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    Il coronavirus può danneggiare i cinque sensi

    “Sentivo solo i suoni ad alto volume, e comunque con l’effetto della voce dell’insegnante di Charlie Brown”, racconta Goldsmith, ora 35enne, riferendosi ai rumori indefiniti tipici della maestra del famoso cartone.Inoltre Goldsmith sentiva un suono continuo nell’orecchio, che si è poi rivelato essere un acufene. Dopo essere completamente guarito dall’infezione ed essere tornato a casa a Bergenfield, nel New Jersey, l’analista di sicurezza informatica e padre di due figli è passato da un medico all’altro, cercando di risolvere i propri problemi uditivi. Ha provato diverse terapie farmacologiche, ma nessuna funzionava.

    Normalmente diamo per scontati i nostri sensi, finché non abbiamo problemi a uno di essi. E questa è una condizione che molte persone che hanno contratto il COVID-19 hanno scoperto, perdendo improvvisamente l’olfatto e il gusto. Più recentemente, tuttavia, è diventato evidente che l’infezione da COVID-19 può colpire anche vista, udito e tatto.

    Questo virus può influenzare tutti i sensi che abbiamo per percepire e interagire con il mondo, nel breve e nel lungo termine.

    Seppure non siano condizioni che mettono in pericolo la vita “è disarmante perdere uno dei sensi, specialmente nel modo improvviso in cui accade nel contesto di questa infezione”, afferma Jennifer Frontera, professoressa di neurologia presso la Scuola di Medicina Grossman dell’Università di New York (NYU). 

    Calo dell’udito 

    Proprio come Goldsmith, molte altre persone che sono guarite dal COVID-19 hanno continuato ad avere una qualche forma di ipoacusia. Nel numero di marzo della rivista International Journal of Audiology, i ricercatori hanno sottoposto a revisione delle pubblicazioni di studi di caso e altre relazioni sui sintomi del COVID-19, stimando che un calo dell’udito si è verificato nell’8% circa dei pazienti malati di COVID, mentre il 15% circa hanno sviluppato una forma di acufene.

    I meccanismi per cui questo accade non sono completamente chiari, ma gli esperti sospettano che la malattia potrebbe influenzare la tuba di Eustachio, che collega l’orecchio medio alla faringe. “Qualsiasi infezione virale può comportare una disfunzione della tuba di Eustachio, che può portare a un accumulo di liquidi nell’orecchio medio, e questo agisce da smorzatore meccanico sul timpano”, spiega Elias Michaelides, professore associato di otorinolaringoiatria presso il Rush University Medical Center di Chicago.

    Una volta che il soggetto è guarito dalla malattia, la tuba di Eustachio si svuota e l’udito torna alla normalità nella maggior parte dei casi, nonostante possano essere necessarie anche un paio di settimane, continua Michaelides. Nel frattempo, l’uso di un decongestionante orale e di uno spray nasale steroideo può aiutare ad accelerare il drenaggio, afferma.

    Ma se il virus danneggia i neuroni sensoriali dell’orecchio interno o della coclea, si può verificare un’improvvisa perdita dell’udito, che può anche essere permanente. Non è chiaro come si verifichi esattamente questo danneggiamento del nervo, anche se potrebbe avere a che fare con la capacità del COVID-19 di innescare una serie di effetti infiammatori in cascata e il danneggiamento dei piccoli vasi sanguigni.

    L’udito del suo orecchio sinistro non migliorava, nonostante fosse completamente guarito e nonostante le tante terapie seguite, quindi Goldsmith si rivolse a J. Thomas Roland Jr., direttore del reparto di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il centro medico NYU Langone Health. Roland gli disse che era un buon candidato per un impianto cocleare, un piccolo dispositivo elettronico che stimola direttamente il nervo uditivo e genera segnali che il cervello registra come suoni.

    “L’orecchio interno è un organo molto delicato e molto vulnerabile ai problemi microvascolari e alle infiammazioni, quindi non mi sorprende che gli ammalati di COVID abbiano avuto problemi di udito o di acufeni”, afferma Roland.

    A settembre 2020, Goldsmith si è sottoposto all’intervento chirurgico per l’impianto di un apparecchio cocleare nell’orecchio sinistro. E dice di aver notato subito un’enorme differenza. “Ora dall’orecchio sinistro ho un riconoscimento dell’80% delle singole parole, percentuale che aumenta nel caso di frasi intere”. E quando il dispositivo è acceso, il suo acufene scompare completamente. “Avrei preferito non averne bisogno”, afferma Goldsmith, “ma sono contento di avere avuto questa possibilità”.

    Vista annebbiata

    Altre persone che hanno avuto il COVID-19 hanno riportato problemi alla vista. Uno studio pubblicato l’anno scorso su BMJ Open Ophthalmology affermava che sensibilità alla luce, occhi irritati e vista annebbiata sono tra i più comuni disturbi della vista lamentati dai pazienti. E in uno studio svolto su 400 pazienti di COVID-19 che sono stati ricoverati, i ricercatori hanno rilevato che il 10% aveva problemi alla vista, incluse congiuntivite, alterazioni della vista e irritazione degli occhi.

    “C’è indubbiamente un carico virale negli occhi che provoca dei sintomi, ma ciò non significa che causi necessariamente patologie oculari di lunga durata”, afferma il coautore dello studio Shahzad I. Mian, professore di Oftalmologia e Scienze della vista presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Michigan.

    Eppure, alcuni medici stanno rilevando che il virus SARS-CoV-2 può aumentare il rischio di coaguli sanguigni in tutto l’organismo, compresi i vasi sanguigni della retina, dove possono causare vista appannata e anche un certo grado di perdita della vista, spiega Julia A. Haller, oftalmologo capo presso il Wills Eye Hospital di Philadelphia.

    Chi si accorge di qualche cambiamento nella vista che possa essere correlato al COVID-19 deve farsi visitare il prima possibile da un oftalmologo, affermano gli esperti. “A seconda dell’entità del danno arrecato, alcune forme di perdita della vista sono curabili con i farmaci”, afferma Haller.

    Formicolio e intorpidimento

    Anche il tatto potrebbe essere influenzato dall’infezione da COVID-19, in quanto la malattia ha dimostrato di poter causare anche sintomi neurologici persistenti.

    In uno studio pubblicato a maggio 2021, i ricercatori hanno esaminato 100 persone che non sono state ospedalizzate per il COVID-19 ma che avevano dei sintomi in corso. È stato rilevato che il 60% di loro riportava formicolio o intorpidimento, da sei a nove mesi dopo il primo manifestarsi della malattia. In alcuni casi questi sintomi erano diffusi in più parti del corpo, in altri invece localizzati e limitati a mani e piedi.

    Le dinamiche esatte che stanno dietro alla persistenza di certi sintomi non sono ancora del tutto chiare, ma molto probabilmente sono correlate all’infiammazione e all’infezione locali causate dal virus del COVID-19 nei nervi, spiega Igor Koralnik, professore di neurologia presso la Northwestern Feinberg School of Medicine e a capo del reparto di malattie da neuro-infezione e neurologia globale del Northwestern Memorial Hospital di Chicago.

    “Nella maggior parte dei casi [il formicolio e/o l’intorpidimento] col tempo scompaiono”, afferma, “ognuno ha i propri tempi”. E in alcuni casi, il formicolio e altri sintomi di neuropatia possono essere curati con farmaci come il gabapentin, usato per prevenire le crisi epilettiche e alleviare il dolore neuropatico.

    Perdita di olfatto e gusto

    Forse l’effetto più riconoscibile che il COVID-19 ha sui sensi è il doppio sintomo di perdita di olfatto e gusto. Elizabeth DeFranco, informatrice scientifica di Cleveland, Ohio, si è accorta di entrambi i cambiamenti sensoriali poco dopo aver sviluppato una forma lieve di infezione da COVID-19 a giugno 2020.

    “Stavo mangiando delle patatine condite con sale e aceto, e non sentivo alcun sapore”, racconta DeFranco, 58 anni. Poi si è accorta di non percepire nemmeno gli odori. Questa sua condizione persiste ancora oggi, nonostante ogni tanto senta una folata di qualcosa che sembra l’odore dell’erba appena tagliata.

    I casi di perdita di olfatto causata da infezione virale esistevano anche prima del COVID-19, ma la percentuale di persone affette da disfunzione o perdita olfattiva è molto più alta con questo virus rispetto ad altri tipi di infezioni, affermano gli esperti. Quando chi è stato contagiato con il COVID-19 perde l’olfatto – una condizione chiamata anosmia – lo perde su tutti i livelli, non in relazione a un solo tipo di odori.

    In generale, esistono due tipi principali di perdita dell’olfatto: l’anosmia conduttiva, che si verifica quando la congestione o l’ostruzione nasale impedisce alle molecole degli odori di attraversare la cavità nasale; e l’anosmia sensorineurale, che prevede il danneggiamento o la disfunzione dei neuroni olfattivi, che sembra essere ciò che accade nel caso del COVID-19.

