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    I tirannosauri vivevano in gruppo?

    Titus ritiene inoltre che il sito possa rappresentare la prova che i tirannosauri agivano insieme come predatori di gruppo. “Ora ci troviamo di fronte al fatto che questi predatori terrestri giganti collaboravano fra di loro in modo molto più simile a ciò che avviene in un branco di lupi o di leoni, una scoperta sconcertante”, aggiunge Titus.Tuttavia, come fanno notare il paleontologo e altri esperti, è raro che gli attuali predatori caccino realmente in branco. E i comportamenti sociali tra i predatori variano dalla minima tolleranza necessaria nei confronti di un altro individuo agli attacchi di gruppo coordinati.

    I nuovi fossili non sono il primo esempio di tirannosauri scoperti nello stesso luogo ma una ricostruzione meticolosa della storia geologica della zona offre prove evidenti del fatto che sono morti in gruppo. La domanda a cui è ancora difficile dare risposta è cosa stessero facendo insieme.

    Rainbows and Unicorns Quarry

    Il sito, che risale a 75 milioni di anni fa ed è soprannominato Rainbows and Unicorns Quarry (cava degli arcobaleni e degli unicorni, NdT) dai colleghi di Titus, per via degli straordinari resti rinvenuti, è il primo di questo tipo nel sud degli Stati Uniti. Tuttavia è ben lungi dall’essere l’unico a suggerire che i tirannosauri si radunassero in gruppi. Un giacimento di ossa ad Alberta, in Canada, contiene i corpi di 12-14 Albertosauri che apparentemente si trovavano insieme quando avvenne un’inondazione. In Montana, un’area grande all’incirca come metà di un campo da tennis contiene i resti di almeno tre Daspletosaurus. Anche il sito in Sud Dakota dove è stato ritrovato il famoso fossile di T-Rex chiamato Sue conteneva i resti di altri esemplari di T-Rex.

    Anche le tracce fossili sono coerenti con questa teoria: nel 2014 gli scienziati hanno annunciato che alcune rocce nella Columbia Britannica conservavano impronte di tre tirannosauri che camminavano nella stessa direzione a poca distanza di tempo uno dall’altro o forse addirittura contemporaneamente. I ricercatori sostenevano che gli indizi rinvenuti nel sito potevano indicare un comportamento sociale e suggerivano anche il nome collettivo da usare per descrivere un gruppo di tirannosauri: un “terrore”.

    Il nuovo studio sul gruppo di Teratofonei ha riesaminato attentamente i sedimenti all’interno e attorno alle ossa. Il team ipotizza che i tirannosauri siano morti insieme a causa di un’inondazione stagionale quindi le loro carcasse siano state trascinate in un lago a bassa quota e sepolte in un fango finissimo che si è infiltrato fin nelle più piccole fessure esposte delle ossa.

    Successivamente il lago si è prosciugato e, in seguito, un fiume nelle vicinanze ha modificato il suo corso scorrendo sul sito dove i tirannosauri erano stati sepolti. Il flusso dell’acqua ha mescolato e disarticolato gli scheletri sotterrando nuovamente le ossa alla rinfusa nella sabbia dove, infine, sono state trovate dal team di Titus.

    I sedimenti del sito, inoltre, contengono frammenti di carbone e ciò significa che all’incirca nel periodo in cui i resti dei dinosauri erano stati nuovamente seppelliti, in quel luogo era divampato un incendio boschivo.

    I tirannosauri come animali sociali

    Alla luce dei molteplici indizi sulla possibilità che i tirannosauri talvolta vivessero gli uni accanto agli altri, i ricercatori hanno iniziato ad analizzare i parenti dei dinosauri per formulare ipotesi su ciò che questi animali potrebbero aver fatto insieme.

    Thomas Carr, paleontologo presso il Carthage College di Kenosha, in Wisconsin, che non era coinvolto nel nuovo studio, afferma che trovare più indizi di un comportamento sociale dei dinosauri non è necessariamente una sorpresa. I dinosauri estinti appartengono a un gruppo più grande detto arcosauri di cui fanno parte animali sociali come i moderni uccelli, gli alligatori e i coccodrilli. LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: i vaccini stanno bloccando la diffusione del virus

    I nuovi dati dei CDC (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitensi) mostrano che i soggetti vaccinati possono sì contrarre l’infezione da COVID-19 ma tali casi sono estremamente rari.Secondo i report ricevuti fino al 14 aprile dai CDC sono state oltre 5.000 le persone completamente vaccinate che hanno sviluppato l’infezione da COVID-19. La metà circa di questi casi (il 45%) erano persone di età uguale o superiore ai 60 anni. Il 7% dei soggetti con infezioni breakthrough – ovvero infezioni che si verificano dopo la completa vaccinazione — sono stati ospedalizzati e l’1% sono morti.

    Con oltre 85 milioni di persone completamente vaccinate contro il COVID-19 negli Stati Uniti, i CDC sono stati cauti nel redigere le linee guida su cosa le persone completamente vaccinate possono fare in sicurezza. La diffusione di tali linee guida è stata graduale in quanto gli esperti hanno aspettato i dati sull’efficacia dei vaccini anti COVID-19, non solo nel prevenire la malattia, ma anche sulle probabilità dei soggetti vaccinati di sviluppare l’infezione — asintomatica — e trasmettere inconsapevolmente il virus agli altri.

    La distinzione è importante perché molte persone non realizzano che i vaccini principalmente prevengono la malattia ma non necessariamente l’infezione. Questo significa che non tutti i vaccini impediscono ai soggetti vaccinati di trasmettere l’agente patogeno agli altri.

    “L’obiettivo ultimo della ricerca che sta dietro i vaccini è sempre impedire che le persone vengano contagiate ma è estremamente difficile ottenere quel risultato” afferma Jason Kindrachuk, professore assistente di virologia presso l’Università di Manitoba di Winnipeg, in Canada. L’obiettivo ultimo si identifica nell’immunità sterilizzante che protegge completamente i soggetti dalla malattia impedendo al contempo al microbo di penetrare nelle cellule.

    Ora, quattro mesi dopo che la Food and Drug Administration americana ha autorizzato i primi vaccini contro il COVID-19, i CDC hanno dati sufficienti per indicare che i vaccini riducono sostanzialmente le infezioni e quindi riducono anche la possibilità dei soggetti vaccinati di diffondere il virus contagiando altri.

    Come funziona la protezione dei vaccini?

    I vaccini simulano l’infezione nell’organismo attivando l’azione di difesa del sistema immunitario che ricorderà cosa fare se si troverà ad affrontare nuovamente lo stesso patogeno in futuro, spiega Juliet Morrison, professoressa assistente di microbiologia presso l’Università della California a Riverside.

    Dopo essere stati contagiati da un’infezione, “nel nostro organismo rimangono in circolo dei globuli bianchi, in particolare cellule T e B, che ricordano l’infezione che è stata combattuta in modo da rispondere prontamente a un nuovo attacco dello stesso patogeno, moltiplicandosi”, afferma. Le cellule B producono anticorpi che si legano ai virus in circolo e alle cellule infette mentre le cellule T “sostanzialmente attaccano le cellule infette riempiendole di tossine che le inducono al suicidio”.

    Il vaccino induce la stessa memoria immunitaria dell’infezione così che se il soggetto entra in contatto con il virus, il sistema immunitario si attiva subito producendo cellule T, B e anticorpi.

    “Questo ci consente di combattere l’infezione senza nemmeno manifestare i sintomi”, afferma Morrison.

    L’aspetto fondamentale, tuttavia, è che il soggetto ha l’infezione. Ovvero, il virus è penetrato nelle cellule e ha iniziato a replicarsi, solo che il sistema immunitario ha vinto la battaglia prima ancora che il virus o il sistema immunitario stesso potessero danneggiare i tessuti — in altre parole prima che la malattia si sviluppasse, spiega Kindrachuk.

