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    L'asteroide Bennu potrebbe rivelare le origini della vita

    Questo asteroide dalla strana forma, in particolare, potrebbe avere indizi da offrire sulle prime origini della vita, ed è per questo motivo che la NASA ha lanciato OSIRIS-REx nel 2016 allo scopo di prelevare campioni della sua superficie. Bennu fa parte di un gruppo di asteroidi noti per contenere molecole organiche contenenti carbonio — ingredienti essenziali per la vita così come la conosciamo sulla Terra — nonché minerali alterati in presenza di acqua. I ricercatori ipotizzano che almeno alcune delle molecole organiche e dell’acqua della Terra provengano dagli asteroidi, quindi è più che possibile che oggetti come Bennu abbiamo “seminato” sulla Terra le sostanze chimiche necessarie per la vita.
    Inoltre Bennu rappresenta un possibile rischio per la sicurezza del nostro pianeta. La sua orbita incrocia quella della Terra, è c’è una possibilità su 2.700 circa che entri in collisione con il nostro pianeta verso la fine del XXII secolo, il che rende gli studi sull’asteroide ancora più importanti e attenti.
    Origini acquose
    Anche se molti dei massi che compongono Bennu risalgono all’infanzia del sistema solare, Bennu in realtà e il prodotto di un caos più recente. I ricercatori pensano che circa un miliardo di anni fa una grande collisione nella cintura asteroidale abbia distrutto un oggetto largo circa 100 km. Il cataclisma produsse una grande quantità di detriti, formando un gruppo di asteroidi più piccoli, compreso Bennu.
    Quando l’oggetto genitore di Bennu era ancora giovane, aveva abbastanza calore da mantenere l’acqua liquida nel proprio suolo. Penetrando nell’asteroide, l’acqua lentamente depositò minerali carbonati nelle fratture che attraversava. Più tardi, quando la gravità scolpì Bennu dai detriti del suo oggetto genitore, alcune di queste vene minerali primordiali sopravvissero intatte, all’interno delle rocce ora disseminate sulla sua superficie.
    La più grande tra le vene finora osservate ha una lunghezza di quasi un metro. La larghezza e le dimensioni della vena indicano che l’oggetto genitore di Bennu ha avuto una considerevole attività idrotermale per migliaia — se non per milioni — di anni.
    “Ecco a cosa serve l’esplorazione con i veicoli spaziali”, afferma il membro del team OSIRIS-REx e coautrice dello studio Hannah Kaplan, scienziata planetaria presso il Goddard Space Flight Center della NASA. “Non ci aspettavamo di vedere queste cose, non siamo in grado di notarle dalla Terra, e per vederle ci siamo dovuti avvicinare molto alla superficie dell’asteroide”.
    Le vene di carbonato sono venute alla luce a seguito della raccolta di un grande volume di dati ad alta risoluzione da parte di OSIRIS-REx. Rivkin specifica che uno strumento a bordo del veicolo spaziale osservava la composizione della superficie dell’asteroide fino a un grado di precisione pari alle dimensioni di un campo da basket. Un altro mappava le variazioni di colore di Bennu con un grado di dettaglio pari alla grandezza di un foglio di carta, e un altro strumento ancora addirittura eseguiva l’imaging di parti della superficie di Bennu a una precisione pari alle dimensioni di un francobollo.
    Una strana piccola roccia spaziale
    Bennu è un asteroide poroso, un cosiddetto rubble pile, ovvero un agglomerato di detriti tenuti insieme dalla sua debole forza di gravità, che è meno di otto milionesimi della gravità che abbiamo sulla Terra. Questo rende l’esplorazione di questo strano mondo una specie di avventura da Alice nel paese delle meraviglie.
    Nel periodo di tempo in cui ha orbitato intorno all’asteroide, OSIRIS-REx ha rivelato dettagli inattesi di ogni tipo: sono state avvistate ad esempio rocce “scoppiettanti”, probabilmente causate dal riscaldamento solare. La sonda spaziale ha anche rilevato pezzi di un altro asteroide, Vesta, tra le rocce color asfalto di Bennu, esaminando delle rocce prelevate che sono risultate contenere la miscela di minerali identificativa appunto di Vesta. LEGGI TUTTO

