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    “Fissione nucleare impraticabile e costosa. Un’Italia 100% rinnovabile è possibile”

    Sì all’eolico. No al nucleare. Anzi, di più: il potenziale eolico italiano basterebbe a far fronte al forte fabbisogno della decarbonizzazione, se integrato con una forte crescita del solare a terra. Mentre invece l’energia atomica è una tecnologia ormai in declino, nonostante gli annunci di ripartenza, anche nel nostro Paese. Sono questi i contenuti principali del rapporto Elementi per un’Italia 100% rinnovabile presentato oggi dal Network 100% Rinnovabili, che raccoglie esponenti di decine di università e centri di ricerca, del mondo delle imprese, del sindacato e del terzo settore, oltre a Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente e WWF Italia.

    Il rapporto risponde, tra le altre, a una delle perplessità più ricorrenti quando si parla di energie rinnovabili: sole e vento sono incostanti, non garantiscono continuità nell’approvvigionamento di elettricità. Ebbene gli autori, citando studi scientifici, sottolineano come la soluzione risieda nella “sinergia stagionale della fonte solare con quella eolica. L’integrazione eolico-solare permette un profilo di generazione medio mensile dimensionabile sulla domanda attesa, riducendo così al minimo l’accumulo stagionale, inerentemente più costoso”. Questa sinergia eolico-solare rende non necessario il ricorso alla fonte nucleare per il suo supposto vantaggio di garantire la continuità della produzione”.

    Energia

    Da Microsoft a Sam Altman: Helion Energy promette energia da fusione nucleare entro il 2028

    di Gabriella Rocco

    12 Febbraio 2025

    Dopodiché, gli esperti del Network fanno notare come il potenziale tecnico-economico dell’eolico a terra nel nostro Paese sia più che sufficiente per il riequilibrio stagionale della fonte solare, “che sarà prevedibilmente la fonte dominante in Italia”. E le stime che sostengono il contrario? “Si basano su stime obsolete perché non considerano i progressi avvenuti negli ultimi due decenni: a cominciare dalle turbine a bassa potenza specifica, adatte ai regimi di vento medi, ovvero le condizioni più diffuse in Italia”.

    Energia

    Gli ambientalisti bocciano il ddl sul nucleare: “Decisione antistorica e ideologica”

    di Marco Angelillo

    28 Febbraio 2025

    Altro tema di dibattito: solare ed eolico a terra rappresentano un consumo di suolo, che incide sul paesaggio e sottrae terreni all’agricoltura. Il Network 100% rinnovabili replica che non si tratta di “consumo” ma di “uso” e che “le quantità di suolo necessarie per l’eolico e il solare sono contenute, meno dell’1% della superficie nazionale”. Inoltre “gli usi del suolo di eolico e solare sono integrabili rispetto ad altri usi come l’agricoltura e il pascolo senza una apprezzabile diminuzione di queste attività”. E soprattutto: “nelle aree interne e nel Mezzogiorno esistono vasti territori ad utilizzo marginale che da soli sarebbero sovrabbondanti rispetto alle limitate superfici richieste da solare ed eolico”.

    Il rapporto viene pubblicato nell’anniversario dell’incidente nucleare di Fukushima (11 marzo del 2011). E i promotori colgono l’occasione per ribadire il loro no al ritorno delle centrali nucleari in Italia, piccole o grandi che siano. Nel farlo ricordano la cinque questioni che, dal loro punto di vista, rendono obsoleta la fissione nucleare per la produzione di energia. Nel 2022 “il nucleare è sceso al 9,2% della produzione elettrica mondiale” (dopo aver toccato un picco del 17% nei decenni precedenti). I “costi elevati e i tempi di costruzione lunghissimi”. La fissione “genera isotopi altamente radioattivi, con tempi di dimezzamento della radioattività che, per il plutonio, arrivano a 24 mila anni”: quindi scorie e rifiuti nucleari pericolosi, difficili e costosi da gestire. Infine, “l’Italia non dispone né di uranio né di impianti di arricchimento e produzione del combustibile nucleare che è costoso e andrebbe importato, probabilmente dalla Russia che detiene il 38% della capacità globale di conversione dell’uranio e il 46% della capacità di arricchimento”. LEGGI TUTTO

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    Inquinamento atmosferico, solo 7 Paesi al mondo sotto il livello di guardia dell’Oms

    Tira una brutta aria in quasi tutte le città del mondo. Solo nel 17% delle metropoli sono soddisfatte le linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità per quanto riguarda la concentrazione media annuale di PM2,5, che non dovrebbe superare i 5 microgrammi per metro cubo. Ma in alcune capitali tale limite viene più che oltrepassato: di ben 18 volte a Nuova Delhi, altrettanto a N’Djamena, Ciad, quasi 16 volte a Dacca, in Bangladesh. A livello nazionale sono proprio il Ciad, il Bangladesh, il Pakistan, la Repubblica Democratica del Congo e l’India a guidare la classifica dell’aria più sporca.

    Ma sui 138 Paesi monitorati, sono 126 (il 91,3%) quelli che non rispettano le raccomandazioni dell’Oms. Gli unici sette Paesi i cui livelli di PM2,5 sono sotto il livello di guardia, si trovano tutti ai confini del mondo: Australia, Bahamas, Barbados, Estonia, Grenada, Islanda, e Nuova Zelanda.

