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    Fulmini alieni su Venere: un misterioso lampo risolverà l’enigma?

    I fulmini sono presenti in tutto il sistema solare: vari veicoli spaziali hanno rilevato fulmini extraterrestri nelle nuvole di Giove, Saturno e Urano. “Ci aspettiamo che i fulmini siano presenti anche nelle dense nubi di Venere”, afferma Noam Izenberg, geologo planetario presso la Johns Hopkins University e vicepresidente del Venus Exploration Analysis Group (Gruppo di analisi dell’esplorazione venusiana, NdT).
    La notizia del lampo visto dalla sonda spaziale Akatsuki – che in giapponese significa “alba” – è stata rivelata dal planetologo Yukihiro Takahashi dell’Hokkaido University in occasione dell’incontro dell’American Geophysical Union di quest’anno. Il team di Takahashi ritiene che si sia trattato di un potente fulmine – circa 10 volte più forte rispetto ai fulmini sulla Terra – o dell’esplosione di un grande meteorite nell’atmosfera del pianeta.
    Il lampo è stato individuato dalla Lightning and Airglow Camera del velivolo, strumento che scansiona le nuvole di Venere da cinque anni, e che solo ora ha rilevato un primo bagliore di luce. È uno dei segnali più promettenti sulla presenza di fulmini su Venere, ma il team sta ancora analizzando i dati, e i membri hanno preferito non parlare della ricerca prima della sua pubblicazione in un articolo sottoposto a revisione.
    “L’esistenza di fulmini su Venere è stata una questione controversa per molti decenni”, ha affermato Takahashi durante il suo discorso.
    In passato sono già state rilevate prove interessanti in merito ai fulmini venusiani, dagli impulsi elettromagnetici misurati da veicoli spaziali ai segnali di luce osservati dalla Terra. Ma ogni volta gli scienziati si sono chiesti se i segnali provenissero effettivamente da fulmini oppure da altre fonti, come flash di particelle dallo spazio profondo noti come raggi cosmici, o da interferenze create dalla strumentazione scientifica stessa.
    Per poter identificare la sorgente del recente lampo, gli astronomi sperano di vederne un altro. “È tutto molto affascinante, e il team sta lavorando per escludere altre possibili cause del bagliore”, afferma Izenberg, che non è coinvolto nella nuova ricerca. Ma “l’unica vera prova sarà vederlo di nuovo”.
    Se il lampo fosse stato un fulmine, la sua scoperta rappresenterebbe un passo importante verso la decifrazione della natura misteriosa delle dense nubi di Venere, e fornirebbe un indizio in merito alla possibilità che tale ambiente possa supportare la vita. “[I fulmini] possono scomporre gli atomi, creando radicali liberi che si ricombinano e formano molecole che altrimenti non si otterrebbero”, afferma Colin Wilson, planetologo presso l’Università di Oxford.
    Fischi nel maelstrom
    Gli scienziati cercano segni della presenza di fulmini su Venere da circa mezzo secolo, tramite osservazione per mezzo di telescopi e monitorando l’attività elettromagnetica con sonde spaziali. La sonda spaziale Cassini della NASA, che può facilmente localizzare i fulmini sulla Terra, è passata due volte vicino a Venere alla fine degli anni ’90, durante il suo volo verso Saturno, e non ha rilevato nessun lampo luminoso.
    Ma esistono indizi precedenti. Alcuni dei lander del programma sovietico Venera, lanciati tra gli anni ’60 e ’80, registrarono segnali sospetti sui sensori magnetici e acustici. La sonda degli Stati Uniti Pioneer Venus Orbiter ha rilevato scariche energetiche negli anni ’80, così come la radio della sonda Galileo, diretta verso Giove nel 1990. Anche l’osservazione dalla Terra attraverso un telescopio ha registrato diverse deboli macchie luminose su Venere, a metà degli anni ’90.
    “Nessuno di questi indizi è stato completamente convincente”, afferma Karen Aplin, fisica presso l’Università di Bristol che studia i fulmini planetari. “In generale, è stato difficile escludere la possibilità di altre spiegazioni”.
    Il veicolo dell’Agenzia Spaziale Europea Venus Express, che ha orbitato intorno al pianeta dal 2006 al 2015, ha registrato molte onde radio “whistler” (dall’inglese whistle, fischio) provenire dal pianeta. Sulla Terra, questi segnali – menzionati dagli operatori radio durante la Prima guerra mondiale che sentivano suoni simili a fischi e temevano che potessero essere granate in arrivo – possono essere generati dai fulmini.
    Tuttavia “le onde whistler possono essere generate da qualsiasi tipo di instabilità o disturbo all’interno dell’atmosfera”, afferma Shannon Curry, fisica planetaria presso l’Università della California a Berkeley. Venere e Marte emanano regolarmente questo tipo di onde, ed è possibile che questi segnali provengano da fulmini elusivi, ma gli astronomi non possono esserne sicuri.
    Vedere per credere
    La maggior parte delle ricerche dei fulmini a livello visivo, ovvero la ricerca di lampi visibili, non ha prodotto risultati. Una possibilità, afferma Wilson, è che “la sorgente da cui si origina il fulmine sia sotto la parte superiore delle nuvole, il che significherebbe che le onde radio vengono emesse ma gran parte della luce rimane bloccata al loro interno”.
