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    Effetto bonus: è boom di nuove imprese edili

    Cantieri ovunque nelle città. L’edilizia è esplosa grazie all’impatto dei bonus e Superbonus. Cresce il numero delle aziende di costruzione: quasi 30mila negli ultimi 2 anni, di cui solo oltre 6mila in più solo nel terzo trimestre dell’anno (+0,95% rispetto a fine giugno), che pesano per il 28% sul bilancio positivo del periodo. Tra luglio […] LEGGI TUTTO

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    Con il 110% bonus generosi per chi ristruttura, ma occhio al fattore tempo

    A girare per le città piccole e grandi è tutto un fiorire di ponteggi. Basta questo colpo d’occhio per capire l’accoglienza riservata dagli italiani al Superbonus 110%, la detrazione che viene concessa a chi mette mano all’immobile conseguendo un miglioramento di almeno due classi energetiche. Dopo mesi di incertezza, dovuti a contorni della normativa non […] LEGGI TUTTO

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    La finanza per il green building

    Il settore edilizio e delle costruzioni è energivoro, utilizza il 36% dei consumi finali di energia a livello mondiale, ed è fonte di emissioni nocive, apporta il 37% delle emissioni di CO2 collegate all’energia. Un dato, la stima è contenuta in un rapporto dell’United Nations Environment Programme, che considera sia le emissioni derivanti dall’operatività di un edificio, ossia le emissioni dirette e indirette legate al riscaldamento, raffreddamento e illuminazione che contribuiscono per il 28% circa, sia le emissioni legate alla produzione dei materiali adoperati in edilizia, in particolare cemento, acciaio e alluminio che contano per un ulteriore 10%.

    Non stupisce allora che ci sia una crescente attenzione alla sostenibilità di immobili residenziali e commerciali, nuovi o già esistenti. Si parla di “green building”, edifici “verdi” per indicare gli immobili che nella fase di progettazione, costruzione o funzionamento riducono o eliminano gli impatti negativi e possono crearne di positivi sul clima e sull’ambiente naturale; gli edifici verdi preservano inoltre le risorse naturali e migliorano la qualità della vita. Oltre 1.000 città con una popolazione complessiva superiore ai 720 milioni di abitanti si sono impegnate a dimezzare le emissioni da qui al 2030 e ad arrivare a zero emissioni nette entro il 2050 adoperando approcci innovativi per raggiungere questi obiettivi: la città di Amsterdam, ad esempio, si prepara ad adottare una strategia per ridurre della metà l’utilizzo di materie prime nuove entro il 2030 e per diventare una città totalmente “circolare” entro il 2050. 

    La necessità di ridurre le emissioni ha determinato un aumento dell’11% degli investimenti per l’efficientamento energetico degli edifici a livello mondiale, nel 2020 hanno superato la soglia dei 180 miliardi di dollari, molti “asset owner” come fondazioni, fondi pensione e compagnie assicurative stanno cercando di rendere “verdi” i propri portafogli immobiliari, la spinta green nel settore dell’edilizia sta determinando un cambiamento anche nelle attività di finanziamento degli istituti di credito. Un rapporto della società di consulenza EY rivela che il 52% delle banche considera i cambiamenti ambientali e climatici come un rischio chiave emergente per i prossimi cinque anni, si affacciano sul mercato nuovi prodotti come i prestiti e i mutui “verdi”, i green bond e i fondi di investimenti in infrastrutture verdi.

    Il mutuo “verde”, la prima definizione di questa tipologia di prestiti è del dicembre 2018 ad opera della Energy Efficient Mortgages Initiative (Eemi), è il prestito che va a finanziare l’acquisto di immobili ad alta efficienza energetica o lavori di ristrutturazione finalizzati al miglioramento dell’efficienza energetica di un’abitazione; di recente è stata lanciata la Energy Efficient Mortgage Label, frutto dell’impegno di 31 istituti di credito di 13 paesi, nove sono italiani, che consente un accesso più agevole ai finanziamenti per l’efficienza energetica, e ci sono anche mutui specifici che finanziano la costruzione di abitazioni a basso impatto ambientale.  Ci sono infine i green bond, le obbligazioni verdi, sempre più frequentemente utilizzate per finanziare o ri-finanziare immobili verdi o come forma di raccolta per prestiti e mutui “verdi”: nel 2020 le emissioni di green bond hanno toccato la cifra record di 269,5 miliardi di dollari e i collocamenti di bond legati all’immobiliare verde si collocano al secondo posto per volumi emessi, superati solo dalle emissioni legate al settore energetico. LEGGI TUTTO

