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    La più antica raffigurazione animale al mondo risale a 45.500 anni fa

    “È incredibile, sembra che sapessero esattamente come utilizzare gli utensili per il disegno e come distribuire i vari elementi per la composizione della scena”, afferma Oktaviana, anche lui dottorando presso la Griffith University.
    Tali primitive forme d’arte riflettono un vitale cambiamento nel modo in cui i nostri primitivi antenati interagivano con l’ambiente e il territorio circostante, afferma April Nowell, esperta in archeologia del Paleolitico presso l’Università di Victoria nella Columbia Britannica, che non ha partecipato alla ricerca. “Stavano arricchendo il loro spazio di significato, valore e forse una valenza simbolica”, afferma.
    Il nuovo studio su Science Advances documenta anche la datazione di un’altra raffigurazione di suino in una grotta vicina – Leang Balangajia 1 – scoperta dal team in una spedizione del 2018 e datata ad almeno 32.000 anni fa. E l’attività umana in questo periodo sull’isola di Sulawesi è stata precedentemente confermata dalla presenza di utensili utilizzati per la lavorazione dell’ocra nel vicino sito di Leang Bulu Bettue, sepolti in strati di sedimenti datati almeno 40.000 anni fa.
    “È possibile che usassero quel pigmento per dipingere su roccia, ma non siamo stati in grado di collegare direttamente questi [utensili] e la roccia stessa”, afferma Brumm. Tuttavia, dato l’alto numero di esempi di arte rupestre di età simile nella regione, Brumm crede che il collegamento sia probabile.
    I riferimenti cambiano
    Fino ad oggi, gran parte della dissertazione accademica sulle sofisticate pitture rupestri si è concentrata sull’Europa. Gli animali selvatici che corrono lungo le pareti della Grotta Chauvet nella Francia meridionale risalgono a circa 36.000 anni fa. La mandria di bisonti che danza sul soffitto di Altamira nel nord della Spagna è dello stesso periodo. E le impronte di mani e i dischi rossi della grotta El Castillo in Spagna risalgono a più di 40.800 anni fa.
    Ma nel 2014, un team che comprendeva Aubert e Brumm ha ribaltato lo scenario annunciando la scoperta della pittura rupestre di Sulawesi, datata almeno 39.900 anni. Fino a quel momento si presumeva che le pitture non avessero più di 12.000 anni.
    “Questo sgretola l’idea che l’Europa sia stata la scuola di perfezionamento dell’evoluzione umana”, afferma Nowell. Anche se la creatura da poco trovata è solo leggermente più antica del precedente detentore del titolo, la sua scoperta aggiunge importanza all’arte della regione.
    “Qualcuno potrebbe affermare che si tratta solo di un altro maiale”, afferma Nowell. “Ma non è questo il punto, si tratta invece di un più ampio e duraturo cambiamento nel comportamento”.
    Il crescente numero di scoperte in Indonesia suggerisce la possibilità che abilità artistiche complesse potrebbero essersi evolute indipendentemente in Europa e in Asia, afferma Aubert. O forse l’uomo aveva sviluppato la capacità di realizzare tali opere artistiche già quando ha lasciato l’Africa, “e adesso stiamo iniziando a trovarne traccia ovunque sia andato”.
    L’età del nuovo dipinto colma in parte un vuoto di 20.000 anni nella documentazione archeologica, corrispondente al periodo degli spostamenti degli antichi uomini primitivi dall’Indonesia verso l’Australia. Recenti scavi nel nord dell’Australia hanno rivelato la presenza di esseri umani “moderni” almeno 65.000 anni fa, mentre le evidenze di attività umane in Indonesia sembrano essere iniziate 20 millenni più tardi.
    Anche con la nuova scoperta, comunque, rimane ancora un vuoto cronologico. Non c’è motivo di pensare che gli abitanti di Sulawesi abbiano improvvisamente iniziato a dipingere circa 45.000 anni fa, afferma Aubert, aggiungendo che è probabile che esistano pitture rupestri più antiche ancora da scoprire.
    Una cosa è certa, afferma Brumm: ci aspettano altre sorprese. “Questo ci mostra solo quante opere di arte rupestre stiano aspettando di essere scoperte sull’isola”, afferma. “Sono nascoste ‘in bella vista’”. LEGGI TUTTO

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    Le origini dei rituali sono legate alla paura?