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    Le missioni

    Un elicottero della Marina degli Stati Uniti tenta di recuperare la Liberty Bell dall’oceano, dopo l’apertura inattesa del portello, in acqua. Appena a destra del centro si può vedere la testa di Gus Grissom, che cerca di restare a galla, mentre la tuta, che egli non ha fatto in tempo a chiudersi, gli si sta riempiendo d’acqua. LEGGI TUTTO

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    Gettare la basi

    Ham, il primo scimpanzé nello spazio, osserva la sua attrezzatura prima del lancio, nel 1961. Ham era stato addestrato per eseguire semplici attività nel corso della sua breve missione, provando così che sarebbe stato possibile anche per l’uomo “funzionare” nello spazio. L’uso di animali nella corsa allo spazio fu controversa al tempo, anche se le critiche riguardarono principalmente i casi per i quali none era previsto ritorno, di cui la più famosa fu il cane Laika, mandato nello spazio dall’URSS nel 1958. Anche il programma spaziale americano ha visto molte vittime, ma la maggior parte furono accidentali e generalmente i problemi si verificavano al rientro o all’atterraggio. Ham (e più tardi Enos, che eseguì un volo in orbita intorno alla Terra) tornò sulla Terra illeso, quantomeno fisicamente. LEGGI TUTTO

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    The Right Stuff: Uomini Veri, come si è evoluta nel tempo la misteriosa figura dell'astronauta

