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    Alex Bellini: “I diritti negati e l’ambiente: i miei giorni a Cop27”

    “Nella mia vita di viaggi pazzeschi e rischiosi ne ho fatti tanti, ma quello in cui ci siamo imbarcati tutti noi li supera tutti”. È cominciato così il viaggio da cui è appena tornato Alex Bellini, destinazione Sharm El-Sheikh. Esploratore e divulgatore ambientale, Alex ha 44 anni e per Green&Blue ha raccontato la Conferenza delle parti sul clima in Egitto via Instagram, spiegando in pillole quel che accadeva fuori e in parte dentro le stanze dove i “grandi” del mondo si sono riuniti per decidere quali strategie adottare contro la crisi climatica. Due settimane di trattative non facili e piene di contraddizioni che Bellini tornerà a raccontare domani al MAXXI di Roma per l’Open Summit 2022.
    “Che la Cop27sia stata la più grande vittoria dopo quella di Parigi del 2015, o la più grande occasione persa, dipende da che prospettiva la si voglia guardare. È storico l’accordo per creare un fondo per ripagare i danni e le perdite subite dai paesi più esposti agli effetti catastrofici del cambiamento climatico. Da oggi si comincia a parlare di compensazione delle responsabilità storiche”.L’Egitto è stato criticato molto per sorveglianza eccessiva e divieto di protestare.”Segna un clamoroso autogol il governo egiziano che, tendando in tutti i modi di soffocare le proteste, ha messo ancor più sotto la luce dei riflettori l’insostenibilità della crisi locale dei diritti umani. Questa concorre, assieme a quella ambientale, a creare quella che Mia Mottley – la premier di Barbados – ha chiamato “policrisi”. In parte è una vittoria, anche se solo sul piano intellettuale. I grandi inquinatori come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar hanno miseramente fallito nel tentativo di impressionare i visitatori facendo solo sfoggio di tecnologie verdi innovative. La questione è rimandata all’anno prossimo, quando saranno proprio loro ad ospitare Cop28.”

    Chi festeggia per la vittoria quindi vuole vedere solo il bicchiere mezzo pieno?”Su altri fronti la Cop27 è stato un colossale fallimento. Sul lato dei negoziati si è perso un anno perché su mitigazione e finanza climatica l’accordo finale ricalca quello del 2021 di Glasgow. C’era la volontà di non lasciare nessuno indietro, ma molti sono stati scaricati in corsa. Come chi ha avuto il coraggio di esprimere il proprio dissenso”.
    Attivisti con il bavaglio?”Jacob Johns, nativo americano, e alcuni suoi colleghi, ad esempio, sono stati allontanati (e i loro pass ritirati) per una breve protesta durante l’intervento del presidente Usa Joe Biden. La loro unica colpa è stata quella di mostrare il cartello “People vs Fossil fuels”. Questo avrebbe rappresentato una minaccia alla sicurezza pubblica. Ho incontrato Johns nell’appartamento dove era confinato. Nei suoi occhi si legge la storia di un popolo, quello indigeno: “Il modo in cui il mondo tratta le culture indigene è umiliante. Siamo custodi di conoscenze antiche che vengono trascurate, ma il mondo avrebbe molto da imparare da noi'”.

    Cosa resta di Cop27?”L’immagine a cui legherò per sempre Cop27 sono le tante facce di persone che si facevano fotografare, ogni giorno, davanti alla grande rappresentazione del globo. Era come se scoprissero, in quel preciso momento, una verità nascosta: “siamo tutti lì, assieme, uniti dallo stesso destino”. È poco, ma può fare la differenza. Partiamo da qui”. LEGGI TUTTO

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    “C'è rabbia ma evitiamo l’ecoansia”

    Sarà sul palco dell’Open Summit di Green&Blue, mercoledì prossimo, di ritorno dalla Cop27 di Sharm el-Sheikh e in procinto di partire per il Canada, dove dal 7 al 19 dicembre si tiene la Cop15 sulla biodiversità. Marco Lambertini, dal 2014 direttore del Wwf internazionale, nato a Livorno 67 anni fa, è ormai cittadino del mondo e l’Italia l’ha lasciata già nel 2009, quando è stato nominato direttore esecutivo di Bird Life International.

    Lambertini, come si arriva al vertice della più importante organizzazione per la conservazione della natura?”Con la passione e i risultati. La passione, dice lo scrittore Edward Wilson, era nei miei geni. Mia madre mi ha raccontato che a 4 anni già riempivo gli armadi di foglie e insetti. A 12 anni, quando salvavo i girini dalle pozze che si seccavano, vidi un annuncio di Fulco Pratesi per la campagna associativa del Wwf e mi iscrissi. La mia prima battaglia fu l’operazione “San Francesco” per la salvaguardia del lupo, una delle campagna più entusiasmanti: basti pensare che in Italia erano rimasti negli anni Settanta appena un centinaio di esemplari e adesso se ne contano oltre 3mila. Poi sono stato nominato direttore generale della Lipu, carica che ho ricoperto dal 1990 al 1996″.

