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    Trattamento dei Metameri, cos'è e a cosa serve

    Sanihelp.it – Si chiama Trattamento dei Metameri e si concentra sulla colonna vertebrale.
    Questo tipo di trattamenti, infatti, si collega ai Metameri, che sono delle fasce orizzontali che possiamo trovare lungo tutta la colonna vertebrale, tranne che a livello cervicale.

    Si indica come per ogni disco intravertebrale si individui un metamero.
    A livello generale, i metameri indicano lo stato non solo della colonna, ma anche degli organi che vi si trovano in prossimità. Un metamero teso, infatti, indicherà una sorta di sofferenza sia per l’area della colonna sia per organi e apparati vicini.

    Essenzialmente, il tessuto connettivale andrebbe a sporcarsi e a soffrire a causa di errati stili di vita ma anche di emozioni non espresse in modo adeguato.
    Ecco che, quindi, qui interviene il trattamento.
    Ma come viene eseguito?
    L’operatore si occupa di manipolare il tessuto connettivo e di disintossicarlo con manovre specifiche.
    Il trattamento, quindi, all’inizio può risultare un po’ doloroso, ma con il passare del tempo potrà essere sempre più efficace e piacevole, riportando il corpo all’armonia.
    E per chi è indicato questo trattamento?
    Si consiglia a coloro che soffrano di contratture e problemi muscolari, ma anche per chi abbia problematiche come l’ansia e la depressione. More

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    Fanghi anticellulite, efficacia e fai da te

    Sanihelp.it – La cellulite colpisce più dell’80% delle donne, eppure tantissime la combattono ancora come un’acerrima nemica.In tanti casi, la cellulite è fisiologica, ereditaria ed è una parte del corpo che si dovrà accettare.

    Tuttavia, si potrà cercare di migliorare non tanto l’aspetto a buccia d’arancia, quanto ciò che si trova alla base di esso, dalla ritenzione alle difficoltà circolatorie, con i fanghi anticellulite.
    Questi rimedi, ormai famosi anche in Italia, consentono di ottenere buoni risultati, ma solo se utilizzati con costanza.

    Infatti, i fanghi sollecitano il microcircolo, consentendo di tonificare la pelle e di aumentare anche la circolazione periferica.
    Inoltre, riducono il gonfiore, eliminano le tossine e consentono anche di elasticizzare la pelle.
    Si potranno realizzare i fanghi anche in casa, basteranno alcuni semplici ingredienti, con un’accortezza: scegliete sostanze che non interferiscano con la tiroide e che, quindi, non contengano troppo iodio.
    Per realizzare a casa i propri fanghi anticellulite sarà necessario procurarsi:
    Argilla Verde
    Latte in polvere
    Olio essenziale di ginepro
    Olio essenziale di limone
    In una ciotola di legno si dovrà stemperare un bicchiere di argilla con acqua calda in parti uguali. Si farà riposare per almeno un’ora.
    Nel frattempo si potrà preparare il resto del mix, mescolando il latte in polvere con cinque gocce di ogni olio essenziale.
    Si aggiungerà la polvere con oli essenziali all’argilla, aggiungendo eventualmente dell’altra acqua, nel caso in cui il composto sia troppo solido.  
    Si applicherà il tutto sulle parti da trattare con una spatola, e si coprirà con della pellicola. Si lascerà agire per circa venti minuti, per poi risciacquare il tutto con acqua tiepida. More

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    Così Aurora Rufino ha sconfitto la paura di volare

    Sanihelp.it – «La paura di volare toglie il respiro, innesca una serie di reazioni incontrollabili e annichilenti e costringe, talvolta, a rinunciare a esperienze personali o a nuove opportunità lavorative. Per anni mi sono sentita intrappolata in questa fobia tanto che, pur sapendo che l’aereo è uno dei mezzi più sicuri per spostarsi, a ogni viaggio la ragione mi abbandonava per lasciare spazio a uno stato di angoscia estrema». Parola di Aurora Ruffino, tra i protagonisti della fiction Noi, remake della serie americana This is Us, che così ha svelato a Ok salute e benessere il proprio problema con gli aerei.Per l’attrice, classe 1989, sempre in viaggio per lavoro e anche per amore – avendo un ragazzo che vive in Francia – la paura di volare si faceva sentire già giorni prima della partenza, con pensieri ansiogeni e lacrime, per poi concretizzarsi con un malessere fisico il giorno del viaggio: « Arrivavo in aeroporto già con la tachicardia e le mani sudate, superavo i controlli con le gambe tremolanti ed entravo nel velivolo reggendomi in piedi a fatica» ha raccontato. «Al momento del decollo, e in generale durante l’intera tratta, mi girava la testa, avevo le palpitazioni, il fiato veniva a mancare, mi sentivo svenire, iniziavo a sudare. In caso di turbolenza mi veniva sempre un forte attacco di panico, che mi costringeva a chiedere aiuto al personale di bordo».

