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    “La fine dell’Afghanistan che conoscevo”: il tragico racconto dell’inviata Pamela Constable

    Una mattina mi sono unita a una carovana di famiglie che avevano ammucchiato su camion noleggiati pentole e coperte, in cima ai quali avevano sistemato i bambini e le galline. Siamo passati accanto a campi lussureggianti e boschetti di eucalipti, zigzagando tra passi montani e gallerie, prima di discendere verso la pianura di Kabul.Poco dopo essere entrato in città, il convoglio ha girato su una strada sterrata, sollevando una nuvola di polvere. Quando abbiamo raggiunto un remoto gruppo di abitazioni rurali con i muri in mattoni di fango, ci siamo fermati e tutti sono scesi esultando. Un anziano sistemò un Corano, avvolto in un tessuto, sul telaio della porta: la famiglia era ufficialmente a casa.

    Srotolarono un tappeto sul pavimento sporco, e tutti sedettero e condivisero il pranzo. Dopo la preghiera, vennero messi al centro una grande ciotola con del sugo di carne e un piatto di yogurt. Ognuno a turno intingeva il pane nel sugo e poi beveva lo yogurt da un mestolo e poi lo passava al commensale vicino. 

    Dopo anni in esilio, erano tornati nel loro Paese finalmente in pace, e io pensai a quale grande onore fosse partecipare con loro a quel pranzo così speciale. Bevvi un sorso di yogurt dal mestolo e lo passai al mio vicino. 

    Il cerchio si chiude

    Ora, quasi vent’anni dopo, i talebani sono improvvisamente tornati al potere, e quel lungo momento di grazia sembra un sogno lontano. A Kabul, i religiosi col turbante hanno promesso di trattare meglio i civili, ma i ligi giovani esecutori degli ordini dei talebani hanno già picchiato la folla in preda al panico che cercava di raggiungere l’aeroporto e le donne che protestano per mantenere i diritti che hanno acquisito negli ultimi 20 anni. Nelle aree rurali sono stati riportati crudeli atti punitivi, e non ci sono segnali che la rigida interpretazione della legge islamica da parte dei militanti si sia ammorbidita. Non è difficile immaginare che Kabul tornerà ad essere la stessa città intimorita e deserta che visitai 22 anni fa.

    Due scene indelebili di quel periodo mi sono rimaste scolpite nei ricordi. Una si è svolta fuori del temuto Ministero talebano per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio: mentre aspettavo per intervistare il ministro, due ufficiali hanno spinto dentro un giovane uomo in lacrime. Mi dissero che doveva essere punito perché la sua barba non era della lunghezza prevista. Le specifiche a riguardo erano grossolane, ma semplici: mettendo un pugno chiuso sotto il mento dell’uomo, parte della barba doveva comunque sporgere.

    L’altra ebbe luogo in un parco cittadino, dove stavo osservando un folto gruppo di persone affamate in attesa di un camion di donazioni di cibo. Le guardie avevano separato le persone dividendole per genere, come impongono i dettami talebani. Quando tra spinte e strattonamenti le file si ruppero, gli addetti alla sicurezza scesero dal camion brandendo cavi elettrici finché non rimisero tutti ordinatamente in fila.

    Pamela Constable, ex capo della redazione del Washington Post in Afghanistan, lavora come inviata dall’Asia meridionale da oltre vent’anni. LEGGI TUTTO

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    11 settembre 2001: i tesori archeologici sopravvissuti all’attentato alle Torri Gemelle

    La dimora finaleNel quartiere di Lower Manhattan, un monumento in granito si staglia all’ombra degli imponenti grattacieli circostanti. Su un lato, sette tumuli funerari si ergono dal prato erboso. Sotto di loro ci sono i resti degli scheletri umani dell’African Burial Ground. 

    Le ossa sono state rinterrate nel loro originale luogo di sepoltura a Manhattan nel 2003, dopo le analisi condotte dalla Howard University. Anche il contenuto delle circa cento scatole recuperate dal Six World Trade dopo gli attacchi — contenenti campioni di suolo, pezzi di bare e altri oggetti — fu infine portato al Laboratorio di ricerca W. Montague Cobb della Howard University, dove tutt’oggi, 30 anni dopo la loro scoperta e 20 anni dopo l’evento distruttivo delle Torri Gemelle, sono ancora oggetto di studio.

