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    Le origini dell'attivismo LGBTQ tra proteste plateali e azioni di disturbo

    Le prime azioni di disturbo attribuite a Marty Robinson, membro della GAA che venne soprannominato “Mr. Zap”, erano dirette all’allora sindaco di New York, John Lindsay. Delusi dall’atteggiamento del sindaco, che aveva rifiutato di incontrarli ed evitato di commentare la liberazione dei gay, i partecipanti del gruppo decisero di agire. Dalla serata di apertura della Metropolitan Opera alla registrazione di un programma televisivo, il gruppo interrompeva inesorabilmente i suoi discorsi, lo derideva durante le interviste dal vivo e distribuiva volantini nei luoghi in cui doveva recarsi.“Decidemmo che ogni volta che appariva in pubblico o potevamo raggiungerlo, gli avremmo reso la vita il più difficile possibile e gli avremmo ricordato il perché”, raccontava il membro della GAA Arthur Evans nel 2004. Lindsay alla fine incontrò il gruppo ma le azioni di disturbo continuarono fino a quando annunciò il suo sostegno a una legge che proibiva la discriminazione contro le persone LGBTQ a New York nel 1971.

    A quel punto gli attivisti avevano capito quale potere potevano avere le loro azioni di disturbo. Nel 1971, ad esempio, la GAA e le Figlie di Bilitis, un’organizzazione lesbica, presero di mira Fidelifacts, un’azienda con sede a New York che effettuava controlli sui precedenti ed era accusata di indagare e prendere di mira i dipendenti LGBTQ.

    Il presidente dell’azienda aveva affermato che la sua regola generale per identificare i gay era questa: “se assomiglia a un’anatra, cammina come un’anatra, fa gruppo solo con le anatre e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra”. Gli attivisti, uno dei quali vestito di tutto punto come un’anatra, marciarono davanti all’edificio, facendo suonare paperelle di gomma e distribuendo volantini. Altri bloccarono le linee telefoniche dell’azienda per l’intera giornata, chiamando per dire: “Ora basta con le vostre azioni offensive!”.

    Un’eredità elettrizzante

    Anche se le proteste venivano spesso dipinte come stupide dai media, raggiunsero il loro obiettivo attirando l’attenzione sulla causa. Le incursioni più efficaci erano quelle che mettevano in imbarazzo personaggi pubblici a proposito di specifiche ingiustizie.

    Una delle più memorabili si svolse durante una puntata del notiziario serale CBS Evening News nel dicembre del 1973. Di fronte a un pubblico di 60 milioni di spettatori in diretta, Mark Allan Segal, membro di un piccolo gruppo chiamato Gay Raiders insieme a un disturbatore più esperto, piombarono di fronte alle telecamere tenendo un cartello su cui era scritto “I gay protestano contro i pregiudizi della CBS”. La loro protesta riguardava la rappresentazione della comunità LGBTQ da parte delle reti principali e il modo in cui la loro copertura ignorava eventi come le parate del “gay pride” e le leggi sull’uguaglianza.

    Funzionò: non solo la rete iniziò a occuparsi dei temi legati al mondo LGBTQ ma Cronkite diventò amico di Segal e iniziò a raccontare le lotte e i successi del movimento.

    Un’altra azione di disturbo degna di nota si svolse nel 1977 quando l’attivista Tom Higgins colpì in faccia la cantante e sostenitrice della campagna antigay Anita Bryant con una torta al rabarbaro e fragole durante una conferenza stampa a Des Moines, in Iowa. Bryant rispose inginocchiandosi in preghiera e chiedendo a Dio di guarire Higgins dalla sua “perversione”; Higgins raccontò con soddisfazione a un corrispondente di Gay Community News che “Non esiste niente di più umiliante che ricevere una torta in faccia”.

    Questi primi manifestanti per la liberazione degli omosessuali non parlavano solo ai loro diretti oppressori, le azioni di disturbo si rivolgevano anche a un altro pubblico: le persone LGBTQ che non si erano ancora unite alla causa. Tra il 1969 e il 1973, gruppi come la GAA ispirarono la formazione di quasi 800 gruppi gay e lesbiche, fa notare l’esperto in scienze politiche Matthew D. Hindman; alla fine degli anni ’70, ce n’erano oltre 2.000.

    A quel punto, però, le incursioni erano sempre più rare mentre i leader del movimento, di fronte alle critiche dell’opinione pubblica e alle lotte interne sulle tattiche di protesta militante, iniziavano a fare pressione per i diritti LGBTQ su scala nazionale attraverso organizzazioni come la National Gay Task Force (che adesso è la National LGBTQ Task Force).

