis in base all’ISEE: come funziona il reddito energetico

    di Antonella Donati

    18 Febbraio 2025

    Parallelamente, però, in alcuni casi si registrano anche buone pratiche ed esempi positivi: in Toscana “nel Mugello, sono iniziati i lavori per l’eolico al Giogo di Villore” oppure “in Campania nel Comune di San Bartolomeo in Galdo (BV) verranno autorizzati 3 parchi eolici, dopo che per oltre 20 anni si è autodefinito de-eolicizzato”, così come in Basilicata “con apposita delibera della Giunta regionale nel 28 ottobre 2024, è stato approvato il processo di semplificazione per l’autorizzazione di progetti a fonti rinnovabili con valutazione d’impatto ambientale”.

    Dieci proposte per accelerare l’energia pulita
    Come fare dunque a cambiare rotta? Per Legambiente sono fondamentali 10 passaggi: snellire gli iter autorizzativi, rafforzare il personale tecnico, rivedere il Decreto Aree Idonee dando indicazioni univoche e meno ideologiche, lavorare sui sistemi di accumulo, rivedere il Decreto Agricoltura con più attenzione all’agrovoltaico, rendere obbligatoria l’installazione di impianti fotovoltaici nei parcheggi di superficie superiori a 1.500 metri quadrati come fanno in Francia, garantire il completamento dei percorsi avviati, agevolare una maggiore partecipazione attiva dei territori, accorciare i tempi di connessione degli impianti e infine sviluppare campagne informative.Come commenta Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, “per rendere indipendente l’Italia e per aiutare famiglie e imprese, facendo diminuire la bolletta, occorre accelerare la diffusione delle rinnovabili, lo sviluppo delle reti e la realizzazione degli accumuli anche in vista del passaggio dal Prezzo Unico Nazionale dell’elettricità a quelli zonali, che porteranno maggiori vantaggi proprio alle Regioni con una maggiore produzione di energia da fonti rinnovabili”. LEGGI TUTTO

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    A caccia delle piante che attirano zanzare: la nuova strategia contro parassiti e virus

    Ci sono le zanzariere, gli insetticidi, i repellenti e alcune volte servono addirittura dei farmaci per proteggerci dalle zanzare e dalle malattie che trasmettono. Eppure sono sistemi che cominciano a non bastare più: questi insetti continuano a essere gli animali più pericolosi del pianeta e, secondo gli esperti, stanno sviluppando delle resistenze. Per questo bisogna trovare nuove strategie di intervento che ci aiutino a eliminarli o almeno a contenerli. Una nuova via, riferiscono i ricercatori del Royal Botanic Gardens di Kew (Londra) sulle pagine di Scientific Reports, potrebbe essere quella di identificare le piante preferite dalle zanzare e di ridurne la diffusione, eliminandole almeno nei pressi dei centri abitati. Ma come individuarle?

    Gli animali più pericolosi del pianeta
    Difficile che qualcuno ne sia ancora all’oscuro, ma ribadiamolo: molte specie di zanzare sono vettori di malattie. Significa che, mordendoci per succhiare il nostro sangue, trasmettono parassiti e virus responsabili di condizioni come malaria, dengue, Zika e altre ancora, che ogni anno fanno centinaia di migliaia di morti. Basti pensare alla malaria: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel solo 2022 le persone che sono state infettate dal plasmodio responsabile della malattia sono state 249 milioni e sono stati segnalati 608 mila decessi in 85 Paesi.

    Salute e ambiente

    Filippine, una taglia sulle zanzare: la ricompensa a chi le prende “vive o morte”

    di Giacomo Talignani

    19 Febbraio 2025

    Un grave problema di salute pubblica, dunque, che rischia di aggravarsi perché sembra che le zanzare stiano evolvendo resistenze ai sistemi tradizionali di repellenza che usiamo per difenderci. Insomma, servono nuove strategie di contenimento.

    Togliere il cibo alle zanzare
    Come spiegano i ricercatori del Royal Botanic Gardens di Kew, le zanzare hanno un fabbisogno energetico molto elevato, che non soddisfano nutrendosi solo di sangue. Anzi, buona parte della loro dieta è costituita dal nettare delle piante, da cui traggono gli zuccheri necessari al loro sostentamento e alla produzione delle uova. Precedenti ricerche hanno mostrato anche delle preferenze dietetiche, identificando alcune specie vegetali di cui le zanzare vanno ghiotte. Da qui l’idea: capire i gusti delle zanzare e togliere loro il cibo, così da diminuire le popolazioni e i tassi di infezione.

