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    Escallonia: tutte le varietà e la giusta cura per una bella fioritura

    L’escallonia si presenta come una pianta sempreverde, originaria del nord e sud America, e appartenente alla famiglia delle escalloniacea. Per prendersene cura nel modo migliore, abbiamo elaborato una piccola guida per la coltivazione delle diverse varietà, così da poter ottenere una bella fioritura profumata e colorata.

    La coltivazione e la cura dell’escallonia
    Questo arbusto sempreverde è una pianta utilizzata molto spesso per creare delle belle siepi sistemando le piante a 60-100 cm di distanza le une dalle altre. Non ha particolari richieste per la cura l’escallonia, poiché si tratta di una specie abbastanza rustica. L’escallonia, però, non è solo ideale per la coltivazione in piena terra: infatti, è possibile sistemare la pianta anche in balcone, coltivando la pianta in vaso. Va rammentato anche che si tratta di una pianta che resiste molto alla salsedine e, di conseguenza, può essere la soluzione ideale per tutti quei giardini e terrazzi in località di mare. Si tratta di arbusti che sopportano un’esposizione diretta anche alla luce del sole e al vento. Dal punto di vista estetico, questa pianta di presenta con foglie lucide e di colore verde scuro che creano una fitta vegetazione per delimitare le abitazioni. Non cresce molto in altezza, poiché raggiunge al massimo 1.5-2,5 metri. La temperatura ideale per la sua crescita è compresa tra i 10°C e i 25°C per quanto riguarda le aree temperate, ma se si selezionano esemplari più resistenti come l’escallonia rubra macrantha si può avere più tolleranza. Infatti, a seconda della varietà prescelta si riesce ad avere una pianta che resiste fino a -5°C/-10°C. Ad ogni modo, con lunghi periodi di freddo è necessario acquistare del tessuto non tessuto per preservare la pianta e il terreno dal gelo.

    Le varietà più note
    Sono diverse le varietà di escallonia che si può decidere di coltivare in piena terra oppure in balcone. Qui di seguito abbiamo raccolto alcune delle varietà che si possono trovare con maggiore facilità e che differiscono tra di loro per le caratteristiche con cui si presentano:
    Escallonia rubra: detta anche escallonia rossa, è una specie originaria del Cile meridionale e dell’Argentina e può raggiungere i 3,6 metri d’altezza. È una sempreverde con foglie lucide, ellittiche e seghettate con corteccia ruvida di colore leggermente rosso che man mano sfuma verso il marrone-grigio. I fiori, che sbocciano tra luglio e ottobre, hanno una forma di tromba, sono a grappoli e di colore rosa-cremisi.
    Escallonia red dream: questo arbusto ha foglie verde brillante e fiori di colore rosso che si possono ammirare tra l’estate e l’autunno. Le siepi si adattano a qualunque terreno, ma se si verificano gelate è fondamentale proteggerle.
    Escallonia nana: è un arbusto di piccole dimensioni che può arrivare a un massimo di 60-80 centimetri. La fioritura è di colore rosso e si può osservare tra maggio e settembre.
    Escallonia illinita: è una sempreverde che si adatta anche alle aree più ventose ed ha un profumo speziato, specie con l’arrivo della stagione invernale. I fiori di questa pianta, che arriva a 2,5 metri al massimo, sono di colore rosa e si possono ammirare tra luglio e agosto. È molto resistente al freddo.
    Escallonia apple blossom: per creare piccole bordure si può sfruttare questa pianta che si presenta con fogliame verde luminoso e fiori di colore rosa che ricordano, proprio come dice il nome, quelli della mela. È resistente al vento, al freddo e alla salinità.
    Escallonia laevis pink elle: è un cespuglio con foglie lucide e una fioritura estiva con fiori di colore rosa e sfumature di bianco. La fioritura può proseguire per tutta l’estate e protrarsi anche in autunno. Raggiunge gli 80-100 cm di altezza ed è ideale per le aiuole.

    La fioritura
    La fioritura di questo cespuglio sempreverde è in estate. Sui rami nuovi si possono notare grandi fioriture e, proprio per questo, in primavera è suggerito effettuare la potatura. I fiori hanno una forma di stella e sono riuniti in gruppi. A seconda della varietà che si decide di coltivare nel proprio giardino o in balcone è possibile avere fioriture di diverso colore. Infatti, ci sono fiori di colore rosa, rosso e bianco.

    Il terreno e le annaffiature
    L’escallonia gradisce un tipo di terreno privo di eccessi idrici: proprio per questo, è preferibile selezionare dei terreni ben drenati. In alternativa, se si decide di coltivare la pianta in vaso è fondamentale scegliere un terriccio universale libero e leggero, magari posizionando sul fondo del contenitore dell’argilla espansa o mischiando il terriccio con della sabbia. Rammentiamo che è una pianta che sopporta abbastanza bene i periodi di lunga siccità. Quindi, per quanto riguarda le annaffiature è importante considerare che si devono fare nella bella stagione, sempre facendo attenzione al fatto che il terreno sia asciutto.

