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La nuova Pac e i dazi Usa: così l’Europa rischia di restare indietro

“Facite ammuina”, ovvero “fate confusione”. Così recitava l’articolo 27 dei Regolamenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841: un ordine per creare disordine, fumo negli occhi più che sostanza. Una formula che torna in mente leggendo le prime indiscrezioni sulla nuova Politica agricola comune (Pac) 2028-2034.

Era stata promessa una rivoluzione silenziosa e ha finito per deludere e preoccupare tutti, intimoriti dal veder creare un unico contenitore che non finanzierà più soltanto l’agricoltura, ma anche coesione, lavoro, migrazioni e persino difesa. Alla fine, facendo confusione, si scava sempre più il solco delle differenze tra gli Stati membri, ancor di più con un bilancio di programma che perde quasi 90 miliardi di euro rispetto alla precedente programmazione. E gli slanci verso un riarmo generale sembrano riportare l’Europa indietro nel tempo e nella storia.

Che fine hanno fatto le ambizioni di tutela dell’ambiente, di cambio di paradigma, di neutralità carbonica? Che fine ha fatto l’idea di un sistema di produzione agroalimentare capace di preservare gli ecosistemi da ogni tipo di dissesto, favorendo l’agroecologia e i modelli sostenibili, guardando alla biodiversità come strumento di resilienza? La deriva produttivistica, finalizzata a un sistema globale sostenuto dalla massimizzazione dei profitti sulle spalle di agricoltori responsabili e di cittadini ancora troppo spesso ignari, torna a farsi dominante, affievolendo quel processo che con la Farm to Fork aveva preso consistenza e che, con pochi colpi di spugna, è quasi scomparso.

Il tema chiave di cui oggi si discute di più sono i dazi, che hanno spento l’attenzione sulla crisi climatica. Mentre, da un lato, le innovazioni tecnologiche hanno abbattuto in tempi rapidissimi le barriere culturali, linguistiche e sociali tra i popoli del pianeta, da un altro lato il balzello dei dazi ha messo l’Europa di fronte a una politica tanto anacronistica quanto ridicola. Per i prossimi anni, almeno tre, i dazi rappresenteranno un’arma di ricatto, variabile quanto gli umori di chi li brandisce, e sarà complesso venirne a capo. Oggi si mettono, domani si levano, oggi alti, domani bassi, gestendoli con la stessa facilità con cui abbiamo visto ritirare le firme dagli accordi internazionali sul clima, impegni di lungo periodo che sono l’unica vera scommessa per il nostro futuro.

E se li guardassimo al contrario? Se i dazi li pagasse chi inquina e non mitiga, chi non si impegna a compensare? Alziamo il tono, facciamo sentire la voce di chi è consapevole che un sistema produttivo estrattivistico e noncurante degli effetti sugli ecosistemi non è più accettabile. Chi continua ad applicarlo paghi un dazio che finirà per abbassare i profitti reali e forse determinerà l’esigenza di ripensare il paradigma.

L’Europa, con la nuova Pac, rischia di prendere la strada della debolezza, invece di rafforzare il settore primario e dare un futuro agli ecosistemi, in barba ai dazi.

Oggi, sembra voler scegliere una strada con ambizioni agroambientali al lumicino, pur in presenza di modelli di gestione sostenibile delle aziende che si basa, in una visione olistica, sull’integrazione di pratiche ambientali, sociali ed economiche (i pilastri ESG) per creare valore nel lungo periodo senza compromettere le risorse e gli equilibri futuri.

Ci vuole coerenza, ci vuole coraggio, ci vuole capacità di discernere ciò che garantisce il futuro delle comunità che vivono questo pianeta dal tentativo continuo di indirizzare le politiche a beneficio di pochi. Ci vuole rispetto sociale, rispetto per le culture dei popoli e dei territori. Lasciare che qualunque comunità, ancorché piccola, resti indietro per le ferite inferte dall’inequità sarà un peso e una perdita di immenso valore per le future generazioni. Come far conciliare questa prospettiva in un regime globale complesso appare un rebus, ma fare ‘ammuina’ serve oggi probabilmente solo a confondere i cittadini, a porgere una mano da un lato ritirando l’intero braccio dall’altro, spegnendo ogni entusiasmo in chi quotidianamente resiste con impegno.

(Francesco Sottile è Vicepresidente di Slow Food Italia)


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml


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