    Carter Clinton, National Geographic Explorer, sta attualmente analizzando i campioni di terreno del sito di sepoltura per ricostruire la composizione dei batteri intestinali, ovvero il microbioma umano, delle persone che venivano tumulate qui circa 400 anni fa.

    Ancora più dei resti scheletrici, che possono rivelare età, sesso e malattie fisiche, come ad esempio ossa fratturate, il microbioma umano può fornire dettagli su chi veniva un tempo seppellito qui, ad esempio quale fosse la loro dieta (principalmente ortaggi), l’ambiente in cui vivevano (scorie tossiche delle vicine fabbriche di ceramica) e il loro stato di salute (gastroenterite, salmonella e malattie respiratorie).

    “Quando avremo analizzato a fondo questi resti e campioni, non avremo altro”, afferma Clinton. “È la nostra ultima speranza per scoprire il ruolo di queste persone nella New York del tempo. Non abbiamo i nomi di questi individui, ma possiamo comunque dare loro qualche forma di identità”.

    Clinton, afroamericano cresciuto a New York City, lo sente come un dovere quello di tirare fuori tutte le informazioni possibili dai rinvenimenti rimasti. “Vorrei che le conoscenze sull’African Burial Ground fossero vaste come quelle sull’11 settembre”, afferma. “L’importanza dell’11 settembre è direttamente proporzionale a quella delle persone che hanno costruito questa città. Quando penso al World Trade Center e alla Borsa di New York, penso a come sono nati”.

    A New York la schiavitù è finita nel 1827, ma prima di quell’anno gli schiavi africani avevano ampliato uno stretto percorso usato dai nativi americani per raggiungere Broadway e avevano costruito le mura vicino a quella che sarebbe diventata Wall Street. Al tempo il valore del loro lavoro fu stimato essere superiore a quello svolto per realizzare tutte le ferrovie e le fabbriche del Paese. È sul loro lavoro che gli istituti finanziari americani hanno costruito la Borsa valori.

    “Sono stati gli africani a rendere New York City quello che è oggi”, afferma Fatimah Jackson, che dirige il Cobb Laboratory. “Se avessimo perso questo materiale, sarebbe stata una tragedia dentro la tragedia”.

    Jackson puntualizza che, nonostante l’analisi genetica, nessuna comunità è stata identificata come discendente dai resti di 419 individui tra cui uomini, donne e bambini recuperati dall’African Burial Ground. “Sembra che gli individui ritrovati nel sito di sepoltura, per via dell’età e dell’estensione del sito stesso, rappresentino le radici e l’eredità di tutti gli afroamericani”, afferma. “Se l’11 settembre le avesse distrutte, 40 milioni di persone avrebbero subito un’altra irrecuperabile perdita”.

    I “tre volte sopravvissuti” di New York

    Fu solo qualche mese dopo l’11 settembre che Rebecca Yamin realizzò che non tutti i manufatti di Five Points erano andati persi in quel terribile giorno. Per un colpo di fortuna, nel 2000 l’arcidiocesi di New York aveva chiesto in prestito alcuni pezzi per una mostra sulla storia antica degli irlandesi a New York. Il laboratorio di Yamin aveva dato in prestito 18 dei suoi pezzi più preziosi: biglie di marmo usate come giochi dai bambini, pipe da tabacco con raffinate incisioni e il pezzo di maggior valore: un’elegante tazza da tè con dipinta l’immagine di Padre Matthew, un sacerdote irlandese che predicava la temperanza. In un tempo in cui gli abitanti di Five Points erano considerati criminali e ubriaconi, qualcuno aveva esposto con cura questa tazzina nella propria casa.