    La concimazione
    L’escallonia può essere concimata con un fertilizzante a lenta cessione: in questa maniera, l’arbusto si mantiene rigoglioso e sano, offrendo sempre una meravigliosa fioritura. La concimazione si fa tra la primavera e l’estate, così da lasciare riposare la pianta nella fase in cui è terminata la fioritura. In inverno, trattandosi di un periodo di riposo, non è più necessario somministrare del fertilizzante.

    La moltiplicazione della pianta
    È possibile ottenere nuove piante di escallonia effettuando una talea semilegnosa di 10-15 cm. A tal proposito, è importante recuperare un rametto sano e non fiorito dalla parte bassa del sempreverde e controllare che siano presenti almeno due serie di foglie in cima. In questo modo, si può sistemare il bastoncino in acqua oppure direttamente nel terreno, attendendo la comparsa delle prime radici.

    Il rinvaso e la potatura
    Il rinvaso di un esemplare come quello nano, che si addice maggiormente alla coltivazione in vaso, si può effettuare in primavera. È importante selezionare un vaso che si di poco più grande così da offrire il giusto spazio alla pianta. Inoltre, bisogna utilizzare un buon terreno drenante e sterile, così da non incorrere in nessuna problematica. Per quanto riguarda la potatura, invece, è da farsi con temperature miti: a maggio e alla fine del mese di agosto si può operare al meglio sulla pianta, utilizzando delle cesoie pulite. Prima dell’inverno si potrà sistemare la siepe per donare una forma più arrotondata e favorire così una bella fioritura e una forma più ordinata.

    Le malattie e i parassiti più comuni
    Come avviene per molte piante, anche l’escallonia può essere attaccata dagli afidi. Non appena si nota il problema è necessario acquistare un prodotto specifico che permette di eliminarli. Tra gli ulteriori problemi che possono sorgere con la coltivazione dell’escallonia ricordiamo quelli connessi all’eccessiva somministrazione di acqua: la pianta odia i ristagni idrici e, nei casi peggiori, potrebbe anche morire per via del marciume radicale. Può essere attaccata anche da funghi che invadono i tessuti della pianta e ne ostacolano il passaggio dei nutrimenti e dell’acqua. LEGGI TUTTO

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    In Europa ridotto l’inquinamento atmosferico, ma i livelli restano alti

    Il quarto “Clean Air Outlook”, il rapporto della Commissione europea e dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) conferma che le emissioni di inquinanti atmosferici nei paesi della Ue continuano a diminuire. Se da una parte l’analisi che arriva dal monitoraggio “Zero Pollution” è una buona notizia, dall’altra i ricercatori sottolineano che nonostante i progressi ottenuti, i livelli […] LEGGI TUTTO

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    World Wildlife Day, perché le specie selvatiche ne hanno bisogno

    Il 20 dicembre 2013 la 68ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dichiarò il 3 marzo “World Wildlilfe Day”, perché in questa giornata, nel lontano 1973, era stata firmata la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (CITES). Ogni anno quindi il 3 marzo celebriamo l’importanza delle specie selvatiche per garantire la funzionalità degli ecosistemi e per la nostra stessa vita.

    Spesso in italiano usiamo in termine “Giornata mondiale della fauna selvatica”, perché non abbiamo un termine univoco per descrivere tutte le specie, come esiste in inglese, però così si rischia di perdere di vista l’obiettivo di questa celebrazione. Le evidenze scientifiche accumulate negli ultimi decenni ci hanno fatto infatti capire che tutti gli organismi sono essenziali, non solo le specie animali carismatiche, ma anche le piante, i funghi o i batteri. Basti pensare che le piante rappresentano l’80% della massa vivente sul pianeta, e che la biomassa di batteri e funghi è molto superiore a quella degli animali. Per questo parlare di giornata della fauna selvatica rischia di essere riduttivo.

    Biodiversità

    Giornata mondiale della fauna selvatica, Boitani: “Convivere con orsi e lupi si può”

    03 Marzo 2025

    Il World Wildlife Day è un’occasione per ricordare l’importanza alle specie selvatiche, che – anche se spesso non ce ne accorgiamo – se la stanno passando davvero male. Se da un lato vediamo alcune specie aumentare, come lupi o cinghiali, e nel nostro paese il numero di alberi è cresciuto enormemente (i boschi sono passati da 8,7 a 11,2 milioni di ettari in 30 anni, la situazione complessiva delle specie selvatiche a scala mondiale è drammatica. Oltre 1 milione di organismi sono a rischio di estinzione, e le popolazioni in natura stanno crollando. Tra il 1970 e il 2020 le popolazioni animali sono calate in media del 73% a scala mondiale, con crolli ancora più drammatici in America Latina e nei Caraibi, dove ne abbiamo perduto il 95%, o in Africa, dove la perdita è stata del 76%.

