consigliato per te

  • in

    Lavori green, Piero Genovesi: “La riscossa degli specialisti della biodiversità”

    “Quando ho fatto il mio primo colloquio di lavoro, alla fine degli anni ’80, non avevo mai sentito la parola biodiversità”, racconta Piero Genovesi, responsabile dell’area Conservazione della Fauna dell’Ispra e autore di studi fondamentali sulle specie invasive. “Oggi invece è un ambito dove sono richieste competenze e professionalità molto diverse tra loro. Non è più semplice ricerca scientifica, è gestione, pianificazione, comunicazione e innovazione”. Anche perché la biodiversità non riguarda solo la natura, ma anche la garanzia di risorse sane e redditizie. La Ue stima che ogni euro investito nel ripristino degli ecosistemi possa generare un ritorno economico da quattro a trentotto volte superiore.

    I lavori legati alla biodiversità sono ritenuti quasi un hobby. Ma è davvero così?
    ”No, anzi, vedo una crescente richiesta di professionalità in questo ambito. Il bisogno di monitorare, gestire e conservare la biodiversità sta aumentando. Sono richieste competenze elevate: non si parla più solo di vertebrati e piante, ma anche di funghi, batteri, insetti, suolo e microrganismi. Per questo servono specialisti in grado di analizzare aspetti legati agli ecosistemi sempre più complessi. Inoltre, c’è una crescente domanda di esperti in educazione ambientale, divulgazione e consulenza per diverse aziende, comprese quelle agricole e forestali”.

    Quali sono le competenze più richieste?
    “Quelle con elevate competenze in settori specifici, come la genetica ambientale, la bioacustica, l’analisi dei big data; ma anche l’utilizzo di strumenti avanzati come fototrappole, droni e Intelligenza artificiale. Ad esempio, oggi possiamo raccogliere un bicchiere d’acqua da uno stagno e identificare tutte le specie presenti grazie al DNA ambientale. È fondamentale una grande flessibilità: chi lavora in questo settore deve sapersi adattare e collaborare con climatologi, geologi ed ecologi”.

    Come è cambiato il settore rispetto a quando ha iniziato?
    “Nel 1988 il termine “biodiversità“ era praticamente sconosciuto. Si parlava di protezione della fauna, ma in modo molto più limitato. Negli anni ho assistito a una trasformazione radicale: oggi affrontiamo scenari molto più complessi, con strumenti innovativi e una maggiore consapevolezza. E soprattutto con più urgenza. Secondo gli studi europei, l’81% degli habitat europei si trova in stato ‘povero’ o ‘scadente’”.

    L‘Italia ospita oltre 60.000 specie animali, più di un terzo della fauna europea. Quali sono le principali sfide per la biodiversità nel nostro Paese?
    “La più grande minaccia è la perdita di habitat. Negli ultimi decenni le foreste sono aumentate, ma al tempo stesso coste, fiumi e zone agricole hanno subito una forte devastazione. L’agricoltura intensiva, la cementificazione e l’inquinamento restano le principali cause di perdita di biodiversità. Anche le specie invasive rappresentano un problema crescente. Infine, il cambiamento climatico sta amplificando queste minacce”.
    Eppure abbiamo visto le proteste dei trattori, ma anche il ritorno di Trump e un Parlamento europeo più scettico. Come si può convincere anche i critici delle politiche ambientali?
    ”La biodiversità non è un costo, ma un vantaggio. Senza un suolo sano, l’agricoltura non ha futuro. La perdita di insetti impollinatori, ad esempio, mette a rischio intere filiere produttive. Dobbiamo puntare su pratiche innovative come l’agro-fotovoltaico e l’agricoltura di precisione. Ci saranno rallentamenti politici, ma la strada è segnata e il cambiamento inarrestabile”.

    Cosa consiglia ai giovani che oggi immaginano di lavorare nella biodiversità?
    “Studiate molto, specializzatevi, cercate esperienze pratiche sul campo e non abbiate paura di innovare. Il mondo della conservazione ambientale ha bisogno di persone curiose, aperte al cambiamento e disposte a confrontarsi con nuove tecnologie. Ci sono bandi, borse di studio, contratti di ricerca: le porte sono spalancate”. LEGGI TUTTO

  • in

    Lavori green, Cuppoloni: “Le tecnologie pulite aiuteranno l’Europa a tornare competitiva”

    Federico Cuppoloni è alla guida di Cleantech for Italy, iniziativa lanciata a giugno 2024 con il supporto di Breakthrough Energy di Bill Gates che ha come obiettivo quello di porre le tecnologie pulite al centro della strategia industriale italiana, non solo come leva di decarbonizzazione e sostenibilità, ma come motore di competitività, sicurezza energetica e sviluppo socioeconomico. Il settore ha infatti il potenziale per rafforzare il tessuto industriale del Paese, attrarre investimenti strategici e creare nuove opportunità di lavoro, contribuendo alla crescita di aree chiave per l’economia nazionale.