    Se si escludono le capitali, il titolo di città con la peggior qualità dell’aria spetta a Byrnihat, in India, con una concentrazione annuale di PM2,5 di 128,2 microcrogrammi per metro cubo. Negli Stati Uniti, i cieli sono più sporchi a Los Angeles, mentre Seattle ha l’aria più pulita tra le grandi aree metropolitane. Tutto questo, e molto altro, è contenuto nel rapporto World Air Quality Report 2024, che si concentra appunto sulla presenza in aria di PM2,5, particelle del diametro pari a 2,5 milionesimi di metro: sono uno dei sei principali inquinanti atmosferici riconosciuti e monitorati a livello globale, per i loro effetti negativi sulla salute umana.

    Le principali fonti antropiche di PM2,5 includono i motori a combustione, la produzione di energia, le attività industriali, la combustione di raccolti e pratiche agricole e la combustione di legna e carbone.

    Il report, alla settima edizione, è considerato uno dei più completi a livello globale, anche se realizzato da una compagnia privata, la svizzera IQAir, specializzata in sistemi di purificazione dell’aria. Il colosso elvetico riesce infatti a elaborare i dati raccolti da oltre 40.000 stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria e sensori a basso costo in tutto il mondo. Si tratta di dispositivi gestiti da istituti di ricerca e agenzie governative, ma anche scuole, università, organizzazioni non profit, aziende private e privati cittadini.

    Il World Air Quality Report 2024 include dati provenienti da a 8.954 città in 138 Paesi, regioni e territori. Rispetto alle edizioni precedenti, la copertura si è ampliata in Africa per includere Ciad, Gibuti e Mozambico. Assenti invece Iran, Afghanistan e Burkina Faso (classificato al 5° posto tra i Paesi più inquinati nel 2023) a causa della mancanza di disponibilità di dati.

    A scavare nei dati, si trova anche una buona notizia: il 17% di città che rispetta il limite annuale di PM2.5 raccomandato dall’Oms, rappresenta un notevole progresso rispetto al 9% del 2023. “Tuttavia”, scrivono gli autori del rapporto, “c’è ancora molto lavoro da fare per proteggere la salute umana, in particolare quella dei bambini, dall’inquinamento atmosferico”.

    E l’Italia? Benino in uno scenario globale, male se confrontata con i Paesi europei analoghi per dimensioni ed economia. Nella classifica delle nazioni con l’aria più sporca, il nostro Paese si colloca all’80esimo posto, staccata da Germania (103), Spagna (107), Francia (110), Regno Unito (113). Roma occupa l’85esima posizione tra le capitali, con 10,1 microgrammi per metro cubo di PM2,5, contro la 100esima di Londra (7,8 microgrammi per metro cubo).
    A livello europeo, l’aria peggiore si respira in Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord e Serbia. L’Italia è undicesima. Tra i capoluoghi regionali, il più inquinato risulta essere Cagliari con una concentrazione annuale di PM2,5 pari a 27,9 microgrammi per metro cubo. E però nella Sardegna meridionale c’è anche la cittadina italiana con l’aria più pulita: si tratta di Portoscuso, che con 3,2 microgrammi per metro cubo di PM2,5 si colloca al tredicesimo posto tra le piccole realtà più virtuose d’Europa. LEGGI TUTTO

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    Lonicera (caprifoglio): la coltivazione e la cura

    La lonicera è una pianta appartenente alla famiglia delle caprifoliacee e ha origini riconducibili a diversi continenti: infatti, la si può trovare in Nord-Africa, in America, ma anche Eurasia. A seconda della specie che si seleziona si ha a che fare con una pianta a diverso portamento. Diamo uno sguardo alla cura migliore per la coltivazione delle diverse varietà di lonicera.

    La coltivazione e la cura della lonicera
    La lonicera o caprifoglio è una pianta davvero particolare: infatti, è possibile trovare in natura diverse varietà che si presentano in modo differente. Alcune hanno un portamento cespuglioso, mentre altre sono più erette; non mancano poi quelle che hanno un portamento rampicante o più simile a una liana. Negli anni, poi, sono stati coltivati diversi esemplari ibridi, sempreverdi o caducifoglia. Ad ogni modo, si tratta di una pianta che può arrivare a vivere davvero molto a lungo, con cicli vegetativi di pochi anni in cui la pianta secca quasi del tutto. Ma i polloni che si generano alla base della pianta fanno in modo che la stessa non muoia del tutto, ma riprende per l’appunto un nuovo ciclo vitale. A seconda della pianta, è possibile osservare esemplari di altezza differente: alcune piante possono raggiungere anche i 7 metri di altezza con i loro rami. Le foglie della lonicera sono persistenti, semi-persistenti oppure caduche e si presentano disposte sul fusto 2 a 2. La loro dimensione, invece, è compresa tra 1 e 10 cm. Per quanto riguarda i fiori, di forma tubolare, sono profumati ed è possibile percepire la stessa profumazione anche attraverso i rami spezzati. Possono essere di diverso colore, dal bianco crema fino al giallo, con tanto di sfumature rosa e rosse.

