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    Salvare il Pianeta ora conviene

    Se la sostenibilità era in cerca di un popolo, l’ha trovato al Festival di Green & Blue. Per due giorni al Teatro Parenti di Milano si sono incontrati ambientalisti e aziende, sindaci e ministri, scienziati e visionari. Abbiamo scoperto che c’è una rete di famiglie che si organizza ogni giorno per arrivare all’obiettivo dei rifiuti zero; e abbiamo incontrato esploratori che pedalano in Siberia o remano sui fiumi della Cina solo per raccontare gli effetti del cambiamento climatico. Abbiamo ascoltato i migliori progetti fatti su carta nelle scuole da diciassettenni che si presentano già come amministratori delegati di startup che un giorno potrebbero migliorare le cose; e abbiamo ammirato i progetti già realizzati dai nostri migliori architetti per avere città sostenibili. Ma soprattutto abbiamo capito che la sostenibilità non è un settore, una nicchia, ma un nuovo modo di vivere e guardare al mondo. Qualcosa che attraversa ogni aspetto della nostra vita per arrivare anche alla moda, al cibo, al calcio, all’arte. 

    Editoriale

    Sempre dalla stessa parte

    di

    Riccardo Luna

    02 Giugno 2022

    Il ministro Enrico Giovannini, che della sostenibilità è da tempo un alfiere, ha citato uno studio pubblicato con altri scienziati qualche anno fa: “Say goodbye to capitalism, welcome to the republic of wellbeing”, dite addio al capitalismo, benvenuta repubblica del benessere. Diceva, nel 2015, una cosa che oggi appare evidente ai più: il capitalismo, l’idea di uno sviluppo senza limiti, che non tenga conto degli effetti sul pianeta e sulle persone, non ha più senso. Il prodotto interno lordo, che regge ancora l’attuale sistema economico mondiale, è un indice riduttivo e fuorviante del benessere e della felicità. Non solo perché copre enormi ingiustizie sociali, ma perché se continuiamo così, fra poco tempo sarà troppo tardi per salvare il mondo. Carlo Ratti, che ha presentato un formidabile progetto per riscaldare la città di Helsinki azzerando le emissioni di CO2, è partito da un libro che raccoglie  gli interventi dell’inventore Buckminster Fuller: Utopia or oblivion, il cui senso è, se non cerchiamo di fare qualcosa di davvero ambizioso, rischiamo l’estinzione. 

    Live tweeting

    Festival di Green&Blue: Soldini, Petrini, Francesca Michielin ed Elisa per il gran finale

    a cura di

    Paola Rosa Adragna

    06 Giugno 2022

    Eppure al Festival si respirava un’aria contagiosa di ottimismo. Di rabbia mista ad ottimismo, come ha detto la cantante Erica Mou che ogni anno il 1 maggio va a cantare a Taranto per ricordare i disastri ambientali creati da una industria sbagliata.

    Ma l’ottimismo c’è. Dobbiamo cambiare tutto e la buona notizia è che possiamo farlo. Come ha detto l’ultimo report dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, la notizia non è più che siamo in ritardo, la notizia è che ci sono le tecnologie per recuperare. E’ diventato conveniente farlo. E quindi doveroso. Essere un’azienda sostenibile non è soltanto un nice to have, una medaglietta da esibire nei comunicati stampa per fare greenwashing, ma un requisito per stare in un mercato in cui i consumatori iniziano a scegliere anche in base a chi ha scelto di cambiare. Le aziende, al festival si è visto, si stanno svegliando. In questo senso forse la storia più emblematica è quella di una storica acciaieria italiana che sta per arrivare, prima al mondo, alla neutralità carbonica. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno avremmo avuto un acciaio sostenibile? L’utopia si può realizzare. Buckminster Fuller in fondo lo diceva 60 anni fa.  LEGGI TUTTO

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    Le critiche ambientaliste al Mite “Si accelera sul fossile e si rallenta sulle rinnovabili”

