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    Fake su neoplasie: nasce il progetto Comunicare il cancro

    Tumori: prevenzione e terapie

    di Elisa BrambillaPubblicato il: 14-09-2021

    Sui social una notizia su tre sui tumori è falsa: bisogna contrastare questo fenomeno

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    Sanihelp.it – Su internet ormai si trova di tutto, ma siamo sempre in grado di discernere ciò che è vero da ciò che è falso? A quanto pare, non sempre. Preoccupa infatti che il 30% delle notizie sul cancro pubblicate sui social sia falso, con possibili gravi conseguenze, come per esempio il ritardo nell’inizio delle cure o, peggio, il ricorso a terapie alternative prive di base scientifica e di efficacia.L’indagine, che è stata pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute, ha rilevato che non solo questi articoli sono presenti in internet, ma che ricevono anche un gran numero di condivisioni.Per favorire la divulgazione di informazioni corrette in ambito oncologico nasce così il progetto comunicareilcancro che prevede un portale dedicato (www.comunicareilcancro.it) e l’attivazione di profili social. Comunicareilcancro è un progetto promosso dalla Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona – Università delle Marche e da Intermedia, che ha l’obiettivo di promuovere la cultura della comunicazione medico-scientifica in ambito oncologico sia sui media tradizionali che quelli digitali.Comunicareilcancro rappresenta un punto di riferimento per i pazienti, per i caregiver e per chi si occupa di comunicazione, con l’obiettivo di fornire un’informazione corretta e affidabile.«Nei media circolano ancora troppe fake news sul cancro – spiega Rossana Berardi, Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università Politecnica delle Marche e Direttore della Clinica Oncologica Ospedali Riuniti di Ancona – E i social network sono i principali responsabili di questo processo di cattiva informazione. Il progetto comunicareilcancro si propone proprio di promuovere l’informazione corretta in questo ambito e attraverso una formazione anche accademica di formare operatori sanitari e divulgatori trasmettendo le regole fondamentali per comunicare non solo il cancro, che rappresenta il paradigma delle malattie anche per il suo grande impatto emotivo, ma più in generale la salute e la medicina».

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    Funghi ai piedi, combatterli con una ricetta fatta in casa

    Cure naturali

    di Stefania D’AmmiccoPubblicato il: 14-09-2021

    Come curare le micosi, e anche prevenirne la ricomparsa, utilizzando pochi e semplici ingredienti naturali

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    Sanihelp.it – I funghi a livello dei piedi e delle dita dei piedi possono essere fastidiosi ma anche difficili da mandare via.
    Inoltre, una caratteristica tipica dei funghi è il loro odore, che può rimanere sui piedi per molto tempo, anche nel momento in cui questi vengano lavati.
    Esistono ovviamente moltissimi trattamenti medici, e nel caso in cui si sospetti di avere un fungo alle dita, alla pelle dei piedi oppure ad una delle unghie, bisognerà rivolgersi al proprio medico.
    Tuttavia, per prevenire, curare e lenire i piedi sarà possibile utilizzare una polvere antifungina fatta in casa.
    Per iniziare si dovranno combinare in una ciotola della polvere di bentonite e del pepe di Caienna. Il pepe, contenendo la capsicina, consente di combattere i funghi e anche di prevenirne la ricomparsa.
    Successivamente si aggiungeranno alcuni oli essenziali: due gocce di olio di cannella, contro le infezioni, due gocce di olio di chiodi di garofano e di olio di incenso.
    Si mescoleranno accuratamente tutti gli ingredienti e poi si potranno applicare sui piedi. Un modo davvero ingegnoso per farlo è quello di mettere un cucchiaio di polvere in ciascun calzino. Si infilerà il piede e si muoveranno i piedi e i calzini in modo da consentire alla polvere di ricoprire tutte le parti necessarie.
    Si utilizzerà almeno una volta al giorno fino a quando i piedi torneranno alla normalità.

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    Tumore esofago: approvato nivolumab come trattamento

    Tumori: prevenzione e terapie

    di Elisa BrambillaPubblicato il: 07-09-2021

    La Commissione Europea ha approvato nivolumab per il trattamento adiuvante del tumore all’esofago

