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    Il Pianeta X potrebbe essere più vicino e reale di quanto crediamo

    L’esistenza di questo pianeta “invisibile” si basa sulla sua apparente influenza gravitazionale su un gruppo di piccoli oggetti con orbite insolite e raggruppate. Ma, finora, le ricerche per trovarlo sono state vane e chi ne mette in dubbio l’esistenza sostiene che gli indizi della sua presenza non siano consistenti.Ora un’analisi indica che quel pianeta nascosto, se davvero esiste, potrebbe essere più vicino, più luminoso e più facile da trovare di quanto non si pensasse in precedenza.

    Invece di orbitare attorno alla nostra stella principale una volta ogni 18.500 anni, gli astronomi calcolano che per compiere un giro attorno al Sole gli siano sufficienti circa 7.400 anni. Questa orbita più piccola lo colloca molto più vicino al Sole di quanto si pensasse e ciò significa che il Pianeta X potrebbe apparire più luminoso ai telescopi terrestri.

    “Credo che riusciremo a individuarlo tra uno o due anni”, afferma Mike Brown, astronomo del California Institute of Technology (Caltech) nonché uno degli autori dello studio, che è stato accettato per la pubblicazione sulla rivista scientifica Astronomical Journal. Ma, aggiunge, “Ho fatto questa stessa affermazione ogni anno, negli ultimi cinque anni. Sono un ottimista di natura”.

    Secondo le più recenti analisi di Brown sui “capricci” gravitazionali di Pianeta X, calcolati con l’aiuto del suo collega del Caltech Konstantin Batygin, quel corpo celeste presenta una massa pari all’incirca a sei volte quella della Terra — il che lo renderebbe una sorta di super-Terra rocciosa oppure un mini-Nettuno gassoso. Se verrà scoperto, il pianeta sarà il primo grande corpo celeste a entrare a far parte della carrellata di protagonisti del sistema solare dal 1846, quando gli astronomi annunciarono la scoperta di Nettuno, un gigante di ghiaccio la cui presenza era stata ipotizzata per via della sua influenza gravitazionale su Urano.

    Tuttavia, nel corso degli anni, gli scettici hanno suggerito che le tracce gravitazionali che tradiscono la presenza del Pianeta X non sono altro che artefatti osservazionali. L’apparente raggruppamento delle orbite di oggetti distanti non riflette l’influenza di un mondo nascosto, sostengono i critici ma, al contrario, è il risultato delle naturali alterazioni delle osservazioni celesti.

    “La maggior parte di questi oggetti vengono scoperti con grandi telescopi che dispongono di un tempo limitato per l’osservazione del Sistema solare esterno e guardano solo dove possono farlo, cosa che dipende da dove si trovano”, spiega Renu Malhotra dell’Università dell’Arizona, scettica in merito all’esistenza del pianeta che sta lavorando a una propria stima della sua posizione. Finora gli astronomi hanno scoperto solo un numero ridotto di questi oggetti lontani e senza un censimento più completo del sistema solare esterno è difficile affermare se questi piccoli oggetti ghiacciati si stiano davvero comportando in modo insolito o siano distribuiti in modo casuale.

    Nel frattempo, per aiutare i ricercatori, Brown e Batygin hanno usato i loro calcoli rivisti per realizzare una sorta di “mappa del tesoro” che punta a una porzione di cielo dove è più probabile che si possa trovare il Pianeta X. Quell’area attraversa la Via Lattea, luminosa distesa densamente popolata dove il pianeta avrebbe potuto più facilmente nascondersi durante le precedenti ricerche.

    “Adesso sappiamo davvero dove guardare e dove non guardare”, prosegue Brown. “In questo modo potremmo farcela, se tutto va come deve andare”.