    Il divorzio tra gli ambientalisti e Roberto Cingolani va in scena al Festival di Green&Blue. La “pietra dello scandalo” è la proposta avanzata settimane fa da Elettricità Futura, l’organizzazione che all’interno di Confindustria raccoglie il 70% delle aziende elettriche italiane: in tre anni si potrebbero installare 60 gigawatt di rinnovabili (quando l’obiettivo del governo è 80 gigawatt entro il 2030). I leader delle principali associazioni italiane (Legambiente, Wwf, Greenpeace, LifeGate, Asvis, Italia Nostra, Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, KyotoClub) salgono sul palco del Teatro Parenti di Milano pochi minuti dopo aver ascoltato il ministro della Transizione ecologica definire “indifendibile” il piano di Elettricità Futura. 

    “Ci vorrebbe una grande accelerazione nella transizione ecologica, invece, si procede spediti nella diversificazione dei fornitori di gas, ripartono le centrali a carbone e a olio, si nominano i commissari ai rigassificatori, ripartono le estrazioni di gas, e poi si fa qualche semplificazione sulle rinnovabili. Insomma, si va molto veloci sui fossili e più piano su eolico e fotovoltaico”, attacca Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. Che prosegue con una metafora dai toni forti: “L’Italia sta diversificando i suoi pusher di gas, mentre invece dovrebbe disintossicarsi una volta per tutte da questo combustibile fossile”.

    “Quando il ministro giudica ‘indifendibile’ la proposta di installare 60 gigawatt di rinnovabili non sta criticando una idea degli ambientalisti ma un piano elaborato da Confindustria”, gli fa eco Alessandra Prampolini, direttore generale del Wwf. “Ma almeno nelle sue parole ho colto una crescente consapevolezza della convenienza delle rinnovabili”. Più tranchant Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia. “È una situazione paradossale: un soggetto confindustriale dice che un progetto si può realizzare in tre anni, anziché in dieci, e il ministro invece di aprire un tavolo tecnico, invitare le aziende a scoprire le carte, le etichetta come lobby rinnovabilista”.

    Transizione ecologica

    La sfida del ministro Cingolani: “Tetto al prezzo del gas, l’Italia traina l’Europa”

    di

    Luca Fraioli

    06 Giugno 2022

    Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate, riconosce a Cingolani le competenze scientifiche: “Per storia personale, ha gli strumenti con cui gestire la complessità della transizione ed è comprensibile che sottolinei le difficoltà tecniche legate alle rinnovabili. Ma non è che i problemi manchino altrove: per una centrale a biometano servono in media sei anni solo per avere le autorizzazioni”. “La verità”, secondo Edoardo Croci, vicepresidente di Italia Nostra, “è che Cingolani non ha tutte le competenze necessarie per una transizione che deve tener conto di paesaggio, patrimonio culturale, ambiente, biodiversità, ecosistemi, come ora prevede la Costituzione. Ci vuole un intervento complessivo del governo”.

    Bicchiere mezzo vuoto anche per Pierluigi Stefanini, presidente dell’Associazione italiana per lo Sviluppo Sostenibile. “Abbiamo analizzato il Pnrr alla luce dell’Agenda 2030 dell’Onu e in termini di programmazione non ci siamo, occorre un salto di qualità. E serve più partecipazione: aziende, territori, cittadini devono poter dare il loro contributo”.

    Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, giudica quello di Cingolani “un atteggiamento attendista e retrogrado, che manca di visione e di convinzione. Il suo omologo tedesco, Robert Habeck, ha dichiarato che la transizione ecologica regolerà la competitività del futuro, e la Germania vuole guidare il cambiamento perché ambisce a essere l’economia più competitiva di domani”. “I tedeschi lo fanno per offrire una opportunità alle loro industrie”, sostiene Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. “Noi invece siamo sulla difensiva. E non parlare con le aziende italiane che fanno rinnovabili, per valutare seriamente la loro proposta, mi pare davvero blasfemo”. LEGGI TUTTO

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    La sfida del ministro Cingolani: “Tetto al prezzo del gas, l’Italia traina l’Europa”

    “Dalla Commissione europea abbiamo ottenuto una delega per elaborare un’ipotesi che renda il prezzo del gas più ragionevole, stabile e sostenibile”. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani torna sulla proposta italiana a Bruxelles di istituire un price cap al gas, che faccia pagare meno, ai governi e alle famiglie europee, la crisi energetica innescata dal conflitto in Ucraina. Lo fa intervistato dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari, in uno degli appuntamenti più attesi del Festival di Green and Blue.