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    Sanihelp.it – Il tumore dell’esofago si forma nei tessuti che rivestono l’esofago, organo cilindrico che si trova tra la gola e lo stomaco, ed è dovuto alla crescita incontrollata delle cellule che fanno parte dello strato di mucosa o alle ghiandole che la costituiscono. Questo tipo di tumore è piuttosto frequente, se si considerano entrambi i sessi è l’ottavo nel mondo, ma è più comune negli uomini oltre i 60 anni. I due tumori esofagei che si riscontrano con maggiore frequenza sono il carcinoma a cellule squamose e l’adenocarcinoma, che rappresentano rispettivamente circa l’85% e il 15% dei tumori esofagei.La Commissione Europea (EC) ha approvato nivolumab per il trattamento adiuvante di pazienti adulti con tumore esofageo o della giunzione gastroesofagea con malattia residua dopo una precedente chemio-radioterapia neoadiuvante.L’annuncio è stato dato dall’azienda Bristol Myers Squibb.Questo sulla base di uno studio che ha dimostrato che il trattamento con questo anticorpo monoclonale, dopo le terapie e l’intervento chirurgico, raddoppia il periodo di sopravvivenza libera da malattia rispetto ai soggetti trattati con placebo.«Abbiamo dimostrato che l’uso dell’immunoterapia negli stadi iniziali del tumore ha il potenziale di prevenire la recidiva in alcuni pazienti», ha dichiarato Ian M. Waxman, M.D., development lead, gastrointestinal cancers, Bristol Myers Squibb. «Bristol Myers Squibb è stata la prima azienda a portare gli inibitori di checkpoint nel setting adiuvante per il trattamento dei pazienti con melanoma e ora siamo soddisfatti di essere i primi a portare la terapia adiuvante ai pazienti europei con tumori dell’esofago o della giunzione gastro-esofagea che continuano ad affrontare un importante bisogno clinico non soddisfatto».

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    Monacolina K, la sostanza che riduce il colesterolo

    Rimedi alternativi

    di Stefania D’AmmiccoPubblicato il: 31-08-2021

    Come riportare i valori di LDL alla normalità aiutando il corpo con un componente naturale e senza controindicazioni

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    Sanihelp.it – Una sostanza che può aiutare le persone che soffrano di colesterolo alto a tenerne sotto controllo i valori.
    Si tratta della Monacolina K, un componente che si trova all’interno di alcuni preparati, tra i quali il più famoso è il riso rosso fermentato.
    La Monacolina K viene prodotta grazie all’azione realizzata da diversi ceppi del lievito Monascus purpureus, e viene utilizzata da secoli all’interno della medicina tradizionale cinese.
    Per controllare la produzione del così detto colesterolo cattivo LDL sarà necessario assumere un livello sufficiente di Monacolina K.
    Come si è già detto, un primo preparato che contiene questa sostanza è il riso rosso fermentato. Si potrà trovare sotto forma di integratori in polvere o in pastiglie, così da essere sicuri di assumerne la quantità richiesta.
    Oltre al riso rosso fermentato ci sono altri tipi di componenti che contengono la Monacolina K.
    I primi sono i semi di Baobab, che si potranno trovare in erboristeria, sempre sotto forma di polvere oppure di estratto.
    Inoltre, tutti gli integratori che contengano una miscela di Vitamina B6 e acido folico porteranno anche nel corpo la quantità giusta di Monacolina K.
    Per quanto riguarda le quantità di Monacolina che dovranno essere assunte, si raccomanda un’assunzione che può andare dai 2 ai 48 milligrammi al giorno.
    Tuttavia, il Ministero della Salute raccomanda un dosaggio medio di 10 milligrammi al giorno.
    Non si dovranno assumere i preparati che contengono la Monacolina K in caso di gravidanza, allattamento e nel caso in cui si assumano già dei farmaci che abbiano come effetto quello di abbassare il colesterolo.

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    Bebe Vio ha rischiato un'altra amputazione

    Infezioni

    di Valeria GhittiPubblicato il: 31-08-2021

    La campionessa di scherma ha rivelato, dopo aver vinto il secondo oro olimpico in carriera, di aver corso un grosso rischio ad aprile per colpa di un’infezione.

    © instagram – profilo personale

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    Sanihelp.it – Dopo Rio 2016, anche Tokyo 2020 vede Bebe Vio salire sul gradino più alto del podio nel fioretto e subito dopo la vittoria un urlo liberatorio e poi calde lacrime che le hanno bagnato il volto. Dietro quel pianto, però, c’è molto più della comprensibile gioia per la seconda medaglia d’oro: la felicità per un traguardo che sembrava irraggiungibile, per un motivo che la campionessa finora aveva tenuto nascosto ai più.
    Infatti, come ha rivelato ai microfoni di Rai sport, «Non dovevo neanche essere qua». Un grave infortunio occorsole a settembre 2020 al gomito sinistro, quello del braccio con cui tira di scherma, seguito, ad aprile, da una brutta infezione da stafilococco aureo, aveva fatto temere non solo per la partecipazione alle Paralimpiadi ma addirittura per la sua vita: «La prima diagnosi era amputazione entro due settimane e morte entro poco». Possibile anche l’addio alla scherma.
    Lo stafilococco è responsabile di infezioni particolarmente resistenti e infatti rientra tra i 12 batteri per i quali, secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità, occorre trovare al più presto nuovi antibiotici. «Un altro maledetto batterio, dopo il meningococco di tanti anni fa» ha sottolineato sui social. «Ero messa proprio male e quando mi hanno detto  se l’infezione è arrivata all’osso dobbiamo amputare l’arto mi è crollato il mondo addosso. Basta amputazioni! Non mi è rimasto più molto da tagliare…». Fortunatamente ai primi di aprile si è operata, l’infezione è stata debellata e tutto  è andato per il meglio («il chirurgo ortopedico ha fatto un miracolo»), consentendo a Bebe di tornare ad allenarsi – pur con soli 119 giorni a disposizione – in vista del grande evento.
    E ha aspettato la fine delle gare individuali per raccontarsi, «non volevo si dicesse che cercavo un alibi, nel caso di sconfitta» ha spiegato al Corriere della Sera, e per lo stesso motivo non ha spiegato subito il perché della mancata partecipazione alle gare di sciabola, che avrebbero messo troppo a dura prova il braccio operato. Una storia che ha del prodigioso, ma come la stessa Vio ha ricordato sempre tramite social «Se sembra impossibile, allora si può fare… 2 volte!».