    La loro eredità rimase viva, tuttavia, e la tattica riacquistò nuovo vigore alla fine degli anni ’80, quando i membri della AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) avviarono una serie di potenti manifestazioni di disturbo che prendevano spunto dalla tattica delle incursioni. Sit-in, die-in (manifestazioni in cui i partecipanti si fingevano morti, NdT) e una turbolenta protesta in cui oltre 4.500 persone fecero irruzione nella Cattedrale di San Patrizio durante una funzione religiosa cattolica erano tutte azioni che assomigliavano alle incursioni di disturbo che si erano svolte anni prima.

    Il tempo e l’epidemia di HIV/AIDS assottigliarono le fila del primo movimento di liberazione omosessuale. Oggi l’orgoglio LGBTQ è diventato mainstream e l’omosessualità è stata depenalizzata negli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono ancora battaglie da combattere e l’attivismo LGBTQ persiste con un ampio arsenale di tecniche di protesta incluse le campagne sui social media. Questi successi possono essere attribuiti in parte alla tenacità e alle tattiche di quei primi attivisti.

    “Siamo sfacciati, arroganti, determinati, testardi, vinceremo!”, disse Robinson all’autore Kay Tobin nel 1972. “Non succede nulla, finché non lo fai accadere”. LEGGI TUTTO

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    “Luca”, tra leggenda e realtà: le creature marine più misteriose della storia

    Il calamaro gigante, ad esempio – come il suo omologo meridionale, il calamaro colossale, più corto ma più massiccio – mantiene un’aura di mistero essendo stato avvistato vivo solo pochissime volte. Quello che sappiamo deriva dalle informazioni estrapolate dall’analisi di spaventose specie correlate come il calamaro di Humboldt, dalle carcasse rinvenute e dalle cicatrici osservate ad esempio sugli squali e i capodogli che si scontrano con loro negli abissi.Dotati di ventose dentate, un terribile becco ed enormi occhi, questi invertebrati assomigliano a molte delle descrizioni del kraken. Le proporzioni risultano molto più modeste, tuttavia: il calamaro più grande finora misurato era lungo 13 metri anche se alcuni sostengono che la specie può raggiungere i 27 metri o anche oltre. Rimangono comunque tutte congetture, ovvero, come si addice del resto a un vero mostro marino, non sappiamo veramente cosa potrebbe nascondersi negli abissi.

    Manifestazioni sinistre

    Tra i più inquietanti abitanti leggendari del mare c’è l’umibozu giapponese: un essere oscuro che compare nel mare di notte spesso quando le acque diventano agitate. Ha una testa tondeggiante come quella di un monaco buddista da cui il nome che significa ‘sacerdote del mare’; l’umibozu è ampiamente citato nel folklore giapponese a partire dal XVII secolo anche se le sue origini sono incerte.

    Secondo la tradizione, l’apparizione dell’umibozu precede una tempesta e la sua leggenda spesso si confonde con quella dei funayurei – le anime dei marinai morti in mare – che presentandosi chiedono un mestolo con il quale poi riempiono di acqua la barca per affondarla. Tra le spiegazioni del fenomeno ci sono le ondate del mare in tempesta, minacciose nuvole mammatus o temporalesche e addirittura miraggi.

    Squali giganti

    Gli “squali mostro” un tempo erano creature assolutamente reali e forse per questo alcuni continuano a credere alla loro esistenza. Ce ne sono effettivamente di esemplari inquietanti ma probabilmente non il tipo di creature che qualcuno si aspetta. Lo sapremmo, ad esempio, se il megalodonte, lo squalo preistorico di 18 metri con i denti delle dimensioni di piatti da antipasto, fosse ancora in azione dopo 4 milioni di anni dalla sua ultima apparizione nei reperti fossili (il megalodonte è certamente estinto e la colpa potrebbe essere dei grandi squali bianchi).