    Tutte le culture umane hanno i propri rituali: si tratta tipicamente di comportamenti ripetitivi e simbolici che percepiamo come significativi, pur non sapendo generalmente spiegarne l’efficacia. I rituali possono rinforzare il senso di comunità e di credenze comuni, ma la loro stupefacente diversità può anche alienare e separare le persone, in particolare quando i rituali importanti per una cultura considerano bizzarri quelli di un’altra.
    La maggior parte degli scienziati che studiano i rituali considerano le loro oscure origini una delle loro caratteristiche tipiche. Recentemente tuttavia si è fatta avanti la teoria per cui, prima di diventare fenomeni puramente sociali ed estremamente particolari, molti rituali siano nati come tentativi di evitare disastri.
    La ritualizzazione può avere aiutato le culture umane a mantenere comportamenti che si pensava garantissero una maggiore sicurezza anche dopo che il motivo iniziale di quei comportamenti fosse stato dimenticato, secondo gli autori di una serie di recenti articoli di ricerca pubblicati in un numero speciale della rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B.
    Le pratiche rituali per la preparazione del cibo e l’igiene del corpo, ad esempio, potrebbero essere nate come modi per evitare le malattie. Molti rituali forniscono anche un conforto psicologico nelle difficoltà, e una volta che diventano pratiche comuni rinforzano l’unione tra le persone e il senso di comunità.
    Ora, con la pandemia di COVID-19, gli esseri umani stanno nuovamente adottando nuovi comportamenti in risposta a una minaccia, anche se è troppo presto per dire se alcuni di questi comportamenti verranno effettivamente ritualizzati. Per definizione, la ritualizzazione avviene quando il significato sociale di un comportamento diventa prioritario rispetto al suo uso pratico al fine di evitare malattie o disastri, afferma lo psicologo Mark Nielsen dell’Università del Queensland in Australia. Questo è l’aspetto che differenzia i rituali da altre pratiche culturali come ad esempio la cucina.
    “Per imparare a cucinare un piatto si inizia generalmente copiando la ricetta, ma dopo averlo preparato più volte, si comincia a farlo a proprio modo” afferma. Questa forma di personalizzazione solitamente non avviene nelle pratiche ritualizzate – spiega – che vengono attentamente ripetute fino a che “perdono il loro valore funzionale e vengono messe in atto per il loro valore sociale”.
    Il conforto della routine
    In regioni in cui malattie e disastri naturali sono comuni e il rischio di violenza e stato di pericolo è alto, le società tendono a essere più “unite”, ovvero tendono ad avere norme sociali più forti e una minore tolleranza per comportamenti devianti, afferma Michele Gelfand, psicologa presso l’Università del Maryland. Queste società tendono inoltre a essere più religiose e a dare una maggiore priorità ai comportamenti ritualizzati.
    La ricerca di Gelfand ha rilevato che l’approccio delle persone alla conformità sociale cambia quando queste sono esposte a minacce oppure anche solo alla percezione del pericolo. Quando il film Contagion, che racconta la storia inventata di una pandemia mondiale, è arrivato nei cinema nel 2011, Gelfand e i suoi colleghi hanno condotto uno studio basato su questionari che rilevò che gli spettatori che avevano appena visto il film avvertivano una maggiore ostilità nei confronti dei soggetti socialmente devianti.
    Quando ci muoviamo tutti in sincronia, oppure eseguiamo le stesse azioni in modo prevedibile, come i rituali spesso richiedono, questo può creare una rassicurante sensazione di unità. E in una situazione di pericolo la collaborazione del gruppo può fare la differenza tra la vita e la morte.
    “La cultura dell’esercito è un esempio emblematico”, afferma Gelfand, i movimenti sincronizzati di gruppo in cui si esercitano i militari di tutto il mondo li preparano ad agire come un’unica unità in situazioni di pericolo.
    I rituali possono inoltre aiutarci a superare altri tipi di ansie e paure. Martin Lang dell’Università Masaryk nella Repubblica Ceca ritiene che la prevedibilità dei rituali li renda intrinsecamente confortanti. Il suo team ha scoperto ad esempio che le donne sulle isole Mauritius si sentono meno ansiose di dover fare un discorso in pubblico dopo un ripetitivo rituale di preghiera in un tempio indù.
    L’umanità dei rituali
    Alcuni fenomeni che superficialmente assomigliano a rituali sono stati osservati in altri primati, afferma il primatologo Carel van Schaik dell’Università di Zurigo, in Svizzera, che ha studiato l’evoluzione della cultura negli oranghi. Come tutti gli animali, i primati nascono con un istinto che li aiuta a evitare pericoli e malattie, inoltre queste specie possono imparare a evitare i rischi dopo aver vissuto una brutta esperienza oppure osservando gli altri esemplari del gruppo.
    Tuttavia i ricercatori non hanno trovato prove di comportamenti rituali da parte di primati non umani, afferma van Schaik, “I rituali sono stati concepiti dalle nostre menti culturali, che si sono evolute nell’inusuale ambiente che ci siamo creati”.