    La temperatura migliore per far crescere la lonicera è compresa tra i 10°C e i 27°C; può tollerare fino i 35°C durante la stagione calda e -10°C in inverno. Proprio per questo, si considera una pianta rustica o semi-rustica che è in grado di vivere anche in quelle aree dove il clima è più rigido. Inoltre, è una pianta che tollera la crescita nelle aree costiere, dove è presente salsedine e forte vento. Oltre ad essere una pianta suggerita per la coltivazione in giardino, il caprifoglio è ideale anche per la cura in vaso.

    Le varietà
    La lonicera è una pianta che si può acquistare presso i vivai in Italia, selezionando tra le diverse varietà disponibili in commercio. Per facilitare la scelta e capire come prendersene cura, abbiamo elencato quelle che si trovano con maggiore frequenza con alcune delle caratteristiche:
    · Lonicera nitida: è un piccolo arbusto pensato per tappezzare anche le aree in pendio ed è considerato una sempreverde. Ha foglie piccole di colore verde scuro e con la primavera spuntano piccoli fiori di colore crema e, poi, bacche di colore scuro.
    · Lonicera fragrantissima: questo arbusto con foglie ovali di colore verde scuro è di origine cinese ed è conosciuto soprattutto per la sua splendida fioritura profumata. Infatti, a fine inverno compaiono fiori tubulari di colore bianco-crema dal profumo intenso.
    · Lonicera maigrun: si tratta di un sempreverde con portamento prostrato, con foglie verde chiaro di forma ovale.
    · Lonicera henryi: è una pianta a portamento rampicante con fiori dal tocco esotico che attirano molto le farfalle. Ama essere sistemato in aree a mezz’ombra.
    · Lonicera japonica halliana: questo esemplare, ideale come siepe nelle zone mediterranee, si presenta a portamento rampicante ed è un sempreverde/semi-sempreverde con foglie di colore verde scuro. In primavera e durante l’estate è possibile ammirare la fioritura con fiori di forma tubolare, profumati e di colore bianco e giallo. Dopo i fiori fanno la loro comparsa dei frutti sferici di colore blu.
    · Lonicera kamtschatica: viene detta anche mirtillo siberiano, ed è un arbusto di medie dimensioni che si presenta con fiori bianco-giallo e frutti allungati di colore blu scuro e dal gusto che ricorda un mix tra mirtillo, kiwi e lampone.
    · Lonicera alpigena: detto anche camecèraso, il caprifoglio alpino è una pianta a cespuglio che può raggiungere i 4 metri d’altezza ed è caratterizzata da foglie verde brillante. I fiori bianchi con il passare del tempo tendono a diventare gialli, con sfumature rosse.
    · Lonicera xylosteum: detto caprifoglio peloso, si presenta come un arbusto a portamento eretto con foglie di forma opposte ellittiche. I fiori da bianchi tendono al giallo in seguito all’impollinazione e poi compaiono bacche rosse velenose.
    · Lonicera serotina: è un arbusto rampicante che si presenta con una tarda fioritura estiva, caratterizzata da fiori di forma tubolare, molto profumati. I fiori sono di bianco crema con sfumature rosso scuro che possono raggiungere i 5 cm.

    Qual è il terreno migliore per la pianta?
    Questi arbusti rustici apprezzano soprattutto i terreni ricchi, sciolti e ben drenati. Va comunque detto che possono vivere anche in quelli di tipo argilloso che, di solito, sono meno asciutti rispetto ai primi.

    Le annaffiature della lonicera
    Per quanto riguarda l’irrigazione della lonicera, invece, è necessario tenere presente che gradisce la regolarità. Quindi, la terra non deve essere mai troppo secca. Nel caso in cui si verificassero lunghi periodi di siccità, riesce comunque a gestire la fase priva di acqua prendendola solo dalle precipitazioni piovane. Nel caso in cui si volesse ridurre le annaffiature è possibile farlo creando uno strato di pacciamatura a base di corteccia: in questo modo, la pianta potrà avere il terreno umido in seguito alle irrigazioni irregolari.

    La concimazione
    La concimazione di questo arbusto si può effettuare in diversi modi. Per esempio, si può scegliere di effettuare per gli esemplari in vaso dei cicli di fertilizzante per piante con fiori. In questo caso, è preferibile utilizzare il fertilizzante liquido da diluire con l’acqua di irrigazione. Sarà da aggiungere il fertilizzante ogni 2 settimane, tra il periodo di marzo e ottobre. Se si coltiva la pianta in giardino, si può optare per il fertilizzante granulare a lenta cessione suggerito per piante da fiore. Il periodo utile per occuparsi in giardino della concimazione è all’inizio dell’autunno, della primavera e dell’estate.

    Come ottenere una talea?
    Per moltiplicare questa pianta è possibile sfruttare le talee. In pratica, è necessario usare una parte legnosa/semi-legnosa dell’arbusto per ottenere dei piccoli tranci dove sono presenti circa 3 nodi. Si lasciano solo le foglie poste nella zona alta del rametto, mentre tutte le altre devono essere rimosse. A questo punto, si possono sistemare in piccoli vasetti con la terra ben drenante: quando avranno sviluppato l’apparato radicale, nuove foglioline e rametti saranno pronte per il trapianto vero e proprio in piena terra oppure in vaso.

