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    Dialogo fra la Natura e un islandese (Remix)

    Un Islandese, che era corso a fare jogging per le strade di Reykjavík in una mattina di marzo con 35 gradi all’ombra, e aveva deciso di proseguire fino al vulcano Eyjafjallajökull per controllare a che punto fosse lo scioglimento dell’omonimo ghiacciaio, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque. Vide da lontano, sotto il manto ormai sottile del ghiaccio, un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta, col busto ritto e i piedi nel ghiaccio, la schiena e il gomito appoggiati al vulcano; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di capelli e di occhi nerissimi che lo guardavano fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse. 

    Natura

    Chi sei? Che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita, ma ora scarica ogni giorno torme di pullman carichi di turisti cafoni e puzzolenti?

    Islandese

    Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura perché ormai mi perseguita. Questa mattina facendo jogging sono stato arso dal caldo, ma non passa un giorno senza un temporale, e quand’anche il cielo sia sereno questa tranquillità è compensata dalla frequenza dei terremoti e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano anche nelle stagioni tranquille. Il clima è impazzito.

    Natura

    Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da sé medesimo. Io sono quella che tu fuggi.

    Islandese

    La Natura?

    Natura

    Non altri.

    Islandese

    Me ne dispiace fino all’anima; credo che maggior disavventura di questa non mi potesse capitare.

    Natura

    Be’, potevi immaginarlo che è pericoloso fare jogging sul ghiacciaio di un vulcano… Come puoi credere che la tua invadenza e quella di tutti i tuoi compari turisti cafoni non consumi la Terra e non scateni la mia potenza?

    Islandese

    Non è che prima tu fossi buona, Natura. Non fare la furba. Tu devi sapere che fin dalla gioventù sono stato persuaso della vanità della vita e della stoltezza degli uomini, che si combattono continuamente per l’acquisto di piaceri che non dilettano e di beni che non giovano; e tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per questo ho deciso di vivere una vita oscura e tranquilla, non cercando i piaceri, che sono negati alla nostra specie, ma di tenermi lontano dai patimenti. E così mi separai dalla società degli uomini, riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può fare senza difficoltà. Per non inquinare tenevo al minimo il riscaldamento e non accendevo l’aria condizionata, e facevo la differenziata per bene, ma la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo dell’estate, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi potevo salvare da un perpetuo disagio.

    Natura

    Poverino… Siete i soliti passivi aggressivi, voi umani. Sempre a lamentarvi senza non far niente per migliorare le cose.

    Islandese

    Come potevo migliorarle? Le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, la paura degli incendi, frequentissimi nelle case di legno come le nostre, non smettevano mai di turbarmi. Così decisi di viaggiare, di cambiare luoghi e climi per vedere se da qualche parte sulla Terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. Speravo che tu avessi destinato al genere umano un unico clima, come hai fatto per altri animali e piante. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature. Eppure molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gli insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Talvolta mi sono sentito crollare il tetto sulla testa per il gran carico della neve, altre, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte ho dovuto fuggire in fretta dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria.

    Natura

    Non colpevole? Tu saresti innocente!? Non farmi ridere, Islandese, che ho le labbra screpolate. Adesso mi ricordo! Ho già avuto un dialogo con un altro come te, due secoli fa. Nel 1824 un altro omino lamentoso arrivò qui ad accusarmi. Mi disse che ero nemica scoperta degli uomini e degli altri animali, che minaccio, assalto, pungo, percuoto, lacero, offendo e perseguito; che sono carnefice della mia propria famiglia, dei miei figliuoli e del mio sangue e delle mie stesse viscere. Quell’arrogante! Ma tu lo sai quanti eravate, nel 1824? Eravate un miliardo. E ora siete quasi otto! Otto miliardi di sanguisughe che ogni giorno bevono e mangiano, fanno la cacca e il bidet, buttano rifiuti senza costruire inceneritori, prendono aerei e costruiscono yacht alti come grattacieli.

    Islandese

    Sei tu che ci hai fatto così! Siamo intelligenti e ci piace inventare. Ma se non ci davi tutta questa voglia di fare all’amore, almeno ci riproducevamo di meno.

    Natura

    La voglia di accoppiarsi l’ho data anche ai conigli, ma quelli mica hanno inventato l’aria condizionata, e i cotton fioc, e sì che le orecchie le hanno! Siete voi che dovete limitarvi! Ma tu lo sai che in Florida nascono soltanto tartarughe di mare femmine perché il sesso è determinato dalla temperatura della sabbia, che è sempre più cada a causa del riscaldamento globale?

    Islandese

    No, ma potrebbe essere una buona idea. Invece di mandarci il coronavirus e le altre epidemie, potresti fare nascere anche noi di un sesso soltanto per impedirci di fare l’amore e affollare il pianeta…

    Natura

    Ma se avete inventato il modo di fare i figli in provetta! Di che cosa stai parlando?