    “Siamo in una tempesta è perfetta”, ha spiegato il ministro davanti al pubblico del Teatro Parenti di Milano e a quello che ha seguito l’evento in streaming. “Gas alle stelle, elettricità alle stelle, famiglie che non riescono a pagare le bollette e aziende in sofferenza. Allora abbiamo detto all’Europa, che compra i tre quarti del gas che viaggia nei gasdotti: perché non influenzare un po’ il mercato e mettere un tetto al prezzo? Non certo mettere il cappio ai Paesi produttori, perché il prezzo deve essere comunque attrattivo, ma per evitare i picchi a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Un anno fa un metro cubo di gas costava 20 centesimi, oggi è arrivato a un euro e in certi momenti ha toccato un euro e mezzo”.

    Energia

    Le critiche ambientaliste al Mite “Si accelera sul fossile e si rallenta sulle rinnovabili”

    di

    Luca Fraioli

    06 Giugno 2022

    Altro tema affrontato, quello dell’emancipazione dell’Italia dal gas russo. “Ce la faremo a liberarci dalla dipendenza da Mosca nel 2023?”, ha chiesto Molinari. “L’anno prossimo è un po’ presto”, ha ammesso il ministro ricordando le contromisure messe in campo dal governo. “Abbiamo siglato accordi con sei paesi africani che ci forniranno circa 25 miliardi metri cubi di gas con cui rimpiazzare i 29,5-30 in arrivo dalla Russia. Ma il processo sarà graduale: 18 miliardi l’anno prossimo, per poi andare a regime dal secondo semestre del 2024. Nell’inverno 2024-25 non prenderemo più gas dalla Russia”. E gli altri 5 miliardi di metri cubi? “Saranno sostituiti con le rinnovabili, che stanno salendo molto più rapidamente che in passato. Questo ci consente di dire nell’arco di 30 mesi saremo indipendenti dalla fornitura russa, mantenendo la rotta di decarbonizzazione al 55% entro il 2030, prevista dal piano Ue Fit for 55. Cosa non scontata e che, in questo momento, solo l’Italia in Europa è in grado di fare”.

    Cingolani ha anche commentato la recente decisione presa dal G7 dei ministri dell’energia e del clima tenutosi a Berlino a fine maggio: decarbonizzare la produzione di elettricità entro il 2035. “Per tagliare in pochi anni del 55% le emissioni di gas serra, la prima cosa da fare è agire sull’energia elettrica, oggi largamente prodotta bruciando gas e carbone. Vanno aumentate le rinnovabili, e non penso solo all’eolico e al solare, ma anche al geotermico o al biogas. Ma l’imperativo è eliminare il carbone, o quanto meno sostituirlo con il gas. Noi lo abbiamo pianificato da tempo, altri Paesi no”.

    Secondo il ministro, l’Italia sta però pagando errori storici. “Fino al 2000 il 20% del fabbisogno era soddisfatto dal gas estratto sul territorio nazionale, ora siamo al 3%. Potrebbe essere una bella notizia per l’ambiente, peccato però che i consumi di gas siano rimasti gli stessi di vent’anni fa: 76 miliardi di metri cubi l’anno. Così abbiamo ridotto la produzione, ma aumentato l’importazione, con il doppio svantaggio di pagarlo di più e di avere lo stesso impatto negativo sull’ambiente. I grafici lo mostrano chiaramente: mentre diminuivamo l’estrazione del nostro gas, aumentavamo l’importazione dalla Russia”.