    Biodiversità

    Animali autostoppisti all’interno delle piante ornamentali. Così aumentano i rischi di “invasione”

    di Giacomo Talignani

    21 Gennaio 2025

    Quali piante mangiano le zanzare?
    Individuare le specie di piante più succulente per questi piccoli insetti, però, non è affatto semplice. Il metodo utilizzato finora consiste nella ricerca di DNA nel materiale vegetale ingerito, ma i campioni così ottenuti spesso non sono sufficienti per l’identificazione.

    Per questo gli autori della nuova ricerca hanno sviluppato un sistema alternativo: sono andati alla ricerca dei metaboliti secondari del nettare, una sorta di impronta unica per le diverse specie vegetali, che si è dimostrata efficace per distinguere fonti differenti di zuccheri. La tecnica è stata validata con tre specie precedentemente identificate tra le favorite dalle zanzare, cioè la salvia gialla (Lantana camera), la pianta di ricino (Ricinus communis) e l’oleandro giallo (Cascabela thevetia) – che sono, tra l’altro,molto diffuse nelle regioni tropicali del pianeta.

    “In questo lavoro abbiamo sviluppato un modo per identificare quali piante da fiore preferiscono le zanzare, così da poterle rimuovere dalle case delle persone e ridurre l’abbondanza delle zanzare e la trasmissione delle malattie che trasmettono”, ha spiegato Phil Stevenson del Royal Botanic Gardens di Kew. “Pensiamo che potrebbe anche essere utilizzato per comprendere e influenzare le dinamiche dell’infezione in altre importanti malattie trasmesse dalle zanzare, tra cui la dengue, il virus Zika e il virus del Nilo occidentale”.

    “L’unico modo per ridurre l’impatto delle malattie trasmesse dalle zanzare è trovare nuove vie per colpire i vettori – ha concluso Amanda Cooper, tra gli autori della ricerca – Gli interventi su piante ospiti note potrebbero essere la soluzione di cui abbiamo bisogno”. LEGGI TUTTO

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    La coltivazione e cura della grevillea e di tutte le sue varietà

    La grevillea, conosciuta anche con il nome di “fiore del ragno” è un arbusto sempreverde che comprende 250 varietà. Appartiene alla famiglia delle proteacee ed è tipica dell’Australia, Indonesia, Nuova Guinea e Nuova Caledonia. Con questa guida, scopriamo come ci si può occupare della coltivazione e della cura delle diverse varietà di grevillea.

    Le caratteristiche della gravillea
    L’arbusto della gravillea si può coltivare in giardino per dare un tocco decorativo allo spazio verde, specie durante la stagione invernale. Si tratta di un esemplare sempreverde che, quindi, non perde le foglie e che offre fioriture colorate e belle dal punto di vista estetico. Le dimensioni di questa pianta possono variare a seconda della specie che si decide di acquistare: infatti, ve ne sono alcune che sono piccole, ideali per bordure o cespugli, ma altre specie possono addirittura crescere e arrivare ad altezze simili a quelle di una quercia. Anche a seconda della specie è necessario tenere presente che la fioritura varia: alcune piante fioriscono in primavera con fiorellini rossi, arancioni o gialli su racemi penduli che arrivano a 6 cm di lunghezza. Altre piante, invece, lo fanno durante tutto l’anno quando le condizioni climatiche sono più favorevoli. In linea di massima, la grevillea è una pianta che gradisce temperature calde e non ama il freddo: in particolare, non resiste sotto i -5°C, anche se negli ultimi anni sono stati create varietà ibride che si adattano anche alle zone più fredde.

    La coltivazione della grevillea in vaso
    Questo arbusto è una pianta che si può coltivare anche in vaso a patto che le si offra tutte le condizioni migliori per crescere. Ha bisogno di un’esposizione luminosa e di un terreno ben drenato. Si tratta di una pianta molto versatile che si può sfruttare in diversi contesti: ad esempio, è perfetta anche nelle località di mare, poiché sopporta bene l’aria salmastra delle zone costiere. Inoltre, le grevillee sono piante che attirano insetti impollinatori come le api e le farfalle: dunque, porterà una sferzata di colore e allegria alla balconata.