    Il settore cleantech italiano continua a evolversi, mostrando dinamicità in un contesto economico globale complesso. Secondo Cleantech for Italy e MITO Technology, che rilasceranno nei prossimi giorni il Cleantech for Italy 2024 Annual Briefing, nel 2024 gli investimenti complessivi in tecnologie verdi hanno raggiunto i 230,8 milioni di euro. Pur registrando un calo rispetto al 2023, il settore ha mantenuto un’intensa attività di investimento: nel solo comparto Venture Capital si sono concluse 72 operazioni, un record storico sostenuto dalla nascita di nuovi fondi specializzati. Positivo anche l’andamento degli strumenti di debito, trainato in particolare dagli investimenti della Banca Europea per gli Investimenti in Tau Group e BeDimensional.

    “L’Italia ha compiuto progressi significativi nel sostegno alle tecnologie emergenti, grazie alla nascita di veicoli di investimento dedicati. L’aumento dei capitali disponibili sta spingendo sempre più soluzioni fuori dai laboratori e verso il mercato. Tuttavia, la fase cruciale di scale-up resta in gran parte scoperta: le imprese italiane faticano ad accedere a strumenti di blended finance, mentre un contesto regolamentare poco competitivo le penalizza rispetto ad altri mercati. Questo ostacola l’industrializzazione dell’innovazione, privando il sistema produttivo e l’economia italiana di un potenziale trasformativo.

    Il vero paradosso? Mentre gli imprenditori cleantech stanno rivoluzionando la tecnologia, finanza e politica non hanno saputo innovare con la stessa rapidità. La buona notizia è che non è troppo tardi per colmare questo gap: il fermento attorno queste tecnologie in Italia è innegabile e offre un’opportunità concreta per accelerare la transizione industriale del Paese.”

    In Italia, il dibattito è concentrato sull’alto costo dell’energia e sulle implicazioni per il settore industriale. Che ruolo hanno le tecnologie verdi in questo scenario?
    Questo è un tema di grande rilevanza, che necessita di misure emergenziali tanto quanto di una visione di medio e lungo termine per ridefinire lo scenario energetico industriale italiano. La crisi post-2022 ha mostrato chiaramente che la dipendenza dal gas ha reso il nostro sistema industriale fragile e vulnerabile agli shock dei prezzi. Per rendere le imprese più indipendenti da queste dinamiche, è fondamentale accelerare la penetrazione delle rinnovabili, sostenendola con una regolamentazione agile, investimenti in infrastrutture e nuovi strumenti di mercato, come i Power Purchase Agreements (PPA), che garantiscono prezzi più stabili e prevedibili, disaccoppiandoli da quelli del gas.

    In questo contesto, il cleantech diventa un complemento essenziale, permettendo di sfruttare al meglio l’energia rinnovabile e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Le tecnologie più immediate sono quelle legate all’accumulo energetico – incluso quello a lunga durata (Long-Duration Energy Storage, LDES), fondamentale per integrare le rinnovabili, migliorare la stabilità dell’approvvigionamento e ridurre la volatilità dei prezzi – e le soluzioni di potenziamento della rete, per la modernizzazione e il rafforzamento della rete elettrica. Allo stesso tempo, ci sono opportunità concrete legate all’elettrificazione diretta della domanda industriale, con tecnologie già disponibili per l’industria, come pompe di calore industriali e batterie termiche, che possono già oggi fornire calore a basse e medie temperature, abbattendo i consumi di gas. Grazie a processi di innovazione in corso, le batterie termiche potranno arrivare fino a 1.500°C, aprendo la strada alla decarbonizzazione di settori hard-to-abate.

    L’Italia ha eccellenze in molti di questi ambiti, da Energy Dome per lo stoccaggio a Magaldi per le batterie termiche, e un tessuto industriale con le competenze per guidare questa transizione. Tuttavia, per arrivare a un’adozione su larga scala, serve una politica industriale ambiziosa che mobiliti risorse finanziarie (sia pubbliche che private) e coordini gli incentivi in modo efficiente e mirato, evitando frammentazioni. Allo stesso tempo, è essenziale una regolamentazione agile e stabile, capace di costruire business case solidi per le imprese e attrarre investimenti di lungo periodo. Senza un intervento strategico, il rischio è che la transizione industriale avvenga in modo disordinato o che l’Italia resti indietro rispetto ai Paesi che stanno già consolidando filiere industriali competitive.

    Qual è il ruolo di Cleantech for Italy in questo disegno di politica industriale e quali sono le vostre raccomandazioni per i decisori?
    Cleantech for Italy nasce per riunire i principali attori della catena dell’innovazione verde in Italia e contribuire a definire un percorso che permetta al nostro Paese di coniugare la decarbonizzazione con nuove opportunità economiche, industriali e strategiche. La nostra coalizione accoglierà università, centri di ricerca, aziende leader nelle tecnologie pulite, fondi di investimento e banche, coprendo così l’intero ciclo di sviluppo dell’innovazione.