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    Dal Pnrr oltre 54 miliardi con impatto diretto sulla rigenerazione urbana

    Prospettive più che rosee per il settore dell’edilizia. Una spinta alla crescita arriva dal Superbonus 110% e dagli altri bonus fiscali, il centro di ricerche Cresme prevede una crescita degli investimenti del 17,6% per quest’anno e del 6,6% nel 2022 dopo una flessione contenuta nel 5,3% nel 2020. Ma se si amplia l’orizzonte temporale, sarà soprattutto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a favorire lo sviluppo del settore.

    Le cifre emerse nel corso del “Real Estate Forum”, organizzato in ottobre da Coima, gruppo italiano leader nell’investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per conto di investitori istituzionali, sono di tutto rilievo: i capitali che potrebbero avere un impatto complessivo per le città italiane e il territorio nazionale sono stimati in 54,4 miliardi di euro e la cifra complessiva potrebbe superare gli 85 miliardi, includendo anche gli investimenti nelle infrastrutture pari a 31,5 miliardi.

    Nel Pnrr la rigenerazione urbana è citata nella sola “Missione 5”: adottando un approccio trasversale rispetto alle diverse aree tematiche e strutturali di intervento e identificando gli investimenti con un impatto diretto e indiretto sulla rigenerazione del territorio, si arriva a delineare questo scenario sensibilmente più rilevante non solo dal punto di vista delle risorse finanziarie, ma anche sotto l’aspetto dell’impatto sociale e ambientale.

    La definizione dei progetti di rigenerazione urbana, viene osservato, dovrebbe essere declinata unitamente a quelli infrastrutturali, amplificando e accelerando il raggiungimento degli obiettivi del piano coerentemente con il Next Generation Eu; vengono anche indicati i principali elementi per attivare operazioni di rigenerazione urbana virtuose: una governance orizzontale tra missioni, la definizione di obiettivi Esg quantitativi, modelli di partenariato pubblico privato e, infine, la semplificazione dei processi e dell’iter di approvazione.

    Secondo una ricerca elaborata da Coima, questi capitali potrebbero generare l’avvio di un importante processo di rigenerazione del territorio su base nazionale che potrebbe coinvolgere una parte del patrimonio pubblico immobiliare, pari oggi ad oltre 350 milioni di mq, che necessita di interventi di riqualificazione. In questo contesto, favorevole si potrebbe anche lavorare per colmare i gap che separano il nostro paese dal resto dell’Unione Europea: in Italia il 40% degli immobili ha oltre 60 anni, contro un valore medio in Europa del 32%; il 70% degli edifici è a rischio sismico, la media Ue è del 30%, mentre le aree verdi disponibili per ogni cittadino pesano per circa il 15% contro una media Ue che si attesta tra il 20% e il 30%.

    Colmare i gap, hanno calcolato in Coima, significherebbe rigenerare non meno di 100 milioni di metri quadrati, con investimenti per 200 miliardi di euro in 10 anni, con benefici per l’ambiente, si otterrebbe una riduzione del 15% delle emissioni di CO2, per l’occupazione, con la creazione di 200/300 mila posti di lavoro all’anno, e per l’economia, con un effetto indotto trasversale su vari settori. C’è, infine, un altro fattore che, secondo Coima, può svolgere un ruolo cruciale nel sostenere la crescita a lungo termine ed è la progettazione di immobili conformi ai criteri Esg, opererebbe da stimolo per le economie grazie agli investimenti, ma contribuirebbe anche a un’Europa più sostenibile. LEGGI TUTTO

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    Emergenza rifiuti, deficit impianti e nodo discariche: Italia al bivio

    La transizione ecologica passa anche dai comportamenti virtuosi degli italiani. La nota positiva, secondo le ultime stime di Conai, il consorzio privato che opera senza fini di lucro a cui aderiscono circa 760mila imprese produttrici e utilizzatrici di imballaggi, è che gli italiani, costretti a casa dal lockdown, sono stati virtuosi e questo comportamento è proseguito fino alla fine dell’anno. I numeri di Conai confermano che, nonostante una riduzione degli imballaggi in ambito industriale, la raccolta differenziata è passata dal 71% stimato ad inizio 2020 al 73%. L’aumento c’è stato per la crescita della parte domestica che ha permesso di mantenere quantitativi elevati di rifiuti e di avere a cascata benefici superiori in termini economici e ambientali grazie al loro recupero e riciclo.

