consigliato per te

  • in

    Cingolani: “Entro il 2024 avremo le alternative all’import di gas russo”

    ROMA – «Entro la seconda metà del 2024 dovremmo essere autonomi, potremmo fare a meno di importare gas russo». Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani per la prima volta scende pubblicamente nei dettagli della politica energetica italiana dopo la missione in Africa, insieme al collega di governo Di Maio, il cui obiettivo era appunto diversificare le importazioni. Parla con Repubblica subito dopo aver esposto al presidente del Consiglio Draghi e agli altri ministri la Strategia per la sicurezza nazionale energetica.

    Quali sono i cardini della strategia italiana per affrancarsi dal gas russo?«Sono tre. Il primo è aumentare il gas che arriva in Italia attraverso i gasdotti: per esempio solo dall’Algeria nell’arco di tre anni ci sarà un aumento del gas importato di 9 miliardi di metri cubi. Poi puntiamo sull’aumento del gas liquefatto che arriva da noi via nave: grazie agli accordi con Algeria, Angola, Congo, Qatar il gas liquefatto importato aumenterà di 1,5 miliardi di metri cubi quest’anno per arrivare a regime, nella seconda metà del 2024, a 12,7 miliardi di metri cubi».

    Questi incrementi basteranno a sostituire i 29 miliardi di metri cubi che ogni anno importiamo dalla Russia?«In larga misura. Però la strategia prevede anche un piano di risparmi. Che riguarda le rinnovabili, la cui crescita è impetuosa è che ci consentiranno di risparmiare 7 miliardi di metri cubi di gas al 2025. Poi ci sono altre misure di risparmio, come il controllo delle temperature domestiche o lo sviluppo di biocarburanti, che ci permettono di tagliare 2,5 miliardi di metri cubi quest’anno e arrivare a oltre 10 miliardi nel 2025. Insomma, combinando i tre approcci, più gas, più gnl, più rinnovabili e risparmio, raggiungeremo i 29 miliardi di metri cubi nella seconda metà del 2024».

    E fino ad allora? Cosa succederà in caso di embargo o se Mosca decidesse lei di chiudere i rubinetti?«Abbiamo fatto tutte le simulazioni per capire come i nuovi contributi di gas, gas liquefatto e i risparmi ci possono far arrivare al prossimo inverno e a quello successivo. Stiamo facendo gli stoccaggi per avere le scorte, ma tutto dipenderà da se e quando sarà sospesa la fornitura russa: se fosse sospesa tra un mese il prossimo inverno sarebbe complicato da gestire. Se invece fosse sospesa a fine anno potremmo andare avanti abbastanza tranquillamente».

    Cosa ne pensa dell’eventuale pagamento in rubli da parte delle aziende europee che comprano il gas russo?«Serve un indirizzo chiaro, univoco per tutti gli stati membri da parte della commissione europea, anche perché in assenza di una direttiva europea chiara la responsabilità verrebbe scaricata sui singoli governi o sulle oil and gas company. Occorre quindi una decisione politica. Poi se la decisione non fosse ancora matura, si potrebbe prendere un po’ di tempo per capire meglio le questioni legali, ma di tempo non ce n’è tanto».

    A che punto è in Europa la trattativa sul price cap, sul tetto al prezzo del gas?«Il price cap del gas è una soluzione europea, che risolverebbe certe storture del mercato energetico, compresi i picchi abnormi di prezzo. Non può essere fatta a livello di singolo Stato membro però, che altrimenti si ritroverebbe isolato. Certo è un concetto che non viene ben visto dai mercati del gas, anche se potrebbe essere indicizzato e quindi meno rigido. Devo dire però che mi impressiona leggere il rapporto dell’Acer, l’associazione delle Authority elettriche europee, che sostiene che il mercato libero dell’elettricità funziona e non va perturbato. Noi stiamo subendo da mesi aumenti delle bollette del 600% che mettono a rischio imprese e famiglie e sostenere che questo libero mercato dell’energia funzioni mi sembra quanto meno azzardato».