    Le specie e le varietà più conosciute
    Come accennato, le specie e varietà di grevillea sono davvero tante, ma ve ne sono senz’altro alcune che sono considerate le più comuni. Qui di seguito abbiamo selezionato quelle che si possono scegliere di curare in giardino o in appartamento:
    Grevillea robusta: tra le specie da rammentare per la sua maestosità vi è proprio questa che raggiunge l’altezza di 10 metri e offre una fioritura di colore giallo in primavera.
    Grevillea rosmarinifolia: Le foglie di questa grevillea sono sottili e appuntite e, proprio come dice il nome, possono ricordare quelle dell’omonima pianta aromatica. La fioritura di questa grevillea è tra il rosso e il rosa intenso, con fiori raccolti in grappoli.
    Grevillea juniperina o juper: questa specie è contraddistinta da foglie che ricordano quelle della pianta del ginepro. I fiori, invece, sono di colore rosso oppure rosa. Questo arbusto può arrivare a un’altezza massima di 2 metri circa.
    Grevillea johnsonii: per i climi più caldi è preferibile selezionare questa varietà di arbusto, poiché può svilupparsi al meglio. Le foglie ricordano quelle dei pini marittimi.
    Grevillea lanigera: questa sempreverde ha piccole foglie che donano un aspetto particolare alla pianta. Inoltre, è rivestita da una peluria. Tra le varietà appartenenti a questa specie vi è proprio una dal nome Wolly Grevillea, con fiori rossi-rosa, rosso-crema, verde o crema.
    Grevillea gracilis rosea: si tratta di un arbusto che può raggiungere anche i 10 metri di altezza e che ha rami arcuati con foglie fitte a forma di ago di colore verde brillante.

    Il terreno ideale per l’arbusto
    Questa pianta ama terreni asciutti, meglio se leggermente acidi, con un pH compreso tra il 5,5 e 6,5. Non apprezza i terreni troppo compatti o caratterizzati da argilla, poiché sono proprio quelli che possono far sorgere ristagni idrici e marciume radicale. Nel caso in cui si possedesse un terreno di questo tipo è di fondamentale importanza preparare al meglio la terra. Infatti, si potrà miscelare la terra con sabbia o con altro materiale organico come la corteccia tritata o compost.

    Le irrigazioni della sempreverde
    La grevillea è una pianta che in giardino resiste a lunghi periodi di siccità, ma va comunque detto che è sempre importante offrire il giusto quantitativo d’acqua in primavera e in estate. Anche per gli esemplari coltivati in vaso è importante essere regolari nelle irrigazioni, anche se bisogna prestare molta attenzione agli eccessi idrici. In entrambi i casi, con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno è importante diradare le annaffiature, controllando sempre che il terreno non sia eccessivamente secco.

    La concimazione dell’arbusto
    Se la pianta è coltivata in giardino, è possibile utilizzare un prodotto a lenta cessione per la concimazione della grevillea. Ogni 90 giorni circa, tra la primavera e l’autunno, si potrà sfruttare questa tipologia di concimazione per far sviluppare meglio la pianta. In alternativa, se la coltivazione della grevillea avviene in vaso è preferibile utilizzare un prodotto liquido da miscelare con l’acqua per l’irrigazione. Lo si può dare ogni 10 giorni circa a partire dall’arrivo della primavera e fino alla fine della fioritura.

    La propagazione
    Chiunque fosse interessato ad ottenere più piante di grevillea dal proprio arbusto può farlo attraverso le talee. È utile prendere dei rami in primavera o in estate e rimuovere le foglie poste nel punto più in basso del bastoncino. Dopodiché si sistema il rametto in un terreno umido, ma comunque ben drenato. Nel giro di diverse settimane, se le condizioni ambientali sono state favorevoli, si ottiene la piantina nuova. Qualcuno è solito ottenere nuove piante anche da cespi, ma è un metodo più difficile: si può fare in autunno o primavera, quando la grevillea è in fase di riposo vegetativo. Sarà importante non danneggiare le radici durante il rinvaso o trapianto in piena terra.

    Il trapianto in giardino, in rinvaso e la potatura
    Se si decide di sistemare nel proprio giardino questa pianta è necessario attendere la stagione primaverile, quando le temperature si assestano intorno ai 10°C. La buca in cui collocare l’arbusto dovrà essere doppia rispetto a quella del vaso in cui si trova al momento dell’acquisto la pianta. È fondamentale sistemare sul fondo del terreno del prodotto a lenta cessione bio-stimolante che consentirà di far attecchire correttamente le radici della pianta. Il rinvaso della grevillea, invece, è da eseguirsi ogni anno con l’arrivo della stagione primaverile. In tal caso, è preferibile utilizzare vasi in terracotta poiché questi permettono una corretta traspirazione della pianta. Il terriccio da usare dovrà essere idoneo per le piante da fiore; si potranno aggiungere anche in questo caso dei cristalli a lento rilascio per stimolare la crescita. Prendersi cura della grevillea significa anche occuparsi della potatura. Questo arbusto può essere sfoltito dai rami secchi e da tutti quelli che non conferiscono una piacevole forma alla pianta, senza mai esagerare. In questa maniera, si stimolerà la crescita di nuovi rami. Ricordiamo anche che è importante indossare un paio di guanti, poiché alcune varietà della grevillea possono far sorgere dermatite da contatto.