    La fobia poi è diventata quasi ossessione: «Continuavo sì ad avere paura, ma contestualmente non potevo fare a meno di informarmi sugli incidenti aerei del passato, fare ricerche sulle compagnie di linea più importanti, visitare i musei dedicati, leggere libri e guardare documentari ambientati ad alta quota. Probabilmente lo facevo perché avevo bisogno di capire questo mezzo di trasporto che tanto mi creava disagio» ha svelato. Del resto molto spesso la paura di volare affonda le radici nella paura di perdere il controllo (in volo, si sa, ci si deve affidare ad altri) e aumentare le proprie conoscenze del mezzo può aiutare ad acquisire sicurezza.

    Così Aurora ha scoperto che una importante compagnia aerea organizzava corsi online contro la paura di volare e si è iscritta, trovando sia suggerimenti di uno psicologo per gestire l’ansia in volo, sia lezioni più tecniche curate da piloti, che spiegavano tutto ciò che succede in un aereo. «Grazie a questo corso e alla pazienza del mio ragazzo, che per tre anni ha lavorato in una multinazionale produttrice di aeromobili svelandomi i segreti e i retroscena di questo mondo, sono riuscita a vincere il panico ad alta quota, trasformando l’ossessione che avevo sviluppato in una passione». E oggi ama volare. «Diversamente da prima, riesco a leggere, ascoltare la musica, guardare giù dal finestrino e, talvolta, anche ad assopirmi se il viaggio è particolarmente lungo. Non ho più avuto attacchi di panico in volo, niente gambe tremolanti o mani sudate, nessuna richiesta d’aiuto al personale di bordo». More

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    Tumore alla prostata: nuova terapia mirata

    Tumori: prevenzione e terapie

    di Elisa BrambillaPubblicato il: 05-04-2022

    La FDA ha approvato un nuovo farmaco per il trattamento del carcinoma prostatico

    © istock

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    Sanihelp.it – La Food and drug administration statunitense (FDA) ha approvato Pluvicto(lutezio Lu 177 vipivotide tetraxetano) per il trattamento del carcinoma prostatico metastatico (che si è diffuso in altre parti del corpo) resistente alla castrazione. Per poter essere trattati, i pazienti devono essere già stati trattati con la chemioterapia a base di taxani e con la terapia ormonale. 
    «Negli americani, il cancro alla prostata è la seconda causa di morte legata al cancro. Anche se il panorama del trattamento per il tumore della prostata metastatico resistente alla castrazione continua a evolversi, c’è un elevato bisogno insoddisfatto di ulteriori opzioni di trattamento di medicina di precisione per migliorare gli esiti per questi pazienti. L’approvazione di Pluvicto offre una nuova speranza questi pazienti» ha commentato Jamie Bearse, l’amministratore delegato e presidente di ZERO – The End of Prostate Cancer.
    Questo farmaco, di Novartis, è la prima terapia mirata con radioligandi a essere approvata dalla FDA, e viene somministrata per via endovenosa. 
    Le emissioni del radioisotopo danneggiano le cellule tumorali, causandone la morte o bloccandone la replicazione, e poiché hanno un raggio d’azione molto breve, non danneggiano le cellule circostanti.
    Il carcinoma prostatico metastatico ha un tasso di sopravvivenza a 5 anni inferiore al 30%.
    Pluvicto sarà disponibile negli Stati Uniti fra poche settimane e costituisce una speranza per coloro che sono stati già sottoposti ad altre forme di trattamento e che altrimenti non avrebbero una alternativa.

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    Willis: afasia forse conseguenza di un incidente sul set

    Linguaggio

    di Valeria GhittiPubblicato il: 05-04-2022

    Nel 2002 Bruce fu colpito alla testa da un ordigno pirotecnico sul set de L’ultima alba. Da allora sarebbero cominciato i problemi, peggiorati poi negli anni.