    Le infezioni asintomatiche possono trasmettere il virus

    Se il virus penetra nelle cellule e inizia a replicarsi ma non causa la malattia, si tratta di un’infezione asintomatica. Nel caso delle infezioni presintomatiche, invece, il soggetto sviluppa i sintomi ed è particolarmente contagioso nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi, afferma Natalie Dean, professoressa assistente di biostatistica presso l’Università della Florida a Gainesville.

    “Sappiamo dai dati di tracciamento dei contatti non relativi ai vaccini che i soggetti che non hanno mai sviluppato i sintomi tendono a essere meno contagiosi”, afferma Dean.

    Morrison aggiunge che i soggetti asintomatici probabilmente hanno un’eccellente risposta immunitaria iniziale che rallenta la capacità di replicarsi del virus “ma non è sufficiente a impedire del tutto la replicazione virale”, “ecco perché questi soggetti possono comunque trasmettere il virus pur non manifestando alcun sintomo”.

    A supporto di questa teoria c’è il fatto che la gravità della malattia data dal coronavirus tende a essere correlata alla quantità di virus presente nell’organismo – ovvero alla cosiddetta carica virale – afferma Kindrachuk. Le prime ricerche hanno mostrato che le persone con carica virale minore trasmettono meno virus, il che a sua volta suggerisce che le infezioni asintomatiche siano meno contagiose di quelle sintomatiche. Ma “meno” non significa “zero”: i soggetti affetti da infezione asintomatica hanno comunque il virus in fase replicante nell’organismo e possono contagiare altre persone.

    Quando i vaccini sono stati autorizzati, gli esperti non sapevano ancora se la vaccinazione avrebbe impedito completamente le infezioni o se i soggetti vaccinati avrebbero potuto comunque sviluppare un’infezione asintomatica ma contagiosa.

    Perché gli studi clinici non hanno tracciato le infezioni? 

    Gli studi clinici che hanno testato i vaccini di Moderna, Pfizer-BioNTech e Johnson & Johnson hanno misurato la capacità di ogni vaccino di impedire forme gravi della malattia non la capacità di bloccare la trasmissione del virus.

    “Francamente la trasmissione non era la preoccupazione principale quando sono state condotte le sperimentazioni”, afferma Kindrachuk, “la priorità era fare in modo che le persone non si ammalassero”.

    Con migliaia di ospedalizzazioni e di decessi ogni giorno, il primo obiettivo era stabilire se il vaccino potesse impedire le forme gravi della malattia e la morte. I ricercatori erano consapevoli che fosse importante anche misurare l’efficacia del vaccino in termini di inibizione dell’infezione asintomatica, ma verificare anche questo aspetto sarebbe stato difficoltoso e dispendioso, spiega Dean, così i ricercatori hanno tracciato solo le infezioni sintomatiche. Questo approccio ha lasciato senza risposta il quesito per cui un soggetto vaccinato senza sintomi potrebbe comunque avere un’infezione asintomatica.

    “Sono state sollevate delle domande sulle probabilità legate alla presenza e contagiosità del virus”, afferma Dean.

    Anche una minima quantità di virus in un soggetto vaccinato potrebbe presentare un rischio per gli altri.

    “Non sappiamo precisamente quale sia la dose in grado di contagiare, ovvero a quanto virus è necessario essere esposti per sviluppare l’infezione”, afferma Kindrachuk, “inoltre non si tratta della quantità di virus che si riceve in una singola esposizione ma di quanto se ne accumula nell’arco di minuti o di ore di esposizione”.

    Primi dati promettenti

    I produttori dei vaccini non hanno tracciato le infezioni per tutti i partecipanti alla sperimentazione di fase III ma hanno comunque raccolto alcuni dati. Moderna ha testato tutti i partecipanti in occasione della somministrazione della seconda dose e ha riportato a dicembre che nel gruppo dei soggetti vaccinati si sono verificate meno infezioni asintomatiche rispetto al gruppo placebo, dopo la prima dose. Anche Johnson & Johnson ha riportato dati di quasi 3.000 partecipanti agli studi di fase III che sono stati testati due mesi dopo la vaccinazione per verificare la presenza di anticorpi di nuove infezioni successive al vaccino. Quei dati preliminari hanno indicato una riduzione del 74% nelle infezioni asintomatiche.

    Questi rilevamenti hanno suggerito che i vaccini sono stati efficaci nel prevenire le infezioni. Quegli sviluppi sono stati seguiti da tre prestampe — non ancora sottoposte a revisione — che suggeriscono notizie ancora migliori. Una ha rilevato che i soggetti vaccinati con una dose del vaccino Pfizer-BioNTech avevano cariche virali fino a 20 volte inferiori di quelle dei soggetti contagiati non vaccinati.

    Le altre due, una della Mayo Clinic e una del Regno Unito, includevano oltre 85.000 operatori sanitari periodicamente testati che hanno ricevuto la dose completa del vaccino Pfizer-BioNTech. Il vaccino ha ridotto le infezioni dall’85% all’89%. Tutte queste evidenze sottolineano la capacità di tutti e tre i vaccini di impedire l’infezione nella maggior parte dei soggetti vaccinati.

    Comincia a emergere un consenso

    Altri dati sono stati raccolti a marzo da numerosi altri studi sui vaccini a mRNA. Uno su 9.109 operatori sanitari in Israele ha rilevato un calo del 75% nelle infezioni dopo due dosi del vaccino Pfizer-BioNTech. Un altro ha rivelato che la carica virale si è ridotta di quattro volte nei soggetti che hanno ricevuto una dose di vaccino e poi hanno sviluppato un’infezione.

    Tra gli oltre 39.000 soggetti esaminati presso la Mayo Clinic, il rischio di infezione risultava del 72% inferiore 10 giorni dopo la prima dose di un vaccino a mRNA e dell’80% inferiore dopo entrambe le dosi. La rivista New England Journal of Medicine ha pubblicato ricerche che indicano una riduzione nelle infezioni tra il personale sanitario completamente vaccinato presso lo University of Texas Southwestern Medical Center, il Hadassah Hebrew University Medical Center di Gerusalemme e l’Università della California a Los Angeles e San Diego.

    Il risultato più convincente, secondo Dean, è stato quello di uno studio di inizio aprile del CDC su 3.950 operatori sanitari che sono stati testati settimanalmente per tre mesi dopo aver ricevuto entrambe le dosi di uno dei due vaccini a mRNA. La completa vaccinazione ha ridotto le infezioni — indipendentemente dai sintomi — del 90% e una sola dose ha ridotto le infezioni dell’80%.

    E poi, ci sono i risultati che vediamo intorno a noi, continua Kindrachuk.

    “Abbiamo assistito a una sensibile riduzione dei casi di trasmissione nel Paese”, afferma. “Questo indica non solo che i vaccini ci proteggono dalle forme gravi della malattia ma anche che determinano una riduzione dei contagi”.

    Nel complesso, le prove mostrano che la completa vaccinazione con i vaccini a mRNA riduce il rischio di infezione di almeno la metà dopo la prima dose e del 75-90% due settimane dopo la seconda dose. Sul vaccino Johnson & Johnson la ricerca effettuata è minore, ma i dati della sperimentazione indicano una probabile riduzione delle infezioni superiore al 70%. I vaccini dunque da un lato impediscono gran parte delle infezioni e contemporaneamente bloccano la contagiosità della maggior parte dei soggetti vaccinati.

    In Italia il Comitato tecnico scientifico ha raccomandato di estendere l’intervallo tra le due dosi di vaccini a Rna messaggero. La proposta è di effettuare il secondo richiamo di Pfizer e Moderna dopo 42 giorni dalla prima somministrazione ma chi ha già prenotato la seconda dose la farà comunque nella data prevista.

