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    “I risparmiatori sensibili al rischio catastrofi naturali”

    Le tre lettere che compongono l’acronimo Esg (Environmental, Social and Corporate Governance) non hanno tutte lo stesso peso. Almeno per ora. La E di Environmental (ambientale) è senza dubbio la più importante in termini di domanda da parte dei risparmiatori e, di conseguenza, di masse gestite. I motivi che hanno portato a questa situazione prova a spiegarli Luca Giorgi, direttore commerciale iShares and Wealth di BlackRock Italia: «Le catastrofi naturali che si sono susseguite negli ultimi tempi hanno attirato l’attenzione dei cittadini e lo stesso è avvenuto con i grandi eventi che hanno avuto ad oggetto il cambiamento climatico; basti ricordare la Cop26 di Glasgow o il movimento Friday for Future». Secondo l’esperto della casa di investimento americana ci sono però anche ragioni più tecniche. Misurare le emissioni e più in generale l’impatto dell’attività umana sull’ambiente è più semplice che determinare la sostenibilità nel campo del sociale o della corporate governance.

    I risparmiatori si dimostrano più inclini ad investire dove questi fenomeni sono più visibili e comprensibili, richiamando quindi l’attenzione delle case di gestione su settori specifici. Negli ultimi anni BlackRock si é impegnata a tradurre il rischio climatico in segnali di investimento. Un’operazione che ha consentito di valutare con maggior precisione l’impatto di determinate azioni e decisioni: «Stiamo lavorando a soluzioni simili anche per le lettere S e G, ma in questi due campi i passi da fare sono ancora molti» precisa Giorgi.

    Oggi BlackRock sta portando avanti un’ampia strategia con l’obiettivo di offrire portafogli con zero emissioni nette, in linea con il target “Net Zero” che la Commissione Europea si è posta per il 2050. Entro quella data tutta l’attività economica del Vecchio Continente non dovrà avere emissioni aggiuntive, in modo da riuscire a contenere il rialzo delle temperature entro gli 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. «La sostenibilità ambientale è ormai diventata centrale in ogni campo. Siamo convinti che il rischio climatico abbia importanti ripercussioni anche in ambito finanziario e che la transizione verso un’economia Net Zero sia una opportunità di investimento storica per chi sa coglierla».

    BlackRock sta così strutturando un’offerta di investimenti sostenibili sempre più ricca, all’interno della quale rappresentano un pilastro fondamentale gli Etf Esg emessi con il brand iShares. Questi ultimi, per la precisione la gamma iShares Esg Enhanced Ucits Etf, hanno di recente (1 dicembre) incorporato un aggiornamento dei loro benchmark, gli Msci Esg Enhanced Focus Indices, per soddisfare il requisito Climate Transition Benchmark (Ctb) dell’Ue. Il Ctb è un benchmark introdotto dalla UE nell’aprile del 2020: secondo la definizione ufficiale le attività di ogni portafoglio che segue questo benchmark «devono essere selezionate per essere su una traiettoria di decarbonizzazione. Ci siamo impegnati a rendere la sostenibilità parte integrante del modo in cui costruiamo portafogli e dialoghiamo con le aziende nelle quali siamo investiti. Inoltre stiamo rafforzando il team Sustainable Investing, responsabile dello sviluppo delle linee guida e best practice nei nostri processi ed il team Investment Stewardship che, in maniera costante, continua ad incoraggiare l’adozione di logiche sostenibili nei business delle società. Dal 1 luglio 2020 al 30 giugno 2021 abbiamo ampliato la nostra attenzione sul tema del clima a più di 1.000 aziende con il team Bis che ha svolto più di 2.300 attivitá di engagement su clima e capitale naturale».

