Nel mondo di oggi stiamo sdoganando – legittimando – la legge del più forte. Ieri Putin e Netanyahu. Oggi Trump. Domani Xi Jinping? Chi ha soldi e potere militare fa ciò che vuole, impunemente, in barba al diritto internazionale e a tutta quella rete di relazioni multilaterali costruite nell’ormai vecchio mondo nato dalla Seconda guerra mondiale, di cui l’istituzione più rappresentativa rimane l’ONU.
Ognuno di noi darà un suo giudizio morale sui sovranismi, sui loro metodi ma anche sul loro egoismo spazio-temporale, per cui le azioni dei loro sostenitori sono guidate dall’obiettivo di accrescere la ricchezza qui e ora, a discapito di chi sta al di fuori dei propri confini e delle future generazioni, lasciando i poveri sempre più poveri e togliendo risorse a chi verrà dopo di noi. È legittimo, e anzi doveroso, dare questo giudizio. Ma qui vorrei adottare un punto di vista diverso. Mi voglio chiedere solo se la legge del più forte dei sovranisti funzioni e assicuri effettivamente benessere, almeno a loro.
Oggi tornano alla ribalta i motti degli antichi romani: “mors tua, vita mea”, “si vis pacem, para bellum”, facendo intendere che, se vuoi grandezza per te e per il tuo paese, devi agire così. Del resto, almeno parzialmente, per l’Impero romano ha funzionato, no?
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Già, ma il mondo di oggi non è quello di duemila anni fa. Fare una guerra, per esempio, non coinvolge soltanto i due Paesi belligeranti, bensì influenza anche tutta la rete di quei Paesi che hanno rapporti diretti o indiretti con loro. E spesso, in questo mondo globalizzato, la rete si estende a tutto il pianeta. In un tale contesto, allora, funziona la legge del più forte? Porta effettivamente benessere e stabilità al vincitore?
Di fatto, viviamo in un mondo sempre più complesso: la rete di relazioni tra noi umani e tra noi e la natura è così intricata che occorrono mezzi idonei per capire gli effetti di ogni azione, perché percezioni non corrette degli effetti di queste azioni possono portare, una volta attuatele, a conseguenze molto negative, magari anche per il vincitore.
Il problema vero è che non siamo abituati ad agire come se fossimo in un sistema complesso. La nostra percezione spesso non riesce ad andare oltre l’effetto immediato delle nostre azioni. Ma in un sistema a rete gli effetti si propagano in catene causa-effetto e sovente l’ultimo anello della catena si richiude su chi ha iniziato l’azione/perturbazione del sistema a rete, cioè ci sono pesanti conseguenze di ritorno sul primo che agisce in maniera maldestra, conseguenze magari ritardate, ma innescate proprio dalle sue azioni iniziali. Si tratta di un effetto ben conosciuto nella scienza dei sistemi complessi: il feedback.
In questo contesto, è facile capire come un vantaggio immediato si possa tramutare in gravi conseguenze nel più lungo periodo, perché gli effetti si propagano e poi si richiudono su chi ha iniziato le azioni. In questo senso, applicare la legge del più forte offre vantaggi immediati, ma può presentare notevoli svantaggi in seguito, per esempio in termini di odio, terrorismo, migrazioni umane massicce, distruzione di beni comuni globali come il clima (sappiamo quanto influiscano i conflitti sulle emissioni climalteranti e quanto anche gli USA, per esempio, siano colpiti dalla crisi climatica): si tratta di un modo semplicistico per affrontare un complesso problema di relazioni.
A questo punto si potrebbe disquisire di geopolitica e relazioni internazionali, ma entrambe queste discipline non sono scientifiche in senso stretto e le loro ricostruzioni e previsioni sono affette da una notevole incertezza e arbitrarietà, come in tutte le cosiddette “scienze dell’uomo”. Guarderò allora alle scienze delle relazioni naturali, che sono maggiormente fondate su un metodo scientifico e i cui settori mostrano molte analogie con quanto accade negli ambiti di quelle discipline.
Prima di tutto, in natura vince il più forte? In alcuni ambienti, la teoria dell’evoluzione viene ancora letta erroneamente come descrizione scientifica di una lotta per la sopravvivenza, mentre il suo concetto chiave, che porta all’evoluzione, è quello di adattamento ai cambiamenti ambientali, reso più facile dalla biodiversità. Inoltre, le specie che prosperano non sono quelle che distruggono le altre specie, ma quelle che trovano un equilibrio, per esempio nei rapporti preda-predatore e nelle reti trofiche, dove vediamo importanti esempi di cooperazione o addirittura di simbiosi. All’interno di queste reti, noi umani stiamo perturbando fortemente il sistema naturale, con esempi molto chiari di perdita di biodiversità, ma anche di alcuni dei cosiddetti “servizi ecosistemici”, che rappresentano quella base naturale che permette la nostra vita sul pianeta: un feedback deleterio e molto chiaro delle nostre azioni.
Un altro settore in cui si sta studiando l’impatto delle azioni umane sulla natura è quello dei cambiamenti climatici recenti. Qui le nostre combustioni fossili non perturbano solo direttamente la composizione dell’atmosfera con l’aumento di concentrazione di anidride carbonica, ma ci sono effetti a catena – riscaldamento di aria e acqua, aumento di eventi estremi, fusione dei ghiacci, innalzamento del livello del mare – i cui impatti sulle società umane sono sempre più gravi e giungono a destabilizzare anche il livello geopolitico internazionale, inducendo perdita di risorse, conflitti e migrazioni. Anche in questo caso si tratta di feedback molto forti delle nostre azioni, per i quali soluzioni semplici come i muri e le guerre sembrano risolvere il problema nel breve termine, ma si ritorcono contro i vincitori subito dopo. Tra l’altro, questa situazione necessita di rimettere in primo piano la scienza, che ci permette di avere percezioni corrette di quanto accade. Ma ciò non succede, specie in alcuni Paesi.
Tutto ciò mostra chiaramente che agire con volontà di dominio (da padroni del mondo) alla fine risulta deleterio per noi umani. Non siamo padroni del mondo, ma solo un nodo della rete di relazioni che ci lega alla natura e agli altri umani sulla Terra. E in questa situazione alla lunga non vince il più forte, ma vincono coloro che armonizzano la propria dinamica con quella della natura e degli altri umani.
Viviamo sulla stessa barca, una Terra dalle risorse finite, in cui siamo tutti uniti da relazioni inestricabili e in cui gli atteggiamenti predatori non pagano per nessuno: rischiamo addirittura di esaurire le risorse. In questa situazione occorre pensare a un’unica salute globale (“one health”). Ora il “mors tua, vita mea” non vale più, rischiamo un “mors tua, mors mea”.
D’ora in poi non ci saranno vincitori e vinti, ma saremo o tutti vincitori o tutti perdenti. Cerchiamo di farlo capire a chi vuole adottare la legge del più forte, che non funziona, neanche per lui.
*(Antonello Pasini, Fisico del clima, CNR)
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