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    Lupi avvelenati, insorgono gli ambientalisti: “A rischio anche la salute pubblica”

    L’immagine dei quattro lupi trovati morti, adagiati uno accanto all’altro a Levico Terme in Trentino continua a suscitare polemiche da parte degli ambientalisti. L’Enpa (l’Ente nazionale della protezione animali) ha chiesto la convocazione urgente del “Tavolo di coordinamento sul divieto di utilizzo e di detenzione di esche o di bocconi avvelenati” e parla di “atto illegale che mette a rischio non solo la biodiversità, ma compromette anche la qualità e la sicurezza degli ecosistemi locali”. Un documento firmato anche dalle sezioni del Trentino sia della Lipu che del WWF oltre che l’associazione “Io non ho paura del lupo”.

    “I bocconi avvelenati minaccia per la catena alimentare”
    “L’avvelenamento, oltre a causare la morte degli animali direttamente colpiti, rappresenta una minaccia per l’intera catena alimentare e per la salute pubblica. La dispersione di sostanze velenose nell’ambiente può infatti avere ripercussioni su altre specie animali, domestiche e selvatiche, nonché sugli esseri umani”, spiegano gli ambientalisti. E ancora. “In questo contesto, sollecitiamo una chiara presa di posizione da parte dei sindaci dei comuni coinvolti e della Provincia autonoma di Trento. In particolare, chiediamo all’assessore Roberto Failoni, di esprimersi con fermezza per condannare un crimine gravissimo che getta un’ombra sull’intera provincia. È necessario che le istituzioni condannino con fermezza questo crimine orribile e avviino un’indagine approfondita per individuare i responsabili, garantendo che simili episodi non si ripetano”.

    Le immagini scioccanti dei quattro lupi avvelenati trovati a Levico Terme (Trento)  LEGGI TUTTO

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    La Groenlandia si scioglie sempre di più

    Incontaminata, remota, la Groenlandia sta diventando un importante snodo strategico dove si intrecciano tensioni geopolitiche e nuovi modelli commerciali. Ma anche un luogo, con appena i suoi 2 milioni e mezzo di chilometri quadrati, che svolge un ruolo di primo piano nella lotta ai cambiamenti climatici e dove le conseguenze di questi fenomeni sono più evidenti. Lo vediamo dall’inesorabile scioglimento dei ghiacciai che non sembra fermarsi. A lungo considerati stabili, hanno già perso più del 30% del loro volume totale contribuendo al 17,3% dell’innalzamento del mare tra il 2008 e il 2018. Ma gli studi sulla Groenlandia non si sono mai fermati.

    Crisi climatica

    Artico sempre più caldo: ormai emette più gas serra di quanti ne assorbe

    di redazione Green&Blue

    22 Gennaio 2025

    Uno studio statunitense
    Un’ulteriore conferma giunge da un recente studio, pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, condotto dagli scienziati della Durham University e dell’Ohio State University. Chiare le parole dei ricercatori statunitensi: la calotta glaciale della Groenlandia si sta screpolando più rapidamente a causa dei cambiamenti climatici. Il team, guidato da Tom Chudley e Ian Howat, ha esaminato oltre 8 mila mappe di superficie tridimensionali della regione artica, create da immagini satellitari ad alta risoluzione. Analizzate e comparate a studi precedenti, le immagini hanno identificato le crepe sulla superficie della calotta glaciale mostrando come si sono evoluti i crepacci in Groenlandia tra il 2016 e il 2021. Non solo.

    Riscaldamento globale

    Clima, il permafrost sulle montagne europee si sta scaldando velocemente

    redazione Green&Blue

    29 Gennaio 2025

    2100: la calotta potrebbe far innalzare l’oceano di 30 cm
    Il gruppo di ricerca ha scoperto che le dimensioni e la profondità delle fenditure ai margini della calotta glaciale, già segnalate in rapido scorrimento, sono aumentate notevolmente proprio mentre si svolgeva lo studio. I crepacci, fratture o crepe a forma di cuneo che si aprono nei ghiacciai, si formano quindi più rapidamente di quanto rilevato in precedenza, provocando lo scorrimento del ghiaccio a velocità più elevate. Fenomeno questo che tenuto sotto osservazione dal1992. Spiegano gli esperti Usa: lo scioglimento della calotta in Groenlandia è stato associato a un innalzamento di 14 millimetri del livello del mare. Se tutto il ghiaccio si trasformasse in forma liquida, le stime suggeriscono che il livello del mare potrebbe aumentare di circa sette metri. Secondo questo lavoro, entro il 2100 la calotta potrebbe contribuire fino a 30 cm di innalzamento delle acque.

