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    I vaccini a mRNA riusciranno a curare il cancro?

    Dopo la rimozione chirurgica di parte della lingua e 35 linfonodi, Cassidy si è sottoposta a 35 sedute di radioterapia e contemporaneamente a tre cicli di chemioterapia. Dieci giorni dopo la fine del trattamento, Cassidy ha notato un nodulo simile a una biglia sulla clavicola. Il cancro era tornato e voleva vendicarsi: si era diffuso lungo tutto il collo fino ai polmoni. “A quel punto non avevo più possibilità perché gli altri trattamenti non avevano funzionato”, racconta Cassidy, che ora ha 38 anni e vive a Tucson, in Arizona. “Nell’estate del 2019 mi fu detto che il tumore era molto grave e che dovevo cominciare a prepararmi al peggio. Ho persino organizzato il mio funerale”.Una volta rimosso il tumore dalla clavicola, i medici le hanno detto che sarebbe stata idonea a partecipare a una sperimentazione clinica presso il Centro oncologico dell’Università dell’Arizona che stava testando un vaccino a mRNA (acido ribonucleico messaggero), una tecnologia simile a quella dei vaccini Pfizer e Moderna contro il COVID-19, in combinazione con un farmaco immunoterapico per trattare i tumori del colon-retto e di testa e collo. Mentre i vaccini anti COVID-19 sono preventivi, i vaccini a mRNA per il cancro sono terapeutici e Cassidy non si è lasciata sfuggire l’opportunità di partecipare. “Ero nel posto giusto al momento giusto per quello studio clinico”, racconta.

    Quando si è cominciato a sentir parlare dei vaccini anti COVID-19 di Pfizer-BioNTech e Moderna, la tecnologia a mRNA sembrava fantascienza. Ma anche se l’approccio a mRNA sembra rivoluzionario, molto prima del COVID-19 i ricercatori avevano sviluppato vaccini a mRNA per combattere tumori, malattie autoimmuni come la sclerosi multipla e per proteggerci da altre malattie infettive, come il virus respiratorio sinciziale. “Non si tratta di una nuova scoperta: il COVID ci ha solo mostrato che i vaccini a mRNA possono essere una tecnologia efficace e sicura per milioni di persone”, afferma Daniel Anderson, leader nel campo della nanoterapeutica e dei biomateriali presso il MIT (Massachussetts Institute of Technology) e membro dell’Istituto Koch per la Ricerca Integrativa sul Cancro.

    Attualmente, gli studi clinici di fase uno e due stanno reclutando i partecipanti o valutando gli aspetti di efficacia, tollerabilità e sicurezza dei vaccini terapeutici a mRNA per trattare varie forme di cancro tra cui melanoma, carcinoma polmonare non a piccole cellule, tumore gastrointestinale, cancro al seno, carcinoma ovarico e tumore del pancreas.

    “Uno degli aspetti formidabili di questa tecnologia è che può essere utilizzata indipendentemente dal tipo di tumore. Sia che si tratti di carcinoma mammario o polmonare, è sufficiente identificarne le mutazioni”, spiega Van Morris, medico e assistente di oncologia medica gastrointestinale presso l’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas a Houston che conduce uno studio clinico di fase due sull’uso dei vaccini a mRNA personalizzati nei pazienti affetti da tumore del colon-retto di stadio II o III. “Una delle caratteristiche più interessanti è l’adattabilità della tecnologia in base al tipo di cancro e alla sua biologia di base”.

    Nel corso di 27 settimane Cassidy ha ricevuto nove iniezioni di un vaccino a mRNA personalizzato oltre all’infusione per via endovenosa di un farmaco immunoterapico chiamato Pembrolizumab. Si è recata dal suo medico, la dottoressa Julie E. Bauman, vicedirettrice del Centro oncologico dell’Università dell’Arizona, prima ogni settimana, poi ogni tre settimane; si è inoltre sottoposta a TAC regolari. Dopo ciascuna iniezione, a Cassidy saliva la febbre e si sentiva distrutta, con affaticamento e dolori muscolari in tutto il corpo, per 24 ore. “Il mio sistema immunitario si stava davvero risvegliando ed era ciò che volevamo affinché potesse combattere il cancro”, spiega.

    Al termine del trattamento, nell’ottobre del 2020, le TAC di Cassidy parlavano chiaro: non c’erano più tracce del cancro nel suo corpo.

    Un messaggio in un ago

    In parole povere, “con il vaccino a mRNA per il cancro proviamo ad avvertire della presenza del tumore il sistema immunitario così che possa attaccarlo; in pratica si tratta di una specie di software biologico”, spiega John Cooke, medico e direttore del Center for RNA Therapeutics presso l’ospedale Huston Methodist. “I vaccini vengono sviluppati contro i tumori per cui non esiste una soluzione adatta al momento oppure nei casi in cui è probabile che sviluppino metastasi”.

    Alcuni vaccini a mRNA per il cancro adottano un approccio “pronto all’uso”: sono già pronti e progettati per prendere di mira le proteine target che compaiono sulla superficie di alcuni tipi di cancro. Il loro livello di efficacia al momento è ancora oggetto di studio ma alcuni esperti sollevano timori. “La domanda è: qual è l’obiettivo? È fondamentale sapere a cosa si mira affinché il vaccino sia efficace”, spiega David Braun, oncologo presso il Dana-Farber Cancer Institute e la Harvard Medical School, specializzato in immunoterapia. Dopo tutto, con il cancro non esiste un obiettivo universale come invece accade con la proteina spike del coronavirus e le mutazioni del DNA nelle cellule tumorali variano da un paziente all’altro.

    Ed è qui che entrano in campo i vaccini a mRNA personalizzati e sembrano essere più promettenti. Con l’approccio personalizzato, viene prelevato un campione di tessuto dal tumore del paziente e il suo DNA viene analizzato per identificare le mutazioni che distinguono le cellule tumorali da quelle normali e sane, spiega Bauman (che è anche primario di ematologia e oncologia presso il College of Medicine dell’Università dell’Arizona a Tucson). I computer confrontano i due campioni di DNA per identificare le mutazioni tipiche in un tumore quindi i risultati vengono usati per progettare una molecola di mRNA che verrà inclusa nel vaccino. Per questo passaggio sono necessarie da quattro a otto settimane, “è un tour de force tecnico riuscire a realizzare tutto questo”, aggiunge Robert A. Seder, responsabile della Sezione di Immunologia cellulare del Centro di ricerca sui vaccini presso l’Istituto nazionale delle Allergie e Malattie infettive.

    Dopo l’iniezione del vaccino a mRNA, l’RNA messaggero induce le cellule del paziente a produrre proteine associate alle specifiche mutazioni del tumore specifico. I frammenti di proteine tumorali che vengono creati dall’mRNA vengono quindi riconosciuti dal sistema immunitario del paziente, spiega Morris. In pratica, le istruzioni dell’mRNA preparano i linfociti T del sistema immunitario — globuli bianchi che ci aiutano a combattere i virus — a riconoscere fino a 20 mutazioni nelle cellule tumorali e ad attaccare solo quelle. Il sistema immunitario perlustra l’organismo per individuare e distruggere le cellule tumorali simili.

    “Una delle caratteristiche del cancro è che attiva dei segnali che indicano al sistema immunitario di spegnersi così il tumore non viene individuato”, spiega Anderson. “L’obiettivo del vaccino a mRNA è avvertire e preparare il sistema immunitario a individuare le caratteristiche delle cellule tumorali e ad attaccarle”.

    “I vaccini personalizzati contro il cancro risvegliano i linfociti T killer che riconoscono le cellule anomale e li inducono a uccidere le cellule del tumore”, spiega Bauman. “L’obiettivo è sfruttare il nostro sistema immunitario come arma per eliminare il cancro”.

    “Si tratta della quintessenza della medicina personalizzata”, aggiunge Morris. “È un approccio altamente personalizzato ed estremamente specifico, non un trattamento standard uguale per tutti”.