    “Con il COVID-19, la maggior parte delle persone non presenta molti sintomi nasali, eppure la perdita dell’olfatto può essere piuttosto grave”, afferma Justin Turner, professore associato di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il Vanderbilt University Medical Center e direttore del Vanderbilt Smell and Taste Center. “Crediamo che questo derivi dal danneggiamento delle cellule sustentacolari che si trovano nella parte alta del naso e sono particolarmente vulnerabili all’infezione causata dal virus”.

    Quando si guarisce dal COVID-19, le cellule rigenerative possono entrare in azione e generare nuovi neuroni funzionali, spiega Turner. Questo consente alla maggior parte delle persone di riacquistare il senso dell’olfatto da sei a otto settimane dopo l’infezione, ma purtroppo questo non capita proprio a tutti. A quel punto, il medico può prescrivere degli steroidi sistemici o topici e a volte terapie di ricondizionamento dell’olfatto, che prevedono l’esposizione ripetuta a oli essenziali di diverse profumazioni. È l’equivalente della fisioterapia, ma per l’olfatto.

    “Essenzialmente si tratta di esporre il sistema olfattivo a questi odori e aiutare il cervello a formare nuove connessioni”, spiega Turner. “Una volta che il danno [ai neuroni] è stato fatto, si fa appello alla capacità rigenerativa del sistema olfattivo per aiutare i soggetti a riacquisire l’olfatto”.

    La perdita del gusto solitamente va di pari passo alla perdita dell’olfatto, afferma Michael Benninger, professore e responsabile del reparto di Otorinolaringoiatria – Chirurgia della testa e del collo presso il Cleveland Clinic Lerner College of Medicine.

    “Non si tratta però di soggetti che hanno veramente perso il gusto [a causa dell’infezione da COVID-19]. Quando le persone dicono di aver perso il senso del gusto, in realtà hanno un senso molto attenuato”, ovvero, è la loro capacità di distinguere tra diversi sapori che va persa. “Se il senso dell’olfatto ritorna, ritorna anche il gusto”, afferma Benninger.

    Da quando è guarita dal COVID-19, DeFranco ha provato varie strade, tra cui farmaci steroidei, antibiotici, crioterapia, terapia craniosacrale, integratori, rimedi omeopatici e l’allenamento olfattivo. Nessuna di queste ha risolto il problema. Così ha cercato di compensare queste limitazioni, per tutelare la propria sicurezza: ha installato degli ulteriori rilevatori di fumo in casa, perché in caso di formazione di fumo non se ne accorgerebbe. Butta tutti i cibi scaduti e spesso il suo vicino verifica ciò che ha in frigo per accertarsi che non ci sia del cibo andato a male.

    Ma la parte peggiore è questa: “È molto deprimente pensare che questa anosmia potrebbe durare per sempre. Non provo nessun piacere nel mangiare”, afferma. “Potrei non poter mai più apprezzare il sapore del vino o della cioccolata, o il profumo del barbecue o dei biscotti appena sfornati, o l’aria salmastra dell’oceano. È una condizione che non si può capire se non la si prova sulla propria pelle”. LEGGI TUTTO

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    La bellezza nascosta delle piante che alimentano il mondo

    Ma l’agricoltura moderna comporta un enorme costo in termini ambientali. Le colture come mais e soia spesso vengono coltivate in grandi terreni a monocoltura con fertilizzanti e pesticidi prodotti con combustibili fossili. Le pratiche di taglio e bruciatura (il cosiddetto debbio) possono decimare le foreste che stoccano il carbonio e immettere quantità eccessive di biossido di carbonio nell’atmosfera.L’aratura dei terreni distrugge le reti fungine che tengono unito il terriccio, disperdendo riserve d’acqua già ridotte dalla siccità e contribuendo all’erosione. E questi sono solo alcuni dei modi in cui i nostri sistemi alimentari sono legati al cambiamento climatico. Recenti stime valutano la quota complessiva delle emissioni di gas serra derivante dall’agricoltura a oltre il 30%.

    Per aiutare a mitigare questo problema, il Vertice delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari, tenutosi in modalità virtuale il 23 settembre, ha evidenziato soluzioni sostenibili per l’agricoltura. L’obiettivo dell’evento: “Tutti gli abitanti di tutti i Paesi devono adoperarsi e collaborare al fine di trasformare il modo in cui il mondo produce, consuma e concepisce il cibo”.

    Nell’ambito di un’evoluzione verso un’agricoltura più sostenibile, sempre più produttori alimentari e investitori stanno adottando metodi avanzati e anche pratiche antiche, rientranti nella cosiddetta agricoltura rigenerativa. Queste pratiche — come ad esempio promuovere la diversità genetica delle piante e la piantagione di “colture di copertura”, che catturano l’azoto presente nell’atmosfera e lo stoccano nel suolo — possono contribuire a migliorare lo stato di salute del terreno e a restituire più carbonio alla terra.

    In qualità di insegnante, fotografo e amante della natura in ogni sua forma, mi piace esplorare gli affascinanti collegamenti tra le piante alimentari dalle quali dipendiamo, gli aspetti climatici che le minacciano e le relative possibili soluzioni. Usando un microscopio elettronico a scansione per scoprire i più piccoli dettagli, vado in cerca degli aspetti più emozionanti e sconosciuti per aiutare le persone a capire meglio le cause dell’attuale dissesto ecologico e incoraggiarle a invertirne la rotta. LEGGI TUTTO

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    La COVID-19 può compromettere la prestazione sessuale maschile

    Inizialmente Ramasamy e i suoi colleghi della clinica di urologia dell’ospedale dell’Università di Miami pensarono che il crescente numero di segnalazioni di disfunzione erettile fosse da ricondurre a un fattore psicologico, in conseguenza dello stress da pandemia. Ma molti pazienti affermavano di non sentirsi in stato di ansia né depressi, e per alcuni il problema è durato per sei mesi e oltre. Il team allora cominciò a sospettare di un’altra possibile causa: il virus SARS-CoV-2, responsabile della COVID-19.In Italia si sta valutando di avviare uno studio in cui arruolare uomini con una relazione stabile in cui la disfunzione erettile è comparsa contemporaneamente alla diagnosi di sindrome post Covid, secondo quando ha annunciato Nicola Mondaini, professore associato di Urologia all’Università Magna Grecia di Catanzaro.

    La COVID-19 può danneggiare i polmoni, ma si tratta comunque di una malattia sistemica che può interessare anche cuore, reni, cervello e altri organi, e tali effetti possono permanere anche per molto tempo dopo la guarigione. Molte persone vivono una condizione di limbo chiamata long COVID (o sindrome post-COVID), che gli esperti ritengono rappresenti il prossimo disastro sanitario. Secondo un articolo pubblicato ad agosto sulla rivista New England Journal of Medicine, dal 10 al 30% delle persone che hanno contratto il virus — almeno 42 milioni negli Stati Uniti e 229 milioni in tutto il mondo — manifesta un prolungarsi di sintomi debilitanti che possono causare “disabilità significative”.

    Considerati i disturbi lamentati, sempre più dati suggeriscono che la COVID-19 potrebbe sabotare la salute sessuale maschile. “Abbiamo rilevato che uomini che precedentemente non soffrivano di questi problemi hanno sviluppato forme piuttosto gravi di disfunzione erettile, dopo l’infezione da COVID-19” afferma Ramasamy.

    La probabilità di sviluppare disfunzione erettile a breve e lungo termine può aumentare di sei volte dopo aver contratto il virus, secondo una ricerca pubblicata a marzo. Altri studi hanno documentato una serie di problematiche di salute post-infezione che impattano sul sesso, che si possono presentare singolarmente o in modo combinato: incapacità di raggiungere o mantenere l’erezione, danni ai testicoli, dolore o gonfiore testicolare, incapacità di raggiungere l’orgasmo, bassi livelli di testosterone e disturbi che riguardano la salute mentale.

    Il mondo scientifico si pone in forte contrasto con la disinformazione che si sta diffondendo online contro i vaccini (incluso un ormai tristemente famoso tweet della rapper Nicki Minaj) che sostiene che i vaccini anti COVID-19 causerebbero gonfiore ai testicoli e impotenza. Ad oggi, non ci sono studi che supportino tali tesi.

    “È importante che passi un messaggio chiaro: la vaccinazione contro la COVID non causa problemi di funzione erettile” afferma Ramasamy. “Il virus può avere rilevanti effetti avversi a lungo termine, invece il vaccino è sicuro”.

    Rintracciare il virus nei tessuti

    Gli uomini maggiormente a rischio di forme gravi di COVID-19, ovvero i soggetti anziani, ipertesi, obesi, diabetici e cardiopatici, sono anche maggiormente a rischio in termini di disfunzione sessuale. Tali condizioni influiscono, tra gli altri, su ormoni, muscoli e vasi sanguigni. Tuttavia anche uomini giovani hanno riportato disturbi che riguardano la salute sessuale. Rispetto all’individuazione degli effetti tardivi a breve termine e cronici di questo nuovo virus “siamo ancora in una fase di osservazione e monitoraggio” afferma Ryan Berglund, urologo presso la Cleveland Clinic in Ohio, e questo comprende anche gli effetti che riguardano la salute sessuale e riproduttiva maschile.