    Islandese

    Ma se in Occidente non facciamo più figli.

    Natura

    In compenso vi rifiutate di morire. Siete sempre più vecchi. È chiaro che vi siete messi in testa di essere eterni. Ti do una notizia: non sono io che mando le malattie e vi scateno contro i virus di pipistrelli e topiragno. Siete voi che disboscate le foreste e distruggete i loro habitat, oppure che ve li pappate perché mangiate qualunque schifezza. Non lo hai letto “Spillover” di David Quammen? E subito dopo inventate i vaccini, così invece di estinguervi, potete continuare a devastare il mondo. La verità è che siete una specie infestante, come i ratti e le cavallette, ma almeno quelli non fanno le vittime. Chiagne e fotti. La volete capire che il mondo non è fatto per voi? Che della felicità degli uomini o l’infelicità io me ne frego. Quando io vi offendo, non me ne accorgo, e se vi diletto, non lo so. Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, non me ne avvedrei.

    Islandese

    Adesso sei tu passiva aggressiva… Poniamo il caso che uno m’invitasse nella sua villa e che io, per compiacerlo, vi andassi. Immaginiamo che mi sistemasse in una cella tutta lacera e rovinosa, umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia, e che non che si prendesse cura d’intrattenermi o di darmi alcuna comodità, e mi desse appena l’indispensabile per sostentarmi; e oltre a questo mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere dai suoi figliuoli. Immaginiamo che io lamentassi e lui mi rispondesse: forse ho fatto questa villa per te? Mantengo i miei figliuoli, per il tuo servigio? Ecco, gli risponderei: amico, siccome non hai fatto questa villa me, potevi non invitarmi.

    Natura

    E se il tuo invitato si presentasse con dodici figli, i cognati, le nuore, gli zii, le prozie, e i cugini e i colleghi e i compagni di classe, e ti aprissero il frigorifero e ti devastassero la cantina, se alzassero a palla caloriferi e aria condizionata, e non pulissero il water, be’, non li cacceresti da casa tua a calci nel sedere?

    Islandese

    Natura, non c’è un modo per non farci la guerra?

    Natura

    Non è guerra. La vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate in modo che ciascuna serve continuamente all’altra, e alla conservazione del mondo.

    Islandese

    È quello che dicono anche gli scienziati. Ma questa volta il rischio è che il ciclo si interrompa. Che cosa possiamo fare per impedire che l’uomo si estingua e che il mondo prosegua?

    Natura

    Siete voi il mondo, non lo avete capito? Fino a oggi c’ero io, e c’eri tu. C’era la Natura e c’erano la Storia, la Cultura o la Tecnica. Voi avete cancellato il confine. Avete imparato a sostituire gli organi, ve ne andate in giro per l’universo ad aggiustare il DNA ed esplorare i buchi neri. Siete riusciti a restringere lo spazio. Soltanto il tempo, non lo avete addomesticato. Il tempo del cielo e delle stagioni, ma anche il tempo che scorre invisibile verso l’ignoto. Verso la fine. Oggi, a causa vostra, tutto è Natura e tutto è Cultura. Conoscendovi, dubito che riusciate a limitarvi. Inventatevi qualcosa: un Pinguino con un tubo intergalattico per prendere l’aria fredda dallo spazio profondo o un ventilatore interstellare. Salvarvi o distruggervi, oggi, dipende da voi.

    Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni delle spelonche, che in Islanda si erano estinti nel Pleistocene superiore, ma che erano ricomparsi a causa dello scioglimento dei ghiacci e del gran caldo. Erano maceri dall’inedia, ed ebbero appena la forza di mangiarsi l’Islandese sotto gli occhi della Natura che li osservava, lavandosene le mani. Ma ci sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, attende di essere ritrovato un giorno, magari tra millenni, dagli uomini nuovi che forse, per allora, avranno ripopolato, più educatamente, la Terra. LEGGI TUTTO

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    Il canto dell'orso che sa cos'è la Natura

    Io sono l’orso, orso da sempre. Io abito la Terra da quando la Terra era una palla di fango e di erbe, e le notti duravano dal tramonto fino all’alba, e la luna e le stelle erano le sole luci nel cielo, e senza la luna e le stelle era il buio. 

    Io sono l’orso da quando le cime delle montagne erano aguzze come denti di tigre e i fiumi erano le uniche strade nel mondo, e il mondo era pieno di orsi: orsi d’acqua dotati di scaglie e pinne e code argentate; orsi di cielo coperti di piume e di penne e con becchi dorati; orsi di terra di ogni forma e dimensione. 