    © Instagram

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    Sanihelp.it – «Come famiglia, volevamo condividere che il nostro amato Bruce ha avuto problemi di salute e gli è stata recentemente diagnosticata l’afasia, che sta influenzando le sue capacità cognitive. Di conseguenza, e con molta considerazione, Bruce si sta allontanando dalla carriera che ha significato così tanto per lui». A pubblicare queste parole,  lo scorso 30 marzo, sul proprio profilo Instagram (ma a nome di tutta la famiglia allargata) è stata Rumer Willis, figlia della star hollywoodiana Bruce Willis.
    Una doccia fredda per i molti sostenitori dell’attore che, a soli 67 anni, si vede costretto a lasciare il cinema per colpa di un disturbo, l’afasia appunto, che deriva da danni alle strutture cerebrali responsabili del linguaggio. Un disturbo che compromette la capacità di esprimersi con le parole ma anche di comprenderle. Spesso l’afasia è conseguenza di un ictus o di un trauma cranico, ma può anche svilupparsi lentamente a causa di patologie neurologiche degenerative o tumorali.
    Al momento non ci sono maggiori informazioni ufficiali sulla malattia dell’attore: sulle caratteristiche (non tutte le forme di afasia sono uguali) né sulle cause individuate. Intanto però The US Sun, l’edizione online statunitense del famoso tabloid britannico, riporta fonti vicine all’attore che parlerebbero di un possibile collegamento tra la diagnosi attuale e un incidente di cui Willis fu vittima nel 2002, sul set di Tears of the Sun- L’ultima alba: egli fu infatti colpito alla testa da un ordigno pirotecnico, riportando ferite che lo spinsero anche a fare causa alla produzione nel 2004.
    Secondo la fonte citata dal magazine (un amico di lunga data dell’attore) l’annuncio della famiglia non sorprende chi davvero conosce l’attore, perché i segnali che qualcosa non andasse erano già presenti da tempo: «I cambiamenti sono diventati evidenti circa cinque anni fa. All’inizio non era niente di importante, solo piccole cose, come la necessità di assistenza con il copione usando gli auricolari».

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    Akshi Tarpana, il trattamento ayurvedico per gli occhi

    Trattamenti naturali

    di Stefania D’AmmiccoPubblicato il: 29-03-2022

    Come ridurre disturbi a livello oculare con una pratica ancora poco nota ma davvero efficace

    © istock

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    Sanihelp.it – Si chiama Akshi Tarpana, ed è un trattamento dedicato proprio a Tarpana, gli occhi.
    È, in particolare, un trattamento ayurvedico ancora poco noto ma che dovrebbe essere praticato da tutti coloro che abbiano particoalri problemi agli occhi.
    Infatti, anche per la parte oculare l’Ayurveda prevede rimedi specifici, tra cui questo tipo di trattamento.
    Innanzitutto vediamo come si esegue Akshi Tarpana.
    Si preparerà l’area perioculare, creando una barriera con una pasta a base di erbe e di farine, la cui composizione potrà variare a seconda dell’area geografica nella quale si eseguirà il trattamento.
    In questo modo si eviterà che il composto utilizzato per il trattamento possa colare verso i lati del viso.
    Successivamente, si farà colare un composto a base di oli o Ghee ed erbe proprio a livello degli occhi. A seconda dell’obiettivo si potrà richiedere alla persona di rimanere con le palpebre chiuse, oppure di sbatterle velocemente.
    Il trattamento, che durerà una ventina di minuti, si realizzerà in un ambiente rilassato, che favorirà anche uno stato d’animo più tranquillo in chi vi si sottoporrà.
    Il trattamento di Akshi Tarpana è molto consigliato a coloro che soffrano di problemi come la sindrome dell’occhio secco, il bruciore cronico, il dolore dato dalla tensione e anche la presenza di borse e occhiaie.
    Bisognerà evitarlo, invece, nel caso in cui si abbiano problemi corneali, ulcere e altre forme infiammatorie a livello di occhi e congiuntiva.
    Infine, bisognerà sempre controllare che il materiale utilizzato per il trattamento sia adatto, ci sia la massima pulizia e che non vengano usati oli che possano provocare allergie.

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    Tumori: rischio maggiore se il bambino è esposto a ftalati

    Tumori: prevenzione e terapie

    di Elisa BrambillaPubblicato il: 29-03-2022

    Uno studio rivela che l’esposizione agli ftalati aumenta il rischio di cancro infantile