    Pianeti fantasma ai limiti del sistema solare

    Brown e Batygin avevano originariamente annunciato la loro previsione sul Pianeta X nel 2016, ma la coppia di studiosi non è certo la prima a suggerire che un mondo ancora ignoto si nasconda nelle retrovie del sistema solare. Da oltre un secolo gli astronomi contemplano l’esistenza di un simile pianeta, ritenendo erroneamente che un corpo pesante stesse interferendo con l’orbita di Nettuno. L’astronomo Percival Lowell aveva già denominato questo corpo Pianeta X ed era così determinato a trovarlo che ha lasciato milioni di dollari in eredità per continuare le ricerche dopo la sua morte avvenuta nel 1916 (nel 1930 l’astronomo Clyde Tombaugh del Lowell Observatory ha trovato invece il piccolo Plutone).

    Il team del Caltech ha basato le sue previsioni sull’esistenza del Pianeta X sul modo in cui apparentemente disturba un gruppo di Kuiper Belt Objects, o KBO (in italiano, Oggetti della fascia di Kuiper, NdT). Questi piccoli mondi ghiacciati al di là di Nettuno includono una serie di oggetti con orbite estreme che li portano almeno 150 volte più lontano dal sole rispetto all’orbita terrestre.

    Nel 2016 Batygin e Brown hanno studiato sei di questi oggetti, i cui percorsi orbitali oblunghi e inclinati hanno per anni creato confusione tra gli scienziati. Il team ha concluso che un pianeta nascosto con una massa dieci volte superiore a quella della Terra, probabilmente stava influenzando a livello gravitazionale gli oggetti lungo le loro insolite traiettorie. La massa stimata del pianeta si situa a metà strada tra quella della Terra e quella di Nettuno, e ciò lo rende un tipo di corpo celeste piuttosto comune nella galassia, in base alle osservazioni dei pianeti che orbitano attorno alle stelle, eppure risulta evidentemente assente nel nostro sistema solare.

    Poco dopo l’annuncio, tuttavia, gli astronomi hanno iniziato a mostrare qualche dubbio sulle ipotesi relative al Pianeta X. Il loro timore principale riguardava la possibilità che l’insolito raggruppamento di orbite potesse non essere reale. Al contrario, nel corso degli ultimi cinque anni, diversi team che utilizzano un’ampia gamma di set di dati sono più volte giunti alla conclusione che le evidenze che riguardano il Pianeta X non sono altro che artefatti osservazionali.

    Forse il Pianeta X è un’apparizione, la sua presunta interferenza gravitazionale è una falsa traccia creata da qualche dato fuorviante. Gli astronomi stanno ancora lavorando per risolvere questa controversia e quest’ultima analisi di Brown e Batygin è uno dei tentativi messi in atto.

    “Buon per loro se hanno realizzato una previsione dettagliata e l’hanno pubblicata”, spiega Michele Bannister dell’Università di Canterbury, il cui lavoro ha messo in discussione l’ipotesi sul Pianeta X nel 2017. “Sarò contentissimo se ne verrà confermata l’esistenza – sarebbe un interessante componente del sistema solare”. 

    Raffinare la ricerca

    Brown e Batygin hanno basato le loro più recenti previsioni sulle dimensioni e sull’orbita del Pianeta X su una serie leggermente diversa di oggetti. Nel loro set di dati rimangono alcuni dei KBO originali, ma il team ne ha aggiunti di nuovi e ne ha scartati altri la cui orbita sembrava essere influenzata dalla gravità di Nettuno. Alla fine, hanno lavorato con 11 KBO.

    “Se si includono quelli di Nettuno, si finisce per confondere il segnale e non si capisce cosa sta succedendo”, spiega Brown.

    Secondo lo studio c’è una percentuale del 99,6% che i caratteristici allineamenti orbitali di questi oggetti siano opera di un pianeta nascosto e non un evento casuale. Non male, secondo Malhotra, ma ciò significa che c’è una possibilità su 250 che gli allineamenti siano una coincidenza – una percentuale molto maggiore rispetto all’1 su 10.000 che Brown e Batygin avevano pubblicato nel 2016.

    Eppure, Malhotra spiega che la nuova analisi rappresenta un miglioramento rispetto al precedente lavoro, anche se si basa su un numero limitato di oggetti. “È interessante abbastanza da farci indagare ulteriormente, ma non è convincente”, spiega la scienziata.