    Van Schaik ritiene che molti rituali sociali abbiano avuto origine quando gli esseri umani iniziarono a vivere in gruppi sempre più grandi, in particolare dopo che l’agricoltura ha permesso ad ampie popolazioni di vivere nello stesso posto. “Quella decisione fatale ha esposto gli esseri umani a ogni tipo di violenza, disastro e malattie” continua “dai conflitti interni ai gruppi stessi alle guerre tra gruppi diversi alle malattie infettive, che a quel punto potevano diffondersi rapidamente colpendo interi villaggi”.
    Per evitare che si verificassero tali catastrofi, afferma, gli esseri umani misero in moto le loro menti agili e stravaganti. “Erano molto orientati verso una realtà sociale quindi credo che propendessero per interpretare qualsiasi avvenimento sfortunato come qualcosa che qualcuno —  uno spirito, un demone o un dio — gli avesse inferto, forse a causa di un comportamento irritante dell’uomo. Così quegli uomini cercarono di fare le cose in modo da evitare il ripresentarsi di tali disastri”.
    Molti rituali religiosi, ad esempio, riguardano l’igiene, la sessualità oppure modalità di gestione del cibo correlate al rischio di malattie, mentre altri riguardano questioni relative alla proprietà e alla famiglia, aspetti che sono spesso origine di conflitto. Non tutti i rituali sono efficaci perché non sempre comprendiamo cosa produca il rischio che cerchiamo di controllare. “Ma alcuni funzionano” afferma van Schaik.
    Oltre a essere una reazione in situazioni di rischio, alcuni rituali probabilmente persistono per via della loro continua associazione con la prevenzione del rischio. Nello stato indiano rurale di Bihar, ad esempio, dove la mortalità materna e infantile alla nascita è ancora molto alta, la scienziata cognitiva Cristine Legare dell’Università del Texas ad Austin ha documentato 269 rituali associati a gravidanza e nascita. “Si tratta per la maggior parte di tentativi mirati a scongiurare esiti negativi” racconta.
    Una parte significativa di questi rituali perinatali, come ad esempio il cibo nutriente che viene preparato per la madre durante il Chhathi, un rituale indù praticato nel sesto giorno dopo il parto, è perfettamente coerente con i consigli della medicina moderna, afferma Legare. “Molti altri probabilmente non hanno alcun effetto” aggiunge, “mentre quelli che sono pericolosi, come ad esempio fare il bagno al neonato immediatamente dopo la nascita oppure dargli il latte artificiale fino a quando un prete o un imam non dà la propria benedizione per iniziare ad allattare, sono rischiosi a causa ad esempio della mancanza di acqua pulita”. 
    Questo illustra come possano essere resilienti i rituali – anche quelli controproducenti – una volta raggiunta una rilevanza sociale, afferma Legare, che studia queste pratiche per capire come promuovere comportamenti sani con una comunicazione rispettosa delle diverse culture. “È importante tenere a mente che per la maggior parte delle persone i meccanismi della medicina moderna risultano oscuri tanto quanto quelli dei rituali”.
    E mentre i rituali sono stati trasmessi di generazione in generazione, le pratiche della medicina moderna sono relativamente nuove. “Quando un medico ci dice: ‘Mi dispiace ma non c’è niente che possiamo fare per Lei’, può essere la verità, ma è anche molto scoraggiante” afferma Legare, “così molte persone in tutto il mondo scelgono di andare in cerca di altre opzioni”. 
    L’evoluzione dei rituali
    Nell’era della pandemia, alcuni consigli medici pratici come l’igiene delle mani sono stati in qualche modo ritualizzati. Gli esperti sanitari ci indicano esattamente come lavarci le mani e per quanto tempo, e sapere che dopo circa 20 secondi l’operazione è efficace ci dà un certo senso di sicurezza.
    Anche altre pratiche sociali, come ad esempio salutarsi con il solo contatto del gomito oppure gli abbracci distanziati, si stanno affermando. E indossare la mascherina è diventato un modo per mostrare la propria adesione a un gruppo sociale, oltre ad essere un modo scientificamente valido per ridurre il rischio di trasmissione della malattia. Non ci è dato sapere se queste pratiche verranno reiterate fino al punto di dimenticarci perché abbiamo iniziato a metterle in atto, diventando appunto veri rituali. Ma nei nostri sforzi per capire come si è verificata la pandemia, dalle spiegazioni religiose all’accento posto su come il genere umano si sia esposto alle malattie danneggiando l’ambiente, riecheggiano le ricerche dei nostri antenati per scoprire cosa avevano fatto per meritare il castigo.
    Fortunatamente – afferma Gelfand – la ricerca squisitamente umana della conoscenza ci ha portato anche alla ricerca scientifica, mettendoci in una posizione migliore che mai per evitare future catastrofi. “Se consideriamo la situazione da questo punto di vista” conclude Gelfand “potremmo davvero imparare qualcosa”. LEGGI TUTTO