    Nel dettaglio BlackRock ha individuato tre strategie per un portafoglio Net Zero finalizzate a ridurre le emissioni di CO2: «Nella prima vengono selezionati quegli investimenti che hanno come obiettivo la riduzione delle emissioni di CO2 sia attuali che prospettiche. La seconda strategia prevede invece che nei portafogli vengano inserite le soluzioni che puntano a promuovere nuove tipologie di business in grado di favorire il raggiungimento di un’economia a impatto zero. Trovano qui spazio tutte quelle soluzioni tematiche che operano in alcuni settori quali quelli dei trasporti, dell’alimentazione, dell’economia circolare e dell’allevamento, che stanno appunto convertendo il proprio business verso un modello più sostenibile. La terza strategia, che è anche quella con l’obiettivo più ambizioso, si parla degli investimenti in attività allineate con gli Accordi di Parigi. Qui non conta solo l’obiettivo, ma è importante anche come ci si arriva. Il business deve essere sostenibile sia nei fatti che nelle misurazioni. E, quel che è più importante per l’investitore, tutte e tre le strategie hanno dimostrato di poter ridurre le emissioni mantenendo inalterato il profilo rischio-rendimento» conclude Luca Giorgi. LEGGI TUTTO

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    Strategie etiche, l’Europa brilla al primo posto la lotta per il clima

    I fondi sostenibili macinano record su record, ma se questo avviene è solo merito dei risparmiatori europei. Negli altri continenti l’esigenza di investire eticamente i propri soldi non è altrettanto sentita. Secondo la fotografia scattata da Morningstar, che pubblica trimestralmente il report Global Sustainable Fund Flows, al 30 settembre scorso le masse gestite europee erano 3.431 miliardi di dollari, una cifra pari all’88% del totale (3.893 miliardi di dollari, il nuovo record di sempre). Gli Stati Uniti si fermano a un modestissimo 8% del mercato mondiale (330 miliardi), mentre il restante 4% è equamente suddiviso fra Giappone, Canada, Australia-Nuova Zelanda e Asia (con l’esclusione del Giappone).

    I rapporti di forza non cambiano se si guarda alla raccolta negli ultimi tre mesi — il periodo luglio-settembre, cioè l’ultimo disponibile nei dati Morningstar. Ebbene, la raccolta netta in Europa è stata pari a 108 miliardi di dollari, cioè l’81% del totale; gli Stati Uniti si sono dovuti accontentare di 16 miliardi (12%) e il Giappone di 5 miliardi (4%), anche se entrambi i Paesi stanno provando a colmare l’enorme divario che li separa dal Vecchio Continente.

    Le case di gestione assecondano questo trend portando sul mercato numerosi nuovi prodotti. Nel periodo in esame, a livello globale i nuovi fondi Esg sono stati 270 e altri 308 erano già arrivati nel secondo trimestre. Anche se un po’ sbilanciata a livello geografico visto che otto dollari su dieci sono investiti in Europa, la performance dei fondi Esg è ottima: in tre mesi hanno raccolto 134 miliardi di dollari e nei tre mesi precedenti erano stati addirittura 158 miliardi.

    Va però anche detto che la raccolta europea (e di conseguenza quella mondiale) ha ricevuto un’enorme spinta dal regolamento Sfdr (Sustainable Finance Disclosure Regulation), introdotto lo scorso 10 marzo dall’Unione Europea. Grazie ad esso le masse gestite sono raddoppiate nell’arco di un semestre. “La crescita è dovuta prevalentemente all’incremento dei comparti che soddisfano i nostri requisiti di investimento sostenibile, a seguito dell’introduzione del nuovo regolamento — spiega Hortense Bioy, direttore globale della ricerca Esg di Morningstar — Ci aspettiamo che l’universo si espanda ulteriormente con l’aumento della disclosure da parte dei gestori. Le analisi rivelano un alto grado di sovrapposizione tra i nostri criteri e la classificazione degli articoli 8 e 9 del regolamento Sfdr”.

    Il mercato europeo si conferma il più ampio e diversificato in termini di offerta. Nel terzo trimestre hanno debuttato 168 fondi, in particolare nuove strategie sul clima e di impact investing. I prodotti con un approccio attivo rappresentano l’88% dei lanci. In termini di asset class prevalgono gli azionari (circa il 60%). In tutto il mondo sono stati lanciati 270 prodotti Esg: sono dunque in crescita anche le gamme negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Ai debutti si aggiungono i fondi che sono stati riproposti come sostenibili. “Le società di gestione hanno colto l’opportunità di pubblicare nuovi prospetti informativi conformi alla Sfdr per migliorare l’integrazione Esg nei portafogli, adottare criteri di esclusione o trasformare le strategie tradizionali e ridenominarle — afferma Bioy — Abbiamo identificato 3.111 prodotti di questo tipo a fine settembre 2021”.