    La sonda spaziale Akatsuki è in grado di ricercare deboli bagliori di luce che riescono ad attraversare le nubi di Venere. Tuttavia, a causa di un malfunzionamento del motore, il velivolo non è riuscito a entrare nell’orbita di Venere nel 2010, e ha dovuto girare intorno al sistema solare per poi riprovare nel 2015. Sebbene al secondo tentativo la sonda Akatsuki sia riuscita a entrare nell’orbita di Venere, ha dovuto effettuare un’orbita molto allungata che ha tenuto il velivolo molto lontano dal pianeta per la maggior parte del tempo.
    Dopo cinque anni però, Akatsuki ha individuato un lampo di luce. “Sono sorpresa che non ne abbiano visti altri”, afferma Curry. “Il fatto che ne abbiano visto solo uno mi preoccupa”, perché i fulmini solitamente appaiono in gruppi. Ma “voglio credere alla validità del rilevamento”.
    Non sembra che il lampo possa essere stato originato da un raggio cosmico, anche se il team di Akatsuki crede che potrebbe essere stato un bolide: un meteorite che esplode nell’atmosfera creando un flash luminoso. Tuttavia considerando le nostre conoscenze sulla frequenza con cui queste meteore entrano in collisione con i pianeti pare estremamente improbabile che la sonda Akatsuki abbia visto un bolide.
    Per il momento, la spiegazione più plausibile è che si sia trattato di un fulmine.
    “Un caso isolato di errore strumentale che si manifesta come qualcosa di molto simile a un segnale reale sarebbe una coincidenza incredibile”, afferma Ricky Hart, laureato presso l’Università della California, a Los Angeles, che studia i segnali di possibili fulmini su Venere. Il lampo rilevato, afferma, aggiunge un’ottima argomentazione a supporto dell’ipotesi della presenza dei fulmini su Venere”.
    Misteri nelle dense nubi aliene
    Se quel lampo fosse stato un fulmine, che cosa lo avrebbe originato? Gli astronomi che cercano di dare una risposta a questa domanda credono che questo potrebbe rivoluzionare quello che sappiamo sui cieli di Venere.
    Le nuvole di acido solforico di questo pianeta sono uniche nel sistema solare quindi i tradizionali modelli di formazione dei fulmini non si possono applicare a Venere, afferma Aplin. Un motivo è che si ritiene che le sue nuvole siano dei buoni conduttori di elettricità, il che potrebbe impedire l’accumulo di elettricità in un punto, condizione che normalmente porta alla generazione del fulmine.
    Le nuvole terrestri separano goccioline di acqua elettricamente cariche e cristalli di ghiaccio attraverso la convezione – quando le nuvole più calde si spostano verso l’alto e quelle più fredde scendono più in basso – generando così i fulmini. Ma non è chiaro in che misura questo fenomeno di miscelazione verticale avvenga nelle nuvole di Venere, afferma Paul Byrne, planetologo presso l’Università statale della Carolina del Nord. E Akatsuki non può determinare l’altitudine del lampo, quindi se fosse stato un fulmine, potrebbe essersi generato in qualsiasi punto tra l’atmosfera superiore e il principale strato di nubi, decine di chilometri più in basso.
    Una possibilità è che bagliori di fulmini su Venere si manifestino a seguito di eruzioni vulcaniche. Sebbene nessuna eruzione sia stata ancora direttamente osservata attraverso le scure nuvole del pianeta, prove circostanziali hanno convinto molti scienziati planetari che le eruzioni effettivamente avvengano. Eventi esplosivi che producono pennacchi di cenere elettricamente carichi potrebbero generare fulmini.
    Indipendentemente dal fatto che questo rilevamento si dimostri autentico o meno, gli scienziati planetari continueranno a ricercare ulteriori prove, impazienti di sapere se il potere alchemico dei fulmini sia in atto anche su Venere.
    “Quello dei fulmini è un processo affascinante. È energia attiva,” afferma Izenberg. “Potrebbe essere uno dei potenziali motori per la chimica prebiotica su Venere”, il che significa che le esplosioni di energia potrebbero unire le molecole necessarie per generare la vita. Se questo processo si verifica in parti dell’atmosfera note per essere acquose, temperate e illuminate dal sole, questo potrebbe creare una potenziale oasi per i microbi fotosintetici.
    I fulmini potrebbero anche essere responsabili della produzione di fosfina, un composto chimico gassoso recentemente rilevato su Venere – sebbene alcuni esperti abbiano messo in dubbio la validità del rilevamento – noto per essere prodotto dai microbi sulla Terra. Se questo gas è davvero presente nelle nuvole venusiane, parte di esso potrebbe essere generato da fulmini nell’interazione con l’atmosfera.
    Le duplici osservazioni eseguite dai telescopi terrestri e dalla sonda Akatsuki apporterebbero un grande contributo nel convincere la comunità dell’identificazione dei fulmini su Venere, afferma Curry. Ma finché non verrà organizzata una nuova missione su Venere per esplorarne l’atmosfera o volare vicino alla parte superiore delle sue nuvole, la presenza di fulmini rimarrà probabilmente un mistero irrisolto, afferma Byrne.
    Sappiamo molto poco su Venere, un pianeta più o meno delle stesse dimensioni e composizione della Terra, ma la cui evoluzione è stata notevolmente diversa. Questo lampo, afferma Izenberg, è “l’ennesimo motivo per cui tornare”. LEGGI TUTTO