    Quando è arrivato l’orso senza pelliccia, nessuno in principio gli dato importanza: noi millenari lo guardavamo con la coda dell’occhio e ridevamo sotto i baffi dandoci di gomito l’uno con l’altro. Questo si estingue in meno di mille anni, sicuro, ci dicevamo. Debole com’è, privo di ali, di scaglie e nudo di pelo sarà una delle tante vittime di Natura. Invece l’orso senza pelliccia è rimasto per molto di più del previsto e si è chiamato Uomo. 

    Uomo tra tutti gli orsi che sono esistiti da quando esiste il fango è quello che ha più combattuto contro Natura. Col fuoco, col ferro, col fumo, facendo fare a natura secondo i suoi gusti: girandole il corso dei fiumi, bucando la pancia delle montagne, prendendole frutti e animali, mischiandole l’aria coi gas. Uomo ci ha sempre fatto una specie di pena, a noi orsi col pelo, ma forse la sua forza è stata proprio questa sua debolezza, si è fatto più accorto e ha imparato meglio degli altri e più in fretta a sfidare Natura. Uomo ha più freddo e più caldo degli altri, la sua pelle sottile si irrita col sole e la neve. Deve fare una serie di sforzi infiniti per rimanere vivo. Orso no. A orso basta mangiare bere dormire vagare. Morire. Uomo non vuole morire, per lui è punizione divina. 

    Uomo non conosce letargo, raramente riposa la testa, poche ore il corpo soltanto. Uomo non conosce stagioni: d’estate vuole il freddo e d’inverno il caldo, e ha inventato le macchine ad aria pungente per il freddo ed il caldo. Tutta una vita a combattere perché manca di pelo e di piume e di scaglie. È questa sua disgrazia che lo ha reso cattivo. 

    Un tempo orsi con pelo e orsi senza pelo vivevano distinti e separati. Uomo infatti aveva disposto le sue case vicine tra loro e le aveva chiamate città. Gli orsi avevano i boschi, i fiumi e la montagna, il freddo e il buio, da sempre. Poi anche questo è cambiato: qualcosa creato da uomo ha fatto scappare via il freddo, ha smontato gli alberi dalle foreste, allagato la notte di luce, asciugato i fiumi e fatto morire le piante. È stato lui, di sicuro, perché è l’unico da quando la terra era una palla di fango e di erba a lottare contro Natura. Così noi orsi siamo arrivati in città. I primi si erano persi. Senza più orientamento del caldo e del freddo avevano smarrito la strada del cibo e la luce delle stelle, e si erano trovati con le zampe sul duro rovente della strada dell’uomo. Avevano trovato cibo facile e vita comoda e si erano fatti confidenti. È stato un errore: Uomo scambia la confidenza per docilità. In principio erano stati cacciati da Uomo, perché avevano grosse unghie e postura eretta, proprio come lui. Ma col tempo ci hanno proposto il solito patto: quello che per millenni hanno offerto ad altri prima di noi. Tutti quelli che si sono fatti addomesticare sono diventati loro schiavi. Chi lavora conU finisce spennato, macinato, messo allo spiedo, costretto a lavorare fino allo sfinimento o a fare da compagnia in uno spazio piccolo, con una ciotola per l’acqua e una per il cibo, al posto della libertà. Orso non voleva diventare domestico ma i boschi erano diventati troppo caldi, il cibo poco, i fiumi e i laghi in secca. Non c’era più differenza tra la stagione del caldo e quella del freddo. Nei mesi del letargo vagavamo in preda all’insonnia, con le zampe ciondoloni lungo il corpo senza sapere cosa farcene di quel tempo così lungo e vuoto, e ci chiedevamo l’uno con l’altro dove fosse finito l’inverno. Non ridevamo più sotto i baffi tra noi.

    Io sono l’orso, orso da sempre. E lo so che il tempo dura più delle specie. Sapevamo fin dall’inizio che gli orsi senza pelliccia erano destinati a sparire e ci hanno sorpreso perché sono restati fin troppo. Alla fine è stata la loro stessa battaglia contro Natura, che li aveva salvati per millenni, a portarli ad estinguersi rapidamente. Perché Natura perdona ma non dimentica, è un fatto di carattere. Quando il clima è cambiato per loro non c’è stato più posto. Per noi è stato diverso, avevamo ancora unghie forti, pelliccia folta e denti aguzzi, e quando la terra è diventata una palla di fango rovente abbiamo aspettato e resistito, resistito e aspettato. È una vita che ci alleniamo al letargo. Gli orsi senza pelliccia invece non sanno fermarsi né tornare indietro per tempo. Sanno leggere i libri ma non gli avvertimenti di Natura. Per questo all’inizio non hanno capito e poi è stato davvero troppo tardi e loro non sapevano di essere così deboli, l’avevano dimenticato che tra tutte le specie erano quella meno adatta a sopravvivere, così delicati, senza piume e squame e peli. E senza memoria. 