    I documentari sulle grandi pianure africane, che mostrano incredibili concentrazioni di erbivori, rischiano di darci un’immagine falsata della situazione. In realtà i selvatici rappresentano oggi solo il 4% della biomassa complessiva di mammiferi, mentre il bestiame domestico (mucche, pecore, capre, maiali, cavalli, etc.) sono il 62%. Il restante 34% è rappresentato da noi uomini. Se poi dal calcolo togliamo balene e capodogli, allora i mammiferi selvatici scendono ad appena il 2% della biomassa totale. I soli maiali sono quasi il doppio come massa rispetto a tutti i mammiferi selvatici terrestri. Agli uccelli non va molto meglio; quelli domestici – polli, anatre e oche – sono il 71% della biomassa complessiva, e gli uccelli selvatici solo il 29%. La cruda realtà è che il mondo naturale e gli animali selvatici che lo popolano stanno scomparendo, mentre la popolazione umana ha raggiunto quasi otto miliardi di individui e continua ad aumentare, con impatti sempre crescenti sull’ambiente.

    Biodiversità

    Giornata mondiale della fauna selvatica, Boitani: “Convivere con orsi e lupi si può”

    03 Marzo 2025

    La domesticazione degli animali ha rappresentato un passaggio fondamentale nell’evoluzione delle nostre comunità e nella nostra vita, e ad alcune specie, come i cani ed i gatti, siamo legati in modo indissolubile. Ma con i nostri animali stiamo anche trasformando profondamente il Pianeta. I ??cani domestici hanno una massa totale vicina a quella combinata di tutti i mammiferi terrestri selvatici, mentre i gatti hanno una biomassa che è quasi il doppio di quella degli elefanti africani. Il legame con gli animali domestici è un valore importante per l’umanità, ma non dobbiamo scordare l’importanza della componente naturale della vita sulla terra.

    Biodiversità

    Mammiferi, la convivenza con l’uomo rischia di alterare il loro modo di vivere

    di Anna Lisa Bonfranceschi

    27 Febbraio 2025

    In questi giorni si è chiusa a Roma la Cop16 delle Nazioni Unite dove il tema principale era dove trovare i 200 miliardi che servono per mettere in atto il piano di azioni necessario per mettere in sicurezza biodiversità, mentre solo per i nostri animali d’affezione spendiamo quasi il doppio di questa cifra. È arrivato il momento di riconsiderare l’impronta ecologica delle nostre attività e, prima che sia troppo tardi, moltiplicare i nostri impegni per la tutela e il recupero delle specie selvatiche che stiamo perdendo a un ritmo vertiginoso. Se solo dedicassimo alle specie selvatiche la metà dell’attenzione che diamo alle specie domestiche, potremmo cambiare le cose in modo radicale. Buon World Wildlife Day a tutte e tutti, umani e non umani.

    Piero Genovesi è responsabile per ISPRA della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità LEGGI TUTTO

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    Giornata mondiale della fauna selvatica, Boitani: “Convivere con orsi e lupi si può”

    Minacciata dalla crisi climatica, in un equilibrio costantemente precario con l’uomo, con il quale la convivenza è spesso complicata, la fauna selvatica vive, oggi, una sfida conservazionistica sempre più impegnativa. Nel giorno in cui il mondo celebra il World Wildlife Day, la Giornata mondiale della fauna selvatica promossa a livello internazionale dalle Nazioni Unite a partire dal 2013 proprio per celebrare fauna e flora del Pianeta e il contributo fondamentale che le specie selvatiche danno alla nostra vita e alla salute degli ecosistemi, diventano così ancor più attuali le criticità che riguardano il mondo animale nell’Antropocene. La perdita progressiva di biodiversità, con i numeri fotografati nel corso della Cop16 di Roma – si traduce in un milione di specie a rischio estinzione nel mondo e in 58 ecosistemi a rischio nella sola Italia, complice la distruzione, la degradazione e la frammentazione degli habitat. A fare, seppure in parte, da contraltare è tuttavia l’aumento significativo dei grandi carnivori nell’Europa continentale, grazie anche all’effetto delle politiche di conservazione introdotte nei decenni scorsi: oggi ci sono 20.500 orsi bruni in Europa, con un aumento del 17% dal 2016, e 9.400 linci eurasiatiche (+12%.). E ancora: è aumentata del 35% anche la popolazione di lupi selvatici (stimati 23 mila esemplari).

    Biodiversità

    World Wildlife Day, perché le specie selvatiche ne hanno bisogno

    di Piero Genovesi

    03 Marzo 2025

    Addirittura più significativa la performance degli sciacalli dorati, le cui popolazioni sono aumentate del 46% dal 2016. Luigi Boitani, professore di Zoologia alla Sapienza di Roma, è tra i massimi esperti in Italia di ecologia animale e profondo conoscitore della fauna selvatica: il suo è un approccio diretto, privo di fronzoli.

    Partiamo dalle note dolenti: quanto stiamo perdendo, in termini di biodiversità della fauna selvatica, in questi anni?“Le statistiche sono tutte profondamente negative. Molte popolazioni vanno rarefacendosi, ancor prima che l’Iucn lanci il suo alert, inserendole nella categoria di minaccia critica. E la tendenza più negativa riguarda i paesi in via di sviluppo, dove prosegue inesorabile la galoppante corsa alla distruzione degli ambienti naturali, in particolar modo delle foreste tropicali, da sempre hotspot di biodiversità. Sostituire habitat naturali con habitat antropizzati ha un effetto devastante, e i maggiori indiziati sono l’agricoltura sulla terraferma e la pesca industriale negli oceani. E sa cosa fa più male?”.