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    Insediamento Biden: la transizione presidenziale “virtuale” che segna la rinascita degli Stati Uniti

    La cerimonia di insediamento non è stata come le precedenti transizioni presidenziali a causa della pandemia globale in corso. Al posto del pubblico sono state disposte 200mila bandiere, poche persone distanziate hanno assistito all’inaugurazione e sul palco si sono alternate personalità di rilievo tra cui Lady Gaga e Jennifer Lopez.
    Tralasciando molti dei tradizionali festeggiamenti a causa della Covid-19, Joe Biden si è messo subito al lavoro, approvando i primi decreti, 17 per la precisione, che in poche ore hanno dimostrato la radicale inversione di tendenza dalle politiche americane degli ultimi anni. Il primo decreto firmato da Biden prevede l’obbligo di indossare la mascherina in tutte le aree di giurisdizione federale, dai palazzi governativi ai mezzi pubblici. Poi verrà ripristinata la “Direzione per la sicurezza sanitaria globale e la difesa biologica” sempre per combattere il Covid. 
    Per l’ambiente invece Biden ha confermato di rientrare nell’accordo di Parigi sul clima, da cui Trump era uscito nel 2017. Mentre per il tema delle discriminazioni la nuova consigliera per le politiche interne Susan Rice ha annunciato che occorre controllare se il denaro federale è distribuito in modo equo nelle varie comunità nere e in altri luoghi di bisogno.
    Non è stata l’America a inventare la democrazia. Con buona pace del duo di musica country Brooks & Dunn, la cui canzone “Only in America” (Solo in America, NdT) è un evergreen della campagna elettorale, in molti altri Paesi “tutti riescono a ballare” (dal verso della canzone “everybody gets to dance”) e “i sogni non hanno limiti” (da un altro verso della canzone, “dream as big as we want to”). A questo riguardo, il gruppo di sostegno alle elezioni apartitico FairVote elenca quelle che chiama 35 “democrazie solide”, Paesi in cui un’elezione nazionale regolarmente produce un vincitore a cui vengono trasferiti i poteri in modo ordinato e non violento.
    Ciò che distingue l’America è lo spettacolo di quel trasferimento, trasmesso in mondovisione: chi cede e chi riceve i poteri, insieme, sullo stesso palco del West Front del Campidoglio, circondati dalle proprie famiglie e da altri rappresentanti del potere, inclusa la fraterna élite dei passati presidenti, mentre centinaia di migliaia di cittadini sono riuniti davanti a loro, un mare di testimoni oculari che si riversano su tutto il National Mall fino all’obelisco dedicato al primo presidente americano, George Washington. Essendo un atto di apertura e rinnovamento, si tratta di un evento tradizionalmente tenuto all’aperto, fatto di cappotti pesanti e respiri ghiacciati. Soprattutto questo trasferimento di poteri da un presidente all’altro trasmette l’idea sacra che tali poteri sono e rimangono derivativi, ovvero che risiedono sostanzialmente e immutabilmente nelle persone. In tutto il circo che imbratta la politica americana, il rito quadriennale del 20 gennaio è il momento in cui ci si inchina a questa carica solenne. È l’autodeterminazione resa manifesta. LEGGI TUTTO

