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    Il punto di vista di Gagarin

    Eiste un’antica fiaba cinese, in cui si narra di un viandante che cercò rifugio in un castello sconosciuto. Ad accoglierlo fu una ragazza, figlia del Signore delle Piogge. “E dov’è adesso tuo padre?” le chiese il giovane, sentendosi rispondere che il grande mago era altrove, e aveva lasciato nel maniero il suo otre pieno d’acqua piovana, quello da cui riversava le piogge volando fra le nubi. L’occasione sembrò al viandante più che mai propizia, dandosi il caso che nelle sue terre i contadini lamentavano da tempo una devastante siccità. Rubò l’otre, salì in alto come faceva il padrone di casa, e da lassù sparse benedetta acqua nella remota contrada da cui proveniva. Peccato che fosse un dilettante, e l’effetto non si fece attendere: inondazioni senza precedenti sconvolsero quelle campagne, e i danni della terra secca furono rimpiazzati da quelli delle alluvioni. Ecco, chi stesse sorridendo forse non sa che la millenaria saggezza del Dragone ha trovato conferma un anno fa negli Emirati Arabi, quando con un finanziamento faraonico da fantascienza agricola si è deciso di far piovere sui dintorni di Dubai. In che modo? Semplicemente bombardando le nubi con droni che scatenassero scariche elettriche, da cui le precipitazioni. L’epilogo è stato identico a quello della fiaba, con Dubai che si è trovata a gestire ondate torrenziali e immani colate di fango.

    L’episodio è paradigmatico dell’emergenza climatica in cui ci troviamo, proprio perché stigmatizza il madornale errore di prospettiva dell’antropocene. L’uomo regna, l’uomo dispone, l’uomo decide perfino se far piovere sul deserto. Ed è di questo dispotismo che raccogliamo i frutti. Da secoli l’essere umano si comporta come se il Pianeta fosse in suo comodato d’uso, bonariamente affidatogli dal Creatore che lo riconosceva come eccelso punto d’arrivo della Genesi. Cos’era in fondo la Terra? Un parco giochi per Sua Altezza l’Homo Sapiens. E che cos’erano flora e fauna? Una specie di grande cambusa, dai cui scaffali attingere materie prime e soprattutto cibo, senza limiti, senza prudenza, con la stessa razzia brada degli espropri proletari. Nessuno si è mai sentito in colpa per questo, nessuno mai si è posto domande, perché la religione incardinava come principio fondante il primato dell’uomo su ogni altra creatura, a lui implicitamente sottomessa. Si è dovuto aspettare il tardo ‘800 perché iniziasse davvero a prendere forma una timida consapevolezza ecologica, un minimo senso della sostenibilità, ma è ovvio che non si mutano facilmente schemi mentali radicati dal più profondo trapassato remoto. E il vero baluardo da abbattere è proprio la nostra folle pretesa di centralità, divenuta ancor più devastante quando lo sviluppo delle borghesie occidentali ha iniziato a concepire il globo intero come proprio ripostiglio: usiamo il gas estratto in Siberia, mangiamo il pesce dell’Oceano Indiano, giochiamo a calcio coi palloni cuciti in Vietnam, nei supermercati scandinavi vogliamo trovare papaja e avocado freschi, e viceversa a Città del Capo non deve mancare l’aringa affumicata di Oslo. È il benessere, che si misura in possibilità di avere l’impossibile.

    E il costo di un tale benessere è uno stupro continuato del Pianeta, che procede a ritmo sempre più sostenuto dal momento che popolosissimi Stati emergenti reclamano adesso quello stesso ventaglio di comfort che hanno garantito ai padroni dell’altro ieri (e difatti sono i primi a opporsi con forza alle misure contro il global warming).

    La miscela è esplosiva, gli effetti fuori controllo. Due miliardi di persone sono vittime di catastrofi climatiche, eppure c’è chi viene ucciso per aver tentato di porre rimedio, come è accaduto a Paulo Guajajara, freddato con un colpo di pistola, nel Maranhão amazzonico, da chi armato di motosega disbosca illegalmente la foresta al ritmo di ettari ed ettari al giorno. Serve ricordarne il sacrificio? No, è del tutto inutile. Anzi, si corre perfino il rischio di alimentare la distorta lettura dei fatti per cui l’Amazzonia riguarda i brasiliani, la Groenlandia i danesi e via dicendo in una lista di bandierine e di confini che ha fatto della geografia un catalogo di pertinenze, in onta alla salvaguardia complessiva del Pianeta. Si racconta che sessant’anni fa Jurij Gagarin, a bordo della sua navicella, contemplò la Terra nel suo apparirgli finalmente priva di confini. In piena Guerra Fredda (eravamo poco prima che scoppiasse la crisi dei missili cubani che stava per condurci alla guerra atomica), era rivoluzionario sentire un astronauta garantirci che il mondo è innanzitutto un pianeta, e solo poi una somma di sovranità. Niente da allora è mutato: continuiamo a non vedere il Pianeta, ma solo il mosaico colorato del planisfero politico.

    Quindi del Maranhão si occupino Lula o Bolsonaro, è casa loro. E con lo stesso principio, siamo certo pronti a donare in beneficienza 1 o 2 euro via sms per l’emergenza in corso, ma nel contempo restiamo comunque convinti che ognuno debba conteggiare i propri danni e le proprie vittime. Tanto più che – in questa vulgata idiota e diffusissima – la mannaia del clima si abbatterebbe in particolare sugli Stati africani flagellati dalla siccità, sugli arcipelaghi oceanici in via di sommersione, sui paesi asiatici spazzati dai monsoni o sulle coste americane esposte agli uragani.