    Ci dica, professore.“La consapevolezza che molte specie selvatiche stanno per scomparire ancor prima di averle descritte: del resto, ne abbiamo descritte appena 2 milioni sugli 11 milioni stimati. E i mammiferi sono quelli messi meglio ma sono un gruppetto piccolissimo, appena 6000 specie: tra i vertebrati, i dati più inquietanti riguardano gli anfibi”.Cosa può fare la ricerca?“Quello che già fa regolarmente, pubblicando tutte le settimane resoconti e studi esaustivi sul rischio in atto, basta spulciare su Science o Nature. Ma il nostro allarme per l’impatto della perdita di biodiversità è spesso inascoltato. E non è un caso che la politica italiana abbia disertato, a quanto leggo, la Cop16 di Roma sulla biodiversità”.A fronte di questi numeri critici, assistiamo all’incremento dei carnivori in Europa, un fenomeno che pone una serie di questioni ancora irrisolte, a cominciare dagli effetti indesiderati sull’attività umana e sullo stesso uomo. Come bisogna porsi?“Anzitutto, la decisione di convivere o meno con i grandi carnivori è soprattutto politica, non è certo dettata dalla ricerca scientifica. Si può scegliere di percorrere la strada del compromesso, o optare per l’eradicazione di uno dei due contendenti, che sono, per l’appunto, gli uomini e gli animali. Noi ricercatori forniamo dati e disegniamo scenari, ed è questo il nostro ruolo: fornire ai decisori strumenti adeguati per raggiungere un obiettivo, che sia l’eradicazione di una specie o il raggiungimento di un soddisfacente compromesso. Deve però essere chiaro che la logica del compromesso prevede che entrambe le parti rinuncino a qualcosa: l’uomo, per esempio, accetta di sostenere il costo di un certo numero di danni dalla fauna selvatica, che siano pecore mangiate da lupi o pesci dai cormorani, com’è nella natura delle cose. E d’altra parte si accetta che, fermo restando l’obbligo di mantenere tutte le specie in condizioni di conservazione favorevole, le popolazioni di carnivori siano gestite anche con qualche rimozione di esemplari troppo dannosi. È la dinamica della convivenza nella stessa casa. Del resto, non ha molto senso parlare di natura selvaggia in un continente, l’Europa, popolato da 500 milioni di persone”.Ma perché l’opinione pubblica è, spesso, così polarizzata?“Perché soffriamo il dualismo tra chi vive la città, e coltiva un’idea della natura idealizzata, e chi invece vive nella dimensione rurale, e ha una visione meno idilliaca, principalmente orientata allo sfruttamento delle risorse e al ritorno economico. E questi sono tempi in cui il dualismo anziché ricongiungersi va allargandosi, spaccando la opinione pubblica su due opposti fondamentalismi, spesso rinforzati dalla incapacità di dialogo e l’ignoranza. Da un lato e dall’altro, sia chiaro: gli animalisti, per esempio, hanno a cuore i singoli individui animali più che le dinamiche conservazionistiche di una specie”.Ci parli dell’espansione del lupo, che interessa ormai tutta l’Italia e sempre più spesso lo si vede anche in zone urbanizzate.“Un’espansione importante, quella del lupo, come conferma il nostro ultimo studio, prima autrice Cecilia Di Bernardi. Un’espansione di cui siamo in parte spettatori passivi ma che ha una spiegazione abbastanza semplice: il lupo si nutre di qualsiasi cosa commestibile. Se trova un cervo, il lupo sa fare il suo nobile lavoro di predatore, che piace all’immaginario collettivo, ma se si imbatte in cumuli di rifiuti on in pecore allo stato brado è in grado di adeguarsi. È anche grazie alla sua adattabilità che in Italia non si è mai del tutto estinto ed è per questo che oggi, in un continente così antropizzato, prolifera. In più, non ci sono mai state così tante prede potenziali: caprioli, cervi, cinghiali, persino le nutrie del Po. Non dobbiamo stupirci, in definitiva, se la sua presenza sia in costante aumento”.E ora c’è chi auspica un intervento di contenimento delle popolazioni: due anni fa, in Svezia, ha fatto notizia l’abbattimento di 54 lupi, scatenando la furia degli ambientalisti e, viceversa, il plauso degli agricoltori e cacciatori locali, che li consideravano una minaccia.“Anche qui, la decisione è politica. La Direttiva Habitat del 1992 prevede la protezione integrale del lupo, ma permette anche il prelievo di esemplari in regime di deroga con alcune precise condizioni. Negli ultimi 30 anni nessuna Regione ha mai chiesto la deroga che pure era possibile avere. Su questa base, pochi giorni fa l’Ispra ha inviato alle Regioni una proposta operativa che potrebbe prevedere, in deroga, prelievi contenuti. In generale, ci si avvicina a una una riduzione del livello di protezione della specie, che – pur nell’obbligo dei Paesi Ue di mantenere il lupo in condizioni favorevoli di conservazione – consenta di cacciarlo, soprattutto nei luoghi in cui la sua presenza causa eccessivo danno. Ma a scanso di equivoci sottolineerei che il lupo non è pericoloso per l’uomo: non ci sono storie di aggressioni, né è mai successo qualcosa, per esempio, ai due milioni di visitatori che esplorano in lungo e in largo il Parco Nazionale d’Abruzzo, del Lazio e del Molise. Una aggressione potrebbe comunque avvenire domattina e sarebbe nel novero degli incidenti che hanno una infinitesima probabilità di avverarsi ”.Per l’orso il discorso cambia, secondo lei?“Cambia, se non altro per le sue dimensioni: anche una sua carezza può far male. Ed è chiaro che se scegliamo la strada del compromesso, e non dunque quella dell’eradicazione, propria di chi immagina che la natura debba essere al nostro servizio, la soluzione può essere adottare strumenti utili per ridurre il danno alle greggi e minimizzare il rischio di quelli all’uomo. Come? Anche, ma non solo, rimuovendo gli orsi problematici, che in definitiva sono un numero molto piccolo. Lo so: fa male e dispiace. Ma è, ribadisco, la logica del compromesso: c’è quindi da chiedersi quanto si sia davvero disposti ad adottarla”. LEGGI TUTTO