    Per scoprire se il virus effettivamente invade anche gli organi riproduttivi maschili, Ramasamy e il suo team hanno eseguito degli esami bioptici su sei uomini di età compresa tra 20 e 87 anni deceduti a causa della COVID-19. Esaminando questi campioni di tessuto sotto la lente del microscopio elettronico hanno scoperto delle particelle di virus annidate nei testicoli di un individuo. Metà dei soggetti presentava anche una scarsa qualità dello sperma, aspetto che supporta i dati di altri brevi studi post mortem che sollevano interrogativi sull’impatto della malattia sulla fertilità.

    Dato che il virus era nei testicoli, Ramasamy si chiese se potesse essere presente anche nel pene. Il team ha approfondito gli esami studiando due uomini che sono diventati impotenti dopo aver avuto il virus. Uno di loro aveva avuto la malattia in forma lieve, l’altro era stato ospedalizzato. Convinti che non avrebbero mai più avuto un’erezione naturale, entrambi si erano rivolti alla clinica per vedere se potevano sottoporsi a intervento per l’impianto di una protesi peniena.

    Il virus in effetti era presente nel tessuto del pene, il che è stato un rilevamento scioccante, afferma Ramasamy, data la tempistica: erano passati ben otto mesi dal primo manifestarsi dell’infezione. I medici hanno rilevato inoltre un danneggiamento del rivestimento dei piccoli vasi sanguigni dell’organo.  

    Sangue e ossa

    Una nota conseguenza del coronavirus, ovvero il danneggiamento delle cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni, è il colpevole più probabile delle scarse prestazioni sessuali. Mentre alcuni mammiferi hanno un osso all’interno del proprio pene, l’uomo per l’erezione può affidarsi solo al flusso sanguigno. Le arterie devono aprirsi e le vene contrarsi, quasi come in un sistema di chiuse. Se compromessi o ristretti, i vasi sanguigni non consentono ai corpi cavernosi di riempirsi di sangue o di trattenere quel sangue per mantenere l’erezione.

    Se il sangue non è sufficiente, alle cellule manca l’ossigeno necessario, i tessuti si infiammano e i vasi perdono elasticità, afferma Emmanuele A. Jannini, professore di endocrinologia e sessuologia medica all’Università Tor Vergata di Roma. “Se non c’è ossigeno, non c’è rapporto sessuale” afferma.

    Jannini aggiunge che la COVID-19 sembra anche abbassare i livelli di un enzima, la ossido nitrico sintasi endoteliale, che aiuta la dilatazione dei vasi sanguigni e l’inturgidimento del pene. Per i soggetti che presentano manifestazioni a lungo termine, i danni causati dalla patologia a polmoni e cuore possono peggiorare il problema, alterando la circolazione del sangue e i livelli di ossigeno nel sangue e nei tessuti.

    Nei primi tempi della pandemia il team di Jannini lanciò un sondaggio online che ha raccolto informazioni sugli uomini italiani sessualmente attivi che non hanno avuto il virus. È stato questo lo studio che ha rivelato il rischio di disfunzione erettile di sei volte maggiore, dopo l’infezione da COVID-19. La durata dei sintomi ancora non ci è nota, afferma Jannini.

    “Essendo il pene uno degli organi più vascolarizzati del corpo, non ci ha sorpreso che la disfunzione erettile fosse più comune negli uomini che presentano la sindrome post-COVID” afferma Ramasamy.

    Inoltre a luglio il Patient-Led Research Collaborative, un gruppo autogestito di ricercatori affetti da long COVID, ha pubblicato il set di informazioni più completo tra quelle disponibili ad oggi. Hanno documentato 203 sintomi in 10 apparati, raccogliendo i dati da un sondaggio online di circa 6.500 persone di tutto il mondo. I risultati includono problemi di carattere sessuale.

    Circa il 18% degli uomini ha riportato disfunzione sessuale, un 13% circa ha avuto dolore ai testicoli, l’8% ha rilevato altri disturbi legati agli organi sessuali e circa il 4% degli uomini ha subito una riduzione nelle dimensioni del pene o dei testicoli.

    Un nascondiglio virale

    I testicoli sono un nascondiglio perfetto per i virus. Così come gli occhi e il sistema nervoso centrale, sono anch’essi siti privilegiati dal punto di vista immunologico. In questi “luoghi”, i virus come Ebola, parotite e Zika possono rimanere nei tessuti, eludendo il sistema immunitario anche dopo che l’invasore è stato scacciato da altre parti dell’organismo.

    Uno studio ha ipotizzato che i testicoli potrebbero dunque fungere da serbatoio per il virus che causa la COVID-19. Questo potrebbe spiegare perché l’11% degli uomini con la COVID-19 ospedalizzati soffrivano di dolore testicolare. L’infezione delle cellule di Leydig dell’organo, che producono il testosterone, potrebbe anche spiegare i bassi livelli di questo ormone sessuale maschile nei pazienti con long COVID. Anche da solo, questo aspetto può provocare un calo della libido e del desiderio. Jannini evidenzia un altro circolo vizioso: la produzione di testosterone diminuisce, quando gli uomini non fanno sesso.

    Berglund afferma che nell’intimità anche lo stato d’animo gioca un ruolo importante “che dipende in parte dal nostro stato psicologico”. La pandemia ha avuto un impatto pesante in generale sulla salute mentale degli affetti da long COVID. Molti soffrono di disturbo da stress post-traumatico, ansia o depressione. Gli effetti psicologici della COVID-19 sulla salute sessuale saranno i più difficili da eliminare, continua Berglund.

    L’urologo aggiunge che il solo fatto di essere malati può uccidere il desiderio. “Quando si fa fatica a respirare o si ha una malattia cronica, è probabile che si sia meno interessati al sesso” afferma. A peggiorare le cose poi magari interviene l’affaticamento, uno dei sintomi più comuni, e la perdita dell’olfatto, che ostacola ulteriormente l’eccitazione, innescata spesso proprio dagli odori.

    Il sesso e i vaccini

    È necessario condurre ulteriori studi per comprendere come effettivamente il virus influenzi la salute riproduttiva maschile. I ricercatori sono all’opera per svelare i meccanismi di quella che è ancora una malattia relativamente nuova. Il team di Ramasamy sta studiando come fa questo virus a eludere il sistema immunitario e a depositarsi nelle cellule, tra cui quelle di testicoli e pene. “Entra in uno stato dormiente? E se sì, può poi riattivarsi?” si domanda lo studioso “Continua a causare danno? Oppure il suo attacco è unico?”

    Il Congresso ha offerto 1,15 miliardi di dollari (quasi 980 milioni di euro) agli Istituti Nazionali di Sanità statunitensi (National Institutes of Health) per il loro programma RECOVER, che studierà l’insieme di sintomi di long COVID-19 nei prossimi quattro anni. Molti sperano che questo programma fornirà risposte di cui ora si ha molto bisogno, nonché trattamenti per chi ancora non ha sconfitto la malattia.

    E nonostante la disinformazione che dilaga sui social media, la ricerca continua a negare che i vaccini abbiano conseguenze sulla fertilità. Uno studio pubblicato a giugno, ad esempio, riportava che non ci sono collegamenti tra i vaccini a mRNA e una ridotta conta spermatica.

    “La possibile relazione tra COVID-19 e disfunzione erettile è una delle tante ragioni per cui coloro che ancora non si sono vaccinati dovrebbero decidersi a farlo” conclude Jannini “se vogliono continuare ad avere rapporti sessuali, è meglio che si vaccinino”. LEGGI TUTTO

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    Un ibrido tra mammut ed elefante asiatico potrebbe nascere entro il prossimo decennio: è una buona idea?

    L’obiettivo del parco di recuperare le antiche praterie è “un’ipotesi emozionante”, conferma la paleo-ecologa dell’Università del Maine Jacquelyn Gill, che si fonda sugli effetti che gli elefanti moderni hanno sui loro habitat. Tuttavia l’esperta fa notare che i ricercatori non conoscono ancora tutti i dettagli su come funzionavano gli ecosistemi dei mammut lanosi, e ciò complica lo sforzo necessario per riportarli in vita nel presente.E aggiunge che “usare questa come giustificazione per un progetto simile, che solleva rilevanti considerazioni ecologiche, sociali, etiche e bioetiche, significa davvero mettere il carro davanti ai buoi”.

    Non badare a spese

    Eppure, il progetto degli Zimov ha stimolato Church e gli ambientalisti di Revive & Restore a portare avanti più seriamente la ricerca sul DNA dei mammut e sulle cellule di elefante. 

    Fino a oggi, nel laboratorio di Church il lavoro su elefanti e mammut è stato portato avanti part-time e su base volontaria dallo staff in costante cambiamento, per questo il risultato è che nessuno dei loro studi è ancora stato pubblicato nella letteratura scientifica, tra la costernazione degli esperti esterni. Church afferma che il suo laboratorio è ora sulla buona strada per presentare due studi per la pubblicazione nei prossimi mesi.