    Flusso glaciale accelerato
    Gli autori hanno scoperto che, ai margini della Groenlandia, dove i grandi ghiacciai incontrano il mare, le accelerazioni nella velocità del flusso glaciale erano associate a significativi aumenti del volume dei crepacci. “Per la prima volta – afferma Chudley – siamo in grado di osservare aumenti significativi nelle dimensioni e nella profondità delle fenditure dei ghiacciai a flusso rapido ai margini della calotta glaciale della Groenlandia, in scale temporali di cinque anni e meno. Questo set di dati evidenzia l’aumento dell’estensione dei crepacci, che diventano sempre più grandi e profondi”.

    Antartide

    Il più grande iceberg del mondo sulla rotta di un’isola britannica: rischi per pinguini e foche

    di  Giacomo Talignani

    23 Gennaio 2025

    Effetto domino: il distacco degli iceberg
    “Man mano che i crepacci si allargano – conclude Howat – alimentano i meccanismi che fanno muovere più velocemente i ghiacciai della calotta glaciale, spingendo acqua e calore verso l’interno della calotta glaciale e accelerando il distacco degli iceberg nell’oceano. Questi processi possono a loro volta accelerare il flusso del ghiaccio e portare alla formazione di crepacci sempre più profondi: un effetto domino che potrebbe esacerbare la perdita di ghiaccio dalla Groenlandia”.

    Focus

    Trump e l’eredità green di Biden: cosa cambierà negli Usa per le politiche ambientali

    di  Luca Fraioli

    09 Gennaio 2025

    Le tre sfide: ambientale, climatica e di espansione
    Tutto questo mentre sulla più grande terra artica e isola del Pianeta, territorio della Danimarca (gode di uno stato di autonomia), immersa nell’oceano tra il Canada e l’Islanda, pesano le intenzioni del presidente Usa Donald Trump, che ha rilanciato le ipotesi di annessione o addirittura di acquisto della Groenlandia. E se il presidente non crede alla crisi climatica, è proprio lo scioglimento dei ghiacciai accelerato dal riscaldamento globale che sta esponendo le riserve di idrocarburi e minerali vari essenziali per le tecnologie avanzate come batterie e semiconduttori. Oltre la sua posizione strategica, che rende la Terra Verde un punto strategico per il controllo delle rotte commerciali marittime artiche. Per l’isola è una tripla sfida: crisi climatica, impatto ambientale e espansionismo territoriale guidato da interessi economici. Intanto però i ghiacciai si stanno sciogliendo. LEGGI TUTTO

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    La battaglia delle dighe: a rischio gli ecosistemi himalayani e la vita di milioni di persone

    Diga per diga. Nonostante i recenti segnali di distensione – come la riapertura dei voli diretti tra i due Paesi – tra India e Cina sta silenziosamente iniziando una gigantesca guerra per l’acqua che potrebbe presto coinvolgere la vita di milioni di persone. In tempi di crisi climatica, ghiacciai che scompaiono e transizioni energetiche che corrono veloci, lungo il fragile confine himalayano teatro di incertezze e terremoti, c’è un bene che entrambi i Paesi si contendono e al quale non intendono in nessun modo rinunciare: l’acqua. Cinque anni fa, proprio lungo quel confine da tempo teatro di scontri fra i due Paesi e di tensioni geopolitiche, la Cina ha annunciato l’intenzione di realizzare la diga idroelettrica più grande del mondo, una infrastruttura che sarà addirittura tre volte più grande della famosa diga delle Tre Gole, ad oggi l’impianto idrico più mastodontico al mondo.

    La nuova mega-diga cinese sarà realizzata nella contea di Medog sul poderoso fiume Yarlung Zangbo che nel tratto cinese-tibetano corre lungo il confine fra Cina e India a a est, nella zona himalayana, poi dopo aver attraversato la catena montuosa il fiume piega e si dirige verso sud, entrando in india, dove prende il nome di Brahmaputra e infine arriva nel Bangladesh, dove confluisce nel Gange e sfocia nel golfo del Bengala. Dal 2015 la Cina ha messo gli occhi sul potenziale idroelettrico del fiume realizzando una prima diga, quella di Zangmu, e ora dopo aver avviato altre opere – nonostante le proteste indiane – la volontà di Pechino si è concentrata su un nuovo progetto idroelettrico, nel Medog, capace di generare 300 miliardi di kilowattora di elettricità all’anno, necessario per centrare l’obiettivo di emissioni nette zero entro il 2060. Una diga faraonica che costerà quasi 140 miliardi di dollari e molto probabilmente, lungo il lato cinese, implicherà lo sfollamento e lo spostamento di migliaia di persone. L’iter definitivo alla grande opera è stato da poco approvato e l’India prima ha protestato – sottolineando i possibili impatti sulla vita di milioni di persone che si basano sull’acqua del grande fiume – poi ha risposto “diga per diga”, annunciando l’ok alla costruzione di un proprio impianto idroelettrico a valle, nella zona indiana, dove il Brahmaputra viene chiamato anche Siang. Una sorta di contro-diga per “mitigare l’impatto negativo dei progetti di dighe cinesi”, capace di compensare l’interruzione del flusso del fiume causata dalle opere di Pechino e allo stesso tempo di proteggere da inondazioni improvvise e ovviare al grosso problema della scarsità d’acqua.