    Batygin inoltre ha condotto una serie di simulazioni per ipotizzare le caratteristiche di qualunque cosa stia influenzando quelle 11 orbite, in particolare, posizione e massa. Il risultato finale è la “mappa del tesoro” che conduce all’orbita del Pianeta X nel cielo, anche se il team non ha ancora idea di dove potrebbe trovarsi il pianeta lungo quel percorso.

    Sebbene adesso si stimi che sia più piccolo – all’incirca cinque o sei volte la massa della Terra, invece di dieci volte – il pianeta è anche apparentemente più vicino. Ciò significa che il Pianeta X dovrebbe apparire più luminoso nel cielo, anche se Brown puntualizza che la luminosità stimata del pianeta si basa sulle supposizioni relative alla sua composizione, che potrebbero rivelarsi errate.

    Le nuove previsioni rendono questo ipotetico corpo celeste più in linea con un’affermazione simile fatta dagli astronomi Chad Trujillo e Scott Sheppard. Nel 2014, il team ha riportato la scoperta di un oggetto chiamato 2012 VP113, che è stato scherzosamente soprannominato dagli studiosi “Biden” in onore dell’allora vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden. La loro ipotesi era che un pianeta remoto con una massa cinque volte superiore a quella della Terra stesse spingendo Biden e diversi altri oggetti lontani in traiettorie raggruppate.

    Tuttavia, nonostante le ipotesi convergenti, gli esperti del campo sono ben lungi dal raggiungere un accordo sull’esistenza del Pianeta X.

    “Nel complesso, l’ipotesi ha retto piuttosto bene, considerando che si tratta di qualcosa che non è stato trovato”, conferma Greg Laughlin, astronomo presso l’Università di Yale. “Ritengo che si tratti di un caso interessante, tuttavia rimane un dubbio: perché non l’hanno trovato? E dov’è?”

    Trovare il Pianeta X

    Il fatto che gli scienziati non abbiano ancora messo gli occhi sul Pianeta X può suggerire che, se esiste, questo corpo celeste è posizionato vicino alle estremità più lontane della sua orbita, diventando così un debole obiettivo in lento movimento nascosto dalla luce delle stelle. Brown e Batygin, oltre a Sheppard e Trujillo, stanno usando il potente telescopio Subaru situato sopra il vulcano Mauna Kea nelle Hawaii, per cercare il fantomatico pianeta. Ma anche con gli strumenti più all’avanguardia a disposizione degli astronomi, la ricerca è tutt’altro che semplice.

    Con la sua presunta luminosità e orbita, il Pianeta X si mescola purtroppo con le masse luccicanti delle stelle sullo sfondo, come un pianeta alla deriva nella scia lattiginosa della nostra galassia nel cielo notturno.

    “È abbastanza luminoso, vicino e rilevante che sostanzialmente è l’unica posizione in cui potrebbe nascondersi senza farsi trovare”, aggiunge Laughlin. “Ritengo che, se esiste, verrà individuato in tempi relativamente brevi”. 

    Passare al setaccio la volta celeste utilizzando il telescopio Subaru non è l’unico modo in cui gli astronomi possono individuare il pianeta nell’universo. Anche il telescopio spaziale della NASA TESS (Transiting Exoplanet Survey Satellite), che è impegnato a cercare i pianeti che orbitano attorno ad altre stelle, potrebbe avvistare il Pianeta X, mentre scruta aree che includono la presunta orbita del pianeta.

    Nel 2019 gli astronomi hanno suggerito che un’analisi intelligente dei dati potrebbe portare alla luce oggetti del sistema solare lontani dalle osservazioni del telescopio TESS — una tecnica su cui Laughlin e Malena Rice dell’Università di Yale stanno attualmente lavorando.

    “Non ci metto le mani sul fuoco, ma non è affatto impossibile che i fotogrammi del telescopio TESS possano rivelare un oggetto, se esiste”, aggiunge Laughlin. “Ogni tanto qualcosa che sembra impossibile, di fatto accade davvero”.