    L’Italia ha compiuto passi importanti nello sviluppo tecnologico, ovvero nella fase intermedia tra la ricerca scientifica e la dimostrazione industriale. L’emergere di fondi specializzati e il ruolo di CDP Venture Capital hanno rafforzato questa fase, dotando il Paese di risorse adeguate per sostenere gli innovatori fino alla maturazione della tecnologia. Tuttavia, restano due lacune fondamentali da colmare.

    La prima riguarda il passaggio dalla ricerca all’impresa. Nonostante l’alta qualità della ricerca scientifica, l’Italia genera ancora troppo poche aziende cleantech. Un ostacolo chiave è la frammentazione dei meccanismi di trasferimento tecnologico tra università e centri di ricerca, che limita la capacità di trasformare l’innovazione in progetti imprenditoriali concreti. È essenziale armonizzare questi processi, creando un ecosistema più coordinato e accessibile per i ricercatori e i primi investitori.

    Un’altra lacuna cruciale riguarda il mix di strumenti finanziari e regolatori necessari affinché una tecnologia possa superare le fasi critiche di dimostrazione tecnologica, tipicamente associate a progetti First-of-a-Kind (FOAK). Per colmare questo divario, è fondamentale potenziare gli strumenti di blended finance, combinando equity, debito e grant in modo da ridurre il rischio percepito dagli investitori e incentivare l’ingresso di capitali privati.

    Per questo motivo, proponiamo con forza la creazione di strumenti di garanzia dedicati. Queste garanzie non solo attrarrebbero capitali privati, ma ridurrebbero anche l’esposizione dello Stato, rendendo l’intervento pubblico più efficiente e scalabile. Parallelamente, è necessario rafforzare le politiche di incentivazione della domanda, affinché queste tecnologie possano accedere a mercati di sbocco e diventare investimenti competitivi su scala industriale.

    Se vogliamo che l’innovazione verde prodotta in Italia si trasformi in un vantaggio competitivo per il Paese, dobbiamo costruire un percorso che le permetta di arrivare sul mercato e affermarsi su scala industriale. Creare un contesto più favorevole per la nascita di startup, sbloccare strumenti di finanziamento adeguati per la fase di dimostrazione e rendere il quadro regolatorio più attrattivo per gli investitori sono azioni imprescindibili per fare dell’Italia un hub industriale nel cleantech.

    Ha citato il Clean Industrial Deal. Qual è la vostra posizione su questo nuovo programma politico europeo?
    L’attuale crisi industriale in Europa lascia pochi dubbi sull’importanza del Clean Industrial Deal per rilanciare la competitività del nostro continente. Il focus sulla competitività annunciato dalla Commissione Europea attraverso la sua Bussola per la competitività è un segnale positivo. Da tempo, nel settore sottolineiamo la necessità di affiancare alle politiche di net zero un’attenzione costante alla creazione di un ecosistema industriale competitivo, capace di generare nuovi campioni europei in settori emergenti.

    L’Europa ha già dimostrato la sua capacità di innovare e competere sui mercati globali con esempi di eccellenza, come la già citata Energy Dome. Tuttavia, per far crescere il cleantech europeo e consolidare una leadership industriale, il Clean Industrial Deal deve innescare due segnali di mercato decisivi, che abbiamo ribadito in una lettera indirizzata alla Commissione Europea e firmata insieme a oltre cento innovatori e investitori europei.

    Anzitutto, un forte shock della domanda per accelerare l’adozione di tecnologie innovative nel tessuto industriale europeo. Questo permetterebbe di rafforzare settori chiave, come l’acciaio, i trasporti e la chimica, mitigando gli effetti dei costi energetici delle catene di approvvigionamento globali. In secondo luogo, meccanismi di de-risking pubblici per attrarre capitali privati su larga scala. Oltre a garanzie pubbliche e veicoli di blended finance, strumenti come i Carbon Contract for Difference (CCfD) sono essenziali per sostenere gli investimenti in infrastrutture critiche e nuovi impianti produttivi. LEGGI TUTTO

  • in

    Più potenza a costo zero: come risparmiare in casa con la ricarica “intelligente” per l’auto

    Tornano le agevolazioni sul costo di ricarica delle auto elettriche per chi usa le colonnine domestiche. È partita infatti la nuova campagna di sperimentazione a cura del GSE che consente di ricaricare il proprio veicolo elettrico con una potenza di 6 kW, di notte, di domenica e negli altri giorni festivi, senza un amento dei […] LEGGI TUTTO

  • in

    Lavoro, quante balle sulla green economy

    In una delle scene più iconiche di “The Apprentice”, il film sulle origini di Donald Trump, l’allora giovane tycoon dice: “La verità è solo quella che tu dici”. Non contano i fatti e la realtà, insomma. L’importante è la propaganda. E di quella contro la green economy ce n’è a tonnellate. Lo schema è sempre lo stesso: c’è un problema (nel caso specifico: la crisi economica, soprattutto della classe media occidentale), si individua un nemico immaginario e gli si dà addosso per trovare consenso. Anche se gli elementi a supporto dell’attacco non hanno alcun riscontro. Per esempio: l’energia da fonti rinnovabili non è conveniente; e infatti lo abbiamo visto con i costi alle stelle del gas importato dalla Russia e altre democrature. Oppure: le vetture elettriche stanno mettendo in ginocchio l’industria automotive; con la crisi dei consumi, siamo sicuri che, se sul mercato ci fossero solo auto a benzina o diesel, i concessionari sarebbero tutti pieni?