    Le varianti

    Ora l’attenzione è rivolta a come le varianti cambieranno le regole del gioco, continua Kindrachuk. Diversi studi inglesi e israeliani sono stati svolti sul vaccino Pfizer-BioNTech quando era predominante la variante B.1.1.7.

    “I vaccini sembrano reggere bene contro le varianti ma sappiamo anche che queste tendono a essere più contagiose”, afferma Kindrachuk, e la maggiore contagiosità potrebbe significare che è sufficiente una dose inferiore per contrarre l’infezione.

    Siccome i vaccini non bloccano il 100% delle infezioni, è possibile che i soggetti vaccinati che sviluppano un’infezione asintomatica dalla variante siano più contagiosi di quanto sarebbero stati prima, con il ceppo dominante all’inizio della pandemia.

    Inoltre non sono disponibili molti dati sui vaccini Moderna e Johnson & Johnson contro le infezioni da B.1.1.7, e praticamente non ci sono dati sulle infezioni dalle altre due varianti pericolose, la B.1.351 del Sudafrica e la P.1 del Brasile, entrambe le quali hanno mostrato una certa abilità nell’eludere gli anticorpi contro altre varianti del virus COVID-19.

    Gli scienziati stanno studiando anche le modalità di replicazione delle varianti.

    “Se presentano alti livelli di replicazione, questo potrebbe comportare una maggiore diffusione virale e maggiori opportunità di contagio”, afferma Morrison.

    Le prospettive sono comunque positive

    Nonostante le incertezze poste dalle varianti, il quadro generale attualmente è piuttosto rassicurante, sostiene Dean.

    “Questi vaccini hanno decisamente superato le aspettative sotto molti aspetti e il fatto che la loro efficacia sia stata provata non solo nel proteggere dalla malattia ma anche nell’impedire la trasmissione del virus dai soggetti vaccinati agli altri, è un risultato molto importante”, afferma. “Non c’è una sicurezza del 100%, ma credo che alla gente sia chiaro il valore e l’entità della protezione offerta dalla vaccinazione; sono risultati che possono influire sensibilmente su quello che si decide di voler fare”.

    Ma questo non significa che possiamo abbandonare le cautele, aggiunge Morrison.

    “Chi si è vaccinato può supporre di essere protetto contro le forme gravi della malattia e molto probabilmente in gran parte anche dal contagio, ma data la presenza e la diffusione delle varianti e dato che non siamo ancora nemmeno vicini all’immunità di gregge, dobbiamo continuare a prendere le opportune precauzioni” afferma Morrison.

    Non usare la mascherina nell’interazione con altre persone vaccinate può essere ammissibile, ma Morrison concorda con la raccomandazione dei CDC che consiglia ai soggetti vaccinati di limitare gli incontri senza mascherina e senza distanziamento sociale ai familiari non vaccinati che non siano soggetti a rischio. Le infezioni registrate quotidianamente sono ancora molte, e mantenere tali limitazioni riduce ulteriormente le probabilità per i soggetti vaccinati di essere contagiati e poi spargere il virus ad altri.

    “La vera preoccupazione sono le persone non vaccinate con cui si viene a contatto”, aggiunge. “Anche se il potenziale di trasmissione è basso, non è uguale a zero”. Allo stesso modo, una persona vaccinata infetta ha una minore probabilità — ma comunque una certa probabilità c’è — di contagiare altri soggetti non vaccinati o che presentano condizioni mediche o seguono terapie immunosoppressive.

    Più aumentano le vaccinazioni, più si riduce per tutti il rischio di contagio, afferma Dean.

    “Penso ai contagi che ancora si verificano nella mia comunità”, afferma Dean, “stiamo cominciando a vedere l’impatto dei vaccini a livello della popolazione e ogni singola persona vaccinata in più ci fa sentire più sicuri e più vicini al momento in cui potremo tornare a stare insieme in sicurezza”. LEGGI TUTTO

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    Chernobyl: le conseguenze sui bambini nati dai sopravvissuti al disastro

    Morton e i suoi colleghi hanno studiato campioni di tessuto di 440 ucraini che avevano ricevuto una diagnosi di cancro alla tiroide di cui 359 erano stati esposti alle radiazioni di Chernobyl. La maggior parte di loro erano donne che avevano vissuto a Kiev, capitale dell’Ucraina, durante il disastro di Chernobyl ed erano giovani al momento dell’esposizione, con un’età media di circa 7 anni, e 28 anni all’epoca della diagnosi di cancro.Il team di Morton, inoltre, disponeva di molte informazioni sulla quantità di radiazioni assorbite dalla tiroide di quegli individui. Per 53 dei partecipanti allo studio, già nel 1986 i ricercatori avevano misurato direttamente i livelli di radioattività della tiroide. Altri erano stati intervistati per sapere dove vivevano e cosa avevano mangiato nei giorni dell’incidente di Chernobyl permettendo così ai ricercatori di stimare la quantità di radiazioni che potevano aver assorbito.

    “Con questo studio abbiamo collegato per la prima volta immagini molecolari su larga scala a dati sull’esposizione molto dettagliati”, prosegue Morton.

    Analizzando i dati, Morton e i suoi colleghi hanno notato chiari segni degli effetti delle radiazioni sul DNA. All’aumentare della dose di radiazioni di un individuo aumentano anche le probabilità che le cellule della sua tiroide presentino un tipo di mutazione detto DSB (dall’inglese Double-Strand Break, ovvero la rottura del doppio filamento del DNA). I ricercatori, inoltre hanno scoperto che tanto più giovane era l’individuo al momento dell’esposizione alle radiazioni, tanto più marcate diventavano le alterazioni. Ad esempio, con una dose più elevata era più probabile che al DNA dei tumori mancassero piccole sezioni.

    Il team di Morton, inoltre, ha notato un eccesso di eventi di cosiddetta “fusione genica”: mutazioni in cui i filamenti del DNA erano colpiti da rotture complete e mentre la cellula provava a riparare il danno venivano ricongiunti i pezzi sbagliati. Questo tipo di mutazioni può verificarsi anche nei casi “spontanei” di carcinoma alla tiroide ma in genere sono più rari.

    “Per usare una metafora, potremmo dire che le radiazioni hanno truccato il mazzo”, spiega Chanock, direttore di divisione del National Cancer Institute. Tuttavia il fallout non ha aggiunto carte nuove a quel mazzo. Sebbene Morton e i suoi colleghi abbiano fatto ricerche estremamente approfondite, non hanno trovato una “firma” caratteristica delle radiazioni nel modo in cui le cellule tumorali hanno espresso i loro geni o li hanno contrassegnati chimicamente.

    Se i tumori presentano una tale caratteristica deve essere presente solo nelle fasi iniziali del cancro, secondo Morton e Chanock. Quando si verificano le mutazioni chiave che provocano il cancro, questi geni prendono il sopravvento dal punto di vista biochimico cancellando qualsiasi traccia delle radiazioni come un’onda che distrugge un piccolo castello di sabbia. “È un tumore e al tumore non interessa la presenza di radiazioni precedenti”, spiega Chanock. “Ha una mente evolutiva propria, per così dire”.

    Ullrich aggiunge che i risultati dello studio supportano concretamente le idee precedenti degli scienziati su quanto le radiazioni aumentino il rischio di cancro. E prosegue: “Si tratta davvero del primo studio che è stato in grado di caratterizzare i tumori provocati dalle radiazioni in modo esauriente e dettagliato”.