    Molti astronomi concordano che la migliore opportunità per gli scienziati di trovare il Pianeta X è il Vera Rubin Observatory attualmente in fase di costruzione in cima a una montagna del Cile. Questo telescopio di 8,4 metri con un campo di osservazione enorme fotograferà l’intero cielo visibile a poche notti di distanza. A partire dal 2023, l’osservatorio permetterà agli astronomi di tracciare i movimenti di milioni di oggetti celesti compresi rottami spaziali, asteroidi, comete, telescopi spia, stelle e magari addirittura il Pianeta X.

    “Il telescopio Vera Rubin coprirà circa i due terzi del cielo, ma lo farà in modo uniforme e ripetuto nel tempo”, spiega Malhotra. “Ci aiuterà tantissimo a fare notevoli progressi in casi di questo tipo”.

    Brown ritiene che il pianeta possa fare la sua comparsa prima che gli impressionanti telescopi di nuova generazione entrino in gioco: forse, dice, questo mondo è già “nascosto” nei dati di cui gli astronomi dispongono già. 

    “Sarei pronto a scommettere – e spesso perdo le scommesse – che le immagini di questo pianeta sono già presenti nelle rilevazioni di cui disponiamo”, conclude Brown. “Non penso che sia mai stato scoperto qualcosa che poi non sia stato ritrovato nei dati già esistenti, a partire da Urano fino a Plutone ed Eris”. Brown ha scoperto il pianeta nano Eris presso il Palomar Observatory nel 2005, e successivamente ha scoperto che la primissima immagine di quel corpo si trovava su una lastra fotografica realizzata nel 1955 dallo stesso telescopio. “Ho la sensazione che accadrà di nuovo”. LEGGI TUTTO

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    Il successo del volo della Virgin Galactic e il futuro del turismo spaziale

    La missione, denominata Unity 22, presenta il più grande equipaggio che la compagnia di Branson – Virgin Galactic – abbia mai portato ai confini dello spazio. Lo spettacolo ha segnato anche una pietra miliare per il grande pubblico nella corsa alla commercializzazione dell’accesso allo spazio suborbitale, per piacere e per profitto. Il volo spaziale della Virgin Galactic – il quarto, con equipaggio a bordo – precede di appena nove giorni il volo del miliardario Jeff Bezos su New Shepard, un razzo suborbitale costruito dalla sua compagnia Blue Origin.“Il fatto che i fondatori di queste compagnie voleranno durante le missioni inaugurali ufficiali di questi velivoli è piuttosto sorprendente”, afferma l’esperta di storia dello spazio Jennifer Levasseur, curatrice del National Air and Space Museum dell’Istituto Smithsonian. “È ovviamente il risultato di tutta la fiducia che hanno investito nei loro progetti, nei collaboratori e nella tecnologia che li hanno resi possibili e, non ultimo, in ognuno di loro c’è un innato senso di avventura che fa sì che valga la pena correre il rischio”.

    Entrambe le società sono state criticate per aver intrapreso progetti presuntuosi e “di lusso” per gli ultra-ricchi. In fase di prevendita Virgin Galactic aveva indicato un costo di 250.000 dollari (quasi 211.000 €) per il biglietto ma l’azienda ha poi dichiarato che aumenterà il prezzo. La Blue Origin non ha iniziato la vendita dei posti su New Shepard né ha reso pubblico il prezzo del biglietto ma, in una vendita all’asta svoltasi a giugno, una corsa sul prossimo volo con Bezos è stata venduta per 28 milioni di dollari (quasi 24 milioni di euro).

    Al di là delle imprese dei ricchi in cerca di gloria, tuttavia, i nuovi veicoli spaziali come SpaceShipTwo e New Shepard potrebbero fornire una piattaforma unica per la ricerca scientifica e aerospaziale.

    “Non è solo lo sfizio di qualche miliardario”, afferma Laura Seward Forczyk, fondatrice della società di analisi dell’industria spaziale Astralytical, “si tratta della possibilità di fare vera e propria ricerca scientifica”.

