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Microplastiche, cosa abbiamo scoperto sui danni alla salute dell’inquinamento


Il 2025 potrebbe essere ricordato come l’anno delle microplastiche. O meglio: dei progressi fatti nel comprendere come queste piccole e ormai onnipresenti particelle inquinanti possano minacciare la salute umana. Il punto lo fa il Washington Post, ricordando alcune delle ricerche scientifiche più illuminanti pubblicate nel corso dell’anno che si è appena chiuso. Il risultato forse più eclatante (e preoccupante) è quello ottenuto da un team di ricercatori dell’Università del New Mexico, che ha utilizzato cervelli di cadaveri per analizzare se le minuscole particelle riuscivano a superare la barriera emato-encefalica. Ebbene, hanno scoperto che la plastica entra nel cervello. E che si accumula in quell’organo. Infatti, i cervelli di persone decedute nel 2024 presentavano concentrazioni di microplastiche significativamente più elevate rispetto ai cervelli delle persone decedute nel 2016. Ma non c’era alcuna correlazione tra la quantità di microplastiche e l’età della persona al momento del decesso. Per cui l’accumulo è dovuto a un aumento, negli ultimi anni, della diffusione di microplastiche nell’ambiente.

La stessa ricerca ha anche stimato alcuni cervelli umani contenevano mircoplastiche per lo 0,5% del suo peso, cioè circa 7 grammi, il peso di un cucchiaio di plastica. Ma questa conclusione non convince tutti esperti: secondo alcuni di loro ci sono cellule adipose del cervello possano assomigliare alle microplastiche. Resta il fatto che, dopo aver scoperto tali particelle nei testicoli, nei reni, nel fegato, nella placenta e persino nelle prime feci dei neonati, gli scienziati hanno confermato che possono contaminare anche il cervello.

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Altri studi realizzati nel 2025 hanno collegato le microplastiche all’insorgenza di malattie cardiovascolari e Alzheimer. I ricercatori dell’Università del Rhode Island hanno analizzato topi con una predisposizione genetica all’Alzheimer. Quando i topi sono stati esposti a minuscole particelle di polistirene – la stessa plastica utilizzata per il polistirolo – hanno evidenziato problemi di memoria compatibili con l’Alzheimer in fase iniziale. Al contrario, i topi non esposti alle microplastiche non hanno mostrato gli stessi sintomi. Anche l’analisi dei cervelli di persone decedute condotte nel New Mexico sembra creare un collegamento: i soggetti affetti da demenza presentavano una quantità di microplastiche da tre a cinque volte superiore rispetto ai sani. Ma gli stessi ricercatori hanno avvertito che la demenza può rendere il cervello più poroso, e quindi più vulnerabile alle minuscole particelle. Insomma non è ancora chiaro se sia una causa o una conseguenza.

Un altro studio condotto da scienziati dell’Università della California a Riverside ha scoperto che i topi maschi esposti alle microplastiche avevano maggiori probabilità di sviluppare aterosclerosi, ovvero un accumulo di placca nelle arterie che può portare a infarto o ictus. E appena un anno prima, nel 2024, studiosi italiani erano giunti alla conclusione che “i pazienti con placca carotidea in cui sono state rilevate microplastiche e nanoplastiche presentano un rischio più elevato di infarto del miocardio, ictus o morte rispetto a quelli in cui non sono state rilevate microplastiche e nanoplastiche”.

Ma come ci arrivano nei nostri corpi? Sempre lo scorso anno uno studio sulle bevande condotto nel Regno Unito ha rilevato minuscole particelle in caffè caldo, tè caldo, acqua in bottiglia, succhi di frutta, bevande energetiche e bibite analcoliche. Le microplastiche erano già state rilevate nell’acqua del rubinetto di molti Paesi, così come in frutta, verdura, carne, alimenti altamente trasformati e pesce.

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La ricerca britannica evidenzia che la temperatura ha un ruolo: le bevande calde servite in bicchieri di plastica possono raccogliere molte più particelle di quelle fredde. E i cibi ultraprocessati, attraversando una lunga serie di macchinari, hanno più probabilità di raccogliere microplastiche. Nonostante questa presa di coscienza da parte della comunità scientifica, molto resta ancora da fare per comprendere il reale impatto di questa subdola forma di inquinamento. E soprattutto per arginarne le cause.

Il Washington Post ricorda che “nel 2025, il mondo ha prodotto 450 milioni di tonnellate di plastica, e si prevede che questo numero non farà che aumentare”. In effetti, il 2026 è iniziato con una conferma della diffusione delle microplastiche nei luoghi più remoti del Pianeta: uno studio, firmato anche dalla oceanografa italiana Valentina Fagiano, ha misurato come le particelle raggiungano i fondali marini più profondi dopo essere state “mangiate” ed espulse da alcune specie di zooplancton.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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