    Infine le rinnovabili. “Chi sono i ‘rinnovabilisti’ contro cui si è scagliato qualche giorno fa?”, ha chiesto Molinari in conclusione dell’incontro. “Mi riferisco ad alcuni gruppi che prendono posizione indifendibili: di recente è circolata l’ipotesi che in tre anni si potrebbero installare 60 gigawatt di potenza rinnovabile. E si voleva un commissario con pieni poteri che saltasse tutte le regole per le autorizzazioni. Ma non basta fare impianti. Eolico e solare producono per 1500-2000 ore l’anno, e in un anno ci sono più di 8000 ore. Magari l’energia rinnovabile viene prodotta dove non serve, o quando non c’è richiesta e così la devo accumulare, si ha bisogno di accumulatori e di una rete intelligente che la smisti dove occorre. Per creare questo tipo di infrastrutture servono miliardi per gli investimenti e non lo si può fare in tre anni. Se fosse stato facile, l’avremmo già fatto”. LEGGI TUTTO

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    I vestiti con il passaporto per una moda più ecologica

    Un’etichetta con un codice che consentirà ai produttori, rivenditori e clienti di ricostruire le varie fasi della vita di un capo di abbigliamento. Un passaporto digitale che racconta la storia di ogni vestito e ne permetta la tracciabilità, ma soprattutto risponde al diritto delle persone di sapere come è stato prodotto ciò che comprano. La […] LEGGI TUTTO

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    Festival di Green&Blue: Soldini, Petrini, Francesca Michielin ed Elisa per il gran finale

    “Ognuno di noi deve assumersi la responsabilità di fare un gesto, compiere una scelta. Abbiamo tutti un unico obiettivo: salvare il nostro Pianeta” è questa la sfida per un futuro da costruire insieme. Il messaggio di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea arriva forte e chiaro dal festival di Green&Blue. Ospite al teatro Parenti di Milano, diventato per due giorni un luogo di incontri e dibattiti sui grandi temi del momento: la dipendenza energetica, i danni ambientali causati dalla guerra, il riscaldamento globale, le risorse dell’economia circolare, le fonti energetiche rinnovabili, la mobilità nelle nostre città. E poi la sostenibilità, che non è un concetto astratto, ma implica scelte precise nel mondo dell’arte, dello sport, nel progettare case e scuole. Per questo abbiamo invitato imprenditori, ministri, manager delle grandi aziende dell’energia, i sindaci che sognano le loro città ad impatto zero, inventori di startup, calciatori, attivisti green, direttori di musei, architetti e designer. 

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    Festival di Green&Blue, tutti a Milano per l’ambiente: la prima giornata

    a cura di

    Paola Rosa Adragna

    Fiammetta Cupellaro

    05 Giugno 2022

    “Perché la difesa della Terra è un mosaico e per avere successo ha bisogno della collaborazione di ognuno di noi” ha detto Riccardo Luna, direttore di Green&Blue che ha moderato gli incontri. Ma sono stati anche due giorni di musica e di divertimento a bordo piscina dei Bagni Misteriosi con Malika Ayane, Casadilego, Marina Rei, Erica Mou, Francesca Reggiani: uno spazio aperto ai lettori che sono arrivati per partecipare agli incontri, ai laboratori con i bambini. Due giorni con oltre 100 speaker, 50 eventi, migliaia di iscritti. E tra le cartoline che resteranno di questa prima edizione del Festival di Green&Blue,  il dialogo tra Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e uno dei punti di riferimento globale per un’agricoltura compatibile e Giovanni Soldini, velista ambientalista in lotta contro la plastica nel mare. E poi la voce di Elisa e Francesca Michielin. Sul palco con Ernesto Assante hanno chiuso il festival.

    La necessità di un cambio di passo è stato al centro del messaggio di Jeremy Rifkin economista e presidente della Greenhouse Crisis Foundation. “Serve una nuova tabella di marcia che elimini fossili o andremo verso la sesta estinzione di massa – ha detto Rifkin – L’idrogeno verde è una strada praticabile, ma penso che ci vorranno non meno di 10 anni se lavoriamo decisi”. L’Italia? La speranza è che usi i fondi del Pnrr per le infrastrutture, Io credo non sia pronta”. 