    Le verità e soprattutto i fatti sono altri. Proviamo quindi a smontare uno dei principali miti degli avversari dell’ambiente: l’occupazione (e quindi anche la crescita) è penalizzata dalla green economy. Ma in Italia, per esempio, i numeri dicono che i lavoratori green sono quasi 3,2 milioni, il 13,4% del totale, e il 35% dei nuovi contratti nel 2023 sono stati per professionisti verdi: ingegneri, bioinformatici, certificatori, installatori, designer, chef e altre figure le cui storie trovate nelle prossime pagine.Per questo anche le università si stanno attrezzando per formare le nuove professionalità richieste dal mercato. Ma non basta: se le cose non cambieranno, il divario tra domanda – più alta – e offerta di talenti green sarà sempre più ampio, raggiungendo il 101,5% nel 2050 (dato globale).E le cose possono cambiare solo con una visione politica e strategica dei prossimi decenni. Per guardare in casa nostra, l’Europa ha un’occasione storica. Presa nella morsa di due potenze ostili – Cina e Usa (le prime mosse dell’amministrazione americana non sono certo quelle di un alleato) –, può decidere di investire su ricerca scientifica e green economy per rilanciarsi e competere alla pari. Come? Nelle prime settimane della sua presidenza, per esempio, Trump ha firmato una serie di decreti che minano la ricerca pubblica statunitense, con tagli ai fondi e limitazioni alla sua libertà di azione. È un’opportunità unica per l’Europa: portare da questa parte dell’Atlantico i tanti ricercatori penalizzati dalle decisioni della Casa Bianca. Servono soldi per attrarli e un progetto (sociale e industriale) per il futuro. E il denaro non è il primo dei problemi.

    Il nuovo numero di Green&Blue, dedicato alle professioni green, sarà in edicola mercoledì 5 marzo con Repubblica e anche online LEGGI TUTTO

  • in

    Ora Trump ordina l’abbattimento di migliaia di ettari di foreste

    Non solo la scure per i tagli alle spese pubbliche, ma anche la motosega per abbattere gli alberi. Nel weekend il presidente Usa Donald Trump ha approvato un ordine esecutivo che prevede l’abbattimento di migliaia di ettari di foreste americane, aggirando potenzialmente le indicazioni sulla protezione delle specie, nel tentativo di ottenere legname più velocemente e ridurre le importazioni dal Canada, Paese con cui è in corso un importante braccio di ferro sulla questione dazi. La direttiva voluta dal neo presidente Usa mira a soddisfare l’aumento di offerta interna di legname per avvantaggiare costruttori di case e industria edile. Dunque la motosega simbolo del presidente argentino Javier Milei, Trump la imbraccia per davvero: l’obiettivo è una “immediata espansione nella produzione di legname”.

    Il vertice

    Cop16 chiude con un accordo (al ribasso) sulla biodiversità

    28 Febbraio 2025

    Le preoccupazioni di scienziati e ambientalisti
    “La produzione di legname, carta, bioenergia e altri prodotti in legno è fondamentale per il benessere della nostra nazione” scrive Trump nero su bianco e giustificando l’uso della scure su tutto il territorio nazionale, quasi 113 milioni di ettari di foreste nazionali e terre pubbliche.
    Una mossa che non fa che aumentare le preoccupazioni di scienziati e ambientalisti per lo smantellamento continuo, nell’ultimo mese, delle politiche climatiche e ambientali degli Stati Uniti. Dopo l’uscita dagli Accordi di Parigi, la rimozione e l’oscuramento dei concetti di crisi climatica dai siti federali e le migliaia di licenziamenti di dipendenti pubblici che riguardano in particolar modo ricercatori, forestali ed esperti delle agenzie federali su clima, meteo e protezione della natura, mentre l’America punta a “trivellare” ovunque e spingere sui combustibili fossili, ora c’è il rischio che anche i grandi alleati nella lotta al surriscaldamento globale, ovvero quei miliardi di alberi che assorbono CO2 e preservano la biodiversità, vengano presto abbattuti per alimentare l’industria del legname.