    Inoltre, il laboratorio di Church ha condotto la sua ricerca sugli elefanti disponendo di un budget ridottissimo di appena 10.000 dollari all’anno, attingendo a una donazione di 100.000 dollari dall’investitore Peter Thiel e grazie al supporto di Revive & Restore. 

    Al contrario la Colossal ha a disposizione 15 milioni di dollari, raccolti da un gruppo di investitori tra cui società di venture capital della Silicon Valley e dal noto life coach Tony Robbins. I fondi di Colossal supporteranno le attività di ricerca in corso del laboratorio di Church sulle cellule di elefante, nonché il laboratorio di proprietà dell’azienda, gestito da Eriona Hysolli, ex ricercatrice post-dottorato nel laboratorio di Church, che ora è a capo delle scienze biologiche dell’azienda.

    Beth Shapiro, paleogenetista dell’Università della California di Santa Cruz, afferma che il modello di finanziamento della Colossal potrebbe essere un punto di svolta per i genetisti che lavorano alla conservazione delle specie. “È una fonte di denaro totalmente inedita, e potenzialmente considerevole, investita direttamente in questioni che stanno a cuore a tutti”, spiega la scienziata.

    Per aiutare a guidare le proprie attività, l’azienda ha reclutato alcuni consulenti scientifici, due dei quali con una formazione sugli elefanti o i mammut: il genetista dell’Università di Potsdam Michael Hofreiter, che studia i mammut e altri animali del Pleistocene, e lo zoologo di Oxford Fritz Vollrath, che studia il comportamento dei ragni e dei moderni elefanti.

    Tra i consulenti della società vi sono anche due biogenetisti di grande fama che studiano l’editing genomico: R. Alta Charo dell’Università del Wisconsin di Madison e S. Matthew Liao dell’Università di New York (Joseph DeSimone, ingegnere chimico dell’Università di Stanford, membro del comitato consultivo scientifico di Colossal, è anche membro del consiglio di amministrazione della National Geographic Society).

    I biologi trovano la strada

    L’obiettivo finale della Colossal è sostituire un numero sufficiente di geni chiave nel genoma dell’elefante asiatico per creare una specie “imparentata” adatta a sopportare il freddo artico, come erano un tempo i mammut.

    Gli ultimi antenati comuni dei mammut lanosi e degli elefanti asiatici vivevano sei milioni di anni fa, ricorda Herridge, e le due specie condividono tuttora oltre il 99,9% del proprio DNA. Finora, Lamm e Hysolli affermano che il team della Colossal sta puntando a un minimo di 60 geni di mammut, inclusi quelli che caratterizzano la capacità dell’animale di creare depositi di grasso, la capacità del suo sangue di trattenere ossigeno alle basse temperature e l’inconfondibile manto peloso.

    Per inserire questi geni di mammut nel DNA dell’elefante asiatico potrebbero essere necessari molti interventi contemporanei di editing genetico, un problema che il laboratorio di Church ha già superato con altre specie. Il suo team ha utilizzato la prodigiosa tecnica di editing genetico CRISPR-Cas9 per modificare il genoma del maiale in decine di punti diversi contemporaneamente con l’obiettivo di creare maiali i cui organi possano essere trapiantati in modo sicuro nell’uomo.

    Almeno uno di questi geni di mammut candidati è stato testato in un topo di laboratorio transgenico. Ma i singoli geni possono avere molti potenziali effetti sull’intero genoma e l’effetto finale di un gene sui tratti di un organismo sono essenzialmente il quando, il dove e la misura in cui quel gene viene espresso nel corpo. Questo tipo di regolazione dipende in parte dalle porzioni di DNA dei mammut estinti di cui sappiamo ancora poco.

    Church afferma che i ricercatori della Colossal dovrebbero essere in grado di analizzare i numerosi potenziali problemi già ai primi stadi dello sviluppo di un embrione ibrido. Detto ciò, riconosce che alcuni tratti manipolati – come le orecchie dell’animale, che devono essere piccole per evitare il congelamento – non potrebbero essere verificati prima di arrivare agli stadi avanzati dello sviluppo.

    Ma la principale fonte di incertezza per la Colossal è il modo in cui sviluppare gli embrioni. Gli elefanti asiatici sono a rischio di estinzione, quindi per evitare l’uso di madri surrogate, l’azienda fa sapere che svilupperà un utero artificiale di elefante.

    Gli esperimenti passati con agnelli e topi hanno dimostrato che gli uteri artificiali possono supportare i feti prematuri per un massimo di 4 settimane, oppure gli embrioni di 5 giorni per un tempo massimo di sei giorni. Tuttavia, Church spiega che, finora, non sono ancora stati usati uteri artificiali per l’intero periodo di gestazione di nessun mammifero.

    Per raggiungere i suoi obiettivi, la Colossal dovrebbe innanzitutto riuscire a far venire al mondo dei moderni elefanti, la cui gestazione dura quasi due anni e i cui cuccioli alla nascita pesano oltre 90 kg.

    La Colossal, inoltre, deve disporre di una fornitura autonoma di cellule di elefante asiatico. In particolare, fa notare Church, l’azienda deve sviluppare una linea di cellule staminali pluripotenti indotte, che siano state biochimicamente portate a uno stato primordiale che permetta di trasformarle in molti tipi di cellule possibili, come gli ovuli. Questo tipo di cellule staminali sono state create per i mammiferi a rischio, tra cui il rinoceronte bianco settentrionale — ma non ancora per gli elefanti.

    Valutare la necessità

    Qualunque esperimento in cui sono coinvolti gli animali porta con sé questioni di carattere etico. Se la Colossal riuscirà a creare con successo un cucciolo ibrido sano, ciò potrà solo aumentare la posta in gioco. Gli elefanti sono creature longeve e molto intelligenti che vivono in società di tipo matriarcale complesse e multigenerazionali.

    La ricerca sugli antichi mammut suggerisce che essi condividono molti di questi tratti sociali. Perciò in che modo bisognerà prendersi cura ed educare il primissimo ibrido di mammut-elefante? E in che modo un futuro branco di questi ibridi imparerà a sopravvivere nell’Artico e a ricostruire efficacemente da zero la cultura dei mammut?

    “Non si tratta soltanto di riportarli in vita, ma di assicurarsi che una volta venuti al mondo possano svilupparsi e prosperare”, spiega Liao, il bioeticista della New York University che fa parte del comitato consultivo scientifico della Colossal. “Altrimenti si attuerebbe una crudeltà nei confronti di questi animali”.

    La Colossal e gli Zimov hanno stabilito un patto amichevole e non ufficiale in base a cui il Parco del Pleistocene potrebbe ospitare alcuni dei futuri mammut della società. Per ora, questo esperimento rimane confinato in un terreno di 20 km2, con l’eventuale possibilità di estenderlo a un’area di 144 km2.

    Ma i moderni elefanti migratori possono percorrere distanze molto lunghe e lo stesso facevano in passato i mammut lanosi. Uno studio recente condotto sulla zanna di un esemplare di mammut lanoso di 17.000 anni fa ha rivelato che il giovane maschio ha camminato per decine di migliaia di chilometri nel corso dei suoi 28 anni di vita, percorrendo in lungo e in largo il territorio dell’attuale Alaska. Se il proposito della Colossal dovesse realizzarsi nella sua interezza, sarebbe necessario rinaturalizzare milioni di chilometri quadrati di tundra artica per influenzare il clima globale. 

    La portata di questi cambiamenti proposti potrebbe sollevare problemi spinosi relativi all’uso del territorio, agli effetti sulla fauna artica esistente e alla gestione globale. E quali effetti ci sarebbero per i circa 180.000 Inuit in Russia, Canada, Stati Uniti e Groenlandia, ovvero le popolazioni più direttamente a rischio in una regione come quella artica, già sottoposta a grande stress e in rapido cambiamento?

    “Francamente, questi propositi degli scienziati “colonizzatori” di ricreare il mondo secondo una particolare immagine mi lasciano piuttosto perplesso”, afferma Daniel Heath Justice, esperto di studi indigeni e di storia culturale animale presso l’Università di Vancouver nella Columbia Britannica. Lo studioso fa notare che le biotecnologie possono essere strumenti utili per la salvaguardia, ma aggiunge che le attività che vanno in questa direzione, come la ricerca della Colossal “non possono non tenere in considerazione gli interessi degli indigeni”.

    In una nota la Colossal ha dichiarato che “non ci saranno impatti sulle tribù indigene che attualmente vivono in quell’area” e che la propria “priorità assoluta è l’impegno per la salvaguardia di tutte le specie, incluso l’uomo”.

    Se la Colossal sarà in grado di tenere fede a quella priorità, ribattono i sostenitori dell’azienda, le specie viventi ne trarranno beneficio, anche se degli ibridi di elefante-mammut non dovessero mai vedere la luce. Grazie al finanziamento della Colossal, il laboratorio di Church sta lavorando su un sistema per sintetizzare l’herpesvirus endoteliotropico dell’elefante, che colpisce e uccide molti giovani elefanti asiatici, ma non può essere coltivato efficacemente in laboratorio. Realizzare una coltura di questo virus sarebbe un primo passo essenziale per la realizzazione di trattamenti e vaccini.

