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    L’Africa supererà la soglia di +1,5 gradi di temperatura entro il 2040

    Nonostante emetta meno del 4% delle emissioni globali di gas serra, l’Africa supererà la soglia di 1,5°C di riscaldamento – il limite stabilito dall’Accordo di Parigi – entro il 2040, anche in uno scenario di basse emissioni. Lo rivela un nuovo studio condotto dagli scienziati dell’Università dello Zimbabwe e dell’International Livestock Research Institute (ILRI), in Kenya, pubblicato sulla rivista CABI Reviews.

    I cambiamenti climatici rappresentano una seria minaccia per gli esseri umani e i sistemi ecologici, aggravando le disuguaglianze sociali, le disparità di genere e riducendo le opportunità di lavoro. “I sistemi di sussistenza basati sull’agricoltura africana saranno inevitabilmente i più colpiti a causa della loro dipendenza da un’agricoltura sensibile al clima e della limitata capacità di adattamento dovuta al basso sviluppo economico legato principalmente a contingenze storiche”, ha commentato il professor Paul Mapfumo, vice rettore dell’Università dello Zimbabwe e autore principale del documento. “Hanno subito perdite e danni considerevoli a causa dei cambiamenti climatici e questo peggiorerà con l’aumentare dell’intensità dei rischi climatici. Né i meccanismi di adattamento incrementali esistenti o pianificati, né i benefici previsti delle misure migratorie sono sufficientemente completi per far fronte alle nuove condizioni climatiche imminenti”.

    Biodiversità

    “Biodiversity leak”, quando la conservazione dell’ecosistema crea squilibri altrove

    di Sara Carmignani

    14 Febbraio 2025

    Secondo gli autori, sono necessari percorsi di transizione equa per l’agricoltura, al fine di ottenere sistemi di produzione sostenibili che migliorino la sicurezza alimentare e riducano la povertà. Le strategie proposte includono finanziamenti destinati al progresso scientifico, tecnologico e all’innovazione, il ripristino di colture trascurate o sottoutilizzate e del patrimonio genetico del bestiame, il miglioramento della fertilità e della salute del suolo, il risanamento dei terreni degradati, la protezione degli ecosistemi naturali e della biodiversità, l’accesso a un’educazione di qualità, lo sviluppo dei mercati e la creazione di nuove opportunità di distribuzione e di commercio.

    “Tali sforzi dovrebbero anche concentrarsi sulla meccanizzazione e sull’ecologizzazione dell’agricoltura africana, guidati da una deliberata ‘rivoluzione industriale verde’ per la nuova normalità indotta dal cambiamento climatico”, ha aggiunto Mapfumo. “La sostenibilità della risposta al cambiamento climatico e un quadro di riferimento per un percorso di transizione equa per l’Africa si basano anche sulla corrispondente trasformazione dei sistemi educativi e delle capacità di ricerca, adattati per guidare lo sviluppo economico dell’Africa”.

    Una transizione giusta offrirebbe, pertanto, opportunità di inclusione sociale, equità, sviluppo di auto-mobilitazione e auto-organizzazione delle comunità, nonché investimenti per costruire un’agricoltura resiliente al clima, che riduca la povertà e contribuisca all’azzeramento delle emissioni di carbonio. LEGGI TUTTO

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    Coltivare le verdure nello spazio: sarà possibile anche in assenza di luce

    L’insalata potrà crescere nello spazio anche senza la luce. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Plant Communications e coordinato dai ricercatori Raffaele Dello Ioio e Paola Vittorioso del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie della Sapienza, in collaborazione con l’Institute of Experimental Botany, l’Agenzia Spaziale Italiana e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, che […] LEGGI TUTTO

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    Biodiversità e genetica: cos’è il “Cali Fund” e perché è uno strumento per la giustizia ambientale