    Turismo spaziale

    Le incursioni private nello spazio non sono una novità. Dal 2000 sono diversi i turisti danarosi che hanno speso decine di milioni di dollari per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS, dall’inglese International Space Station). Inoltre la NASA ha sempre più incoraggiato le compagnie private a subentrare nei lanci statunitensi di merci e astronauti sulla ISS. La NASA ha avviato voli merci commerciali nel 2012 e voli commerciali con equipaggio nel 2020.

    Ma da anni, società come Virgin Galactic e Blue Origin lavorano su un diverso tipo di volo spaziale: il turismo spaziale suborbitale. Presto chiunque abbia la possibilità di sperperare centinaia di migliaia di dollari potrà allacciare la cintura di sicurezza e farsi un giro di pochi minuti ai confini dello spazio.

    Il confine tra l’atmosfera terrestre e lo spazio è convenzionalmente definito dalla cosiddetta linea di Kármán a 100 chilometri (62 miglia) di altitudine ma gli Stati Uniti identificano la demarcazione a 80 chilometri (50 miglia). Il viaggio di Virgin Galactic dell’11 luglio ha raggiunto la distanza di 86 chilometri (53,5 miglia). Il volo di Blue Origin del prossimo 20 luglio è previsto arrivare a 105 chilometri (65 miglia) di altezza.

    Costruire un nuovo velivolo aerospaziale per turisti si è rivelata un’impresa estremamente difficoltosa che ha richiesto anni di prove e causato incidenti anche mortali, in particolare un evento fatale di un prototipo di spazioplano SpaceShipTwo nel 2014. Ora Virgin Galactic e Blue Origin stanno passando dai voli di prova a quelli commerciali con clienti paganti che vedono i fondatori miliardari di entrambe le compagnie “alla guida” dei loro velivoli verso lo spazio.

    La strada per arrivare fino a questo punto è stata lunga in particolare per Virgin Galactic, il cui spazioplano affonda le sue radici in un programma iniziato a metà degli anni ’90.

    Un nuovo tipo di veicolo spaziale

    A differenza dei tradizionali razzi con equipaggio che vengono lanciati da terra, il volo di SpaceShipTwo inizia a mezz’aria. La nave madre, chiamata WhiteKnightTwo, trasporta lo spazioplano fino a un’altitudine di più di 12.000 metri. SpaceShipTwo si sgancia poi dalla parte sottostante del velivolo più grande, accende il suo endoreattore e vola verso il confine dello spazio seguendo una ripida traiettoria in salita e viaggiando a circa tre volte e mezzo la velocità del suono.

    Questo tipo di operazione potrebbe sembrare un modo complesso di portare l’uomo nello spazio ma il “lancio aereo” presenta diversi vantaggi, afferma Chuck Rogers, vice capo dipartimento presso l’Armstrong Flight Research Center della NASA in California. Questa tecnica è stata perfezionata nel corso di diversi decenni di ricerca sul volo, tra cui quella sull’X-1 – il primo aereo a rompere la barriera del suono – e sull’X-15, che rimane l’aereo pilotato più veloce che abbia mai volato con 7.274 chilometri orari raggiunti durante un volo nel 1967.Il lancio da mezz’aria può risultare molto efficace perché il veicolo spaziale non deve farsi strada attraverso la densa bassa atmosfera utilizzando il proprio motore, il che significa che può trasportare una minore quantità di carburante. L’utilizzo di un aereo spaziale inoltre permette il decollo e l’atterraggio da e su lunghe piste tradizionali riducendo la necessità di ulteriori infrastrutture di lancio.

    Il lavoro di progettazione di SpaceShipOne, il predecessore sperimentale di SpaceShipTwo, è iniziato nel 1996 con la pubblicazione dell’Ansari X Prize, competizione spaziale che metteva a disposizione 10 milioni di dollari (quasi 8,5 milioni di euro) al primo team interamente privato che fosse riuscito a lanciare un veicolo spaziale a più di 100 chilometri di distanza dalla superficie della Terra due volte in due settimane entro la fine del 2004 trasportando l’equivalente del peso di un pilota e due passeggeri.