    Ci spiace per loro, ma non sono fatti nostri. È un comodo modo di spostare altrove l’emergenza, fingendo di non vedere che ormai tutti – sarò netto nei toni – rischiamo di morire domattina in un’auto travolta da una bomba d’acqua o sotto un platano abbattuto da raffiche a oltre 100 km orari. Sarebbe l’ora che iniziassimo a prendere tutti il punto di vista di Gagarin, anteponendo il pianeta, dimenticando confini e capitali, azzerando per procedura d’urgenza ogni veto di premier, sovrani e presidenti (fra cui Trump che senza remora ha definito l’innalzamento degli oceani un’occasione per vendere più case con vista mare). Perché si possono comminare sanzioni pesantissime a chi invade l’Ucraina, ma non è mai stato usato lo stesso metodo estremo con chi non si allinea alle misure contro il surriscaldamento? Forse perché l’attacco all’integrità di una nazione è un reato più grave che alimentare la catastrofe ambientale? O forse perché una imperdonabile miopia fa mettere a fuoco i morti di una guerra ma non i morti che dopodomani immoleremo sull’altare del dio Clima? Nelle nostre case sono entrate le immagini di Mattia Luconi, trascinato via dalla furia di un fiume marchigiano. Molte altre immagini di bambini ci erano comparse sui teleschermi in questo 2022 di missili, razzi e macerie. Eppure Mattia non viene concepito come una vittima di guerra. Cominciamo a dire che viceversa lo è, a tutti gli effetti: strappato via a soli 8 anni da un temporale feroce alimentato da 4 mesi di caldo over-limits, Mattia è un caduto in guerra, nella grande guerra climatica. E il V-Shaped, nome tecnico del temporale autorigenerante, non è in fondo così diverso dallo Shahed-136, il drone iraniano con cui la Russia si accanisce su Kiev.Stefano MassiniNato a Firenze, nel 1975. Scrittore e drammaturgo, è il primo autore teatrale italiano ad aver vinto un Tony Award. Tra le sue opere recenti Manuale di sopravvivenza: Messaggi in bottiglia d’inizio millennio LEGGI TUTTO

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    La catastrofe post datata

    B con le distopie! Il protagonista del romanzo che sto finendo di scrivere lo dice, per essere sinceri, con meno eleganza. Ma gli ho prestato un’insofferenza che è anche mia: rispetto a un genere di racconto – letterario, filmico – che tende a proiettarci in un domani minaccioso. Non si contano i libri, spesso libracci, in cui le grandi metropoli sono invase dalle acque. A un certo punto, magari, si affacciano gli alieni. Vedo un rischio concreto nell’alimentare a dismisura un immaginario giocato sulla catastrofe post-datata: puoi esserne spaventato ma per gioco, riconoscendola come iperbole narrativa – una specie di caricatura del possibile. E comunque, non riguarda l’immediato.

    In realtà, nelle oscillazioni violente di un quadro climatico sufficientemente stravolto, la sconcertante evidenza restituisce una distopia già in atto. Ha infiltrato il presente: come fa con le case l’acqua che sommerge e cancella Cantiano, Marche, Italia.

    La dimensione che più sfugge agli umani – un paradosso che spesso rovina intere esistenze – è quella del presente: la capacità immaginativa riesce a lavorare sulla memoria e sul futuro, a cogliere meglio in forma di ricordo o di presagio ciò che è già sotto gli occhi. Se ne ha la prova nel discorso politico: quando per l’appunto si appella alla grandezza (spesso idealizzata) di figure del passato; quando, nell’illustrare programmi ambiziosi quanto aleatori, si rivolge ai giovani con insopportabile retorica. I giovani, che – da frase fatta – “sono il nostro futuro”. Il futuro di chi? Intanto esiste e richiede cura e si sfarina e si complica il presente di tutti.

    “Il caldo e il freddo estremi non consentono di fabbricare un mondo”, ha osservato per tempo un filosofo che, in certi pomeriggi di studio, poteva e può dare qualche preoccupazione. Si tratta di Hegel, che aveva colto o recuperato – dall’alba del diciannovesimo secolo – l’indiscutibile tensione della specie umana verso un “optimum” climatico comunque instabile. L’attesa della singola bella giornata. La spinta migratoria verso climi più temperati. Il Sapiens è duttile, adattabile, sì, e tenace, ma soffre nella furia degli elementi. La meteorologia domina da sempre nelle conversazioni spicce, da bar e da mercato; alle cosiddette previsioni del tempo diamo più di un’occhiata al giorno, ma la verità più impegnativa non viene mai ripetuta dal colonnello dell’aeronautica: il nostro organismo soffre nella furia degli elementi, va in panne se le temperature si innalzano oltre misura, sragioniamo e boccheggiamo nel caldo afoso, sentiamo sfaldarsi la tenuta del nostro complesso energetico; viceversa, a tredici gradi esterni, se nudi, cominciamo a tremare. Se la temperatura corporea scende a trentatré gradi, non stiamo più in piedi.