    Il caso

    “Ci rubano l’acqua per il turismo di massa”. A rischio uno degli ultimi fiumi selvaggi d’Europa

    di Giacomo Talignani

    27 Luglio 2024

    Anche in questo caso però c’è una pericolosa criticità, legata sia all’impatto sulla vita di decine di villaggi e comunità locali, sia al fatto che l’ecosistema della regione himalayana è particolarmente fragile per le inondazioni e soprattutto per quei terremoti devastanti che, anche di recente, colpiscono ciclicamente quest’area. Il progetto indiano si chiama Siang Upper Multipurpose Project, costa almeno 13,2 miliardi di dollari e sarà in grado di generare 11.000 megawatt di elettricità una volta completato, più di qualsiasi altro progetto idroelettrico indiano. Anche in questo caso l’idea è vecchia, di almeno otto anni fa, ma i funzionari stanno ora rilanciando sull’ok all’iter e alla fattibilità, proprio come risposta ai cinesi. Nelle località a valle attraversate dal Siang vivono migliaia di contadini e comunità tribali, come gli Adi. Secondo i locali, con i lavori per la nuova diga almeno 20 villaggi rischiano di essere sommersi e altri venti potrebbero risultare parzialmente allagati, obbligando migliaia di persone ad andarsene. In gioco, con entrambe le opere, c’è molto. C’è l’accesso all’acqua potabile per centinaia di milioni di persone, c’è la salute dell’intera biodiversità di un territorio già provato da frane, fango e scioglimento dei ghiacciai, e c’è il costante rischio legato a sismi che possono raggiungere anche 7 gradi di magnitudo in Tibet, dove in passato per via dei terremoti sono già state danneggiate proprio le dighe. In più, ovviamente, su tutto ciò c’è lo spettro della crisi climatica che sta alimentando lo scioglimento dei ghiacciai.

    In India nello stato nord-orientale dell’Arunachal Pradesh i portavoce dei villaggi della valle interessata dal progetto lo hanno subito capito e dopo aver radunato le persone sono iniziate le prime proteste, contenute dai paramilitari. Il governo statale guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) ha contestato le proteste ricordando ai manifestanti che il vero obiettivo del progetto non è solo una diga, ma è “salvare il fiume Siang” dalla Cina. In questo complesso contesto, in cui cinesi e indiani si battono per la sicurezza idrica ed elettrica del futuro, oltretutto chi rischia di più potrebbe essere un terzo Paese, il Bangladesh. Il fiume infatti nella sua ultima parte arriva in Bangladesh dove si stima che la popolazione ottenga il 65% della sua acqua proprio da questo corso e dal sistema fluviale collegato. Con due dighe a monte, i rischi per l’approvvigionamento idrico in Bangladesh sono dunque enormi. Secondo diversi esperti, ricercatori universitari e ingegneri, i due progetti combinati potrebbero risultare nel tempo “una bomba d’acqua ad orologeria” soprattutto in caso di terremoti e la speranza, non solo per i primi spiragli democratici di ritorno alla normalità dimostrati con la riapertura dei voli, è che fra i due Paesi nasca presto un nuovo spirito collaborativo e di condivisione (anche dell’acqua) per evitare che queste mega strutture diventino realtà e compromettano vite ed ecosistemi. LEGGI TUTTO

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    Il vetro che cattura la luce: dalla Corea del Sud la svolta per il fotovoltaico trasparente

    Energia elettrica prodotta dalle finestre di casa, senza perdere in trasparenza, luminosità ed estetica. L’innovazione di un gruppo di ricercatori della Corea del Sud, potrebbe cambiare radicalmente la concezione degli edifici del futuro, grazie ad un’implementazione dei sistemi fotovoltaici integrati nei palazzi, i cosiddetti BIPV, (acronimo di Building Integrated Photovoltaics), che utilizzano il vetro per catturare la luce del sole. Qual è la novità? È il vetro modellato testato dagli scienziati asiatici che supera le limitazioni tipiche dei moduli fotovoltaici BIPV, ormai oggetto di studio da almeno una decina di anni, che hanno prestazioni energetiche ridotte, a causa del loro design e delle proprietà ottiche; infatti il prototipo coreano grazie alla specifica morfologia della superficie del vetro modellato e “all’orientamento verticale rivolto a sud rispetto alla latitudine del sole”, scrivono gli scienziati nella pubblicazione scientifica, ha un alto rendimento energetico, con una perdita minima, ma senza peggiorare l’estetica, elemento importante di un edificio.

