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    Lavori green, l’idrologa: dalla siccità ai fiumi in piena impariamo a gestire l’acqua

    “Il mondo della Protezione civile mi ha sempre affascinato. Ma l’evento che mi ha fatto capire che volevo lavorare in quest’ambito è stato il terremoto dell’Aquila del 2009: avevo 18 anni e dovevo scegliere che università andare a fare da lì a pochi mesi. Mi iscrissi a ingegneria ambientale e poi facendo corsi specifici sulle risorse idriche, l’acqua, gli eventi estremi alluvionali ho capito che quella sarebbe stata la mia strada”. Oggi, a 33 anni, Marta Martinengo è un funzionario tecnico dell’Autorità di bacino del Po e si occupa prevalentemente di gestione del rischio alluvionale.

    “Dopo la triennale a Brescia mi sono trasferita a Trento per la magistrale e un dottorato in Difesa del suolo e Protezione civile”, racconta. Pochi anni dopo si è ritrovata in prima linea: “Quando si sono verificate in Romagna le alluvioni del 2023, sono stata coinvolta in tutte le attività svolte in raccordo con il commissario Figliuolo e la Regione. Ho avuto l’occasione di sorvolare le aree alluvionate a bordo di un aereo della Guardia di Finanza, per rendermi conto insieme ai colleghi della vastità dell’area colpita”.La giovane ingegnera bresciana è insomma uno dei nuovi specialisti dell’acqua, sempre più necessari in un’epoca di cambiamenti climatici, eventi meteo estremi e siccità. “Per buona parte del Ventesimo secolo la gestione dell’acqua è stata una storia di investimento e crescita”, spiega Giulio Boccaletti, tra i massimi esperti italiani e direttore scientifico del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). “Fino agli anni Settanta lo sviluppo delle risorse idriche era una delle leve principali per assicurarsi la transizione da un mondo agricolo a uno industriale. Poi nei Paesi ricchi, dopo aver costruito tutto quello che c’era da costruire, la gestione dell’acqua è diventata ordinaria, di servizi, di sicurezza, di manutenzione. Ora stiamo andando verso un terza fase che riporta l’acqua al centro della discussione sullo sviluppo, anche nei Paesi ricchi, perché le statistiche meteorologiche stanno cambiando e quindi le soluzioni sviluppate nel Ventesimo secolo sono obsolete. Nei prossimi vent’anni ci sarà tanto da fare: non solo manutenzione ma cose anche profondamente strategiche”.

    “Dobbiamo riuscire a trovare metodi più innovativi e più resilienti di quelli usati finora, a cominciare dagli argini”, conferma Martinengo. “Servono meccanismi di difesa che sappiano adattarsi ai diversi fenomeni che si possono verificare, e certamente gli argini non sono più in grado di farlo, come ha dimostrato l’evento del maggio 2023 in Romagna”.E come si fa? “Creando una cassa di espansione qui, arretrando un argine in un altro punto, abbassando una golena…”, risponde Martinengo. “Questa però è la teoria, perché come si manifesta un evento di piena nessuno lo può sapere se non quando accade: dipende da come piove e da come il bacino risponde a tali piogge”. E allora ci vuole una pianificazione radicale. “Un corso d’acqua parte da una zona collinare-montana per poi attraversare un fondovalle e quindi sfociare in pianura, dove di solito è arginato. Il nostro obiettivo principale è quello di riuscire a mantenere l’acqua per il maggior tempo possibile nei tratti montani, ma soprattutto nei fondovalle collinari e montani, perché in questo modo si frena la velocità con cui l’acqua raggiunge la pianura e quindi il suo impatto sugli argini, che sono il punto più fragile. Un risultato che si può ottenere ridando più spazio al fiume in quelle zone collinari-montane: più si può espandere lì e più lentamente arriverà a valle”.Una operazione molto difficile nelle attuali condizioni di urbanizzazione e cementificazione del nostro Paese. “Ma in alcune zone, boschive o agricole, qualcosa ancora si riesce a fare”, spiega Martinengo. “Non possiamo illuderci di spostare interi abitati, ma singole abitazioni sì: si potrebbero immaginare delocalizzazioni mirate per recuperare le aree di pertinenza fluviale”.È per questo che secondo Boccaletti “occorrono figure professionali capaci di interfacciarsi con chi vive nei territori. Che tu abbia studiato ingegneria o storia, alla fine devi andare sul campo e misurarti con i molteplici aspetti del problema acqua: da quelli idrologici a quelli economici e sociali. È una di quelle cose che non si impara sui libri. La buona notizia è che non lo potrà mai fare una Intelligenza artificiale, perché si tratta di andare a parlare con le persone del posto e capire il loro punto di vista”. LEGGI TUTTO