    L’impatto del clima e delle condizioni atmosferiche sulla vita dei popoli non è meno significativo nell’esistenza di un singolo individuo: stati ansiosi, depressione, istinti suicidi o violenti, oscillazioni dell’appetito, del desiderio sessuale, alterazioni della motilità intestinale. Questo per richiamare un’ovvietà fattasi opaca: niente ha più rilievo del clima rispetto al semplice e miracoloso fatto di essere qui, di essere vivi.Lavorando al romanzo di cui dicevo, ho risalito i secoli in cerca di voci umane in grado di testimoniare la vertigine emotiva, lo sconcerto, la disperazione di fronte alla violenza degli sbalzi climatici. Ho trovato invocazioni e preghiere, l’attribuzione atterrita al divino del furore con cui temporali e grandinate devastano i raccolti, picchi di calore che rendono inabitabili zone desertificate. Ho interrogato la capacità delle società di assorbire gli shock legati alle crisi ambientali non in un futuro possibile, ma nel passato, secoli di gelo, anni senza estate, stagioni torride che minano la tenuta degli imperi. E ho –   ingenuamente! Tardivamente! – colto ciò che non sfugge a storici, antropologi, climatologi: che niente è stato più ferale, per la sopravvivenza delle comunità umane su questo pianeta, di un clima ostile.Il 6 settembre scorso, a Sacramento, California, il termometro ha toccato i 47 gradi. Dove qualcuno legge eccessivo allarmismo, e con un’alzata di spalle stizzosa liquida come catastrofisti e apocalittici scienziati e cittadini impegnati, c’è una solida sequenza di dati. Che fatica comunque a generare autentica preoccupazione, come se nella cultura umana l’idea di un’apocalisse a rate – per certi versi già piuttosto visibile – fosse meno sinistra e omicida di un’apocalisse che si compie di colpo, in un solo istante. È la “grande cecità”, la rimozione di cui ha parlato lo scrittore indiano Amitav Ghosh, quella che impedisce anche a noi scrittori di vedercela davvero con flutti e tifoni, se non per gioco. Se non quando l’acqua arriva in cucina: durante l’uragano Sandy – ha raccontato Zadie Smith – ho sceso quindici piani di scale a piedi, incinta di parecchi mesi, al buio, solo per raggiungere una connessione wi-fi e mandare una mail a un mio conoscente che negava il cambiamento climatico per dargli questa recente prova della sua idiozia”.Qualche volta mi dico che, di fronte al fallimento della nostra immaginazione etica e politica, bisognerebbe davvero sostituire allo spirito farsesco-catastrofista alla The Day after Tomorrow un più solido e non meno angosciante The Day before Yesterday. Provare cioè – come invita a fare il glaciologo Carlo Barbante – a dissolvere le nebbie della fantascienza con notizie dalla Storia. Lui si riferisce ai dati concreti (“per capire cosa lo studio del passato possa dirci del clima di oggi, per poter poi meglio prevedere anche quello di domani”). Io aggiungerei un dato emotivo: e anziché inventare creaturine romanzesche da piantare in un futuro remoto, recuperare l’angoscia di chi in un mondo diventato inabitabile per il caldo sperimentava l’inferno in terra. E non per metafora. O chi, in un mondo raggelato, si domandava: che ne sarà di noi in questo secolo di gelo?Dobbiamo fidarci di queste voci, di questi sguardi: seguirli mentre indovinano un sole pallido, quasi spento, dietro il velo compatto dei cirrostrati. Mentre si disperano di fronte a una terra infeconda. La presenza di selvaggina è dimezzata; i capi di bestiame, sfiniti, crollano nei torrenti di acqua gelida – ne vanno recuperate le carcasse, e poi, con astuzia, con rabbia, spartite. Perché il vero grande indicibile nemico è la fame, e (come leggevamo sui libri di scuola, mandando a memoria date di battaglie e anni di regno in uno sbadiglio) il prezzo dei cereali raddoppia, triplica; il costo del pane cala o aumenta anche solo in base alle piogge. Non è un caso – racconta chi “predice” il passato – che Filippo II venisse tenuto minuziosamente al corrente delle variazioni climatiche nei suoi vasti domini. 

    Paolo Di PaoloNel 2005 è stato finalista del Campiello giovani, ha esordito con “Nuovi cieli, nuove carte”, poi ha proseguito la sua attività con numerosi libri-intervista. Nel 2019 con “Lontano dagli occhi” vince il Premio Viareggio. Il suo ultimo lavoro è la cura di un’antologia di scritti di Indro Montanelli LEGGI TUTTO

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    Con una Delorean nel mondo del 2050

    Nel 1985 debuttò un film che diventò rapidamente uno dei classici più amati della storia del cinema. Quel film, diretto da Robert Zemeckis, ha come protagonisti uno scienziato decisamente eccentrico, Emmett Brown, anche noto come Doc, e un suo amico molto più giovane, Marty McFly, alle prese con un tipo di viaggio molto diverso da quelli che abbiamo compiuto noi, almeno finora.Doc e McFly, infatti, viaggiano a bordo di una strana automobile, una Delorean appositamente modificata da Brown, che non serve per spostarsi nello spazio, ma per viaggiare nel tempo.