    L’Italia è stata lodata per la sua rapidità nel diversificare i fornitori di gas. Ma quanto ci costerà questa campagna acquisti fatta in tempi d’emergenza?«Si tratta di contratti privati e dipenderà dalla capacità di trattare delle compagnie energetiche. Ma alla fine sui contratti a lungo termine i prezzi saranno più o meno quelli che abbiamo adesso. Voglio però precisare che non si tratta solo di accordi sul gas, ma di partnership più ampie, che riguardano l’innovazione e il suo impatto sociale e culturale. In un continente giovane che rappresenta il futuro del Pianeta».

    C’è però chi sostiene che siamo passati dalla “padella” russa alla “brace” di Paesi come Angola e Congo. Saranno davvero partner più affidabili di Mosca?«L’ideale sarebbe essere autonomi dal punto di vista dell’energia. Ma visto che l’Italia non lo è, credo sia più semplice avere a che fare con sei o sette Paesi di dimensioni non grandissime, piuttosto che con uno solo che copre da solo il 40% della fornitura e che è anche una potenza geopolitica».

    Lei è ministro per la Transizione ecologia. Tutto questo che conseguenze avrà sulla transizione green?«Noi, nonostante la guerra in Ucraina, siamo determinati a perseguire l’obiettivo che ci siamo dati: ridurre del 55% le emissioni di gas serra entro il 2030. E, come è scritto nel Pnrr, far sì che in quello stesso anno il 72% dell’elettricità sia prodotta da fonti rinnovabili».

    Però si torna al carbone…«Abbiamo 4 centrali a carbone che erano in dismissione. Adesso per 12, massimo 24 mesi, le manderemo a pieno regime perché ci consentono di risparmiare 3,5 miliardi di metri cubi di gas. Emetteranno più CO2, ma nel frattempo accelereremo così tanto con le rinnovabili che tali emissioni verranno presto compensate. E rimane comunque una misura transitoria».

    Ci sarà un supercommissario alle rinnovabili per facilitare l’iter approvativo?«No, nessun supercommissario. È stata una richiesta dei gruppi che installano rinnovabili. Ma non se ne sente l’esigenza: i dati dimostrano che negli ultimi 4 mesi si sono approvati impianti più che negli anni precedenti. La macchina sta andando». LEGGI TUTTO

  • in

    Olio di palma, l'Indonesia blocca l'export e i prezzi schizzano ai massimi. Allarme anche in Italia

    ROMA – Nuovo allarme per l’industria agroalimentare mondiale: l’Indonesia annuncia il blocco dell’export dell’olio di palma, e i prezzi schizzano ai massimi storici nei mercati mondiali. L’Indonesia è il primo produttore globale dell’olio di palma, ed è responsabile del 50 per cento delle forniture sul mercato: anche i Paesi come l’Italia, che ne acquistano quantitativi limitati, sono comunque colpiti dal blocco, soprattutto in un momento come questo, con l’inflazione che corre e la guerra in Ucraina che ha avuto un forte impatto sulle forniture di tutti gli oli vegetali.

    “Il divieto di export di olio di palma da parte dell’Indonesia ci colpisce innanzitutto perché per noi è un mercato strategico per questo prodotto – conferma il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio – e poi perché è l’ennesimo sovranismo e blocco di esportazioni verso Paesi, come è il nostro, che hanno bisogno di importare determinate materie prime. Prima l’Ungheria che blocca l’export di cereali, poi la Serbia che blocca cereali e proteici e infine la Russia che minaccia il blocco di esportazione ai paesi cosiddetti “non amici”. Sono tutte azioni che ci danneggiano perché, sia nel caso che l’Italia sia importatrice diretta sia che non lo sia, azioni come queste ridisegnano le catene di approvvigionamento con conseguenti aumenti di prezzo e quindi sono segnali che non possono non preoccuparci”.