    Il rinvaso e la potatura
    Questa pianta non richiede un rinvaso frequente, ma va tenuto presente che quando lo si fa, bisogna annaffiare in maniera frequente. In primavera, basterà controllare dal vaso se le radici sono in difficoltà e, dopodiché, selezionare un contenitore più grande per accogliere la pianta al meglio prendendosene cura nel modo corretto. Per la potatura del caprifoglio si può intervenire per regolare la forma della pianta. Con il sopraggiungere della primavera, è possibile potare i rami più vecchi e quelli laterali, lasciandoli al massimo di una lunghezza di 15 cm. Anche dopo la fioritura si può proseguire con il taglio della lunghezza dei tralci, così da offrire nuovo slancio per lo sviluppo della pianta.

    Le più comuni malattie e i parassiti in cui può incorrere
    La lonicera o caprifoglio è considerata una pianta rustica abbastanza resistente ai parassiti e malattie, ma può comunque incorrere in alcuni problemi se non trova le condizioni migliori per la crescita. Per esempio, può ammalarsi e mostrare segni di ruggine o di muffa grigia. Inoltre, tra i parassiti che la possono colpire, proprio come per tante altre piante, vi è la cocciniglia. LEGGI TUTTO

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    Dove nasce il cacao sostenibile e come si assaggia

    Per ogni barretta di cioccolato che rende quel momento della nostra vita più felice, contribuiamo – probabilmente senza saperlo – alla deforestazione di luoghi del nostro pianeta in cui la produzione di cacao è una parte rilevante dell’economia. Costa d’Avorio e Ghana sono i maggiori produttori che insieme realizzano circa il 55% del cacao del mondo, a cui si aggiungono Indonesia e Brasile.Proprio in questi paesi, le piantagioni di cacao stanno sostituendosi alle foreste pluviali autoctone dove crescono, perché molti agricoltori abbattono foreste per far spazio a nuove coltivazioni, causando una riduzione della capacità delle foreste stesse di assorbire anidride carbonica, quindi alterando gli ecosistemi locali. A confermarci quanto sta accadendo, Julian Ramirez, direttore del Climate Action di Alliance Bioversity e l’International Center for Tropical Agriculture (CIAT) – organizzazione che unisce le competenze dei suoi ricercatori ed esperti per affrontare le sfide globali legate all’agricoltura, alla biodiversità e alla sicurezza alimentare – durante la nostra visita al Cacao Lab di Roma.

    “Il cacao nasce nelle foreste del Sudamerica, ha bisogno di quel clima per crescere, ma il cambiamento climatico sta alterando le condizioni e stanno diminuendo le aree dove produrlo, si stima circa il 20% in meno. Costa d’avorio e Ghana hanno alti livelli di deforestazione, che a sua volta ha un impatto importante sul cambiamento climatico, per questo dobbiamo fermare la deforestazione e lavorare col settore privato” ci racconta Ramirez, illustrandoci la difficile situazione globale. Anzi glocale.

    Il centro di ricerca Cacao Lab, è il quartier generale a cui fanno riferimento gli altri tre hub dislocati a Nairobi in Africa, a Cali in Colombia ed infine in Malesia, ma i ricercatori sono sparsi ovunque nel mondo, per sensibilizzare i coltivatori di cacao ad una produzione sostenibile per l’ambiente, economicamente giusta e conveniente per loro. Produrre un cacao puro, rispettando la biodiversità può essere anche parte della soluzione per far uscire da una situazione economica critica e difficile, chi investe in questo tipo di coltivazione. Dal 2009 Alliance of Bioversity e CIAT hanno organizzato Cacao of Excellence, una piattaforma di ricerca che identifica e premia i produttori di cacao eccellenti, con un’attenzione particolare alla qualità superiore del cacao e alla varietà dei sapori, con l’obiettivo di promuovere sistemi agricoli resilienti, preservando le biodiversità e sostenendo le economie locali.

    “Qui nella sede romana di Cacao Lab provengono le fave di cacao provenienti da 55 siti nel mondo, da 255 farmers ed un comitato tecnico di 14 assaggiatori professionisti valuta, senza conoscere le origini, le migliori 50 qualità di cacao, a cui ogni due anni viene assegnato un premio internazionale”, ci spiega Sebastian Escobar Parra, proveniente da una famiglia di agricoltori della Colombia che oggi è un esperto di qualità al Cacao Lab di Alliance Bioversity e CIAT, che supportano ognuno dei 55 paesi di origine del cacao per organizzare competizioni locali tra farmers e spingerli a partecipare, in modo che se producono un cacao sempre migliore, possono avere accesso a prezzi di mercato migliori. LEGGI TUTTO

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    Dal 2000 ad oggi gli Stati Uniti hanno perso un quinto delle loro farfalle

    Qualcuno salvi le farfalle. Le loro popolazioni sono sempre più a rischio a causa della perdita progressiva degli habitat, degli effetti dei pesticidi e del cambiamento climatico. E l’ultimo allarme arriva dagli Stati Uniti, dove una specie su tre ha registrato un grave declino negli ultimi venti anni, con una complessiva riduzione di oltre un quinto delle popolazioni.La “fotografia” arriva da una ricerca della Binghamton University di New York, i cui esiti – appena pubblicati sulla rivista Science – lasciano in dote l’urgenza dell’adozione di nuove misure di conservazione.