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    Dagli imballaggi al trasporto, come organizzare un trasloco green

    Capita a tutti, prima o poi: l’inizio dell’università, un matrimonio, una separazione, un nuovo lavoro, ed ecco la necessità di trasferirsi altrove. In un altro quartiere, in un’altra città o addirittura in un altro Paese. Ebbene, l’impatto di un trasloco medio è rilevante: genera, infatti, circa 16,8 chili di emissioni di anidride carbonica (più o meno come tenere una lampadina accesa per quasi otto settimane). Saperlo ed esserne consapevoli è il primo passo per poter organizzare un trasferimento il più possibile sostenibile. Magari seguendo la piccola guida di seguito.

    Prima di iniziare
    Il trasloco è, in realtà, una grande opportunità per fare ordine. E per riflettere su ciò che si desidera tenere, donare, vendere o riciclare. Importante è fare una pianificazione efficace, nei mesi o nelle settimane precedenti il trasferimento: rimandando le decisioni all’ultimo minuto, il rischio è che molti oggetti finiscano nella spazzatura, non essendoci il tempo per uno smaltimento ponderato e responsabile.

    Regalare ciò che è in buono stato ma non si usa più è un gesto di generosità che fa bene al pianeta e al cuore. Molte organizzazioni non profit ed enti di beneficenza accettano volentieri, previo avviso telefonico, abbigliamento e calzature, lenzuola e asciugameni, libri, utensili da cucina, cd e dvd. Un’alternativa alla donazione è la vendita: per esempio, nei mercatini dell’usato di quartiere; su specifici siti web (eBay, Subito, Vinted, Wallapop); nei negozi che si occupano di oggetti d’antiquariato di seconda mano. Ciò che non si può né donare né vendere, deve essere riciclato con cura. Da riciclare senza indugio anche bollitori, tostapane, spazzolini elettrici, trapani, telecomandi della tv. Da questi piccoli elettrodomestici si possono, infatti, ricavare materie prime da riutilizzare nei settori più vari: dai parchi giochi ai dispositivi medici. Infine, attenzione al garage o alla cantina: mentre li si sgombera, è facile imbattersi in avanzi di pesticidi, vernici, diserbanti o vecchie batterie. Materiali corrosivi, infiammabili, pericolosi per l’ambiente e per la salute, che vanno perciò smaltiti in modo adeguato.

    Mobili da conservare
    Una poltrona, un comodino o il mobiletto del bagno: capita di essere indecisi se portare con sé un arredo o acquistarlo nuovo una volta giunti a destinazione, magari tenendo conto dei diversi spazi a disposizione. Dal punto di vista ambientale non c’è partita: la prima soluzione batte di gran lunga la seconda. Basta pensare che, secondo recenti dati, la realizzazione di un mobile nuovo in legno di medie dimensioni genera circa 47 chili di anidride carbonica, un divano ne produce circa 90 e una sedia da scrivania circa 72. In generale, l’impatto di anidride carbonica derivante dalla produzione e dall’acquisto di 12 mobili nuovi supera quello della spedizione di un container di sei metri da Londra a New York.

    Usare scatoloni, ma anche valigie e borse
    Scatole e scatoloni nuovi di zecca, per esempio acquistabili online, costituiscono un inutile costo aggiuntivo, oltre a uno spreco di risorse. L’ideale è recuperarli usati, contattando per tempo supermercati e negozi della zona e chiedendo loro di tenere da parte per voi i contenitori di cui non hanno più bisogno. Si può anche chiedere a vicini o amici di prestarvi gli scatoloni eventualmente in loro possesso. Una volta ultimato il trasloco, le varie scatole possono essere conservate per un uso futuro o cedute ad altri. Oltre ai tradizionali scatoloni, si possono usare, per gli oggetti da traslocare, anche valigie, borse di tela, contenitori rigidi, sacchi per la biancheria.