    Il vertice

    Cop16 chiude con un accordo (al ribasso) sulla biodiversità

    28 Febbraio 2025

    “Legno troppo protetto dalle norme”
    La visione di Trump indica come gli States abbiano “una abbondanza di risorse di legname” da sfruttare, ma finora il legno è stato a suo dire troppo protetto da normative – come quelle relative alla protezione delle specie a rischio nelle foreste – che hanno impedito un rapido accesso a queste risorse. Il dito è puntato in particolare contro l’Endangered Species Act che richiede valutazioni ambientali approfondite per garantire per esempio che attività come il disboscamento non danneggino la fauna selvatica e gli ecosistemi, valutazioni che possono far durare anni i processi di approvazione per i progetti di disboscamento. Di conseguenza, con l’ordine firmato il primo marzo, Trump punta a fare emanare “nuove linee guida” che possano agevolare l’aumento della produzione di legname, aggirando quelle norme di protezione.

    Gli ambientalisti: “Peggiorerà effetti sul clima”
    Per l’associazione no profit sui diritti ambientali Earthjustice “questo ordine esecutivo mette in moto una motosega libera per tutti nelle nostre foreste federali. Gli americani apprezzano le nostre foreste per tutti i benefici che offrono, come svago, aria pulita e acqua potabile pulita. Ma questo ordine ignora questi valori e apre la porta al saccheggio di terre selvagge, il tutto per nient’altro che un guadagno aziendale. A lungo termine, questo peggiorerà gli effetti del cambiamento climatico, distruggendo anche l’habitat critico della fauna selvatica” sostiene Blaine Miller-McFeeley di Earthjustice.

    Il vertice

    Cop16 chiude con un accordo (al ribasso) sulla biodiversità

    28 Febbraio 2025

    L’ordine emanato dal presidente Usa si basa sul concetto che la dipendenza del legname da altri Paesi sia un fattore che “minaccia la sicurezza nazionale”, per tanto – mentre il presidente sta considerando tariffe sulle importazioni di legno da Canada, Brasile e altri Paesi – l’idea è quella di una sorta di via libera alla possibilità di aggirare gli attuali livelli di protezione (delle specie e degli alberi) per dare vita a un mercato interno del legname “affidabile”.
    Per Randi Spivak del Centre for Biological Diversity quest’ordine “scatenerà motoseghe e bulldozer sulle nostre foreste federali”, minando la funzione degli alberi nella lotta alla crisi climatica e aumentando la perdita di quella biodiversità che è stata recentemente al centro degli accordi di 150 Paesi nella Convenzione sulla Biodiversità, la COP16 che si è tenuta a Roma, dove però i delegati degli Stati Uniti non erano presenti.

    78 milioni di ettari di foreste a rischio
    Anche se gli scienziati hanno ricordato come nei devastanti incendi che hanno colpito il Paese ci sia lo zampino della crisi climatica, che tra terreni più secchi e aumento delle temperature rende i fenomeni meteo e la devastazione più intensi, l’amministrazione Trump sostiene che aumentare il numero dei tagli sia un modo per “ridurre il rischio di incendi boschivi”, un sistema che viene indicato anche nel famoso Project2025, le linee guida conservatrici della Heritage Foundation che suggerivano tagli ai principali istituti scientifici.
    In tutto ciò la scorsa settimana Trump ha nominato Tom Schultz, ex dirigente dell’industria del legname, a capo del Forest Service, l’agenzia che dovrebbe supervisionare almeno 78 milioni di ettari di foreste nazionali e terreni pubblici. Nel frattempo, sebbene molte delle scelte della amministrazione Usa siano state spiegate con la necessità di “migliorare la gestione forestale”, nell’America dove migliaia di forestali sono appena stati licenziati si stanno anche interrompendo i finanziamenti relativi alla piantumazione di alberi.
    Stop ai finanziamenti
    In molte aree degli Stati Uniti, come per esempio in quelle che furono colpite vent’anni fa dall’uragano Katrina, erano in corso programmi e progetti per ripristinare chiome arboree e foreste che erano state distrutte. Uno dei più grandi finanziamenti, 75 milioni di dollari da destinare alla Arbor Day Foundation da parte del Forest Service, è stato infatti recentemente interrotto dal governo: la sovvenzione faceva parte della legge sul clima firmata dall’ex presidente Joe Biden, l’Inflation Reduction Act, ma Trump – con l’ennesimo colpo di motosega – ha deciso di tagliarla, esattamente come farà in futuro per molti dei grandi alberi americani. LEGGI TUTTO

  • in

    La pianta dalla doppia fioritura che resiste al caldo

    In Italia e nei Paesi mediterranei cresce una pianta che ha un piano B per sopravvivere ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità. Fiorisce sia in primavera che in estate per attirare il maggior numero possibile di impollinatori diversi, dalle api fino alle formiche. Molte lo fanno, per carità, alcune anche per sbaglio perché […] LEGGI TUTTO

  • in

    Dalla parte degli insetti, parla Vicki Hird: “Sì, chiediamoci se le formiche sono felici”

    L’entomologa suona la carica. Perché l’aragosta, per citare un memorabile libro di David Foster Wallace, va considerata. E con lei la lunga, sterminata schiera di invertebrati di cui poco s’interessa il grande pubblico. Anche per questo la biologa inglese Vicki Hird scende in campo, ancora una volta, al fianco degli insetti. Dopo il suo Rebugging the planet (mai tradotto in italiano), un appassionato atto d’amore per gli invertebrati, ha fatto molto discutere in questi giorni un articolo per The Guardian dal titolo emblematico: “I vermi provano dolore e le formiche sono felici? Perché la ricerca sui sentimenti degli invertebrati si sta evolvendo”.