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    Earth Hour, donare un’ora di luce per il futuro della Terra

    Donare un’ora di buio per rendere più luminoso il futuro del nostro Pianeta. Con questa parola d’ordine il 22 marzo alle 20.30 tanti monumenti in tutta Italia si spegneranno in occasione di Earth Hour, l’Ora della Terra, la più grande mobilitazione ambientalista al mondo organizzata dal Wwf, giunta alla sua 19esima edizione, a sostegno e […] LEGGI TUTTO

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    Giornata internazionale dei ghiacciai: tre nuove missioni per Unesco e Ca’ Foscari

    Dopo la tutela del mare, i ghiacciai. In occasione della Giornata Internazionale dei Ghiacciai, il Gruppo Prada e la Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’Unesco, nell’ambito di Sea Beyond, hanno annunciato il supporto a “Follow the Ice – La memoria dei Ghiacci”, il progetto della Fondazione Università Ca’ Foscari Venezia per diffondere consapevolezza sull’importanza dei ghiacciai come risorsa naturale, paesaggistica, culturale e scientifica, e realizzare allo stesso tempo attività di ricerca. LEGGI TUTTO

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    Troppe api per poco nettare: la lotta per sopravvive tra quelle selvatiche e da miele

    Responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta, le api sono forti e fragili allo stesso tempo e vanno protette. Senza contare che il 35% della produzione alimentare mondiale (frutta, verdura e cereali) dipende dagli insetti impollinatori.
    Pochi sanno che solo in Italia, esistono oltre mille specie di api che svolgono ruoli cruciali negli ecosistemi pur non producendo miele. Proprio la competizione tra due specie diverse, le api da miele e quelle selvatiche è il focus della ricerca condotta in sinergia tra le Università di Firenze e di Pisa. Andata avanti per quattro anni sull’isola di Giannutri è stata ora pubblicata sulla rivista Currente Biology. Finanziata con fondi provenienti dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, dal Programma Operativo Nazionale (Pon) del Ministero della Ricerca e dal National Biodiversity Future Center (centro nazionale finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma #NextGenerationEu).

    L’isola di Giannutri  LEGGI TUTTO

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    In Spagna passa un escamotage per poter abbattere i lupi. E in Italia cresce la richiesta di sparare

    Una volta, quando si gridava “al lupo al lupo”, difficilmente si cascava nel tranello. Oggi invece non solo è probabile che sia vero, ma c’è anche grande incertezza su come reagire. Questo perché dopo anni di leggi, dalla direttiva Habitat ai piani nazionali sulla protezione del lupo, in Europa sta avvenendo nell’ultimo anno una trasformazione nei confronti di questo predatore, un passaggio che include confusione, attese e talvolta proteste. Partiamo da un fatto: dopo anni di graduale scomparsa del lupo a causa di caccia e allontanamenti, come in Italia dove negli anni Settanta ne rimanevano poche centinaia di esemplari, oggi questo mammifero è in fortissima ripresa. In Europa, racconta un nuovo studio, i lupi sono praticamente raddoppiati in un decennio. Cresciuti del 58%, ormai in diversi stati dalla Germania alla Polonia molti paesi ospitano oltre il migliaio di lupi: in Italia per esempio se ne contano almeno 3.300 soprattutto nei nostri Appennini. In 10 anni si è passati da 12 mila lupi europei a 21.500 in 34 Paesi.