    Quasi nessuno di loro aveva previsto quello che sarebbe successo, e quei pochi non erano stati creduti. Forse immaginavano che ci sarebbe voluto più tempo: i ghiacciai per sciogliersi, i campi per inaridirsi, i boschi per bruciare, i laghi e i fiumi per andare in secca. Non conoscevano i tempi di Natura: a volte ci impiega millenni, altre le basta scrollare un po’ il dorso nodoso per mandare a gambe all’aria una specie e far posto a un’altra, come una mucca indolente che si toglie di dosso un insetto noioso. Basta un colpo di tosse di Natura e ogni dinosauro si scopre formica. 

    Quando tutto è finito, noi orsi ce ne siamo tornati nei boschi. Abbiamo lasciato le loro città e permesso alle erbe di mangiarsi di nuovo le strade. C’è voluto del tempo perché sui monti tornasse la neve e le piogge di nuovo riempissero i fiumi. 

    Ogni tanto ci capita ancora di pensare a Uomo: peccato, ci diciamo allargando le zampe con rassegnazione, non erano tutti malvagi, soprattutto i loro cuccioli, e poi si dormiva bene nelle loro tane di pietra, e per andare a caccia bastava entrare in un market. È un modo di vivere anche quello, chi dice di no, ma sono andati oltre il limite, Natura non li ha perdonati. È un fatto di carattere. 

    Tre fiocchi di neve mi si posano sulla pelliccia, il cuore rallenta il suo ritmo, tra poco si dorme. 

    Non sai che silenzio, la notte. LEGGI TUTTO

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    Impariamo a non essere i padroni del Pianeta

    Nei sogni cominciano le responsabilità. È il titolo di una raccolta di racconti di Delmore Schwartz che potrebbe tornare utile nel discorso sul cambiamento climatico. Viviamo un’epoca in cui preoccupazione e irresponsabilità sembrano alimentarsi tra loro. Più ci accorgiamo di correre un pericolo enorme più ci riempiamo d’angoscia, ciò nonostante (sorretti da dati e cifre incontrovertibili) non riusciamo a correre ai ripari. Se fino a qualche tempo fa sapevamo quel che stava per succedere grazie ai rapporti della comunità scientifica, da qualche estate cominciamo a percepire il pericolo anche coi nostri sensi. Il crollo di un ghiacciaio, un’alluvione, un’eruzione di caldo asiatico al centro del Mediterraneo. Nell’apologo della rana bollita (l’anfibio messo in un pentolone dove l’acqua si riscalda in modo troppo lento perché la piccola creatura reagisca con prontezza, ma con costanza sufficiente affinché resti a mollo fino al punto di cottura) siamo al momento in cui vorremmo saltar fuori ma temiamo di non avere più le forze. I ghiacciai si sciolgono, gli oceani si acidificano, la siccità avanza, le specie si estinguono a ritmo accelerato, le migrazioni di massa (vere e proprie fughe da paesi e territori non più abitabili) promettono tumulti su scala globale. Per evitare il disastro dovremmo mettere in discussione lo stile di vita che conduciamo e, in modo più deciso, il nostro sistema di produzione, di consumo, di sviluppo. Conti alla mano il gioco varrebbe la candela. E allora perché non ci muoviamo? 

    Il problema è che concetti come il sistema di produzione, o lo stile di vita, non sono la conseguenza di un disegno razionale. Rispondono a istinti ben più profondi. Per cambiare le regole del gioco dovremmo scendere nei territori dove pulsioni primordiali e correnti inconsce determinano le nostre azioni più di quanto non vorremmo. Perché l’informazione diventi conoscenza bisogna arrivare a sentire laggiù ciò di cui siamo già edotti in superficie. Nei sogni, appunto, cominciano le responsabilità. 

    Siamo chiamati a un cambiamento antropologico, a una trasfigurazione esistenziale, a una crescita spirituale. La stoffa con cui abbiamo tessuto le nostre menti è logora. Crediamo di essere i padroni del pianeta, sfruttiamo senza ritegno le sue risorse, pensiamo di poter assoggettare ai nostri bisogni le altre creature (la tentazione di ridurre in schiavitù altri esseri umani non è da noi del tutto estinta), animati da questa credenza devastiamo foreste, miniamo ecosistemi, amplifichiamo disuguaglianze, inseguiamo il miraggio di una crescita infinita (contro ogni legge di natura: crediamo inesauribile ciò che non lo è), e così seghiamo il tronco su cui siamo seduti. Tutto questo non ha a che fare con la razionalità, riguarda semmai l’istinto, il mito (da Prometeo a Faust), e soprattutto la paura. Creature capaci di astrazione, sappiamo di dover morire. È per allontanare questo spettro che abbiamo costruito con tanta foga l’apparato di difesa, aggressione, calcolo e dominio che ora sta andando pericolosamente fuori registro. Sarà dunque in quella paura che dovremo sostare, il che significa introdursi anche nella frattura psichica che ci ha persuasi di essere gli eletti al centro della scena e, al tempo stesso, le creature più tragicamente sole dell’universo, separate in modo irreparabile da ciò che ci circonda. 