    Le malattie e i parassiti
    I nemici della grevillea, come per molte altre piante, sono sicuramente quelli che possono sorgere in seguito a una scorretta irrigazione. È importante fare attenzione a non creare delle aree di ristagno idrico – sia in piena terra sia nel sottovaso – per non far comparire gli afidi, malattie fungine e marciume radicale. LEGGI TUTTO

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    Clima, ricchi consapevoli dell’impatto dei consumi ma poco disposti a cambiare

    Sulla carta tutto bene: riconoscono che la crisi climatica è una vera emergenza, sanno che il clima che cambia potrebbe mettere a rischio la nostra stessa sopravvivenza e sono ben disposti a sostenere tecnologie green. Ma al tempo stesso inquinano, comprano troppo e sono poco propensi a comportarsi diversamente nella vita di tutti i giorni. Questa la “doppia faccia” della classe benestante inglese che emerge da uno studio che ha indagato le attitudini dei più ricchi sulla questione ambientale e di cui si racconta oggi dalle pagine di Plos Climate.
    “Potrebbero giocare un grande ruolo”
    Scopo del lavoro, racconta il team che dall’Università di Bath ha condotto la ricerca, anche intervistando i diretti interessati, era capire quale ruolo le persone che più influenzano in negativo le condizioni del nostro pianeta – ricchi e supericchi – sono disposti a giocare dall’altra parte della rete. Ovvero, quanto bene potrebbero fare all’ambiente? “Gli individui più ricchi hanno un’opportunità unica, e la responsabilità, di avere un impatto significativo (sull’ambiente, nda) – ha spiegato infatti da Bath Hettie Moorcroft, a capo del lavoro – La nostra ricerca mostra in che modo le persone ricche contribuiscono ai cambiamenti climatici al di là dei loro consumi, ma mostra anche come le loro capacità potrebbero essere sfruttate per avviare un veloce cambiamento”.

    Innovazione

    Londra-NY in meno di 3 ore, ma il jet supersonico consuma fino a 7 volte di più

    di Paolo Travisi

    17 Febbraio 2025

    La ricerca
    Nello studio i benestanti (britannici) presi in considerazione erano persone in condizioni diverse, anche a seconda dello status lavorativo, ma in generale erano quelli che avevano un reddito superiore alle 150 mila sterline l’anno o alle 100 mila, ma con proprietà di casa e due auto. I dati riportati si riferiscono ad un piccolo campione (una quarantina di benestanti su circa un migliaio di persone), per cui sono state collezionate abitudini e stimati impatti ambientali, ma sono interessanti.

    L’editoriale

    Lavoro, quante balle sulla green economy

    di Federico Ferrazza

    05 Marzo 2025

    Qualche risultato dell’indagine
    i ricchi sono ben disposti ad adottare tecnologie green, sia questa una macchina o un investimento in pannelli solari, anche in luogo delle maggiori possibilità economiche, riconoscono chiaramente gli autori. I benestanti inoltre sono anche più consapevoli, rispetto agli altri, che sia necessaria un’azione urgente a contrasto dei cambiamenti climatici, affrontano più spesso il problema nelle loro discussioni e si dichiarano pro politiche che sposano l’attenzione all’ambiente. Sono anche più disposti a valutare l’impatto ambientale di un oggetto quando devono cambiarlo, sebbene lo facciano fin troppo spesso, scrivono gli autori.

    Le idee

    Cop16, gli aiuti al Sud del mondo per salvare la biodiversità

    di Greenpeace

    19 Febbraio 2025

    Dissonanza cognitiva
    Proprio questo aspetto relativo ai consumi eccessivi, così come la scelta di spostamenti poco sostenibili, quali l’uso degli aerei, e più in generale una scarsa propensione a modificare i propri stili di vita, indicano invece una discordanza tra quanto dichiarato e quanto i benestanti sono disposti a fare nella pratica per la causa ambientale. O meglio una “dissonanza cognitiva”, come la definiscono gli autori. A questo si aggiunge anche una scarsa consapevolezza dell’impatto delle proprie azioni sull’ambiente, complice in parte il fatto che spesso i ricchi frequentano altri ricchi, e certi comportamenti sono considerati la norma, scrivono ancora gli esperti.
    Non tutto è perduto
    I più benestanti, se volessero e magari opportunamente indirizzati, potrebbero essere protagonisti di un necessario cambiamento, concludono gli autori, agendo come una sorta di influencer in virtù delle loro posizioni economiche e sociali, per guidare comportamenti e mercati. Una sfida troppo ambiziosa? LEGGI TUTTO