    Biodiversità

    Lupi, in Europa aumentati del 60% in un decennio: sono 21.500

    di Fiammetta Cupellaro

    19 Marzo 2025

    Quest’ottima notizia in termini di conservazione della specie e di ripresa della biodiversità, visto il ruolo centrale che questo predatore ha per esempio nella catena alimentare, spesso non corrisponde però con le esigenze di coloro che vivono in zone di lupi, dove la convivenza uomo-predatori si fa sempre più complessa. Di conseguenza, su più filoni, si sta tentando di allentare la presa delle protezioni per poter tornare – in casi specifici – ad uccidere i lupi. L’ultima mossa in ordine di tempo è quella della Spagna: con un voto non privo di polemiche poche ore fa il Parlamento spagnolo ha infatti approvato una misura che di fatto revocherà il divieto di caccia ai lupi imposto nel 2021. La coalizione guidata dal Partito popolare conservatore, insieme alla destra Vox e i nazionalisti baschi e catalani ha aggiunto un emendamento a una legge sulla riduzione dello spreco alimentare e, sostenendo che i lupi producono rifiuti alimentari per via di pecore e bovini che uccidono ogni anno, di fatto viene autorizzato l’abbattimento in aree specifiche., in particolare nelle zone rurali a nord del fiume Duero.

    Ovviamente WWF e altre associazioni animaliste hanno protestato contro questo escamotage, una decisione basata sull’ “opportunismo politico” in quella che è stata definita come una “giornata tragica per la protezione del lupo”, ma dall’altra parte i sostenitori del nuovo emendamento hanno ricordato che oggi sono “i pastori a non avere protezione”, allevatori che denunciano la morte di 15mila animali da fattori all’anno per via dei predatori. Questo cambiamento di rotta in ambito giuridico in Spagna non è isolato dal nuovo sentimento, nei confronti del lupo, che sta attraversando l’Europa. La Commissione europea infatti, di recente a dicembre, ha ridotto lo status di specie protetta dei lupi da “strettamente protetta” a “protetta”, una politica sostenuta dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dopo che un lupo in passato aveva ucciso il pony domestico della sua famiglia.

    Biodiversità

    Giornata mondiale della fauna selvatica, Boitani: “Convivere con orsi e lupi si può”

    di Pasquale Raicaldo

    03 Marzo 2025

    La modifica della Convenzione di Berna punta a cambiare le regole sulla protezione dei lupi all’interno dell’Unione Europea sull’onda di molte proteste da parte degli allevatori che hanno subìto perdite economiche per gli attacchi al bestiame ma attualmente, nonostante ci sia confusione tra i cittadini europei su questo punto, non permette ancora gli abbattimenti. Uno specifico animale “problematico” già oggi se ci sono determinati criteri comprovati può essere abbattuto e ucciso, come è scritto anche nella direttiva Habitat dell’Ue quando ci sono ad esempio questioni di sicurezza pubblica o altre ragioni. Ma in generale non si possono cacciare i lupi che, anche con la modifica della Convenzione di Berna, resteranno ancora protetti. Se però l’emendamento sarà approvato da Parlamento e Consiglio, in sostanza dai governi dei Paesi membri, in futuro ci saranno meno rigide restrizioni e dunque sarà più possibile ottenere permessi per uccidere. Allo stato delle cose, nonostante le volontà europee e le nuove scelte della Spagna, e nonostante anche la Svizzera per esempio nel canton Ticino stia ragionando sugli allentamenti alle protezioni, in Italia non si possono cacciare lupi.