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    Captato un misterioso segnale radio da una stella: gli alieni vogliono dirci qualcosa?

    “Solo la tecnologia umana sembra produrre segnali di questo tipo”, afferma Sheikh, “il nostro Wi-Fi, i nostri ripetitori, il nostro GPS, la nostra radio satellitare, questi segnali sono esattamente come quelli che stiamo cercando, il che rende molto difficile capire se qualcosa proviene dallo spazio o è frutto di tecnologia umana”.
    Nel corso dei decenni, gli astronomi hanno captato numerosi segnali candidati. Alcuni si sono rivelati provenire da fonti astronomiche precedentemente sconosciute come pulsar, resti di stelle implose in rapida rotazione che irradiano il cosmo di onde radio. I primi rapidi impulsi radio conosciuti – brevi esplosioni di onde radio che restano ancora in qualche modo misteriose – inizialmente sembrava potessero essere segnali artificiali. Anche i segnali chiamati pèriti, impulsi di radio emissioni meno potenti, hanno destato l’attenzione, fino a che gli scienziati ne determinarono l’origine: un forno a microonde.
    BLC-1 potrebbe provenire da un oggetto che non sta trasmettendo come previsto: un satellite non ancora identificato, un aereo in volo, un trasmettitore di terra vicino alla linea di vista del telescopio, o persino qualcosa di più banale, come dispositivi elettronici difettosi in un edificio vicino o in un’auto di passaggio.
    “Tutti i nostri esperimenti SETI vengono condotti letteralmente in un mare di interferenze. Ci sono miriadi di segnali”, afferma Siemion “alla fine si tratta di riuscire a distinguere tra firme tecnologiche molto distanti e la nostra stessa tecnologia”.
    E poi ci sono i segnali che gli astronomi non sono stati in grado di attribuire con certezza a una fonte naturale, come il famoso segnale “WOW!” captato nel 1977 dall’Ohio State University Radio Observatory, comunemente conosciuto come “Big Ear” (il grande orecchio, NdT). Questa raffica di onde radio estremamente luminose inizialmente sembrava un rilevamento SETI, ma nessuno è stato in grado di verificarlo o ritrovarlo.
    Uno strano segnale
    Nel 2015, Breakthrough Listen ha dato il via a un progetto di ricerca decennale finanziato da Yuri Milner, investitore della Silicon Valley, e fino a oggi, il team non ha trovato niente di definitivo nella sua attività di scansione del cielo.
    A partire da aprile 2019, Breakthrough ha orientato il telescopio di Parkes verso Proxima Centauri, non tanto in cerca di alieni, bensì per studiare meglio i giganteschi bagliori di luce che stelle nane rosse come Proxima emettono frequentemente. Durante l’elaborazione di queste osservazioni nel corso dell’estate 2020, Shane Smith, studente universitario dell’Hillsdale College nel Michigan che collabora con Breakthrough, ha individuato BLC-1, apparentemente proveniente da quella stella.
    Nonostante il segnale debole, BLC-1 ha superato tutti i test che il team di Breakthrough utilizza per filtrare i milioni di segnali generati dall’uomo: aveva una ridotta larghezza di banda, sembrava avere una deriva di frequenza, ed è scomparso quando il telescopio è stato puntato verso un altro oggetto cosmico. Nei giorni successivi, sono apparsi quattro segnali simili, ma alcuni sono stati scartati in quanto interferenze radio.