    A livello di singoli temi è senza dubbio l’emergenza ambientale a farla da padrone. I fondi “climatici”, dunque quelli identificati dalla E di Environmental all’interno dell’acronimo Esg, hanno visto le loro masse quadruplicare negli ultimi due anni, arrivando a quota 177 miliardi di dollari. Alla fine dell’anno scorso erano 400 i fondi comuni e gli Etf ad avere il cambiamento climatico come tema principale di investimento.

    “Sebbene il cambiamento climatico e i suoi effetti negativi siano un argomento molto dibattuto da decenni, solo negli ultimi quattro anni questo tema è diventato mainstream nel campo finanziario; investitori e case di gestione hanno iniziato a prenderlo in considerazione dopo l’accordo di Parigi sul clima del 2015 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu (Sdg), anch’essi dello stesso anno — si legge nel report Investing in times of climate change di Morningstar — Mettendo sotto i riflettori la lotta contro il cambiamento climatico, entrambi sono serviti da catalizzatori per lo sviluppo di nuove strategie di investimento. Prima del 2015 la scelta per gli investitori attenti al clima era limitata a un ristretto numero di fondi ambientali e fondi di nicchia per le energie rinnovabili”.

    E anche in questo campo l’Europa si lascia dietro gli altri continenti: le masse gestite dai suoi 282 prodotti sono pari a 136 miliardi di dollari. Seguono gli Stati Uniti con 42 prodotti e 21 miliardi di patrimonio gestito e la Cina con 17,1 miliardi di masse. A livello globale i fondi climatici hanno catturato il 60% dei flussi totali verso i comparti sostenibili.

    Questi risultati sono stati raggiunti anche grazie all’impegno delle case di gestione. Sempre a livello globale sono infatti ben 73 gli asset manager (con patrimoni gestiti pari a un terzo delle masse totali mondiali) che hanno aderito alla Net Zero Asset Managers Iniziative, che supporta il raggiungimento dell’obiettivo delle zero emissioni nette di gas serra entro il 2050. È cresciuto poi il numero di indici collegati al cambiamento climatico: Msci, ad esempio, allinea tra gli altri indici Climate Change, Low Carbon e Climate Paris Aligned cui si affiancano altri indici tematici come quelli legati all’ambiente focalizzati su energie rinnovabili, efficienza energetica, acqua, edilizia “verde” e prevenzione dell’inquinamento. LEGGI TUTTO

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    Tra i fondi Esg sono i prodotti “climatici” a far registrare i tassi di crescita più alti

    I grandi della terra faticano a trovare un accordo per fronteggiare il cambiamento climatico, ma è proprio il clima il fattore Esg a cui sembrano più sensibili tanto i gestori di portafoglio che gli investitori. Sono 73 gli asset manager con patrimoni gestiti pari a un terzo delle masse totali mondiali che hanno aderito alla Net Zero Asset Managers Iniziative che supporta il raggiungimento dell’obiettivo delle zero emissioni nette di gas serra entro il 2050.

    È cresciuto il numero di indici collegati al cambiamento climatico: Msci, ad esempio, allinea tra gli altri indici Climate Change, Low Carbon e Climate Paris Aligned cui si affiancano altri indici tematici come quelli legati all’ambiente focalizzati su energie rinnovabili, efficienza energetica, acqua, edilizia “verde” e prevenzione dell’inquinamento. L’attenzione a questo tema da parte degli investitori è poi certificato dal boom di raccolta dei prodotti che la società di analisi Morningstar definisce fondi “climate-aware”, fondi consapevoli del problema climatico: al termine dello scorso anno erano 400 i fondi comuni e gli Etf ad avere il cambiamento climatico come tema principale di investimento; le loro masse erano pari a 177 miliardi di dollari, un ammontare che si è quasi quasi triplicato nel corso di un solo anno.

    Ancora una volta è l’Europa a rivelarsi più sensibile ai temi ambientali: è qui che si trova l’offerta più ampia e diversificata di fondi “climatici”, con 282 prodotti e 136 miliardi di patrimonio, seguono gli Stati Uniti con 42 prodotti e 21 miliardi di patrimonio gestito, non è distante il mercato cinese con 17,1 miliardi di masse. La definizione di fondi climatici comprende in realtà un’ampia varietà di approcci caratterizzati da obiettivi di investimento e di sostenibilità diversi.