    Da noi per procedere ad un eventuale abbattimento bisogna passare per un parere preventivo dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e poi l’autorizzazione del ministero dell’Ambiente su richiesta da parte della Regione. Eppure, in alcune regioni, come la Toscana, negli ultimi giorni la scia delle nuove decisioni europee ha portato a credere e rilanciare nella possibilità di sparare ai lupi. Qui, come in altre zone d’Italia, ci sono tantissimi casi di predazione e sono nati per esempio comitati spontanei – come il Comitato Emergenza Lupo di Arezzo – dove i cittadini stanchi delle uccisioni e dei danni agli allevamenti condividono informazioni su come comportarsi. Fra le ultime notizie diffuse, anche quelle apparse su alcune giornali locali in cui si parlava del via libera all’uccisione di una ventina di lupi in Toscana, facendo riferimento a un nuovo protocollo Ispra. Di conseguenza in molti, nella regione, hanno pensato che si potesse tornare ad uccidere (tramite cacciatori autorizzati). Notizia che però la Regione ha poi smentito precisando che non si tratta di un via libera agli abbattimenti, ma di protocolli che, in attesa probabilmente a settembre di capire quale sarà la decisione definitiva dell’Europa, aiuteranno a comprendere come gestire la convivenza uomo-lupo. LEGGI TUTTO

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    Sale la bolletta dell’acqua, 500 euro a famiglia nel 2024

    Cresce ancora la bolletta per l’acqua: è di 500 euro infatti la spesa media sostenuta dalle famiglie italiane nel 2024, rispetto ai 481 euro (+4%) del 2023. Confrontando il dato con il 2019, il costo a livello nazionale è aumentato del 23%. È quanto emerge dal XX Rapporto sul servizio idrico integrato, a cura dell’Osservatorio […] LEGGI TUTTO

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    Le foreste assorbono quasi un terzo delle emissioni di CO2

    L’Unione europea è responsabile del 10% della deforestazione globale e purtroppo l’Italia ne è protagonista essendo il terzo maggior importatore europeo di commodities che causano deforestazione. Con questo segnale di allarme oggi, in occasione della Giornata internazionale delle foreste di domani 21 marzo, il WWF grida a gran voce l’urgenza di fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurre la pressione sulle foreste, un ecosistema vitale per il Pianeta e per tutti i suoi esseri viventi.

    La giornata internazionale

    Dispensa naturale e rete di sicurezza: in che modo le foreste contribuiscono a sfamare il mondo

    di QU Dongyu

    21 Marzo 2025

    L’integrità ecologica delle foreste è posta in serio pericolo e, a livello globale, non si sta facendo abbastanza per raggiungere gli obiettivi stabiliti al 2030 riguardanti la loro protezione e ripristino. In particolare, come noto, la principale minaccia per questi ecosistemi è la deforestazione causata dall’espansione dei terreni destinati all’agricoltura, addirittura nel 90% dei casi nelle foreste tropicali. Ciò ha impatti sulla biodiversità a livello locale e, globalmente, aggrava ulteriormente la crisi climatica con effetti negativi proprio sulle produzioni di materie prime, quali il caffè, e quindi sui produttori locali, ma anche sul consumatore finale causando l’aumento dei prezzi.

    Decine di migliaia di ettari di foreste distrutti ogni anno
    Le stime indicano che ogni anno vengono rase al suolo decine di migliaia di ettari foreste nel mondo, soprattutto in Paesi tropicali, per importare materie prime che vengono lavorate o consumate in Italia. Ad esempio, importiamo il 100% sia non torrefatto, principalmente dal Brasile (31%) e dal Vietnam, confermandoci così il terzo maggior importatore globale di caffè verde nonché il primo in Europa, sia dell’olio di palma di cui siamo i maggiori importatori europei , soprattutto da Paesi ad alto rischio deforestazione come Indonesia e Malesia. Inoltre, più della metà (50,6%) dei prodotti derivanti dagli allevamenti di bovini (carne, pelle) che entrano in Europa è importato dall’Italia: ad esempio, produciamo il 25% di tutte le pelli del mondo, ma il 90% della materia prima viene importata, soprattutto dal Brasile, Paese da cui importiamo anche la maggior parte della soia, la quasi totalità della quale è impiegata come mangime animale.

