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    13 storie vere di viaggi da incubo

    Disavventure in montagnaAnnapurna: A Woman’s Place (1980), di Arlene Blum. Nel 1978 Blum faceva parte della prima spedizione tutta al femminile diretta alla cima dell’Annapurna I sull’Himalaya, la decima vetta più alta al mondo. Il compimento di questa impresa da record ebbe un caro prezzo: due delle alpiniste persero la vita. In questo racconto rivelatore, Blum porta il lettore al Campo base, insieme alle sue compagne di scalata, facendogli vivere il senso onnipresente di minaccia di valanghe, i venti gelidi e il mal d’altitudine – tutto questo mentre questa squadra cambia la percezione che il mondo ha su quello di cui le donne sono capaci.

    Dark Summit: The True Story of Everest’s Most Controversial Season (2008), di Nick Heil. Alpinista esperto ed ex editor della rivista Outside, Heil ci racconta della stagione di scalata del Monte Everest del 2006, quando morirono 11 persone, che segnò un tragico record. Tra le vittime c’era David Sharp, che morì mentre gli passavano accanto altri 40 scalatori. Un altro, Lincoln Hall, fu pensato morto e abbandonato, ma fu più tardi trovato vivo. Con una precisione da reporter investigativo e l’esperienza di un uomo di montagna, Heil indaga sui destini dei due uomini e sui problemi che derivano dal business del turismo d’alta quota.

    Aria sottile (1999), di Jon Krakauer. Nessuna storia sull’Everest può ritenersi completa senza il contributo di Krakauer. Nel 1996, per un incarico della rivista Outside, Krakauer partecipa a una spedizione verso l’iconica vetta. Ma quel giorno, un’improvvisa tempesta uccide otto membri del team. Krakauer esamina i dettagli di quel tragico giorno cercando di fare i conti con le conseguenze psicologiche ed emotive che ha comportato.

    Altre storie di viaggi terribili

    Stampede: Gold Fever and Disaster in the Klondike (2021), di Brian Castner. Nel 1896, quando si sparse la voce che un affluente del fiume Yukon aveva abbondanti vene d’oro, si scatenò la più grande corsa all’oro della storia canadese. Castner, noto per le sue conoscenze della storia mineraria, i suoi pittoreschi personaggi e l’abbondanza di dettagli per i suoi precedenti libri come Disappointment River, segue le vicende degli aspiranti e mal equipaggiati cercatori d’oro e degli immancabili approfittatori (compreso lo scrittore Jack London) nelle loro vicissitudini alle prese con scorbuto, freddo, cadute in crepacci di ghiaccio e altre disavventure per cui comunque la maggior parte di loro non riuscì a raggiungere l’agognata ricchezza.

    Worst-Case Scenario Survival Handbook: Travel (2001), di Joshua Piven e David Borgenicht. Indubbiamente le probabilità di trovare un treno passeggeri fuori controllo o un pilota incosciente durante una normale vacanza sono molto basse. Ma, come dicono gli autori, il pericolo è sempre in agguato, e non esistono posti completamente sicuri. Questa edizione della popolare serie Worst-Case Scenario affronta con umorismo ogni tipo di situazione difficile (per quanto improbabile), sulla base dei suggerimenti di funzionari del Dipartimento di Stato americano, stuntman e ingegneri ferroviari, tra i vari esperti. LEGGI TUTTO

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    Il vulcano si risveglia e offre uno spettacolo mozzafiato

    Un’isola giovane Ci troviamo nella valle di Fagradalsfjall, poco lontano dalla capitale Reykjavik, nel sud-ovest dell’Islanda: nonostante il suo aspetto inospitale, la penisola di Reykjanes è il paradiso terrestre per geologi e studiosi delle scienze della terra. Nel 2015 è stata dichiarata Unesco Global Geopark, il riconoscimento per le aree che presentano un’importante rilevanza geologica, gestite con un concetto olistico di protezione e sviluppo sostenibile. Questo lembo di terra, spesso visto distrattamente dal finestrino del bus che dall’aeroporto conduce in città, rappresenta l’unico luogo al mondo dove poter ammirare la dorsale medio-atlantica sopra il livello del mare.

    Geologicamente parlando, l’Islanda è una terra molto giovane: se consideriamo i 4,5 miliardi di vita del nostro pianeta, l’isola ha da poco emesso i suoi primi vagiti. È emersa dai fondali oceanici circa 20 milioni di anni fa, all’incrocio di due zone di frattura, la dorsale di Reykjanes a sud e la dorsale Kolbeinsey a nord.

    Per comprendere meglio il vulcanismo in Islanda dobbiamo rispolverare i manuali alla voce “Tettonica delle placche” e capire il grande motore termico all’interno della Terra. Si tratta di una teoria elaborata a partire dagli anni Settanta del secolo scorso: il nostro pianeta è avvolto da un involucro esterno rigido, la litosfera, suddiviso a sua volta da una serie di maglie irregolari vicine.