    Fisco Verde

    Detrazioni al 50% per chi vuole rinnovare o ampliare l’impianto fotovoltaico

    di  Antonella Donati

    04 Febbraio 2025

    Prima di capire un po’ di più sulla portata dello studio, facciamo un salto indietro. Le prime prove tangibili sulla concretezza di questa nuova tecnologia fotovoltaica risalgono al 2014, quando i ricercatori della Michigan State University hanno sviluppato la prima tecnologia fotovoltaica completamente trasparente. Tecnologia che usa molecole organiche per assorbire lunghezze d’onda non visibili della luce, come l’ultravioletto e il vicino infrarosso, che permettono il passaggio della luce visibile, viene indirizzata ai bordi del pannello, dove sottili strisce di celle fotovoltaiche la convertono in elettricità. I primi esperimenti però, avevano un’efficienza di conversione energetica troppo bassa, appena l’1%, ma recentemente si è arrivati al 10%.

    I BIPV, che in italiano sono chiamati fotovoltaico architettonicamente integrato, hanno la duplice funzione di fungere da elemento architettonico dell’involucro edilizio e di generare energia; infatti, sono utilizzati in tre ambiti in prevalenza, e cioè come coperture, ad esempio di tegole e lucernari, oppure sulle facciate degli edifici, tra cui le finestre, infine come integrazione esterna, come parapetti per balconi. Tornando alla ricerca asiatica, ogni modulo conteneva due semicelle, che sono state tagliate utilizzando l’elaborazione laser e interconnesse tramite saldatura a filo, per le quali sono state usati diversi materiali, tra cui etilene vinil acetato, polietilene, polietilene tereftalato, mentre i moduli sono stati realizzati in vetro convenzionale spesso 3,2 mm e per il BIPV un vetro modellato da 5 mm.

    “Questo tipo di vetro è comunemente utilizzato in applicazioni architettoniche e di interni in cui la privacy e la diffusione della luce sono fondamentali, offrendo una texture visiva unica che imita l’aspetto delle gocce di pioggia”, ha spiegato il team coreano, che per la prima volta ha condotto l’esperimento su un tetto durante i due mesi estivi di giugno e luglio, con entrambi i moduli allineati verso sud e con un angolo di inclinazione di 90 gradi, raccogliendo i vari parametri di resa energetica, insieme a temperatura e dati di irradiazione ogni tre minuti per entrambi i moduli.

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    La startup dell’agrivoltaico che fa crescere microalghe e piante medicinali sotto i pannelli solari

    di  Gabriella Rocco

    14 Ottobre 2024

    Ebbene il risultato del test di confronto tra i due tipi di moduli in vetro convenzionale e modellato è piuttosto interessante, perché se fino ad oggi gli studi hanno segnalato rese energetiche inferiori nei sistemi BIPV, questo particolare tipo di modulo con vetro modellato, ha mostrato una riduzione dello 0,5% della resa energetica “a causa della tensione a circuito aperto (Voc) inferiore causata dal vetro più spesso (5 mm) rispetto al vetro di riferimento (3,2 mm)”, si legge nella pubblicazione scientifica. Questo risultato fa ben sperare per il futuro della ricerca, perché il risultato suggerisce che i moduli BIPV di vetro modellato siano i candidati migliori per sviluppare sistemi fotovoltaici rivolti a sud e verticali da integrare a edifici per produrre energia a costo zero, ma senza rinunciare all’efficienza energetica. LEGGI TUTTO

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    Le popolazioni di topi in città crescono con l’aumentare delle temperature

    Da Amsterdam a New York, la presenza di ratti in alcune grandi città sta aumentando da qualche tempo a questa parte, nonostante gli sforzi messi in campo dalle amministrazioni locali per contenere il fenomeno. Secondo i risultati di uno studio pubblicato su Science Advances, la questione sarebbe collegata alla crescente urbanizzazione e soprattutto all’aumento delle temperature globali, che contribuisce ad allungare la stagione degli accoppiamenti. Parallelamente, l’aumento nel numero di abitanti delle città garantisce fonti di cibo per questi animali in forma di rifiuti alimentari.