    © istock

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    Sanihelp.it – Gli ftalati, come per esempio il bisfenolo, sono sostanze chimiche plastificanti, cioè utilizzate come componenti per la produzione di prodotti in plastica, tra i quali anche prodotti a uso alimentare, come bottiglie, piatti e posate usa e getta, contenitori per la conservazione dei cibi. Queste sostanze hanno la capacità di trasferirsi dall’oggetto in plastica al cibo che consumiamo, e quindi al nostro corpo. Dal 14 gennaio di quest’anno sono stati messi al bando, vietandone la produzione e la vendita, piatti e bicchieri in plastica monouso, posate, cannucce, contenitori e altri oggetti in plastica, che fino a oggi sono però stati utilizzati. Questo è stato fatto per proteggere l’ambiente. Gli ftalati sono anche utilizzati come eccipienti in alcuni farmaci, soprattutto in quelli che sono a rilascio prolungato o ritardato. Proprio sui farmaci si è concentrato uno studio danese, che ha valutato le prescrizioni di farmaci fatte alla madre in gravidanza e successivamente quelle fatte al bambino.L’esposizione a queste sostanze durante l’infanzia può aumentare fino al 20% il rischio di tumori nei bambini. È questo il risultato di uno studio condotto in Danimarca, presso l’Università di Aarhus, pubblicato sul Journal of he National Cancer Institute. Secondo i ricercatori, l’esposizione durante l’infanzia, ma non quella in utero, aumenterebbe di circa il 20% il rischio di sviluppare qualche forma di cancro entro i 19 anni, in particolare osteosarcoma e linfoma. Nonostante questo aumento, il rischio in assoluto rimane comunque minimo. 

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    Kvass, il fermentato anticancro da fare a casa

    Cure alternative

    di Stefania D’AmmiccoPubblicato il: 22-03-2022

    Come assumere, e realizzare, questa bevanda dalle inaspettate proprietà sia per la salute in generale sia per la prevenzione dei tumori

    © istock

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    Sanihelp.it – Che i cibi, e le bevande, fermentati, fossero benefici per il corpo era noto da tempo, ma non tutti sanno che esistono fermentati che possono vantare proprietà straordinarie.
    Questo è il caso del Kvass, una bevanda fermentata che proviene dall’Est Europa, ma che ormai si può preparare, e trovare, anche nel resto del Mondo. Viene anche chiamata Cola del Pane, e la sua creazione risale addirittura a più di mille anni fa.
    Ma quali sono i benefici del Kvass, e come si può preparare?
    I benefici riguardano, innanzitutto, il grande contenuto in probiotici di questa bevanda. Infatti, i probiotici aiutano a mantenere sano il sistema immunitario e a rendere la digestione semplice e mai affaticata. Grazie al contenuto in antiossidanti, il Kvass può essere utilizzato, soprattutto in periodi come il cambio di stagione, per fare una pulizia efficace del fegato e promuovere il suo funzionamento. Sempre grazie al contenuto in antiossidanti, si può indicare come questa bevanda possa aiutare nella lotta contro il cancro.
    Questa affermazione sarebbe stata surrogata anche da uno studio del 2014 pubblicato sulla rivista Nutrients, che ha indicato come il Kvass può aiutare a ridurre il rischio dell’occorenza di alcuni tipi di cancro. Com’è stato indicato, il Kvass è a base di pane, il che rende questa bevanda davvero particolare.
    Ecco, quindi, come realizzarla a casa.
    Sarà necessario avere a disposizione 300 grammi di pane di segale, che dovrà essere tagliato in quadratini.
    Inoltre, bisognerà avere 100 grammi di zucchero di canna, mezzo pacchetto di lievito attivo, un cucchiaio di farina bianca, dell’acqua filtrata e circa 8 chicchi di uva passa.
    Per iniziare bisognerà porre il pane su una teglia e bisognerà farlo cuocere a circa 180 gradi per 30 minuti in modo da farlo diventare croccante.
    Poi, bisognerà far bollire un paio di litri d’acqua, i quali dovranno poi essere fatti raffreddare. A questa bisognerà aggiungere il pane e si dovrà mescolare per bene.
    Si coprirà il recipiente con un panno e bisognerà lasciarlo in un posto caldo per almeno un’ora.
    Successivamente si dovrà filtrare il composto ma si dovrà comunque tenere da parte l’acqua.
    A questo punto, si dovrà far bollire un ulteriore mezzo litro d’acqua al quale, una volta raffreddato, si aggiungerà nuovamente il pane, che andrà fatto riposare per 90 minuti.
    Si dovrà filtrare di nuovo il composto e le due parti liquide (i primi due litri e il successivo mezzo) potranno essere mescolati e si dovrà sciogliere lo zucchero facendolo cuocere con un cucchiaio d’acqua e cercando di non far bruciare il tutto.
    Dopo aver fatto raffreddare lo zucchero si potrà mescolare al liquido prodotto in precedenza.
    Infine, bisognerà mescolare la farina con il lievito, e si mescolerà il tutto con un bicchiere del liquido prodotto dalla precedente fermentazione.
    Si mescolerà ancora questo composto con quello originario e si lascerà fermentare il tutto, coperto da un panno, per circa 12 ore.
    Si filtrerà, infine, e si potrà trasferire la bevanda in un altro recipiente. Si potrà conservare in frigo per circa tre giorni.

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