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    La storia del basket: dai cesti per raccogliere le pesche a fenomeno globale

    Regole originali del giocoNaismith non ha inventato tutte le regole in una sola volta ma ha continuato a modificarle fino a ottenere quelle che ora sono considerate le 13 regole originali. Alcune fanno ancora parte del gioco moderno. Le regole originali inventate da Naismith sono state vendute all’asta per 4,3 milioni di dollari (quasi 3,7 milioni di euro).

    Nelle regole originali: la palla poteva essere lanciata in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani, mai con il pugno. Il giocatore non poteva correre con la palla ma doveva lanciarla dal punto in cui l’aveva ricevuta. I giocatori non potevano spingere, fare lo sgambetto né colpire gli avversari. La prima infrazione veniva considerata un fallo; in caso di secondo fallo, il giocatore veniva squalificato fino al canestro successivo. Se però il fallo appariva intenzionale, allora il giocatore veniva squalificato per l’intera partita.

    Gli arbitri servivano da giudici di gara, prendevano nota dei falli e potevano squalificare i giocatori. Decidevano quando la palla era entro i limiti, a quale squadra assegnarla e gestivano il tempo di gioco. Gli arbitri decidevano quando era stato segnato un punto e tenevano il conto dei punti realizzati.

    In caso di tre falli consecutivi da parte di una squadra, veniva assegnato un punto agli avversari.

    Per segnare un punto la palla doveva essere lanciata, oppure fatta rimbalzare dal pavimento, fin nel canestro, per poi restarvi. Se la palla si fermava sui bordi e l’avversario spostava la cesta, veniva considerato un punto. Quando la palla usciva dai limiti del campo da gioco, veniva rilanciata all’interno dalla prima persona che la toccava. Per il lancio della palla c’era un tempo massimo di cinque secondi, superati i quali, la palla passava all’avversario. In caso di contestazione, era l’arbitro a lanciare la palla in campo. Se una delle due squadre ritardava volutamente il gioco, l’arbitro segnava un fallo.

    La partita prevedeva due tempi da 15 minuti con un intervallo di 5 minuti tra i due. La squadra che segnava più punti nel tempo stabilito era la vincitrice. In caso di pareggio, la partita proseguiva fino al successivo canestro. LEGGI TUTTO

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    Questa donna di 4000 anni fa aveva un “reale potere politico”?

    La scoperta apre nuovi interrogativi in merito al ruolo delle donne nell’Europa dell’antica Età del Bronzo e mette in discussione l’idea che il potere politico sia quasi esclusivamente un prodotto di società dominate dagli uomini, affermano i ricercatori.I resti della donna, accanto a quelli dell’uomo che potrebbe essere stato il coniuge, sono stati originariamente portati alla luce nel 2014 a La Almoloya, un sito archeologico tra le colline boscose circa 55 chilometri a nordovest di Cartagena, nella regione sud-orientale della Spagna. La datazione al radiocarbonio suggerisce che la sepoltura sia avvenuta intorno al 1700 a.C., e la ricchezza degli oggetti rinvenuti suggerisce ai ricercatori che lei, piuttosto che lui, potrebbe essere stata all’apice della gerarchia locale di comando.

    “Questa scoperta può essere interpretata in due modi”, afferma l’archeologo Roberto Risch dell’Università autonoma di Barcellona e coautore dello studio. “Si può ipotizzare che la donna fosse solo la moglie del re; oppure pensare che lei stessa fosse una personalità politica di spicco”.

    I corredi funerari argarici mostrano che le femmine erano considerate adulte molto prima rispetto ai maschi; già all’età di sei anni le ragazze venivano sepolte con coltelli e attrezzi, mentre i ragazzi solo dopo i dieci anni. Le sepolture di alcune donne di El Argar sono state riaperte generazioni dopo per inumare altri uomini o donne, una pratica inusuale che probabilmente aveva il significato di conferire un grande onore al defunto che veniva aggiunto nella tomba. E una ricerca pubblicata da Risch e i suoi colleghi nel 2020 ha evidenziato che le donne dell’élite rinvenute nelle sepolture argariche mangiavano molta più carne rispetto alle altre donne, il che suggerisce che avessero un reale potere politico.