    “L’unica motivazione realistica e ragionevole per tecnologie di questo tipo”, prosegue Shapiro, la genetista dell’Università di Santa Cruz, “è aiutare le specie viventi a prosperare in un ambiente umano in rapido mutamento”. LEGGI TUTTO

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    Vaccini anti COVID-19: è necessaria la terza dose?

    Per settimane, le animate discussioni degli scienziati si sono concentrate sul fatto che i dati esistenti siano sufficienti o meno a giustificare la somministrazione della dose in più per la maggior parte dei cittadini americani. Due dei maggiori scienziati si sarebbero dimessi dalla FDA americana a causa del piano per la somministrazione dei richiami, che da allora hanno criticato in una pubblicazione uscita sulla rivista scientifica The Lancet.I dati emersi finora sembrano di fatto suggerire che la doppia dose del vaccino Pfizer-BioNTech sia meno capace di prevenire l’infezione dopo 6-8 mesi, ma gli esperti fanno notare che vi sono notevoli discrepanze.

    Lo scorso luglio, Israele ha affermato che secondo i dati relativi alla sua popolazione ampiamente vaccinata, il vaccino Pfizer ora ha un’efficacia solo del 64% nel prevenire l’infezione. Poi nello stesso mese sono seguiti i rapporti allarmanti riguardanti il grande focolaio di Cape Cod, in Massachussetts. Delle centinaia di persone infettate, circa i tre quarti erano completamente vaccinate. Al contrario, uno studio condotto in agosto nel Regno Unito ha riscontrato che il vaccino Pfizer è efficace all’88% contro la variante Delta. Qualche settimana dopo, uno studio sugli abitanti dello Stato di New York ha mostrato un’efficacia combinata dei vaccini del 79,8% tra coloro che avevano ricevuto dosi di Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson.

    Una cosa è perfettamente chiara agli scienziati: i vaccini contro la COVID-19 funzionano ancora in modo egregio per ciò che più conta, ovvero la protezione dalla malattia grave e dalla morte. A seguito del focolaio di Cape Cod, gli scienziati hanno fatto notare che solo quattro tra i contagiati hanno dovuto essere ricoverati. E secondo un rapporto del CDC (Centers for Disease Control and Prevention, Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie) del 10 settembre, i vaccini hanno un’efficacia superiore al 90% rispetto a ricovero e morte. Le persone non vaccinate hanno 10 volte più possibilità di essere ricoverate rispetto ai vaccinati e 11 volte più possibilità di morire.

    Ecco perché molti esperti si sono interrogati a partire dallo scorso agosto, quando il Presidente Biden ha annunciato che la sua amministrazione intendeva offrire la terza dose dei vaccini Pfizer e Moderna. Il suo team ha suggerito agli americani di ricevere i richiami otto mesi dopo la seconda dose, e ha stabilito che gli ospedali avrebbero dovuto cominciare la somministrazione della terza dose a settembre. “Vi renderà più sicuri, più a lungo. E ci aiuterà a uscire dalla pandemia più rapidamente”, Biden ha affermato all’epoca.

    Tuttavia, molti scienziati sottolineano che i dati saranno molto più chiari se gli enti di vigilanza avranno a disposizione più tempo per valutare le basi scientifiche della somministrazione dei richiami poiché le infezioni breakthrough (ovvero infezioni che si verificano dopo la completa vaccinazione, NdT) rimangono prevalentemente lievi.

    “Il livello di protezione non cala drasticamente dopo sei o otto mesi”, spiega Anna Durbin, ricercatrice sui vaccini presso la Johns Hopkins University.

    Protezione dalla malattia grave

    Per capire perché si verificano le infezioni breakthrough è utile ricordare come funziona il sistema immunitario. Gli anticorpi sono la prima linea di difesa dall’infezione ed è possibile sviluppare anticorpi specifici contro il virus SARS-CoV-2 sia attraverso l’infezione naturale che la vaccinazione. Quando il virus penetra nell’organismo attraverso il naso o la gola, gli anticorpi che si trovano lì combattono il virus prima che possa diffondersi.

    Ma l’organismo non può mantenere in modo costante livelli elevati di anticorpi contro ogni agente patogeno. Inoltre, le persone tendono ad avere livelli relativamente bassi di anticorpi nel naso e nella gola perché devono arrivare lì dal sistema circolatorio. Quindi, talvolta, un virus – soprattutto uno potente come la variante Delta – è in grado di sfuggire al controllo e provocare un’infezione cosiddetta breakthrough.

    Quando il virus penetra nelle cellule di naso e gola inizia a replicarsi. A quel punto, la persona può mostrare i sintomi caratteristici di un’infezione delle vie aeree superiori tra cui occlusione nasale, tosse, febbre e affaticamento.

    “È fastidioso ma non è potenzialmente mortale”, aggiunge Deepta Bhattacharya, immunobiologo presso il College of Medicine dell’Università dell’Arizona.

    È a questo punto che il sistema immunitario entra in campo per evitare che l’infezione si diffonda ai polmoni, dove può causare gravi danni, che possono portare al ricovero o alla morte. Essendo stato “allenato” a riconoscere il virus grazie ai vaccini anti COVID-19, il sistema immunitario aumenta la produzione di nuovi anticorpi oltre alle cellule B e T della memoria, che si uniscono alla battaglia.

    Serve tempo perché un’infezione raggiunga i polmoni, così il sistema immunitario ha abbastanza tempo per preparare una difesa solida. Secondo Bhattacharya i casi di malattia grave sono pochi tra i vaccinati perché possono eliminare il virus dall’organismo più rapidamente e ciò riduce sia la gravità dei sintomi che la finestra durante la quale possono infettare altre persone. “Ritengo che siamo abbastanza sicuri di questi concetti”, aggiunge.

    Valutare le prove

    I richiami sono dosi aggiuntive del vaccino originale che aumentano gli anticorpi nel naso e nella gola, quindi riducono innanzitutto la possibilità di infettarsi. E i ricercatori affermano che i dati sulle infezioni sono un primo segnale che la capacità dei vaccini di prevenire l’infezione è in calo, in particolare nei soggetti immunocompromessi e negli anziani.

    Era prevedibile che questi gruppi di individui non avessero una risposta solida alla dose standard del vaccino, spiega Jack O’Horo, specialista in malattie infettive presso la Mayo Clinic che vive a Rochester, in Minnesota. Le persone sottoposte a trapianto di organo solido, ad esempio, assumono medicinali che riducono la risposta delle cellule memoria. Si affidano ai soli anticorpi per sconfiggere un’infezione e alcuni studi hanno mostrato che la loro risposta anticorpale al vaccino è debole.

    In agosto, questa prova ha fatto sì che l’FDA approvasse l’uso di una dose di richiamo per alcuni gruppi di persone immunocompromesse. “Poiché questa terza dose li avvicina a ciò che si verifica nelle persone sane dopo la seconda dose, ritengo che ne valga la pena”, aggiunge Bhattacharya. “Questa è la parte facile”.

    L’altro gruppo che, secondo gli scienziati, potrebbe trarre beneficio dai richiami sono gli anziani. Secondo uno studio del CDC di settembre, le persone sopra i 65 anni rappresentano circa il 70% dei ricoverati a causa delle infezioni breakthrough. Ma gli scienziati fanno notare che ci si potrebbe concentrare per questa valutazione su gruppi di età specifici o altri fattori come il fatto di vivere in una casa di riposo. Comunque, il comitato consultivo dell’FDA ha accettato che vi sono prove sufficienti per suggerire che gli ultrasessantacinquenni siano idonei a ricevere il richiamo.

    Interpretare i dati per gli altri gruppi è un po’ più complesso. Recentemente, un articolo in prestampa del 7 settembre ha rispecchiato i risultati degli studi precedenti, quando ha mostrato che le possibilità che una persona vaccinata risulti positiva alla COVID-19 aumentano 120 giorni dopo la data della vaccinazione completa. Tuttavia, O’Horo, coautore dello studio, sottolinea che si tratta “di passare da un rischio molto basso a un rischio basso”. Inoltre, lo scienziato sostiene che sono necessarie ricerche di follow-up per individuare i gruppi di individui il cui rischio di infezione breakthrough è più preoccupante, benché comunque basso.

    Infine, O’Horo afferma che i risultati del suo studio offrono un “segnale veramente precoce” agli enti di vigilanza federali che è arrivato il momento di valutare con attenzione il funzionamento dei vaccini. Inoltre, aggiunge che FDA e CDC hanno accesso a più dati di migliore qualità rispetto a ciò che è stato reso pubblico sulla reale efficacia dei vaccini.

    “Se dovessi riassumere tutto in una sola frase, direi: cammina, non correre”. E ancora, “Le nostre informazioni suggeriscono che si tratta del momento giusto per avviare un dibattito scientifico sui richiami, ma dal punto di vista emotivo, non è il momento di scatenare il panico”.

    Fattori di complicazione

    Ci sono altri fattori da considerare quando si tratta di somministrare i richiami alla popolazione, ad esempio, il fatto che i vaccini approvati o autorizzati per l’uso non sono uguali fra loro.