    Deficit impianti

    Nonostante i comportamenti virtuosi degli italiani, il problema sta a monte. In sostanza, denuncia Utilitalia – la federazione che riunisce le aziende operanti nei servizi pubblici di acqua, ambiente, energia elettrica e gas – per conseguire gli obiettivi fissati dal pacchetto europeo sull’economia circolare al 2035, servono nel nostro Paese almeno 30 impianti per il trattamento dei rifiuti organici e per il recupero energetico delle frazioni non riciclabili”. Tradotto: “Senza una decisa inversione di tendenza sarà impossibile raggiungere i target Ue che prevedono sul totale dei rifiuti raccolti, entro 15 anni, il raggiungimento del 65% di riciclaggio effettivo e un utilizzo della discarica per una quota inferiore al 10%”.

    Fotografia situazione

    Secondo i dati di Utilitalia, considerando la capacità attualmente installata, se si vogliono centrare gli obiettivi europei e annullare l’export di rifiuti tra le aree del Paese, il fabbisogno impiantistico ammonta a 5,8 milioni di tonnellate. La fotografia della situazione, sebbene relativa al 2019, si presenta così: in Italia sono state prodotte 30,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Circa 2,8 milioni sono state trattate in regioni diverse da quelle di produzione; il flusso viaggia principalmente dal Centro-Sud verso il Nord. Il Nord ha importato circa 2,0 milioni di tonnellate dalle aree del Centro-Sud, che rappresenta il 14% della produzione dei rifiuti di tutto il settentrione, il quale già oggi, grazie ai propri impianti, riesce a raggiungere (8,6%) i target di conferimento in discarica previsti dall’Ue per il 2035. Il Centro è costretto a esportare il 17% (1,5 milioni di tonnellate) della propria produzione di rifiuti, nonostante avvii già in discarica una percentuale estremamente elevata, pari al 37,5% ma non in grado di garantire tutta la richiesta. Il Sud ha invece esportato il 16% della propria produzione di rifiuti (soprattutto organico) ma solo per la disponibilità elevata di discarica, ora utilizzata per un’alta percentuale, pari al 37%.

    Il nodo discariche

    Il problema è che le discariche sono il sistema di trattamento dei rifiuti con il maggiore impatto ambientale, soprattutto per le emissioni di gas serra. Gli ultimi dati – sempre relativi al 2019 – mostrano che sono state ancora smaltite in discarica 6,2 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 420mila di questi sono stati trattati in Regioni diverse da quelle di produzione. La vita residua delle discariche attive è in esaurimento: per il Nord si prospettano ancora 4-5 anni; per il Centro 2-3 anni; per il Sud 1-2 anni. “A questo ritmo di conferimento – segnala Utilitalia – saremo obbligati a scegliere se costruire nuovi impianti o continuare a portare i rifiuti in discarica, sottoponendo il nostro Paese a nuove procedure di infrazione”.

    Biometano

    Alla luce di questo scenario, il gruppo Veos ha deciso di investire sulle nuove tecnologie al fine di contribuire alla realizzazione dei necessari impianti di recupero dei rifiuti, attraverso la società 4R che sviluppa e realizza impianti di digestione anaerobica per la frazione organica dei rifiuti urbani, principalmente nel Centro-Sud Italia. Due progetti hanno già ottenuto le autorizzazioni ed altri progetti sono in fase di sviluppo. Si tratta di impianti da 68.500 tonnellate di capacità cadauno, in grado di produrre ca. 5 milioni mc/anno di biometano e 19.000 tonnellate di fertilizzante di qualità. La loro realizzazione potrà contribuire al pieno recupero della potenzialità energetica dei rifiuti, tramite produzione di biometano, ed alla riduzione della movimentazione su gomma dei rifiuti prodotti. LEGGI TUTTO

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    Movens, una piattaforma open source al servizio della mobilità

    La tutela dell’ambiente passa inevitabilmente per una rivoluzione nel mondo dei trasporti. Questo settore è, infatti, responsabile per il 23% delle emissioni di CO2 prodotte a livello globale dall’uomo. Quasi un quarto delle emissioni è, quindi, dovuta alle movimentazioni di merci e passeggeri. Non è dunque un caso che il tavolo dei negoziati della Cop […] LEGGI TUTTO

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    Meno consumi energetici e sprechi con l’intelligenza artificiale

    L’intelligenza artificiale sta profondamente trasformando molti settori e fra questi c’è quello energetico. Grazie ad essa, infatti, l’ottimizzazione e la distribuzione delle risorse farà un enorme passo in avanti rispetto a quanto già garantito dalla tradizionale analisi statistica, che pur è in grado di fornire ottimi risultati. Fra i benefici assicurati dall’intelligenza artificiale ci sono la riduzione degli sprechi, dei costi e dei consumi.