    Per sigillare pacchi e pacchettini, meglio non utilizzare il tradizionale nastro adesivo, realizzato in polivinilcloruro (pvc) o in propilene. Un ottimo sostituto è il nastro ecologico, formato da un supporto in carta e un adesivo privo di solventi inquinanti. In alternativa, si può optare per il nastro in polipropilene riciclato. Una soluzione più recente sono i nastri in bio-film, realizzati con prodotti di origine biologica. In questo caso, la parte adesiva è interamente composta da gomma naturale per garantire un’elevata adesività senza inquinare.

    Come ottimizzare gli spazi
    Chi ha l’armadio stracolmo di abiti, t-shirt, gonne, maglioni e non vuole riempire scatole su scatole può adottare il metodo della scrittrice giapponese Marie Kondo, nota esperta di decluttering. In concreto, per piegare, per esempio, una maglietta si procede così: occorre anzitutto piegare entrambi i bordi del capo verso il centro per formare un rettangolo, infilando eventuali maniche o tessuto in eccesso; poi piegare il rettangolo a metà nel senso della lunghezza; infine, piegarlo a metà o in terzi. Al termine si otterrà un rettangolo compatto di tessuto che occuperà pochissimo spazio.
    L’imballaggio degli oggetti fragili
    Dai vasi di vetro ai bicchieri, gli oggetti fragili hanno ovviamente bisogno di una protezione extra che li metta al riparo dagli urti accidentali. Guai, però, a usare il pluriball: è un concentrato di plastica. Un’opzione eco-friendly sono gli imballaggi in amido di mais, a base di acido polilattico, un biopolimero che riduce del 65% le emissioni di gas serra rispetto alle plastiche tradizionali e che risulta biodegradabile in condizioni di compostaggio adeguate. C’è poi anche un’alternativa a costo zero, ovvero avvolgere tazze, piatti, lampade in fogli di giornali o di riviste, in strofinacci o in vecchi asciugamani. Per diminuire la necessità di imballaggi può anche tornare utile un piccolo, ma sempre valido stratagemma: inserire gli oggetti più piccoli all’interno di quelli più grandi, come una sorta di scatole cinesi.

    Gestire frigo e dispensa
    Al fine di ridurre al minimo lo spreco alimentare, la prima regola è evitare di riempire eccessivamente frigo, freezer, dispensa nelle settimane che precedono il trasloco. E se, al momento del trasferimento, sono comunque rimasti pacchi di pasta, scatolette di tonno, confezioni di riso, una buona idea è condividerli con i vicini oppure donarli al banco alimentare.

    Trasporto con furgone
    Per limitare consumo di carburante ed emissioni, è preferibile astenersi dalla tentazione di fare un’infinità di andirivieni con la propria auto. Meglio affittare un furgone o, se possibile, farselo prestare da qualche amico. Chi dovesse affrontare un trasferimento particolarmente impegnativo può rivolgersi a professionisti del settore, tenendo presente che molte aziende offrono traslochi green, optando per veicoli elettrici a basse emissioni o sviluppando programmi di compensazione delle emissioni di carbonio. LEGGI TUTTO

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    Farsi un tè può rimuovere piombo e altri metalli pesanti dall’acqua

    Una tazza di tè al giorno toglie il medico di torno? Forse no, ma ai già noti benefici di una delle bevande più diffuse e consumate sul pianeta si aggiunge una proprietà finora molto poco conosciuta: le foglie di tè assorbono ioni di metalli pesanti, come il piombo, dall’acqua, contribuendo a depurarla e – almeno questa è l’ipotesi – a ridurre il rischio di patologie cardiovascolari connesse all’esposizione. Qualche evidenza c’era già, ma adesso un team della Northwestern University (Illinois, Usa) ha prodotto uno degli studi sistematici più completi, arrivando anche a stabilire le condizioni ottimali per ottenere la più pura tazza di tè. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Acs Food Science & Technology.

    Come spiegano gli autori dell’indagine, la stessa proprietà che fa sì che le foglie di tè rilascino nell’acqua sostanze aromatiche contribuisce alla capacità di attrarre e intrappolare ioni metalli pesanti, come piombo, cadmio e arsenico. Chiarito il motivo, gli scienziati si sono però chiesti se esistessero delle differenze tra vari tipi di tè, metodi e tempi di infusione.

    Unione Europea

    Ue, da oggi vietato usare Bisfenolo A nei contenitori per alimenti

    di Paolo Travisi

    20 Gennaio 2025

    Quello che hanno scoperto è che il tipo di tè più efficiente nel rimuovere i metalli pesanti dall’acqua è il tè nero, soprattutto se macinato fine. Ciò dipende dalla struttura delle foglie e dal fatto che sminuzzandole aumenta la superficie di scambio con l’acqua. Altre tipologie di tè, come quello verde, bianco e oolong, hanno comunque effetti simili. Meno bene, invece, i risultati per rooibos e soprattutto per i fiori di camomilla.

    La capacità di filtrare l’acqua, inoltre, varia anche se si utilizza il tè sfuso o il tè in bustina. E il tipo di bustina non è indifferente: quelle di nylon, oltre a rilasciare microplastiche, non contribuiscono quasi per nulla all’assorbimento dei metalli pesanti, così come quelle di cotone; le migliori (che poi sono anche le più utilizzate) sono quelle in cellulosa, una fibra vegetale naturale che è innocua per l’essere umano, compostabile e che appunto contribuisce anche da sola a pulire l’acqua dai metalli pesanti.