    Il primo favorito della competizione era Burt Rutan, ingegnere iconoclasta famoso per i suoi progetti aerei stravaganti ed estremamente efficienti. Per partecipare all’X Prize, Rutan optò per un progetto di lancio aereo che presentava un procedimento di discesa unico nel suo genere: appena prima di raggiungere il limite di altitudine, le due ali dello SpaceShipOne si sarebbero inclinate verso l’alto di 65 gradi. Questa “modalità aliante” aumentava notevolmente la resistenza del velivolo durante la fase di discesa rallentandolo fino al punto di attraversare in sicurezza l’atmosfera, ritrarre le ali e infine planare verso la pista per la fase di atterraggio.

    Il progetto dello spazioplano progredì lentamente fino a quando, nel 2001, Rutan e la sua azienda Scaled Composites ricevettero un finanziamento dal cofondatore della Microsoft Paul Allen. A giugno 2004 lo SpaceShipOne diventò il primo veicolo finanziato da privati ad andare nello spazio. Meno di quattro mesi più tardi, lo spazioplano percorse due volte oltre 100 chilometri e vinse l’X Prize.

    “È stato il volo perfetto”, afferma il pilota collaudatore Brian Binnie che ha effettuato il secondo volo il 4 ottobre 2004 che ha conquistato il premio. “Me lo ricordo come se fosse ora: era come se non fossi solo, come se ci fossero altre forze in gioco”.

    A seguito della vincita dell’X Prize con lo SpaceShipOne, Branson ha concesso in licenza i progetti di Rutan per Virgin Galactic con l’obiettivo di trasformarli in un veicolo più grande per più passeggeri: lo SpaceShipTwo.

    La lunga strada verso il volo di SpaceShipTwo

    SpaceShipTwo è all’incirca due volte più grande del suo predecessore ma ha comportato più del doppio dei problemi: le maggiori dimensioni del veicolo hanno reso necessaria la riprogettazione della nave madre e del motore a razzo dello spazioplano tra gli altri intoppi di natura tecnica che hanno fatto accumulare ritardi su ritardi.

    Il team dello SpaceShipTwo è stato colpito anche da due incidenti mortali. Nel 2007 tre persone sono morte in un’esplosione avvenuta prima del collaudo del motore a razzo. E il 31 ottobre del 2014, un prototipo dello SpaceShipTwo è andato distrutto a metà del percorso di ascesa a seguito di un comando attivato in una fase non prevista del volo; nell’incidente ha perso la vita il copilota Michael Alsbury e il pilota Peter Siebold ha riportato ferite gravi. Secondo quanto riportato, l’incidente del 2014 scosse molto Branson ma la Virgin Galactic decise alla fine di portare avanti il progetto.

    “Riconosco a Branson il merito di essere stato determinato e aver continuato per questa strada; ha avuto molte opportunità per ritirarsi dal settore”, afferma Binnie, che ha lavorato allo SpaceShipTwo fino al 2014. “Quando si pensa al settore dei veicoli spaziali suona tutto molto affascinante ma…nei suoi aspetti pratici e concreti è un ambito di lavoro tutt’altro che facile”.

    Dopo anni di aggiornamenti sulla sicurezza, nel 2018, due piloti hanno superato con lo SpaceShipTwo per la prima volta la soglia degli 80 chilometri. Nel 2019 l’impresa è riuscita nuovamente, questa volta con un passeggero: Beth Moses, istruttrice capo degli astronauti della compagnia.

    “È stato magnifico, indescrivibile”, disse Moses in un’intervista del 2019 a National Geographic. “È un’esperienza fantastica, incredibile, intensa e meravigliosa”.

    Nel maggio 2021 Virgin Galactic ha completato il suo terzo volo sopra gli 80 km, il che ha portato la Federal Aviation Administration (FAA, Amministrazione Federale dell’Aviazione) a emettere per la compagnia una licenza commerciale. Il test ha aperto la strada al lancio di Unity 22 e dato all’azienda sufficiente fiducia da lasciar partecipare Branson stesso all’evento.