    Gli studi sui sopravvissuti di Chernobyl devono continuare

    Gli studi devono informare gli scienziati sui rischi per la salute generale delle radiazioni ionizzanti specialmente tra le popolazioni colpite da disastri nucleari come gli abitanti evacuati dopo l’incidente alla centrale di Fukushima del 2011. Chanock ha espresso la speranza che i risultati rassicurino coloro che sono stati allontanati da Fukushima, che ha rilasciato un decimo delle radiazioni di Chernobyl, e che quindi in teoria dovrebbe determinare un rischio ancora inferiore di mutazioni ereditarie.

    Ma gli autori dello studio e gli esperti esterni concordano che è necessario proseguire con il lavoro specialmente per tracciare gli effetti delle radiazioni di Chernobyl sulla salute nei prossimi decenni.

    “Ci sono pochissimi studi sulle persone esposte alle radiazioni in giovane età per cui disponiamo dei dati di follow-up nel corso dell’età adulta”, spiega Eric Grant, collaboratore del responsabile della ricerca presso la Radiation Effects Research Foundation in Giappone. “I sopravvissuti alla bomba atomica sono uno di questi gruppi e quello di Chernobyl sarà un altro per cui verranno realizzate attività di follow-up continuative”.

    Evgenia Ostroumova, epidemiologa presso l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione, in Francia, ha sottolineato che è necessario continuare a finanziare la ricerca su Chernobyl in particolare per scoprire di più sulle conseguenze sanitarie delle dosi ridotte di radiazioni, conseguenze che potranno emergere solo grazie a un impegno prolungato nel tempo.

    “Per ottenere una valutazione solida ed esaustiva degli effetti sanitari di Chernobyl e per non perdere informazioni scientifiche preziose, le parti interessate non possono agire singolarmente”, ha scritto l’epidemiologa in un’e-mail. “Dobbiamo consolidare i nostri sforzi e agire ora senza ulteriori ritardi”. LEGGI TUTTO

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    Francesco Barberini, l’aspirante ornitologo che ama la natura: “I dinosauri sono ancora tra noi”

    Come nasce la tua passione per l’ornitologia?La mia passione per gli uccelli nasce da bambino. Non l’ho ereditata dai miei genitori ma mi sono avvicinato a questo bellissimo mondo guardando il documentario “Il popolo migratore”. Mi reputo una persona davvero molto curiosa. Ho quindi deciso di continuare a coltivare questa passione.

    Da “aspirante ornitologo”, che cosa porti sempre con te?

    Prima di ogni cosa, la conoscenza, la voglia di sapere tante cose e il desiderio di raccontarle alle persone. Passando all’attrezzatura, porto sempre con me un binocolo, una guida, un taccuino per appuntare le specie che osservo e una macchina fotografica per scattare delle immagini.

    Che regole segui quando fai birdwatching?

    La regola più importante è rispettare la natura e gli uccelli. Il birdwatching è un’attività che si può fare ovunque, anche nei parchi urbani o in città. Ad esempio vicino casa, sono riuscito a osservare oltre cento specie di uccelli. Questo ci permette di capire la grande biodiversità che caratterizza il pianeta e l’importanza di proteggere la natura. Se osserviamo specie particolari e segnaliamo avvistamenti importanti, possiamo essere davvero utili.

    Quante specie di uccelli hai avvistato e quale è la tua preferita?

    Ne ho avvistate molte. In Italia si possono osservare oltre 400 specie di uccelli. Viaggiare apre la mente ma la pandemia di coronavirus ci sta insegnando a rivalutare il territorio che abbiamo più vicino a noi: piccole aree di natura dove possiamo incontrare tantissima biodiversità. Per quanto riguarda la mia specie preferita, è senza dubbio il Fetonte. Sono uccelli marini che abitano nelle zone tropicali e hanno una lunga coda. Sono riuscito a osservarli alle Isole Seychelles. LEGGI TUTTO

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    Le urla umane trasmettono almeno sei diverse emozioni

    L’osservazione potrebbe sembrare ovvia ma gli studi scientifici sulle urla umane sono stati dedicati quasi esclusivamente alle vocalizzazioni che esprimono angoscia e questa incompletezza nella ricerca era diventata un chiodo fisso per Frühholz. Lui e i suoi colleghi decisero quindi di caratterizzare le urla che emettiamo in base alle emozioni che le provocano, sia negative che positive. Studiando le grida registrate nella piccola stanza imbottita, il team ha identificato sei diverse categorie di urli, acusticamente distinte: dolore, rabbia, paura, gioia, piacere e tristezza. Lo studio è stato pubblicato su PLOS Biology.Inaspettatamente i ricercatori hanno rilevato anche che i volontari esaminati hanno riconosciuto più prontamente — quindi il loro cervello ha elaborato in modo più efficiente — gli urli che non segnalavano allarme ovvero quelli di gioia, piacere e tristezza rispetto a quelli di dolore, rabbia e paura. In tutte le specie animali, le grida sono considerate un modo fondamentale per comunicare rapidamente un pericolo agli altri individui; rimane quindi un mistero perché invece nell’ultimo studio le urla che hanno attivato la risposta più pronta siano state quelle di gioia.

    Lo studio delle vocalizzazioni non verbali dell’uomo è relativamente recente, afferma Katarzyna Pisanski, ricercatrice vocale presso l’Università di Lione, che non ha fatto parte della squadra dello studio. La maggior parte degli studi sui primi umani si sono concentrati sul linguaggio e sul parlato in quanto caratteristiche peculiari e uniche dell’uomo nel mondo animale. “È ciò che ci contraddistingue come esseri umani”, afferma.

    Ma sempre più studi si stanno focalizzando sulle vocalizzazioni non verbali come grida e risate simili ai suoni emessi da altre creature. L’uomo esprime questi suoni con una sorprendente varietà e la funzione delle varie forme acustiche potrebbe contenere indizi chiave per aiutarci a comprendere come si è evoluta la comunicazione umana.

    “Dobbiamo studiare cosa ci accomuna per capire in cosa siamo diversi” afferma Pisanski.

    Creare un urlo

    Frühholz e i suoi colleghi inizialmente hanno registrato i propri urli nel tentativo di identificare una gamma di emozioni tipiche che innescano queste intense espressioni. Hanno utilizzato vari metodi per farlo, ad esempio immaginare come avrebbero urlato se la propria squadra di calcio avesse vinto il campionato, cercando di ricreare l’emozione e quindi la vocalizzazione.

    Sono arrivati a individuare sei diversi tipi di urli da valutare corrispondenti ad altrettante emozioni: dolore, rabbia, paura, gioia, piacere e tristezza. Hanno poi reclutato 12 volontari che avevano il compito di emettere urli che esprimessero quelle emozioni. Ai volontari veniva descritto uno scenario che evocasse l’emozione relativa al tipo di urlo, come ad esempio essere aggrediti da uno sconosciuto in un vicolo buio. Di ogni persona è stato registrato anche un “urlo neutro” come paragone, semplicemente un’intensa vocalizzazione di “ahh”. Poi ogni partecipante si è scatenato nella stanza insonorizzata.

    “Non è poi così difficile”, afferma Frühholz parlando del processo di ricreazione delle grida relative alle diverse emozioni. Ma dopo un po’ gridare può essere stancante. “Si tratta della vocalizzazione più intensa che siamo in grado di produrre” continua.

    Una delle difficoltà che abbiamo incontrato in questo tipo di studio è il fatto che è necessario eseguirlo in un ambiente di laboratorio. Ovviamente non sarebbe etico causare realmente dolore o paura nei soggetti di studio, sottolinea Pisanski. Quindi le opzioni per studiare le grida sono limitate: possono essere simulate oppure recuperate da precedenti registrazioni, come quelle che si possono trovare su YouTube.