    Moda

    Shein, un test tedesco rivela sostanze tossiche sui vestiti

    28 Agosto 2024

    Tuttavia, il fattore che fa davvero la differenza nella capacità di filtrazione è il tempo di infusione: più a lungo si lasciano le foglie di tè in acqua, più ioni metallici di piombo verranno rimossi, indipendentemente dalla loro concentrazione iniziale, fino alla soglia di 10 parti per milione (una quantità estremamente tossica, tant’è che il limite di legge per l’acqua potabile stabilito dal D.Lgs.18/2023 è di 10 microgrammi per litro, ossia 0,01 parti per milione). Per questo la migliore tecnica per eliminare i metalli pesanti dall’acqua è quella con cui si fa il tè freddo, quando le foglie rimangono in infusione per 24 ore.

    In ogni caso i ricercatori hanno scoperto che col tipico metodo con cui si fa una tazza di tè classica, ossia con acqua poco al di sotto del punto di ebollizione e una bustina di tè lasciata in infusione per 3-5 minuti, si riesce a ridurre la concentrazione di piombo del 15% circa. Anche le concentrazioni di cromo e cadmio risultano ridotte in questo modo.

    L’inquinamento da metalli “morde” le arterie e potrebbe aumentare il rischio di infarto ed ictus

    18 Ottobre 2024

    “Non stiamo suggerendo che tutti inizino a usare le foglie di tè come filtro per l’acqua”, ha affermato Vinayak P. Dravid della Northwestern, tra gli autori dello studio, che sottolinea come i filtri a carbone siano molto più indicati per questo specifico scopo e consentano di rimuovere anche altri inquinanti. Come aggiunge il suo collega Benjamin Shindel, tuttavia, a concentrazioni di piombo simili a quelle che si trovano in Paesi ad alto reddito prepararsi una semplice tazza di tè dovrebbe riuscire a rimuovere dall’acqua una quantità di piombo significativa per la salute: “In una popolazione, se le persone bevessero una tazza di tè in più al giorno, forse nel tempo vedremmo un calo delle malattie strettamente correlate all’esposizione ai metalli pesanti – commenta – Oppure potrebbe aiutare a spiegare perché le popolazioni che bevono più tè abbiano tassi di incidenza inferiori di malattie cardiache e ictus rispetto alle popolazioni che ne consumano meno”. LEGGI TUTTO

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    Sensori autonomi e biodegradabili, l’idea di una startup veneta

    “In molti settori si utilizzano congegni pieni di sensori in grado di raccogliere e mandare dati a distanza per i più svariati utilizzi, ma spesso le applicazioni sono limitate dal fatto che per funzionare e durare a lungo richiedono molta energia. I nostri dispositivi sono progettati per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente, eliminando la necessità di sostituire frequentemente le batterie o di continuare a ricaricarli”. A parlare è Carlo Sam co-fondatore di Innoitaly, startup nata dall’iniziativa di cinque fondatori: Michele Carlet, Davide Brunelli, Roberto La Rosa, Roberto Santolamazza e Carlo Sam.

    Fondata a fine 2023 a Codogné (Treviso), e insediata in Progetto Manifattura, l’hub di Trentino Sviluppo dedicato alla green technology, Innoitaly fornisce soluzioni avanzate per il monitoraggio ambientale, con un focus su sostenibilità, efficienza e riduzione dei costi. Nello specifico, progetta e produce sensori e dispositivi wireless a indipendenza energetica, con intelligenza artificiale integrata.
    “Abbiamo brevettato sensori e dispositivi elettronici wireless che non usano batterie perché sono capaci di ricavare l’energia dall’ambiente in vari modi”, spiega a Green&Blue il co-fondatore e direttore marketing Carlo Sam. “Il metodo più rivoluzionario è quello dell’utilizzo di celle a combustibile microbiche, in grado di catturare l’energia dai batteri che si trovano nel terreno: un prodotto che nel suo genere sarà tra i primi al mondo ad arrivare sul mercato, ed è il frutto della collaborazione con i ricercatori dell’Università di Trento e del Dipartimento di Biologia dell’Università Federico II di Napoli”.

    Il team dei fondatori di Innoitaly: Michele Carlet, Davide Brunelli, Roberto La Rosa, Roberto Santolamazza e Carlo Sam  LEGGI TUTTO

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    Fango al posto della neve: le isole Svalbard al tempo del riscaldamento globale

    “Fango!”, esclama Tessa Viglezio, rientrando nella stazione italiana Dirigibile Italia. Viglezio è station leader della stazione dell’Istituto di Scienze Polari del CNR. Poi posa i pesanti stivali che usa quando guida la motoslitta fuori dalla base. “Non dovrebbe essere così, dovrebbe esserci neve”, dice ancora. La stazione è un centro di ricerca multidisciplinare situato a Ny-Alesund, alla latitudine 79° Nord nelle Isole Svalbard. La base è operativa dal 1997. Gli scienziati presenti nella base sono tra il sorpreso e lo sconcertato. Sono consci di essere testimoni dell’inizio di una nuova epoca, in cui gli inverni sono sempre più brevi e la pioggia si sostituisce alla neve.