    Nel fondo dei mari caraibici nel 1969 fu scoperto che da un piccolo animale, l’ascidia, era possibile ricavare la trabectedina, un farmaco antitumorale che interagisce con il DNA. Da alcuni fagioli coltivati in Colombia si ottengono invece sistemi per la resistenza alle malattie di colture agricole presenti in tutto il mondo e da piante come la Azadirachta indica, conosciuta anche come “neem”, si ricavano oli e medicine naturali così diffuse che in India vengono chiamate le “farmacie del villaggio”. Il bello della biodiversità è anche questo: offre una infinità di dati e sequenze genetiche che l’uomo può usare nella farmaceutica, nelle biotecnologie, nella cosmesi e in tanti altri campi. Quando però i grandi gruppi e le società multinazionali sfruttano quelle sequenze, per esempio basandosi su piante o animali di cui si sono presi cura per secoli le comunità indigene, e ne ottengono ricavi enormi, non dovrebbero condividere parte dei loro guadagni? E se una minuscola percentuale del loro fatturato finisse in un fondo dedicato proprio a proteggere la stessa biodiversità?. Questa è la domanda alla base del fondo chiamato “Cali Fund”, nato durante la Cop16 che si è svolta in Colombia a novembre e diventato operativo oggi a Roma- con annuncio ufficiale – alla Cop16 bis, i tempi supplementari per trovare un accordo per la protezione della biodiversità planetaria in nella sede della Fao.

    Cos’è il Cali Fund e perché è una misura di giustizia ambientale

    Il Cali Fund, come ha detto l’Unep, l’organismo ambientale dell’Onu, è qualcosa che promette di cambiare le carte in tavola: in teoria dovrebbe infatti garantire una condivisione “giusta ed equa” dei benefici derivanti da quelle che vengono chiamate le DSI, le Digital Sequence Information sulle risorse genetiche che usano le aziende e che vanno dalla farmaceutica sino alla cosmesi.

    Focus

    Cop16 e la natura dimenticata, nemmeno un politico italiano al grande vertice sulla biodiversità

    di Giacomo Talignani

    25 Febbraio 2025

    Il nuovo fondo annunciato a Roma prevede tre passaggi davvero potenzialmente rivoluzionari perché coinvolgono direttamente il settore privato nella lotta alla perdita della biodiversità. Per esempio indica il fatto che le aziende che sfruttano commercialmente i dati provenienti da risorse genetiche presenti in natura per usarle in una serie di settori e prodotti redditizi contribuiscano con parte dei loro ricavi (a partire dallo 0.1%) al Fondo. Quei contributi saranno destinati tramite la gestione CBD, la Convenzione sulla biodiversità, all’attuazione delle tante e importanti decisioni per conservare e proteggere la natura inserite nel quadro sulla biodiversità di Kunming-Montreal (KMGBF) e, fattore decisivo, almeno il 50% delle risorse del fondo sarà destinato ai popoli indigeni, i veri custodi della natura.

    Presentando l’operatività del Fondo, la presidente della Cop16, la colombiana Susana Muhamad, ha parlato di svolta storica e di un duro lavoro per poterlo rendere efficace appena quattro mesi dopo l’adozione della decisione presa a Cali. L’idea del Fondo è anche interessante perché si basa sulla stretta attualità, ovvero la continua corsa all’accesso dei dati genetici, una miniera d’oro per sviluppi commerciali in tantissimi settori, compresi intelligenza artificiale ed energia.

    Il suo funzionamento però è incerto, soprattutto perché è privo di obblighi: tutto si basa sulla volontarietà delle aziende e del settore privato, che sì avranno uno strumento “equo” per compensare in qualche modo i loro ricavi e permettere nuova protezione di biodiversità, ma dall’altra parte non hanno vincoli nel farlo, cosa che secondo alcuni potrebbe trasformare il Cali Fund in un flop o, addirittura, in una scusa per sfruttare ulteriormente la biodiversità.

    Le idee

    Cop16, gli aiuti al Sud del mondo per salvare la biodiversità

    di Greenpeace

    19 Febbraio 2025

    Nelle stesse aule della Cop16, nonostante il Fondo fosse già stato pensato in passato (e ora è operativo), non è stato fatto per esempio nessun nome di società o aziende pronte ad aderirvi e a finanziarlo. Di sicuro il nuovo Fondo, più che una opzione di contrasto a quella che viene chiamata “biopirateria”, così come è pensato offre una chance di redenzione, un sistema per aiutare sia i popoli sia la biodiversità di quelle aree del mondo dove la diversità genetica viene sfruttata, ma non essendoci nessun obbligo nel farlo tutto dipenderà dalle scelte del settore privato. Il mercato globale del sequenziamento del DNA che si affida in gran parte sulle DSI si stima raggiungerà i 21,3 miliardi di dollari entro il 2031, enormi profitti di cui anche solo piccolissime percentuali potrebbero finire nel Fondo diventando però davvero significative per la conservazione della natura.