    “Non sappiamo quale fosse esattamente il loro potere politico”, afferma “ma questa sepoltura di La Almoloya avanza nuove ipotesi sul ruolo delle donne [dell’Età del Bronzo] nella politica… e mette in dubbio molto della cultura convenzionale”.

    Un’antica “Principessa” sepolta in grande stile

    Denominata la “Principessa di La Almoloya”, la donna apparteneva alla cultura argarica, che prende il nome dal sito archeologico di El Argar a circa 80 chilometri a sud. La civiltà argarica prosperò nella regione sud-orientale della penisola iberica tra il 2200 e il 1500 a.C. L’utilizzo del bronzo da parte della sua popolazione risale a molto tempo prima rispetto a quello delle tribù vicine; molti appartenenti a questa civiltà vivevano in grandi insediamenti collinari piuttosto che in piccoli nuclei abitati isolati, e gli oggetti rinvenuti nelle loro sepolture indicano che la società era strutturata gerarchicamente in classi di diverso status sociale, inclusa una classe politica dirigente.

    Risch afferma che l’uomo nella sepoltura era probabilmente un guerriero: il grado di usura delle sue ossa indica che trascorreva molto tempo a cavallo, e il suo cranio indica cicatrici profonde di una grave lesione facciale, forse una vecchia ferita subita in combattimento. Portava capelli lunghi legati dietro con fasce d’argento e indossava ornamenti d’oro nei lobi delle orecchie, segno che fosse una persona di una certa importanza. LEGGI TUTTO

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    9 monumenti che raccontano l'impatto globale della schiavitù