    L’arcidiocesi restituì i 18 manufatti nell’agosto del 2001, e Yamin in quell’occasione fece una richiesta che si è poi rivelata provvidenziale: chiese di mandare i pezzi direttamente al Seaport Museum invece che riportarli al Six World Trade. Oggi questi oggetti si trovano nel Museo della città di New York, a cento isolati dalla loro precedente dimora. Alcuni fanno parte dell’esposizione permanente del museo sulla diversità di New York City nel periodo storico in cui la migrazione di tedeschi, irlandesi ed ebrei cambiò il volto della città. La pregiata tazza con l’immagine di Padre Matthew ha una posizione di primo piano, in una teca di vetro posizionata lungo la parete del museo.

    Sarah Henry, curatore capo del museo, chiama i manufatti di Five Points “tre volte sopravvissuti”: sono sopravvissuti al loro tempo, al fatto di essere stati gettati via e sepolti, e per poco non sono stati distrutti dal disastro dell’11 settembre.

    Henry si trovava a una riunione del consiglio di amministrazione del museo presso la Tweed Courthouse, appena a nordest del World Trade Center, la mattina dell’11 settembre. Un suono reboante attraversò l’edificio, quando il primo aereo penetrò la Torre Nord.

    “Credo che sia stato un colpo molto duro per tutti gli storici, specialmente dopo tutti quegli anni di lavori e scavi e scoperte di nuovi elementi e informazioni che ci erano rimasti nascosti, e che poi sono nuovamente scomparsi dieci anni dopo”, racconta Henry. “Non voglio fare paragoni, ma è stato davvero un grande dispiacere”.

    Qualche settimana dopo, i curatori del museo cittadino si sono riuniti per discutere del loro ruolo istituzionale: cosa sarebbero riusciti a recuperare dopo un tale disastro, e quando? Presto, furono inondati da oggetti: poster di persone scomparse, lettere, candele commemorative. Capirono che i newyorkesi volevano fortemente che le loro esperienze fossero documentate e tramandate. Henry istruì un gruppo nominato dall’autorità portuale su quali oggetti recuperare dalle macerie del Trade Center perché le generazioni future potessero studiarli, imparare da quell’esperienza e tenerla a mente.

    New York City aveva generato una nuova collezione di manufatti, oggetti che, collettivamente, potevano raccontare la storia di un tempo di crisi e degli individui che sono morti e di quelli che sono sopravvissuti. Oggi, questi oggetti, vecchi e nuovi, sono conservati nel Museo della città di New York, in due sezioni separate da un corridoio. In una sala, gli oggetti di Five Points raccontano la storia più antica della città e le persone che l’hanno costruita. Nell’altra, i resti dell’11 settembre portano la storia di New York, una città più volte costruita e distrutta e continuamente attraversata da eventi traumatici ed eroismo, nel XXI secolo. LEGGI TUTTO

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    Queste donne sono fuggite dall’Afghanistan. Che prezzo pagheranno quelle che sono rimaste?

    Il 3 Settembre 50 donne hanno manifestato in piazza ad Herat per rivendicare un ruolo nel futuro dell’Afghanistan. E poco dopo anche a Kabul le donne afghane hanno manifestato per il diritto al lavoro, all’istruzione, alla vita.Le donne hanno acquisito un notevole potere politico negli ultimi due decenni, ma ora il futuro è incerto. Alcune donne con posizioni di leadership politica hanno dichiarato inaccettabile un ritorno al governo talebano, mentre altre hanno espresso la speranza che ci sia posto anche per la voce delle donne e i valori islamici.

    “Ancora non sappiamo esattamente cosa i talebani ci chiederanno di perdere o sacrificare”, afferma Shinkai Karokhail, parlamentare e attivista per i diritti delle donne, in un articolo di National Geographic del 2020. “Non siamo contro la pace, non siamo contrarie al fatto che i talebani tornino ad avere un ruolo politico in Afghanistan, se questo serve a porre fine a questa lunga guerra”.

    Durante la carica del presidente Barack Obama, Verveer era la prima ambasciatrice americana per le tematiche globali sulle donne. Durante un viaggio in Afghanistan, incontrò un gruppo di giornaliste. Una di loro le porse un piccolo bouquet di fiori di plastica dicendole: “Un fiore non fa la primavera, ma molti fiori sì”. Fece un gesto alle giornaliste in sala a indicare che la primavera era arrivata.