    Segni di morsi sulle carcasse portate a riva e resti sul fondale marino dei grandi denti (a ciclo continuo di crescita e caduta) dimostrerebbero con certezza la presenza nei nostri mari di questo vorace predatore da acque temperate. Tuttavia le acque più fredde e profonde, che ospitano creature più adattabili, potrebbero riservare non poche sorprese. LEGGI TUTTO

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    Inferno in Etiopia: la crisi umanitaria si aggrava

    Si moltiplicano le notizie delle atrocità compresi stupri collettivi, esecuzioni, bombardamenti intenzionali di obiettivi civili e gli scandalosi saccheggi di ospedali e cliniche sanitarie. Tutte le forze in gioco, incluso il TPLF, sono state accusate di crimini di guerra ma gli eritrei sono stati additati per gli abusi peggiori. In marzo Abiy ha dichiarato che gli eritrei si sarebbero presto ritirati; Le Nazioni Unite affermano che continuano a essere presenti.Senayit, la donna che è stata legata all’albero, afferma che i soldati che l’hanno violentata e hanno ucciso suo figlio erano eritrei che indossavano uniformi etiopi: “Li ho riconosciuti dalle cicatrici sul viso, parlavano il tigrino [le truppe etiopi parlano l’amarico], e indossavano scarpe di plastica”.

    Mancanza di aiuti

    Nel frattempo le persone muoiono di fame. “5,2 milioni di persone, ovvero addirittura il 91% della popolazione del Tigrè, ha bisogno di aiuti alimentari di emergenza”, afferma Peter Smerdon, portavoce del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite nell’Africa orientale. Quasi un quarto dei bambini che l’agenzia ha avuto modo di valutare sono denutriti ma i soldati eritrei ed etiopi stanno bloccando la distribuzione degli aiuti umanitari.

    La guerra è iniziata durante la stagione del raccolto. Ora è tempo di piantare. Nel villaggio di Adi Kolakul, sulla strada tra Macallè e Abiy Addi, Kiros Tadros, padre di sette figli, è tornato a lavorare nei campi. “I nostri terreni e anche le montagne che circondano le nostre case sono stati invasi dai soldati eritrei”, afferma. “Sono venuti da ogni famiglia, hanno preteso cibo, si sono presi il nostro bestiame. Ci hanno detto di non coltivare i campi e di dargli informazioni sulle posizioni e gli spostamenti delle milizie”. Racconta che gli ultimi anni erano già stati difficili per via degli effetti del cambiamento climatico: “È come l’apocalisse: prima le piogge fredde, poi le locuste e poi la guerra”.

    Le Nazioni Unite hanno richiesto un’indagine sui crimini di guerra e gli Stati Uniti hanno interrotto gli aiuti economici e per la sicurezza all’Etiopia e vietato i viaggi verso gli USA per gli ufficiali coinvolti nelle violenze o nel blocco degli aiuti umanitari. In una dichiarazione del 26 maggio, il Presidente Joe Biden ha affermato che “le violazioni dei diritti umani su ampia scala che stanno avvenendo nel Tigrè, inclusi i diffusi casi di violenza sessuale, sono inaccettabili e devono finire”.

    Shewit sa qual è la posta in gioco: è stata violentata davanti agli occhi dei suoi bambini, da parte dei soldati che le hanno detto: “La razza tigrina deve essere eliminata”. 

    Presso l’Ayder Hospital sono già state ricoverate 430 donne vittime di stupro. “Ma i numeri reali sono sicuramente molto più grandi”. afferma Mussie Tesfay Atsbaha, amministratore dell’ospedale. “Per una persona che riesce ad arrivare qui, altre 20 sono morte da qualche parte”.

    “Posso dire di aver visto l’inferno”. LEGGI TUTTO

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    I tumori erano meno diffusi nel mondo preindustriale?

    Questo nuovo studio va a intaccare lo stereotipo storico secondo cui le malattie medievali sarebbero riconducibili a tre fattori principali: infezioni, malnutrizione e lesioni causate da guerre o incidenti.“Si tratta di un enorme passo avanti nella ricerca bioarcheologica e paleopatologica”, afferma l’esperta di bioarcheologia Roselyn Campbell, che dirige la Paleo-oncology Research Organization, un gruppo di accademici che studiano i tumori nell’antichità (Campbell non è stata coinvolta nell’attuale studio).

    Anche se sempre più archeologi hanno accesso agli strumenti radiografici, spiega la scienziata, la carenza di fondi e le difficoltà logistiche fanno sì che le apparecchiature per la TAC siano inaccessibili per molti ricercatori. La sua speranza è che un numero sempre maggiore di colleghi possa approfittare soprattutto della tecnologia della tomografia computerizzata.

    “Soltanto negli ultimi decenni gli studiosi hanno iniziato a cercare seriamente le prove sul cancro nel passato”, prosegue Campbell che, pur mettendo in guardia dall’utilizzare un singolo studio per ricavare deduzioni più ampie sull’incidenza dei tumori nell’antichità, fa notare che i ricercatori possono utilizzare i metodi di Mitchell per esplorare queste patologie in campioni di dimensioni maggiori e distribuiti lungo un arco spazio-temporale più ampio.