    Gli urli simulati tendono a essere un po’ più uniformi degli urli naturali ma lavori precedenti indicano che la riproduzione è piuttosto accurata, specifica Pisanski. “In generale, data la limitata disponibilità di vocalizzazioni spontanee, questo è il meglio che possiamo fare” afferma. “E i volontari sono piuttosto bravi nel farlo”.

    Il team ha analizzato le registrazioni di ogni tipo di urlo osservando 88 caratteristiche acustiche e misurando ad esempio acutezza e intensità. Dopo essere stato addestrato sulle varie caratteristiche che differiscono tra i tipi di urli, un algoritmo computerizzato si è dimostrato in grado di identificare correttamente le grida in circa l’80% dei casi. La classificazione più precisa è stata quella delle urla di gioia con l’89,7% di identificazioni corrette.

    Il team ha poi studiato la reazione dei partecipanti allo studio all’ascolto degli urli registrati misurando la velocità con cui classificavano le emozioni alla base dell’urlo cliccando sulla relativa opzione su uno schermo di computer. In alcune prove veniva testata la capacità del soggetto di selezionare il tipo di urlo tra tutte e sei le emozioni e l’opzione dell’urlo neutro e in altre l’ascoltatore aveva solo due tipi di urlo tra cui scegliere. La squadra ha anche creato mappe dell’attività cerebrale di chi ascoltava gli urli registrati usando l’imaging a risonanza magnetica funzionale (fMRI).

    I ricercatori erano interessati in particolare a tre sistemi del cervello rappresentati nelle scansioni fMRI, spiega Frühholz. Il primo era il sistema uditivo preposto all’analisi e alla classificazione di ogni suono. Il secondo era il sistema limbico coinvolto nella risposta emotiva, in particolare in situazioni di sopravvivenza. Infine la corteccia frontale che entra in gioco nei processi decisionali e aiuta a contestualizzare il suono all’interno della situazione.

    Una clamorosa sorpresa

    I ricercatori hanno rilevato con sorpresa che le grida che gli ascoltatori riconoscevano più velocemente non erano quelle che segnalavano allarme ma erano in particolare le urla di gioia. Le urla derivanti da emozioni negative, ovvero dolore, paura e rabbia, venivano riconosciute più lentamente. Anche l’analisi delle scansioni fMRI ha mostrato uno schema simile: le urla “non allarmanti” generavano una maggiore attività nel cervello degli ascoltatori rispetto alle urla che segnalavano emozioni negative teoricamente più allarmanti. Il motivo di questa predominanza, tuttavia, rimane da chiarire.

    Questo rilevamento va contro la funzione evolutiva che si riteneva essere associata all’urlo visto come un modo per segnalare rapidamente un pericolo a chi fosse a portata d’orecchio. “È sorprendente”, afferma Pisanski, aggiungendo di non saper dare una motivazione esatta a questo risultato.

    Negli ultimi due decenni, spiega Frühholz, nel mondo scientifico è diventata sempre più diffusa la visione del cervello come un “rilevatore di minacce”. Ma questo nuovo studio indica che questa idea forse non è applicabile alle grida.

    “Ci porta a pensare alle urla come a una manifestazione più complessa, piena di sfumature” afferma Adeen Flinker, professore assistente di neurologia presso l’Università di New York, che non ha preso parte allo studio. In uno studio del 2015, Flinker e i suoi colleghi hanno identificato una variazione di suono acuta, stridula, nota come “asprezza”, che sarebbe un elemento chiave nell’attivare la capacità dell’ascoltatore a rilevare rapidamente i suoni che hanno un significato di avvertimento, incluse non solo le urla ma anche allarmi artificiali come quelli dei fischietti.

    Il nuovo studio ha identificato questa caratteristica sia nelle grida negative che in quelle positive anche se l’asprezza è meno pronunciata nelle urla positive, commenta Flinker. Ma anche in presenza di questa caratteristica, gli ascoltatori riconoscevano ed elaboravano le grida negative meno prontamente di quelle positive. Questo esito non smentisce necessariamente il ruolo dell’asprezza nel provocare una risposta ai suoni di allarme ma “complica le cose”, afferma.

    È possibile che l’ambiente dell’ascoltatore influenzi la percezione delle grida, continua Flinker. Se l’ascoltatore si immagina di camminare da solo in un vicolo buio, prima di sentire l’urlo, questo può influenzare il modo in cui l’urlo viene interpretato, indipendentemente dall’emozione che ha innescato l’urlo stesso.

    Un risultato forse meno sorprendente dello studio è stato che le grida positive sono state quelle più spesso mal interpretate come grida di allarme. Questo errore nell’identificare l’emozione dietro l’urlo andrebbe a vantaggio dell’uomo: come dice Pisanski, “meglio al sicuro che dispiaciuti”.

    Ulteriori ricerche aiuteranno gli scienziati ad analizzare ancora più a fondo la risposta umana ai diversi tipi di urlo. Anche se urla e strilli possono sembrare espressioni molto lontane dalle parole che usiamo quotidianamente, studiare le sfumature di queste vocalizzazioni e cosa questi suoni non verbali comunicano ad altri è importante per risalire alle origini del linguaggio, conclude Pisanski.

    “Per comprendere l’evoluzione della comunicazione vocale umana e in ultima analisi come siamo arrivati a sviluppare il linguaggio” dice, “abbiamo bisogno di capire tutte queste differenze”. LEGGI TUTTO

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    Vaccini anti COVID-19: potrebbe essere necessario un richiamo annuale

    Dalla scoperta del ceppo originale alla fine del 2019, il virus ha continuato a mutare producendo varianti, ovvero versioni del virus simili ma diverse, potenzialmente più infettive, mortali e in grado di sfuggire alle protezioni anticorpali fornite dagli attuali vaccini anti COVID-19. Per stare al passo con l’evoluzione del virus, alcuni creatori di vaccini stanno mettendo a punto nuove formulazioni per respingere le varianti mentre al contempo cercano di capire quanto duri l’immunità data dalle dosi attuali.La “nuova normalità”, dicono alcuni esperti, potrebbe prevedere una vaccinazione di routine, ovvero dei regolari richiami, contro il COVID-19.

    Intanto la Takis, giovane azienda italiana, ha iniziato la fase 1-2 della sperimentazione del suo vaccino anti Covid-19 basato sul Dna. Il punto di partenza è un frammento di Dna con una certa sequenza genetica che viene prodotto da batteri; una volta pronta, la sequenza di Dna viene usata come una sorta di stampo per ottenere l’Rna messaggero che contiene le istruzioni per produrre un frammento della proteina Spike, l’arma con cui il virus SarsCoV2 aggredisce le cellule.

    Cos’è la vaccinazione di richiamo?

    Il richiamo è “una dose ripetuta di un vaccino che si è già ricevuto che ha lo scopo di aumentare l’immunità”, afferma Susan R. Bailey, allergologa e immunologa clinica e presidente dell’American Medical Association. Con l’esposizione ripetuta, il sistema immunitario crea una memoria della lotta al virus. È noto che una seconda o terza esposizione all’antigene – la molecola che stimola la produzione di anticorpi – crei una risposta immunitaria “maggiore e più duratura” afferma Bailey.

    Il vaccino contro l’herpes zoster, ad esempio, che è consigliato per tutti gli adulti sani di età superiore ai 50 anni, richiede una prima dose e un richiamo da due a sei mesi dopo per garantire un’efficacia del 90% nel prevenire l’infezione e i suoi effetti collaterali.

    I vaccini anti COVID-19 Pfizer-BioNTech e Moderna, che sono vaccini a mRNA, prevedono due dosi da somministrarsi rispettivamente a distanza di tre o quattro settimane. Attualmente, il terzo vaccino anti COVID-19 autorizzato per l’uso di emergenza negli Stati Uniti, prodotto da Johnson & Johnson, viene somministrato in una singola dose ma l’azienda sta testando anche l’efficacia di un secondo richiamo (gli Stati Uniti hanno tuttavia temporaneamente sospeso la distribuzione del vaccino Johnson & Johnson mentre vengono esaminati i casi di rare ma gravi formazioni di coaguli).