    Come schiodarci da un antropocentrismo così triste e distruttivo? Gli strumenti a diposizione sono diversi. Ne indicherò uno che potrebbe suonare inatteso. Gail Bradbrook è l’attivista britannica che nel 2018 ha contribuito a fondare Extinction Rebellion, uno dei movimenti ambientalisti più noti tra quelli affermatisi negli ultimi anni. Difendere la biodiversità e ridurre il rischio dell’estinzione della specie umana sono due condivisibili obiettivi sui quali il movimento – che vanta l’appoggio di centinaia di accademici – si sforza di sensibilizzare governi e opinione pubblica attraverso campagne di informazione e azioni di disobbedienza civile piuttosto radicali. Gail Bradbrook ha dichiarato di aver deciso di fondare Extinction Rebellion dopo avere partecipato a una cerimonia di ayahuasca. È interessante il modo in cui il rinascimento psichedelico si sta saldando ai temi dell’emergenza climatica. Da qualche anno una parte rilevante della comunità scientifica ha cambiato idea su sostanze come psilocibina, mescalina, lsd, dmt (contenuta di solito nel decotto di ayahuasca). Considerate droghe pericolose ai tempi di Nixon, è bastato studiarne seriamente gli effetti – fuor di campagna elettorale – per rendersi conto che le cose stanno in modo diverso. In alcuni paesi gli psichedelici vengono oggi usati in via sperimentale per combattere le dipendenze (da eroina, alcol, cocaina), per contrastare con efficacia le peggiori depressioni, per alleviare le sofferenze psicologiche dei malati terminali, per curare la sindrome da stress post traumatico. 

    Da maneggiare con cura, coscienza e preparazione, gli psichedelici sono assimilabili al pharmakon greco, parola ambigua che può designare sia un veleno che una medicina. Chi ha avuto esperienze psichedeliche ben condotte afferma di aver sentito crollare la barriera che ci fa credere di vivere separati dal resto del creato. Sotto l’effetto degli enteogeni (altro termine con cui si ritiene di poter definire queste sostanze) l’ipertrofia dell’io si attenua fin quasi ad azzerarsi, e così emerge una nuova forma di coscienza: non siamo più chiusi nella gabbia dell’individualismo esasperato che spesso ci caratterizza ma ci sentiamo parte del tutto, il frutto mai identico della continua negoziazione con gli altri viventi, e dell’interazione con gli alberi, le piante, l’ossigeno, il vento, la luce, le forze e gli elementi che consentono la vita. 

    Molte persone, dopo esperienze simili, hanno ridotto o cessato del tutto il consumo di carne. Molte hanno abbracciato la causa ambientalista con un trasporto che la lettura dati scientifici non era stata da sola in grado di infondere. Poiché il tempo a disposizione è poco, l’uso consapevole degli psichedelici potrebbe funzionare per alcuni come acceleratore emotivo sulla strada della consapevolezza. È l’opinione di Michael Pollan, uno dei giornalisti più rispettati sulla scena internazionale, autore di Come cambiare la tua mente, tra i più importanti libri divulgativi sull’argomento, pubblicato in Italia da Adelphi e proprio in queste settimane uscito su Netflix come serie tv. “Dopo un’esperienza psichedelica, ci sono meno probabilità di oggettivare la natura”, sostiene Pollan. A conclusioni simili sono giunti molti ricercatori dell’Imperial College di Londra, ma sono tante le università e gli istituti di ricerca in giro per il mondo che stanno gettando nuova luce su questi temi. 

    Che ci si arrivi attraverso la psichedelia o per altre strade, siamo chiamati a un grande salto. L’uomo che cesserà di devastare il pianeta sarà diverso da quello che lo ha minato fino ad ora. Qualcosa dovrà scattare in noi, o non saremo. Così ecco la domanda decisiva: perché mai non dovremmo estinguerci? Merita la nostra civiltà di continuare a esistere? 

    Prima di rispondere bisogna ricordare alcuni nostri tratti distintivi. Siamo la specie che, mossa dalla paura di morire e dallo speculare desiderio di assaltare il cielo, ha sviluppato delle protesi sempre più potenti (dalla ruota alle sonde spaziali ai missili atomici), generando una forza capace di incidere ora sui processi geologici del pianeta che la ospita. Questa circostanza fa ricadere su di noi una nuova ed enorme responsabilità, inchiodandoci al tempo stesso a un nostro antico attributo fondante: la libertà di scelta. Siamo anche la specie, vale a dire, che pur potendo scatenare la guerra può dichiarare la pace, pur potendo uccidere può risparmiare, pur potendo ridurre in schiavitù può liberare, pur credendo di pulsare al centro della scena può ricordarsi di fare parte del tutto, la specie che può condividere anziché depredare, può rispettare anziché umiliare, e che anziché distruggere può amare. 