    Questo ricordo perseguita Verveer, che è ora a capo di una campagna dal titolo Protect Afghan Women (Proteggiamo le donne afghane, NdT) che sta aiutando a evacuare giudici, giornaliste e attiviste per i diritti umani. “Continuo a pensare che la primavera si è trasformata in un terribile inverno, in questo momento”, afferma.

    In Italia è nato “Le Donne per le Donne”, una rete solidale tutta al femminile per sostenere l’emergenza Afghanistan. Si tratta di un progetto sociale di supporto al piano di accoglienza dei rifugiati provenienti dall’Afghanistan messo in atto dal Governo Italiano e dal terzo settore. LEGGI TUTTO

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    Cosa potrebbero perdere l’Afghanistan e il mondo con il ritorno dei Talebani

    Guttenfelder e io protestammo. Le spiegazioni del copilota – troppo peso, spazio insufficiente e chissà cos’altro – furono sbrigative e noncuranti delle nostre argomentazioni. Un minuto dopo stavamo recandoci verso l’Hindu Kush. Nel frattempo il nostro interprete era stato abbandonato in una regione dove non conosceva nessuno, trovandosi in grave pericolo. Dopo una settimana, grazie a passaggi di fortuna e dormendo dove capitava, riuscì a tornare a Kabul.Probabilmente tutti in Afghanistan sapevano che sarebbe arrivato il giorno in cui gli americani avrebbero lasciato il Paese e la popolazione al proprio destino. Tuttavia, la decisione del Presidente Joseph Biden di onorare la promessa del suo predecessore, Donald Trump, e ritirare i 2.500 soldati rimasti sul campo è arrivata improvvisamente, con poche spiegazioni sulla tempistica. Inoltre, l’improvviso ritorno dei Talebani – che in qualche modo ha sopraffatto l’esercito afghano con i suoi 300.000 soldati, nonostante avessero un quarto degli uomini a disposizione – ha presagito un esito molto meno fortunato rispetto a quello riservato al nostro interprete abbandonato dagli americani 11 anni prima.

    Chris Donahue, comandante della US Army 82nd Airborne Division è stato l’ultimo soldato americano a lasciare l’Afghanistan il 31 Agosto. E in un post su Facebook il Presidente Joe Biden ha commentato il ritiro delle truppe con queste parole: “Mentre chiudiamo 20 anni di guerra, lotte, dolori e sacrifici, è tempo di guardare al futuro, non al passato, a un futuro più sicuro, a un futuro che onori coloro che hanno servito”.

    Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, in un’intervista alla Cgtn, canale in lingua inglese del network statale cinese Cctv ha detto che il nuovo governo in Afghanistan sarà un governo islamico. LEGGI TUTTO

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    La brutale storia dell'Olimpiade Popolare del 1936: un’azione di boicottaggio di Hitler e del fascismo

    I civili, dietro le barricate, rispondevano al fuoco. “Socialisti, comunisti e sindacalisti uniti per eradicare il fascismo”, ricordò più tardi Payton in un’intervista. “Le donne tenevano le barricate, alcune addirittura guidavano reparti di lavoratori contro i fascisti”. Molte di quelle donne erano quelle che avevano formato il Club sportivo femminista che aveva invitato le giovani donne catalane a gareggiare e lottare, proprio come gli uomini. In un’occasione, gli anarchici catalani avanzarono verso i militari con le mani alzate, parlarono con i soldati e li convinsero a dirigere le loro armi verso i propri ufficiali.La battaglia civile impressionò molto i giovani americani. Charlie Burley, campione nazionale di pugilato di Pittsburgh, non appena lo scontro a fuoco si attenuò corse fuori con i suoi compagni di squadra e afferrò una pala per rinforzare le barricate. Si unirono a loro anche i tedeschi e gli italiani esiliati che sapevano che l’unico modo per tornare a casa per loro era sconfiggere il fascismo, prima in Spagna e poi a Berlino e a Roma. In tutta la città i lavoratori imbracciarono le armi recuperate da armerie razziate e riuscirono a respingere l’offensiva dell’esercito spagnolo.