    In particolare, 20 specie sarebbero protagoniste di un declino particolarmente rapido: tra queste la Danaus eresimus, comunemente detta farfalla soldato, e la Julia’s Skipper (Nastra julia il nome scientifico), che nel periodo preso in esame – compreso tra il 2000 e il 2020 – ha perso oltre il 90% delle sue popolazioni. Né sembra andare meglio alla West Virginia White (Pieris virginiensis il nome scientifico), delicate ali traslucide dalla colorazione biancastra, leggero accenno di venature: popola, o meglio popolava, le aree boschive. Dove la sua presenza è diminuita del 98%.

    Biodiversità

    La pianta dalla doppia fioritura che resiste al caldo

    di Fabio Marzano

    04 Marzo 2025

    I ricercatori hanno esaminato 12,6 milioni di avvistamenti di farfalle nell’ambito di 76.000 indagini divise in 35 differenti programmi di monitoraggio, alcuni dei quali legati a programmi di citizen science. Grazie anche all’utilizzo di modelli statistici, hanno così stimato le tendenze in atto per 342 specie differenti: il 33% ha mostrato un declino significativo, le popolazioni di 107 specie sono diminuite di oltre il 50%.“Risultati in linea con le tendenze globali, ma avere conferma dell’entità del declino delle popolazioni in un’area così ampia è stato sconfortante”, commenta Eliza Grames, professoressa associata di Scienze biologiche alla Binghamton University.

    Una vera e propria Caporetto che coinvolge anche la Lycaena hermes e la sgargiante Eurema proterpia, color arancione: rischiano di diventare introvabili, o quasi. E con loro Vanessa annabella, che in America è conosciuta come West Coast lady: un tempo era una comune farfalla da cortile, oggi è diminuita dell’80%. “Una storia ancor più allarmante, la sua, perché suggerisce che anche le farfalle comuni non sono al sicuro”, annota Grames.

    Biodiversità

    Pochi fondi per la conservazione degli animali “brutti”

    di Sara Carmignani

    28 Febbraio 2025

    Pochi i dubbi sulle cause comuni del declino, così come sulle conseguenze per la salute degli ecosistemi, che dal ruolo centrale delle farfalle dipendono, eccome: la scomparsa, più meno graduale, di impollinatori cruciali avrebbe ricadute negative sulla produzione alimentare e sull’equilibrio degli ecosistemi, con effetti a cascata sulle altre specie.

    La ricerca evidenzia, peraltro, le aree più colpite dal fenomeno: quella più toccata è la zona del sud-ovest degli Stati Uniti, tra le regioni più calde e secche. Anche per questo l’indice dei ricercatori è puntato sulla siccità, tra le concause principali del declino delle popolazioni di farfalle, anche perché – annota Grames – “rappresenta una doppia minaccia, danneggiando direttamente le farfalle e colpendo anche il loro cibo e le piante ospiti”.

    E ora? I risultati dello studio suggeriscono, come evidenziato dai ricercatori “importanti sforzi di conservazione, in particolare dando priorità alle specie già segnalate dall’Iucn e dall’Endangered Species Act. Ma non tutto è perduto, nonostante le evidenze. “Già, le farfalle possono riprendersi rapidamente perché hanno tempi di generazione brevi. – prosegue Grames – Anche piccole azioni, come piantare fiori selvatici, ridurre l’uso di pesticidi o persino lasciare una parte di un cortile non falciato, possono migliorare significativamente le loro chances di sopravvivenza. Il tutto – conclude – in attesa naturalmente di strategie di conservazioni concrete da parte dei decisori politici”. LEGGI TUTTO

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    Raccolta differenziata: gli errori che (quasi) tutti facciamo

    I cocci del vaso di cristallo nel vetro, il Tetra pak dei succhi di frutta nell’indifferenziato, gli occhiali da sole nella plastica: può capitare a tutti di sbagliare bidone nella raccolta differenziata. Il problema è che, purtroppo, anche un piccolo errore può ostacolare il processo di riciclo di tanti oggetti e imballaggi, con danni all’economia circolare e all’ambiente. Di seguito una rassegna degli sbagli più diffusi. Per evitarli.

    Gettare gli scontrini fiscali nella raccolta della carta
    Gli scontrini (che vanno sempre richiesti al commerciante o al professionista) non sono riciclabili. Risultano, infatti, costituiti da un’apposita carta termica, con un lato semilucido, ricoperto da un’emulsione formata da un colorante e un agente reattivo, che ha l’obiettivo di conservare il più a lungo possibile la stampa dei dati. Per questo, devono sempre essere messi nel cassonetto dell’indifferenziato.

    Far finire il cartone della pizza sporco nella carta
    Pizza con gli amici? Al termine della serata, quando è il momento di riassettare, occorre ricordarsi che il cartone unto o intriso di pomodoro va ripiegato su sé stesso in modo da ridurne l’ingombro e conferito nell’indifferenziato oppure, se compostabile, nell’umido. È corretto metterlo nella carta solo se è pulito. Eventuali residui di cibo devono, invece, essere messi nella raccolta dell’umido.

    Buttare gli oli vegetali esausti nell’organico
    Una volta utilizzato in cucina, l’olio diventa un rifiuto altamente inquinante per il sottosuolo e per l’acqua. Perciò non va versato né negli scarichi né nell’umido. Una volta che si sarà raffreddato, deve essere raccolto in taniche o in appositi contenitori. Questi recipienti devono poi essere portati, ben chiusi, nei punti di raccolta presenti sul territorio comunale.