    Recenti studi suggeriscono che è più protetto dalle infezioni breakthrough chi ha ricevuto Moderna, poiché questo vaccino stimola livelli di anticorpi maggiori e più duraturi rispetto al vaccino Pfizer. E un recente rapporto del CDC mostrava che il vaccino in due dosi Moderna mantiene un’efficacia del 95% nella prevenzione del ricovero rispetto all’80% di Pfizer e al 60% di Johnson & Johnson.

    Ma serviranno ricerche più approfondite per distinguere cosa questo significhi per chi ha bisogno dei richiami: gli scienziati sottolineano che il vaccino Moderna è somministrato con una dose più elevata rispetto al vaccino Pfizer e con un intervallo più lungo fra le dosi. Inoltre, è comparso dopo il vaccino Pfizer, quindi i dati arrivano leggermente dopo.

    “Le persone non dovrebbero precipitarsi a dire che vogliono il vaccino Moderna”, spiega Durbin, aggiungendo che anche l’efficacia di Moderna si ridurrà probabilmente nel tempo.

    Inoltre è anche possibile che la dose extra non sia qualcosa in più, ma invece sia necessaria per completare il dosaggio corretto. In genere servono anni per sviluppare i vaccini perché i ricercatori si prendono il tempo di studiare le diverse opzioni di dosaggio, ma per i vaccini contro la COVID-19, non potevano permettersi il lusso di avere tempo a sufficienza per testare la possibilità che tre dosi fossero meglio di due, spiega Francesca Torriani, specialista di malattie infettive presso l’Università della California, San Diego Health.

    Eppure, in realtà potrebbe essere proprio così. Negli USA, Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive, ha affermato in una precedente conferenza stampa alla Casa Bianca che “non mi sorprenderebbe affatto sapere che il regime completo adeguato per la vaccinazione sia composto da tre dosi”.

    Il nocciolo della questione sui richiami

    In ultima analisi, la decisione sui richiami si riduce a ciò che gli enti di vigilanza stanno provando a ottenere: ridurre tutte le infezioni sintomatiche tra gli americani, oppure rallentare la trasmissione del virus. Bhattacharya afferma che non abbiamo ancora prove del fatto che un richiamo fornisca più protezione nella maggior parte delle persone e fa leva sulle discrepanze tra gli studi globali sull’efficacia del vaccino.

    Molti mostrano solo un leggero calo ma in un gruppo di Paesi si evidenzia un cambiamento più significativo. Nei suoi piani di implementazione dei richiami, l’amministrazione Biden ha citato i rapporti di Israele secondo cui il vaccino Pfizer ora è efficace solo al 64%. Se ciò fosse vero, aggiunge Bhattacharya, significa che i richiami sarebbero davvero utili per la popolazione, ma invita a fare attenzione a non dare un peso eccessivo a un unico studio.

    “La maggior parte degli scienziati crede che sia a breve che a lungo termine sarebbe molto più importante fare in modo che tutto il resto del mondo sia vaccinato”, aggiunge l’immunologo. Secondo lui i gruppi di persone non vaccinate in tutto il mondo sono molto più pericolosi delle infezioni breakthrough perché creano le condizioni per la comparsa di varianti ancora più pericolose in grado di eludere completamente i vaccini.

    Durbin concorda sul fatto che la distribuzione globale del vaccino deve essere al centro dell’attenzione e aggiunge che gli esperti devono gestire le aspettative sullo scopo dei vaccini.

    “Siamo privilegiati a poter avere questi vaccini, così altamente efficaci”, prosegue e aggiunge: “Sfortunatamente, per questo motivo ora le persone pensano che non dovrebbero avere nessun sintomo, che non dovrebbero esserci infezioni breakthrough. E questa non è un’aspettativa realistica”, spiega.

    Torriani sottolinea che potrebbe esistere un modo addirittura più facile ed efficace di prevenire le infezioni breakthrough: indossare la mascherina. All’inizio di settembre ha fatto parte di un team di ricercatori che ha esaminato le infezioni breakthrough tra gli operatori sanitari a San Diego: hanno notato che il calo nell’efficacia del vaccino tra giugno e luglio è stato causato probabilmente dall’abbassamento dell’immunità e dalla comparsa della variante Delta. Eppure, lo studio ha coinciso anche con la fine dell’imposizione della mascherina a San Diego, che secondo Torriani ha probabilmente aumentato il rischio di infezioni breakthrough. Si tratta di un altro fattore che le autorità sanitarie devono tenere a mente nel prendere decisioni politiche.

    “Dobbiamo ancora indossare la mascherina, aggiunge Durbin. “Ci aiuterà a prevenire la COVID, a non prendere l’influenza e altri raffreddori e malattie respiratorie. È una questione di buon senso. Indossate la mascherina”. LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: perché è così difficile individuare le origini della pandemia?

    Ecco perché gli scienziati promuovono un’indagine completa e basata su dati comprovati per scoprire le origini della COVID-19. Ma simili ricerche in occasione di passate epidemie hanno richiesto mesi se non anni per giungere a delle risposte e, in molti casi, il mistero è rimasto irrisolto.“La ricerca scientifica richiede tempo”, afferma Arinjay Banerjee, virologo presso la University of Saskatchewan in Canada. “Rintracciare e identificare in modo affidabile la fonte del virus è un’impresa complessa”.

    All’inizio di quest’anno un team internazionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha visitato la città di Wuhan, in Cina, per valutare le prove che la Cina aveva fornito in merito all’origine del SARS-CoV-2. In un report che riepilogava l’esito delle analisi, l’OMS ha indicato che è “da probabile a molto probabile” che il virus sia stato trasmesso inizialmente dal pipistrello all’uomo, tramite un animale ospite intermedio.

    Questo fu il caso anche dell’epidemia di SARS del 2002, la prima pandemia del XXI secolo; con ogni probabilità il virus fu allora trasmesso dai pipistrelli ferro di cavallo, che vivono in grotte e caverne in Cina, alle civette delle palme comuni, vendute nei mercati di animali vivi, dove poi passò all’uomo. Allo stesso modo si sospetta che anche l’epidemia di MERS-CoV del 2012 sia partita dai pipistrelli e sia stata poi trasmessa ai dromedari, che poi hanno infettato l’uomo.

    La suddetta relazione dell’OMS indica inoltre che l’ipotizzata “fuga” del virus dall’Istituto di virologia di Wuhan, istituzione nota per il suo lavoro con i coronavirus, sia “estremamente improbabile”. Ma questa conclusione ha scatenato la reazione di scienziati e governi di tutto il mondo che sostengono che sia ancora troppo presto per escludere la possibilità di una fuga di sostanze dal laboratorio sulla base delle prove attualmente a disposizione. Altri esperti avvertono che le motivazioni politiche potrebbero indurre la gente a trarre conclusioni affrettate.

    “Da qualche parte esiste un progenitore del virus, e dovremmo cercarlo”, afferma David Morens, consulente scientifico senior sull’epidemiologia di Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale per la prevenzione delle malattie infettive (National Institute of Allergy and Infectious Diseases). “Ma bisogna fare attenzione a non passare dall’essere scrupolosi al diventare ossessionati. E forse siamo già a quel punto”.

    Ecco cosa sappiamo al momento sull’indagine scientifica sulle origini della pandemia, e cosa è ancora necessario fare per trovare risposte chiare ai tanti quesiti rimasti aperti.

    Quale tipo di prove cercano i “detective del virus”?

    Le attività necessarie per risalire alle origini di un virus implicano un esteso lavoro sul campo, un’attenta verifica e un pizzico di fortuna. Questa laboriosa impresa può richiedere anni prima che gli scienziati giungano alle prove necessarie per identificare una fonte.

    Per le malattie di origine zoonotica le prove necessarie generalmente consistono in una corrispondenza genetica tra le sequenze del virus ottenuto da un animale e quelle di alcuni dei primi pazienti trovati positivi. La corrispondenza può non essere del 100% perché i virus subiscono mutazioni e acquisizioni di nuovi geni nel tempo e con il passaggio da un ospite all’altro. Ma continuando a indagare, gli scienziati hanno trovato corrispondenze quasi totali, vicine al 99% o più per alcuni virus, inclusi quelli responsabili di due precedenti epidemie di coronavirus.

    Le civette delle palme, animali arboricoli dall’aspetto simile al gatto, la cui carne è considerata una prelibatezza e viene venduta nei mercati cittadini, sono subito state al centro dei sospetti durante l’epidemia di sindrome respiratoria acuta grave (Severe Acute Respiratory Syndrome, SARS) del 2002-2004 che scoppiò nella provincia cinese di Guangdong provocando oltre 8.000 contagi e circa 800 morti in 29 Paesi. Alcuni dei primi casi di SARS includevano diversi cuochi di ristoranti che sul lavoro entrano a contatto con una serie di animali. Gli esami del sangue di commercianti di animali della regione mostrarono una più alta prevalenza di anticorpi contro il coronavirus associato alla SARS rispetto ai soggetti sani di controllo, e i livelli più alti furono registrati tra i soggetti che commerciavano principalmente civette delle palme mascherate. 