    Una maratona di incontri parallela in Sala Grande e nel Foyer con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari che ha intervistato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani sulle scelte dell’Italia sul fronte dell’energia. “Ci affrancheremo dal gas russo nell’inverno 2024”, ha assicurato il ministro  a cui subito dopo hanno replicato i leader delle principali associazioni ambientaliste.  E la ministra all’Università e Ricerca Maria Cristina Messa che ha spiegato quanto la riforma degli atenei terrà conto delle nuove professioni legate alla crisi climatica e la rivoluzione digitale.  

    Mobilità e inquinamento. I grandi temi da cui dipende la vita nelle nostre città, l’aria che respiriamo, la salute dei cittadini, grandi e piccoli. Ne abbiamo parlato con il ministro delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibile, Enrico Giovannini intervistato dal direttore Riccardo Luna e con 14 sindaci, tra cui quello di Milano Giuseppe Sala e di Roma, Roberto Gualtieri. Un confronto sulle soluzioni possibili per affrontare i problemi e le scelte da compiere. Sullo sfondo i 230 miliardi di euro di investimenti su infrastrutture e sistemi di mobilità. 

    E tra le immagini che rimarranno l’appello di Svitlana Krakosvka, la scienziata ucraina esperta del clima ospite del festival. “Prima del 24 febbraio mi consideravo ‘testimone del cambiamento climatico’ perché nella mia vita ho studiato i fenomeni metereologici estremi sempre più frequenti. Ma ora, in Ucraina, come in Italia, chiunque può considerare se stesso un testimone del cambiamento climatico perché soffriamo tutti l’impatto delle ondate di calore, le inondazioni, la siccità”. Ma dobbiamo essere onesti e ammettere che non siamo solo osservatori e vittime, ma una causa del cambio climatico. La guerra in Ucraina ha dato un’opportunità di pensare alla fragilità della nostra vita, al suo valore e a ciò che è davvero importante. Quando le madri hanno dovuto lasciare le loro case, hanno portato solo l’indispensabile: i figli e un piccolo zaino. La guerra ci ha anche indicato che le possibilità di evitare la catastrofe climatica si stanno riducendo rapidamente e ci saranno sempre più vittime innocenti. Questo mi dà la speranza che, con gli sforzi di tutti, gli esseri umani eviteranno scenari catastrofici e troveranno un modo per vivere in armonia sul nostro meraviglioso e unico Pianeta”. LEGGI TUTTO

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    Il gruppo Gedi raggiunge la Carbon Neutrality

    L’energia del sole, del vento, dei fiumi. Ma anche foreste capaci di assorbire la CO2 residua emessa. Sono gli strumenti a disposizione delle imprese che vogliono ridurre, fino ad annullarla, la loro impronta carbonica. Quegli stessi strumenti che permettono a Gedi di annunciare, in occasione della Giornata mondiale dell’Ambiente, di essere il primo editore italiano ad aver raggiunto la Carbon Neutrality.
    Primo gruppo di informazione quotidiana in Italia, con testate come La Repubblica, La Stampa, dieci giornali locali e una serie di periodici, oltre a Radio DeeJay, Radio Capital, m20 e la piattaforma OnePodcast per la produzione di contenuti audio digitali, Gedi negli ultimi anni ha attuato una serie di politiche per abbattere l’impatto ambientale delle proprie attività. Il punto di svolta c’è stato nel 2021, quando il gruppo ha sottoscritto un contratto quadro per la fornitura di energia elettrica certificata da fonti rinnovabili. L’uso di questo tipo di elettricità ha infatti permesso a Gedi di abbattere di oltre il 90% le proprie emissioni di CO2 in un anno, passando dalle 224.762 tonnellate emesse nel 2020 alle 2.375 del 2021.Queste ultime sono state compensate tramite l’acquisto di, come si legge in una nota Gedi, “carbon credits di alta qualità riconosciuti dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e certificati da VCS, principale standard internazionale”. Per farlo il gruppo editoriale si è rivolto alla Carbon Credits Consulting, società italiana con sede a Bologna e a Manaus. Tra i progetti messi in campo per assorbire CO2 c’è la Fazenda Nascente Do Luar, nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, una regione dove in passato la deforestazione aveva creato ampi spazi destinati all’allevamento estensivo e all’agricoltura. Ora, la nascita di un nuovo tipo di paesaggio, caratterizzato dalla convivenza di foresta naturale e foresta piantata, oltre ad assorbire CO2 sta permettendo il graduale ritorno della fauna selvatica.