    Si tratta di un problema non da poco, dato che i ratti possono causare danni alle infrastrutture, rovinare i raccolti, contaminare le riserve di cibo. Solo negli Stati Uniti, si stima che i danni economici relativi a questo fenomeno ammontino a 27 miliardi di dollari all’anno. Senza considerare il fatto che i ratti che infestano le città possono fare da vettore per diverse malattie, dalla leptospirosi alla peste bubbonica. Per capire meglio l’origine del problema, gli autori e le autrici del nuovo studio hanno analizzato i dati relativi a 16 grandi città concentrate soprattutto in Nord America (ad eccezione di Tokyo e Amsterdam), raccolti negli ultimi 12 anni circa. I dati si basano sia sulle segnalazioni dei cittadini che sulle ispezioni ufficiali. In 11 città delle 16 prese in esame il numero di ratti è aumentato significativamente nel periodo analizzato: in testa alla classifica ci sono Washington D.C., San Francisco, Toronto, New York City e Amsterdam, seguite da Oakland, Buffalo, Chicago, Boston, Kansas City e Cincinnati. Tokyo, Louisville e New Orleans hanno invece mostrato un andamento opposto, con il numero di ratti che si è ridotto nel corso degli ultimi 12 anni. Infine, a Dallas e St. Louis le popolazioni di ratti sono rimaste più o meno stabili nello stesso arco di tempo.

    Come anticipato, tra i fattori che sembrano mostrare una correlazione più forte con la crescita delle popolazioni di ratti nelle città c’è in primis l’aumento delle temperature, seguito dall’urbanizzazione (stimata in base alla percentuale di aree coperte da vegetazione) e dalla densità della popolazione. Le città che hanno mostrato un maggiore aumento delle temperature, una maggiore urbanizzazione e un maggiore incremento nel numero di abitanti sono anche quelle in cui è stata registrata una più forte presenza di ratti. Ed è vero anche l’opposto: nelle città più verdi l’espansione delle popolazioni di ratti è stata più lenta o addirittura si è verificato l’andamento inverso. Ma cosa si può fare per arginare il problema? Gli autori e le autrici dello studio sottolineano che le soluzioni più promettenti potrebbero essere quelle mirate a rendere le città meno favorevoli all’insediamento dei ratti, piuttosto che ad eliminare quelli che ci sono già. L’utilizzo di veleni, per esempio, nel tempo si è mostrato inefficace, oltre a causare sofferenze negli animali (ratti e loro predatori) e problemi di inquinamento ambientale. La città di New York, si legge nella pubblicazione, avrebbe aumentato l’utilizzo di rodenticidi tra il 2014 e il 2019, ma gli avvistamenti di ratti nello stesso periodo sarebbero aumentati. Al contrario, concludono i ricercatori, migliorare la gestione dei rifiuti, rendendoli meno accessibili, e trovare dei modi per limitare l’intrusione dei ratti all’interno degli edifici potrebbero rivelarsi strategie più valide. LEGGI TUTTO

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    La dieffenbachia, come curare la più diffusa delle piante da appartamento

    La dieffenbachia è una pianta della famiglia delle araceae che si trova in natura in aree tropicali come il sud America e le Indie occidentali. Questa pianta è nota anche per eliminare le tossine dall’ambiente in cui viviamo: proprio per questo, è spesso acquistata per purificare gli ambienti interni dalle sostanze nocive per la salute umana. Si tratta di un esemplare sempreverde che ha foglie di colore verde scuro, con un bordo definito o marmorizzato di colore bianco o crema. Le foglie sono di forma ovale, ma appuntite. In natura riesce a raggiungere i 3 metri di altezza con foglie lunghe 50 centimetri. In vaso, invece, si ferma a circa 90 centimetri di altezza. In generale è possibile dire che la dieffenbachia è una pianta a crescita rapida e in un anno circa raggiunge già i 60 centimetri di altezza, specie se ha preso la giusta quantità di luce. Questa pianta ama posizioni ombreggiate, anche se durante la stagione invernale non disprezza la luce intensa. Per un’ottima crescita, però, è importante alternare la posizione tra semi-ombreggiata e con la luce. La temperatura perfetta per questa pianta è compresa tra i 18°C e i 25°C e non deve mai andare al di sotto dei 15°C, poiché temperature troppo fredde possono far emergere diversi problemi. Anche zone della casa con correnti di aria fredda possono compromettere la dieffenbachia.