    Mitchell è entusiasta soprattutto delle implicazioni dello studio per la medicina moderna. Gli scienziati riconoscono che oggi la popolazione è colpita dalle sostanze cancerogene, come il tabacco e le esalazioni provocate da industrie e automobili. Ma vedere in che modo il cancro colpiva la società preindustriale potrebbe aiutare i futuri ricercatori a quantificare il cambiamento indotto da questi prodotti cancerogeni sulla salute umana. “Come medico, è utile avere alcuni punti dati a lungo termine per vedere se la prevalenza del cancro sta aumentando con una certa velocità. In quale misura eliminare queste sostanze cancerogene può avere un impatto?”. Il medico spiega che la ricerca potrebbe anche aiutare gli scienziati a comprendere meglio l’influenza delle sostanze carcinogene non industriali tra cui radiazioni solari, piombo, fuoco dei camini, virus e parassiti. LEGGI TUTTO

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    L’impatto dell’uomo sulla Terra: origini antiche e tragiche conseguenze

    L’uso del termine è tuttavia già oggetto di dibattito e uno degli aspetti più controversi è in che momento temporale si collocherebbe l’inizio di questa nuova epoca. La metà del XX secolo? La rivoluzione industriale? Oppure ancora prima, quando l’agricoltura prese piede come caratteristica dominante della vita umana?Un nuovo studio suggerisce che la risposta migliore potrebbe essere proprio quest’ultima. Secondo un team di ricerca condotto da Ondrej Mottl e Suzette G.A. Flantua dell’Università di Bergen in Norvegia, la vegetazione del pianeta ha iniziato a cambiare drasticamente tra i 4.600 e i 2.900 anni fa ed è probabile che la causa principale sia stata l’attività umana: agricoltura, deforestazione e l’uso del fuoco per sgombrare i terreni.

    “Il nostro è il primo studio quantitativo a mostrare che l’impatto determinante dell’uomo sull’ambiente non è iniziato negli ultimi decenni o secoli ma probabilmente già migliaia di anni fa”, afferma Mottl parlando della propria ricerca, pubblicata sulla rivista Science. I grandi cambiamenti ambientali che si sono verificati negli ultimi due secoli sembrano infatti essere la continuazione di tendenze in atto già da migliaia di anni.

    Ma la seconda principale scoperta della ricerca non è meno degna di nota: il cambiamento che ha manifestato la vegetazione negli ultimi secoli eguaglia quello che si verificò quando l’era glaciale introdusse un riscaldamento del pianeta tra i 16.000 e i 10.000 anni fa. Fu il periodo in cui le calotte glaciali e i ghiacciai che ricoprivano gran parte dell’emisfero settentrionale si ritirarono, i paesaggi ghiacciati cedettero il passo alle foreste, alla tundra e alle praterie e un aumento globale della temperatura di 6 gradi Celsius portò a nuovi regimi vegetativi in tutto il globo.

    “Non pensavamo che i cambiamenti delle ultime migliaia di anni fossero stati ancora più incisivi di quelli che avvennero alla fine dell’era glaciale”, afferma Flantua.

    La storia scritta nei pollini

    I risultati dello studio sono stati tratti da 1.181 sequenze di pollini fossili raccolti in siti di tutto il mondo. Il polline trasportato dal vento o dalle piogge nei laghi e negli acquitrini può finire sepolto nei sedimenti e nei fondali conservando un’istantanea della vegetazione che esisteva intorno a quel corpo idrico in un certo periodo che può essere determinato mediante la datazione al radiocarbonio.

    Usando un database di campioni di sedimenti di una certa datazione provenienti da tutto il mondo, i ricercatori sono riusciti a identificare l’entità del cambiamento della composizione dei pollini nel tempo. Lo scopo della ricerca era estrapolare uno schema globale partendo da oltre un migliaio di serie di dati: non si è analizzato quali specie vegetali sono state sostituite da quali altre, nei diversi siti, bensì gli studiosi si sono concentrati sulla velocità complessiva del cambiamento negli ultimi 18.000 anni.

    Ed è così che è stato documentato un periodo di rapida mutazione della vegetazione secondo in termini di entità a quello successivo alla fine dell’era glaciale. L’inizio di quel secondo periodo è stato diverso da regione a regione, comunque databile tra i 4.600 e i 2.900 anni fa. L’accelerazione nel cambiamento della vegetazione è stata rilevata in tutti i continenti tranne l’Antartide.