    Le sfide future

    Nonostante l’entusiasmo e le speranze per questo tipo di trattamento per il cancro è importante ricordare che “Siamo solo agli inizi e i risultati saranno diversi rispetto al successo immediato dei vaccini contro il COVID-19”, afferma Seder. Da un lato, i vaccini a mRNA per il cancro non diventeranno disponibili in tempi rapidissimi come è accaduto con i vaccini anti COVID-19 che hanno ottenuto l’autorizzazione per l’uso di emergenza; per i vaccini per il cancro si dovranno attendere anni di test e sperimentazioni cliniche.

    Uno dei motivi alla base delle differenze nelle tempistiche di sviluppo dei vaccini a mRNA contro il COVID-19 rispetto ai vaccini a mRNA per il cancro è l’obiettivo terapeutico. Gli attuali vaccini a mRNA sono previsti per prevenire la COVID-19: sono pensati per proteggere l’uomo dal virus fornendo un’anteprima della caratteristica proteina spike del coronavirus così, in caso di contatto con il virus, il sistema immunitario può combatterlo. Al contrario, i vaccini a mRNA per il cancro sono terapie: vengono somministrati ai pazienti per addestrare il loro sistema immunitario a cercare e distruggere le cellule tumorali esistenti.

    Un’altra sfida dei vaccini a mRNA è stata capire come realizzare una nanoparticella in grado di trasportare in modo efficace l’RNA messaggero proprio dove è necessario: “Se viene lasciato senza protezione, l’RNA messaggero non può entrare nelle cellule e si degrada rapidamente quando viene inserito nel corpo”, spiega Anderson. “Possiamo proteggerlo e trasportarlo all’interno delle cellule incapsulandolo in una nanoparticella simil-lipidica”. In questo modo, le nanoparticelle sono in grado di eludere i meccanismi di eliminazione dell’organismo e di entrare nelle cellule giuste (attualmente, le nanoparticelle lipidiche sono il sistema di trasporto più comune utilizzato nelle sperimentazioni cliniche per i vaccini a mRNA per il trattamento dei tumori).

    Anche con un sistema di trasporto ottimale, tuttavia, è improbabile che i vaccini a mRNA possano diventare la panacea di tutti i tipi di tumore. Ma si tratta di un altro strumento promettente per il trattamento dei tumori avanzati o incurabili. E i ricercatori stanno esplorando la possibilità di combinare i vaccini a mRNA con altri tipi di terapie basate sul sistema immunitario come gli inibitori dei checkpoint (che provocano una sorta di freno naturale del sistema immunitario affinché i linfociti T possano riconoscere e attaccare i tumori) oppure la terapia cellulare adottiva con linfociti T (in cui i linfociti T vengono raccolti dal sangue o dal tumore di un paziente, stimolati a crescere in laboratorio, quindi reinfusi nel paziente per aiutare l’organismo a riconoscere e distruggere le cellule tumorali).

    Attualmente sono pochi gli studi pubblicati relativi alle sperimentazioni sull’uomo con vaccini a mRNA per il cancro ma ci sono segni che fanno ben sperare. In uno studio di fase uno sull’uso di un vaccino a mRNA con un inibitore del checkpoint immunitario per il trattamento del tumore di testa e collo o del colon-retto, Bauman e i suoi colleghi hanno notato interessanti differenze: in 5 pazienti su 10 affetti da tumore di testa e collo, la terapia combinata ha ridotto le dimensioni dei tumori e due pazienti dopo il trattamento non avevano più tracce rilevabili del tumore; al contrario, i 17 pazienti con tumore del colon-retto non hanno risposto al trattamento combinato.

    “Con il tumore del colon-retto non è presente molta attività del sistema immunitario, le cellule tumorali sono più abili a nascondersi”, spiega Bauman. “In alcuni casi potrebbe non essere sufficiente mostrare al sistema immunitario le sembianze del tumore”. I linfociti T devono raggiungere il tumore ed eliminarlo e questo non è successo nel caso dei pazienti con tumore del colon-retto.

    Speranze all’orizzonte 

    Nel frattempo dagli studi sugli animali emergono risultati promettenti: in uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista scientifica Molecular Therapy, i ricercatori hanno realizzato un vaccino a mRNA da combinare con un anticorpo monoclonale (un anticorpo sintetico creato in laboratorio) per potenziare le proprietà antitumorali nel trattamento del tumore al seno triplo negativo notoriamente aggressivo e con un elevato tasso di metastasi e una prognosi infausta. Si è scoperto che i topi trattati con la terapia combinata presentavano una risposta immunitaria antitumorale notevolmente maggiore rispetto a quelli a cui era stato somministrato solo il vaccino o solo l’anticorpo monoclonale. E uno studio del 2019 pubblicato sulla rivista scientifica ACS Nano ha rilevato che quando ai topi affetti da linfoma (tumore del sistema linfatico) è stato somministrato un vaccino a mRNA insieme a un farmaco inibitore del checkpoint, si verificava una notevole riduzione della crescita del tumore e nel 40% dei casi è stata riscontrata una regressione completa del tumore.

    Se verrà dimostrata l’efficacia dei vaccini a mRNA, medici e ricercatori sperano che con il tempo sarà possibile sviluppare vaccini per trattare certi tipi di tumori, prevenire le recidive e magari prevenire anche alcuni tipi di cancro negli individui geneticamente predisposti. “Ritengo che sarà un’altra freccia all’arco degli oncologi per dare maggiori speranze ai pazienti”, afferma Cooke. “E se la profilassi vaccinale si dimostrerà valida, sarà possibile trasformare il cancro in una malattia che si può prevenire”.

    Nel frattempo, Molly Cassidy è già una ferma sostenitrice delle potenzialità dei vaccini a mRNA nel trattamento delle forme aggressive di tumore. Al momento sta benissimo e si gode la vita da mamma casalinga con suo figlio di 3 anni, suo marito e i suoi figli acquisiti. “Il mio medico non arriva a dire che sono guarita ma è molto contenta della mia situazione in questo momento”, aggiunge Cassidy. “Questo trattamento mi ha salvato la vita e ringrazio i medici di tutto cuore”.

    Secondo alcuni esperti è plausibile che entro i prossimi cinque anni la FDA americana approvi un vaccino a mRNA contro il cancro. “Se un giorno saremo in grado di sfruttare la capacità del sistema immunitario di eliminare con precisione gli invasori come il cancro, quello sarà un giorno straordinario”, conclude Bauman. LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: l’impatto finanziario della pandemia ha colpito più duramente le donne

    “Si tende a guardare la pandemia solo dal punto di vista sanitario”, afferma Zaidi, “nessuno ha pensato a quali sarebbero state le conseguenze nell’ambito dell’istruzione, della scuola e dell’assistenza all’infanzia”.Le prospettive e le conseguenti priorità da stabilire dopo la pandemia dipenderanno in gran parte da chi sarà al comando. Le unità operative per affrontare i problemi derivati dal COVID-19 hanno proliferato durante la crisi – ce ne sono 225 in 137 Paesi – ma le donne occupano solo un quarto dei loro posti. Più in generale, le donne costituiscono il 70% della forza lavoro in ambito di assistenza sanitaria ma ricoprono solo il 25% dei ruoli di dirigenza.

    Questo porta a grandi divari nelle conoscenze e nelle attività di cura, fondamentali nella vita di molte donne, ma che non vengono riconosciute ufficialmente come essenziali. I programmi per migliorare la salute delle donne, come la contraccezione, non sono stati considerati servizi essenziali durante i periodi di lockdown, afferma Zaidi. Il risultato? Si stima che circa 12 milioni di donne non abbiano potuto usufruire di metodi contraccettivi, il che ha portato a 1,4 milioni di gravidanze indesiderate.

    Gli effetti complessivi di perdita di posti di lavoro, mancata assistenza per l’infanzia e gravidanze non programmate sono alla base dell’aumento della povertà. Prima della pandemia, il tasso di povertà globale era in diminuzione del 2,5% mentre si stima che quest’anno aumenterà del 9%.

    Ma secondo i nuovi risultati è possibile invertire questa tendenza. Dati forniti dall’Eurasia Group indicano che fornire assistenza per l’infanzia alle donne aumenterebbe di 3 miliardi di dollari (circa 2,5 miliardi di euro) il prodotto interno lordo dell’economia globale (in termini di parità di potere di acquisto) e i programmi di trasferimento di denaro contante – piccole somme messe a disposizione per le donne che guadagnano meno di 2 dollari (circa 1,70 euro) al giorno – consentirebbero a 100 milioni di donne di uscire dallo stato di povertà.