    Per funzionare, alcuni delegati presenti alla Cop romana sottolineano che i Paesi partecipanti dovrebbero ragionare su quadri giuridici per garantire che le aziende che usano i DSI versino poi realmente i soldi, in modo che poi possano essere distribuiti davvero alle comunità locali. Stime preliminari indicano che potrebbe generare tra gli 1 e i 9 miliardi di dollari l’anno, ma tutto dipenderà appunto da come si comporteranno i privati. Insomma, nonostante sia stato accolto molto positivamente durante il lancio di Roma, il Cali Fund per ora resta un “potenziale” strumento davvero innovativo, ma è chiaro che serve un ulteriore impegno per implementarlo. Come commenta il WWF international, “pur essendoci alcuni elementi da chiarire e rafforzare, accogliamo con favore l’istituzione di questo meccanismo innovativo, che rafforzerà il raggiungimento degli obiettivi volti a fermare e invertire la perdita di natura entro il 2030, assicurando al contempo benefici diretti a coloro che hanno salvaguardato gli ecosistemi per secoli”. LEGGI TUTTO

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    In arrivo il Conto termico 3.0: le novità sull’incentivo per riscaldamento e climatizzatori

    In dirittura d’arrivo il Conto termico 3.0. Entrano tra i prodotti incentivati anche i climatizzatori da utilizzare abbinati al sistema di riscaldamento senza la necessità di sostituire la vecchia caldaia. Si dovrà trattare però di un intervento tecnico e non di un semplice acquisto con installazione fai da te. L’incentivo potrà coprire fino ad un […] LEGGI TUTTO

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    L’impatto ambientale del golf: occupa più suolo che le rinnovabili

    Indispensabili e straordinarie le energie rinnovabili, certo, ma vuoi mettere con il fascino del golf? Sembra una provocazione, non lo è: uno studio appena pubblicato sulla rivista Environmental Earth Communication ha svelato che effettivamente la quantità di suolo destinata a uno dei passatempi preferiti dai ricconi di tutto il mondo è superiore a quella adibita a ospitare impianti di energia eolica o solare, da cui certamente trarrebbero giovamento molte più persone. Il fenomeno, naturalmente, è molto più pronunciato nei paesi ricchi, primi fra tutti Regno Unito e Stati Uniti: gli autori del lavoro hanno osservato che nelle dieci nazioni con il maggior numero di campi da golf nel mondo si “perdono”, in questo modo, quasi un milione e mezzo di gigawatt di energia. Non proprio briciole.

    La manutenzione
    Oltre a richiedere grandi aree di suolo per la loro realizzazione, i campi da golf sono molto esigenti anche in termini di mantenimento, specialmente per quanto riguarda il consumo di acqua e l’utilizzo di trattamenti chimici per il green. D’altra parte, spiegano gli autori del lavoro, gli impianti solari su scala industriale occupano circa 0,01 chilometro quadrato per megawatt di energia prodotta; gli impianti eolici ne occupano circa 0,12, e soltanto una piccola frazione di quest’area è effettivamente occupata da turbine e infrastrutture.

    Innovazione

    Nel deserto di Atacama funzionano le reti che catturano nebbia per l’acqua potabile

    di Simone Valesini

    24 Febbraio 2025

    “Spazio solo per un piccolo segmento di popolazione”
    “Con il nostro studio”, racconta Jann Weinand, primo autore del lavoro e a capo del dipartimento di scenari integrati dello Institute Jülich Systems Analysis al Forschungszentrum Jülich, “non vogliamo promuovere l’idea di far sparire il golf e convertire i campi in impianti per la produzione di energia rinnovabile. Piuttosto, vogliamo evidenziare il potenziale di questi impianti su aree altrettanto grandi e attualmente sotto-utilizzate. Alla luce dei dibattiti in corso sull’uso del suolo per le energie rinnovabili, pensiamo che sia importante considerare le modalità di allocazione del suolo nel complesso, soprattutto quando viene destinato così tanto spazio ad attività di cui beneficia solo un piccolo segmento della popolazione”.