    Ne sono un esempio gli Etf di iShares, il primo provider al mondo di fondi a gestione passiva. La divisione di BlackRock propone addirittura tre approcci diversi al risparmiatore che vuole investire i propri capitali in modo responsabile da un punto di vista ecologico: il primo è stato definito “riduzione”, il secondo “priorità” e il terzo “target”. Nel gruppo “riduzione” iShares include i fondi che cercano di ridurre l’esposizione del portafoglio ai maggiori emittenti di carbonio; “nella categoria potrebbero rientrare fondi Esg con rigidi filtri in materia di combustibili fossili”, annota iShares. Nel gruppo “priorità” sono invece presenti i fondi che allocano il capitale in base agli impegni e alle azioni concrete di aziende o governi ai fini della transizione, come per esempio la riduzione della dipendenza delle società dai combustibili fossili. Nel terzo gruppo infine, quello chiamato “target”, il risparmiatore può trovare i fondi che investono in una specifica attività sostenibile, come per esempio l’energia pulita, o investimenti direttamente connessi a progetti che favoriscono la transizione ecologica come i green bond.

    Come orientarsi tra i vari prodotti? Per gli esperti di Morningstar è importante che gli investitori facciano i loro “compiti a casa”: dovrebbero comprendere gli obiettivi di investimento del fondo, come sono costruiti i loro portafogli e, soprattutto, esaminare i titoli in portafoglio per evitare brutte sorprese. Questa operazione passa necessariamente per una attenta analisi dei benchmark, il cui maggior provider è Msci. Bisogna anche tenere presente che alcune strategie di investimento in materia di cambiamenti climatici possono tradursi in portafogli ristretti e concentrati, il che le rende più adatte al ruolo di investimenti “satellite” piuttosto che a quello di componenti principali di un portafoglio. LEGGI TUTTO

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    Due italiani su tre conoscono gli investimenti Esg

    La prima difesa contro gli investimenti sbagliati è la conoscenza. Sapere come sono composti i prodotti proposti dal mercato aiuta, infatti, a effettuare scelte consapevoli. Riducendo così il rischio di liquidare le posizioni in perdita al primo ribasso. Se queste sono le premesse, gli italiani ottengono la promozione in merito alle tematiche Esg, quelle legate a temi ambientali, di inclusione sociale e buone regole di governo aziendale. Secondo uno studio firmato Censis-Assogestioni, il 63,4% dei nostri connazionali ha una buona conoscenza degli strumenti di investimento responsabile e l’incidenza sale al 68,4% tra i giovani e al 71,9% tra i laureati.

    Sensibilità marcata tra i giovani

    Fin qui la base, ma colpisce positivamente anche un altro aspetto che emerge dal sondaggio: più di uno su due (per la precisione il 52,5%) è interessato a metterci soldi, con il livello che sale al 72,1% tra i giovani e al 66,6% tra i laureati.

    Non sono solo ragioni etiche, di responsabilità verso il mondo in cui viviamo, a orientare le scelte. Per il 63,9% degli italiani gli investimenti Esg rappresentano un’opportunità per impiegare bene i propri risparmi. Del resto, diverse ricerche internazionali hanno mostrato che gli investimenti sostenibili offrono rendimenti almeno pari a quelli tradizionali, ma a fronte di una minore volatilità. E la grande disponibilità di fondi a gestione passiva Esg – il maggior emittente è il brand iShares di BlackRock che utilizza gli indici di Msci – offre anche la possibilità di ridurre significativamente i costi di gestione.

    La spinta dei consulenti

    L’interesse è marcato anche tra i consulenti finanziari, componente fondamentale del risparmio gestito italiano, tradizionalmente spinto dall’offerta. I professionisti del settore si mostrano interessati agli investimenti sostenibili e registrano un interesse crescente da parte dei risparmiatori. Con l’esperienza del Covid-19 che ha fatto aumentare la sensibilità al tema.

