“I dazi non cambieranno le strategie delle aziende che sono andate sulla strada della transizione”
“I dazi creano soprattutto incertezza: vediamo cosa sta succedendo alle Borse in queste ore. Ma le imprese che sono andate nella direzione della transizione energetica certo non torneranno indietro, perché hanno scoperto che conviene. E le aziende che stanno facendo economia circolare, grazie alla quale abbattono i costi di produzione, non faranno dietrofront solo perché quale uno dice che quel modello non è più attuale. Forse i dazi ci aiuteranno a liberarci di un po’ di greenwashig”. Enrico Giovannini, economista e direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, non crede che la politica di tariffe doganali voluta da Trump sia il colpo di grazia per le politiche climatiche.
Professore, c’è però chi da per scontato uno stop alle rinnovabili negli Usa, visti i costi proibitivi che avranno le tecnologie green importate dalla Cina. E da noi?
“Nei giorni scorsi, JP Morgan, la più grande banca d’affari Usa, ha detto: prepariamoci a un mondo con +3 gradi centigradi. Vuol dire alzare bandiera bianca sulla transizione ecologica. E però quello che ho visto in Cina la settimana scorsa va in una direzione diametralmente opposta: sono convinti di poter anticipare la carbon neutrality al 2045, ben prima del 2060, che era il traguardo che si erano dati. Quindi due approcci completamente diversi”.
E i dazi di Trump cosa aggiungono?
“Le guerre commerciali producono appunto incertezza. E quando c’è incertezza le imprese rinviano gli investimenti, perché ci si attende una recessione, perché bisogna concentrarsi sullo spostamento delle esportazioni verso altri mercati”.
Le conseguenze per l’Italia?
“I dazi Usa arrivano dopo due anni di calo della produzione industriale e con le imprese abbastanza depresse: purtroppo una stessa misura può avere conseguenze diverse a seconda della ‘psicologia’ del Paese colpito. Mi aspetto quindi un rallentamento di certi investimenti. A meno che non ci siano politiche che sostengano la transizione, proprio perché i dati dimostrano che essa aumenta la competitività e riduce i costi”.
Investire sulle rinnovabili ci affrancherebbe oltre che dal gas di Putin anche da quello di Trump… E’ questo il concetto?
“Certo, e vale per tutta l’Europa. La Cina sta investendo fortemente sulle transizione anche per arrivare all’autonomia energetica. Cina ed Europa sono le due grandi aree economiche del Pianeta a dipendere da fonti energetiche altrui. Vista l’instabilità mondiale, essere autonomi è un importante fattore di stabilizzazione”.
Ma riportare, come vuole fare Trump, la manifattura negli Usa, non è una politica più sostenibile piuttosto che far viaggiare le merci prodotte all’altro capo del mondo?
“Ovviamente sì. Il problema è lo strumento scelto da Trump. Il suo predecessore Biden aveva ideato incentivi e sgravi fiscali per indurre anche aziende straniere a spostare la loro produzione negli Usa”.
I politici contemporanei sono spesso accusati di scarsa lungimiranza e di adottare misure che abbiano effetti positivi immediati. Trump, a torto o ragione, sembra stia adottando una politica di lungo termine: una possibile recessione oggi in cambio di una età dell’oro domani. E’ un cambio di paradigma?
“Trump vuole passare alla storia. E non ha bisogno di essere rieletto. Inoltre dietro di lui c’è un entourage che vuol far sì che questa svolta duri nel tempo. Se dopo questa Amministrazione ci fossero due mandati dell’attuale vicepresidente J.D.Vance saremmo di fronte a un impatto straordinario. Non credo che si possa ragionare solo sul personaggio Trump, occorre concentrarsi su tutto il movimento politico che questa persona incarna. In ogni caso, se gli Usa oggi ragionano sul lungo termine e se la Cina lo fa da molto tempo, non sarà che anche l’Europa dovrebbe farlo?” LEGGI TUTTO