    L’analisi

    Crisi climatica, cosa succede dopo le scelte di Trump sull’ambiente

    21 Gennaio 2025

    E comunque anche una conversione almeno parziale dei campi da golf potrebbe essere presa in considerazione: nella prefettura di Hyogo, in Giappone, per esempio, un intero campo da golf è stato convertito in un parco solare con 260mila pannelli, in grado di generare 125 gigawattora.
    Gli autori evidenziano che ci sarebbe anche un modo per salvare capra e cavolo: dicono, per esempio, che si potrebbero installare delle turbine eoliche o dei pannelli solari sui campi da golf. I puristi storceranno il naso, ma i calcoli degli scienziati mostrano che sarebbe sufficiente collocare tra 1 e 4 turbine per campo, magari piazzate in punti strategici per non disturbare troppo il gioco (probabilmente il vento darebbe molto più fastidio); oppure coprire un quarto dell’area con pannelli solari, creando di fatto dei terreni ibridi. Contenti tutti, forse. LEGGI TUTTO

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    Cop16 e la natura dimenticata, nemmeno un politico italiano al grande vertice sulla biodiversità

    ROMA – La natura snobbata. C’è un clima cupo sulla sede Fao davanti al Circo Massimo a Roma: non tanto per il cielo grigio ma per l’indifferenza in cui ha preso il via nella Capitale italiana la parte finale della Cop16, la grande conferenza internazionale in cui si deciderà il destino della biodiversità globale. Anche qui, a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti, sembra infatti soffiare una aria trumpiana: quello che è considerato il principale vertice globale per trovare i miliardi necessari alla cura della perdita di biodiversità planetaria – parliamo di 1 milione di specie a rischio e il 73% delle popolazioni di animali selvatiche perse in soli 50 anni – appare oscurato, ridimensionato, snobbato persino dal Paese che lo ospita. Sì, essendo questo il tempo supplementare della Cop16 che si è tenuta lo scorso anno in Colombia fallendo nei tentativi di intesa, si tratta di un appuntamento sotto la bandiera dell’Onu, del CBD, la Convenzione internazionale della biodiversità, e dunque nulla c’entra l’Italia nell’organizzazione del vertice.

    Ma tenendosi a Roma, nel cuore della Capitale, delegati e associazioni ambientaliste si aspettavano che in qualche modo, anche solo a fare gli “onori di casa” o a presenziare ci fosse qualche ministro, vice o sottosegretario italiano. Almeno un politico, un decisore. Invece no, nella sede della Fao, a parte i tecnici – dalle delegazioni Ispra a quelle che seguono i dettagli del negoziato – non c’è in pratica nessun rappresentante italiano di peso. Per dire: lo scorso anno alla Cop29 sul clima a Baku, non solo era presente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma c’erano anche i ministri e un’importante delegazione nostrana. Alla Cop sulla biodiversità invece, niente di tutto questo, nonostante siano presenti o attesi almeno 26 tra ministri, viceministri e alti rappresentanti politici di diverse nazioni, comprese Francia, Germania, Canada oppure dei Paesi africani, così come è attesa la Commissaria all’ambiente dell’Unione europea.

    Il Wwf ribadisce come “nonostante la nostra straordinaria ricchezza di specie e habitat da preservare” per la Cop italiana “non è attesa la partecipazione di nessun ministro o sottosegretario italiano” il che, in attesa di smentite, appare come “una mancanza di attenzione nei confronti di un appuntamento internazionale cruciale per il futuro di tutti noi. Ci auguriamo quindi che il governo partecipi ai negoziati per fermare l’emorragia di natura che se non arginata produrrà un impatto devastante su tutti noi e su chi verrà dopo di noi”.

    Stesso concetto sottolineato anche da altre associazioni ambientaliste che oggi, con i giovani della Climate parade, hanno sfilato al Circo Massimo davanti alla sede Fao indossando maschere di animali per chiedere uno sforzo maggiore nella protezione della biodiversità planetaria. La Cop16 in corso a Roma, è giusto ricordarlo, prevede una sessione molto tecnica dei negoziati con lo scopo principale di concentrarsi sulle finanze e i fondi necessari da trovare. Questo implica che dal 25 al 27 febbraio nell’aula plenaria (oggi gremita) della sede Fao ci siano soprattutto capi delegazione e addetti ai lavori, con l’assenza della società civile: si parla di circa 1400 persone registrate per questa fase, rispetto alle 23mila che si erano registrate per la prima fase della Cop a Calì in Colombia.