    Queste sono conosciute come placche e sono divise dai margini, in corrispondenza dei quali avviene la costruzione della litosfera grazie alla fuoriuscita di magma che va a riempire la sutura formatasi dai continui movimenti divergenti. Nella penisola di Reykjanes le placche continentali si separano in media di 2 – 2,5 cm all’anno.

    Queste zone di frattura si sono formate nell’Atlantico settentrionale, dalla Scozia fino alla Groenlandia. L’Islanda è l’unica ancora attiva e sorge in corrispondenza di un hotspot, un punto caldo del nostro pianeta dove colonne di materiale si innalzano dal mantello fino ad emergere in superficie.

    In tutta l’isola sono ancora attivi trenta sistemi vulcanici: si tratta di fessure strette e allungate (larghe 5-20 km e lunghe 50-100Km) dove il magma non fuoriesce da un unico cratere, ma da diverse fenditure createsi nel terreno. Negli ultimi mille anni sono state registrate oltre duecento eruzioni, in media una ogni cinque: alcune sono passate alla storia, come quella catastrofica del 1783 del vulcano Laki, quella del 1963 che formò dal nulla l’isola di Surtsey, o più recentemente quella del 2010 del vulcano Eyjafjallajökull che causò grandi problemi al traffico aereo. LEGGI TUTTO

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    Raya e l'Ultimo Drago: alla riscoperta della rinaturalizzazione fluviale

    Sbarramenti Orizzontali e LateraliSecondo Andrea Goltara, direttore del Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, bisogna distinguere tra due tipologie di “sbarre” che imprigionano i fiumi. Quelle longitudinali, che tagliano il corso, come dighe o briglie (dei muri posti in alveo che consentono solo lo scorrimento dell’acqua) e quelle laterali, come gli argini. «Ripristinare i fiumi eliminando gli sbarramenti longitudinali permette il passaggio della fauna, ripopolando i fiumi dove tante specie di pesci sono estinte, ma soprattutto favoriscono il trasporto dei sedimenti». Pietrisco, sassi e sabbia infatti contribuiscono grandemente alla salute del fiume che li spinge a valle, ristabilendo gli habitat rivieraschi e mantenendo la profondità degli alvei. In questo modo i corpi fluviali si allargano, respirano e offrono importanti spazi per uccelli, rettili o anfibi. Bastano poche strutture leggere che servono per bloccare grandi tronchi e macigni, come fatto sul fiume Talvera in Alto Adige, dove ora il fiume e detriti scorrono liberamente, e solo gli elementi di grande dimensione vengono trattenuti da una griglia gigante.

    Altrettanto dannosi possono essere gli sbarramenti laterali. I fiumi naturali, infatti, periodicamente possono inondare la pianura circostante (dove in molti casi sarebbe bene non costruire), evitando così di scaricare tutto il rischio dell’impeto della piena a valle, con le devastazioni che regolarmente ci raccontano i telegiornali. Con gli argini si perde poi la vegetazione ricca riparia, che svolge una funzione di barriera naturale, di sistema di ricarica della falda e filtro per gli inquinanti che arrivano dai campi. «Oggi i fiumi sono spesso diventati linee nette, con un corso unico, tracciati semplificati che ne hanno alterato le funzioni», continua Goltara. Una semplificazione della natura a servizio di una visione razionale e lineare, non sempre capace di cogliere le funzioni. Come ad esempio l’innalzamento dell’alveo, il fondale fluviale, causato dall’accumulo di detriti fermati dagli sbarramenti, che ha reso più frequenti esondazioni e opere di bonifica. «Alzando gli alvei si rallenta la ricarica delle falde, con impatti sulla vegetazione circostante e sull’agricoltura, e si mettono a rischio le opere ingegneristiche fluviali come i ponti, che sono stati progettati per alvei significativamente più bassi». La parola d’ordine per gli esperti è: lasciare spazio alle dinamiche fluviali. In modo che disegnino ogni giorno il proprio corso e la propria splendida forma.

    Ripensare le infrastrutture idrauliche però non è banale. Per il consorzio Amber (un consorzio di Università, associazioni e privati) si stima che in Europa esistano oltre 1,2 milioni di barriere lungo un milione e 650mila chilometri di fiumi: in media, una ogni 1,4 chilometri. Una mappa che però è estremamente diversificata. In Svizzera troviamo uno sbarramento ogni 123 metri, mentre in Montenegro uno ogni 200 chilometri. E l’Italia? Quasi 66mila barriere in 135mila chilometri, una ogni due chilometri. Un lavoro immenso che richiede innanzitutto grande visione da parte della politica. LEGGI TUTTO

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    Il 25 marzo Repubblica ti regala National Geographic Traveler

    Primavera 2021: le meraviglie da scoprireCirceo, il parco del mito

    Un mosaico di ecosistemi naturali affacciato sul Mar Tirreno e abitato dall’uomo sin dall’antichità. Un parco nazionale tra i primi in Italia in cui regna un equilibrio millenario tra uomo e ambiente.

    Weekend in Italia

    Dieci mete al di fuori dei grandi circuiti turistici per godere al meglio la nostra primavera italiana.