    Il tema, molto dibattuto in letteratura scientifica, è quello del benessere degli insetti e della presenza di meccanismi di regolazione della nocicezione, ancorché primitivi: qualcosa di potenzialmente simile al dolore propriamente inteso. Vicki Hird – che nella sua biografia ufficiale si definisce bug lover – ne parla a Green&Blue dalla sua casa di Londra.

    Davvero siamo in grado di comprendere se un verme prova dolore se calpestato?“C’è un crescente corpus di lavori che affrontano le tipologie di criteri e misurazioni che si potrebbero usare per valutare se gli invertebrati, che – ricordo – rappresentano il 95% di tutte le specie animali, siano senzienti. È un’area di studio entusiasmante, che coinvolge diversi ricercatori o nel Regno Unito, tra cui Andrew Crump, che è stato in grado di dimostrare – attraverso una serie di misurazioni – che gli invertebrati più grandi, in particolare granchi e polpi, possano ‘sentire’, utilizzando metodi simili per testare la sensibilità dei vertebrati. Quindi è solo questione di tempo. Ma abbiamo bisogno di misurazioni multiple: non esiste un singolo attributo del comportamento che ci dia le risposte. Spero vivamente che si possano elaborare risposte per i vermi e tutti gli esseri del pianeta. L’obiettivo ultimo è di assicurarci di trattarli nel modo più umano possibile”.Se gli invertebrati avvertono dolore, c’è un tema non marginale che si fa largo e riguarderebbe i loro diritti. Da un punto di vista legislativo, quali sono i Paesi più avanzati? Ritiene che le cose potrebbero cambiare in futuro?“Questa è una domanda molto interessante: non tutti sanno, del resto, che già oggi esistono leggi sulla sensibilità per gli animali, inclusi cefalopodi e crostacei decapodi, in diversi paesi tra cui Nuova Zelanda, Svizzera, Norvegia, Canada e persino in alcuni Paesi dell’Unione Europea. Nel Regno Unito, per la prima volta, gli invertebrati sono stati inclusi nell’Animal Welfare (Sentience) Act 2022, che è stato modificato per includere alcuni grandi invertebrati ed è stato approvato solo di recente. Per quanto ne so, però, non esistono ancora tutele legislative per gli invertebrati ‘inferiori’, che costituiscono di gran lunga il maggior numero di animali sul pianeta”.Nelle pagine del suo “Rebugging the Planet” sottolinea quanto gli invertebrati siano essenziali, per il bene nostro e del pianeta. Da dove nasce il suo grande interesse per formiche, api e granchi?“Ho iniziato da piccola ad affascinarmi agli invertebrati, insetti in primis, e un po’ a tutto il mondo naturale. Allevavo formiche in una scatola, sotto il letto. Ho poi avuto un grande insegnante di biologia a scuola, che mi ha indirizzato sulla strada della ricerca: così, ho conseguito una laurea in biologia e ho finito per studiare gli impatti dei pesticidi e, subito dopo, a intraprendere un master in gestione dei parassiti con focus sull’agricoltura. Il resto è nato da quell’interesse”.Le popolazioni di insetti nel Regno Unito stanno diminuendo a un ritmo allarmante, al punto che il governo sta valutando di mettere in atto piani per monitorare e ridurre l’uso e la tossicità dei pesticidi prima che sia troppo tardi. La situazione è così allarmante?“Sì, lo è. Perché allarmante è il ritmo con il quale registriamo il declino di alcune specie e, soprattutto, perché stiamo esaurendo il tempo a nostra disposizione. Alla base del declino di molte specie di insetti ci sono molti fattori: dalla perdita di habitat e dal cambiamento climatico all’inquinamento luminoso, fino naturalmente ai pesticidi. Stiamo ancora aspettando un sistema efficace per affrontare questo problema in modo efficace, elaborando magari un nuovo National Action Plan on The Sustainable Use of Pesticides, con sette anni di ritardo. Ci sono stati alcuni progressi su alcune sostanze chimiche davvero problematiche, penso ad esempio al recente divieto di insettici di neonicotinoidi, che sono estremamente tossici: attaccano infatti il sistema nervoso degli insetti e, anche a basse dosi, le api e i bombi sono disorientati, non trovano più il loro alveare. Ma sono considerati molto efficaci e così vengono ancora utilizzati in tutto il mondo. E ora nel Regno Unito abbiamo un sostegno finanziario per gli agricoltori che utilizzano sistemi di gestione integrata dei parassiti: si tratta di un passo molto importante”.Qual è la sua opinione sul consumo di insetti per uso alimentare?“Due miliardi di persone in tutto il mondo mangiano regolarmente insetti, non mi sentirei di dire che non dovrebbero farlo: sono, anzi, una fonte vitale di proteine e del resto vengono utilizzate da molte centinaia di anni. Ma la moderna produzione industriale di insetti come cibo, beh, è più problematica: potrebbe avere un ruolo nel sostituire fonti di proteine molto più problematiche e dannose, in particolare la carne di animali da allevamento intensivo. Ma dovrebbe essere effettuata in modo sostenibile, avendo realmente a cuore il benessere degli animali a cuore e il rispetto delle normative. Ma non credo che l’allevamento di miliardi di insetti come mangime per animali sia giustificabile: potrebbe sostenere un sistema di allevamento intrinsecamente crudele e insostenibile da cui ben guardarci, dato il suo impatto sulla fauna selvatica, sul clima, sulla salute umana e così via.