    Per il vaccino Johnson & Johnson l’Italia ha deciso di “collocarlo in fascia anziana dove sicuramente i benefici sono maggiori dei rischi”, quindi sarà somministrato solo agli over 60.

    A febbraio, Pfizer-BioNTech ha lanciato uno studio su una terza dose del proprio protocollo vaccinale che attualmente ne prevede solo due. Inoltre il CEO di Pfizer Albert Bourla ha dichiarato alla CNBC che “probabilmente” una terza dose sarà necessaria 12 mesi dopo la prima.

    Ciascuno di questi vaccini offre un’elevatissima efficacia contro il COVID-19, nelle dosi raccomandate. La domanda che rimane aperta, tuttavia, è quanto durerà quell’immunità e se saranno necessari ulteriori richiami nel prossimo (o non troppo prossimo) futuro per mantenere alto il livello di protezione.

    I vaccini anti COVID-19 sono completamente nuovi, il che significa che gli scienziati non sanno ancora per quanto tempo rimarranno efficaci prima di richiedere eventuali ulteriori interventi. I ricercatori hanno monitorato l’efficacia dei vaccini nelle persone vaccinate e gli studi dimostrano una durata di almeno sei mesi.

    “Purtroppo questa informazione è stata fraintesa da molti che hanno capito che l’efficacia duri solo sei mesi”, afferma Bailey, mentre invece il messaggio era che “sappiamo che dura almeno sei mesi e ci aspettiamo che duri di più”. Per sapere esattamente quanto permane la protezione, “dobbiamo solo aspettare”.

    Ma “non tutti i tipi di vaccino richiedono il richiamo”, afferma Amesh Adalja, medico specializzato in malattie infettive e studioso senior presso il Centro per la sicurezza sanitaria della John Hopkins University. Il vaccino contro la febbre gialla, ad esempio, protegge dalla malattia per tutta la vita, dopo una singola somministrazione. Mentre per il vaccino contro il tetano, per il quale per molti anni si sono fatti richiami a cadenza decennale, più recentemente alcuni ricercatori hanno messo in dubbio la necessità di dosi aggiuntive.

    Inoltre in questa fase alcuni scienziati sono concentrati su altro, ovvero nuovi vaccini mirati per le specifiche varianti.

    Esistono almeno cinque “varianti di rilievo” note dell’originale SARS-CoV-2, il virus che causa la COVID-19: B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Regno Unito, B.1.351, scoperta per la prima volta in Sud Africa, P.1, che si è manifestata in Brasile e B.1.427 e B.1.429, rilevati per la prima volta in California. Moderna ha ottimizzato il proprio vaccino e sta attualmente testandone l’efficacia contro B.1.351 – e un portavoce di Pfizer ha detto a National Geographic che la società sta valutando l’eventualità di ulteriori sperimentazioni di vaccini mirati per le varianti attualmente in circolazione.

    Finora i vaccini esistenti si sono dimostrati efficaci nel proteggere da queste varianti. “Le informazioni disponibili non indicano per ora la necessità di cambiare qualcosa nel processo in corso, a causa delle varianti”, afferma Adalja. Ma non tutti gli esperti di malattie infettive concordano con questa valutazione.

    La nuova normalità

    Daniel Lucey, specialista in malattie infettive del Centro medico della Georgetown University, afferma che la somministrazione di dosi aggiuntive per aumentare l’immunità o contrastare varianti attuali o future “sarà molto probabilmente la nuova realtà” per alcune persone. Il virus tenterà di mutare “per sopravvivere”, continua, e potrebbe sfuggire all’azione protettiva degli attuali vaccini.

    Lucey aggiunge: “È una continua serie di battaglie quella ingaggiata tra il SARS-CoV-2, le sue varianti e i nostri vaccini che sono del 2019. In questa guerra pluriennale noi siamo indietro. Il virus non dorme, ma noi sì”.

    Matthew B. Frieman, professore associato di microbiologia e immunologia presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Maryland che ha lavorato con Novavax per sviluppare il suo vaccino anti COVID-19 (non ancora autorizzato), è d’accordo. “È molto probabile” che in futuro saranno “necessari richiami o nuovi vaccini” per combattere le varianti del SARS-CoV-2, afferma Frieman. “Quello che ancora non sappiamo è la frequenza con cui ne avremo bisogno e se saranno necessari in tutto il mondo o solo in popolazioni specifiche”.

    I vaccini a mRNA di Pfizer-BioNTech e Moderna sono efficaci contro la variante B.1.1.7 che ha avuto origine nel Regno Unito ma ora è il ceppo dominante negli USA. Ma uno studio iniziale mostra che B.1.351, la variante del Sud Africa, è in grado invece di superare le difese immunitarie indotte almeno dal vaccino Pfizer-BioNTech. Tale studio tuttavia non è stato sottoposto a peer review ovvero non è stato ancora esaminato da un gruppo di esperti. Inoltre includeva solo un piccolo campione di persone infettate dalla variante.

    All’inizio di questo mese, Pfizer e BioNTech hanno aggiornato l’efficacia del proprio vaccino COVID-19 affermando in un comunicato stampa del 1° aprile che è stata rilevata un’efficacia generale del 91% e “un’efficacia del 100% nel prevenire i casi di COVID-19 in Sud Africa, dove il ceppo B.1.351 è prevalente”.

    Adalja afferma che se l’efficacia dei vaccini scendesse sotto il 50% allora potrebbe rendersi necessario un richiamo o un nuovo vaccino. La Food & Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha affermato che ci si attende che i vaccini anti COVID-19 prevengano la malattia o ne riducano la gravità in almeno il 50% dei soggetti vaccinati. “Penso che questo sia un ragionevole valore soglia da considerare” nella valutazione della necessità di ulteriori dosi o vaccini, continua Adalja.

    E se un numero sufficiente di persone vengono vaccinate, “sarà possibile bloccare la diffusione di queste varianti”, afferma Frieman, il che potrebbe influire sulla necessità di futuri richiami. Tuttavia, se effettivamente si riveleranno necessari ulteriori vaccinazioni, si applica lo stesso concetto: dovrà trattarsi di una vaccinazione di massa per essere efficace.

    Questioni etiche e richiami

    Teneille Brown, docente di diritto e professoressa aggregata di medicina interna presso l’Università dello Utah, afferma che “chiedere o imporre alle persone di fare il richiamo potrebbe essere un’operazione difficile” perché “configurerebbe un obbligo costante, non una tantum”. Prendiamo ad esempio il vaccino antinfluenzale, consigliato praticamente per tutte le tipologie di persone: solo il 45% degli adulti americani ha fatto il vaccino annuale nella stagione 2017-2018; solo il 48% nella stagione 2019-2020.

    Anche se il governo degli Stati Uniti non ha reso obbligatorio il vaccino anti COVID-19, gli obblighi in merito alla vaccinazione stanno già prendendo forma: i cosiddetti “passaporti vaccinali” potrebbero essere richiesti per prendere l’aereo, ad esempio, o per viaggiare in Paesi stranieri. Alcuni college stanno chiedendo agli studenti dei campus di vaccinarsi e i datori di lavoro possono richiedere ai dipendenti di vaccinarsi, anche se non è chiaro quanti lo faranno.

    Se saranno necessari ulteriori vaccini, è ragionevole prevedere che anche questi saranno resi obbligatori. Il tema spinoso della prova di vaccinazione solleva questioni etiche, afferma Faith E. Fletcher, eticista della salute pubblica presso il Centro per l’etica medica e le politiche per la salute del Baylor College of Medicine e può potenzialmente acuire iniquità sociali e sanitarie esistenti.