    Il modello per gli astronauti dello shuttle del 1978 rimase in vigore per tutto il programma, continua Abbey. Gli space shuttle venivano usati per missioni di riparazione nello spazio di satelliti che presentavano malfunzionamenti, incluso il telescopio spaziale Hubble. Queste missioni di riparazione erano un primato, e richiedevano la presenza di astronauti veterani, che potessero fare anche lunghe e stancanti passeggiate nello spazio. Gli shuttle inoltre comprendevano un modulo scientifico chiamato Spacelab, costruito dall’Agenzia spaziale europea. Il laboratorio orbitale forniva una piattaforma in cui gli astronauti potevano eseguire esperimenti di microgravità nell’ambito della fisica, astronomia, scienza dei materiali, osservazione della Terra, e altri.
    Mandare i cittadini nello spazio
    Via via che la NASA acquisiva confidenza con l’orbita terrestre bassa, emergeva un nuovo tipo di astronauta: il normale cittadino. I politici furono i primi con il senatore dello Utah Jake Garn e il membro del congresso della Florida Bill Nelson che volarono sullo shuttle rispettivamente nel 1985 e nel 1986.
    “Immagino che avranno avuto i loro motivi per farlo” afferma Abbey, riferendosi ai dirigenti della NASA. “Il membro del congresso Nelson e il senatore Garn erano coinvolti nella supervisione delle attività della NASA, quindi, in un certo senso, questa esperienza personale gli ha dato la sensazione di cosa si faceva e come lo si faceva”.
    Subito dopo il volo di Nelson, un vero semplice cittadino fu incluso nel volo sullo shuttle come specialista del carico utile: Christa McAuliffe, un’insegnante del New Hampshire. La missione finì in tragedia nel gennaio 1986 quando lo space shuttle Challenger si disintegrò durante il lancio, uccidendo McAuliffe e il resto dell’equipaggio composto da 7 membri.
    “Quella fu la fine del programma spaziale per i cittadini” afferma Logsdon “il secondo cittadino ad andare in orbita sarebbe stato un giornalista, probabilmente [Walter] Cronkite”, ma dopo la perdita del Challenger, la NASA tornò a selezionare solo astronauti professionisti per i voli spaziali.
    La prossima generazione di stazioni spaziali
    In Unione Sovietica il programma spaziale proseguiva con lo sviluppo di stazioni orbitali. Furono fatti grandi passi avanti con Salyut 6 e 7, stazioni che furono occupate rispettivamente per un totale di 683 e 816 giorni. Quel lavoro portò direttamente a uno dei trionfi del programma spaziale sovietico/russo: il Mir.
    “Il Mir è una sorta di enorme stazione spaziale multi-modulare” afferma Siddiqi. “Nel 1989 iniziò l’occupazione umana permanente del Mir, che proseguì continuativamente per 10 anni”.
    Non andò sempre tutto bene, tuttavia. Nel 1997, durante il test di un nuovo sistema di aggancio a comando remoto, una navicella di trasporto delle dimensioni di un autobus entrò in collisione con i pannelli solari del Mir danneggiando uno dei sette moduli della stazione. I due cosmonauti e un astronauta della NASA che erano a bordo riuscirono a interrompere i collegamenti al modulo danneggiato e a sigillarlo. Più tardi, due di loro si avventurarono nel modulo depressurizzato nelle tute spaziali per eseguire delle riparazioni.
    Questo tipo di incidenti, anche se a volte hanno messo a dura prova la cooperazione tra gli USA e la Russia post-sovietica, sono stati fondamentali per stabilire una partnership internazionale nello spazio. “I due fronti devono lavorare insieme. Devono essere trasparenti, bisogna condividere anche gli sbagli”, afferma Siddiqi. Parte di quell’apertura riguardava la conoscenza da parte degli astronauti delle culture dei reciproci Paesi. A partire dalla missione di aggancio Apollo-Soyuz nel 1975, i cosmonauti vivevano e venivano addestrati negli USA e gli astronauti della NASA facevano lo stesso in Russia.
    “Potevano comunicare nelle relative lingue di origine, e questo è molto importante quando ci si trova in un veicolo spaziale”, afferma Weitekamp. “Una delle cose che si chiedeva spesso agli astronauti era di parlare la lingua che gli era meno familiare, perché in questo modo è meno probabile dare per scontati dei contenuti”.
    Sia gli USA che la Russia fecero partire gli astronauti anche da altri Paesi, come ad esempio Inghilterra, Francia, Germania, Polonia, Ungheria, Messico, Canada e India. Il proliferare di programmi spaziali in tutto il mondo stava cominciando ad apportare contributi in termini di ricerca e hardware, e con il lancio del modulo russo Zarya nel 1998 iniziò la costruzione della successiva grande stazione spaziale.
    Alla fine di ottobre la Stazione Spaziale Internazionale celebrerà 20 anni di presenza umana continuata. Essa traccia un’orbita intorno alla Terra ogni 90 minuti, ed è ampiamente considerata un trionfo di collaborazione internazionale: ha ospitato 240 astronauti provenienti da 19 Paesi, migliaia di esperimenti sono stati condotti in orbita, nei campi più disparati, dall’astronomia e la fisica alla botanica e la scienza medica.
    I primi taikonauti
    L’era moderna dell’esplorazione umana dello spazio ha visto anche l’arrivo di una new entry in orbita: la Cina. Negli anni ‘90, il programma spaziale cinese trasse vantaggio dal miglioramento nelle relazioni con la Russia, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, afferma Brian Harvey, storico e autore che scrive sul programma spaziale cinese.
    “I cinesi sono riusciti a beneficiare di tutta l’esperienza che l’Unione Sovietica aveva acquisito con Soyuz”, mandando gli istruttori a formarsi in Russia e acquistando la tecnologia del suo programma spaziale, continua Harvey. Nel 2003, Yang Liwei divenne il primo cittadino cinese nello spazio. Non essendo ingaggiata in una corsa allo spazio con altri Paesi, la Cina poté portare avanti un approccio lento e metodico all’esplorazione dello spazio, studiando molto bene manovre come l’aggancio, prima di metterle in pratica.
    Riguardo alla selezione dei suoi astronauti, la Cina seguì il modello standard, scegliendoli dapprima tra i piloti militari. Ma il Paese imparò anche dalle difficoltà che incontrarono gli astronauti americani del programma spaziale USA. “Se pensiamo al Mercury 7, ad esempio, si trattava di un gruppo di persone ognuna molto sicura di se stessa che voleva fare a modo proprio”, afferma Abbey “credo che forse i cinesi abbiano invece cercato persone che non avrebbero presentato alcun tipo di difficoltà nella gestione”. LEGGI TUTTO