    Emergenza olio di girasole: il perché di una crisi. E ora potrebbe tornare quello di palma

    di

    Federico Formica

    30 Marzo 2022

    A maggior ragione lo stop dell’Indonesia è pericoloso perché impatta sugli oli vegetali, e l’Italia, come molti altri Paesi, soffre per i blocchi dell’export di tutti gli altri oli, a cominciare da quello di semi di girasole, che importava in grandi quantità da Ucraina e Russia: “Gli oli vegetali sono tra i prodotti più colpiti dalle conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina – sottolinea Luigi Scordamaglia, consigliere delegato Filiera Italia – in quanto l’aria è responsabile del  65% (10 milioni di tonnellate), della produzione globale di olio di semi di girasole che è l’olio che ha sostituito l’olio di palma a seguito dell’impatto ambientale associato a tale prodotto. I prezzi degli oli sono in generali aumentati drasticamente, e se adesso l’Indonesia principale produttore blocca completamente l’esportazione di olio di palma, che continua in molte parti del mondo diverse dall’Italia ad essere uno degli oli più usati sia in termini alimentari che di biocarburanti, gli effetti faranno esplodere ancora di più i prezzi degli oli diversi da quello di girasole agli altri. Ancora una volta la soluzione è rilanciare la produzione di questi essenziali prodotti alimentari all’interno dell’Unione Europea ma con metodi molto più sostenibili del resto del mondo”.

    Il blocco indonesiano, spiega però Mauro Fontana, presidente dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, che dal 2015 unisce associazioni di categoria aderenti a Confindustria e aziende nazionali e internazionali attive nei settori merceologici che utilizzano olio di palma, ha un impatto grave, ma limitato sui nostri produtturi dell’agroalimentare perché “noi acquistiamo olio di palma soprattutto dalla Malesia e dai Paesi del Sudamerica”. Inoltre, aggiunge Fontana, “il blocco sta creando una grossa agitazione, ma è ancora in discussione e potrebbe variare nei dettagli e nei tempi. Da quello che è trapelato, non sarebbe totale sull’olio di palma, ma riguarderebbe solo l’oleina, cioè la parte più liquida, che viene anche definita “cooking oil” e viene usata per condire e friggere in particolare nei Paesi asiatici”. Il blocco nasce proprio da questo: gli aumenti di prezzo delle ultime settimane hanno suscitato forti proteste nella popolazione, “per loro è una materia prima molto importante e quindi il governo ha cercato di correre ai ripari con questo blocco, per calmierare il prezzo”. Ottenendo però l’effetto contrario nei mercati mondiali.

    Emergenza olio di girasole: il perché di una crisi. E ora potrebbe tornare quello di palma

    di

    Federico Formica

    30 Marzo 2022

    Fontana conferma che non potrebbe esserci un momento più sbagliato, con la scarsità di oli vegetali sul mercato. Inoltre, dopo la campagna che alcuni anni fa portò a limitare l’uso del prodotto, considerato responsabile della deforestazione, sono cambiati i metodi di coltivazione, “quello certificato che usiamo oggi è responsabile di meno del 5% della deforestazione mondiale”, precisa. Tanto che “stimiamo che quel 30% di uso che si è perso sia già stato recuperato per due terzi”, assicura Fontana. E’ tanto più vero negli ultimi mesi, l’olio di palma, come quello di colza e altri oli vegetali, è stato utilizzato anche in sostituzione di quello di girasole. L’Italia del resto già lo scorso anno ha importato ben 1,46 miliardi di chili di olio di palma dei quali circa la metà per un quantitativo di 721 milioni di chili proprio dall’Indonesia, secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat. LEGGI TUTTO

  • in

    Emergenza gas, arriva un decreto sblocca-estrazioni e il governo riaccende il carbone

    ROMA – Aumentare la produzione di energia delle centrali a carbone, sbloccare l’estrazione di più gas, dare una spinta fortissima ai nuovi parchi eolici, solari e geotermici. È il pacchetto di norme che il governo sta preparando in queste ore, da inserire nel decreto che sarà approvato la prossima settimana. L’obiettivo è mettere in campo tutte le risorse energetiche nazionali disponibili per far fronte a una situazione critica ed essere pronti ad affrontare l’eventuale blocco delle forniture da Mosca.

    Gas, meno consumi e più carbone: il piano in 7 punti del governo

    di

    Luca Pagni

    01 Aprile 2022

    Ecco perché accanto alle norme annunciate per una drastica semplificazione delle autorizzazioni per le rinnovabili, che potrebbero portare anche alla nomina di un commissario taglia-burocrazia, si sta studiando come aumentare in tempi brevi l’energia prodotta da carbone e potenziare le estrazioni da giacimenti nazionali di gas naturale.