    La Fondazione Bill & Melinda Gates si impegna a donare 2,1 miliardi di dollari (quasi 1,8 miliardi di euro) nei prossimi cinque anni a favore dell’emancipazione economica delle donne, di progetti di pianificazione sanitaria e familiare e dello sviluppo di cariche dirigenziali. “La povertà è sessista”, afferma Zaidi, le azioni mirate a risolvere il problema devono quindi tenere conto della differenza di genere. LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: quanto è pericolosa la nuova variante Delta Plus?

    Lo Stato indiano del Maharashtra, fortemente colpito dalla seconda ondata di COVID-19, ha nuovamente imposto misure di lockdown a causa dei crescenti timori sulla nuova variante, chiamata Delta plus (denominazione tuttavia non ufficiale).La Delta plus differisce solo leggermente dalla Delta — il ceppo predominante in India e nel Regno Unito — che è più infettiva e si ritiene causi più ospedalizzazioni rispetto ai ceppi precedenti. I vaccini esistenti sono efficaci contro la Delta ma solo dopo la completa vaccinazione.

    Per massima cautela, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda ai soggetti completamente vaccinati di continuare a indossare la mascherina. “Anche dopo la completa vaccinazione, continuiamo a proteggerci per evitare di entrare a far parte di una catena di contagi. È possibile che il vaccino non fornisca una protezione completa perché a volte il vaccino non funziona”, ha detto Bruce Aylward, consigliere senior dell’OMS, durante una conferenza stampa.

    La variante Delta plus è apparsa nei database globali dopo metà marzo e ad aprile erano stati rilevati 26 casi in Inghilterra portando il Regno Unito a vietare i viaggi internazionali il 4 giugno. Tuttavia, diversi dei pazienti contagiati con la Delta plus non hanno fatto viaggi recenti né hanno avuto contatti con viaggiatori, il che suggerisce che la variante abbia iniziato a circolare nel Regno Unito attraverso la trasmissione comunitaria. La variante Delta plus non è ancora comune ma il 22 giugno il ministero della salute indiano l’ha definita una variante preoccupante (Variant of Concern, VOC), citando l’apparente maggiore trasmissibilità della stessa, la capacità di legarsi più efficacemente ai recettori delle cellule dei polmoni e il maggiore potenziale di eludere la risposta immunitaria.

    Ma ancora non è chiaro se la Delta plus corrisponda o meno ai criteri previsti per la designazione di VOC. “L’India l’ha classificata come VOC più in via precauzionale che sulla base di dati concreti”, afferma Ravindra Gupta, immunologo ed esperto in malattie infettive presso l’Università di Cambridge.

    In Italia il ministro della Salute Roberto Speranza ha chiesto di seguire questa variante con la massima attenzione perchè la variante Delta circola anche nel nostro paese. 

    “L’esperienza sulla Delta plus è assai limitata” e sui sintomi “non abbiamo molti dati che dicono che abbia un impatto clinico peggiore dell’altra. La sua capacità di diffusione superiore dà al virus una chance in più di circolare e continuare ad incombere. Se fosse vero che non causa la perdita dell’olfatto, non sarebbe un buon segno. Diventerebbe infatti più difficile identificare il virus. Ma è tutto da verificare. Su questo campo si rischia di parlare un po’ in anticipo”, ha detto Massimo Galli,  direttore della Clinica Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano che conferma, tuttavia, che i vaccini potrebbero essere comunque efficaci anche sulla variante Delta Plus.

    La Delta plus è una variante preoccupante?

    Quando una variante diventa frequente e mostra caratteristiche preoccupanti, le autorità sanitarie avviano un’investigazione formale designandola come Variante sotto indagine (Variant Under Investigation, VUI). Se si rivela più trasmissibile, più resistente agli anticorpi o causa di forme più gravi della malattia, la variante viene classificata come VOC.

    Il consorzio indiano che si occupa del sequenziamento genomico del SARS-CoV-2 (Indian SARS-CoV-2 Genomic Consortium, INSACOG), una rete di laboratori e agenzie governative a livello nazionale che monitora le variazioni nel codice genetico del coronavirus, attualmente ha descritto la Delta plus come Variante di Interesse, non come VOC, afferma il virologo Shahid Jameel che fino a poco tempo fa guidava il gruppo scientifico consultivo dell’INSACOG. Tuttavia, continua Jameel, pare che la nuova mutazione non abbia reso la Delta plus meno trasmissibile della Delta né ridotto l’abilità del virus di eludere la risposta immunitaria. “Appare quindi non inopportuno classificare la Delta plus come VOC”, afferma.

    Ora almeno due versioni della variante Delta plus si stanno lentamente diffondendo nel mondo. La variante è stata rilevata in Canada, Germania, Russia, Svizzera, Polonia, Portogallo, Nepal, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La versione prevalente a livello internazionale è definita “AY.1” mentre l’“AY.2” è principalmente confinata negli USA. La Delta plus è già stata rilevata in 150 casi negli Stati Uniti.

    I vaccini esistenti funzionano contro la variante Delta originale ma si rivelano meno efficaci specialmente negli organismi che potrebbero non riuscire a creare una risposta immunitaria efficace dopo la vaccinazione, nei soggetti più anziani o in individui la cui protezione potrebbe svanire più rapidamente. Una singola dose di vaccino Pfizer o AstraZeneca ha rivelato un’efficacia solo del 33% contro la malattia sintomatica causata dalla variante Delta. Dopo entrambe le dosi, il vaccino AstraZeneca è risultato efficace al 60% mentre Pfizer ha raggiunto l’88%. Recenti ricerche suggeriscono che il vaccino Moderna sia meno efficace contro la variante Delta e che il Johnson & Johnson abbia un’efficacia del solo 60% circa.

    Ma in Israele dove il 57,1% della popolazione è completamente vaccinata, circa la metà delle infezioni da variante Delta si sono verificate tra chi ha ricevuto il vaccino Pfizer. Questo ha portato alla reintroduzione dell’uso della mascherina negli ambienti chiusi nel Paese.

    “Rispetto alle varianti…sappiamo che i vaccini funzionano, sappiamo che l’uso della mascherina e il distanziamento sociale funzionano. Anche se la situazione può sembrare allarmante, sappiamo che abbiamo delle misure per contrastare la diffusione del virus”, afferma Priyamvada Acharya, immunologa presso il Duke Human Vaccine Institute.

    Cosa abbiamo scoperto finora?

    La Delta plus differisce dalla Delta per un’ulteriore mutazione — K417N — nella proteina spike che ricopre la superficie del virus SARS-CoV-2. Questa stessa posizione è mutata in altre VOC: la Beta (inizialmente identificata in Sudafrica) e la Gamma (inizialmente identificata in Brasile). La mutazione K417 è stata rilevata anche in alcuni campioni di Alpha (inizialmente identificata nel Regno Unito).

    La posizione K417 si trova nella regione della proteina spike che interagisce con la proteina recettore ACE2 e consente al virus di infettare le cellule — comprese quelle di polmoni, cuore, reni e intestino. Quando la proteina spike incontra l’ACE2, trasforma il proprio stato da “chiuso” ad “aperto” per legarsi al recettore e infettare la cellula. Sulla base di studi sulla variante Beta, che presenta questa stessa mutazione, K417N può aiutare la spike a raggiungere uno stato completamente “aperto” che probabilmente aumenta la sua capacità infettiva. Una maggiore capacità a legarsi al recettore ACE2 e uno stato più aperto sono tratti che caratterizzano altre varianti altamente trasmissibili e resistenti agli anticorpi.

    Gli studi mostrano che le mutazioni nella posizione K417 aiutano la variante Beta a eludere gli anticorpi quindi questo potrebbe significare che la Delta plus potrebbe “schivare” vaccini e anticorpi ancora più abilmente della Delta.