    “Il nostro algoritmo è molto ottimistico in merito a come possa essere la tecnologia aliena”, afferma Sheikh. “Ma questo è veramente entusiasmante perché non eravamo mai arrivati al punto in cui l’algoritmo trovasse qualcosa su cui valesse la pena continuare a investigare”.
    Se BLC-1 fosse, contro ogni previsione, una “cartolina” dal sistema stellare vicino, allora statisticamente parlando, la Via Lattea dovrebbe essere incredibilmente piena di civiltà comunicanti, afferma Seth Shostak dell’istituto SETI. “In questo caso, ci sarebbero più di mezzo miliardo di società nella nostra stessa galassia, il che sembra un po’ eccessivo”.
    La fase di verifica
    Dal momento del rilevamento, il team di ricerca si è messo nuovamente in osservazione di Proxima Centauri, senza trovare niente. Gli scienziati stanno lavorando sullo sviluppo di nuovi test che potrebbero localizzare con esattezza l’origine del segnale, tenendo il telescopio di Parkes puntato su Proxima.
    “Per poter fare affermazioni di validità scientifica, è necessario essere in grado di riesaminare e replicare il fenomeno”, afferma Sheikh “è così che funziona il metodo scientifico”.
    All’inizio di quest’anno, Jill Tarter dell’Istituto SETI mi ha detto che il processo di creazione di nuovi test e di conferma dell’origine dei segnali è normale prassi del programma SETI, da cui tutti possono imparare e trarre beneficio.
    “Stiamo cercando qualcos’altro, qualcun altro, là fuori”, disse Tarter al tempo. “Rilevare improvvisamente un’interferenza, e pensare che potrebbe essere quello che stiamo cercando, e poi riflettere su cosa dobbiamo fare per essere in grado di confermarlo ed essere sicuri dei risultati a cui potremmo arrivare: questo è il processo giusto”.
    Siemion afferma che la valutazione di BLC-1 ha già insegnato molto al team in merito all’analisi dei dati. Le osservazioni di verifica di Proxima Centauri saranno preziose per capire il comportamento di tali stelle, così come per realizzare una ricerca SETI completa di un sistema stellare vicino con pianeti noti, anche se non fosse abitato da alieni tecnologicamente avanzati.
    “Alla fine, credo che riusciremo a convincerci che [BLC-1] è un’interferenza”, afferma Siemion. “Ma il risultato finale sarà sicuramente che questa esperienza renderà i nostri esperimenti futuri molto più efficaci”. LEGGI TUTTO

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    Gli astronauti delle missioni Artemis della NASA

    Pubblicato 22 dic 2020, 09:03 CET

    Stephanie Wilson

    Fotografia di Bill Ingalls, NASA

    Jessica Meir

    Fotografia di NASA

    Nicole Mann

    Fotografia di Bill Ingalls, NASA

    Victor Glover

    Fotografia di NASA

    Matthew Dominick

    Fotografia di NASA

    Kayla Barron

    Fotografia di Bill Ingalls, NASA

    Anne McClain

    Fotografia di NASA

    Raja Chari

    Fotografia di Bill Ingalls, NASA

    Jasmin Moghbeli

    Fotografia di NASA

    Scott Tingle

    Fotografia di NASA

    Kate Rubins

    Fotografia di NASA

    Kjell Lindgren

    Fotografia di NASA

    Frank Rubio

    Fotografia di Bill Ingalls, NASA

    Fotografia di NASA

    Christina Koch

    Fotografia di NASA

    Joseph Acaba

    Fotografia di NASA

    Warren “Woody” Hoburg

    Fotografia di NASA

    Jessica Watkins

    Fotografia di NASA LEGGI TUTTO