    E il salto ai vertici internazionali?”Mi ero fatto notare già nel 1981 come coordinatore della campagna per il birdwatching della Lipu italiana, che è una costola di BirdLife International, quando in Italia c’erano 3 milioni di cacciatori…una bella sfida. Il passaggio a Cambridge è arrivato grazie allo splendido gruppo della Lipu e ai risultati eccezionali per le aree protette e la campagna associativa”.

    Quali sono i suoi punti fermi nel dirigere una struttura articolata come il Wwf?

    “Per ottenere dei risultati sul campo bisogna lavorare a livello politico ed economico. Lo abbiamo sotto gli occhi: per risolvere la crisi climatica serve un’azione politica sostenuta da investimenti economici, servono leggi e il nostro ruolo è di agire sia a livello internazionale, sia locale per promuovere questi interventi. Una delle nostre principali qualità è di essere un’organizzazione molto decentrata,  con uffici nei vari Paesi capaci di collegare le campagne locali con quelle internazionali e viceversa, fondamentale perché se si lavora soltanto a livello globale non si è efficaci. Ce lo dimostra l’Accordo di Parigi, un grande obiettivo internazionale che dà risultati se si collega a una macchina produttiva locale”.

    A proposito di risultati. Anche questa Cop si è chiusa in chiaroscuro.”È giusto essere arrabbiati, capisco soprattutto i giovani, ma non demoralizziamoci, non facciamoci prendere dall’eco ansia. Non si tratta di ottenere un futuro perfetto, si tratta di agire e impegnarsi. Del resto abbiamo sotto gli occhi il cambiamento: quando ero bambino vedere un airone cinerino era un’esperienza rara. Ora, come moltre altre specie, è tornato in Italia. È vero che siamo molto indietro nel raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ma immaginiamo a che punto saremmo ora se quegli impegni non fossero stati sottoscritti: come minimo è servito a capire quali Paesi sono disposti a collaborare e quali no”.

    Sono numerose le voci che criticano questo tipo di vertici in generale e sottolineano la necessità di riformare l’Onu stessa.

    “Non ho le competenze specifiche per esprimermi sul ruolo dell’Onu. È chiaro che esiste un paradosso per cui le prove scientifiche sono ormai inconfutabili sulla necessità di ridurre le emissioni globali, ma questa consapevolezza non viene integrata nelle dichiarazioni a livello globale, perché alcuni Paesi bloccano i processi di negoziazione. Si finisce sempre per puntare a un accordo al ribasso, però ribadisco che se non ci fossero stati neanche questi accordi saremmo in situazioni ben peggiori e le istituzioni finanziare e le grandi aziende non avrebbero fatto nulla”.

    Qual è il vostro obiettivo per la Cop15 sulla biodiversità?

    “Ottenere un accordo naturalistico equivalente a quello sul clima di Parigi, con obiettivi per tutta la società nel suo complesso, in modo da raggiungere la visione per il 2050 di “vivere in armonia con la natura”. Come obiettivo intermedio al 2030 ci deve essere quello di intraprendere un’azione urgente per arrestare e invertire la perdita di biodiversità e raggiungere un mondo “nature positive” entro il 2030, quando ci dovrà essere più natura rispetto al 2020″.

    La Cop15 si sarebbe dovuta svolgere in Cina, ma è stata spostata in Canada per il Covid. Sarà comunque Pechino a dettare l’agenda?

    “La Cina è presidente della Cop, ha il compito di aggregare e negoziare, ma in fin dei conti le decisioni dipendono dagli stati membri ed emergono da varie posizioni. Per esempio ci sono oltre cento Paesi, che noi sosteniamo, concordi nel chiedere un accordo simile a quello di Parigi sulle emissioni. I punti fermi di questa azione per passare da una “negative nature” a una “positive nature” sono tre. Intanto, riaffermare che si può aumentare la biodiversità con azioni mirate, concentrandosi su una protezione sempre più ampia (l’obiettivo di porre sotto protezione almeno il 30% delle superfici emerse e degli oceani di tutto il mondo) focalizzata soprattutto sugli ecosistemi ancora intatti. Secondo, promuovere il risanamento degli ecosistemi persi o degradati. Terzo, impegnarsi per una gestione sostenibile delle risorse naturali, agendo sui cinque principali settori economici: agricoltura, infrastrutture, attività forestali, pesca e attività minerarie. Infine, ma è forse l’aspetto più importante, bisogna rimuovere e scoraggiare gli investimenti “nature negative” e sostenere quelli “nature positive”. In questo i governi hanno un ruolo fondamentale, perché devono intervenire cambiando il sistema dei sussidi, sovvenzionando le buone pratiche e scoraggiando quelle che impattano sull’ambiente. Questo non significa fermare l’economia, significa operare con tecnologia e pratiche sostenibili e mobilizzare le risorse finanziarie in questi ambiti”.

    L’obiettivo di proteggere almeno il 30% delle superfici emerse e degli oceani di tutto il mondo non rischia di essere un contenitore vuoto se poi non ci sono le risorse per vigilare e far rispettare  i vincoli di conservazione?