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    Motus-E: in Italia 64.400 punti di ricarica per auto elettrica

    La rete italiana delle colonnine per le auto elettriche continua a crescere, con i punti di ricarica a uso pubblico installati a quota 64.391 (+13.713 sul 2023). È quanto emerge dalla sesta edizione dello studio “Le infrastrutture di ricarica a uso pubblico in Italia”, lanciato a Key – The Energy Transition Expo da Motus-E che sottolinea come questo risultato, “nonostante il ritardo nelle vendite di auto elettriche, conferma l’Italia tra i Paesi più virtuosi d’Europa nell’infrastruttura al servizio dei veicoli a batteria”.

    Fisco verde

    Più potenza a costo zero: come risparmiare in casa con la ricarica “intelligente” per l’auto

    di Antonella Donati

    05 Marzo 2025

    La Lombardia è la prima regione per punti di ricarica (12.926) davanti a Lazio (6.917), Piemonte (6.151); Roma è la città che conta più punti di ricarica installati (3.117),
    seconda Milano (1.400) e terza Napoli (1.235). Città questa che conta più punti di ricarica in rapporto alla superficie, davanti a Torino e Milano. Guardando alla distribuzione per macroaree, al nord si concentra il 57% dei punti di ricarica, al centro il 20% e al sud il 23%.
    I punti di ricarica lungo le autostrade sono 1.087. Considerando anche quelli entro 3 chilometri dall’uscita sono 3.447.

    Innovazione

    Adelie, l’auto solare a emissioni zero che pesa solo 170 chilogrammi

    di Paolo Travisi

    25 Febbraio 2025

    Meglio di Francia, Germania e Regno Unito
    Secondo il nuovo report sull’infrastruttura per auto a batteria, la rete italiana ha raggiunto nel 2024 un’espansione di oltre il 27% e un aumento dei punti di ricarica negli ultimi due anni del 75%. Inoltre, ha già il 75-80% di conformità rispetto agli ultimi obiettivi fissati dall’Europa. E con 19 punti di ricarica a uso pubblico ogni 100 auto elettriche circolanti, l’infrastruttura italiana si conferma davanti a quelle di Francia (14 punti ogni 100 auto), Germania (8 ogni 100) e Regno Unito (7 ogni 100), conservando il primato anche se si considerano solo i punti di ricarica veloci in corrente continua.
    Fast e ultra fast
    Insieme al numero totale delle colonnine aumenta anche l’incidenza di quelle a più alta potenza: il 47% dei punti installati nel 2024 è di tipo veloce e ultraveloce, segnando un record assoluto (lo scorso anno rappresentavano il 22% delle nuove installazioni).
    Per numero di punti di ricarica per chilometro quadrato è Napoli sul gradino più alto del podio (11 punti ogni km2), davanti a Torino (8 punti) e Milano (poco meno di 8 punti).

    Sulla sostenibilità si dividono le strade di Eurozona e Usa

    11 Febbraio 2025

    Un punto di ricarica nel raggio di 10 km
    Grazie al contributo di Rse (la ricerca sul sistema energetico), il report include l’aggiornamento dell’analisi spaziale dei punti di ricarica geolocalizzati, da cui emerge che, considerando anche le aree più remote e isolate del Paese, nel 94% del territorio nazionale è presente almeno un punto di ricarica in un raggio di 10 chilometri (86% a fine 2023).

    Transizione energetica

    Come funzionano le batterie bidirezionali delle auto elettriche e perché potrebbero far risparmiare alimentando l’energia delle nostre case

    di Giacomo Talignani

    30 Ottobre 2024

    Maggiore attenzione nel Meridione
    “Grazie all’impegno degli operatori il processo di infrastrutturazione del Paese procede spedito ma c’è ancora un importante lavoro da fare per aumentare la capillarità in alcune aree, specialmente nel Mezzogiorno, dove la limitata penetrazione dei veicoli elettrici non agevola i grandi investimenti richiesti, in particolar modo per le colonnine ad alta potenza”, ha osservato il presidente di Motus-E, Fabio Pressi, auspicando che “vengano estesi i termini per l’utilizzo dei fondi Pnrr ancora disponibili, rivedendo i meccanismi di cofinanziamento per facilitarne l’impiego e supportare la crescita dell’infrastruttura nelle zone meno coperte, facendo leva anche sul prezioso monitoraggio della Piattaforma Unica Nazionale gestita dal Gse”.
    L’accordo per le colonnine nelle aree di servizio
    Pressi sottolinea l’importanza della collaborazione tra tutti gli attori coinvolti da questo “grande processo di infrastrutturazione del Paese”, come dimostra il recente protocollo che siglato con Unem (Unione energia per la mobilità) per le colonnine nei distributori di carburante. “Lo stesso approccio andrebbe esteso anche alla semplificazione e omogenizzazione degli iter autorizzativi”, aggiunge auspicando “un maggior coordinamento pubblico-privato, anche attraverso l’atteso aggiornamento del Piano nazionale infrastrutturale per la ricarica (Pnire)”. LEGGI TUTTO