    Questo studio è stato anche il primo a documentare quell’accelerazione con dati quantitativi anche se uno studio del 2019 per il quale sono stati intervistati 250 archeologi sulle antiche attività agricole umane nel mondo era già arrivato a conclusioni simili: intorno a 3.000 anni fa gran parte della superficie terrestre del pianeta era stata notevolmente trasformata dall’attività umana. L’autore principale di quello studio, Lucas Stephens, archeologo ed esperto di politiche ambientali presso la Duke University afferma che i due studi, insieme, disegnano un quadro interessante.

    “Il loro database di analisi di pollini globali è straordinario”, afferma Stephens. “Credo che la scoperta più importante e innovativa sia che la velocità del cambiamento della vegetazione stia raggiungendo o forse anche superando quella del periodo di transizione dall’epoca del Pleistocene a quella dell’Olocene”, ovvero alla fine dell’era glaciale. “Quella velocità di cambiamento ha terribili implicazioni per il futuro”.

    Stephen T. Jackson, ecologo presso la U.S. Geological Survey, concorda sul prezioso valore della ricerca: “È un’analisi significativa e provocatoria”, afferma. Ma avverte che potrebbero essere in gioco anche altri fattori oltre all’attività umana come ad esempio il cambiamento climatico naturale.

    “In alcune parti del mondo il cambiamento della vegetazione deriva chiaramente dall’attività umana”, afferma Jackson, “ma in altre regioni è stato documentato che il cambiamento climatico è sufficiente a innescare variazioni nella vegetazione e in molte di queste aree la presenza umana è molto scarsa”.

    L’impronta dell’uomo

    Mottl e Flantua sono cauti nel sostenere gli esiti della loro ricerca in termini di rapporto di causa-effetto tra le attività umane e i cambiamenti documentati nella vegetazione. È un argomento che deve essere ulteriormente studiato, affermano. Ma la correlazione è innegabile, afferma Jonathan T. Overpeck, climatologo presso l’Università del Michigan e autore di un articolo su Science che commenta la ricerca di Mottl e Flantua.

    “Non evidenziano il nesso causale ma io sarei concorde ad affermare che la spiegazione più logica è l’utilizzo del terreno”, afferma. “Sappiamo che l’uomo usa il fuoco per liberare i terreni e poterli usare per l’agricoltura. Sta agli archeologi dire quali siano esattamente i processi ma sicuramente da quello che osserviamo pare che l’impronta degli esseri umani sia stata il fattore principale che sta dietro a questi cambiamenti avviati diverse migliaia di anni fa”.

    Questo ha implicazioni importanti anche per la gestione degli ecosistemi mentre cerchiamo di mitigare gli effetti del cambiamento climatico attuale e futuro, aggiungono i ricercatori. Se quello che pensiamo essere un paesaggio “naturale” è in realtà un paesaggio che si è sviluppato parallelamente all’attività umana, ha senso cercare di preservare le cose come sono adesso come se fossero l’immagine di un’ideale di natura?

    “Forse quello che consideriamo incontaminato non lo è affatto”, afferma Flantua.

    “Invece di cercare di mantenere la composizione delle specie che esisteva in passato, dobbiamo iniziare a gestire il cambiamento e il futuro”, afferma Overpeck, “molte delle foreste stanno morendo perché quegli alberi sono nati in condizioni più fresche e umide. Via via che le temperature aumentano e le condizioni climatiche diventano più estreme dobbiamo piantare specie adatte al nuovo clima”.

    La situazione che osserviamo attualmente è quello che Overpeck definisce un “doppio effetto”: abbiamo un forte cambiamento climatico in rapida intensificazione sulla scia di migliaia di anni di cambiamento estremo della vegetazione. Come risponderà il pianeta a questi influssi? Nessuno lo sa.

    “Sicuramente questo doppio effetto metterà sotto stress le nostre foreste”, afferma, “e per poter immagazzinare carbonio, le foreste devono essere sane”.

    In altre parole: sembra che il nostro impatto sugli ecosistemi del pianeta sia stato molto forte e forse è giunto il momento di gestire la nostra presenza in modo più consapevole e creativo. Potremmo chiamarlo Antropocene 2.0. LEGGI TUTTO

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    La pulizia delle mani nel Medioevo tra rituali e giochi di potere