    “È proprio questo il nodo centrale dei finanziamenti, che dovrà essere discusso e approvato alla Cop15 di Montreal. Come per la Cop27, il dibattito è tra il Nord e il Sud del mondo, con i Paesi più danneggiati dal cambio climatico e con maggiore perdità di biodiversità che chiedono compensazioni e finanziamenti. Per questo dovremo avere obiettivi ambiziosi sui quali trovare un accordo, per spingere i governi a trovare risorse attraverso la Banca mondiale, la filantropia, gli investimenti privati. Tutti dovranno essere coinvolti. E dovremo delineare per la biodiversità un sistema di crediti come fatto per le emissioni. Ci sono moltissime possibilità ma ci deve essere un obiettivo globale condiviso”.

    Da anni si batte per la difesa della natura. Nel suo ottimismo, c’è qualcosa che ancora la sconforta?

    “L’insensibilità, l’incapacità di capire che distruggendo la natura distruggiamo il futuro dei nostri figli. Non lo dico soltanto perché essendo padre guardo mio figlio e mi chiedo che mondo gli stiamo lasciando. Non concepisco che non si colga l’enorme sofferenza che infliggiamo alla natura e alla fauna selvatica distruggendo la sua e la nostra casa”. LEGGI TUTTO

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    Marlene Kuntz e il karma del clima. Live al MAXXI di Roma

    Poche settimane fa i Marlene Kuntz hanno pubblicato un nuovo album, il loro undicesimo in oltre 30 anni di avventure nel mondo della musica. E trent’anni non sono bastati a Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Saporiti, Davide Arneodo e dall’acquisto più recente, Sergio Carnevale, per accontentarsi, per placare il fuoco che arde e che anima la loro creatività, per raccogliere dopo aver lungamente seminato. No, i Marlene Kuntz seminano ancora, musica, arte, bellezza, impegno, sapendo che qualcosa, sempre, germinerà, anzi proprio perché qualcosa fiorisca.

    Questo è anche lo scopo, dichiarato, del nuovo album, “Karma Clima”, un progetto musicale, culturale esociale, nato e cresciuto per portare l’attenzione di chi ascolta sul tema del cambiamento climatico e al tempo stesso realizzando un esperimento sociale e artistico originale. L’album, infatti, è stato registrato nel corso di tre residenze (Viso a Viso Cooperativa di Comunità di Ostana, Birrificio Agricolo Baladin Piozzo e Borgata Paraloup) durante le quali la band ha lavorato a stretto contatto con le comunità locali, aprendo alla gente gli spazi in cui ha lavorato.Un esperimento, dunque, il cui risultato è un album bellissimo e intenso, che parla alla mente e al cuore, in cui Cristiano Godano rende pubblici ancora una volta i propri sentimenti. E se tanti altri artisti dopo così tanto tempo in giro si sarebbero accontentati semplicemente di ‘fare un altro album’, i Marlene Kuntz, invece, sono andati ancora una volta oltre i loro limiti, lavorando attorno alla complessità. “Forse il segreto per cui una band come la nostra esiste ancora e fa musica è che quello di andare oltre ci viene naturale”, dice Godano, che suonerà con la band al MAXXI la sera del 23 novembre, “Il progetto in se aveva una sua complessità pratica non solo artistica e questo era stimolante. Ci siamo spesso infilati in cose che hanno una loro complessità ma che ci permettono di trovare soluzioni nuove, diverse, alternative. E ci piace muoverci in situazioni musicali che non abbiano necessariamente un DNA italiano.

     “Karma Clima” ha un suono internazionale, raffinato, non necessariamente esterofilo, ma è un suono che non si trova in giro in Italia”.

    Non si trova neanche un album che tocchi i temi della crisi climatica con altrettanta intensità poetica…”Noi usiamo un linguaggio suggestivo, mi impongo di essere non banale, non dogmatico, non retorico, di evitare moralismi e generiche accuse al genere umano. Ho cercato di raccontare la natura attraverso stati d’animo, usando un linguaggio poetico che può entrare in profondità”.Profondità vuol dire anche franchezza?”Non ho paura a nominare la paura, io sono impaurito e inorridito da questa strana indifferenza della mia generazione, che non vuole veramente prendere coscienza del fatto che la situazione è realmente grave, che siamo andati ben oltre il punto di non ritorno. Ci muove lo sdegno, ci muove il desiderio discoperchiare le carte, smuovere dal torpore più gente possibile. Poi io scrivo i testi, e qualcuno tra noi cinque ha una visione meno pessimista della mia. Ma io credo di essere pragmatico e realista”.In realtà non c’è solo pessimismo nelle canzoni dell’album.”Partendo dal fatto che dico cose non consolatorie e nette, è vero che qualcosa si può fare. Una cosa bella è l’attenzione alle micro azioni di premura per la natura, per evitare lo scempio che si sta perpetuando della natura, dei mari, degli animali.Nella dimensione micro che poi è legata alle comunità possiamo salvaguardare quello che si può ancora salvare, niente che possa impedire una deriva, ma qualcosa di premuroso per la natura e gli animali”. LEGGI TUTTO