    I lavoratori essenziali e le persone nere e ispaniche hanno avuto più difficoltà dei propri omologhi bianchi per ottenere le prime vaccinazioni. Se non troveremo il modo di “rendere i vaccini disponibili e accessibili alle popolazioni emarginate”, dice Fletcher, “in futuro assisteremo a delle disparità”, anche in merito a ulteriori campagne vaccinali anti COVID-19, obbligatorie o meno.

    Brown e Fletcher concordano sul fatto che il costo delle dosi future dovrebbe essere coperto. “Dovrebbe essere un requisito quello che i richiami siano coperti dalle assicurazioni, evitando i ticket, altrimenti non ci sarà una distribuzione equa”, afferma Brown, “e si verificheranno gravi disuguaglianze tra chi riceve il richiamo e chi no”. Anche un ticket di 15 euro potrebbe impedire ad alcuni di ricevere la propria dose.A coloro che semplicemente non volessero osservare l’obbligo di future vaccinazioni, diciamo che “la legge non è dalla loro parte”, afferma Brown. Le leggi esistenti consentono di stabilire l’obbligatorietà a condizione che siano previste esenzioni per motivi religiosi e medici – ad esempio in caso di allergia.Brown paragona questa forma di obbligatorietà alla guida di un’auto.

    “Chi vuole guidare un mezzo sa che deve dotarsi di patente, stipulare un’assicurazione, ecc.” afferma Brown. “E non è una cosa una tantum. Per poter guidare è necessario ottemperare a una serie di obblighi: il veicolo deve essere registrato, si devono far testare le emissioni e bisogna osservare il codice stradale, nei suoi aggiornamenti. Si può non essere d’accordo con queste leggi…ma questo non consente di ignorarle deliberatamente”.

    Brown conclude augurandosi che qualsiasi operazione dovesse rendersi necessaria per tenere a bada il COVID-19, questa diventi una routine come il rinnovo della patente. “In realtà penso che questo aspetto di routinarietà ci sarà di aiuto”, dice, perché “la resistenza svanirà con il tempo via via che i vaccini diventeranno meno politicizzati”. LEGGI TUTTO

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    La straordinaria scoperta dei detriti di un meteorite esploso 430.000 anni fa sull’Antartide

    Quando lui e il suo team analizzarono la composizione dell’ossigeno delle sferule, queste si rivelarono essere ancora più strane, contenenti isotopi di ossigeno incompatibili con gli asteroidi noti. Queste firme isotopiche suggerivano che le sferule si fossero formate a diretto contatto con il ghiaccio antartico, fenomeno inusuale per un’esplosione aerea.Le sferule erano molto simili alla polvere extraterrestre che van Ginneken aveva studiato in precedenza: granuli incorporati in enormi carote di ghiaccio estratte dalla vicina stazione antartica giapponese Dome Fuji e da quella franco-italiana Dome Concordia dall’altra parte del continente. Quelle particelle avevano circa 430.000 anni, calcolati sulla base della loro posizione all’interno dei campioni di ghiaccio, che si trovavano a 2,5 chilometri sotto la superficie.

    A causa delle similitudini tra i campioni, il team ha ipotizzato che le particelle si fossero formate tutte durante lo stesso evento. Data la mancanza di crateri in Antartide, e le sferule sparse per il continente, sospettarono che in un lontano passato fosse avvenuta una sorta di mega esplosione aerea come quella di Chelyabinsk.

    Indizi chimici

    Ricostruire la storia delle sferule da lì non era semplice, tuttavia, in parte a causa della natura insolita degli isotopi di ossigeno. Normalmente, le sferule che si formano dalla fusione di meteoriti durante un’esplosione aerea non interagiscono con la superficie del pianeta prima di solidificarsi nuovamente e cadere sulla Terra. Così, Natalia Artemieva del Planetary Science Institute ha utilizzato simulazioni al computer per convalidare l’ipotesi che si sia verificato un tipo più complesso di esplosione aerea.

    “Sappiamo già che eventi di questo tipo accadono, abbiamo bisogno soltanto di un’entità un po’ più grande che permetta alla scia di raggiungere la superficie (ma non così grande da creare un cratere; quanto basta per una sorta di “bacio a stampo” sul ghiaccio, sarebbe perfetto)”, scrisse via e-mail Artemieva. “Dopo qualche tentativo, abbiamo trovato un’ipotesi plausibile”.

    Nel modello dell’impatto antartico, i detriti vaporizzati dall’asteroide in ablazione vengono lanciati verso il suolo in un pennacchio di gas estremamente caldo che colpisce la superficie terrestre come uno tsunami interplanetario. È una via di mezzo tra un’esplosione aerea come quella di Chelyabinsk, che non produce scia discendente, e una normale collisione che invece genera la formazione di un cratere.

    Il team lo ha chiamato impatto “touchdown”, ed è un evento molto simile ad altre esplosioni che Mark Boslough, fisico presso l’Università del Nuovo Messico, ha modellato. Boslough sospetta che uno di questi eventi sia la causa che sta dietro alla misteriosa presenza di pezzetti di vetro risalenti a 30 milioni di anni fa sparsi in tutto il deserto del Sahara orientale: lisci frammenti gialli simili a vetro di mare, su cui gli scienziati si sono a lungo interrogati, non trovandovi altra spiegazione.

    Boslough afferma che le simulazioni nel nuovo articolo sono plausibili e che è più che possibile che sull’Antartide preistorica si sia verificata un’esplosione aerea a cui è seguito un impatto tipo “touchdown”. Questi impatti possono avere effetti devastanti, annientando tutto ciò che è sotto di loro. E vicino alla Terra gravitano un gran numero di rocce spaziali della giusta dimensione – tra i 90 e i 150 metri di diametro – da causare un impatto di questo tipo: è quindi di vitale importanza stabilire la frequenza con cui si verificano tali violente collisioni con il nostro pianeta.

    “Se ci pensiamo, è piuttosto spaventoso”, afferma van Ginneken. La nuova ricerca, comunque, potrebbe fornire un modo per identificare altri impatti simili nei record geologici permettendo agli scienziati di acquisire una conoscenza più approfondita della minaccia che questi eventi rappresentano per la Terra.

    Considerare altre possibilità

    Christian Koeberl, dell’Università di Vienna, trova ragionevoli le interpretazioni del gruppo di ricerca, ma è un po’ scettico, a partire proprio dall’attribuzione dell’età alle sferule, processo, afferma, molto difficile. Il team ha sì identificato una somiglianza con la polvere rilevata in altri siti, ma questa non è un’associazione certa – considerazione sulla quale anche van Ginneken è concorde. 

    “Non è necessariamente una loro mancanza, è solo un procedimento molto difficile da eseguire”, aggiunge Koeberl. “È un problema comune”.

    È probabile invece, secondo Koeberl, che le sferule risalgano allo stesso periodo della superficie su cui sono state rinvenute, ovvero che derivino da un evento di impatto molto più antico. Se l’ipotesi fosse corretta, forse l’assenza di un cratere non dovrebbe sorprendere: un ipotetico piccolo solco generato dall’impatto potrebbe essere stato cancellato dalle calotte glaciali in movimento.

    Koeberl afferma che se questo tipo di impatti fosse comune, dovrebbero esserci numerose prove della loro esistenza nella documentazione geologica, invece non ci sono stati ritrovamenti in questo senso, in precedenza. Koeberl non è convinto nemmeno del fatto che le concentrazioni isotopiche di ossigeno siano da imputare all’interazione con il ghiaccio della calotta polare. È possibile che il team abbia recuperato frammenti di un tipo raro di asteroide non precedentemente analizzato e descritto dagli scienziati, ma van Ginneken crede che questo sia improbabile.