    In commercio se ne possono trovare diverse varietà:
    Dieffenbachia picta: tipica del Brasile, arriva fino a 2 metri di altezza ed ha un fogliame chiaro con piccole macchie di colore crema;
    Dieffenbachia oerstedii: si trova comunemente in Costa Rica ed ha foglie grandi di colore verde, con nervature che tendono al bianco;
    Dieffenbachia amoena: anche questa è contraddistinta da foglie grandi, ma il colore va dal verde al giallo-crema;
    Dieffenbachia superba: questa pianta ha foglie grandi e macchiate di colore bianco;
    Dieffenbachia exotica: il fusto di questa pianta ha foglie di colore bianco e giallo;
    Dieffenbachia barraquinia: questa varietà si presenta con fogliame di colore avorio;

    La dieffenbachia è velenosa?
    Anche se si tratta di una pianta particolarmente apprezzata per arredare l’appartamento o l’ufficio è necessario tenere a mente che si tratta di un esemplare che ha una certa tossicità. Proprio per questo, viene detto che la dieffenbachia è velenosa: ogni parte della pianta contiene sostanze che irritano le mucose in caso di contatto. Nel caso in cui dovessero essere masticate o ingerite parti della pianta si rischiano intossicazioni. Per questo è importante utilizzare i guanti quando la si tocca. Tra le varietà della dieffenbachia ne esiste una detta “pianta del muto”: in pratica, in caso di contatto con la bocca questa paralizza la lingua anche per una settimana.

    Quale terreno utilizzare per la sua coltivazione?
    Questa pianta gradisce un terreno di tipo fertile, ma soprattutto ben drenato e ventilato. È importante selezionare un terreno comune per le piante da interno di questo tipo, con pH compreso tra 6 e 7,5. In questa maniera, si offrono le migliori condizioni di crescita alla dieffenbachia.

    Ogni quanto bagnare la pianta?
    Le annaffiature della dieffenbachia devono essere fatte con estrema attenzione. Questa pianta, come tante altre piante ornamentali da appartamento, non gradiscono i ristagni idrici. Proprio per questo, è necessario che i primi centimetri della terra siano asciutti prima di procedere con l’annaffiatura della pianta. In questa maniera, si possono prevenire anche malattie dovute per l’appunto alla presenza eccessiva di acqua.

    La concimazione
    Per concimare correttamente la dieffenbachia si possono utilizzare fertilizzante liquido o granulare, a patto che contenga un elevato quantitativo di azoto. Si può dare il fertilizzante alla pianta in maniera regolare, ogni 4-6 settimane circa.

    La propagazione della pianta
    Quando ci si occupa del rinvaso della pianta è possibile recuperare una parte delle radici per propagare la dieffenbachia. Infatti, una piccola parte dell’apparato radicale consente di ottenere una nuova pianta direttamente in un altro vaso delle dimensioni adeguate. Allo stesso tempo, la propagazione si può effettuare tramite talea: è necessario recuperare un segmento di pianta con un paio di nodi, privando il rametto delle foglie inferiori. A questo punto basta sistemare il rametto in un terreno drenato e attendere la comparsa delle radici.

    Il rinvaso e la potatura
    È importante effettuare dei rinvasi periodici della dieffenbachia, poiché come abbiamo già detto cresce in maniera rapida. Proprio per questo è necessario controllare se sono presenti dei rigonfiamenti delle radici sul terreno per capire se è arrivato il momento giusto per cambiare il contenitore. Il momento migliore è a inizio primavera, quando la pianta è pronta a svilupparsi maggiormente. Dopo aver indossato un paio di guanti, è possibile passare al cambio del vaso, maneggiando in maniera delicata le radici. Per quanto riguarda la potatura, invece, non ne ha bisogno: è importante togliere le foglie danneggiate e inferiori per dare slancio nella crescita e creare una bella chioma folta di foglie.

    Le eccessive irrigazioni, infatti, possono portare la dieffenbachia ad essere sofferente: in tal caso si possono notare delle differenze nelle foglie. Infatti, in presenza di foglie gialle della dieffenbachia significa che si sta dando troppa acqua alla pianta. Successivamente, il fogliame tenderà a staccarsi e cadere. Quindi, è importante toccare il terriccio per capire quando è necessario irrigare la pianta. Se il terriccio è troppo umido, è fondamentale attendere circa una settimana. Un altro campanello d’allarme in presenza di foglie gialle è la carenza di azoto: in tal caso, si può usare un buon fertilizzante. Quando le foglie non sono gialle, ma tendono verso il basso, è perché stanno prendendo troppa luce: in tal caso, sarà sufficiente cambiare zona al vaso.