    Isola di Gorée (Dakar, Senegal)
    Gorée, un’isoletta al largo della costa del Senegal, è stata il principale centro del commercio degli schiavi sulla costa occidentale dell’Africa tra il XV e il XIX secolo. La Maison des Esclaves (Casa degli schiavi), un imponente edificio rosso costruito sull’isola nel 1786, rappresenta l’ultimo punto di uscita per gli schiavi africani. 
    Trasformato in museo e memoriale nel 1962, l’edificio racconta una storia più intima sulla tratta degli schiavi, documentando le storie personali dei proprietari della casa e degli schiavi che vi lavorarono. Per sapere di più sul ruolo centrale che il Senegal ha avuto nella schiavitù e sulle figure chiave nella resistenza contro i colonizzatori europei, visitate l’IFAN Historical Museum, un’antica batteria di cannoni trasformata in museo storico nel 1936.
    La Città Mercantile Marittima di Liverpool (Inghilterra, Regno Unito)
    La Città Mercantile Marittima di Liverpool offre vedute dello scintillante lungomare dallo Stanley and Albert Dock al Pier Head, ma è anche stata il cuore delle attività di traffico di schiavi della città dal 1696 all’inizio del 1800. Nel momento del suo massimo splendore, questa città di mare controllava l’80% del commercio di schiavi dell’Inghilterra e il 40% dei suoi guadagni derivava dalle spedizioni di schiavi dall’Africa. Sculture in pietra delle navi negriere si trovano incise sull’edificio del Porto di Liverpool a Pier Head. 
    I viaggiatori possono visitare l’International Slavery Museum vicino ad Albert Dock, che racconta il collegamento tra la città di Liverpool e la tratta degli schiavi. Nell’agosto del 2020 il Liverpool City Council ha nominato 20 strade dove verranno messe delle targhe per raccontare la storia della località all’epoca della schiavitù.
    Cais do Valongo (Rio de Janeiro, Brasile)
    Conosciuto come la “più importante traccia fisica” dell’arrivo degli schiavi africani nelle Americhe, il Cais do Valongo (Molo di Valongo) era il principale punto di arrivo e commercio degli schiavi africani in Brasile. Circa un milione di africani passò per questo porto dal 1811 al 1831 (quando la tratta transatlantica degli schiavi venne bandita). Le attività illegali relative alla tratta di schiavi al porto proseguirono fino al 1888 quando le operazioni furono definitivamente chiuse. 
    Il collegamento del porto con la schiavitù rimase sconosciuto per secoli fino a quando fu scoperto nel 2011 durante i lavori di restauro per le Olimpiadi del 2016. Il molo ora è un sito archeologico esposto dove i viaggiatori possono studiare i resti delle costruzioni in pietra originali e leggere i tre cartelli storici che raccontano gli eventi che qui si sono svolti.
    Inoltre, i visitatori possono esplorare il vicino Cemitério dos Pretos Novos (Cimitero dei nuovi neri), uno dei luoghi di sepoltura degli schiavi più grande al mondo. Scoperto nel 1996, durante i lavori di restauro dell’abitazione di una famiglia, il sito è diventato un centro archeologico e culturale per preservare la storia della cultura africana in città. Praça XV de Novembro, una grande piazza usata per i concerti di musica, originariamente ospitava l’asta degli schiavi di Rio e la Pedra do Sal, il centro storico della “Little Africa” di Rio, nonché luogo d’origine della samba dove si stabilirono molti ex schiavi.
    Palazzi reali di Abomey (Benin)
    Costruiti dal popolo Fon tra il 1625 e il 1900, i Palazzi reali di Abomey hanno ospitato i leader del Regno di Dahomey, uno degli imperi più potenti lungo la costa occidentale dell’Africa. Sotto i 12 re che si sono succeduti alla guida del regno, la tratta degli schiavi è prosperata poiché i leader catturavano gli abitanti di altri stati africani come prigionieri di guerra che venivano successivamente venduti come schiavi ai mercanti portoghesi, francesi e inglesi che li trasportavano verso Paesi come le Americhe e il Brasile in particolare. 
    Oggi, i palazzi del Re Ghézo e del Re Glélé ospitano l’Historical Museum of Abomey che narra la ricca storia del regno e la sua resistenza nei confronti dell’occupazione coloniale francese. LEGGI TUTTO

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    Stonehenge: le origini antiche dei misteriosi megaliti