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    Attacco al Congresso USA: è stato davvero “un assalto senza precedenti”?

    In molti casi la polizia ha avuto un ruolo, quantomeno nel non fornire protezione. “La sorprendente abdicazione delle responsabilità da parte delle forze dell’ordine” nell’evento del Campidoglio degli Stati Uniti, afferma Kali Gross, professoressa di storia presso la Emory University e coautrice del libro di Berry, “mostra chiaramente l’appoggio delle forze dell’ordine di questo Paese ai suprematisti bianchi”. Secondo Gross, le scene di Washington D.C., in cui si vede come i rivoltosi abbiano trovato una minima resistenza nel farsi strada nell’edificio legislativo, ricorda un linciaggio in prigione: “di fronte alla folla di bianchi, la polizia lascia la strada libera”.
    Ai manifestanti non bianchi è sempre stato riservato tutt’altro trattamento. Negli anni ’60 la polizia sguinzagliò i cani e usò gli idranti sui partecipanti alle manifestazioni pacifiche sui diritti civili. Kruse cita la protesta del 1967 presso il palazzo del governo della California da parte dei membri armati delle Black Panthers (Pantere Nere) che, non violando alcuna legge, spaventò l’allora governatore Ronald Reagan e i membri dell’NRA (National Rifle Association, organizzazione che agisce in favore dei detentori di armi da fuoco degli Stati Uniti, NdT) a tal punto da determinare un giro di vite sul controllo delle armi.
    Ma ora che questi eventi raggiungono un pubblico più ampio attraverso i notiziari in diretta streaming, una sempre maggiore consapevolezza sui pregiudizi razziali delle forze dell’ordine alimenta urgenti richieste di intervento. Le reazioni violente perpetrate questa estate sui sostenitori del movimento Black Lives Matter ha allarmato molti osservatori.
    E se la storia ci può raccontare i precedenti di ciò che è accaduto presso il Campidoglio degli Stati Uniti il 6 gennaio, non può però dirci cosa accadrà in seguito. In merito a questo Foner cita Abramo Lincoln, che in un suo discorso tenuto presso un liceo, avvertiva: “Se la distruzione è il nostro destino, dovremo noi stessi esserne autori e responsabili”; oppure nella parafrasi di Foner: “il pericolo della democrazia è la democrazia stessa”.
    Ma questo è anche il punto di forza della democrazia, sostiene Berry, citando l’elezione del primo senatore nero e del primo senatore ebreo della Georgia. “Persone come Stacey Abrams [difensore dei diritti di voto] mi danno speranza e mi ricordano persone come Fannie Lou Hamer [attivista per i diritti civili] e come Ida B. Wells [attivista per i diritti civili]”, afferma. “Sono fiduciosa che ci siano persone pronte a sedersi al tavolo della discussione e apportare cambiamenti”. LEGGI TUTTO

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    Violenza sessuale in Africa: la moda aiuta le vittime a voltare pagina