    Lei è anche Strategic Lead on Agriculture per il “The Wildlife Trusts” ed è stata responsabile di “Sustainable Farming for Sustain”, l’alleanza per un cibo e un’agricoltura migliori. Ha più volte sostenuto l’opportunità di non vietare la carne d’allevamento. Come pensa che si possa risolvere, allora, il problema della sostenibilità alimentare?“Per trent’anni ho sostenuto campagne volte a ripensare il sistema agricolo e alimentare su traiettorie molto differenti, in cui carne e latticini si configurino come parte residuale della nostra dieta. Non ci si aspetta che vengano eliminati del tutto e in molte regioni possono essere una parte vitale della cultura, degli ecosistemi, delle comunità e delle economie. Ma non possiamo risolvere la maggior parte dei problemi di utilizzo delle risorse, mitigazione dei cambiamenti climatici, giustizia ambientale, cattiva salute correlata alla dieta umana e ripristino della natura senza una consistente riduzione del consumo di carne e latticini”.Ha paura delle politiche ambientali di Trump?“Sì. Il taglio alla ricerca e all’azione sul clima sono un autentico disastro. Anche la protezione della natura è fondamentale. Quello che sta facendo il presidente degli Stati Uniti è terrificante: la conseguenza è che ora è il resto del mondo a dover fare un passo avanti con maggiore determinazione. In fretta”.Qual è il suo rapporto con l’Italia?“Adoro visitarla, trovo gli italiani accoglienti e affascinanti, adoro il cibo e sono estremamente interessata alla sua storia. Il mio ultimo viaggio è stato in Sud Italia, tra Napoli, Sorrento e il Vesuvio”. LEGGI TUTTO

  • in

    Escallonia: tutte le varietà e la giusta cura per una bella fioritura

    L’escallonia si presenta come una pianta sempreverde, originaria del nord e sud America, e appartenente alla famiglia delle escalloniacea. Per prendersene cura nel modo migliore, abbiamo elaborato una piccola guida per la coltivazione delle diverse varietà, così da poter ottenere una bella fioritura profumata e colorata.

    La coltivazione e la cura dell’escallonia
    Questo arbusto sempreverde è una pianta utilizzata molto spesso per creare delle belle siepi sistemando le piante a 60-100 cm di distanza le une dalle altre. Non ha particolari richieste per la cura l’escallonia, poiché si tratta di una specie abbastanza rustica. L’escallonia, però, non è solo ideale per la coltivazione in piena terra: infatti, è possibile sistemare la pianta anche in balcone, coltivando la pianta in vaso. Va rammentato anche che si tratta di una pianta che resiste molto alla salsedine e, di conseguenza, può essere la soluzione ideale per tutti quei giardini e terrazzi in località di mare. Si tratta di arbusti che sopportano un’esposizione diretta anche alla luce del sole e al vento. Dal punto di vista estetico, questa pianta di presenta con foglie lucide e di colore verde scuro che creano una fitta vegetazione per delimitare le abitazioni. Non cresce molto in altezza, poiché raggiunge al massimo 1.5-2,5 metri. La temperatura ideale per la sua crescita è compresa tra i 10°C e i 25°C per quanto riguarda le aree temperate, ma se si selezionano esemplari più resistenti come l’escallonia rubra macrantha si può avere più tolleranza. Infatti, a seconda della varietà prescelta si riesce ad avere una pianta che resiste fino a -5°C/-10°C. Ad ogni modo, con lunghi periodi di freddo è necessario acquistare del tessuto non tessuto per preservare la pianta e il terreno dal gelo.