    Per la prima volta al libero arbitrio è dunque legata non solo una valutazione sul piano etico (quel che avremmo chiamato la salvezza dell’anima), e non solo la rovina di alcuni a vantaggio di altri, ma la vita di tutti. 

    Gli attributi che meglio ci definiscono come specie riducono di giorno in giorno la distanza con ciò che determinerà la degna prosecuzione della nostra storia, o che ci perderà. Cosa succede quando etica e sopravvivenza si guardano allo specchio, quando l’insieme degli elementi che definiscono un’identità si sovrappongono al destino? È questa, forse, la novità dell’epoca in cui siamo entrati. LEGGI TUTTO

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    Quanto è facile non salvare il mondo

    I miei figli vogliono salvare il mondo, il che rende la mia vita complicata. 

    Perché sono severi e attenti, dicono che non mi impegno abbastanza, e che è colpa mia e della mia generazione. Io penso che non è solo colpa mia, e cerco di distribuire gli errori in giro per il mondo. Ma loro dicono che bisogna cominciare a impegnarsi in prima persona, che se ognuno di noi fa qualcosa, tutti staranno facendo qualcosa; e non ci sarà la fine del mondo. 

    Vorrei chiedere: ma perché, ci sarà la fine del mondo?, ma so che non posso. Vorrei chiedere: ma mica nei prossimi anni? Più in là, vero? – che vuol dire: non fino a quando vivo io. 

    Non avevo considerato che la fine del mondo potesse arrivare così, gradualmente; la fine del mondo nel nostro immaginario è improvvisa, con i dinosauri che si estinguono tutti in un momento. Non avevo considerato che la fine del mondo potesse arrivare così, per distrazione, cioè mentre dicevamo cerchiamo di salvare il mondo, prendiamo tutte le misure, mobilitiamoci – poi arriva la pandemia, la guerra, la recessione, e siamo costretti a dire: adesso dobbiamo occuparci di questo, ma subito dopo non mancheremo di; eh, no, adesso c’è anche quest’altro, ma appena dopo non possiamo fare a meno di. E così il mondo finirà, è chiaro – dicono i miei figli. 

    Se poi vogliamo essere sinceri, non avevamo preso ancora le misure. Finora avevamo soltanto detto: bisogna fare qualcosa. 

    “Bisogna fare qualcosa” è una frase magica. Io la dico sempre, quando i miei figli a cena indicano quello che sto mangiando e mi spiegano quanto inquinamento ho provocato per avere questo cibo che ho nel piatto. Io guardo il piatto loro, e loro hanno lo stesso cibo che ho io, ma forse il loro inquina meno, non lo so. Comunque ascolto, comprendo, mi impressiono e dico: bisogna fare qualcosa. Alle volte: bisogna assolutamente fare qualcosa. E poi ricomincio a mangiare. 

    Chiunque dica quella frase, diventa buono (ed è autorizzato a ricominciare a mangiare). E la dicono quasi tutti, quindi quasi tutti sono buoni. È talmente potente l’effetto che produce, che poi ci distraiamo anche qui, e non ci mettiamo a controllare se poi si fa davvero qualcosa. 

