Non si vede dal 2015. Così, a distanza di dieci anni, il gufo delle nevi è stato dichiarato estinto in Svezia. E per la prima volta negli ultimi venti anni il Paese perde una specie di uccello. La notizia “fotografa” un declino importante, in termini di biodiversità. Irreversibile? Presto per dirlo. Certo è che la specie (Bubo scandiacus il nome scientifico) si è per secoli riprodotta in Svezia e fino agli anni ’70 erano qui censite diverse centinaia di coppie, al punto da farne un animale iconico della natura selvaggia del nord del Paese, dove arrivava a seguito di migrazione dall’Artico.Poi, qualcosa è successo. E c’entra, ancora una volta, la crisi climatica. Annuisce Niklas Aronsson, caporedattore di Vår Fågelvärld, rivista legata a “BirdLife Svezia”.
Biodiversità
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Perché non v’è dubbio che insieme al ridimensionamento dell’habitat potenziale – “i gufi delle nevi scelgono luoghi remoti e incontaminati per crescere i loro piccoli e la crescente espansione delle città svedesi ha sottratto spazio alle foreste” – incida, minaccia principale, proprio il “climate change”. Inverni più miti portano in dote, infatti, più pioggia e meno neve, distruggendo le gallerie su cui i lemming, principale fonte di cibo dei gufi, fanno affidamento per sopravvivere. E senza questi piccoli roditori, questi rapaci – animali straordinariamente belli, complice la livrea bianca, perfettamente mimetica, e in grado di “sentire” le prese anche ne nascoste sotto la neve – non possono sopravvivere. “La loro scomparsa dalla Svezia è più di una semplice perdita di specie. – denuncia allora BirdLIfe International, organizzazione non governativa che si occupa della protezione e della conservazione dell’avifauna oltre che della restaurazione e tutela dei relativi habitat naturali – È un avvertimento sulla rapidità con cui gli ecosistemi artici stanno cambiando. Perderli è un doloroso promemoria di ciò che è in gioco per la biodiversità, per la natura e per il lavoro di conservazione in generale”. Ma non tutto è perduto. “Finché la civetta delle nevi non sarà estinta a livello globale, c’è ancora speranza che possa tornare in Svezia un giorno. Ma il suo futuro dipende dalle scelte che facciamo e dalla nostra volontà di proteggere la natura e i suoi abitanti”.
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Del resto, già in un passato non troppo remoto la specie se l’è vista brutta: nel diciannovesimo secolo migliaia di esemplari sono stati abbattuti per la tassidermia, ma anche per scopi alimentari. Oggi, a quanto pare, ne resta un numero compreso tra i 14 mila e i 28 mila esemplari, in tutto il mondo: numeri peraltro in graduale decremento, che già oggi valgono la classificazione come specie vulnerabile nella lista rossa dell’Iucn. E la scomparsa del gufo delle nevi in Svezia non è un caso isolato, come conferma l’ornitologo Rosario Balestrieri, presidente dell’associazione Ardea: “Proprio così, è il sintomo di una crisi sistemica che sta colpendo duramente tutte le specie europee legate ai climi freddi. – sottolinea – Grazie alla loro elevata vagilità, gli uccelli sono i primi a ‘riscrivere’ i confini degli areali in risposta al riscaldamento globale, muovendosi molto più velocemente di altri organismi. Quella che osserviamo è una vera e propria riscrittura della biogeografia: specie che storicamente svernano in Africa ora restano in Europa, mentre altre si arroccano su vette montane sempre più simili a ‘isole’ di freddo che si rimpiccioliscono anno dopo anno. La mappa tracciata dai movimenti dell’avifauna è, a tutti gli effetti, il monitoraggio in tempo reale del collasso degli ecosistemi. Questi uccelli – conclude l’ornitologo – non stanno solo cambiando rotte migratorie: ci stanno indicando esattamente dove il sistema è più fragile e dove è urgente intervenire per cambiare la nostra, di rotta”.
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