    Intorno a loro nel pieno dell’inverno artico, la poca neve che c’è si sta inesorabilmente liquefando, ci sono pozzanghere d’acqua. Ogni tanto, invece di nevicare, piove. Le temperature sono da diversi giorni sopra lo zero termico, notte e giorno. Dai tetti delle stazioni scientifiche dei diversi Paesi si sente lo stillicidio della neve che si scioglie. “È estremamente caldo. Quattordici volte più caldo di quanto dovrebbe essere al momento. Questa stagione, febbraio-marzo dovrebbe essere attorno ai meno 20 gradi, in teoria sono i due mesi più freddi dell’anno”, dice ancora Viglezio. “Invece siamo al di sopra di 0 gradi da due settimane. È veramente impressionante. C’è acqua liquida in tutta Ny-Alesund, sono condizioni che ti aspetteresti in maggio o giugno”. “Ho parlato con chi vive qui da vent’anni e un artico così, con così poca neve e così caldo, a febbraio non lo ricorda nessuno”, dice Donato Giovannelli, microbiologo della Federico II di Napoli e attualmente ospite della base. I record di temperatura alle Svalbard sono aumentati, a testimonianza dei significativi cambiamenti climatici degli ultimi decenni. Nell’agosto 2024, la stazione meteorologica di Bjornoya ha registrato una temperatura di 22,5°C, la più alta dall’inizio delle registrazioni nel 1912. Inoltre, l’estate del 2024 è stata la più calda mai registrata, con una temperatura media di 6,9°C in tutte e quattro le stazioni meteorologiche delle Svalbard. Che questo settore dell’artico sia un hotspot del riscaldamento globale è evidenziato anche da uno studio a cui ha contribuito il CNR e appena pubblicato sulla rivista Nature.

    Crisi climatica

    La Groenlandia si scioglie sempre di più

    di Fiammetta Cupellaro

    03 Febbraio 2025

    Lo studio è la prima ricostruzione che collega la riduzione del ghiaccio marino e il ritiro dei ghiacciai con l’incremento dell’areale della vegetazione delle Svalbard, che diventano, in sintesi, sempre più verdi. Ma se in estate un po’ più di caldo nell’Artico può non fare notizia, in inverno è ben diverso: la fisica non perdona: sopra lo zero il ghiaccio e la neve diventano acqua e se ne vanno. La magia dell’inverno polare si liquefa e gli scienziati, i pochi abitanti dell’arcipelago, e anche i turisti a caccia di avventure ricalcando i passi di entusiasti influencer camminano non su morbida neve ma su una poltiglia bagnata, su lastre di ghiaccio coperte da un velo d’acqua, o nel fango. “Con il mio team siamo venuti nell’Artico a studiare l’ambiente invernale e le comunità microbiche che vivono in questo ambiente estremo. Sappiamo benissimo che in estate i microorganismi presenti diventano attivi e cominciano a consumare carbonio e a rilasciare gas serra come CO2 e metano. Non sappiamo molto di quello che succede durante l’inverno perché il terreno è quasi completamente congelato e coperto dalla neve” , spiega Giovannelli.

    Crisi climatica

    Artico sempre più caldo: ormai emette più gas serra di quanti ne assorbe

    di redazione Green&Blue

    22 Gennaio 2025

    “Siamo venuti per campionare suoli prevalentemente congelati e invece abbiamo trovato temperature sopra lo zero già da una settimana. Tutto si sta scongelando e abbiamo trovato grandi zone di suolo dove la neve non c’è più”. Questa situazione è anche origine di problemi logistici. Molti lavori di costruzione vengono compiuti in inverno, quando il terreno è congelato. La neve serve anche per muoversi. “L’anno scorso c’era tanta neve, anche 80 centimetri. Era perfetto per andare in motoslitta, perfetto per sciare. C’è stato qualche evento di “rain on snow” (pioggia sulla neve), ma non sono stati così devastanti come quelli di quest’anno”, spiega ancora Viglezio. Anche se da un lato questa è una opportunità per affacciarsi sul nuovo artico, quello che ci aspetta, “è deprimente guardarsi intorno e vedere distese di acqua liquida, invece che distese di neve. Ci sono ovunque distese di acqua, grandi come laghi. È febbraio, siamo nel pieno dell’inverno Artico, a 79 gradi di latutudine nord”, ammette Giovannelli. “È deprimente perché forse abbiamo sottovalutato la cosa, noi scienziati per primi, siamo stati troppo cauti nei messaggi che abbiamo dato. Invece gli effetti di cui parlavamo, e che pensavamo ci sarebbero stati tra 20 anni, 50 anni, 100 anni, probabilmente sono già qui. Lo so che una stagione come questa non fa statistica, però se guardiamo le statistiche, le temperature medie sono in aumento dagli ultimi 40 anni. Negli ultimi 6-7 anni ogni anno è stato l’anno più caldo mai registrato. Certo, la mia esperienza di quest’anno non fa statistica, però la tendenza è chiaramente in aumento e questo non si può nascondere”, conclude Giovannelli. LEGGI TUTTO