    Se vogliamo essere proprio sinceri: “bisogna fare qualcosa” si dice proprio per evitare di farla. Si dice per rassicurare e per dare fiducia, per non farsi rompere le palle dagli altri, per dare l’idea di un piano. Ma non c’è nessun piano. Infatti quella frase servirebbe a mettere giù un piano; e se bisogna metterlo giù, ancora non c’è. E se quella frase serve a rassicurare e distrarre, il piano non ci sarà.”Bisogna fare qualcosa” non è una frase che dicono i miei figli, mai. Loro addirittura urlano di rabbia, piangono per la commozione, nel vedere il loro padre e la sua generazione, essere così vaghi, e nel vedere il mondo andare senza opposizione verso la sua fine.L’umanità però assomiglia a me, non a loro. Ma non da ora, da secoli. Se non fosse così, non staremmo a questo punto.A me, all’umanità nei secoli, alla mia generazione, alla classe politica mondiale, manca totalmente l’idea del futuro. Tutto il nostro futuro lo sintetizziamo in una frase: bisogna fare qualcosa. Dopodiché ce ne fottiamo. E ci concentriamo sul presente. Apriamo il rubinetto e l’acqua c’è; premiamo l’interruttore e la luce si accende; fa caldo e accendiamo l’aria condizionata a palla; il benzinaio ci fa il pieno; e potrei andare avanti per pagine. Fino a quando è così, come facciamo a preoccuparci? Dovremmo essere capaci di immaginare un futuro in cui l’acqua non scende più, le luci non si accendono, l’aria condizionata non si può usare più, il caldo aumenta e non c’è un posto dove ripararsi, al supermercato la frutta e la verdura non ci sono, mentre invece adesso bene o male ci sono – dovremmo immaginare tutto questo, ma non ne siamo capaci. Per questo diciamo che bisogna fare qualcosa; ma in realtà stiamo pensando, come in tutta la vita, al presente: fino a quando tutto questo c’è, come faccio a preoccuparmi di quando non ci sarà? Dovrei concepire una vita costruita per un futuro che io non riesco a vedere; e infatti il futuro poi lo vediamo solo quando accade, e quando accade come adesso ci sembra spaventoso, corroso come in questi mesi e, però, anche in questi mesi la nostra vita riusciamo a farla lo stesso. Questo è quello che i miei figli non concepiscono e che li fa arrabbiare, disperare.La questione è che bisognerebbe fare qualcosa, ma intanto noi attraverseremo le nostre vite senza averne troppo danno. Il danno è per un tempo che non vedremo. Ma il problema è proprio questo: quel tempo che non vedremo si può aggiustare, ma bisognerebbe cominciare ora. E non per noi, ma per il tempo che non vedremo. Il problema più profondo è che tutto dovrebbe essere così: dovremmo cominciare a costruire oggi le scuole, la sanità, l’equilibrio sociale di domani. Ma noi oggi ci occupiamo di oggi. Tra l’altro, a malapena.I miei figli invece non sono come me – come noi. Loro pensano al tempo, al futuro, pensano alla vita dopo di loro. Inconcepibile. Mi guardano sconfortati perché io faccio degli sforzi ma il mio modo di vivere è distratto, poco impegnato o concentrato su cose che loro ritengono essenziali e sono essenziali, ma soprattutto i miei figli si sfogano contro lo Stato, contro le multinazionali, contro le Nazioni unite – e sentono in me quella stessa vacuità, vaghezza che sentono nello Stato, nelle Nazioni unite, che sentono nei grandi incontri internazionali sull’ambiente. Quello che sentono si può sintetizzare in un generico: bisogna fare qualcosa. Ed è un modo di parlare poco sostanzioso e che svicola dalla questione e credo che io, come gli stati, come i ministri, come le persone che dovrebbero fare qualcosa mentre dicono che bisogna fare qualcosa, siamo incapaci.E così, io mi sento in perfetta sintonia con il resto del mondo; e loro no.Mi sorvegliano quando mi lavo i denti, sono dietro la porta quando faccio la doccia per sentire se chiudo l’acqua mentre mi insapono, mi sorvegliano quando vado verso i vari sacchetti dell’immondizia per vedere se differenzio, e se differenzio bene. Quando loro non ci sono, non resisto, e faccio qualcosa che non devo fare, lo faccio con l’idea della trasgressione, convinto di non farlo contro me stesso. E osservo gli altri, quelli che non hanno i figli che vogliono salvare il mondo, e sono puliti di molte docce, freschi di aria condizionata senza fine, con delle bottiglie di plastica in mano dissetanti.La mia vita è come quando bisogna acquistare un libro che non è proprio l’ultima novità, e ho due strade: Amazon o la libreria di quartiere. Con Amazon clicco e compro in due minuti, e il libro arriva il giorno dopo, posso anche non uscire da casa e posso anche dimenticartene: il libro troverà me, salirà in ascensore e si deporrà nelle mie mani. Se scelgo la libreria di quartiere, come mi impongono i miei figli, esco, di solito diluvia, entro tutto bagnato in libreria, il commesso mi sorride, gli chiedo il libro, scuote immediatamente la testa: non ce l’ha. Ma lo posso ordinare, arriverà tra quattro giorni forse, ma è meglio ripassare la settimana prossima. Esco, piove ancora, mi bagno, torno a casa, la settimana dopo ripasso in libreria, non è arrivato, arriverà, intanto penso intensamente ad Amazon, e penso alla fine quello che non devo pensare: vaffanculo alla libreria di quartiere.Salvare il mondo è faticoso, non averne cura è molto più semplice. LEGGI TUTTO

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    Il riscaldamento globale è la più importante storia che non abbiamo mai raccontato

    “Il riscaldamento globale è la più importante storia che non abbiamo mai raccontato”. Il primo a dirlo fu un attivista del clima britannico, che aveva studiato a lungo le ragioni per le quali il nostro cervello sembra fatto apposta per ignorare i cambiamenti climatici (è un punto importante, ci torneremo). Insomma, era il 2014 e George Marshall, questo il suo nome, nel corso di una quelle conferenze – che prendono il nome di TED – dove uno parla da solo per una dozzina di minuti per comunicare un’idea in grado di cambiare il mondo, espresse per la prima volta questo concetto: non sappiamo raccontare il cambiamento climatico. Non sappiamo farlo sebbene sia la più grande sfida mai affrontata dall’umanità: com’altro definire il tentativo di cambiare il modo di vivere di otto miliardi di persone per evitarne l’estinzione? Insomma, anche se ci sarebbero tutti gli ingredienti per una narrazione epica e coinvolgente, non ci riusciamo. Del resto, chi può emozionarsi per una variazione di un grado e mezzo di temperatura? 