    Biodiversità

    Nel parco museo dove si salva la flora brasiliana

    di Marcella Gandolfo

    14 Marzo 2025

    Italia importatore di materia prima di origine legnosa
    Dati analoghi riguardano il legno: nonostante il nostro Paese sia coperto per quasi il 40% di foreste, ben l’80% del fabbisogno nazionale di materia prima di origine legnosa viene importato dall’estero, parte del quale illegalmente. Il problema è proprio che le importazioni delle sette commodities più a rischio deforestazione (legno, olio di palma, soia, carne bovina, cacao, gomma e caffè), che riguardano circa 36,6 miliardi di euro e 175.000 imprese medio, piccole e artigiane, quasi sempre provengono da Paesi in cui il rischio che siano state causa di deforestazione è molto elevato.

    Il Regolamento Ue “Deforestazione Zero”
    L’Europa ha individuato una soluzione per contrastare questo problema e assumere un ruolo di leader globale: il regolamento “Deforestazione Zero” (EUDR), approvato a giugno 2023, mira a creare catene del valore senza deforestazione attraverso la collaborazione tra aziende, istituzioni e società civile. Tuttavia, la sua applicazione è stata posticipata di dodici mesi, al 30 dicembre 2025.

    “Ora servono azioni concrete: la Commissione deve fornire agli Stati e alle aziende strumenti adeguati, mentre i governi, Italia inclusa, devono garantire risorse, supporto tecnico e sanzioni efficaci per un’efficace implementazione del Regolamento”, dice Edoardo Nevola, WWF Italia.

    Il WWF ha in primis richiesto questo regolamento nel 2021, fin da subito collaborato per una sua efficace approvazione, ed è ora impegnato per assicurarsi che non ci sia un ulteriore rinvio della sua entrata in vigore. In alcune aree del mondo cruciali quali l’Amazzonia colombiana, il WWF inoltre lavora localmente per assicurare una produzione di commodities sostenibile che non comprometta la tutela delle foreste, ad esempio cooperando con alcune associazioni locali di agricoltori nella foresta Amazzonica colombiana.

    Tutti noi consumatori possiamo fare qualcosa
    In attesa che la legge venga implementata, le foreste continuano a perdere fette importanti del loro habitat. Ma la buona notizia è che noi consumatori italiani già possiamo fare qualcosa dimostrando così anche alle istituzioni che vogliamo una celere implementazione di questo importante Regolamento. Approfittando dell’arrivo del grande evento globale di Earth Hour, in programma il 22 marzo, il WWF invita ognuno di noi a dedicare un’ora del proprio tempo per salvare le foreste. Come? Anche se pare impossibile, con semplici gesti concreti come scelte di acquisto più responsabili, la somma di tutti i nostri gesti può fare la differenza. Ecco alcune azioni che si possono intraprendere:

    Ridurre il consumo di prodotti ad alto rischio di deforestazione: essere consapevoli dei prodotti ad alto impatto e scegliere quelli provenienti da agricoltura biologica e, quando possibile, anche locali.
    Verificare le certificazioni sostenibilità: cercare prodotti che abbiano certificazioni riconosciute come FSC (Forest Stewardship Council) per il legno e la carta o RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) per l’olio di palma, Rainforest Alliance per cacao e caffè sostenendo aziende impegnate per la sostenibilità con politiche chiare contro la deforestazione.
    Ridurre il consumo di carne e derivati: la produzione intensiva di carne, in particolare quella bovina, è una delle principali cause della deforestazione. Optare per una dieta più vegetariana e ridurre il consumo di carne possono avere un impatto positivo sulle foreste.
    Informarsi sugli impatti ambientali delle proprie scelte di consumo e sensibilizzare altre persone riguardo la deforestazione e l’importanza di sostenere prodotti che non contribuiscano alla distruzione delle foreste. LEGGI TUTTO

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    L’intelligenza artificiale “divora” energia con un impatto ambientale insostenibile