    “Penso che i dati ricavati siano buoni, che i rilevamenti siano corretti, e che le interpretazioni non siano impossibili, ma nemmeno così strettamente collegate ai dati come sembra affermare l’articolo”, spiega Koeberl. “Ci sono altre possibilità, ma questa è una pista interessante”.

    Nel tentativo di individuare la frequenza di queste esplosioni aeree, gli scienziati stanno anche facendo un censimento dettagliato degli oggetti cosmici che potrebbero esplodere sopra le nostre teste. Al momento, non abbiamo ancora un modo per deviare eventuali pericoli provenienti dal cosmo, ma una missione che dovrebbe partire alla fine di quest’anno per lanciare un veicolo spaziale contro un asteroide, con lo scopo di innescare un cambio di rotta, potrebbe fornire un modo per proteggere il nostro pianeta.

    Nel frattempo, comprendere meglio l’entità dell’evento che un’esplosione aerea potrebbe produrre sarebbe fondamentale per aiutare le eventuali popolazioni che si trovino sulla rotta dell’impatto a salvarsi in tempo. LEGGI TUTTO

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    I parassiti si stanno estinguendo: ecco perché dobbiamo salvarli

    Uno degli aspetti che la Hopkins e i suoi colleghi hanno notato è ciò che chiamano il “paradosso della co-estinzione”. Poiché i parassiti, per loro stessa natura, hanno bisogno di altre specie e sono particolarmente vulnerabili a questo fenomeno. Prendiamo, ad esempio, il pidocchio del maialino nano, una specie in pericolo. Vive solamente su un’altra specie particolarmente a rischio, il maialino nano appunto, che sta scomparendo dalle praterie in cui vive sulle colline alle pendici dell’Himalaya.“Potrebbero esistere, potenzialmente, milioni di specie di parassiti in pericolo e probabilmente molte altre si sono già estinte” spiega Hopkins. “Ma la cosa strana è che l’estinzione di parassiti non è praticamente mai stata documentata”.

    Wood afferma che sta cercando da oltre un decennio dati storici sulla diffusione dei parassiti, di tutti i tipi, che vivono sulla terra o nell’acqua. “Ho cercato ovunque”, prosegue e, finora, ha trovato appena due serie di dati utili: una proveniente da una ricerca oceanografica della fine degli anni ’40 e l’altra in un quaderno di appunti di laboratorio di uno dei suoi mentori.

    Con così poche informazioni “non possiamo sapere se i parassiti abbiano oggi lo stesso ruolo che hanno avuto in passato” aggiunge Woods. “Così non serve a niente”.

    Il testimonial ideale per la salvaguardia dei parassiti sarebbe il pidocchio del condor della California, vittima del movimento di conservazione stesso, per ironia della sorte. Negli anni ’70, nel disperato tentativo di salvare il condor della California, i biologi hanno iniziato ad allevare gli uccelli in cattività. Parte del protocollo prevedeva di eliminare i pidocchi con pesticidi supponendo che i parassiti fossero nocivi per i condor. Da allora, il pidocchio del condor della California non è mai più stato avvistato.

    Allo stesso modo, la sanguisuga officinale del New England non è stata avvistata per oltre un decennio e la pesca eccessiva è probabilmente stata la causa della scomparsa di questo trematode (Stichocotyle nephropis) che dipendeva dalle specie a rischio di razze e mante per completare il suo ciclo di vita. Per non parlare di altri vermi parassiti, protozoi e insetti che presumibilmente sono “affondati con la loro nave” per usare una metafora quando il loro ospite è venuto a mancare.

    Un mondo senza parassiti

    Anche se la scomparsa dei parassiti potrebbe non sembrare un problema grave, e neppure qualcosa di cui interessarsi, gli ecologisti mettono in guardia sul fatto che la loro completa eliminazione potrebbe condannare il nostro pianeta a una catastrofe. Senza parassiti che le tengono sotto controllo, le popolazioni di alcuni animali esploderebbero proprio come agiscono le specie invasive quando vengono trapiantate lontano dai loro predatori naturali. Altre specie potrebbero subire le conseguenze del caos che ne deriverebbe.

    Anche i grandi e carismatici predatori potrebbero risentirne: molti parassiti si sono evoluti in modo da spostarsi nel loro ospite successivo manipolando l’ospite in cui si trovano all’inizio tendenzialmente guidando quest’ultimo nelle fauci di un predatore. I vermi nematomorfi, ad esempio, maturano all’interno dei grilli, ma poi hanno bisogno dell’acqua per accoppiarsi, quindi influenzano il cervello dei loro ospiti inducendoli a saltare nei ruscelli, dove diventano un’importante fonte di cibo per le trote. Fenomeni simili permettono a uccelli, pesci, felini e altri predatori in tutto il mondo di nutrirsi.

    Anche la salute dell’uomo non trarrebbe grandi benefici dalla scomparsa dei parassiti. In Paesi come gli Stati Uniti, dove sono stati eliminati la maggior parte dei parassiti intestinali, sono presenti malattie autoimmuni praticamente sconosciute in luoghi dove le persone hanno ancora quei parassiti. Secondo una certa linea di pensiero, il sistema immunitario umano si è evoluto con una serie di vermi e parassiti protozoici; quando li abbiamo eliminati, il nostro sistema immunitario ha iniziato ad attaccare noi stessi. Alcune persone con la malattia di Crohn sono arrivate a infettarsi volutamente con vermi intestinali per provare a ripristinare l’equilibrio della flora batterica con risultati di vario tipo.

    Detto ciò, gli scienziati non hanno intenzione di salvare tutti i parassiti. Il verme di Guinea, ad esempio, incassa un no deciso anche dai conservazionisti più estremi. Diventa adulto all’interno della gamba di una persona spesso raggiungendo diverse decine di centimetri di lunghezza ed emerge dolorosamente attraverso il piede. La Fondazione dell’ex presidente Jimmy Carter ha deciso di puntare all’estinzione di questo verme e pochi ne sentiranno la mancanza quando sarà scomparso.

    Se esiste qualcuno che vuole liberarsi di tutti i parassiti, è Bobbi Pritt. In qualità di direttrice sanitaria del laboratorio di parassitologia umana della Mayo Clinic, Pritt identifica parassiti provenienti da tutto il Paese e in ogni parte del corpo. Il suo lavoro quotidiano consiste nel maneggiare sangue umano infettato dai parassiti della malaria, tessuto cerebrale pieno di Toxoplasma gondii o unghie infestate dalle pulci della sabbia che qualcuno ha raccolto camminando a piedi nudi sulla spiaggia.

    Eppure anche Pritt ha un debole per i parassiti. Scrive un blog chiamato “Creepy Dreadful Wonderful Parasites” e trascorre i fine settimana a studiare le zecche fuori dalla sua casa per le vacanze. Come medico, appoggia l’idea di eliminare i parassiti dove causano malattie e sofferenza. “Ma come biologa, l’idea di agire intenzionalmente per provare a estinguere un organismo non mi trova del tutto d’accordo”, spiega.

    In ultima analisi, la promozione della salvaguardia dei parassiti non ha come obiettivo farli amare da tutti ma chiedere una tregua nella nostra guerra contro di loro perché ci sono ancora tanti aspetti che non conosciamo sul loro valore per gli ecosistemi e magari anche per l’uomo. E se l’utilità dei parassiti non è ancora abbastanza convincente per voi, provate a riflettere su questa frase di Kevin Lafferty:

    “Un credente direbbe che sono tutte creature di Dio e dovremmo prenderci cura anche di loro” sostiene. “E questo è il tipo di approccio che è stato adottato dalla biologia della conservazione con un’unica grande eccezione, ovvero, i parassiti”. LEGGI TUTTO