    Il titolo del film, lo avrete capito, è “Ritorno al futuro”.In questo momento, noi umani non siamo diretti verso il futuro. Se non conteniamo l’aumento delle temperature medie del nostro pianeta, se non arriviamo a un netto zero delle emissioni di gas serra, non ci sarà futuro per noi su questo pianeta.Dobbiamo ridurre in modo drastico le emissioni di CO2, dobbiamo decarbonizzare la nostra vita, i nostri sistemi produttivi, le nostre economie. La crisi climatica è, insomma, una straordinaria possibilità di mettere radicalmente in discussione il sistema che ci ha portati fin qui.È questa messa in discussione radicale, è lo sperimentare nuove soluzioni, dare spazio a nuove abitudini, a nuove idee, a un rinnovamento personale e collettivo che permetterà anche a noi, come a Doc e a Marty McFly, di tornare al futuro.Vi propongo allora di salire a bordo della Delorean e di venire con me a fare un giro nel 2050.Rumore di sportello che si apre, uccellini che cinguettanoIn giro ci sono poche auto, la maggior parte delle persone si sposta in bicicletta, anche i bambini! Con meno automobili in giro, infatti, le strade sono sicure, e per strada c’è molto più  spazio per giocare.La città è verde, perché riducendo il numero di auto, è stato possibile piantare più alberi nelle strade, che contribuiscono ad attutire i rumori e a tenere fresche le strade anche d’estate.Le poche auto e i mezzi pubblici che vedo in giro sono tutti elettrici.Entro in un supermercato, è bellissimo! Quasi tutto è venduto alla spina: le bottiglie di vetro vengono riciclate sul posto e le confezioni usa e getta in plastica non esistono più.La transizione energetica è ancora in corso, e lo sarà sempre: con i progressi della scienza e della tecnologia, i modi puliti di produrre energia diventano sempre più efficienti, e la produzione di energia è sempre meno centralizzata e sempre più capillare: molti condomini e molte piccole aziende sono completamente indipendenti in termini di energia. Attraverso pannelli fotovoltaici di ultima generazione e mini eolico producono l’energia di cui hanno bisogno e reimmettono l’energia in eccesso sulla rete comune a beneficio della popolazione residente intorno all’impianto.In questo modo, già da molti anni i costi dell’energia si sono abbassati, e l’energia è diventata un diritto per tutti, anche per i milioni di persone che non ci avevano mai avuto accesso.Le centrali a carbone sono state chiuse diversi anni fa, e rimpiazzate con impianti che producono energia senza l’emissione di gas serra.Nel 2022, tutto questo sembrava impossibile. Mi chiedo come siamo riusciti a compiere una trasformazione così radicale e decido di entrare in una libreria per informarmi. Come il supermercato, la libreria è bellissima e molto diversa da quello che ricordavo. Assomiglia di più a una galleria d’arte, le copertine dei libri sono esposte su grandi schermi digitali, sui quali si può vedere un trailer del libro, come fosse un film. Ci sono anche dei libri cartacei, ma la maggior parte dei libri si acquistano utilizzando un lettore digitale e inquadrando un QR code. Una libraia gentilissima mi dice che i libri sono oggetti pesanti e che spostarli da una parte all’altra generava troppe emissioni. Mi dice anche che moltissimi libri dopo essere stati stampati, se non erano venduti venivano mandati al macero, e che un pezzo importantissimo della transizione verde è stato quello di ridurre gli sprechi il più possibile.Nel libro che la libraia mi consiglia scopro che ci sono due elementi che hanno reso possibile il raggiungimento dell’obiettivo emissioni zero. Il primo è l’elettrificazione: siamo riusciti a elettrificare i nostri consumi. Non usiamo più combustibili fossili per le nostre auto, o per i nostri sistemi di riscaldamento, o per le nostre cucine. Elettrificando le nostre reti siamo riusciti a usare le energie rinnovabili per coprire un pezzo enorme del nostro fabbisogno energetico. Il secondo è la decentralizzazione. In passato, l’energia veniva prodotta solo nelle centrali e distribuita nella rete. Oggi, nel 2050, la produzione di energia avviene in modo molto più distribuito e la messa in rete dei sistemi che producono energia serve per ottimizzare l’efficienza del sistema e assicurarsi che non ci siano sprechi né momenti di blackout.Per questo vedo pannelli fotovoltaici sui tetti dei condomini, e mini pale eoliche sul profilo di quel grattacielo! Tra le nuvole sta passando un aereo. È un aereo elettrico ad energia solare. Sembrava impossibile, ma l’accelerazione della ricerca sulle batterie ha reso possibile persino decarbonizzare l’aviazione. Le persone che vedo girare per le strade non stanno correndo verso l’impegno successivo. Tutti lavorano, ma lavorano meno. Da quando noi umani abbiamo capito che non si può crescere infinitamente e che spingere le persone a comprare più di quello di cui hanno bisogno ha un impatto negativo sulle loro vite e sulla natura, produrre incessantemente non è più necessario. Le persone hanno più tempo di leggere, di fare sport, di frequentare le persone care e di stare nella natura.Rumore di antifurto della macchina che si disattiva.Il mio tempo nel futuro è scaduto. Devo tornare nel 2022, c’è molto lavoro da fare per far sì che nel 2050 il mondo sia questo, e non un posto inospitale, piagato da eventi climatici estremi e da tutta la sofferenza che questi comportano nella vita di tante persone. Partenza Delorean, arrivo nel presente Che effetto mi fa la città piena di auto puzzolenti, e la frutta nelle vaschette di plastica coperte di cellophane in quel negozio all’angolo. Mentre torno a casa, per riposarmi al termine di questo viaggio penso che se c’è una cosa in cui siamo davvero bravi… beh, quella cosa è cambiare. Cambiare noi stessi, e cambiare l’ambiente che ci circonda. Noi umani, infatti, dal momento in cui siamo apparsi su questo Pianeta, siamo la specie che più di qualsiasi altra è riuscita a cambiare la vita sulla Terra.E se i cambiamenti che abbiamo messo in moto, senza troppa consapevolezza, hanno generato profondi squilibri, questo vuol dire che adesso abbiamo nelle nostre mani il potere di cambiare il corso della Storia e assicurare a noi e agli altri esseri viventi una vita lunga e felice nel posto meraviglioso in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere.Ciascuno di noi può dare un contributo importante alla decarbonizzazione.Guidare un’auto elettrica, invece che a benzina, avere una cucina o un sistema di riscaldamento elettrificato invece che a gas, installare i pannelli fotovoltaici sul tetto di casa per rendere la propria abitazione o le proprie comunità il più possibile autosufficienti dal punto di vista energetico, non solo aiuta il Pianeta, ma è anche un modo molto efficace di promuovere la pace.La scarsa disponibilità di combustibili fossili e la loro presenza solo in alcuni Paesi, infatti, negli anni ha generato una enorme quantità di conflitti e generato terribili violenze.Non tutti i settori possono essere elettrificati. E questa è una delle ragioni per cui l’idrogeno è così importante.Quella di cui abbiamo bisogno è una vera e propria rivoluzione, un cambiamento di prospettiva su cosa voglia dire per noi umani “stare al mondo”,  e la battaglia campale di questa rivoluzione si svolge in realtà in un luogo piccolissimo: la nostra testa.La sfida che stiamo affrontando è epocale, e – se non cambiamo le nostre abitudini – non abbiamo bisogno di una macchina del tempo per scoprire che il futuro che ci aspetta non è roseo, perché quel futuro è già qui.Le alluvioni, gli incendi, le guerre, l’aumento vertiginoso dei costi dell’energia… gli eventi estremi che stanno già mettendo alla prova molti dei nostri Paesi sono sotto gli occhi di tutti, e purtroppo sono già realtà per moltissimi di noi.Ridurre drasticamente le emissioni di CO2 nell’atmosfera è un obiettivo che ci accomuna tutti, e correggere gli errori di valutazione che abbiamo fatto in passato porterà beneficio a tutti noi permettendoci di prosperare in una nuova realtà: quella, pacifica e sostenibile, del 22 novembre 2050.Se, nel 1825, avessimo descritto il mondo in cui viviamo oggi all’accenditore di lampioni, ci avrebbe preso per pazzi.Se gli avessimo detto che i lampioni si sarebbero accesi da soli non solo a Parigi, ma in tutto il mondo, forse non ci avrebbe creduto.Se gli avessimo detto che avrebbe avuto il riscaldamento in casa, la televisione, se gli avessimo detto che avrebbe potuto mandare una lettera dall’altra parte del mondo e farla arrivare in meno di un secondo… avrebbe pensato che stavamo scherzando.E se gli avessimo detto che in un giorno troppo lontano due esseri umani avrebbero messo piede sulla luna?Non dobbiamo avere paura di fare cose difficili.Ne abbiamo fatte tante.Questa è la più difficile di tutte forse, ed è per questo che richiede il contributo di tutti noi.