    L’intelligenza artificiale “idrovora” di energia, con conseguente impatto in termini di emissioni di CO2, e l’addestramento di modelli di deep learning di grandi dimensioni (come GPT e BERT) hanno un impatto ambientale significativo. Basti pensare che un modello come GPT-3 (175 miliardi di parametri) ha richiesto 355 anni-GPU per l’addestramento (la GPU è il tipo di processore utilizzato per l’IA), con un costo stimato di 4,6 milioni di dollari solo per l’energia e un consumo solo per l’addestramento di circa 1300 megawatt/ora (MWh), equivalente al consumo annuo di 130 abitazioni negli Stati Uniti. Ad esempio il training di BERT (una piattaforma IA di Google) ha prodotto 284 tonnellate di CO?, pari alle emissioni di 125 viaggi aerei transcontinentali. I centri dati che ospitano questi modelli consumano circa il 15% dell’energia totale di Google. È urgente spostarsi verso l’uso di piattaforme IA ‘green’, che divorano meno energia, pur se a scapito di un’accuratezza inferiore. Si stima che la Green AI (ottenuta in vario modo, ad esempio con una fase di addestramento su una quantità di dati inferiore, oppure optando per processori più sostenibili) può ridurre il consumo energetico e l’impronta del carbonio fino a 50% o più, a seconda della tecnica usata. Sono alcuni dei dati emersi dallo studio dei ricercatori Enrico Barbierato e Alice Gatti del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Brescia, pubblicato sulla rivista IEEE Access, secondo cui, il problema principale è che molte aziende puntano ancora sulla massima accuratezza dei modelli, accettando il costo elevato per l’ambiente che comportano.

    Background
    L’intelligenza artificiale è divenuta protagonista assoluta negli ultimi anni, soprattutto grazie al deep learning, che consente di ottenere risultati rivoluzionari in svariati settori. Tuttavia, modelli avanzati come ChatGPT hanno un impatto ambientale significativo a causa dell’elevato consumo energetico richiesto per il loro addestramento. In particolare, i cosiddetti Red AI, modelli addestrati con metodi ad alto consumo di risorse su grandi dataset, massimizzano la precisione e le prestazioni, ma comportano elevati costi energetici e un’impronta ecologica considerevole. Al contrario i Green AI sono modelli progettati per ridurre l’impatto ambientale attraverso l’uso di set di dati più piccoli, tecniche di addestramento meno dispendiose o l’adozione di fonti energetiche sostenibili per alimentarli. La Green IA punta all’efficienza più che alla mera accuratezza, spiegano gli esperti. Il costo energetico dell’IA cresce esponenzialmente con l’aumento delle dimensioni dei modelli. L’energia necessaria per migliorare l’accuratezza di un modello dell’1% si stima essere di un ordine 100 volte superiore.

    Lo studio
    Nel lavoro gli autori suggeriscono strategie per ridurre l’impatto della Red AI, a cominciare da un aumento dell’efficienza computazionale mediante l’utilizzo di hardware specializzato come le Tensor Processing Units (TPU, un tipo di processore che è fino a 30 volte più veloce e fino a 80 volte più efficiente di una normale CPU nei nostri PC) e GPU ottimizzate per ridurre il consumo. Poi può essere utile scegliere tecniche atte a ridurre il numero di parametri su cui viene addestrato il modello (fino all’80% di parametri in meno), senza ridurne le prestazioni. Ciò può abbattere il consumo energetico del 30-50%. E poi, ancora, bisogna optare per ‘energia rinnovabile per alimentare i processori. Alcuni modelli di AI sono stati testati con alimentazione 100% da fonti rinnovabili, abbattendo le emissioni quasi completamente.

    “L’AI sostenibile è possibile, ma richiede compromessi tra accuratezza e consumo energetico – spiegano i ricercatori dell’università Cattolica. La Red AI genera un’impronta di carbonio enorme, mentre la Green AI cerca di ridurla con metodi più efficienti e l’uso di energia pulita. Tuttavia, la transizione è complessa perché le aziende puntano ancora su modelli sempre più grandi e precisi, a discapito dell’efficienza ambientale”, concludono. LEGGI TUTTO