    “Nel ceppo della variante Delta, la presenza della mutazione K417N rilevata in alcuni casi è un indicatore molto forte del fatto che la variante potrebbe evolversi e diventare più resistente nel neutralizzare gli anticorpi”, ha ipotizzato Olivier Schwartz, responsabile dell’Unità virus e immunità presso l’Institut Pasteur in Francia. La ricerca precoce di Schwartz ha mostrato (in studi che non sono ancora stati sottoposti a revisione scientifica) che la Delta è meno vulnerabile agli anticorpi estratti dal sangue di individui convalescenti e vaccinati.

    Ma l’effetto incrementale della K417N sulla proteina spike virale che distingue la Delta plus dalla Delta non è facile da prevedere perché gli impatti delle singole mutazioni sulle proteine non si possono semplicemente “sommare”.

    “Le mutazioni interagiscono [tra loro] attraverso la spike creando un effetto maggiore di quello che avrebbe singolarmente ognuna di esse”, spiega Acharya. Oltre a K417N, la Delta plus ha ereditato anche una serie di mutazioni dalla Delta da cui deriva.

    “Qui il problema principale non è la singola mutazione ma il modo in cui tutte queste mutazioni insieme cambiano la spike”, afferma Sophie Gobeil, biochimica presso il Duke Human Vaccine Institute.

    Ad esempio, una proteina spike più aperta potrebbe riuscire più facilmente a legarsi al recettore ACE2 e a infettare una cellula ma questo la rende anche più vulnerabile agli anticorpi.

    I due effetti di questa mutazione potrebbero quindi annullarsi a vicenda, afferma Thomas Peacock, scienziato post-dottorato presso l’Imperial College London. “Questa però rimane solo un’ipotesi e saranno necessari dati empirici per dimostrare quello che accade realmente”.

    Acharya, che nel suo laboratorio studia le varianti emergenti, afferma che “i dati che abbiamo a disposizione attualmente dicono che a seguito della mutazione K417N non si osserva alcun effetto né un aumento nei legami con ACE2. Non vediamo alcun effetto significativo sull’elusione immunitaria sulla base degli anticorpi che noi – e altri – abbiamo analizzato. La mia sensazione personale è che la mutazione K417N di per sé probabilmente non ha effetti che rendano la variante Delta più temibile”.

    Quali precauzioni dovremmo prendere?

    Alcuni scienziati ipotizzano che la mutazione K417N potrebbe indebolire la Delta plus rendendola meno pericolosa della Delta.

    “La mutazione alla posizione 417 è stata osservata spesso nella B.1.1.7 e non l’ha resa affatto più minacciosa, quindi io suggerirei innanzitutto di stare a vedere quale sarà l’espansione di questa variante”, conclude Ravindra Gupta.

    Non si sa quale sia la prevalenza della variante Delta plus in India e altrove. “È quindi prematuro affermare che sarà una variante problematica”, conferma Schwartz.

    I vaccini esistenti sono comunque efficaci contro la Delta plus dato che metà dei casi nel Regno Unito si sono verificati in soggetti non vaccinati e solo pochi contagi invece sono avvenuti tra i vaccinati.

    Solo 400 delle 97.374 varianti Delta sequenziate fino ad oggi sono state identificate come Delta plus. Ma date le limitate attività di sequenziamento in India, Nepal e in altri Paesi in cui la Delta potrebbe essere maggiormente prevalente, “non ci sono [ancora] dati sufficienti per fare affermazioni su trasmissibilità, mortalità ed elusione dei vaccini nelle popolazioni”, afferma Jameel che dirige la Trivedi School of Biosciences dell’Ashoka University.

    Generalmente gli scienziati coltivano la variante in laboratorio e analizzano una quantità nota di virus con diverse quantità di anticorpi di soggetti vaccinati. Questo consente agli scienziati di determinare se gli anticorpi possono neutralizzare la nuova variante con la stessa efficienza.

    I risultati preliminari degli studi sono rassicuranti in quanto rivelano che gli anticorpi degli individui vaccinati possono neutralizzare alcune varianti Delta plus ma siamo solo all’inizio dello studio di queste nuove mutazioni da parte degli scienziati. LEGGI TUTTO

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    Vaccini anti COVID-19: i problemi cardiaci sono rari e spesso si risolvono rapidamente

    Ma la tempistica ha attirato la sua attenzione: appena pochi giorni prima dell’insorgere dei sintomi, il ragazzo aveva ricevuto la seconda dose del vaccino Pfizer contro la COVID-19. Un paio di settimane più tardi, Guzman-Cottrill riceve una telefonata da un collega di Atlanta che le parla di un paziente simile con miocardite iniziata due giorni dopo la seconda dose di Pfizer. Lo stesso giorno, riceve notizia via e-mail di altri due casi simili in Connecticut.“La miocardite in sé e per sé non è una condizione così rara da farci pensare a una nuova malattia o patologia”, spiega. “Ma quando ho sentito quelli che nel frattempo erano diventati quattro nuovi casi, tutti ragazzi sani che avevano sviluppato dolore al petto, ho pensato che non poteva trattarsi di una coincidenza”.

    All’11 giugno, il Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) aveva registrato 323 casi confermati di miocardite e pericardite – una condizione correlata – tra individui di età compresa tra i 12 e i 29 anni, casi documentati per la maggior parte entro una settimana dopo che i pazienti avevano ricevuto uno dei vaccini anti COVID-19 a mRNA realizzati da Pfizer-BioNTech e Moderna. Quel dato, ha annunciato il comitato consultivo per le pratiche vaccinali (Advisory Committee on Immunization Practices, ACIP) del CDC americano, modifica il precedente conteggio per includere i dati relativi ai ragazzi dai 12 ai 15 anni di età, un gruppo che ha potuto iniziare a vaccinarsi con Pfizer.

    Finora le miocarditi post-vaccinazione sono state segnalate soprattutto tra gli individui di età compresa tra la tarda adolescenza e i vent’anni circa, secondo il rapporto del comitato. Questa condizione si verifica con maggiore probabilità dopo la seconda dose e con maggiore frequenza nei ragazzi e nei giovani uomini rispetto ai loro corrispondenti dell’altro sesso.

    Nel complesso, le percentuali dei casi di miocardite e pericardite sono superiori rispetto a quelle normalmente riscontrate per altre cause, ha affermato Tom Shimabukuro, che fa parte della task force per i vaccini contro la COVID-19 del CDC, durante l’incontro del comitato del 23 giugno per l’annuncio dei risultati. Ma i casi continuano a essere poco frequenti e la stragrande maggioranza dei pazienti ha risposto rapidamente al trattamento.

    “Si tratta comunque di un evento raro”, sostiene Shimabukuro. Fortunatamente, i dati sugli esiti che abbiamo a disposizione indicano che i pazienti guariscono dai sintomi e stanno bene”.

    Che cos’è la miocardite?

    Quando i giovani sviluppano miocardite o pericardite (l’infiammazione della membrana che riveste il muscolo cardiaco), la causa è spesso un’infezione virale. Gli enterovirus, come quelli che provocano la malattia mani-piedi-bocca, sono tra i virus scatenanti più comuni e quelle infezioni si verificano soprattutto durante l’estate, spiega Jeremy Asnes, primario di cardiologia pediatrica presso la Yale School of Medicine di New Haven, in Connecticut. Casi di miocardite sono stati riscontrati anche dopo la vaccinazione contro il vaiolo.

    Per provare a spiegare l’apparente aumento dei casi di miocardite nella popolazione dei teenager lo scorso aprile, Guzman-Cottrill e colleghi hanno studiato con attenzione le esperienze di sette ragazzi sani, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, che hanno richiesto cure mediche per dolore al petto ad aprile-maggio. In ognuno di questi casi, i sintomi sono comparsi entro quattro giorni dopo aver ricevuto la seconda dose del vaccino Pfizer-BioNTech contro la COVID-19. La diagnosi di miocardite o pericardite è stata confermata tramite test. Tutti e sette sono guariti rapidamente e il team ha riferito in un articolo pubblicato in giugno che tre di loro hanno ricevuto come unico trattamento antidolorifici comuni come l’ibuprofene.