    Francesca CavalloScrittrice, imprenditrice e attivista.  Nel 2017 ha vinto il Libro d’oro con “Storie della buonanotte per bambine ribelli”. Il suo ultimo libro si intitola “Ho un fuoco nel cassetto”. Le sue opere, tradotte in oltre 50 Paesi, hanno venduto oltre 6 milioni di copie LEGGI TUTTO

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    La ballata della pianura

    Anche grazie a foto furbe, il Po nei giornali è dato per morto, ma andrò a vederlo con i miei occhi. Ci vado in macchina, anche se avrei voluto andare di passaggio in passaggio come G. Celati, ma ormai nessuno ti prende per strada gratuitamente. Mangio in una trattoria a Caorso davanti un’ansa piena di alberi e aironi cenerini; il Po si presenta come una donna in perfetta salute, di cui mi innamoro. Il ristoratore è uno degli ultimi pescatori che pesca e cucina i pesci del fiume, come suo padre e suo nonno. Mi mostra le foto della piena del 2000, i fogli incorniciati dei premi culinari sono rimasti accartocciati da quel giorno, e le foto dello storione gigante catturato dal padre: mi confida che quando lo si prendeva era festa in tutto il paese. 

    Arrivo alla diga di Isola Serafini, dove l’Enel produce energia idroelettrica. A monte ci sono venti metri d’acqua, a valle sembra di stare ne La Terra Desolata di T.S. Eliot: “Qui non c’è acqua, ma soltanto roccia… i piedi nella sabbia… la montagna dai denti cariati che non può più sputare… il tuono secco senza pioggia”. L’acqua comunque scorre, non è solo sabbia, in quattro giorni da qui arriverà al mare, eppure, è poca. Le montagne non hanno ricevuto abbastanza neve in inverno e ora non rilasciano tanta acqua. 

    Si stagliano oltre l’orizzonte piatto i torroni delle industrie, i campanili e gli acquedotti, ma è soprattutto l’ex centrale nucleare di Caorso a ergersi a totem. Rimasta attiva per tre anni, è stata dismessa appena dopo Cernobyl e la stanno ancora smantellando. Chi ci vive attorno ha strane teorie, dice che paghino da trent’anni duecento operai per far nulla, o che sia segretamente usata per scopi militari. Chiedo al guardiano dell’area protetta cosa stiano facendo, mi risponde: “Stanno smantellando”, ma ormai, condizionato dalla gente di lì, non posso crederci più di tanto. 

    Nella bassa piacentina ci sono i campi di pomodori, mais, frutta, soia; nelle golene, oltre l’argine, i tipici pioppeti. In un circolo di Monticelli il proprietario mi offre salame e lambrusco di mattina che invano provo a rifiutare. Quando parla di Torino, indica a monte, di Ferrara a valle, il Po connette i luoghi come la Via della Seta. È laureato in Agraria, mi spiega che bisognerebbe irrigare a goccia invece che per allagamento per evitare lo spreco. I suoi nonni con la stessa acqua lavavano la verdura raccolta e annaffiavano le piante; le precedenti generazioni hanno vissuto dando per scontato l’acqua, eppure non ne abusavano. 

    A Spinadesco un uomo della Protezione Civile mi racconta di come i giovani abbiano abbandonato il fiume e la vita pratica, mentre mi indica germani che volano in coppia, interrompendosi da solo più volte, rapito dalla magia della fauna selvatica. Ha scoperto dei ragazzi inquinare dalle telecamere per i lupi e li riporterà qui per trasmettere a loro il rispetto. La guerra, il virus e la magra provocano in lui un malessere apocalittico, ma reale: “Se succede qualcosa, in paese sono l’unico punto di riferimento per la sopravvivenza”. 

    Lungo la bassa parmense si notano impianti di biogas con cupole verdi o bianche che funzionano a mais. Il mais di secondo raccolto appare secco, per la siccità le falde acquifere si sono abbassate e ci sono stati razionamenti d’acqua ma non drastici. Sono andati persi dei raccolti che necessitano di grande apporto di acqua, come i fagioli. A Zibello visito il Cinematografo del sig. Narducci, un museo del cinema da lui creato che ha iniziato da piccolo con suo fratello proiettando film ai contadini nei casali. Mi mostra la bici usata per trasportare di corsa le pellicole nel tempo tra il primo e il secondo tempo in due cinema a sei chilometri di distanza che usavano le stesse pizze del film per risparmiare. La lotta allo spreco richiede fatica. 

    Incontro esperti del fiume, il Po è una catena, unisce persone molto diverse che ti dicono sempre da chi andare successivamente. Prima un giornalista e fotografo di Zibello, che si firma “Eremita del Po”, che indovina la misura delle piene osservando l’altezza delle lumache sugli alberi. Poi, V. Daolio, creatore dell’Acquario del Po a Motta Baluffi. Grazie a lui scopro del ‘sacco di sabbia’, massiccio dragaggio abusivo del fondale del Po compiuto da mafie e imprese nei decenni scorsi, prima dell’apposita legge che contrasta il fenomeno. La fine sabbia del Po, perfetta per costruire case e strade, formata dall’erosione della roccia in migliaia di anni, è stata prelevata in poco tempo. “Anche per questo motivo il Po è diventato un torrente”, ammette Daolio. Poi il Comandante Landini della Stradivari, una bellissima motonave turistica che aspetta che l’acqua si rialzi per ripartire. Mi racconta energicamente della Resistenza, quando i partigiani sgozzavano i tedeschi mentre li trasportavano in barca da una riva all’altra: “Il corpo con un taglio si riempie d’acqua e scompare nel fondale”. A Guastalla conosco un ex pescatore di siluri, ideatore di un locale sul fiume pieno di artigianato fatto da lui utilizzando la legna del fiume: all’ingresso ha intagliato una radice e ne ha fatto il volto di Medusa piena di serpenti. Mi dice che c’è un rimpallo kafkiano tra Regioni, Province, Comuni, Aipo, Consorzi di Bonifica, Enel e molte idee di rinnovamento si arenano nella burocrazia. 