    Per una terra più verde, ogni azione conta

    di

    Maurizio Molinari

    04 Giugno 2022

    Un secondo progetto è invece localizzato nel Borneo, in Indonesia, e ha come obiettivo la protezione delle foreste pluviali locali, per molti anni minacciate dall’espansione dell’industria dell’olio di palma. Oltre a preservarela CO2 già catturata dalle foreste e a catturarne altra negli anni a venire, l’operazione ha anche in questo caso un effetto benefico sulla fauna locale (tra cui 55 specie di mammiferi a rischio estinzione) e persino sulle comunità dei villaggi vicini: il progetto prevede infatti un battello-ambulatorio che fa la spola tra i canali dell’area, ma anche lanterne solari e filtri per potabilizzare l’acqua da distribuire alla popolazione.La raggiunta Carbon Neutrality è però solo una tappa. “Si tratta di una bellissima notizia, che riconosce il lavoro fatto in questi anni per rendere il nostro Gruppo più sostenibile e attento alla dimensione ambientale”, dice l’amministratore delegato di Gedi Maurizio Scanavino. “Il nostro percorso sul tema delle emissioni di gas serra non finisce qui: il prossimo obiettivo sarà mappare le emissioni dell’intera filiera legata a Gedi, per arrivare al traguardo più importante, il cosiddetto Net Zero”. Si tratterà dunque di agire sulla filiera dei fornitori (dai mezzi di trasporto che consegnano i giornali ai server che ospitano le edizioni digita-li), per ridurre e compensare anche le emissioni di gas serra legate alle loro attività. Sempre in tema ambientale, altri progetti riguardano la carta utilizzata per i giornali e le riviste.Fino al 2021 circa il 92% della carta impiegata da Gedi risultava già riciclata o certificata, cioè tale da garantire che le foreste di provenienza siano adeguatamente mantenute e rigenerate. Entro la fine di quest’anno sarà possibile fare un passo in più, ottenendo la garanzia che tutta la carta utilizzata per stampare quotidiani e periodici provenga esclusivamente da foreste gestite in modo sostenibile o da riciclo. “Attraverso il nostro verticale tematico sulla sostenibilità Green and Blue, e le iniziative come il Festival che inizia oggi”, conclude Scanavino, “Intendiamo raccontare i progressi che tutte le aziende e le istituzioni italiane stanno conseguendo sulle questioni ambientali: è un impegno importante che sosteniamo per raggiungere un obiettivo comune”. LEGGI TUTTO