    I problemi più comuni della pianta: malattie e parassiti
    Anche questa pianta d’appartamento è particolarmente sensibile agli acari e alla cocciniglia. È importante combattere in maniera efficace questi problemi che danneggiano il fogliame e nei casi peggiori portano alla morte della pianta. Infine, non dimentichiamo la comparsa di muffe e marciume radicale in presenza di annaffiature eccessive. LEGGI TUTTO

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    Gianluca Patti e il “Respiro” dell’arte

    L’arte di Gianluca Patti, pittore monzese di 47 anni, punta sulla sostenibilità e la rigenerazione sociale: nelle sue opere utilizza una tecnologia per sanificare l’aria, nel rispetto dell’ambiente. “Ho avuto una bellissima infanzia, vissuta – spiega Gianluca Patti – in totale libertà, libero di scorrazzare in giro per il mio paese, Vedano al Lambro, a due passi dal bellissimo Parco di Monza. Erano altri tempi, ben diversi da quelli che viviamo oggi. Ricordo però anche dei momenti passati in ospedale, circa otto mesi, a causa di una malattia respiratoria. Forse è per questo motivo che, una volta guarito e dimesso, ho sempre apprezzato il fatto di vivere all’aria aperta. Ho lavorato per tanti anni nel settore dell’editoria per gruppi italiani molto importanti e poi, un bel giorno, ho sentito questa forte vocazione per il mondo dell’arte e dopo qualche anno ho fatto il grande salto. Vi assicuro che è stata la scelta più pazza della mia vita”.

    Patti sceglie di raccontare, attraverso la sua arte, un mondo che ha a cuore il nostro ecosistema, in primis la qualità dell’aria. “Recentemente – racconta – ho realizzato Respiro, un’opera murale presso la Cittadella degli Archivi di Milano. Possiamo definirla un’opera site specific per il luogo in cui è ospitata. Infatti, visitando questo archivio storico, mi sono imbattuto in un articolo di un giornale del 1929, Il Popolo d’Italia, dove già all’epoca si parlava di tematiche ambientali, come la cura delle aree verdi in città. Ho sentito l’esigenza di portare il mio respiro all’interno di quelle mura, pensando di dipingere un’opera che potesse essere vista come un prato fiorito di un parco. Ho utilizzato vernici ecosostenibili e una nanotecnologia che mi ha permesso di ‘assorbire’ l’inquinamento attraverso un processo fotocatalitico che si attiva con la combinazione di luce e aria. Pensate che Respiro è un’opera in grado di disgregare gli inquinanti atmosferici per un equivalente di cinque nuovi alberi piantati. I social mi hanno aiutato molto all’inizio per farmi conoscere e oggi li utilizzo per mostrare le mie opere e i miei progetti. Racconto semplicemente quello che faccio e spero che le persone possano cogliere i messaggi che desidero trasmettere. Molti mi scrivono e mi sostengono, condivido con loro le mie idee e ci confrontiamo. Respiro è stato un progetto virale che ha ottenuto un’ampia visibilità. Recentemente mi hanno persino definito il portabandiera italiano dell’art regeneration. Sorrido a questa definizione e continuo con determinazione il mio percorso”.

    L’intento di Patti è quello di trasformare l’arte in un catalizzatore di benessere psicofisico.

    L’arte ha sicuramente questo ruolo e un bravo artista è colui che, attraverso un’incessante ricerca, si impegna a raggiungere questo scopo. Sono particolarmente sensibile alle tematiche ambientali, in particolare alla qualità dell’aria che respiriamo. Purtroppo, ho avuto una brutta malattia respiratoria da piccolo e, sebbene ne sia uscito parzialmente, non posso non pensare a questo tema. Proprio per questo motivo ho deciso di avere un ruolo attivo e mi reputo molto fortunato di poterlo fare con la mia arte.

    La tutela del nostro ecosistema resta il filo conduttore nella vita dell’artista. “Da sempre – conclude Patti – sono stato attento agli sprechi di ogni genere, in primis all’acqua. È la nostra fonte primaria e non dobbiamo assolutamente sprecarla. Anche per il cibo ho grande attenzione: provengo da una famiglia che ha conosciuto la fame, per cui mi impegno ogni giorno nell’organizzazione dei pasti per evitare sprechi. In generale, sono contro i consumi inutili e, quando posso, preferisco utilizzare la bicicletta o, ancor di più, spostarmi a piedi. Nel futuro vorrei far conoscere la mia arte nelle città italiane e, perché no, anche all’estero. Pensare a Respiro nelle nostre piazze, nelle scuole, negli ospedali e in molti altri luoghi. Vorrei che, passando davanti alla mia opera, chiunque possa ricordarsi di quanto sia importante porre attenzione alla condizione ambientale in cui viviamo e magari attivarsi con piccoli gesti quotidiani per salvaguardare il nostro pianeta”. LEGGI TUTTO

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    Dal lavaggio alla stiratura, come allungare la vita dei jeans

    Skinny, taglio dritto, a zampa, baggy, con risvolto. E ancora, tinta unita, slavati, macchiati, strappati. I jeans sono uno dei capi di abbigliamento più amati, tant’è che nel mondo ne vengono venduti ogni anno ben 3,5 miliardi. Stando al report di Fundamental Business Insights appena pubblicato, si prevede che il mercato registrerà una crescita rilevante, passando da 86,05 miliardi di dollari nel 2024 a 151,22 entro il 2034. Si stima, inoltre, che entro il 2025 il fatturato del settore sarà pari a 90,54 miliardi. Cifre che preoccupano non poco chi ha a cuore la sostenibilità, visto che questo indumento è uno di quelli a maggiore impatto ambientale.