    Economia circolare

    Raccolta differenziata, la lampadina non si getta nel vetro: gli errori più comuni che facciamo

    Cristina Nadotti

    18 Marzo 2024

    Conferire le lampadine nella raccolta del vetro
    Molti credono, erroneamente, che le lampadine vadano buttate nella raccolta del vetro: sbagliato. La maggior parte contiene, infatti, sostanze nocive per l’ambiente e per la salute e deve per questo essere conferita nei cassonetti dei Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee).
    Solo le lampadine alogene o le vecchie lampadine a incandescenza possono essere gettate nell’indifferenziato.

    Mettere i gusci di cozze e vongole nell’umido
    I gusci di cozze e vongole sono costituiti soprattutto da calcio e altri minerali, che non solo non sono biodegradabili, ma hanno anche tempi di smaltimento lunghissimi. Per questo devono essere buttati nell’indifferenziato e non nell’umido, anche se sono di origine animale. Una regola che vale pure per i gusci di ostriche, gamberi, aragoste, scampi.

    Gettare i contenitori in Tetra pak nell’indifferenziato
    Le confezioni in Tetra pak, come per esempio quelle del latte o del vino, sono composte da un materiale misto, formato da carta, alluminio, plastica. Poiché non esiste una regola unica, nazionale o regionale, che chiarisca dove vada buttato, è opportuno controllare le indicazioni dei singoli Comuni. Infatti, in alcune località questo genere di imballaggi va conferito nel bidone della plastica, in altre la destinazione corretta è la carta.

    Buttare gli oggetti di plastica nella plastica
    Attenzione: in Italia vengono riciclati solo gli imballaggi di plastica, ovvero ciò che viene utilizzato per contenere e proteggere un prodotto. Quindi gli oggetti, anche se di plastica, non vanno messi nella relativa raccolta. Devono perciò finire nell’indifferenziato, per esempio, bicchierini per caffè, penne, palloni, giocattoli, occhiali da sole, borracce, catini, confezioni per pastiglie, custodie di cd, piatti per pic-nic, piscine per bambini, portacenere, posate, profumatore per ambienti, scolapasta, sottovasi per piante, spazzolini da denti.

    Conferire cristallo e ceramica nel vetro
    Malauguratamente si rompe una tazzina, un piatto, un vaso, una pirofila. I cocci di cristallo o di ceramica, una volta raccolti, vanno messi nell’indifferenziato. Basta, infatti, un solo frammento di ceramica mescolato al vetro pronto per il forno per mandare all’aria il processo di riciclo. Per smaltire, invece, le lastre di vetro (per esempio, porte interne, finestre da sostituire…) ci si può rivolgere all’isola ecologica più vicina. LEGGI TUTTO

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    La mimosa, come curare la pianta simbolo della Festa della donna

    La mimosa è una pianta appartenente alla famiglia delle fabaceae ed è nota anche con il nome di acacia dealbata. Diamo uno sguardo a questa guida per capire come prendersene cura: in questo modo, si potrà ammirare la fioritura della pianta riconosciuta come simbolo della Festa della Donna.

    L’albero della mimosa
    L’albero della mimosa è una pianta tipica dell’Australia sud-orientale, che è stata importata in Europa nel XIX secolo. In Italia è possibile trovare facilmente questo alberello, specie in quelle regioni dove il clima è particolarmente mite, ma anche lungo le coste dei laghi dell’area settentrionale.
    Il clima temperato è ideale per questo arbusto, poiché teme gli inverni rigidi con temperature sotto lo zero. Dunque, se sono previste delle discese anomale della temperatura è meglio prevedere l’utilizzo di tessuto non tessuto o di altri materiali che permettono di creare una condizione di comfort per la pianta. Con l’arrivo della stagione estiva, la temperatura massima sopportata è di 38°C circa, poiché con caldo eccessivo il suo fogliame inizia ad arricciarsi e danneggiarsi, mostrando delle scottature da sole. Questa è una pianta che si può coltivare in piena terra ma anche in vaso. La coltivazione in vaso consente di ottenere esemplari alti fino a 2 metri, mentre in piena terra può addirittura arrivare a 15 metri di altezza.

    Tipi di mimosa: le varietà più comuni in vendita
    Questa pianta decorativa la si può trovare in vendita in diverse varietà, di cui alcune sono suggerite per la coltivazione in giardino, mentre altre sono da prediligere per la cura tra le mura domestiche. Qui di seguito ecco le varietà di mimosa che si possono acquistare in negozio:
    · Acacia Baileyana (Mimosa da serra): si tratta di un esemplare che ha foglie grigio-verdi e fioritura a grappoli con fiori sferici gialli. È suggerita per la coltivazione in serra o, comunque, in quelle aree dell’Italia in cui fa più caldo. I suoi fiori davvero particolari possono conferire un aspetto elegante ed esotico al giardino.
    · Acacia Retinodes (mimosa del Giappone): anche questa sempreverde è suggerita per i climi più caldi. I suoi fiori sono di colore giallo-oro e si possono ammirare tra l’inverno e la primavera in giardino.
    · Mimosa tenuiflora: questa pianta, nota anche come albero della pelle, è una sempreverde molto simile all’esemplare comune, ma ha una fioritura differente. I suoi fiori sono di colore bianco crema e profumano il giardino.
    · Acacia Saligna: conosciuta anche come mimosa selvatica è un esemplare a foglie strette e infiorescenze con fiorellini gialli poco profumati con capolini di forma sferica da 1 cm di diametro.
    · Mimosa pudica: questa pianta, nota anche con il nome di mimosa sensibile, ha foglie piccole che al tocco si chiudono. Si tratta di una pianta ideale per la coltivazione in casa, all’interno di un vaso.
    · Acacia Podalyriifolia: tra le altre piante da interno da considerare vi è questa, nota anche come mimosa di Natale. Le foglie sono di colore verde scuro, mentre i fiori giallo brillante.