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    Lavori green, il manager del riciclo: “Così trasformiamo in farina i rifiuti alimentari”

    Dalle idee in circolo sui banchi dell’università sino a creare un’impresa che fa dell’economia circolare, la lotta allo spreco alimentare e il riciclo, la propria missione. Unendo le competenze acquisite nelle aule di Biotecnologie dell’Università di Modena e Reggio Emilia alle esperienze di chi opera nel mondo del diritto, del commercio oppure della sostenibilità, un manipolo di giovanissimi ormai otto anni fa a Reggio Emilia ha dato vita come spin-off dell’ateneo a una startup chiamata Packtin, oggi diventata una piccola media impresa che dà nuova vita ai sottoprodotti alimentari. Gestita da quattro soci, tutti under 40, l’azienda ha avuto una visione che si è poi sviluppata con il tempo, inventando un processo innovativo e sostenibile per recuperare una lunga serie di sottoprodotti, come le bucce di arance o pomodori, oppure quelle dei mirtilli e dello zenzero scartate da chi produce succhi, per trasformare il tutto in farine vegetali.

    Andrea Bedogni, classe 1990, nato a Scandiano (RE), è oggi uno dei manager che insieme ai soci si occupa del riciclo e del recupero dei sottoprodotti: per lui lavorare in una impresa che fa del recupero una missione è sembrato quasi una continuazione della sua grande passione, il vintage. Se è finito ad occuparsi di una professione green, basata sul riciclo, probabilmente era destino: “Sono cresciuto in una zona di campagne e natura e allo stesso tempo ho sempre avuto una passione per i vecchi oggetti che si possono recuperare e riaggiustare. Forse ero destinato a lavorare nell’economia circolare, anche se io mi sono unito al gruppo dopo la sua fondazione” racconta. Geometra e laureato in Scienze giuridiche, Bedogni non ha una formazione prettamente green ma “quando ho iniziato ad affiancarmi a una realtà come Packtin ho subito iniziato a lavorare e studiare per applicare al meglio due concetti in cui credo molto, la sostenibilità e il potere dell’economia circolare”. La sua passione per il riutilizzo ha poi avuto “un riflesso anche sulla mia professione attuale. Ho iniziato applicando le mie conoscenze giuridiche per poi virare su tutto quello che comporta la gestione nel mondo del recupero, soprattutto in una realtà, la nostra, che ha sede nel cuore della Food Valley”.

    L’editoriale

    Lavoro, quante balle sulla green economy

    di Federico Ferrazza

    05 Marzo 2025

    Bedogni spiega che per lavorare nel mondo del riciclo agroalimentare bisogna sempre avere “visione ed essere in evoluzione”, ragionare per esempio “sulle opportunità di come recuperare ciò che altrove finirebbe al macero e trasformarlo in un prodotto con un nuovo valore, magari costruendo anche tutto ciò che è necessario per farlo – impianti compresi – per ridare vita ai sottoprodotti”. Ad esempio, nel cuore dell’Emilia-Romagna, regione da 360mila tonnellate all’anno di sottoprodotti dell’agroalimentare, “c’era bisogno di lavorare per ridurre lo spreco e mostrare i vantaggi sia ambientali, sia per la salute delle persone e dell’economia, che può apportare il recupero. Oggi noi per ogni chilo di farina che produciamo recuperiamo cinque chili di prodotti che altrimenti sarebbero stati buttati via, talvolta anche andando ad ingolfare discariche o inquinare falde acquifere”.

    Riuscire ad ottenere questi primi successi, sostiene Bedogni, all’interno di una impresa del riciclo è “sempre frutto di studio e confronti: quelli interni – come nella nostra azienda dove ancora oggi c’è anche il professore universitario che ha formato alcuni dei soci e ha seguito lo spin-off della startup – e quelli esterni che guardano ad altri casi di successo, magari anche esteri, e alle nuove tecnologie oggi a disposizione”. Spesso, aggiunge, quando si ricicla per mestiere “ci si porta un po’ di lavoro anche nelle abitudini di casa, e questo è un bene: abbiamo condiviso ad esempio il fatto di fare più attenzione, durante la raccolta differenziata e lo smaltimento, ai materiali di cui sono fatti i rifiuti, chiedendosi come saranno recuperati”.