    Due settimane più tardi Christine presentò Eve Ensler alle donne del reparto di riabilitazione del Panzi Hospital. Una donna le avvicinò e gli disse “Voi siete ambasciatrici. Avete viaggiato nel mondo. Raccontate alla gente quello che succede qui”. Insieme, Christine ed Eve chiesero alle donne al Panzi Hospital cosa potessero fare per loro. “Abbiamo parlato di un luogo in cui le superstiti potessero vivere in pace e in sicurezza e raccontare le proprie storie”, racconta Jane, che era una di quelle donne. “Abbiamo immaginato come sarebbe potuta essere City of Joy e abbiamo suggerito cosa si dovesse fare per trasformare il dolore delle vittime di violenza di genere”.
    Le basi della trasformazione
    Ogni 6 mesi la City of Joy accoglie 90 donne di età compresa tra i 18 e i 30 anni. “Ogni cosa qui è costruita sull’amore”, afferma Patrick Lwaboshi, responsabile del programma della City of Joy. “Il nostro è un programma di leadership, l’idea è che ogni donna torni al proprio villaggio e possa mostrare di essere cambiata”. Quando le donne entrano nel programma della City of Joy iniziano il processo di guarigione con la psicoterapia e hanno il supporto degli assistenti sociali per tutta la durata del periodo di sei mesi.
    Oltre alla psicoterapia, si aiutano le donne a costruire sicurezza e fiducia in se stesse, nonché ad acquisire delle competenze, in modo da essere economicamente indipendenti. “Rendiamo le donne capaci di essere autosufficienti”, afferma Patrick. “Abbiamo infatti anche corsi sui diritti generali, sull’educazione civica e politica e sui codici etici, così quando tornano a casa le donne conoscono i loro diritti e sono in grado di farli valere”.
    Il programma prevede anche corsi di autodifesa, alimentazione, alfabetizzazione, informatica e comunicazione, oltre a supportare abilità inerenti alle attitudini, come il cucito, la preparazione del cibo, la produzione di sapone e l’ideazione di gioielli. Alla fine del percorso, dopo il diploma, City of Joy assiste le donne nel ritorno alle loro comunità. Fornisce un aiuto finanziario e telefoni, in modo che le donne possano mantenersi in contatto con il personale del programma per una continuità del supporto. “Facciamo tutto questo con la prospettiva che ogni donna possa trasformare il proprio dolore in una forza”, afferma Patrick. “Quando torna a casa, può affermarsi e mostrare alla comunità che è stata guarita, che può prendere l’iniziativa ed essere indipendente”.
    Dal 2011, sono oltre 1.500 le donne che hanno completato il programma della City of Joy. “Quando sono arrivata qui… mi sono sentita accettata”, ricorda Jane. Dal 2012 fa parte dello staff della struttura, dove ha il ruolo di modello di riferimento per le altre vittime. “Dico sempre loro che anche se le nostre vite hanno avuto dei periodi bui in passato, in futuro possono esserci giorni radiosi di luce”.
    Rivendicare la bellezza
    Il potere ristoratore della City of Joy si è ulteriormente sviluppato, attraverso un tessuto. In tutta l’Africa occidentale, il pagne, un tessuto a stampa wax venduto in rotoli di circa 5,5 metri con il quale vengono fatti la maggior parte degli abiti tradizionali, è uno degli oggetti più preziosi che una donna possa avere. Di questi tessuti, il super wax, linea premier del produttore olandese Vlisco, è uno dei più ricercati.
    “Ad ogni donna che entra qui dono un pagne super wax”, racconta Christine “non vedo l’ora di vivere quel momento di gioia, le donne si commuovono, sono felici. La chiamiamo “terapia del pagne”; è il miglior regalo che si possa fare a una donna congolese”. A questo proposito Christine ricorda una conversazione che ha avuto con Jane.
    “Jane mi ha detto che quando va in chiesa la domenica, si mette i tacchi e il suo bellissimo pagne. Cerca di arrivare per ultima, in modo da trovare tutti già seduti, e poi cammina fino alla prima fila, sapendo che non ci saranno posti liberi, solo per poter “sfilare” e farsi vedere da tutti”. LEGGI TUTTO

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    Paura e delirio a Washington: le immagini terrificanti dell'assalto al Congresso USA