    Con loro parlo (anzi ascolto, uno di loro mi ha detto giustamente: “Non parlare del fiume, tu non sai niente del fiume”) di progetti di sistemazione fluviale per preservare migliaia di metri cubi di acqua. Ad esempio, la “bacinizzazione”, concepita negli anni ’60, quando il fiume veniva usato come via di commercio, che vorrebbe cinque o sei sbarramenti dalla diga Serafini fino alla foce per controllare il livello dell’acqua e produrne energia. Oppure ci sono le proposte che lo lascerebbero a corrente libera: riportarlo al suo alveo originale, distruggendo alcuni pennelli; valorizzare le lanche, i rami morti del fiume, che sono bacini naturali; scavare le golene, per ricavarne altri. Ognuna ha una visione politica diversa, ma tutte mettono al primo posto l’ecosistema del fiume. Viene fuori spesso il paragone con Israele. Spreca poco, desalinizza l’acqua del mare, addirittura ne ricava dalla condensa atmosferica grazie a dei generatori: c’è bisogno di prendere esempio da chi già convive con la desertificazione. Si lamentano che in Italia si fanno le cose con poca lungimiranza. A Boretto non si può non notare il porto turistico mai utilizzato, un’orrenda piattaforma di cemento che si affaccia sul fiume. È difficile pensare che sia stato concepito senza la meschinità di arricchire qualcuno. 

    Il fiume da dentro è uno specchio, doppio è il tramonto, doppi i cefali argentati che saltano. Andando veloci in barca, si diventa tutt’uno col vento. Ricorderò sempre un barcaiolo che mi ha spiegato: “Dove l’acqua oscilla velocemente, si dice che l’onda ride, attento, perché lì dietro si nasconde una secca”. Sopra il pelo dell’acqua spunta lo splendido battello Ferrante-Gonzaga del ‘500 riverso a pancia in su. Inchiodato a mano con eliche di bronzo, affondato per la piena del 2000 e riemerso quest’anno, è simbolo di un’Europa di casate nobili. Si pensa che quest’anno emergano reperti per la secca, ma la gente rivierasca ci è abituata, soprattutto dopo le piene o in estate, il Po fa emergere il suo Eldorado. Sotto ci sono olmi medievali, palafitte dell’età del bronzo, carrarmati, mura di chiese seicentesche, ossa dei greci antichi che lo hanno navigato. Al Museo del Po di San Daniele Po ci sono il femore di un elefante antico e il teschio di un rinoceronte, che hanno abitato la valle in altre ere geologiche. 

    Conosco il signor Gialdini, l’ultimo pontiere, che ha creato un museo sul ponte di barche di Boretto. Il ponte di barche è un ponte che galleggia sull’acqua, formato da barche collegate l’una all’altra. Nel ’62 è iniziata la costruzione dell’attuale ponte sospeso di Boretto e quello di barche è stato dismesso nel ’67. Mi spiega che il pontiere è un lavoro faticoso, soprattutto quando si doveva sgottare (svuotare dall’acqua) le barche con una pala, oppure quando si doveva aprire il ponte per far passare una imbarcazione e poi richiuderlo tirando delle corde. Parlando di Zavattini, il quale aveva installato una balera sulla spiaggia di fronte al ponte di barche per girare una scena di un film, dice: “Mariti e mogli ricordano di essersi conosciuti quando facevano le comparse quel giorno”. 

    A Gualtieri, il signor Galeffi della Casa Museo A. Ligabue mi presenta un suo compaesano di oltre ottanta anni che ha conosciuto A. Ligabue. Mentre descrive come il pittore, isolato nei boschi in golena, si trasformava in un’aquila per dipingerla indossando una protuberanza a mo’ di becco, ululando e scuotendo le braccia, si alza di scatto ed esclama: “Devo andare a vedere come sta il Po”. In un attimo è lontano con la bici. I suoi amici normalizzano: “Fa così ogni due ore, da tutta la vita”. Uomini come lui non chiedono niente oltre ciò che il fiume già dà: la legna, la vista, gli animali. Temono le sue ribellioni, ma le rispettano. Lo curano con devozione, si rapportano al Po come a una forza soprannaturale. Vengo consigliato di andare a “Montecitorio”, una postazione con vista magnifica, chiamato così perché si fanno discorsi politici, ma quando arrivo è vuoto, c’è solo un giornale locale. In prima pagina si ripercorrono le radici mitiche del Po, anticamente chiamato Eridano, in cui Zeus fece precipitare e morire Fetonte che guidava il carro del sole a sproposito. Lo piansero le numerose lacrime delle Eliadi, trasformate in ambra e a loro volta in pioppi. 

    Tra il reggiano e il ferrarese arriva aglio, cipolla, mele, poi ancora mais, soia, erba medica. Ci sono case diroccate, alcuni paesi sembrano disabitati. I pochi cinema che trovo proiettano blockbuster americani, oltre non vanno. Sull’insegna di uno dei lidi sul Po, con bar e ristorante, c’è la foto di una spiaggia trasparente della Sardegna; un cartellone di una sagra paesana riporta la piana delle mongolfiere della Cappadocia; a Ostiglia i due palazzi di dieci piani vengono chiamati i “Grattacieli”. Le foto e i termini richiamano l’altrove per creare attrattiva. È strano, perché la provincia spesso crea tradizioni più autentiche e particolari della grande città. Si fa strada in me la consapevolezza di un’altra desertificazione, quella culturale dei territori interni. Se imperversa il mito di andarsene verso la città, si svuotano questi luoghi della loro importanza. 