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    Studio scopre un nuovo meccanismo per affamare il cancro

    Tumori: prevenzione e terapie

    di Elisa BrambillaPubblicato il: 31-08-2021

    Una ricerca italiana punta a rendere la vita difficile al tumore

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    Sanihelp.it – Non è una novità assoluta: si è già parlato di affamare i tumori colpendo i vasi sanguigni che li nutrono, ma finora i risultati sono stati piuttosto modesti, per lo sviluppo di meccanismi di resistenza nei pazienti. Forse non questa volta.È stata individuata una nuova variante proteica, chiamata UNC5B-8, espressa esclusivamente dai vasi sanguigni tumorali, che contribuisce a rendere il cancro più aggressivo e dunque rappresenta un marcatore tumorale, sia prognostico che terapeutico, e un possibile bersaglio molecolare per le terapie anticancro. Lo studio, sostenuto dall’Associazione italiana ricerca sul cancro (Airc), è stato condotto presso l’Istituto di Genetica molecolare del Cnr di Pavia e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Communications. Claudia Ghigna, dell’Istituto di genetica molecolare Luigi Luca Cavalli Sforza del Cnr di Pavia (Cnr-Igm), che ha diretto lo studio, ha spiegato che la crescita dei tumori avviene anche grazie alle sostanze nutrienti fornite dai vasi sanguigni associati ai tumori stessi, quindi limitare lo sviluppo di questi vasi può rappresentare una valida strategia terapeutica per affamare il tumore rendendolo più suscettibile alla chemioterapia. Il processo di formazione dei vasi sanguigni si chiama angiogenesi, fondamentale anche per i tessuti cancerosi che traggono nutrimento dalla formazione di nuovi vasi, sostenendo così la propria crescita e la formazione di metastasi.Più informazioni su questi vasi sanguigni sono quindi essenziali per rendere questi approcci terapeutici più efficaci e validi.

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    Jiaogulan, la pianta per energia e infiammazione

    Cure naturali

    di Stefania D’AmmiccoPubblicato il: 24-08-2021

    Come utilizzare questo vegetale dal nome esotico con diversi scopi e applicazioni differenti

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    Sanihelp.it – Un’erba esotica e ancora poco conosciuta.
    Si tratta della jiaogulan, una pianta che ha origine in Cina, e in altre parti dell’Asia, e che viene usata da secoli proprio nella medicina tradizionale cinese.
    Il suo utilizzo si è diffuso anche in Occidente, e oggi se ne può fare un uso sicuro anche in Italia, utilizzandola per diversi scopi.
    Ecco come usare la jiaogulan e quali sono i suoi effetti positivi.
    Come prima cosa, questa pianta viene spesso associata, a livello di effetti, al ginseng, in quanto consente di regolare positivamente i livelli di energia del corpo.
    Allo stesso modo, consentirebbe di ridurre la risposta del corpo allo stress, e di migliorare il suo adattamento.
    Alcuni studi indicano come la jiaogulan consentirebbe anche di contrastare la tendenza all’ansia, soprattutto in chi ne sia particolarmente soggetto.
    Inoltre, questa pianta consentirebbe di ridurre in generale l’infiammazione, diventando un rimedio ottimo anche per chi soffra di malattie croniche.
    Aiuterebbe anche la salute del cuore, riducendo il rischio di malattie coronariche e di ipertensione.
    La pianta sarebbe utilizzata anche allo scopo di alleggerire il lavoro del fegato, promuovendo il detox in modo naturale.
    Come assumere la pianta?
    La jiaogulan si potrà assumere in diverse formulazioni. La dose massima, per una persona media, sarà di sei grammi.
    Nel caso in cui si vogliano assumere le foglie in infusione, si potrà mettere metà cucchiaino in una tazza di acqua bollente. Si farà riposare per dieci minuti e poi si potrà bere, dopo aver filtrato il tutto.
    Nel caso dell’estratto secco, ci si dovrà rimettere al dosaggio fatto dall’erborista, indicando sempre le eventuali medicine assunte.
    Non bisognerebbe assumere la pianta in gravidanza e durante il periodo dell’allattamento, mentre alcune persone hanno sperimentato qualche problema intestinale dopo la sua assunzione.

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