    Questi risultati rispecchiano diversi altri casi clinici riportati negli Stati Uniti e in Israele in base ai quali risultava che la miocardite post-vaccinazione si verifica con maggiore frequenza nei più giovani, specialmente di sesso maschile, spiega Matthew Oster, cardiologo pediatrico ed epidemiologo presso il Children’s Healthcare di Atlanta e membro della task force per i vaccini contro la COVID-19 del CDC, che è intervenuto al meeting dell’ACIP. Secondo questi rapporti, i casi sono stati generalmente lievi e la guarigione è stata relativamente rapida con dimissioni dall’ospedale dopo 2-4 giorni, invece di 6, come è comune nei casi più tradizionali.

    “Sembra guarire più rapidamente delle comuni miocarditi”, ha affermato Oster nel corso del meeting. “Sono ottimista a tal proposito”.

    Il maggior numero di casi di miocardite si è verificato entro pochi giorni dalla somministrazione del vaccino, specialmente dopo la seconda dose. Il picco dei casi è stato nell’età compresa tra la tarda adolescenza e i vent’anni e si è ridotto dopo i 50 anni.

    I numeri del CDC sono in linea anche con quanto osservato dai medici nelle rispettive strutture. Nell’ospedale in cui lavora Asnes a New Haven, il suo team si è occupato di 10 pazienti con miocardite post vaccinazione di meno di 21 anni e di un numero pressoché uguale al di sopra dei 21 anni. Stuart Berger, cardiologo pediatrico presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago, racconta che il suo gruppo ha avuto in cura sei casi confermati di miocardite, che per la maggior parte erano ragazzi maschi di età pari o superiore ai 16 anni. Tutti i casi sono stati lievi e includevano dolore al petto che si è risolto rapidamente.

    “Questa è stata l’esperienza descritta dal CDC”, spiega Berger, che è anche portavoce per l’Accademia americana di pediatria “ed è stata l’esperienza descritta anche dai nostri colleghi e altri istituti”.

    Individuare gli effetti collaterali rari

    Utilizzando i dati del VAERS (Vaccine Adverse Event Reporting System, il sistema di controllo degli eventi avversi legati ai vaccini), che permette a chiunque di segnalare potenziali problemi correlati ai vaccini, e del progetto Vaccine Safety Datalink, che utilizza i dati sanitari in formato elettronico di nove organizzazioni sanitarie di tutto il Paese, il team dell’ACIP ha calcolato un tasso di 12,6 casi di miocardite o pericardite per milione entro 21 giorni dopo la seconda dose di un vaccino a mRNA, in persone dai 12 ai 39 anni.

    Il CDC continua a vagliare i report presentati al VAERS e Shimabukuro ha invitato a non focalizzarsi eccessivamente sul tasso di casi stimati per guidare il processo decisionale nei contesti clinici; e nelle interviste gli esperti affermano che i rischi appaiono ridotti rispetto al numero di vaccini somministrati.

    Al 22 giugno, più di tre milioni di ragazzi di 16 e 17 anni avevano ricevuto almeno una dose di vaccino negli USA e oltre quattro milioni di 12-15enni hanno iniziato il percorso vaccinale. “Quel denominatore è molto rassicurante per me”, prosegue Guzman-Cottrill, i cui figli di 16 e 13 anni sono stati vaccinati, compreso uno affetto da una malattia autoimmune.

    Il tasso di miocarditi non è esploso, aggiunge la dottoressa, nemmeno all’aumentare del numero dei vaccinati. “I nostri reparti di pronto soccorso non sono pieni di adolescenti con dolore al petto”.

    Collegamento tra vaccini e miocardite

    Gli scienziati non conoscono ancora in che modo il vaccino possa provocare la miocardite. Oster spiega che una delle principali teorie coinvolge la risposta citochinica ovvero la reazione delle molecole infiammatorie che attiva la risposta delle cellule immunitarie. Ciò potrebbe spiegare perché la condizione, quando si presenta, si manifesta così rapidamente dopo la vaccinazione. Gli studi clinici hanno mostrato tassi più elevati di effetti collaterali quali febbre, dolori muscolari, brividi e affaticamento nei giovani rispetto ai più anziani e quei sintomi sono causati dall’infiammazione, aggiunge Guzman-Cottrill. Quindi avrebbe senso che la miocardite fosse un’altra risposta infiammatoria di forma più grave.

    Il meccanismo che si innesca dopo la vaccinazione è diverso da ciò che si manifesta come reazione agli enterovirus, aggiunge Asnes. Invece dell’invasione diretta di un virus nel tessuto cardiaco, è il sistema immunitario stesso che colpisce il cuore dopo la vaccinazione.

    “In alcuni pazienti evidentemente si verifica una forma di reattività incrociata tra la risposta immunitaria al vaccino e il muscolo cardiaco”, prosegue.

    Gli ospedali hanno attuato approcci diversi per trattare i casi di miocardite post-vaccinazione, dagli antidolorifici da banco e la somministrazione di farmaci per via endovenosa agli steroidi. Maggiore chiarezza sui meccanismi, insieme a studi di follow-up a lungo termine, potranno aiutare a individuare le migliori strategie di trattamento. Ulteriori studi potrebbero anche spiegare perché la condizione è più comune tra i maschi e qual è la durata prevista del processo di guarigione. Guzman-Cottrill intende sottoporre a una nuova scansione i suoi sette pazienti ad agosto, tre mesi dopo la diagnosi iniziale.

    Visti gli ultimi numeri e il rischio ancora reale di complicazioni gravi a causa della COVID-19 tra i giovani, compresa la sindrome infiammatoria multisistemica, gli esperti continuano a raccomandare la vaccinazione per gli adolescenti.

    “Nei pazienti affetti da COVID-19 di questo gruppo d’età che abbiamo visitato, c’erano alcuni casi molto gravi, quindi continuo a pensare che la vaccinazione sia indicata”, conclude Asnes. “Come accade con qualsiasi nuova terapia, dobbiamo tenere gli occhi aperti. E questo è ciò che stiamo facendo”. LEGGI TUTTO

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    La longevità di questi primitivi pesci abissali sorprende gli scienziati

    Nuove analisi di squame di celacanto delle Comore (Latimeria chalumnae) – una delle due specie conosciute – rivelano che la stima del ciclo vitale di questo pesce di soli 20 anni era sbagliata.Non solo, il periodo di gestazione dura probabilmente cinque anni, tre anni in più rispetto a quanto si pensasse, e gli esemplari raggiungono l’età adulta non prima dei 55 anni, afferma l’autore principale dello studio Kelig Mahe dell’IFREMER, istituto francese di ricerca per lo sfruttamento del mare.

    La presunta breve durata del ciclo vitale del celacanto non aveva mai trovato corrispondenza nel suo basso tasso riproduttivo, lento metabolismo e basso consumo di ossigeno: tutte caratteristiche di animali marini che maturano lentamente come gli squali pelagici. 

    “Questo aspetto era sempre rimasto un mistero”, afferma Selena Heppell, a capo del Dipartimento delle scienze della conservazione, della pesca e della fauna selvatica presso l’Università statale dell’Oregon, non coinvolta nello studio, “[adesso] ha tutto più senso”.

    Allo stesso tempo, i risultati – pubblicati sulla rivista Current Biology – indicano che questa specie in pericolo critico è ancora più vulnerabile alle minacce come la cattura accidentale o gli eventi climatici estremi.

    Squame che contano

    Nel 1977 il primo studio sull’invecchiamento del celacanto si è concentrato sull’analisi di strutture calcificate chiamate macro-circoli presenti sulle squame di 12 esemplari museali di celacanto delle Comore. Si pensava che questi circoli fossero segni che indicavano gli intervalli di tempo, un po’ come avviene per gli anelli degli alberi o le carote di ghiaccio.

    Sulla base del regolare incremento della crescita di questi macro-circoli sulle squame, gli scienziati del tempo sono arrivati alla conclusione che questi si formassero probabilmente due volte all’anno, dato in seguito rivisto e stabilito a una volta all’anno, portando a un risultato che equivaleva a un ciclo di vita di 20 anni.

    Intenzionato a scoprire di più, Mahe e il suo team hanno recentemente esaminato 27 esemplari di celacanto delle Comore, conservati al Museo nazionale di storia naturale di Francia a Parigi e catturati tra il 1954 e il 1991, tra cui erano presenti un esemplare giovane e due embrioni.