    A Bondeno visito una famiglia contadina, fanno vendita diretta. Sul perimetro hanno piantato una striscia di bosco, mi spiegano che protegge dai venti gelidi e abbassa la temperatura d’estate, ma pochi lo fanno perché coltivano fino all’ultimo centimetro. Nessuno di loro è andato a vedere il Po quest’estate, “altrimenti ci verrebbe un infarto”. Hanno una biodiversità e differenziando le coltivazioni sono coperti da rischi, perché le piante agiscono in modo diverso: “La natura non fa nulla per caso”, mi rivela il figlio. Mi dice che le mietitrebbie delle grandi aziende hanno bracci di 20 metri. Nei campi nidificano animali di piccola taglia e i cuccioli, che, non avendo il tempo di scappare, rimangono uccisi. Dovrebbero adottare dei dissuasori acustici, ma nessuno investe su ciò che non produce. Il padre anziano, con occhi azzurri fieri, mi parla della trasformazione del paesaggio: “Anni fa filari di pioppi delimitavano ogni appezzamento, rendevano fertile il terreno, ora non ci sono più… L’asfalto è ovunque, anche dove non serve”. Ci tiene che cerchi su internet cosa sia la conferenza di Bilderberg, in cui “i potenti si spartiscono il mondo” e mi chiedo quanta riflessione ci voglia per connettere Bilderberg a Bondeno. 

    Verso la foce, le rondini volano splendenti di colori. Le foglie marroni in pieno agosto cadono dagli alberi in anticipo sull’autunno; dietro una pianta verde, ce n’è una morta. Qui poiché il fiume è debole, è subentrato il mare con prepotenza e gli agricoltori dai pozzi limitrofi pescano acqua salata. Che fare, quindi? L’unica cosa, oltre a spendere soldi per cisterne, è sperare che piova. 

    Mi chiedo come mai il Po non sia presente nella Fontana dei Fiumi di Piazza Navona, eppure è vasto come il Gange, ricco come il Danubio, segreto come il Nilo, selvaggio come il Rio. È ostile e pericoloso, non di rado affiorano morti annegati. Anarchico, se qualcuno fa pesca di frodo o furti di motore di notte, è difficile coglierlo in flagrante. Ma anche inquinato da grandi industrie. Al fascino corrisponde un declino. 

    Dove sono finiti i giovani che un tempo giocavano sugli argini con i sassi o raccoglievano le viole? Si capisce che non lo amano più. I vecchi del Po, dalla loro, non credono in una rivoluzione, rimangono ad aspettare carichi di nostalgia e risentimento, non si sa bene che cosa. Ci vogliono mani silenziose per mantenere il fiume, ma di chi saranno? Che ne sarà dei suoi segreti? Tra ieri e domani, il Po oggi è un ponte di barche diviso in due metà che non si toccano, senza più pontieri a richiuderlo, in balia della corrente.

    Giacomo MazzariolNato a Castelfranco Veneto nel 1997, è autore di Mio fratello rincorre i dinosauri, diventato un film di Stefano Cipani, e Gli squali. Insieme al collettivo di sceneggiatori Grams, ha scritto la serie tv Baby, trasmessa da Netflix LEGGI TUTTO

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    La sorgente scomparsa

    Ti ricordi quell’inverno che eravamo rimasti senz’acqua? Era gennaio, non aveva piovuto per tutto l’autunno e la fonte di casa si era prosciugata, e all’inizio facevo come nei libri di Messner e Bonatti, riempivo il pentolone di neve e lo mettevo sulla stufa. Un sistema  poetico ma poco efficiente perché la neve impiegava un’ora a sciogliersi così, e dopo un’ora sul fuoco ne restava anche meno di un terzo, forse di un quarto d’acqua, e ti ricordi che alla fine sono andato dal ferramenta a comprare due taniche da dodici litri ciascuna? Quando ci svegliavamo la mattina andavo giù alla fontana del paese, mi congelavo le mani a riempire le taniche e le portavo su una alla volta nella neve, poi passavamo la giornata a centellinare quei 24 litri d’acqua. Una tazza per lavarsi i denti, un pentolone per i piatti, per il bagno se ne andava sempre troppa, e lavarsi per intero neanche a parlarne. Finché dopo un paio di settimane ci siamo stancati e siamo tornati a Milano e aprire il rubinetto della doccia la prima volta, e sentire l’acqua calda sulla pelle ci era sembrato un miracolo, ti ricordi?Quest’anno che mi manchi anche l’acqua non è più tornata. La fonte si è prosciugata in gennaio, come quella volta. Ma quella volta c’erano metri di neve a sciogliersi in primavera, lo scorso inverno invece non ha nevicato o quasi. Ho aspettato l’acqua in aprile, quando di notte ormai non gelava quasi più. L’ho aspettata in maggio quando quella pochissima neve si è sciolta sulle montagne e per qualche giorno ho visto scorrere i torrentelli del disgelo. Intanto non pioveva, non pioveva davvero mai, tutta una primavera senza una goccia di pioggia, e in giugno ho cominciato a temere che la fonte sarebbe rimasta asciutta per il resto dell’estate, come poi è andata. Oggi è settembre e ancora tace come il silenzio che c’è in casa mentre vorresti tanto sentire una certa voce.

    Per fortuna o per saggezza qualche anno fa il Comune ha costruito un acquedotto nuovo, ora sono collegato a quello e l’acqua della fonte mi serve soltanto per il giardino (che pertanto è inaridito). Mi fa ridere quando leggo su certe etichette dell’acqua minerale “la sorgente più alta d’Europa”: l’acqua che bevo adesso viene da ben più su di qualsiasi bottiglia dei supermercati, è una sorgente chiamata Fontana Fredda che sta a 2386 metri d’altezza, forse te la ricordi perché era un sentiero dove andavamo a camminare spesso. Ci andavamo per dei laghetti e qualche volta arrivavamo su in cresta da dove si vedono i ghiacciai del Monte Rosa. Ma, quest’estate, risalire quel sentiero ha assunto un significato del tutto diverso, più proseguiva la siccità e più diventava un pellegrinaggio verso un luogo sacro. Ogni tanto mi dicevo: andiamo a vedere come sta Fontana Fredda, temendo il giorno in cui sarei arrivato lì e avrei trovato il beccuccio metallico della sorgente senza più una goccia d’acqua. Nel frattempo, al bar, domandavo all’amico idraulico, o all’amico che gestisce una centralina idroelettrica, notizie sulla sua portata.