    Sia repubblicani che democratici hanno esortato Trump a ordinare ai protestanti di smettere. L’ex capo di gabinetto Mick Mulvaney ha dichiarato in un tweet: “Il messaggio del Presidente non è sufficiente. Può fermare tutto questo e lo deve fare ora. Deve dire a queste persone di andare a casa”.
    Anche Biden, in un discorso a tutta la nazione, ha esortato Trump a mettere fine a questa situazione. “Tutto il mondo ci sta guardando”, ha affermato Biden.
    I legislatori si sono isolati per proteggersi dai manifestanti, che circolavano liberamente nei corridoi, rompendo finestre e distruggendo i beni della struttura. La polizia di Washington afferma di aver risposto a segnalazioni di bombe artigianali in tutta Washington D.C.. Il New York Times riporta che è stata attivata l’intera Guardia Nazionale. Il vicepresidente Mike Pence, pronto a certificare il voto del mese di Novembre, era in un luogo segreto.
    Il Campidoglio è già stato teatro di violenze, nella sua storia. Era l’obiettivo delle bombe dell’11 settembre, ma l’aereo di linea dirottato che stava volando nella sua direzione si è invece schiantato nelle campagne della Pennsylvania. Nel 1971, il gruppo antibellico the Weather Underground ha fatto esplodere una bomba dalla parte del Senato del Campidoglio, causando centinaia di migliaia di dollari di danni, ma nessuna vittima. Nel 1954, quattro nazionalisti portoricani armati hanno sparato dalla galleria della Camera, ferendo cinque membri. LEGGI TUTTO

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    Attacco al Congresso USA: la storia del Campidoglio tra attentati e violenza

    1814: le forze britanniche incendiano il Campidoglio americano
    Il Campidoglio americano era ancora in fase di costruzione quando fu dato alle fiamme dalle truppe britanniche che avevano invaso Washington D.C. in una delle offensive più famose della guerra del 1812. Le truppe “causarono un enorme incendio dando fuoco alla mobilia” nella Hall of the House of Representatives (Camera della Casa dei Rappresentanti) che subì ingenti danni, tra cui la distruzione della statua della libertà in marmo a grandezza naturale di Giuseppe Franzoni. Un altro incendio fu appiccato nella Supreme Court Chamber (Sala della Corte Suprema) che al tempo si trovava all’interno dell’edificio.
    Valutando i danni subiti, diversi membri del Congresso chiesero di spostare la sede del governo federale a Philadelphia o in un’altra città ritenuta più sicura (paradossalmente, Washington D.C. era stata scelta come capitale della nazione dopo un episodio in cui un gruppo di soldati ubriachi assaltarono l’edificio governativo di Philadelphia nel giugno 1783 per protestare contro il mancato pagamento dei salari).
    1835: tentativo di assassinio del Presidente Andrew Jackson
    Il 30 gennaio 1835 un immigrato britannico poco più che trentenne di nome Richard Lawrence tentò di assassinare il presidente Andrew Jackson mentre questi stava lasciando il funerale di un deputato che si era tenuto presso il Campidoglio americano. Fortunatamente il tentativo di Lawrence fallì, per ben due volte: quando la prima pistola non esplose il colpo, Lawrence sollevò una seconda pistola, con la quale mancò il bersaglio, e fu poi immobilizzato dai presenti. Fu il primo tentativo noto di assassinio di un presidente americano.
    L’attentato avvenne in un periodo di forti tensioni tra i legislatori dopo il veto posto dal presidente su una proposta di legge per rinnovare l’autorizzazione alla Seconda Banca degli Stati Uniti. Ma Lawrence, imbianchino disoccupato, fu poi dichiarato non colpevole per infermità mentale: non solo sosteneva che Jackson avesse ucciso suo padre, ma diceva di essere Re Riccardo III e che il veto posto dal presidente gli impediva di ricevere i pagamenti che gli spettavano di diritto dalle colonie americane.
    1856: brutale pestaggio del senatore Charles Sumner
    Uno degli incidenti più violenti avvenuti presso il Campidoglio degli Stati Uniti fu attuato da uno dei suoi stessi legislatori. Nel 1856, quando le tensioni sul destino della schiavitù negli USA arrivarono al picco, nel contesto che poi sfociò nella Guerra civile, il rappresentante della Carolina del Sud Preston Brooks picchiò brutalmente con un bastone il senatore del Massachusetts Charles Sumner, nella Camera del Senato, dopo che questi aveva tenuto un discorso contro la schiavitù. Sumner fortunatamente poi si riprese e Brooks si dimise. Nonostante fosse stato rieletto, Brooks morì nel 1857 prima della nuova carica al Congresso.
    1915: bombardamento del quattro luglio della Sala ricevimenti del Senato
    Mentre la nazione si preparava al weekend del quattro luglio del 1915, un ex professore universitario di Harvard di nome Erich Muenter innescò l’esplosione di tre candelotti di dinamite nella Sala ricevimenti del Senato. Muenter successivamente dichiarò che era arrabbiato per l’aiuto che i finanziatori americani stavano dando al Regno Unito nella Prima guerra mondiale, nonostante l’ufficiale neutralità dell’America, al tempo. Non ci furono feriti (il Senato non era presente) ma il New York Times riportò che l’esplosione mandò in frantumi un lampadario, danneggiò l’intonaco del soffitto della sala e spalancò le porte, compresa una che conduceva all’ufficio del vicepresidente. LEGGI TUTTO