    Gorgona

    L’ultima isola penitenziario italiana può essere visitata solo da un numero limitato di turisti. Anche per questo è rimasta pressoché incontaminata.

    Sulle colline del Prosecco

    Un percorso tra colline modellate dal lavoro dell’uomo, antichi borghi, vigne e cantine, in un paesaggio culturale Patrimonio dell’Umanità.

    Indomabile Corsica

    Per conoscere davvero lo spirito autentico di questa isola splendida e selvaggia non ci si può limitare alle spiagge: bisogna avvicinarsi alla sua gente, assaggiare il suo cibo e, soprattutto, andare alla scoperta della sua musica tradizionale.    LEGGI TUTTO

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    Emirates Team New Zealand vince l’America’s Cup: le emozionanti dichiarazioni di Luna Rossa Prada Pirelli

    Al primo cancello il vantaggio dei kiwi è di soli 7 secondi, che incrementano lato dopo lato, per chiudere la regata 46 secondi davanti a Luna Rossa.Con questa vittoria Emirates Team New Zealand si aggiudica il settimo punto valido per vincere la 36esima edizione dell’America’s Cup presented by PRADA.

    Max Sirena, Skipper & Team Director

    “Siamo usciti questa mattina in mare con la voglia di vincere due regate, confidenti che ce la potevamo fare. I ragazzi a bordo sono stati bravissimi e concentrati, cosa che non era facile. Sono partiti bene, ma purtroppo dopo la partenza c’è stato un salto del vento di 20 gradi che ha compromesso la prima bolina e quindi tutta la regata. Ovviamente non siamo contenti del risultato finale della regata, perché dopo che vinci tre prove in Coppa America, inizi a crederci. Abbiamo dato tutto ogni giorno che siamo andati in mare. Voglio ringraziare tutte le persone che dall’Italia ci hanno seguito e il team per l’opportunità che mi ha dato e con cui ho lavorato per più di tre anni. Ringrazio Patrizio Bertelli per l’opportunità e ricorderò a lungo questi tre anni e mezzo”.

    Francesco Bruni, Timoniere

    “È stata una giornata chiaramente difficile, siamo partiti molto bene, ma la barca kiwi aveva qualcosa in più che ha reso molto difficile contenerli. Abbiamo cercato di mantenere la regata molto vicina, con un bellissimo primo giro, poi alla boa di poppa abbiamo perso il timone sulla loro scia, è andato in stallo e lì abbiamo perso purtroppo tanti metri. È stata una bellissima esperienza, credo che abbiamo perso con dignità e onore. Lavorare con questo team è stato un privilegio. Tutti i membri di questo team hanno fatto un lavoro eccezionale, sono stati guidati da un’ottima regia. Voglio ringraziare tutto il team, ma in particolare i ragazzi che stavano in gommone che ci hanno costantemente supportato e hanno fatto un lavoro eccezionale”. LEGGI TUTTO

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    America’s Cup, Luna Rossa Prada Pirelli contro Emirates Team New Zealand: il 10 marzo inizia la sfida

    Auckland (NZ), 9 marzo 2021
    Luna Rossa Prada Pirelli arriva in finale dopo un intero mese di regate in cui il team ha affrontato, nella PRADA Cup, gli altri due sfidanti, NYYC American Magic e Ineos Team UK.
    La prima fase di regate è iniziata a metà gennaio con i round-robin. Nelle semifinali, con grande confidenza nelle manovre e nella conduzione, Luna Rossa Prada Pirelli ha conquistato il posto nella finale di PRADA Cup con quattro vittorie consecutive contro gli americani.
    La finale contro gli inglesi ha dimostrato un grande miglioramento delle prestazioni della barca, in termini di velocità, anche in condizioni di vento sostenuto in cui Luna Rossa sembrava inizialmente più svantaggiata.Il 21 febbraio con un punteggio di 7-1 Luna Rossa ha battuto gli inglesi di Ineos Team UK vincendo la PRADA Cup e conquistando il diritto di andare a sfidare Emirates Team New Zealand nel Match finale della 36esima America’s Cup presented by PRADA.
    Dopo i rinvii dovuti al lockdown che ha tenuto Auckland bloccata a livello 3 di allerta COVID 19, finalmente le regate possono iniziare. Domani, mercoledì 10 marzo, alle ore 16.15 della Nuova Zelanda (le 4 del mattino in Italia) i due team si troveranno faccia a faccia per la prima volta dopo l’ultimo confronto nelle regate di dicembre dell’America’s Cup World Series.
    Dopo le due prove in programma mercoledì, è previsto un giorno di pausa e quindi la ripresa delle competizioni nel weekend, a partire da venerdì. Nei primi due giorni, con ancora Auckland a livello 2 di allerta COVID 19, saranno interdetti i campi di regata vicino alla costa per evitare assembramenti, i soli campi disponibili saranno il campo A, verso Takapuna, e il campo E nella zona dell’isola di Waiheke. LEGGI TUTTO