    La nobiltà e il clero medievali portarono le pratiche igieniche per le mani e il viso a un livello superiore mentre anche i riti in uso tra i sovrani diventavano particolarmente elaborati. Chi veniva invitato a pasteggiare con un monarca europeo dell’epoca veniva accolto da menestrelli che suonavano melodie con l’arpa o la viella (un antenato medievale del violino) e accompagnato in un bagno con “ricchi lavabi… bianchi asciugamani e acque profumate”, spiega Mikolic. Circondati dai servitori, gli ospiti si lavavano le mani, prestando grande attenzione a non sporcare i teli immacolati. Le donne si lavavano le mani prima di arrivare, per essere sicure che “quando si sarebbero asciugate le mani sui teli non sarebbe rimasto il minimo segno, a riprova della loro natura virtuosa e pulita”.Una volta che tutti gli ospiti si erano accomodati nel grande salone, faceva la sua entrata il re. A quel punto i convitati si alzavano e assistevano all’igiene delle mani del re. Solo al termine di quel rito, tutti prendevano posto. Si trattava di un “gioco di potere per mostrare chi comandava”, afferma Mikolic, “così come molte altre pratiche”.

    I pasti erano regolati da rigide regole, alcune delle quali verrebbero approvate dalle odierne autorità sanitarie. Les Contenances de Table, tradotto da Jeffrey Singman e Jeffrey Forgeng nel loro libro Daily life in Medieval Europe (La quotidianità nell’Europa medievale, NdT) elenca tutta una serie di regole da osservare a tavola:

    “Una volta toccato un boccone, questo non può essere rimesso nel piatto.

    Non toccarsi naso né orecchie con le mani nude.…

    Il regolamento stabilisce che il piatto non possa essere portato alla bocca.

    Prima di bere è necessario finire di masticare ciò che si ha in bocca.

    E poi pulirsi le labbra….

    Una volta che il cibo è stato tolto dalla tavola, lavarsi le mani e dedicarsi a una bevuta”.

    Questi elaborati rituali richiedevano strumenti appariscenti. I crociati portarono in Europa il raffinato sapone di Aleppo, fatto con olio d’oliva e alloro. Ben presto anche francesi, italiani, spagnoli e inglesi cominciarono a produrre la propria versione del sapone di Aleppo con gli oli disponibili nei rispettivi Paesi – invece dei maleodoranti grassi animali usati nei secoli precedenti. La versione forse più famosa di queste varianti europee è il Sapone di Castiglia spagnolo, ancora oggi prodotto e distribuito in tutto il mondo.

    Recipienti decorati come brocche e lavabi (essenzialmente ciotole appese con dei versatori) venivano riempiti con l’acqua calda e profumata usata per i lavaggi. Nelle abitazioni dei più abbienti erano i servitori a versare l’acqua aromatica sulle mani dei commensali. Questi contenitori erano così pregiati che Jeanne d’Évreux, regina di Francia e moglie di Carlo IV, incluse diverse brocche nelle preziose decorazioni da tavola del suo testamento.

    Ma a un certo punto la pulizia delle mani cadde in disuso. Molti studiosi danno la colpa all’uso della forchetta che cominciò ad essere comune nel XVIII secolo. “Tutto l’aspetto rituale che circondava il lavaggio delle mani iniziò a decadere in concomitanza all’uso delle posate quando nelle case cominciò ad essere usuale offrire le posate anche agli ospiti”, afferma Mikolic, “a quel punto non era necessario togliersi i guanti per mangiare”.

    È troppo presto per dire quali riti nati in questa pandemia diventeranno abitudini durature ma oggi, molto tempo dopo che brocche e lavabi sono andati fuori moda, la pulizia delle mani può nuovamente essere un modo per mostrare la propria agiatezza: dai lavandini decorati a mano ai costosi saponi con oli essenziali agli asciugamenti in pregiato cotone egiziano, continuiamo a creare sontuosi rituali intorno alla pratica della pulizia delle mani. Mikolic racconta che ogni volta che usa dei saponi profumati, pensa all’acqua profumata usata nel Medioevo “e mi viene sempre da sorridere”. LEGGI TUTTO

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    Come il piccolo Principato di Monaco è diventato un gigante della tutela degli oceani

    All’incontro del 1921 partecipava anche Albert Einstein per spiegare la sua teoria della relatività. Ma si discuteva anche del “Problema di far girare un’automobile a un incrocio” e della “Temperatura dell’epidermide dei pachidermi” (si racconta che Einstein borbottò seccamente “Ho appena sviluppato la teoria dell’eternità” mentre il tempo sembrava non passare mai nella sala delle conferenze). Il contributo del Principe Alberto Grimaldi, intitolato “Studi dell’oceano”, si posizionò in qualche modo a metà strada per quanto riguardava l’importanza scientifica. Eppure, qualcosa di quel discorso risuona in modo potente ancora oggi: la lungimirante consapevolezza di Alberto, insolita per l’epoca, che anche l’oceano avesse dei limiti. Molto prima dell’avvento delle navi officina, prima del declino delle scorte ittiche e delle barriere coralline in tutto il mondo, in un momento in cui la popolazione umana era un quarto di quella di oggi e pochissime persone parlavano di ambiente, e tantomeno di ambiente globale, il principe mise in guardia dagli effetti distruttivi provocati dalla pesca a strascico con navi “sempre più potenti” che “si spingono sempre più al largo, sempre più in profondità”. Auspicava l’istituzione del “principio di distretto riservato”, ovvero quella che in seguito avremmo chiamato area marina protetta. 