    Richard Branson, una volta a terra ha ricevuto le ali da Hadfield e ha annunciato di offrire due biglietti per i prossimi voli a chi aderirà alla campagna dell’organizzazione no profit Omaze che punta a democratizzare lo spazio ovvero ad aprirlo a quante più persone possibile di ogni estrazione sociale.

    La scienza ai confini dello spazio

    Gran parte della discussione su Virgin Galactic e Blue Origin si è concentrata sulla gara tra Branson e Bezos. Ma mentre questi duellanti miliardari volano verso il cielo, i veicoli che le loro aziende hanno costruito hanno permesso nuovi tipi di ricerca.

    I voli di Virgin Galactic e Blue Origin offrono da tre a cinque minuti di assenza continua di gravità. Gli scienziati erano già riusciti ad accedere allo spazio suborbitale in passato ma principalmente mediante velivoli spaziali senza equipaggio. Con questi nuovi veicoli i ricercatori possono assistere di persona agli esperimenti ed eseguirli durante il volo.

    Le due aziende hanno già messo i loro mezzi a disposizione di scienziati e dimostrazioni tecniche con il supporto del Flight Opportunities Program della NASA. Il volo Unity 22 comprendeva un esperimento – gestito dal personale – che aveva l’obiettivo di registrare le modifiche nell’attività genetica delle piante durante l’assenza di gravità (progetto concepito dall’Università della Florida e gestito dalla dipendente di Virgin Galactic Sirisha Bandla).

    I precedenti esperimenti sullo Space Shuttle e sull’ISS hanno registrato nel dettaglio come funziona la vita nella microgravità. Ma in termini biochimici, come passano gli esseri viventi dal percepire la gravità terrestre all’assenza di gravità? Gli scienziati ancora non hanno risposta a questo quesito. Ma i voli suborbitali come Unity 22 offrono un’opportunità unica di studiare questo aspetto, afferma il biologo Rob Ferl dell’Università della Florida, uno dei responsabili dell’esperimento. 

    “Noi siamo gli scienziati che aprono una porta su questo universo biologico che non è mai stato osservato prima”, afferma Ferl.

    Il futuro dei voli suborbitali

    Anche se a Virgin Galactic e Blue Origin non mancheranno clienti e ricercatori interessati, l’analista dell’industria dello spazio Forczyk avverte che ancora non sappiamo che dimensioni arriverà ad assumere il mercato suborbitale.

    In teoria, i prezzi dei biglietti scenderanno man mano che i voli diventeranno più comuni ma per ora questo settore neonato si rivolge principalmente ai super-ricchi, ai loro ospiti e ai ricercatori finanziati. Con il progresso tecnologico, afferma Forczyk, scopriremo se le aziende spaziali guidate da miliardari manterranno la promessa di “rendere lo spazio democratico” o se le passeggiate suborbitali rimarranno un lusso per pochi.

    Il futuro dei viaggi privati ai confini dello spazio dipenderà anche da quanto sicuri i velivoli dimostreranno di essere. Per l’attuale legge statunitense, l’autorità dei funzionari federali nel regolare la sicurezza dei passeggeri per i viaggi spaziali commerciali è limitata fino al 2023. “Non credo che nessuno possa essere indotto a pensare che questo sia un ambito privo di rischi”, afferma Forczyk, “dobbiamo aspettarci che avvengano incidenti anche fatali”.

    Ma anche se gli incidenti rallentano lo sviluppo, l’accesso dei consumatori allo spazio suborbitale e oltre probabilmente continuerà ad aumentare. “Lo considererei piuttosto come la fine dell’inizio”, afferma Levasseur, la storica dello Smithsonian. “I voli spaziali non saranno mai una routine; questo non è un processo di routine… [ma] stiamo entrando in una nuova fase di ‘normalità’”.Per Binnie vedere SpaceShipTwo alzarsi verso il cielo lo riporta al ricordo del prototipo di spazioplano che ha pilotato all’altezza record di 111 km.

    “Sono felice di poter dire che SpaceShipOne non sarà un esemplare unico da museo”, dice, “ma sarà il precursore di qualcosa di migliore, di più grande, di più avanzato”. LEGGI TUTTO