    Un articolo del 2003 riportava anche che il tampone nasale di una civetta delle palme mascherata ottenuto da un mercato di animali vivi nella provincia di Guangdong mostrava una corrispondenza del 99,8% tra la sequenza completa del genoma del virus simile al SARS-CoV isolato dalla civetta e il virus di un umano. Questo indicava che il virus simile al SARS-CoV aveva recentemente infettato le civette delle palme del mercato.

    Ma divenne evidente che questi mammiferi non erano la fonte originaria del virus perché il virus era assente nella maggior parte delle civette delle palme allevate prima che raggiungessero i mercati e non veniva rilevato in un gran numero di soggetti nelle popolazioni selvatiche. Sospettando che fossero i pipistrelli i “serbatoi” naturali – dato che queste specie sono portatrici di altri virus zoonotici – i ricercatori raccolsero campioni di sangue, feci e saliva dei pipistrelli che vivono nelle regioni comprese tra Cina e Hong Kong.

    Oltre 10 anni dopo identificarono dei pipistrelli ferro di cavallo in una grotta del sud-ovest della provincia cinese dello Yunnan che presentavano ceppi del virus che contenevano tutte le componenti genetiche trovate nei genomi virali dei pazienti umani. È possibile che il ceppo che ha scatenato l’epidemia del 2002 fosse un prodotto della ricombinazione di diversi ceppi genetici trovati in quei pipistrelli.

    Più tardi gli scienziati usarono quanto appreso nel rintracciare le origini del virus SARS per risalire alle origini dell’epidemia di coronavirus della sindrome respiratoria medio-orientale (Middle East Respiratory Syndrome, MERS) del 2012 che infettò oltre 2.000 persone in 37 Paesi e ne uccise quasi 900.

    Il virus fu isolato per la prima volta da un commerciante 60enne che morì per una grave polmonite e insufficienza multiorgano nel giugno del 2012 in un ospedale di Jeddah, in Arabia Saudita. Le prime analisi per rintracciare la fonte del virus si concentrarono sui pipistrelli. In Arabia Saudita i campioni di saliva, urina, feci e sangue dei pipistrelli selvatici, inclusi quelli presenti nell’area in cui viveva e lavorava il primo paziente, indicavano la presenza di un coronavirus simile a quello della MERS in un campione fecale di pipistrello raccolto in una tomba egiziana. Ma senza una sequenza completa del genoma, il ruolo dei pipistrelli non poteva essere valutato.

    Nel frattempo alcune testimonianze suggerivano che alcuni pazienti fossero stati esposti a dromedari o capre. Uno studio del 2013 rilevò gli anticorpi contro la MERS in campioni di sangue raccolti da cammelli da corsa “in pensione” in Oman che non si rilevavano nei campioni di sangue di pecore, capre e bovini europei. Anche simili analisi ematiche condotte in più Paesi nella penisola arabica, in Egitto e nelle Isole Canarie mostrarono la presenza di anticorpi nel sangue dei cammelli, indicando che questi animali artiodattili fossero un tempo venuti a contatto con il virus.

    Ma la prova più concreta del coinvolgimento dei dromedari venne dal Qatar nell’ottobre 2013, quando il proprietario di una mandria di cammelli e il suo aiutante ricevettero la diagnosi di MERS. I tamponi nasali indicarono che cinque dei 14 cammelli dell’allevatore erano positivi alla MERS. Inoltre le sequenze complete del genoma virale ottenute dai soggetti umani e dai cammelli avevano una corrispondenza compresa tra il 99,5% e il 99,9%.

    Gli scienziati ritengono che i cammelli siano gli ospiti intermedi e ipotizzano che i pipistrelli siano i “serbatoi” originari del MERS-CoV. Questo perché alcune specie di pipistrelli, come i pipistrelli vespertili del Sudafrica, sono portatori di virus correlati a quello che causa la MERS. Ma c’è ancora un vuoto evolutivo tra i virus di quei pipistrelli e le versioni umane o rilevate nei cammelli.

    “Ancora non abbiamo trovato i virus più vicini a quello in questione”, afferma la virologa Chantal Reusken dell’Istituto Nazionale Olandese per la Salute Pubblica e l’Ambiente. LEGGI TUTTO

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    I segreti di un preistorico rettile volante rivelati da un fossile sequestrato dalla polizia

    “Ho visto molti resti di pterosauri molto ben conservati, in Brasile e all’estero, ma un esemplare come questo, quasi completo e articolato, che presenta anche resti di tessuti molli, è davvero cosa molto rara”, afferma Fabiana Rodrigues Costa, paleontologa presso la Federal University of ABC di San Paolo del Brasile e coautrice dello studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE. “È come vincere alla lotteria”.Questa specie è stata descritta per la prima volta nel 2003 da scienziati tedeschi e inglesi sulla base dell’analisi di due scatole craniche. Ma questa è la prima volta che i paleontologi hanno la possibilità di studiare l’intero corpo dell’animale, tra cui anche i resti di alcuni tessuti molli e ossa di collo, ali e zampe. Gli studi potrebbero un giorno aiutare a risolvere un dibattito ancora aperto in merito a come l’enorme cresta presente sulla testa di questi rettili potrebbe aver influenzato la loro abilità in volo.

    “È un fossile unico nel suo genere”, afferma Costa.

    Gli antichi rettili del cielo

    Gli pterosauri erano parenti stretti dei dinosauri e vivevano nel loro stesso periodo. I dinosauri prosperavano sulla terra, e gli pterosauri dominavano il cielo. I due gruppi hanno coesistito dal tardo periodo Triassico, più di 200 milioni di anni fa, fino alla fine del periodo Cretaceo, 66 milioni di anni fa, quando si sono estinti durante la catastrofe globale provocata dall’impatto di un asteroide.

    Gli pterosauri però, al contrario dei dinosauri, dai quali provengono gli uccelli, non hanno discendenti. I reperti fossili sono l’unica possibilità che abbiamo per cercare di capire quale aspetto avessero e come vivessero queste preistoriche creature volanti e i fossili di pterosauro sono estremamente rari. Le delicate ossa di questa specie non resistono bene al tempo e spesso ciò che giunge fino a noi sono solo frammenti di scheletro.

    I paleontologi hanno recuperato resti di pterosauro principalmente dai sedimenti di siti che una volta erano sommersi dall’acqua. Le carcasse che affondavano in laghi o mari venivano rapidamente inglobate dal fondo fangoso e molle e lì la scarsa presenza di ossigeno ne limitava la decomposizione.

    Dal Bacino di Araripe in Brasile, che un tempo era coperto da lagune saline e che adesso è un terreno arido e coperto da arbusti, sono stati portati alla luce molti fossili straordinariamente ben conservati, incastonati in lastre di calcare. “Queste pietre vengono aperte come se fossero le pagine di un libro, e dentro quelle pagine si trovano i fossili”, afferma Felipe Lima Pinheiro, paleontologo presso l’Università Federale di Pampa a São Gabriel, in Brasile, e coautore dello studio.

    Ventisette delle oltre 110 specie di pterosauro conosciute provengono da questa regione. I tapejaridi sono tra i gruppi più variegati e numerosi, in particolare quelli del genere Tupandactylus, tutti caratterizzati da creste molto grandi e appariscenti.

    Anche se il Bacino di Araripe è ricco di fossili, Pinheiro afferma che i fossili di pterosauro non sono comuni da trovare, tanto meno uno quasi completo. Il commercio illegale di fossili poi, non aiuta. I reperti spesso finiscono nelle mani di acquirenti stranieri invece che in musei e istituti di ricerca brasiliani.

    “Questo fossile quasi completo è un ritrovamento davvero importante”, afferma Rodrigo Vargas Pêgas, laureato in paleontologia presso l’Università Federale di ABC a Santo André in Brasile che non è stato coinvolto nella ricerca. “È un’enorme scoperta per la paleontologia brasiliana”.

    Creste preistoriche

    Nel 2014, quando i resti di Tupandactylus navigans furono portati all’Università di San Paolo, lo scheletro era incastonato in sei lastre di calcare di colore beige. Victor Beccari, studente laureato affiliato all’Università e autore principale dello studio, fu il primo a notare che la cresta dello pterosauro corrispondeva a circa i tre quarti del cranio. “È davvero enorme per le dimensioni dell’animale, come la coda del pavone”, afferma.

    Gli scienziati che descrissero il Tupandactylus navigans nel 2003 pensarono che questa cresta craniale fosse un elemento di propulsione che aiutava l’animale nel volo, secondo il principio di funzionamento della vela nel windsurf. Affinché ciò fosse possibile, si immaginarono un animale con un collo corto e tendini ossei che ne bloccassero le vertebre.

    Ma con lo scheletro completo a disposizione, Beccari e i suoi colleghi hanno potuto studiare l’idoneità dell’animale al volo. Il team ha costruito un modello tridimensionale dello scheletro radiografando gli antichi resti ossei con uno scanner per tomografia computerizzata.

    Si è così scoperto che il Tupandactylus navigans aveva collo e zampe lunghi e ali relativamente corte. Questi risultati suggeriscono che l’animale fosse più abile nel camminare che nel volare. La stravagante cresta di questa creatura – probabilmente un ornamento attrattivo per l’accoppiamento – la avrebbe limitata a voli di breve distanza, ad esempio per scappare dai predatori.