    La consapevolezza si accompagna ai timori di greenwashing, cioè all’eventualità che alcune soluzioni proposte sul mercato abbiano di sostenibile solo la facciata. Per l’84,6% servono regole condivise a livello europeo e strumenti come l’adozione di marchi (ad esempio un bollino con cui gli investitori possano identificare i prodotti finanziari green). L’80,8% (l’84,7% tra i benestanti, l’82,7% tra i laureati) introdurrebbe penalizzazioni per le aziende o i fondi di investimento che non rispettano le finalità ambientali e sociali indicate, dando anche la possibilità agli investitori di recedere subito dall’investimento. Anche per i consulenti finanziari occorre uno scatto in avanti in termini di autenticità e verificabilità, creando a livello europeo un sistema di regole chiare con cui identificare i prodotti Esg. Con l’industria che si adegua. Nelle scorse settimane il leader mondiale del settore, iShares, ha annunciato che per gli Esg Enhanced Ucits Etf incorporerá un aggiornamento dei suoi benchmark, gli Msci Esg Enhanced Focus Indices, per soddisfare il requisito Climate Transition Benchmark dell’Unione europea.

    Che cosa resta da fare

    Interrogati sulle ulteriori azioni da mettere in campo per sostenere ulteriormente questi investimenti, gli italiani indicano al primo posto la creazione di agevolazioni e incentivi, seguita dall’importanza di poter contare su un’adeguata consulenza finanziaria. LEGGI TUTTO

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    Marchioni (BlackRock): “La scelta Esg è ormai inevitabile”

    C’è chi vede gli investimenti Esg semplicemente come una strategia in grado di generare un rendimento aggiuntivo per il proprio portafoglio. C’è poi chi li vede come una gamma di prodotti da utilizzare in tutte le asset class, dall’azionario all’obbligazionario, sostituendoli a prodotti esistenti in sede di implementazione. E c’è infine chi, consapevole del fatto che negli anni a venire i criteri Esg saranno il tema dominante, non solo in campo finanziario ma nella vita di tutti i giorni, li integra in tutto il proprio portafoglio; non compra dunque qualche prodotto Esg in un’ottica di diversificazione, o semplicemente sostituisce prodotti esistenti con altri che abbiano questa sigla nel nome, ma struttura tutti i propri investimenti in base a questa logica.

    Secondo Ursula Marchioni, Head of BlackRock Portfolio Consulting Emea, sono questi i tre principali approcci alla tematica Esg da parte degli investitori istituzionali e il punto di osservazione della manager della casa statunitense è sicuramente privilegiato: il suo team lavora ogni anno con circa 800 grandi investitori europei, che includono fondi pensione, società di gestione e banche private e commerciali, per risolvere specifiche problematiche di portafoglio sollevate dal cliente.

    Secondo l’Osservatorio BlackRock, “il 25% degli investitori adotta un approccio che potremmo chiamare ‘opportunistico’ ai temi Esg; all’estremo opposto si trova invece il tipo di investitore che io chiamo all-in e che rappresenta un altro 15%. Con il restante 60% che si trova in una posizione mediana e cerca di riflettere la sostenibilità in quante più asset class possibili, ma senza cambiare il processo di definizione dell’asset allocation”.

    L’esperta di BlackRock rileva poi come gli investitori istituzionali del Vecchio Continente siano molto più avanti rispetto a quelli di altre zone del mondo nello sposare il tema della sostenibilità. Un atteggiamento dettato sia dalla scelta consapevole degli asset manager sia dai maggiori obblighi previsti dall’Unione europea.

    “Per arrivare al terzo approccio, quello che abbiamo chiamato all-in, è necessario ripensare dalle fondamenta il processo di investimento: i criteri Esg devono entrare in gioco subito nel primo step, ovvero quello che stima il ritorno atteso e il livello di rischio delle classi di attivo – spiega Marchioni – Molti invece si occupano delle tematiche sostenibili solo nello step successivo, la scelta del prodotto, perdendo l’opportunità di catturare l’impatto della sostenibilità a livello di asset allocation, che per molti rimane un’ambizione – quasi un ‘Santo Graal degli investimenti’ – ad oggi ancora difficile da raggiungere in pratica”.

    Nonostante queste complessità, che risultano essere ancora più marcate nel segmento wealth, cioè quello dei grandi patrimoni personali, BlackRock si attende un “salto quantico” degli investimenti Esg.

    Uno dei principali acceleratori di tale transizione è rappresentato dai dati e dalla tecnologia, con nuovi sistemi di rischio che permetteranno agli investitori di valutare il livello di sostenibilità del portafoglio, e di valutarne gli outcome futuri piú probabili.