    Un secolo più tardi, la National Geographic Society promuove la creazione di quelle aree protette attraverso il programma Pristine Seas. Il presidente del comitato consultivo del programma (che tuttavia non è un finanziatore) è il Principe Alberto II, pronipote di Alberto I. L’attuale Principe Alberto non è un oceanografo ma ha viaggiato più di Alberto I e ha potuto constatare i danni inflitti all’oceano che il suo antenato poteva solo vagamente prevedere. Come sovrano, anche se del secondo Stato più piccolo al mondo, il Principe Alberto II ha la possibilità di parlare con i suoi pari e aprire molte porte a nome del mare.

    “È stato un partner fondamentale nella creazione di alcune di queste riserve marine”, spiega Enric Sala, ecologo marino e National Geographic Explorer in Residence, fondatore del programma Pristine Seas. “Si dedica molto a questo progetto”. 

    Ovviamente, sono in molti a farlo, ma non molti hanno alle spalle una storia così affascinante.

    L’incontro fortuito a Parigi con un’anguilla pellicano

    Il 1848, l’anno in cui nacque il Principe Alberto I, fu l’anno in cui il Principato di Monaco venne ridotto alle dimensioni attuali, perdendo il suo entroterra agricolo che passò definitivamente sotto il controllo della Francia. Erano tempi duri per il Principato e la famiglia Grimaldi che governava fin dal 1297. Prima che Alberto diventasse maggiorenne, tuttavia, suo padre e l’astuta nonna trovarono una soluzione: aprirono il Casinò di Montecarlo. Quella decisione avrebbe permesso in futuro ad Alberto di trascorrere la vita solcando i mari ma gettò anche un’ombra indelebile sulla sua vita.

    Nei primi anni ’80 del 1800, dopo alcuni periodi trascorsi nelle marine di Francia e Spagna e un primo matrimonio tanto breve quanto disastroso, Alberto viveva una vita spensierata a Parigi corteggiando una vedova americana che suo padre disapprovava. Poi, all’inizio del 1884, si imbatté in una mostra presso il Museo di Storia Naturale.

    Due navi francesi avevano appena concluso una serie di spedizioni nell’Atlantico e la mostra era piena delle creature delle profondità marine raccolte dagli esploratori. Sui tavoli trovavano posto tantissimi barattoli in cui erano conservati i campioni: un’anguilla detta pellicano proprio a causa delle sue enormi mascelle; una serie di strani granchi, vermi e molluschi; i primi microrganismi degli abissi, analizzati nel laboratorio di Louis Pasteur. Le pareti erano rivestite con i disegni delle creature. Le reti usate per catturarle erano appese al soffitto. Uomini dai cappelli a cilindro e donne dai lunghi abiti si accalcavano attorno ai tavoli.

    La mostra ebbe un enorme successo, e fu un punto di svolta per Alberto. Già appassionato di navigazione con il suo yacht, prese la decisione di affiancarvi l’aspetto scientifico, “nonostante”, come ricordò in seguito, “l’assoluta mancanza di incoraggiamento da parte del mio entourage più stretto”. L’oceanografia non era una tipica occupazione dei principi ma Alberto aveva le risorse, grazie al casinò, ed era convinto di poterlo fare meglio di chiunque altro. 

    “Quel senso del dovere, forse in quanto sovrano, risulta evidente nei suoi scritti”, spiega Antony Adler, storico del Carleton College, il cui libro Neptune’s Laboratory riporta una narrazione dettagliata del Principe Alberto. “Non era una persona che trasmetteva incertezza”. 

    Nel 1889 aveva raccolto campioni sufficienti per realizzare la sua prima mostra. All’Esposizione Universale di Parigi, dove fece il suo debutto la Torre Eiffel, Alberto riempì metà del Padiglione del Principato di Monaco ai piedi della torre con campioni oceanici e attrezzature. Il 1889 fu un anno straordinario per lui: a settembre suo padre morì e Alberto gli successe come sovrano del Principato. Poche settimane dopo sposò la vedova americana che divenne la Principessa Alice. 