    E mi spiegavano con mio terrore che quando l’acquedotto fu progettato, ormai diversi anni fa, da Fontana Fredda sgorgavano 30 litri d’acqua al secondo, che lo scorso inverno si erano ridotti a 10, e che adesso, in luglio, non erano più di 3. Tre litri d’acqua al secondo a cui ero appeso non solo io, ma non so quanta altra gente nella stagione di massimo afflusso turistico. Capirai perché dico che andare lassù era diventato il mio pellegrinaggio.

    A questo punto non pioveva né nevicava da quanto, nove mesi?, e trovare quel sottile ma continuo getto d’acqua, a 2386 metri, tra i prati giallo paglia e i letti asciutti dei torrenti, mi commuoveva come una di quelle manifestazioni della tenacia assurda della vita. Mi ricordavo che in Tibet, che è un deserto d’alta quota, certe sorgenti sono protette da piccoli santuari, costruiti intorno al punto in cui l’acqua sgorga come a una divinità, e mi dicevo: dovremmo farlo anche noi. Altro che croci di vetta, sono le sorgenti i luoghi sacri. Non sapevo, né nessuno me lo sapeva spiegare, da dove arrivasse esattamente l’acqua di Fontana Fredda – forse ti ricordi che sta in una conca e le cime tutt’intorno non superano i 3000 metri, troppo basse per la neve e il ghiaccio – per cui cos’è che si stava sciogliendo sopra di lei? O era davvero solo acqua piovana conservata chissà come? Ma la sorgente non cedeva, nel corso dell’estate, fluiva sottile e continua anche in agosto, quando i torrenti non scorrevano più e il livello dei laghi alpini era sceso di un metro, mostrando le rive nere della siccità. Per cui mi divenne chiaro: quell’acqua veniva da più lontano. Cioè dai ghiacciai del Rosa che stanno a 15 chilometri da noi. Come ci arrivava, a Fontana Fredda, attraverso 15 chilometri di montagne, io non lo so, ma non vedevo proprio altre possibilità, non c’era più nient’altro che potesse dare acqua.

    Così a quei ghiacciai sono andato, durante l’estate, con lo stesso spirito di pellegrino. Sono andato a vederli che crollavano, sotto il sole del pomeriggio, davanti alla morena del rifugio Mezzalama. Sono andato ancora più su a vedere i torrenti che scorrevano sul ghiaccio, ad ascoltarli dentro i crepacci, a scoprire un lago effimero che prima non c’era sulla via per il Lambronecca. L’acqua sgorgava violentemente dalle bocche del ghiacciaio arretrate di molti metri. L’Evançon, giù in basso, era in piena fin dal primo mattino, formava rapide grigie di disgelo, a volte torbide di frane e crolli. Te lo immagini, un torrente in piena al culmine di una lunga siccità? Era tutto ghiacciaio che spariva, ora per ora, giorno per giorno, ghiaccio vecchio di secoli o millenni che non tornerà più fino alla prossima glaciazione – pensa che bello sarebbe esserci, tra 50 milioni di anni, solo per vedere i ghiacci che ricoprono il pianeta dove un tempo lontanissimo abitavano gli esseri umani – ma aspetta, aspetta, era anche ghiaccio che sciogliendosi s’incanalava sotto le rocce, riempiva grotte, pozzi, gallerie, su e giù per vasi comunicanti e labirinti dentro la montagna, fino a sgorgare, tre litri al secondo, a Fontana Fredda sopra a casa mia. Benedetto ghiacciaio, santo ghiacciaio, pensavo, ed era la cosa più simile a una preghiera che io sapessi pronunciare.

    E poi tornavo alla baita e al mio giardino inaridito. Ti ricordi che l’avevo pensato come un giardino d’acqua, grazie a quella sorgente che non c’è più? Ti ricordi la fontana scavata nel tronco, quella dove tenevamo le birre in fresco e immergevamo i piedi roventi dopo le corse sui sentieri? E il canaletto dove ho posato i sassi del fiume Yukon? E poi la cascatella e il piccolo stagno, ricordi che un anno in maggio avevamo raccolto uova di rana e passato i giorni a guardarle schiudersi, quelle strane uova trasparenti e gelatinose? E che avevamo pianto la scomparsa dei girini portati via dalla corrente, ma poi un giorno non ci ritroviamo in cucina una rana grossa così? E quello che chiamo il mio lago Walden, un po’ più in là, che adesso è solo una buca nella terra ma l’anno prossimo se Dio vuole tornerà a riflettere il cielo, i miei pensieri, le mie parole e la mia mancanza di te: c’eri anche tu quando in questo giardino a quasi duemila metri d’altezza piantammo tre betulle e un acero rosso, per noi la Siberia e il Canada, e lo battezzammo Giardino del Grande Nord. Tutti ci dicevano che non sarebbero sopravvissuti – guardatevi intorno, ragazzi, non li vedete i boschi di abeti e larici? – ma dev’essere anche questo per via del cambiamento climatico: l’acero e le betulle hanno già superato due inverni, sembrano in buona salute e penso proprio che ce la faranno, e quando l’acqua tornerà io credo che saranno i primi a sentirla, a sentirti arrivare.

    Paolo CognettiUno degli autori contemporanei più apprezzati, 44 anni, milanese  è anche autore di documentari. Appassionato di montagna, ha conquistato oltre un milione di lettori vincendo nel 2017 il Premio Strega con il romanzo Le Otto montagne, tradotto in 37 lingue LEGGI TUTTO