    Indagando sul tema, in un libro di notevole successo del 2019 (We are the Weather. Saving the Planet Begins at Breakfast), lo scrittore americano Jonathan Safran Foer a un certo punto scrive: “Oltre a non essere una storia facile da raccontare, la crisi del pianeta non si è dimostrata una buona storia. Non solo non riesce a convertirci, non riesce neppure a interessarci (…) Sembra impossibile descrivere la crisi del pianeta – astratta ed eterogenea com’è, lenta com’è, e priva di momenti emblematici e figure iconiche – in un modo che sia al tempo stesso veritiero e affascinante”. 

    Il primo fallimento in questo tentativo è stato della comunità scientifica, che pure ha visto con enorme anticipo quello che stava accadendo e ci ha mandato ripetuti avvisi, supportati da grafici, tabelle, scenari. Clamorosi, ma, in fondo, freddi numeri. Non qualcosa di cui parleresti al bar con un amico. Il fatto è che gli scienziati di solito non sanno comunicare, non è quella la loro principale missione. Un editorialista del magazine della Silicon Valley Wired ha raccontato di aver provato a leggere l’ultimo rapporto dell’IPCC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa appunto del clima, e di essersi perduto in un gigantesco PDF di oltre quattromila pagine scritte con un carattere troppo piccolo. “Davvero vogliono che leggiamo questo bestione?”, si è chiesto. 

    Il secondo fallimento è del giornalismo e lo ha inquadrato benissimo nel 2015 Alan Rusbridger, allora direttore del quotidiano The Guardian, lanciando una iniziativa non a caso chiamata “The Biggest Story in the World”. Scriveva Rusbridger: “Il problema con questa storia è che… è così grande eppure non cambia molto giorno per giorno. Il giornalismo invece dà il meglio di sé nel catturare un preciso momento, o dei cambiamenti netti, o delle cose che appaiono strane. Se invece un fenomeno è praticamente lo stesso ogni giorno, ogni settimana, ogni anno, il giornalismo perde efficacia”. 

    Adesso in realtà qualcosa sta cambiando. Il cambiamento climatico non è più una minaccia lontana: ci è entrato dentro casa. Il simbolo non è più un orso polare alla deriva su un iceberg ma i ghiacciai delle Alpi che fondono. Le vittime non sono più gli abitanti di qualche oscuro villaggio tropicale, ma quelli di un qualunque paese italiano alle prese con la siccità. Insomma il cambiamento climatico is here to stay. Chi può raccontare meglio quello che sta accadendo? Farlo è fondamentale se vogliamo coltivare la speranze che le cose cambino: che si passi dal petrolio al sole e al vento come fonti di energia;  e da una economia dei consumi ad un’economia circolare, in cui le cose sono progettate per durare e per poi essere riciclate. 

    Qualcuno alla domanda “chi può raccontarlo”, risponde: i giovani. Pensando a quello di cui sono stati capaci dietro la bandiera dei Fridays for Future. Ma è un errore. Quel movimento è infatti una avanguardia di persone che hanno letto i documenti scientifici e si sono attivati. I giovani invece non sanno cos’è davvero il cambiamento climatico semplicemente perché le variazioni, di anno in anno, sono impercettibili: è la nostra capacità di adattamento a renderle tali. Ci abituiamo a tutto, prendiamo delle contromisure (l’aria condizionata) e tutto sembra normale. La solita estate calda. E così non facciamo nulla per cambiare.

    Restano gli scrittori. Quelli capaci di inchiodarti alle pagine di un libro con una storia e di inventare dei personaggi che non dimentichi più, e che alla fine, in qualche modo, ti cambiano la vita. Per questo come Green & Blue abbiamo chiesto ad alcuni fra i principali scrittori italiani di raccontarci cosa sta davvero succedendo. I Racconti del Cambiamento Climatico sono una serie che inizia domani su Robinson e che ha l’ambizione di arrivare là dove gli scienziati e i giornalisti si sono fermati: raccontare la più grande storia che l’umanità abbia vissuto. Sperando nel lieto fine e in un nuovo inizio. LEGGI TUTTO