    Il tutto ovviamente a beneficio delle aziende produttrici, dei clienti finali e dell’ambiente. Grazie al capillare monitoraggio di specifici parametri di consumo e utilizzo, alla previsione del comportamento degli utenti, alla correlazione tra parametri esogeni ed endogeni è, infatti, possibile ottenere un’efficace ottimizzazione delle risorse.

    Affinché l’intelligenza artificiale possa dare tutti i suoi frutti, è però necessario che le tecnologie che stanno alla sua base vengano democratizzate, ovvero che siano accessibili al più ampio numero possibile di persone. Ed è proprio questo l’obiettivo di Veos Digital società del gruppo Veos, gruppo che fin dalla sua nascita nel 2013 si è posto l’obiettivo di ottimizzare le risorse energetiche ed ambientali riducendo i consumi e gli sprechi per far diminuire le spese dei consumatori e migliorare la qualità dell’ambiente.

    “La digitalizzazione potrà aiutare la riduzione dei consumi o, meglio ancora, la loro ottimizzazione. Per esempio un’abitazione che ha un modulo fotovoltaico, che ha trasformato la propria caldaia in una pompa di calore e che ha una colonnina elettrica per ricaricare la propria auto, già di per sé contribuisce ad apportare benefici ambientali ed economici – spiega Simone Geravini, ceo di Veos Digital – Il consumatore ha però anche delle opportunità ulteriori, perché il suo comportamento attivo nella gestione di queste apparecchiature (tramite piattaforme o software) gli permetterà in futuro di essere in grado di adeguare il proprio modello di consumi a quello di produzione e quindi di godere di benefici economici”.

    La trasparenza e l’intelligibilità (AIexplainability) della tecnologia, sono caratteristiche imprescindibili per la democratizzazione dell’intelligenza artificiale. Gli algoritmi dell’intelligenza artificiale possono infatti dare un contributo fondamentale nella profilazione delle abitudini di consumo, suggerendo quali comportamenti siano i più adatti per poter raggiungere un bilancio energetico neutro, mentre la rilevazione e previsione non solo degli sprechi, ma anche della produzione di energia in eccesso, possono aiutare la stabilizzazione della rete.

    Nel mondo manifatturiero l’intelligenza artificiale porta vantaggi nel campo del controllo qualità, essendo in grado di rilevare efficacemente e tempestivamente le difettosità e suggerirne la causa agli operatori. La capacità dell’intelligenza artificiale di rilevare anomalie può essere utilizzata anche nel campo del controllo produttivo, facendo sì che la filiera lavori sempre nelle condizioni ottimali.

    Parlando invece di mobilità, l’applicazione di tecniche di machine learning migliora sensibilmente la manutenzione e gestione di flotte di veicoli elettrici. La capacità dei framework algoritmici di compiere analisi multivariate, che riescono a tenere in considerazione un elevato numero di parametri è ciò che permette una corretta manutenzione delle batterie, oltre che a preservare le unità da picchi e anomalie durante le fasi di ricarica.

    Non da ultimo la capacità di osservare come le flotte di mezzi vengono utilizzate, riconoscendo quali sono i comportamenti abituali, permette ai gestori dei servizi di ottimizzare il numero di veicoli disponibili e creare delle campagne di incentivazione e reward dei propri utenti, che saranno così sempre più orientati ad utilizzare una mobilità condivisa e sostenibile. LEGGI TUTTO

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    Deloitte, nel 2043 i benefici della transizione ecologica in Italia inizieranno a superare i costi

    L’Italia ce la può fare a salvare la sua economia riducendo l’impatto ambientale, a patto che attui una vera transizione energetica per contenere l’aumento della temperaturaentro gli 1,5 gradi. Ma deve partire adesso per raggiungere il “punto di svolta” entro il 2043, anno in cui i benefici della transizione ecologica inizieranno a superare i costi, […] LEGGI TUTTO