    “Come BlackRock abbiamo espresso da tempo in maniera molto chiara il nostro supporto all’approccio numero tre. Qualunque sia l’obiettivo di investimento, da qui agli anni a venire, sará impossibile centrarlo senza tenere la sostenibilità in debito conto – conclude Marchioni – Il clima sta portando cambiamenti a livello macroeconomico, dei fondamentali delle aziende e di repricing dei premi per il rischio di tutte le classi di attivo. Per questo, in tutti i nostri processi di investimento, riguardino essi le strategie multi-asset, absolute return o altre ancora, la sostenibilità è e continuerà ad essere presente, anche grazie ai nostri algoritmi, proprietari per la traduzione del rischio climatico in segnali di investimento. Un’operazione tutt’altro che facile e immediata, ma in cui abbiamo investito e continueremo a lavorare intensamente”. LEGGI TUTTO

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    I principi degli investimenti sostenibili secondo Msci

    Non ci dovrebbe essere più una distinzione tra investimenti Esg e investimenti non-Esg. L’esortazione a integrare le considerazioni Esg nei processi di investimento, rivolta a tutti gli investitori, viene da Msci, il fornitore leader di strumenti e servizi di supporto alle decisioni di investimento. In Msci sono convinti che la convergenza di diversi fattori, dal cambiamento climatico al mutato atteggiamento dei cittadini, all’innovazione tecnologica, impatterà in maniera significativa sul pricing delle attività finanziarie e sul profilo rischio rendimento degli investimenti e condurrà nei prossimi decenni a una riallocazione su larga scale dei capitali.

    “Gli investitori che considerano questi fattori una moda passeggera e continuano a operare in un’ottica attendistica potrebbero ritrovarsi impreparati davanti al marcato riprezzamento degli asset che ne potrebbe derivare”. Tutti gli investitori dovrebbero integrare le considerazioni Esg nell’intero processo di investimento, da qui la definizione da parte di Msci di alcuni principi fondamentali di investimento sostenibile e delle migliori pratiche per l’integrazione Esg. Integrazione che deve riguardare l’intero processo di investimento, la fase di definizione delle strategie di investimento, quindi, ma anche la gestione del portafoglio e la ricerca finanziaria.

    Gli investitori dovrebbero integrare le considerazioni Esg nella definizione, nel monitoraggio e nella revisione delle loro strategie di investimento e nell’asset allocation complessiva. I benchmark rappresentano uno strumento essenziale per consentire agli “asset owner”, gli investitori istituzionali “proprietari” effettivi delle attività in portafoglio, di identificare e spiegare i loro obiettivi strategici di investimento e per valutare la performance delle loro strategie. Nelle strategie di investimento Esg queste performance possono essere misurate rispetto a benchmark di mercato, se lo scopo è comprendere gli aspetti distintivi di una strategia Esg, o rispetto a benchmark Esg, se l’obiettivo è misurare il valore aggiunto di un gestore soggetto a vincoli Esg.

    Nella gestione di portafogli di investimento di tipo attivo, le indicazioni sono di integrare le considerazioni Esg nella fase di selezione dei titoli e di costruzione del portafoglio, senza vincolarsi a specifici metodi di integrazione, ma anche nella gestione del rischio, nella performance attribution e nella reportistica destinata ai clienti, in cui dovrebbe essere misurata, attribuita ed evidenziata l’esposizione del portafoglio ai rischi Esg e l’impatto di questi rischi sulla performance, e dovrebbe anche prevedere l’engagement diretto e attivo sui temi Esg con le società in portafoglio. I portafogli indicizzati possono integrare i fattori Esg replicando indici che incorporano regole Esg; queste regole possono anche servire come argomenti di engagement con le società.

    Gli esperti di Msci considerano l’integrazione dei fattori Esg come una fase di passaggio nella transizione verso la sua piena incorporazione come componente fondamentale dei processi di selezione dei titoli, di costruzione dei portafogli e di gestione del rischio. “Riteniamo che si tratti di un cambiamento permanente del modo in cui le strategie di investimento saranno costruite e del modo in cui gli investimenti saranno allocati e gestiti”, si legge nella loro guida. “Per questo chiediamo a tutti gli investitori di abbracciare pienamente e di accelerare questa evoluzione. È la cosa giusta da fare, è la cosa intelligente da fare, ed è il momento giusto per farlo”. LEGGI TUTTO