    Ma un altro mistero di questa cresta verticale ha indotto i ricercatori a cercare ulteriori indizi. Un’altra specie di tapejaride, conosciuta con il nome di Tupandactylus imperator, era contemporanea al Tupandactylus navigans. La prima, di cui sono state trovate quattro scatole craniche con una cresta ancora più grande, presenta una forma del cranio simile a quella del Tupandactylus navigans, e i ricercatori si chiedono se questi resti appartengano a esemplari dei due sessi della stessa specie.

    “È una sensazione”, afferma Pinheiro, “uno scheletro completo di imperator – se lo troveremo – ci aiuterà”. Forse le rocce calcaree del Bacino di Araripe ci regaleranno ulteriori tracce di tapejaridi rivelando nuovi segreti sulla vita di questi enigmatici rettili.

    Per il momento, grazie al raid della polizia, gli scienziati e la collettività hanno la possibilità di vedere il Tupandactylus navigans con i propri occhi: il suo straordinario scheletro è esposto al Museo di Geoscienze di San Paolo dal 2017. LEGGI TUTTO

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    Perché i vermi del ghiaccio sono un vero e proprio “paradosso” scientifico?

    I più importanti tra questi organismi, nella parte occidentale del Nord America, sono i vermi del ghiaccio. Lunghi all’incirca 1,3 cm e sottili come un filo interdentale, i vermi del ghiaccio (Mesenchytraeus solifugus) si trovano nei ghiacciai lungo il nordovest del Pacifico, la Columbia Britannica e l’Alaska. Grandi colonie di questi minuscoli vermi neri emergono nei pomeriggi e nelle sere d’estate per nutrirsi di alghe, microbi e altri detriti presenti sulla superficie, per poi ritornare nel ghiaccio all’alba — e durante l’inverno sparire nelle profondità gelate.Questi lontani parenti dei lombrichi sopravvivono negli strati di acqua ghiacciata che si trovano tra la neve e il ghiaccio, prosperando alla temperatura di congelamento dell’acqua, cosa che sarebbe impossibile per la maggior parte delle creature, specialmente per quelle a sangue freddo che non dispongono di isolamento, proprio come i vermi. Quindi come fanno a sopravvivere i vermi del ghiaccio? Gli scienziati hanno scoperto alcuni dei “trucchi” usati da questi animali, e sottolineano che conoscere a fondo queste strambe creature è sorprendentemente importante, oltre che urgente.

    Capire in che modo questi animali tollerano queste condizioni estreme può aiutarci a conoscere i limiti della vita sulla Terra ma non solo, spiega Daniel Shain, ricercatore della Rutgers University che studia questi animali da 25 anni.

    Tuttavia, poiché i ghiacciai stanno scomparendo, anche i vermi del ghiaccio rischiano di subire la stessa sorte. “Vogliamo scoprire il più possibile su queste creature prima che scompaiano”, aggiunge Shirley Lang, biologa presso l’Haverford College in Pennsylvania. “E non ho dubbi che scompariranno, prima o poi”, se i ghiacciai continuano a sciogliersi alla velocità attuale.

    Misteri dei vermi

    Le leggi della biologia stabiliscono che quando le temperature si abbassano, le reazioni del corpo rallentano e i livelli di energia si riducono. Mentre gli animali a sangue caldo devono bruciare energia per mantenere una temperatura corporea relativamente costante, le creature a sangue freddo diventano lente e addirittura vanno in letargo quando le temperature scendono troppo. Ma questo non vale per i vermi del ghiaccio.

    “I loro livelli di energia aumentano con lo scendere della temperatura”, spiega Shain. “E questo è un paradosso”.

    La ricerca di Shain e Lang, che ha completato il suo dottorato nel laboratorio di Shain, aiuta a spiegare il perché in una serie di articoli pubblicati negli ultimi anni. Tutto ruota attorno a una speciale molecola conosciuta con il nome di ATP, abbreviazione di adenosintrifosfato. L’ATP è un vettore energetico essenziale per le cellule e alimenta la maggior parte delle reazioni all’interno dell’organismo. Viene sintetizzato utilizzando un enzima complesso denominato ATP sintasi, che è praticamente identico in tutti gli organismi conosciuti. La molecola svolge la sua funzione con un’efficienza quasi del 100% – una cosa straordinaria per qualsiasi invenzione, al di fuori del mondo naturale. I biochimici la osservano con ammirazione. “È una macchina straordinaria”, sottolinea Shain.

    Ma i vermi del ghiaccio hanno un altro asso nella manica, una porzione aggiuntiva di DNA che crea l’ATP sintasi. Sembra che questa alterazione aiuti a velocizzare la produzione dell’ATP. “È un po’ come il turbo nelle automobili”, spiega Shain.

    È difficile spiegarne l’evoluzione, aggiunge Shain, ma è possibile che i vermi si siano appropriati di una parte del materiale genetico riscontrato nei funghi d’alta quota. Se così fosse, un tale “furto” genetico sarebbe particolarmente insolito, perché il DNA acquisito di norma non viene incorporato nei mitocondri, dove viene sintetizzato l’ATP.

    A parte l’aggiunta genetica, i vermi presentano anche un “termostato” cellulare alterato, che consente di portare avanti la produzione di ATP quando fa freddo. Queste due modifiche, insieme, fanno sì che i vermi del ghiaccio presentino una concentrazione di ATP molto superiore a quella della maggior parte delle creature, e ciò spiega il motivo per cui mantengono i loro livelli di energia anche quando le temperature si avvicinano allo zero.

    Lang prevede di esplorare un’altra teoria per i livelli elevati di energia. I vermi sono ricchissimi di melanina, lo stesso pigmento che aiuta a proteggere la pelle umana dai raggi UV. Ma nei vermi del ghiaccio la melanina è presente in tutto il corpo: nel cervello, nell’intestino e nei muscoli. Alcune ricerche suggeriscono che la melanina sia in grado di raccogliere l’energia dalle radiazioni solari in alcune situazioni, e Lang sospetta che ciò possa avvenire nei vermi del ghiaccio. Spera di testare questa idea.

    Questi animali vivono solo nei ghiacciai costieri e non si trovano in nessun’altra parte del mondo, sebbene altre specie simili siano state ritrovate in Tibet. Non si sa quasi niente di loro. Mentre i vermi del ghiaccio sopravvivono a zero gradi centigradi, non sono in grado di tollerare temperature molto inferiori a questo gelido limite ottimale.

    Predatore e preda

    Oltre alla loro incredibile energia, i vermi del ghiaccio fanno anche parte di un ecosistema che conosciamo ancora molto poco. Vivono accanto a rotiferi, tardigrade, alghe, funghi e altre creature microscopiche, spiega Scott Hotaling, biologo presso la Washington State University. Inoltre, sono cibo per gli uccelli.

    Hotaling e i suoi colleghi hanno osservato almeno cinque specie di uccelli che mangiano i vermi del ghiaccio. Questi invertebrati sono una fonte di cibo essenziale in luoghi come il Monte Rainier, dove fringuelli rosati ne mangiano in grandi quantità e li usano per nutrire i loro piccoli, aggiunge Hotaling.

    Gli uccelli potrebbero inoltre aiutare a spiegare come questi piccoli animali riescono a diffondersi da un ghiacciaio all’altro. Gli animali sono geneticamente diversi nei vari luoghi, e gli esemplari in Alaska probabilmente comprendono una diversa specie rispetto a molti dei vermi nel nordovest del Pacifico, aggiunge Shain.

    Il lavoro di Hotaling suggerisce che i vermi vivi potrebbero essere trasportati attaccati alle piume o alle zampe degli uccelli, o forse alcuni di loro sopravvivono al passaggio nell’intestino del predatore. Una popolazione di vermi del ghiaccio sull’isola di Vancouver, ad esempio, mostra una chiara parentela con una popolazione del sud dell’Alaska, e ciò suggerisce che uno o più di loro siano stati trasportati qui da un uccello, in un passato non troppo lontano.

    Ma il tempo per svelare i misteri dei vermi del ghiaccio sta per scadere. Alcuni dei ghiacciai in cui si trovavano in precedenza, come i ghiacciai Lyall e Lewis nelle North Cascades dello Stato di Washington, sono scomparsi. Altri si stanno riducendo. Il ghiacciaio Nisqually, sul versante meridionale del Mount Rainier, che ospitava i vermi del ghiaccio, si è ritirato in media di un metro ogni 10 giorni tra il 2003 e il 2015.

    Joanna Kelley, specializzata in genetica evolutiva, e Hotaling stanno lavorando per sequenziare il genoma dei vermi, un lavoro che si è rivelato difficile, in parte perché sono così ricchi di melanina che questa si attacca al DNA e interferisce con la tecnologia di sequenziamento del genoma.

    Gli studiosi sperano di scoprire gli altri segreti prima che sia troppo tardi. “Sento che dobbiamo sbrigarci a studiare questi animali”, conclude Hotaling. LEGGI TUTTO