    Infine, fra gli scopi attuali e futuri dell’impresa reggiana c’è anche quella di far crescere nuovi professionisti green: “Stiamo già inserendo tirocinanti e studenti: arrivano da percorsi di studio vari e diversi, ma a tutti è richiesto, per fare questo lavoro, un impegno e uno sforzo nel credere nell’importanza dell’economia circolare, qualcosa che la grande industria ancora non ha capito fino in fondo, ma che per noi è il futuro. Speriamo infatti diventi l’economia di tutte le aziende: farebbe bene sia all’ambiente che al portafoglio”. LEGGI TUTTO

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    Polimeri “ecologici”, un nuovo studio smentisce: “I polyBFR sono pericolosi”

    Quella che sembrava l’alternativa meno inquinante in realtà rappresenta un nuovo rischio per la salute. È quanto emerge da un nuovo studio guidato dalla Jinan University e pubblicato su Nature Sustainability. Al centro della ricerca: i polimeri progettati dai ricercatori per realizzare due nuovi ritardanti di fiamma – i bromurati polimerici conosciuti con la sigla polyBFR – considerati fino adesso “ecologici”, alternative “non tossiche” ai ritardanti di fiamma vietati (ad esempio, esabromociclododecano e decabromodifeniletere). Durante questo nuovo studio si è scoperto invece che possono inquinare e rappresentare un pericolo.

    Ma cosa sono i ritardanti di fiamma?
    Si tratta di composti chimici che vengono aggiunti ai prodotti di uso domestico e industriale per evitare che possano incendiarsi o per rallentare il propagarsi delle fiamme. Sono presenti quasi ovunque: mobili, tappezzeria, materassi, tappeti, tende, nei dispositivi elettronici ed elettrici, come computer fissi e portatili, telefoni, smartphone, televisori, elettrodomestici. Nei materiali da costruzione, come gli isolanti a base di schiume di polistirene e poliuretano. Anche nei sedili e coprisedili, paraurti e altri scomparti di automobili, aerei e treni.

    Greenpeace: in Italia mancano dati sulla pericolosa contaminazione da TFA

    di Fiammetta Cupellaro

    09 Gennaio 2025

    Si pensava fossero inerti
    Fino ad ora si credeva che questo tipo polimeri fossero inerti non ponendo quindi rischi per l’ambiente e la salute. Gli autori della nuova ricerca, però, hanno dimostrato che i polimeri utilizzati come ritardanti di fiamma possono scomporsi in sostanze chimiche nocive più piccole. “Il nostro studio suggerisce che i polimeri possono agire come un cavallo di Troia per sostanze chimiche tossiche”, ha affermato Da Chen, autore senior e scienziato presso la Jinan University in Cina: “Vengono aggiunti ai prodotti come grandi molecole inerti, ma nel tempo possono degradarsi, esponendoci ai loro dannosi prodotti di degradazione”.

    Il caso

    In California timori per l’inquinamento delle polveri rosa usate per ritardare gli incendi

    di Giacomo Talignani

    15 Gennaio 2025

    I test di tossicità
    I ricercatori hanno testato due ritardanti di fiamma bromurati polimerici (polyBFR) le famose alternative considerate “non tossiche” ai ritardanti di fiamma vietati. Hanno invece scoperto che entrambi i polyBFR si scomponevano in decine di tipi di molecole più piccole. I test di tossicità di queste molecole più piccole nei pesci zebra hanno mostrato un potenziale significativo per causare disfunzione mitocondriale e danni allo sviluppo e cardiovascolari.

    Rilevati nell’aria e nel terreno
    Gli scienziati hanno anche cercato questi prodotti di degradazione dei polimeri nell’ambiente e li hanno rilevati nel terreno, nell’aria e nella polvere. I livelli erano più alti vicino agli impianti di riciclo dei rifiuti elettronici e diminuivano allontanandosi dagli impianti.