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    Conosco Enrico Giovannini dal 2009. Era appena arrivato alla guida dell’Istat, dopo una brillante esperienza all’Ocse, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Aveva 52 anni. Per lui, romano, e con una cattedra all’università di Tor Vergata, l’Istat era un ritorno a casa e anche il coronamento di un sogno: dopo essersi occupato di statistiche economiche a Parigi e aver visto come potevano essere usate per capire meglio il mondo adeguando le scelte politiche, aveva l’occasione di farlo nel prestigioso, e polveroso, Istituto di via Turati.Io ai tempi ero direttore di Wired, un magazine che aveva nel suo DNA una passione per i dati e la loro visualizzazione: l’information design è un’arte ma anche uno strumento potente, non solo tabelle di numeri ma disegni rivelatori di un fenomeno. Mi invitò per un caffè, per raccontarmi il suo programma: far diventare i noiosi bollettini dell’Istat cultura argomento di discussioni politiche, presupposto per le scelte che il Paese era chiamato a fare. Del resto, come dice un famoso adagio, una affermazione non supportata da dati è soltanto l’ennesima affermazione inutile. Parlare a vanvera. E Giovannini detesta chi parla a vanvera.Ero sicuro che sarebbe rimasto all’Istat per sempre: era la sua casa. E invece no. Nel 2013 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo chiama a far parte di un gruppo di saggi che avrebbero dovuto aiutare l’Italia a evitare il default; poi diventa ministro del lavoro nel fragile governo di Enrico Letta; quando finisce la prima esperienza di governo, è il segretario delle Nazioni Unite che lo chiama a dirigere la commissione che redigerà il rapporto “A World That Counts”; e poi è di nuovo fra i saggi che debbono salvare la Patria, questa volta nominati dal presidente Mattarella, e di nuovo al governo, quello di Mario Draghi, come ministro delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibili.Ma il passaggio più importante per lui è avvenuto qualche anno fa: nel 2016, quando decide di dare vita all’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, ASviS, con tre lettere maiuscole e due minuscole, un acronimo difficile come un IBAN, gliel’ho detto mille volte che serviva un nome migliore. Eppure aveva ragione lui: serviva una grande alleanza che riportasse al centro dell’azione dei governi la sostenibilità. Anche con un nome difficile.Enrico Giovannini è un economista innamorato dell’ambiente; ma anche un ambientalista che punta a correggere le storture del nostro modello economico per difendere il Pianeta. In questo campo il suo più grande successo è l’unico che non ha potuto festeggiare: la recente modifica della nostra Costituzione che ha inserito la tutela dell’ambiente e della biodiversità fra i principi fondamentali e sancito il principio dell’attenzione per le future generazioni. Praticamente la traduzione giuridica dell’antica massima “la Terra non è qualcosa che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri, ma un prestito da restituire ai figli”.Cosa c’entra Giovannini con la Costituzione diventata improvvisamente più verde? È una lunga storia. Che inizia nel 2013, quando il sovrano di un piccolo stato dell’Asia meridionale, il Buthan, che alcuni definiscono il Paese della felicità, chiama un gruppo di esperti da tutto il mondo per capire quali politiche possono aiutare il mondo a coniugare sviluppo, sostenibilità e benessere (è la famosa riunione da cui riparte il dibattito, iniziato da Robert Kennedy addirittura nel 1968, per il superamento del Pil, del Prodotto Interno Lordo, quale misura di tutte le cose in ambito economico). È lì che si forma un gruppo di lavoro che firmerà diversi paper scientifici su Nature. Ne fa parte anche un italiano che insegna in Sudafrica, Lorenzo Fioramonti, che sarà ministro per qualche mese. È lui a invitare tutti a Pretoria per continuare il ragionamento. Ed è lì che un giorno Enrico Giovanini chiede una bacchetta e una lavagna e domanda: immaginate che nasca uno Stato nuovo, qual è la prima cosa che dovrebbe fare? Mettere nella propria Costituzione la tutela dell’ambiente e i principi della sostenibilità, convengono tutti. Quel giorno è iniziato il lungo processo che ha portato nel febbraio scorso il Parlamento a votare una storica modifica costituzionale. Quel giorno in tanti hanno festeggiato come se fosse una loro vittoria. E in un certo senso lo è, una vittoria di tutti. Enrico Giovannini non ha detto nulla, ma a casa quella sera ha accarezzato la bacchetta con cui sulla lavagna di Pretoria un gruppo di esperti immaginò uno Stato nuovo. Per lui è diventata una bacchetta magica. 

    DOVE E QUANDO”Le mobilità sostenibili”Il ministro deile Infrastrutture e della mobilità sostenibili parteciperà al Festival di Green&Blue dove sarà intervistato da Massimo Giannini il 6 giugno alle 14 nella Sala Grande del teatro Parenti LEGGI TUTTO