    Il fiore e le foglie dell’arbusto
    Per ammirare la fioritura della mimosa è necessario attendere i mesi di febbraio-marzo. I fiori della mimosa si presentano di colore giallo intenso e sono riuniti in capolini di forma sferica che emanano un buon profumo. I fiori, raccolti in racemi da massimo 10 centimetri, compaiono in seguito all’ascesa delle foglie. Queste, invece, si presentano come delle sempreverdi con un colore verde-argento. Le foglie si trovano perpendicolari al rametto e sono tra le 8 e le 20 paia; queste, a loro volta, hanno 20-30 paia di foglie di dimensioni ridotte e perpendicolari alla nervatura principale.

    Il terreno e la posizione migliore per il sempreverde
    La mimosa è una pianta particolarmente delicata ed è necessario porre molta attenzione nella scelta del terreno migliore. Predilige terreni freschi, ma allo stesso tempo ben drenati, meglio se con pH acido, poiché questa caratteristica favorisce la fioritura. I terreni basici non sono tollerati da questa pianta, anche se gli esemplari innestati riescono a sopportare anche questa condizione. Per quanto riguarda l’esposizione migliore per questo albero, è necessario tenere presente che deve essere riparata dalle correnti d’aria e, nelle località dove la temperatura estiva è calda, non deve ricevere il sole diretto. Quindi, ama le zone luminose, ma è meglio sistemare la pianta in un punto in cui le foglie siano protette dal sole estivo di mezzogiorno.

    Le annaffiature della pianta
    Questa sempreverde non ama troppa acqua: infatti, è in grado di sopportare la siccità. Va detto, però, che gli esemplari più giovani di mimosa devono comunque ricevere acqua in maniera regolare.

    La concimazione
    La concimazione della mimosa deve essere fatta a fine inverno: è possibile spargere sul terreno del concime organico maturo oppure concime a lenta cessione, dopo aver zappato di poco il substrato superiore del terreno. Nel caso in cui la mimosa fosse coltivata in vaso, è possibile selezionare un terriccio nutriente con una buona presenza di torba. Questa caratteristica consente alla pianta di trovare tutti i nutrienti necessari per crescere e svilupparsi al meglio.

    La moltiplicazione dell’acacia dealbata
    Per ottenere nuove piantine di mimosa è possibile ricorrere alla talea da un rametto oppure per semi. Per riprodurre questa pianta per talea è utile recuperare diversi rami da un mazzo di circa 10 centimetri: dovrà essere tagliato sotto una gemma, attraverso taglio obliquo. Dopodiché si asportano le foglioline per almeno 2/3 della lunghezza, lasciando solo quelle in cima. A questo punto, è possibile sistemare il rametto in terra soffice e leggera, con una parte di torba. Le talee devono essere esposte in un luogo al riparo dal freddo e dal vento, ma comunque ben luminoso. Quando sarà presente l’apparato radicale della pianta si potrà passare alla fase successiva del rinvaso oppure della messa in dimora in piena terra.

    Il rinvaso e la potatura
    Coloro che coltivano questo alberello in un contenitore devono occuparsi del rinvaso ogni 2 anni. Per una cura della mimosa corretta è importante selezionare dei contenitori non eccessivamente grandi. In questo modo, la crescita della pianta avviene in maniera equilibrata, con un apparato radicale e quello aereo sviluppati bene. Sul fondo del vaso è necessario sistemare del materiale che rende più drenante il terreno: si può utilizzare dell’argilla espansa da unire a terriccio universale e torba. La mimosa è una pianta che cresce in maniera veloce e non necessità di chissà quali potature. Le uniche potature che si possono fare sono per ripristinare una forma gradevole e contenere le dimensioni, giacché spesso i rami tendono a diventare abbastanza lunghi. È importante effettuare la potatura solo in seguito alla fioritura.

    I problemi in cui può andare incontro la pianta
    Anche la mimosa può andare incontro a delle piccole avversità: tra i parassiti che la possono attaccare, vi sono la cocciniglia e le metcalfe. È importante in entrambi i casi dosare correttamente l’acqua e offrire alla pianta l’esposizione migliore per la sua crescita. La clorosi fogliare è un altro dei problemi in cui può andare incontro la mimosa: si verifica soprattutto con quegli esemplari che non sono innestati e per quelli che vivono in terreni con pH neutro. Attraverso una cura di ferro e solfato è possibile porre rimedio. LEGGI TUTTO

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    Il lichene “inatteso” scoperto nella Pianura Padana

    La Pianura Padana è considerata come uno dei luoghi più inquinati d’Europa, eppure anche qui esistono delle “isole verdi” in cui la biodiversità riesce a prosperare. Lo dimostra la recente scoperta di una nuova specie di lichene tra Lombardia e Piemonte, nella valle del Ticino. Il ritrovamento è frutto del lavoro di Gabriele Gheza, ricercatore al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna. La specie è stata poi analizzata nel dettaglio da un gruppo internazionale di ricercatori e ricercatrici, e i risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The Lichenologist.