    Le varietà più note
    Sono diverse le varietà di escallonia che si può decidere di coltivare in piena terra oppure in balcone. Qui di seguito abbiamo raccolto alcune delle varietà che si possono trovare con maggiore facilità e che differiscono tra di loro per le caratteristiche con cui si presentano:
    Escallonia rubra: detta anche escallonia rossa, è una specie originaria del Cile meridionale e dell’Argentina e può raggiungere i 3,6 metri d’altezza. È una sempreverde con foglie lucide, ellittiche e seghettate con corteccia ruvida di colore leggermente rosso che man mano sfuma verso il marrone-grigio. I fiori, che sbocciano tra luglio e ottobre, hanno una forma di tromba, sono a grappoli e di colore rosa-cremisi.
    Escallonia red dream: questo arbusto ha foglie verde brillante e fiori di colore rosso che si possono ammirare tra l’estate e l’autunno. Le siepi si adattano a qualunque terreno, ma se si verificano gelate è fondamentale proteggerle.
    Escallonia nana: è un arbusto di piccole dimensioni che può arrivare a un massimo di 60-80 centimetri. La fioritura è di colore rosso e si può osservare tra maggio e settembre.
    Escallonia illinita: è una sempreverde che si adatta anche alle aree più ventose ed ha un profumo speziato, specie con l’arrivo della stagione invernale. I fiori di questa pianta, che arriva a 2,5 metri al massimo, sono di colore rosa e si possono ammirare tra luglio e agosto. È molto resistente al freddo.
    Escallonia apple blossom: per creare piccole bordure si può sfruttare questa pianta che si presenta con fogliame verde luminoso e fiori di colore rosa che ricordano, proprio come dice il nome, quelli della mela. È resistente al vento, al freddo e alla salinità.
    Escallonia laevis pink elle: è un cespuglio con foglie lucide e una fioritura estiva con fiori di colore rosa e sfumature di bianco. La fioritura può proseguire per tutta l’estate e protrarsi anche in autunno. Raggiunge gli 80-100 cm di altezza ed è ideale per le aiuole.

    La fioritura
    La fioritura di questo cespuglio sempreverde è in estate. Sui rami nuovi si possono notare grandi fioriture e, proprio per questo, in primavera è suggerito effettuare la potatura. I fiori hanno una forma di stella e sono riuniti in gruppi. A seconda della varietà che si decide di coltivare nel proprio giardino o in balcone è possibile avere fioriture di diverso colore. Infatti, ci sono fiori di colore rosa, rosso e bianco.

    Il terreno e le annaffiature
    L’escallonia gradisce un tipo di terreno privo di eccessi idrici: proprio per questo, è preferibile selezionare dei terreni ben drenati. In alternativa, se si decide di coltivare la pianta in vaso è fondamentale scegliere un terriccio universale libero e leggero, magari posizionando sul fondo del contenitore dell’argilla espansa o mischiando il terriccio con della sabbia. Rammentiamo che è una pianta che sopporta abbastanza bene i periodi di lunga siccità. Quindi, per quanto riguarda le annaffiature è importante considerare che si devono fare nella bella stagione, sempre facendo attenzione al fatto che il terreno sia asciutto.

    La concimazione
    L’escallonia può essere concimata con un fertilizzante a lenta cessione: in questa maniera, l’arbusto si mantiene rigoglioso e sano, offrendo sempre una meravigliosa fioritura. La concimazione si fa tra la primavera e l’estate, così da lasciare riposare la pianta nella fase in cui è terminata la fioritura. In inverno, trattandosi di un periodo di riposo, non è più necessario somministrare del fertilizzante.

    La moltiplicazione della pianta
    È possibile ottenere nuove piante di escallonia effettuando una talea semilegnosa di 10-15 cm. A tal proposito, è importante recuperare un rametto sano e non fiorito dalla parte bassa del sempreverde e controllare che siano presenti almeno due serie di foglie in cima. In questo modo, si può sistemare il bastoncino in acqua oppure direttamente nel terreno, attendendo la comparsa delle prime radici.

    Il rinvaso e la potatura
    Il rinvaso di un esemplare come quello nano, che si addice maggiormente alla coltivazione in vaso, si può effettuare in primavera. È importante selezionare un vaso che si di poco più grande così da offrire il giusto spazio alla pianta. Inoltre, bisogna utilizzare un buon terreno drenante e sterile, così da non incorrere in nessuna problematica. Per quanto riguarda la potatura, invece, è da farsi con temperature miti: a maggio e alla fine del mese di agosto si può operare al meglio sulla pianta, utilizzando delle cesoie pulite. Prima dell’inverno si potrà sistemare la siepe per donare una forma più arrotondata e favorire così una bella fioritura e una forma più ordinata.

    Le malattie e i parassiti più comuni
    Come avviene per molte piante, anche l’escallonia può essere attaccata dagli afidi. Non appena si nota il problema è necessario acquistare un prodotto specifico che permette di eliminarli. Tra gli ulteriori problemi che possono sorgere con la coltivazione dell’escallonia ricordiamo quelli connessi all’eccessiva somministrazione di acqua: la pianta odia i ristagni idrici e, nei casi peggiori, potrebbe anche morire per via del marciume radicale. Può essere attaccata anche da funghi che invadono i tessuti della pianta e ne ostacolano il passaggio dei nutrimenti e dell’acqua. LEGGI TUTTO