    Presto fece realizzare un nuovo yacht a cui diede il suo nome a bordo del quale Alberto avrebbe trascorso la maggior parte del tempo in mare lontano da lei. E così andò avanti per i successivi 25 anni fino alla Prima guerra mondiale. Le sue imbarcazioni divennero sempre più grandi e meglio equipaggiate.

    “Il capo di Stato ha trascorso così tanto tempo esplorando…quelle spedizioni erano epiche”, prosegue Sala, che ne ha guidate diverse anche personalmente. “Era così avanti per i suoi tempi”. LEGGI TUTTO

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    Napoleone Bonaparte: leader illuminato o tiranno?

    Il retaggio di una rivolta di schiaviSe il ripristino della schiavitù a Guadalupa nel 1802 fu un punto di svolta nella rivoluzione haitiana, la stessa funzione ebbe la cattura del suo leader, Louverture, che morì in solitudine in una fredda prigione francese.  

    In quanto colonia francese, Santo Domingo aveva la più grande popolazione di schiavi dei Caraibi, molti dei quali subivano brutali pestaggi e altri atti di violenza. C’erano anche persone di razza mista e neri liberi che, pur non essendo in stato di schiavitù, erano soggetti a un rigido sistema di caste e subivano i soprusi dei leader bianchi dell’isola che gli negavano la cittadinanza. I tumulti furono aggravati dalla Rivoluzione francese, e nel 1793, per sedare i conflitti, la Francia pose fine alla schiavitù nella colonia. L’anno seguente la schiavitù fu abolita in tutti i territori francesi.

    L’idea di riportare Santo Domingo allo stato di colonia in cui i neri venivano nuovamente ridotti in prigionia e le persone di origine mista assoggettate a un sistema di caste — come a Guadalupa e Martinica che erano appena tornate dal dominio britannico a quello francese — era impensabile.

    “La missione di Napoleone, attraverso l’azione di Leclerc, era di riportare Santo Domingo al suo stato precedente al 1794, prima dell’inizio della rivoluzione”, racconta Pierre Buteau, storico e autore haitiano. “Decisero che l’unico modo per ristabilire il controllo a Santo Domingo sarebbe stato eliminare tutti i principali leader rivoluzionari”.

    Ma l’obiettivo non erano solo i leader. In una lettera a Napoleone, Leclerc scrive che il movimento di abolizione è così potente che la riaffermazione del potere a Santo Domingo avrebbe richiesto una mossa drastica: eliminare l’intera popolazione nera adulta, inclusi i bambini di età superiore ai 12 anni.

    “Stava per avere luogo una guerra di sterminio che avrebbe però portato alla Battaglia di Vertières”, afferma Buteau parlando dell’ultima grande battaglia della rivoluzione che determinò la cacciata definitiva della Francia dall’isola.

    La repressione divenne brutale. Leclerc e il suo secondo in comando, il generale Donatien Marie-Joseph de Vimeur de Rochambeau, sguinzagliarono feroci cani addestrati per uccidere, annegarono i neri in mare ed esibirono in processione le teste dei ribelli morti in segno di avvertimento.

    “La maggior parte delle immagini della rivoluzione haitiana del XVIII e XIX secolo mostrano neri con la testa di bianchi”, afferma Daut. “È molto strano perché in realtà era proprio il contrario”.  

    “Presero esempio dai coloni bianchi perché questa era una loro abitudine”, continua: “qualunque persona libera che combattesse per i propri diritti o si lamentasse a causa di pregiudizi veniva punita con la decapitazione, la sua testa veniva poi messa su un palo e portata in processione per la città”.

    Alcuni studiosi sostengono che la rivoluzione haitiana che rimane l’unica rivolta di schiavi che ebbe successo nella storia non dovrebbe essere considerata una delle sconfitte di Napoleone perché lui non era presente e l’esercito che mandò in spedizione era guidato da generali.

    Altri affermano che è troppo tardi per Paesi a predominanza bianca come la Francia e la Gran Bretagna, che hanno un passato schiavista, per raccontare con trasparenza il passato dei propri imperi.

    Napoleone dispiegò oltre 60.000 soldati sull’isola e ciononostante fu sconfitto. La rivolta inoltre arrestò i puoi piani di espansione a ovest, verso gli Stati Uniti, il che portò all’Acquisto della Louisiana, una mossa che costò alla Francia il principale gioiello della corona pur essendo un impero che si estendeva fino all’Africa e ai Caraibi. LEGGI TUTTO