    “La scoperta è avvenuta per caso, durante il lavoro di campo per lo studio di un gruppo di licheni crostosi particolarmente complicati da classificare, dato che presentano caratteristiche morfologiche comuni a molte specie diverse”, racconta Gheza a Green&Blue. “In quell’occasione ho raccolto diversi campioni di una specie che però ad un’accurata analisi in laboratorio non ha trovato corrispondenze con nessuna tra quelle già note”. Gli studiosi dell’Università di Bologna hanno quindi avviato una serie di analisi genetiche, svolte in collaborazione con colleghi lichenologi delle Università di Graz (Austria) e Praga (Repubblica Ceca). E i risultati hanno confermato il sospetto iniziale: quei campioni appartenevano a una specie mai descritta prima.

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    Nell’Artico trovata una pianta che normalmente cresce in ambienti più caldi

    27 Febbraio 2025

    Ma facciamo un passo indietro: che cosa sono esattamente i licheni? Si tratta di organismi formati principalmente dalla simbiosi tra un fungo macroscopico e un organismo fotosintetico (un’alga o un cianobatterio), che svolgono funzioni ecosistemiche importanti in molti habitat terrestri. “Per esempio, i licheni che crescono su terreni particolarmente aridi hanno un’importanza fondamentale nel limitare l’erosione del suolo dovuta al vento o alla pioggia – spiega Gheza – Inoltre, i licheni svolgono un ruolo importante nei cicli dei nutrienti. L’organismo fotosintetico che vive in simbiosi col fungo, infatti, è in grado di fissare il carbonio e, quando si tratta di un cianobatterio, anche l’azoto presente in atmosfera. In questo modo, i due elementi possono entrare nella rete trofica e diventare quindi nutrimento per altri organismi”.

    Il lichene appena scoperto è stato chiamato “inexpectatum”, racconta il ricercatore, per rimarcare la sorpresa di scoprire una specie mai descritta in precedenza in quella che è una delle aree più modificate dall’essere umano e più inquinate di tutta Europa, ossia la Pianura Padana: “Non è certo il luogo in cui ci aspetteremmo di trovare nuove specie di licheni, che sono notoriamente organismi molto sensibili non solo all’inquinamento, ma in generale alle alterazioni ambientali causate dagli esseri umani”. Questa elevata sensibilità, continua Gheza, è dovuta al fatto che i licheni assumono praticamente tutte le sostanze di cui hanno bisogno dall’aria, senza però avere modo di selezionare quali assorbire e quali no. Ciò significa che dall’atmosfera che li circonda assorbono vapore acqueo, sostanze allo stato gassoso che servono per il loro sostentamento, ma anche agenti inquinanti. Inoltre, a differenza delle piante caducifoglie, che scartano i “rifiuti” attraverso le foglie che perdono, i licheni non hanno alcun sistema per eliminare le sostanze nocive. Di conseguenza, se si trovano in contesti particolarmente inquinati tendono a morire.

    Biodiversità

    Dieci piante appena scoperte che rischiano di scomparire

    12 Gennaio 2024

    In questo senso, la scoperta della nuova specie di lichene è una buona notizia: “La valle fluviale del Ticino – aggiunge Gheza -, tutelata da due parchi regionali istituiti negli anni ’70 e caratterizzata da aree boscate che si sviluppano praticamente lungo tutto il corso del fiume, probabilmente fa da tampone per gli inquinanti che vengono dalle zone circostanti. Proprio per questo è un importantissimo serbatoio di biodiversità e corridoio ecologico”.

    Solo in Italia, ad oggi, sono segnalate oltre 2.800 specie di licheni, ma come dimostra l’inatteso ritrovamento nella valle del Ticino, non li conosciamo ancora abbastanza. “Questo potrebbe dipendere in parte da ragioni storiche – spiega Gheza – I naturalisti del passato si sono inizialmente concentrati su specie più appariscenti e lo studio dei licheni è iniziato quindi più tardi. E poi c’è anche un circolo vizioso che si autoalimenta: dato che sono meno conosciuti, anche gli studenti e le studentesse che intendono approfondire lo studio dei licheni sono di meno rispetto a quelli che scelgono invece di dedicarsi allo studio dei grandi vertebrati o delle piante vascolari”.

    Dopo il primo, inaspettato incontro, il nuovo lichene è stato individuato anche in altri luoghi, in val Camonica e sui colli pistoiesi: ulteriori indizi di quanto lavoro ci sia ancora da fare per raggiungere una conoscenza soddisfacente della diversità biologica complessiva che ci circonda. “È una missione di fondamentale importanza – conclude Gheza – Solamente conoscendo più a fondo la diversità biologica saremo in grado di sviluppare strategie per tutelarla in modo appropriato”. LEGGI TUTTO