    Dopo l’analisi dei macro-circoli con un microscopio a luce trasmessa, come quello utilizzato dal precedente team di ricerca, la conclusione è stata la stessa degli anni ‘70.

    Indizi nascosti

    La svolta è avvenuta quando il team ha esaminato nuovamente le squame del celacanto utilizzando una tecnica più avanzata di microscopia a luce polarizzata che riduce i riflessi e rende le immagini più nitide. La luce polarizzata ha rivelato la presenza tra i macro-circoli di numerosi e più piccoli micro-circoli. L’analisi di questi ultimi ha rivelato che anche la loro formazione avveniva su base annua.

    Contando questi circoli più piccoli come formazioni annuali si è giunti a un’età degli esemplari esaminati compresa tra i 5 e gli 84 anni molto più in linea con la biologia conosciuta del celacanto.

    Ulteriori analisi con tecniche di misurazione standardizzate per esemplari di animali in età avanzata hanno confermato i risultati, il che significa che il celacanto è uno dei pesci di mare con il metabolismo più lento.

    Per calcolare il periodo gestazionale del celacanto, il gruppo di ricerca ha analizzato le squame dei campioni embrionali con gli stessi metodi utilizzati per i pesci adulti arrivando alla conclusione che la gravidanza del celacanto dura cinque anni.

    Sebbene gli scienziati non abbiano analizzato il correlato celacanto indonesiano (Latimeria menadoensis), anch’esso in pericolo critico, sperano di potersi avvalere della stessa tecnica anche per questa specie.

    Risultati convincenti

    I risultati dello studio sono convincenti, afferma Brian Sidlauskas, ittiologo presso l’Università statale dell’Oregon che non ha preso parte alla ricerca.

    Lo studio ha un approccio statistico scrupoloso, aggiunge, e gli scienziati “hanno sempre messo in discussione questi dati”.  LEGGI TUTTO

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    Trovati in Cina i fossili di un rinoceronte gigante

    La “nuova” creatura, descritta sulla rivista scientifica Communications Biology, è chiamata Paraceratherium linxiaense ed è un cugino estinto dei moderni rinoceronti. Il colossale animale avrebbe raggiunto il peso di 24 tonnellate, quattro volte di più dell’odierno elefante africano, e il suo cranio da solo era lungo quasi un metro.Si tratta dell’ultima specie conosciuta di un gruppo di rinoceronti giganti senza corno che vivevano nell’Asia centrale da circa 50 a circa 23 milioni di anni fa. Il P. linxiaense e i suoi parenti sono tutti famosi per le loro enormi dimensioni: si pensa che l’esemplare adulto medio raggiungesse quasi i cinque metri di altezza al garrese con un collo lungo oltre 2 metri e una testa massiccia. Le odierne giraffe sono alte dai 4 ai 6 metri circa, contando anche la testa.

    Il gigantesco rinoceronte “avrebbe raggiunto le fioriere al terzo o al quarto piano di un edificio”, afferma il National Geographic Explorer Pierre-Olivier Antoine, paleontologo dei rinoceronti presso l’Università francese di Montpellier che ha revisionato il nuovo studio.

    Il P. linxiaense fu uno degli ultimi di questi giganti, appartenenti al genere Paraceratherium, che vissero circa 26,5 milioni di anni fa. Grazie alla loro età e alla loro ubicazione, i nuovi fossili, compreso un cranio intero, una mandibola e tre vertebre, stanno aiutando a completare l’albero genealogico del Paraceratherium, gettando nuova luce sui luoghi in cui questi imponenti rinoceronti evolsero e come si diffusero nell’area della moderna Asia.

    Un gigante preistorico

    I fossili di esemplari di Paraceratherium sono rari e spesso frammentari e questo rende difficile tracciare l’evoluzione del genere e la sua distribuzione. Pare che il gruppo abbia abitato per lungo tempo la zona corrispondente all’Asia centrale ma le prime specie di Paraceratherium ritrovate, il P. bugtiense, viveva in quello che oggi è il Pakistan occidentale. Come ha fatto questo gigantesco rinoceronte a raggiungere il subcontinente indiano?

    I ricercatori, guidati da Tao Deng, paleontologo dei mammiferi presso l’Istituto di paleontologia e paleoantropologia dei vertebrati di Pechino, in Cina, hanno rilevato che la nuova specie P. linxiaense era strettamente correlata al pakistano P. bugtiense e questo farebbe supporre origini pakistane per il rinoceronte.

    I nuovi fossili provengono dalle brune distese di arenaria del bacino di Linxia, in Cina. Qui, strati di sedimenti spessi fino a quasi 2 chilometri raccontano gli ultimi 30 milioni di anni di storia della Terra, grazie agli abbondanti fossili delle antiche creature che una volta popolavano la regione.

    Negli anni ‘50 gli agricoltori della zona sostenevano di aver trovato delle “ossa di drago”. Per un certo periodo questi resti vennero venduti alle aziende di medicinali e usate come ingredienti per i prodotti della medicina tradizionale cinese. Negli anni ’80 i paleontologi scoprirono che la regione conservava fossili di alto valore scientifico dell’epoca del tardo Oligocene, che va dai 23 ai 28 milioni di anni fa.

    Da allora i paleontologi dell’Istituto di paleontologia e paleoantropologia dei vertebrati hanno studiato le rocce del bacino di Linxia e l’ampia gamma di fossili che contengono.

    Nel maggio 2015, Deng e i suoi colleghi si imbatterono in un raro ritrovamento vicino al villaggio di Wangjiachuan: il cranio completo di mandibola di un rinoceronte gigante, insieme a tre vertebre di un altro esemplare. Vedendo le ossa risalenti a 26,5 milioni di anni fa — incluso il cranio di 1,20 metri — il loro stato di conservazione e le loro dimensioni “ci sorpresero molto”, afferma Deng.

    Sulla base delle somiglianze con il rinoceronte gigante del Pakistan, i nuovi rinvenimenti indicano che tra i 30 e i 35 milioni di anni fa i rinoceronti giganti si muovevano liberamente in un’area di migliaia di chilometri tra l’Asia centrale e il subcontinente indiano. Le condizioni tropicali del tempo “consentirono al rinoceronte gigante di tornare verso nord, in Asia centrale, e questo indica che la regione tibetana non si era ancora “sollevata” a livello di altopiano di alta quota”, scrive Deng in un’e-mail, un’ipotesi che è supportata da evidenze geologiche che suggeriscono che l’area presentasse ancora parti “basse” fino a circa 25 milioni di anni fa.

    Misteri del rinoceronte gigante

    Antoine, il paleontologo francese, afferma che il nuovo studio aiuta a rivelare gli schemi geografici che governavano i movimenti del rinoceronte gigante nei tempi antichi della Terra. Una serie di fossili di rinoceronte gigante della nuova ricerca suggerisce che gli animali non abbiano mai attraversato l’Asia arrivando in Europa attraverso i monti Urali, ad esempio, a indicare che la catena montuosa potrebbe aver funto da barriera.

    La ricerca potrebbe anche aiutare a spiegare come queste enormi creature arrivarono in quella che oggi è la Turchia dove sono stati trovati altri fossili dello stesso tipo di rinoceronti. Secondo Antoine, i fossili che non sono ancora stati descritti in articoli scientifici suggeriscono che dopo essere arrivati nell’odierno Pakistan, i rinoceronti giganti proseguirono verso la Turchia attraversando l’attuale Afghanistan e Iran.

    Alcuni dei fossili che raccontano questa storia, comunque, sono andati persi. Una raccolta di 300 fossili che Antoine aveva aiutato a recuperare in Pakistan — inclusi dei resti di rinoceronte gigante — andò distrutta nel 2006, quando l’esercito pakistano bombardò Dera Bugti, una città nella provincia del Balochistan occidentale, nell’ambito di un lungo conflitto civile. Lo stesso anno, il potente capotribù e leader di etnia baloch Nawab Akbar Bugti morì in un’esplosione durante uno stallo con i militari pakistani. Bugti era stato un contatto chiave, nonché fonte di protezione, per i paleontologi che lavoravano nella regione.