    Ma la quasi totale assenza italiana è difficile da comprendere se non fosse per lo sviluppo geopolitico di questa prima parte del 2025: una presa di distanza generale – guidata da Donald Trump – dalle questioni climatiche e ambientali. Come noto non solo il neo presidente Usa si è smarcato dall’Accordo di Parigi ma sta anche smantellando ogni tipo di agenzia e istituto sia per la lotta alla crisi del clima, sia per le questioni ambientali. Il nero del petrolio – al grido di “drill, baby, drill!”, trivellare tutto quel che si può – si sta infatti mangiando ogni tipo di impegno verde. Con le grandi finanze destinate ai conflitti mondiali, con i nuovi assetti geopolitici concentrati su miniere e terre rare, uniti a un generale smarcamento dagli Usa all’Argentina dai processi multilaterali delle Cop che arrancano nel trovare soluzioni rapide e concrete, i temi naturali oggi sembrano dunque perdere posizione a livello globale, nonostante necessitino di aiuti ora, prima che sia tardi. Per questo, con i giusti sforzi, la Cop16 di Roma – nonostante sia poco considerata dall’Italia – proprio dalle aule davanti al Circo Massimo potrebbe trasformarsi in una vittoria “cruciale”, come l’ha definita la presidente della Cop stessa, la colombiana Susana Muhamad, o in qualcosa di “storico”, come aggiunge il delegato della Tanzania in plenaria, riferendosi all’idea di trovare i giusti fondi per la biodiversità.

    “L’importante è che non si perda totale fiducia nel processo” ricordano molti dei delegati presenti, perché qui c’è in gioco “la salute della natura”, quella a cui è legato il 50% del Pil globale. Per centrare questo obiettivo, mettere d’accordo Paesi sviluppati e quelli meno abbienti e trovare 200 miliardi di dollari entro il 2030 di investimenti, così come per proteggere il 30% delle aree naturali, serve però uno sforzo decisionale molto più potente, così come servono segnali da parte di tutti i Paesi, Italia compresa. Del resto, come ha detto in apertura di lavori la presidente della Cop16, Susana Muhamad, non sottovalutiamo un concetto: quelle in corso a Roma “non sono decisioni tecniche, sono decisioni politiche”. LEGGI TUTTO

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    Adelie, l’auto solare a emissioni zero che pesa solo 170 chilogrammi

    Chissà se in futuro potremmo viaggiare a bordo di un’auto alimentata solo dall’energia solare? In realtà non c’è bisogno di aspettare domani, perché l’auto esiste già, anche se circola solo in apposite competizioni internazionali. Si chiama Adelie, il bolide a emissioni zero, che non ha bisogno di essere ricaricata alla presa di corrente, perché le celle solari di cui è ricoperta le permettono di ricaricarsi e sfrecciare ad una velocità massima di 136 km/h. Questo prototipo è nato sui banchi accademici dell’Università tedesca di Aquisgrana, la RWT Aachen University, progettata da un team di studenti che nel loro tempo libero hanno dato vita a un veicolo leggerissimo – appena 170 kg – che monta tre ruote, ha una forma allungata di 4 metri ispirata ai pinguini, è sottile, bassa e può percorrere fino a 700 km.

    Ovviamente l’auto può autoricaricarsi all’infinito, almeno in linea teorica, a patto che splenda sempre il sole (notte esclusa). Per muoversi, Adelie è stata equipaggiata con 4 metri quadrati di celle solari con un’efficienza del 25%, la quantità di energia solare che riesce a convertire in elettricità dal sistema inventanto dai giovani ricercatori, molto “motivati dalla possibilità di realizzare un veicolo cool e sostenibile, la prima auto solare della Germania”, racconta con entusiasmo Charlotte Teckentrup, la portavoce del gruppo di studenti.Ad aiutare i progettisti di Adelie, una multinazionale, Covestro, che produce materiali polimerici hi-tech di alta qualità, e che ha fornito i mezzi finanziari, ma soprattutto il materiale ultraleggero, già disponibile in commercio, ma adattato dai progettisti alle parti specifiche da ingegnerizzare. LEGGI TUTTO