    I dati sul consumo di risorse
    Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, per realizzare un paio di pantaloni in denim servono 3.781 litri di acqua, a fronte di un’emissione di 33,4 chili di anidride carbonica durante il ciclo di vita, equivalente a guidare l’auto per 111 chilometri o a guardare 246 ore di tv su un grande schermo.

    Economia circolare

    Il denim diventa compostabile. “I nostri jeans stretch biodegradabili in 6 mesi”

    di  Serena Gasparoni

    16 Novembre 2024

    La fabbricazione del tessuto assorbe, inoltre, circa il 35% di tutta la produzione mondiale di cotone. Per ottenere un chilo di questa fibra occorrono 10mila litri di acqua, 12 metri quadrati di terreno e 18,3 kilowattora di energia elettrica. A ciò si aggiunge, nelle fasi di tintura e finitura, l’impiego di coloranti e prodotti chimici. In particolare, il processo di colorazione richiede annualmente circa 50mila tonnellate di indaco sintetico e oltre 84mila tonnellate di idrosolfito di sodio, usato come agente riducente. Sostanze, queste, alle quali vengono esposti i lavoratori del settore, con conseguenze negative per la loro salute.

    A fronte di tutto questo, è indispensabile l’impegno da parte dei consumatori: trattare il denim nel modo giusto significa preservarne a lungo la qualità minimizzando gli sprechi.

    In lavatrice con acqua fredda
    Come suggerisce Altroconsumo, i jeans nuovi vanno lavati prima di essere indossati, ma il lavaggio a mano è da evitare perché si rischia di sprecare molta acqua. Meglio quello in lavatrice, scegliendo il programma per il cotone e impostando la temperatura dell’acqua a 30 gradi. Da rifuggire l’abitudine di lavare questo capo troppo di frequente: in genere i pantaloni in denim si sporcano dopo averli indossati per almeno sei-sette volte. Tra un impiego e l’altro, può essere una buona idea stenderli all’aperto per un paio d’ore, in modo che prendano aria e riacquistino freschezza.

    Inutile ricorrere al lavaggio a secco: se il modello scelto non ha applicazioni né decori particolarmente delicati non c’è ragione di rivolgersi a una tintoria.

    Sostenibilità

    Un’etichetta per misurare quanto inquinano i vestiti

    di  Anna Lisa Bonfranceschi

    22 Novembre 2024

    Asciugatura e stiratura
    Nel caso dei jeans, l’uso dell’asciugatrice è sconsigliato, poiché lo strofinamento dei capi nel tamburo della macchina incrementa l’usura. Il suggerimento è stenderli e farli asciugare all’aria, appendendoli per le due estremità del girovita: un piccolo ‘trucco’ per evitare la formazione di pieghe da asciugatura. Se poi si ritira il capo quando è ancora leggermente umido, non sarà necessario stirarlo. Nel caso in cui, una volta asciutti, i pantaloni presentino stropicciature non gradite, in genere è sufficiente una passata veloce con il ferro da stiro tiepido. In ogni caso, è bene attenersi alle temperature di stiratura indicate sull’etichetta.

    Come riconoscere i modelli green
    Quando i jeans saranno davvero giunti a fine vita, è il momento di acquistarne di nuovi. Nella scelta è bene prediligere marche attente non solo a moda e profitto, ma anche alla sostenibilità. Alcuni modelli, per esempio, riportano le indicazioni sulla composizione e le istruzioni di lavaggio sul tessuto di cotone della tasca interna, evitando così di aggiungere etichette di solito realizzate in materiali sintetici. Altri hanno una salpa, ovvero il rettangolo posto in cintura sul quale è riportato il brand, in cotone riciclato.

    Tra i vari produttori, alcuni, come Blue of a kind, Rifò, Nelle grandi fauci, Candiani, offrono un servizio di riparazioni gratuite per i propri capi: un modo per rifuggire la cultura dell’usa-e-getta, per produrre meno rifiuti e per risparmiare. Infine, dato che i jeans non sono più indumenti da lavoro, i rinforzi metallici (rivetti) delle cuciture risultano inutili, rendendo anche più difficile riciclare il capo: un plauso ai marchi che li hanno eliminati. LEGGI TUTTO