    Nel caso del P. linxiaense, i fossili sono al sicuro nel Museo paleozoologico di Hezheng nella provincia di Gansu nel centro-nord della Cina. Deng ha grandi speranze in merito agli studi futuri dei resti inclusa la ricostruzione dei muscoli della creatura e una valutazione più precisa della sua massa corporea.

    Deng aggiunge che, ora che i ricercatori hanno prova del fatto che i rinoceronti giganti abbiano attraversato l’attuale altopiano tibetano, è possibile che nella regione si trovino altri fossili di animali imponenti sepolti in quello che oggi è il tetto del mondo. LEGGI TUTTO

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    Prysmian Group: attività eccezionali per risultati eccezionali

    .css-1awj9go{padding:20px 0;margin:0 15px;}@media (min-width: 768px){.css-1awj9go{width:91%;max-width:1160px;margin:0 auto;}}.css-gdhqwr{display:inline-block;width:-webkit-fit-content;width:-moz-fit-content;width:fit-content;min-height:1.5rem;margin-bottom:1rem;border-right:1px solid #999;border-left:1px solid #999;padding:0 1rem;}.css-gdhqwr span,.css-gdhqwr a{font-weight:400;font-size:0.75rem;letter-spacing:0.1875rem;line-height:1.4;font-family:GeoEditBold,sans-serif;text-transform:uppercase;color:#000;}.css-1sgbwt8{font-family:GeoEditBold,sans-serif;font-weight:700;font-size:2rem;line-height:1.2;color:#000;}@media (min-width: 768px){.css-1sgbwt8{font-size:2.5rem;}}.css-se91k{display:-webkit-box;display:-webkit-flex;display:-ms-flexbox;display:flex;-webkit-flex-direction:column;-ms-flex-direction:column;flex-direction:column;margin-top:20px;}@media (min-width: 768px){.css-se91k{-webkit-flex-direction:row;-ms-flex-direction:row;flex-direction:row;margin-top:25px;}}.css-674bmm{font-size:12px;font-family:GeoEditBold,sans-serif;font-stretch:normal;font-style:normal;line-height:1.5;letter-spacing:3px;color:#000000;text-transform:uppercase;}@media (min-width: 768px){.css-674bmm{font-family:GeoEditRegular,sans-serif;}.css-674bmm span{font-family:GeoEditBold,sans-serif;color:#000000;}}.css-674bmm a{color:#000;}.css-674bmm a:hover{color:#666;}.css-1unksg5{font-family:GeoEditRegular,sans-serif;font-size:12px;font-weight:normal;font-stretch:normal;font-style:normal;line-height:1.5;letter-spacing:2px;color:#555555;text-transform:uppercase;display:-webkit-box;display:-webkit-flex;display:-ms-flexbox;display:flex;-webkit-flex-direction:column;-ms-flex-direction:column;flex-direction:column;}@media (min-width: 1024px){.css-1unksg5{-webkit-flex-direction:row;-ms-flex-direction:row;flex-direction:row;color:#000000;font-family:GeoEditRegular,sans-serif;white-space:nowrap;}}Pubblicato @media (min-width: 768px){.css-1enp996{font-family:GeoEditBold,sans-serif;color:#000000;}}23 giu 2021, 12:25 CESTPrysmian Group
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    Fotografia di Prysmian Group.css-3u7q3e{display:-webkit-box;display:-webkit-flex;display:-ms-flexbox;display:flex;-webkit-box-flex-wrap:nowrap;-webkit-flex-wrap:nowrap;-ms-flex-wrap:nowrap;flex-wrap:nowrap;-webkit-box-pack:start;-ms-flex-pack:start;-webkit-justify-content:flex-start;justify-content:flex-start;-webkit-align-items:flex-start;-webkit-box-align:flex-start;-ms-flex-align:flex-start;align-items:flex-start;-webkit-align-content:flex-start;-ms-flex-line-pack:flex-start;align-content:flex-start;-webkit-flex-direction:row;-ms-flex-direction:row;flex-direction:row;margin:60px 0;}@media screen and (max-width: 768px){.css-3u7q3e{-webkit-flex-direction:column;-ms-flex-direction:column;flex-direction:column;}}.css-18i3a19{margin:20px 0;font-size:0.75rem;font-weight:700;letter-spacing:3px;line-height:1.5;}.css-18i3a19 a{color:#fff;text-transform:uppercase;font-family:GeoEditRegular,sans-serif;}@media screen and (max-width: 885px){.css-18i3a19{margin:20px 20px 40px 20px;}}.css-11xmhrb{overflow:hidden;display:none;}@media (min-width: 1024px){.css-11xmhrb{display:grid;place-items:center;height:auto;min-height:250px;max-height:600px;}}Questo contenuto è offerto dal nostro partner. Non riflette necessariamente le opinioni di National Geographic o della sua redazione..css-xi2upc{padding:0;margin:30px 15px;}@media (min-width: 768px){.css-xi2upc{margin:30px 60px;}}.css-3npi2i{display:-webkit-box;display:-webkit-flex;display:-ms-flexbox;display:flex;-webkit-box-flex-wrap:wrap;-webkit-flex-wrap:wrap;-ms-flex-wrap:wrap;flex-wrap:wrap;}.css-3npi2i li:nth-of-type(n + 11){display:none;}.css-3npi2i li:last-child{display:block;}.css-1ojro25{list-style:none;margin-right:5px;margin-bottom:5px;}@media (min-width: 768px){.css-1ojro25{margin-right:15px;margin-bottom:20px;}}.css-1w712gw{border-radius:2px;background-color:#f4f4f4;padding:3px 10px;font-family:GeoEditBold,sans-serif;font-size:10px;font-weight:500;font-stretch:normal;font-style:normal;line-height:1.8;letter-spacing:3px;text-align:center;color:#000000;text-transform:uppercase;}@media (min-width: 768px){.css-1w712gw{padding:6px 28px;}}.css-1w712gw:hover{background:#000000;color:#fff;}.css-1w712gw:hover a{color:#fff;}.css-1w712gw a{color:#000000;} LEGGI TUTTO

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    Coronavirus: il virus può causare il diabete?

    “Io e il mio collega facevamo molta fatica a tenere sotto controllo il livello della glicemia in alcuni pazienti COVID-19 anche in quelli che non presentavano un’anamnesi di diabete”, racconta il biologo Shuibing Chen, esperto in cellule staminali presso il Weill Cornell Medicine. Ancora più sorprendente, prosegue Chen, era il fatto che alcuni pazienti, che non soffrivano di questa malattia prima dell’infezione, sviluppavano il diabete dopo essere guariti dalla COVID-19.Il virus della COVID-19 – il SARS-CoV-2 – è noto per provocare ingenti danni nei polmoni e causare insufficienza respiratoria grave. Ma come e perché alcuni pazienti COVID-19 sviluppino improvvisamente una malattia cronica come il diabete è ancora un mistero così come il numero di persone che devono fare i conti con questa complicazione.

    Un’analisi globale condotta nel 2020 dal ricercatore sanitario Thirunavukkarasu Sathish presso la McMaster University in Canada ha scoperto che quasi il 15% dei pazienti che hanno contratto una forma grave di COVID-19 hanno sviluppato anche il diabete. Ma, ammette, “questo numero è probabilmente più alto tra gli individui a maggior rischio, ad esempio, quelli con prediabete”. La ricerca, condotta dall’endocrinologo Paolo Fiorina presso la Harvard Medical School e pubblicata nel 2021, ha mostrato che, in un gruppo di 551 pazienti ricoverati per COVID-19 in Italia, quasi la metà ha sviluppato iperglicemia.

    Peter Jackson, biochimico presso la Stanford University School of Medicine, stima che “la percentuale di pazienti con forma grave di COVID-19 che possono sviluppare il diabete arrivi al 30%”.

    Incuriositi dall’allarmante collegamento tra COVID-19 e diabete, Chen e Jackson hanno entrambi avviato indagini indipendenti per scoprire in che modo il SARS-CoV-2 potrebbe scatenare l’iperglicemia. Entrambi i gruppi hanno pubblicato i propri risultati nel numero di maggio della rivista scientifica Cell Metabolism.