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    Le immagini della rivolta a Washington

    Pubblicato 7 gen 2021, 15:13 CET

    Il pomeriggio del 6 Gennaio 2021 un gruppo di sostenitori del presidente Donald Trump ha preso d’assalto il Campidoglio degli Stati Uniti a Washington D.C., costringendo i parlamentari a nascondersi durante la certificazione dei risultati delle elezioni del 2020.

    Fotografia di SAMUEL CORUM, GETTY IMAGES

    La polizia del Campidoglio si è scontrata con violenti manifestanti pro-Trump fuori dall’edificio del Campidoglio degli Stati Uniti.

    Fotografia di JOSEPH PREZIOSO, AFP/GETTY IMAGES

    La folla, con bandiere e striscioni che inneggiano a Trump, ha fatto irruzione attraverso le porte del Campidoglio degli Stati Uniti, facendo rapidamente breccia nel perimetro di sicurezza.

    Fotografia di WIN MCNAMEE, GETTY IMAGES

    I sostenitori di Trump si sono fatti strada oltrepassando le barriere e sono entrati nella Camera del Senato e negli uffici dei legislatori. La polizia ha bloccato l’edificio.

    Fotografia di SAUL LOEB, GETTY IMAGES

    Il rappresentante del Colorado Jason Crow tranquillizza la rappresentante della Pennsylvania Susan Wild che cerca riparo mentre gli insorti interrompevano la sessione congiunta del Congresso per certificare il voto del collegio elettorale.  

    Fotografia di TOM WILLIAMS, CQ-ROLL CALL/GETTY IMAGES

    Mentre i sostenitori del presidente Trump irrompevano con la forza nel Campidoglio, legislatori e membri dello staff nella galleria della Camera hanno cercato riparo mettendosi sul pavimento all’interno dell’aula che nel frattempo era stata chiusa, hanno indossato maschere antigas, e poi sono stati fatti evacuare in un luogo sicuro top secret. 

    Fotografia di ANDREW HARNIK, AP

    La polizia del Campidoglio degli Stati Uniti ha fermato i manifestanti fuori dalla Camera. Secondo quanto riportato, una donna è stata colpita dalla polizia all’interno del Campidoglio.  

    Fotografia di DREW ANGERER, GETTY IMAGES

    Un sostenitore di Trump è entrato nella Camera del Senato mentre deputati e membri dello staff venivano prontamente trasferiti in un luogo sicuro.  

    Fotografia di WIN MCNAMEE, GETTY

    I rivoltosi si sono mossi liberamente all’interno della rotonda del Campidoglio degli Stati Uniti, scattandosi foto e introducendosi negli uffici abbandonati.

    Fotografia di SAUL LOEB, AFP/GETTY IMAGES

    Un sostenitore di Trump appeso alla galleria della Camera del Senato.  

    Fotografia di WIN MCNAMEE, GETTY IMAGES

    Un manifestante seduto dietro la scrivania della Camera del Senato dopo che i legislatori sono stati interrotti durante la certificazione dell’elezione di Joe Biden.

    Fotografia di WIN MCNAMEE, GETTY IMAGES LEGGI TUTTO