    In poche ore l’antifascismo passò da ideale ad azione e a clamorosa vittoria nella capitale catalana. Il colpo di Stato era stato annientato, per il momento, ma non ci sarebbe stata nessuna Olimpiade Popolare. La guerra civile spagnola era iniziata.

    Al termine della battaglia, le squadre di atleti marciarono per le strade della città cantando l’inno sinistroide “l’internazionale” ognuno nella propria lingua. Un atleta francese era stato ucciso, il primo degli oltre 15.000 morti di diverse nazionalità causati dal conflitto. Molti atleti ripartirono quella stessa settimana. “Siete venuti per i giochi e siete rimasti per assistere alla vittoria del Fronte Popolare”, dissero loro gli organizzatori, “diffondete nel mondo le notizie di quello che avete visto in Spagna”.

    Non tutti gli atleti sarebbero rimasti a casa per molto. Chakin era perseguitato da quello che aveva visto a Barcellona. L’anno seguente lui e sua moglie, Jennie Berman Chakin, tornarono in Spagna. Lei istituì un programma di arte-terapia per i bambini sfollati a causa della guerra mentre lui decise di andare al fronte dove prestò servizio come quartiermastro nel Battaglione Mackenzie-Papineau. Nel marzo 1938, Chakin fu catturato dai nazionalisti e giustiziato.

    Duecento atleti arrivati per gareggiare nell’Olimpiade Popolare combatterono al fianco dei repubblicani spagnoli. La maggior parte di loro furono uccisi. George Orwell, che prese parte al conflitto, una volta disse che lo sport è “la guerra senza gli spari” ma gli antifascisti che arrivarono a Barcellona per i giochi del 1936 giocarono una partita in cui la posta in gioco era davvero la vita o la morte. LEGGI TUTTO

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    La stele di Rosetta ha svelato i segreti di antiche civiltà

    Ma fu Jean-François Champollion, un francese che è passato alla storia come il fondatore dell’egittologia, colui che finalmente svelò il codice nel 1822. Diversamente da Young, che non aveva esperienza nel campo del linguaggio egizio, Champollion parlava fluentemente il copto e conosceva approfonditamente l’Egitto. Egli scoprì che il demotico, il terzo sistema di scrittura presente sulla stele, era organizzato in sillabe e che i geroglifici rappresentavano suoni in copto.Fu la svolta. È rimasta famosa la scena di Champollion che irruppe nell’ufficio del fratello gridando “Je tiens mon affair!” (“Ce l’ho fatta!”), per poi svenire e riprendersi solo cinque giorni dopo.

    L’eredità della stele di Rosetta

    Champollion usò la stele per creare un alfabeto di caratteri geroglifici fonetici poi altri studiosi si basarono sulla sua ricerca per la traduzione completa della stele. Il lavoro dell’egittologo francese fu poi convalidato dalla scoperta e dalla traduzione del Decreto di Canopo, un’altra stele scritta in geroglifici, scrittura demotica e greco antico.

    La traduzione della stele di Rosetta divenne la spina dorsale dell’egittologia e questo antico ritrovamento fu riconosciuto come uno dei più importanti della storia. Ma la stele stessa rimane una questione controversa in quanto bottino di guerra e simbolo di espansione coloniale: la stele di Rosetta fu portata in Inghilterra o rubata dagli inglesi? Dipende dai punti di vista. Negli anni sono state presentate più richieste per riportare la stele in Egitto ma questa rimane a tutt’oggi nel British Museum dove attira oltre sei milioni di visitatori all’anno.

    Perché questo oggetto apparentemente semplice mantiene ancora un tale prestigio due secoli dopo la sua decodifica? L’egittologo John Ray nel 2007 ha dichiarato a Beth Py-Lieberman della rivista Smithsonian che la stele “È davvero la chiave, non semplicemente dell’antico Egitto, ma della decifrazione stessa. Grandi civiltà, come quella egiziana, erano decadute nel silenzio. Con la decodifica della stele di Rosetta questa civiltà ha potuto far sentire la propria voce, rivelando intere aree della storia”. LEGGI TUTTO