    Ma quando sono spariti i blocchi di Waun Mawn? Una delle pietre blu di Stonehenge ha fornito un indizio: una sezione trasversale molto specifica che corrisponde a uno degli incavi di Waun Mawn. Inoltre, schegge di roccia ai piedi di una delle cavità di Waun Mawn presentavano una corrispondenza geologica con il tipo specifico di bluestone di Stonehenge, una roccia nota con il nome tecnico di dolerite non maculata.
    Analisi precedenti di resti di scheletri umani rinvenuti a Stonehenge hanno rilevato prove chimiche che alcuni dei defunti provenivano dal Galles occidentale. Considerati nel loro insieme, i dati raccontavano una storia straordinaria e imprevista: il cerchio megalitico di Waun Mawn era stato smantellato dai suoi creatori e portato nella pianura di Salisbury, dove i costruttori hanno riprodotto lo stesso schema e hanno utilizzato alcune delle sue bluestone per erigere Stonehenge.
    Gli autori dello studio considerano questa teoria plausibile ma ancora prematura, e alcuni esperti indipendenti sono concordi. Secondo Richard Madgwick, archeologo presso l’Università di Cardiff, in Galles, l’idea che Stonehenge abbia almeno un precursore gallese è “piuttosto convincente”.
    Tuttavia, altri esperti ritengono che non ci siano ancora prove sufficienti.
    “Cercare prove che supportino le tradizioni orali contenute nei racconti di Goffredo di Monmouth è un approccio interessante, ma i resti rinvenuti finora a Waun Mawn in realtà non corrispondono a ciò che ci si aspetterebbe di trovare su un cerchio megalitico di questo periodo”, spiega Timothy Darvill, archeologo della Bournemouth University. “Dobbiamo sicuramente lavorare ancora molto per confermare le affermazioni”.
    Qual è il significato di Stonehenge?
    Poiché solo una delle 44 bluestone rimaste a Stonehenge può essere collegata con certezza a Waun Mawn (per ora), il team di ricerca suggerisce che le pietre potrebbero provenire da diversi siti della regione. In tal caso, ciò lascia intuire che Stonehenge fosse particolarmente importante per i suoi costruttori emigrati, ma perché?
    Diversi studi dell’antico DNA rivelano che gli individui sepolti attorno alla pianura di Salisbury 5.000 anni fa avevano origini ancestrali differenti. Alcuni provenivano dal Galles occidentale e dall’Irlanda, dove si costruivano tombe in pietra, mentre altri provenivano dall’est dell’Inghilterra, dove le sepolture erano lunghi tumuli. “Si tratta di aree in cui gli stili di vita, ma anche le usanze funebri, erano tradizionalmente diversi”, prosegue Parker Pearson.
    Stonehenge si trova proprio a metà tra queste due zone e Pearson ritiene che il monumento potesse essere una specie di “terreno neutrale”, dove diversi gruppi di popolazioni neolitiche potevano conciliare le differenze culturali.
    Un recente lavoro condotto da Madgwick supporta questa idea. Il suo team ha scoperto una grande quantità di ossa di maiale a Durrington Walls, un sito neolitico vicino a Stonehenge. L’analisi chimica di questi resti di suini ha rivelato che gli animali provenivano da tutta l’Inghilterra e furono consumati in grandi banchetti. L’intero sito potrebbe essere stato il “Glastonbury [Festival] di quei tempi”, spiega Madgwick, dove le persone convergevano da tutte le isole britanniche per condividere identità ed esperienze.
    Questo nuovo studio è in linea con l’idea che gli individui che si ritrovavano a Stonehenge non erano affatto statici o isolazionisti, aggiunge Vincent Gaffney, archeologo dell’Università di Bradford in Inghilterra, non coinvolto nella ricerca. Questi antichi Britanni, spiega, vivevano in “una società che non era monolitica, immobile, ma al contrario era flessibile, interattiva. C’erano movimenti di beni e, a quanto pare, anche movimenti di elementi sostanziali della cultura materiale”.
    Ricordi scolpiti nella pietra
    Meno chiaro è il motivo per cui quelle specifiche bluestone siano state trascinate dal Galles alla pianura di Salisbury. Ma monoliti provenienti dall’altro capo del mondo possono suggerire una risposta.
    Negli anni ’90 Parker Pearson stava lavorando con un archeologo malgascio che studia le costruzioni megalitiche in Madagascar, dove vengono tuttora erette. Le pietre, ha spiegato il suo collega, simboleggiavano gli antenati. Il legno marcisce, la pietra rimane per sempre. I megaliti venivano usati per rappresentare i morti e, essenzialmente, mantenere vivo il ricordo per l’eternità.
    Lo stesso concetto può essere applicato alle pietre blu viaggiatrici gallesi. Sono state costruite a Stonehenge, e come molte altre “tombe a corridoio” costruite in quell’epoca, erano sistemate in modo da allinearsi ai movimenti del sole, un’altra entità eterna. Stonehenge poi potrebbe essere stato non solo un punto di incontro multiculturale, ma anche un monumento alla memoria.
    Anche se ci separano 5.000 anni da quelle persone, è facile comprendere il desiderio di rendere immortali i loro antenati. Le pietre blu erano l’equivalente megalitico dei piccoli cimeli appartenuti ai nostri cari — fotografie, lettere, ciondoli — che tramandiamo di generazione in generazione.
    E proprio come gli antichi Britanni anche noi, quando cambiamo casa, ci portiamo dietro quei preziosi simulacri.
    “Gli oggetti che portiamo con noi rappresentano ciò che siamo, e ciò che sono stati i nostri antenati”, conclude Parker Pearson. LEGGI TUTTO