    “Le loro scoperte offrono informazioni essenziali sui meccanismi di base per cui la COVID-19 può portare a sviluppare nuovi casi di diabete nei pazienti infetti”, afferma Rita Kalyani, professoressa associata di medicina presso la Divisione di endocrinologia, diabete e metabolismo della Johns Hopkins University, non coinvolta in nessuno dei due studi.

    Una ricerca sviluppata dall’ospedale Sacco, ospedale San Paolo e dall’Università degli Studi di Milano con un team internazionale coordinato dal professor Paolo Fiorina ha rivelato come si sviluppa il diabete correlato al Covid-19. L’infezione virale può indurre la resistenza all’insulina e quindi deteriorare la normale funzionalità β-cellulare. 

    Il pancreas è un altro obiettivo del virus della COVID-19

    Il SARS-CoV-2 colpisce l’uomo in modi molto diversi. Molte persone accusano solo sintomi lievi mentre altre sviluppano la malattia in forma grave, potenzialmente letale. Con il proseguire della pandemia è diventato evidente che, oltre che nei polmoni, questo virus può diffondersi in altri organi essenziali come fegato, cuore e reni e danneggiarli. È stato inoltre confermato che diabete e obesità sono fattori di rischio comuni nei casi gravi di COVID-19.

    In uno studio precedente, il gruppo di Chen ha coltivato in laboratorio diversi tipi di tessuto per vedere quali risultavano vulnerabili al virus della COVID-19. “Con grande sorpresa, abbiamo scoperto che le cellule beta del pancreas sono molto permeabili all’infezione di SARS-CoV-2”, spiega Chen. Il pancreas, che si trova dietro lo stomaco, è un organo complesso composto da numerosi tipi di cellule che aiutano la digestione. Inoltre contiene le cellule beta che producono l’insulina, l’ormone che scorta le molecole di zucchero dal sangue alle cellule dell’organismo dove vengono usate per l’energia.

    Tuttavia il fatto che un virus possa infettare le cellule cresciute su un vetrino da laboratorio non significa che possa attaccare l’organismo nello stesso modo. Per verificare se le osservazioni del laboratorio rappresentavano ciò che effettivamente accade nell’uomo, entrambi i gruppi di Chen e Jackson hanno acquisito campioni da autopsie di pazienti morti di COVID-19. Entrambi i gruppi hanno rilevato il SARS-CoV-2 nelle cellule beta del pancreas dei pazienti deceduti.

    Ma in che modo, esattamente, un virus respiratorio si sposta dai polmoni e raggiunge il pancreas? Dopo che i pazienti si ammalano di polmonite, l’infezione del lobo inferiore del polmone può causare un danno tessutale che permette al virus di fuoriuscire dagli alveoli polmonari e raggiungere i vasi sanguigni, spiega Jackson. “Una volta entrato nel sistema circolatorio, il virus può penetrare in altri tessuti altamente vascolarizzati come pancreas, cervello e reni”. Altri presumono che il virus possa entrare nel sistema circolatorio fuoriuscendo dall’intestino, cosa che può verificarsi nei pazienti privi di flora batterica intestinale sana.

    In che modo il virus blocca la produzione di insulina

    Entrambi i team di ricerca hanno notato che le cellule beta infettate con il SARS-CoV-2 smettono di produrre l’insulina. Nello studio di Jackson, le cellule beta infettate muoiono per apoptosi, una sequenza di autodistruzione geneticamente programmata attivata dalle cellule danneggiate.

    Il gruppo di Chen ha scoperto che le cellule beta infette subiscono un processo chiamato transdifferenziazione, ovvero si convertono in un altro tipo di cellula, un tipo che non produce più l’insulina. È possibile che alcune delle cellule beta infettate subiscano la transdifferenziazione mentre altre si autodistruggono.

    In entrambi i casi, il risultato è il medesimo: quando il virus della COVID-19 attacca le cellule beta pancreatiche, la produzione di insulina si riduce.

    Questa situazione può provocare il diabete di tipo 1 che in genere è causato da fattori di rischio genetici che stimolano una reazione autoimmune che attacca e distrugge le cellule beta. Il diabete di tipo 1 si riscontra più frequentemente in età giovanile e i pazienti devono iniettarsi l’insulina ogni giorno poiché il loro corpo non produce più quell’ormone. Inoltre, il diabete di tipo 1 si manifesta a seguito di un fattore ambientale scatenante, come un’infezione, che attiva la reazione immunitaria.

    Al contrario, il diabete di tipo 2, molto più comune, si verifica quando l’organismo diventa resistente all’insulina che produce. Il diabete di tipo 2 può essere gestito modificando l’alimentazione e facendo esercizio fisico anche se talvolta sono necessari farmaci che migliorano la sensibilità all’insulina. Complessivamente sono 34,2 milioni gli americani che soffrono di diabete secondo un report del 2020 pubblicato dal Centro per il controllo delle malattie (Centers for Disease Control).

    È importante continuare a studiare le cellule beta infettate e il loro destino perché potrebbero esistere sistemi per prevenirne la distruzione nei pazienti con casi gravi di COVID-19. Il team di Chen ha condotto analisi su un ampio ventaglio di sostanze chimiche nella speranza di trovarne una che possa evitare il processo di transdifferenziazione.

    Possibilità terapeutiche

    Dall’analisi è emerso un composto chiamato trans-ISRIB che ha aiutato le cellule beta a mantenere la loro identità e la loro capacità di produrre insulina una volta infettate con il SARS-CoV-2. Trans-ISRIB, che significa Integrated Stress Response InhiBitor (ovvero inibitore della risposta integrata allo stress, NdT), è un composto scoperto nel 2013 che è in grado di prevenire la normale risposta allo stress di una cellula. Composti di questo tipo sono allo studio come potenziali terapie per evitare apoptosi e danneggiamento cellulare.

    Chen avverte però che “Trans-ISRIB non è un farmaco approvato dall’FDA quindi non può ancora essere utilizzato sui pazienti. Ma i nostri studi indicano che è possibile sviluppare un nuovo farmaco per evitare che la COVID-19 causi il diabete”. Il gruppo di Jackson ha scoperto che il recettore di una proteina cellulare, chiamato neuropilina-1, è essenziale affinché il SARS-CoV-2 possa invadere le cellule beta; il blocco di questo recettore evita che le cellule vengano infettate.

    C’è anche un grande interesse tra la comunità di ricerca per lo sviluppo di farmaci che impediscano alle cellule di autodistruggersi per apoptosi. Composti sperimentali chiamati inibitori della caspasi, che impediscono il suicidio delle cellule, vengono attualmente studiati come potenziali terapie per migliorare o prevenire gravi forme di COVID-19. Sfortunatamente gli inibitori della caspasi non hanno ottenuto un concreto successo nella pratica clinica nonostante le ottime premesse e l’interesse suscitato. Eppure “potrebbero funzionare per l’esposizione a breve termine limitando il danno virale”, afferma Jackson.

    Chen aggiunge che il SARS-CoV-2 non è l’unico virus che minaccia il pancreas: “Coxsackievirus B, rotavirus, virus della parotite e citomegalovirus sono tutti virus che infettano e danneggiano le cellule beta. Che siano causa diretta del diabete di tipo 1 è tuttavia ancora oggetto di controversie”. Sono necessarie ulteriori ricerche per stabilire se sia possibile neutralizzare gli attacchi virali diretti contro il pancreas bloccando l’infezione oppure impedendo al virus di raggiungere l’organo.

    Kalyani precisa che questi studi “sottolineano ulteriormente l’importanza di vaccinarsi contro la COVID-19. Gli individui che contraggono la COVID-19 e in particolare quelli con prediabete o altri fattori di rischio per il diabete devono segnalare al proprio medico eventuali sintomi di iperglicemia come minzione frequente, sete eccessiva, vista sfuocata o immotivata perdita di peso”.

    Questi nuovi risultati enfatizzano il fatto che abbiamo ancora molto da imparare sulla COVID-19 e sui suoi effetti a lungo termine. Sembra chiaro che per alcuni individui sfortunati sconfiggere il virus è solo l’inizio: ulteriori complicazioni possono emergere a seconda dei sistemi dell’organismo che vengono danneggiati dall’infezione virale. LEGGI TUTTO