    Inquinamento

    Gli utensili in plastica nera sono nocivi per la salute?

    di Paola Arosio

    01 Gennaio 2025

    Questi risultati confermano che l’uso di polyBFR nell’elettronica porta al rilascio di prodotti di degradazione tossici nell’ambiente con potenziale danno per l’uomo e la fauna selvatica. “L’uso diffuso di questi polyBFR nell’elettronica può causare esposizioni quando questi prodotti vengono fabbricati, quando sono nelle nostre case e quando vengono scartati o riciclati”, ha affermato Miriam Diamond, coautrice e professoressa presso l’Università di Toronto che sottolinea “Dato che si sospetta che i volumi di produzione siano molto elevati il potenziale di inquinamento, e i conseguenti gravi danni alle persone e alla fauna selvatica, mi preoccupano molto”. LEGGI TUTTO

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    Lavori green, Realacci: “Le professioni si devono ripensare in modo sostenibile”

    “Tutte le professioni saranno attraversate dal ricambio di competenze richiesto dalla sostenibilità”. Ermete Realacci segue da anni le evoluzioni dell’economia green con la fondazione da lui presieduta, Symbola. Il rapporto annuale GreenItaly, realizzato con Unioncamere, è un osservatorio che permette di monitorare l’emergere di nuovi lavori legati allo sviluppo sostenibile.

    Quanti italiani lavorano nella green economy?
    “Secondo il nostro ultimo rapporto sono 3,1 milioni gli occupati legati a una professione verde, il 13,4% del totale. Tra le nuove assunzioni sono il 35-40%, mentre nella ricerca e sviluppo quelli che devono avere competenze green rappresentano l’86% dei nuovi assunti”.

    Che succederà nei prossimi anni?
    “Il cambiamento riguarderà tutte le professioni. Prendiamo l’agricoltura: oggi qualcuno pensa di poter produrre cibo senza incrociare il tema della sostenibilità? Nel rapporto GreenItaly immaginiamo quali saranno le figure professionali più richieste. Tra queste il programmatore agricolo della filiera corta. O il cuoco sostenibile, che dovrà prestare particolare attenzione al tipo di prodotti che utilizza, riducendo al massimo gli sprechi e puntando sul riciclo”.

    I cambiamenti climatici e gli eventi meteo estremi come incideranno sul mercato dei lavori sostenibili?
    “Serviranno architetti di paesaggi sostenibili. Sono professionisti capaci di disegnare spazi verdi e riqualificazioni urbane ispirate all’idea del rammendo e non della demolizione e di nuova cementificazione. In alcune aree del Paese le ondate di siccità richiederanno le competenze di idrologi. Ma serviranno anche professioni capaci di valutare i danni e altri in grado di ripararli…”.

    A cosa si riferisce?
    “Uno dei comparti più investiti dai cambiamenti climatici è quello delle assicurazioni: per le compagnie capire quanto far pagare una polizza è un problema e può diventarlo anche per gli assicurati. In occasione delle grandinate violentissime che hanno colpito il Veneto diversi mesi fa sono state danneggiate molte autovetture che le assicurazioni hanno cercato di non risarcire. Ma anche quando la pratica è andata a buon fine, il tempo richiesto per le riparazioni è stato lunghissimo: ci sono voluti molti mesi. E questo perché c’era la fila dai fornitori di pezzi di ricambio e dai carrozzieri della zona. Mancano figure tecniche e in molti settori ci sarà bisogno di gente formata per intraprendere mestieri legati al cambiamento. Restando alle auto, meccanici ed elettrauti dovranno diventare meccatronici, ovvero professionisti certificati chiamati a integrare le conoscenze tradizionali con l’elettronica e l’informatica”.

    L’economia circolare si basa sul riciclo e il recupero dei materiali: che mestieri si affermeranno in questo comparto?
    “Per esempio, il manager del riciclo, una nuova figura sempre più richiesta dalle aziende per ridurre i costi dello smaltimento. O il ricondizionatore tech, capace di garantire che il prodotto rigenerato sia identico per caratteristiche e prestazioni a quello nuovo”.

    Attualmente quali sono le aree del Paese che cercano più lavoratori green?
    “Secondo i dati del nostro rapporto, la Lombardia è la regione con il maggior numero di contratti relativi a green jobs la cui attivazione era prevista dalle imprese nel 2023. Seguono, ma abbastanza staccati, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio. E in queste quattro regioni le attivazioni di posti green sono state 99.710 e rappresentano il 52% del totale”.

    Come si preparano i giovani alle opportunità di lavoro legate alla sostenibilità?
    “Per orientare i giovani, bisogna comunicare quanto loro sta accadendo. E occorre adeguare il sistema formativo: rispetto ai tedeschi abbiamo perso quella grande quantità di scuole professionali di qualità che erano l’ossatura del sistema produttivo italiano. È una partita aperta, ma già leggere il problema è parte della possibile soluzione”. LEGGI TUTTO