    Dalle sei centrali a carbone ancora attive in Italia arriva oggi il 6% dell’energia consumata nel Paese. Ma il potenziale è più alto. A Civitavecchia è in funzione una unità produttiva, si può arrivare a due o anche a tre. A Brindisi e Monfalcone può essere intensificata l’attività. Il governo non ha intenzione di riaprire gli impianti già chiusi o aprirne di nuovi, però secondo le stime se si investe sulle centrali già attive si può arrivare a soddisfare fino al 10% della domanda di energia nazionale, con un aumento del 4% che potrebbe avvenire in tempi brevissimi.

    Bollette: “Sbloccare subito 85 miliardi di progetti rinnovabili, per diminuire del 20% le importazioni di gas”

    Luca Pagni

    25 Febbraio 2022

    Bisognerebbe importare più carbone in un momento di forte carenza delle materie prime sul mercato mondiale, ma c’è disponibilità in Australia e probabilmente si andrà a comprare lì. Non a caso, l’altro problema è la copertura dei costi aggiuntivi a carico delle aziende, visto l’azzeramento degli oneri di sistema adottato dall’esecutivo per abbassare le bollette. Ma quel che serve per sbloccare l’operazione è soprattutto una norma che intervenga sulla tempistica del piano di decarbonizzazione adottato dal nostro Paese, che pone limiti stringenti a quanto si può produrre e indica al 2025 la chiusura delle centrali. È questa la norma che si sta valutando in queste ore e dovrebbe entrare nel decreto.

    Un gasdotto attraverso il Sahara: l’Algeria chiede aiuto a Roma

    di

    Luca Pagni

    19 Aprile 2022

    Più complesso il quadro per il gas. Il governo sta infatti studiando come aumentare le estrazioni nei giacimenti attivi e superare i vincoli stabiliti dal Pitesai, il Piano della transizione energetica sostenibile che individua le aree in cui si può svolgere la prospezione di idrocarburi sul territorio nazionale. Sul tavolo ci sarebbe anche l’opzione di riattivare i pozzi ora chiusi, ma per il momento l’esecutivo potrebbe limitarsi a intervenire solo su quelli già operativi. Ancora più difficile sarebbe la terza opzione, anch’essa al vaglio: nuove trivellazioni nell’alto Adriatico.

    Fact checking

    Perché 24 comuni hanno fatto ricorso contro il piano per le nuove estrazioni di gas

    di

    Laura Loguercio (Pagella Politica)

    15 Aprile 2022

    Finora infatti hanno vinto le obiezioni degli enti locali e delle associazioni ambientaliste che denunciano i rischi di subsidenza, il fenomeno che provoca lo sprofondamento del bacino marino, in particolare per la laguna di Venezia, anche se gli studiosi sono divisi e i report forniti dalle aziende al governo smentirebbero le ragioni di questi allarmi.

    Fact checking

    Perché 24 comuni hanno fatto ricorso contro il piano per le nuove estrazioni di gas

    di

    Laura Loguercio (Pagella Politica)

    15 Aprile 2022

    Le valutazioni proseguiranno nei prossimi giorni: c’è tempo probabilmente fino a giovedì, quando arriverà in Consiglio dei ministri il maxi-decreto sull’energia, che conterrà anche le nuove misure da 6 miliardi contro i rincari di benzina, bollette e materie prime. Per capire cosa serva per aumentare l’estrazione di metano nei giacimenti del basso Adriatico e in Sicilia il governo ha iniziato le interlocuzioni con le aziende energetiche. Non è chiaro se sia necessaria una norma nazionale, se addirittura non serva la creazione di un commissario che avochi a sé tutti i poteri o se bastino autorizzazioni regionali. In teoria il potenziale è enorme. Le riserve complessive dell’alto Adriatico sono 40 miliardi di metri cubi. Nel canale di Sicilia ci sono fino a 10 miliardi di metri cubi. LEGGI TUTTO

  • in

    Gas, perché l'Europa non dichiara l'embargo: pochi paesi fornitori, troppo costoso dire addio alla Russia

    MILANO – I report che arrivano dal fronte della guerra in Ucraina hanno generato sgomento e indignazione nelle cancellerie occidentali. Le immagini dei corpi di civili inermi a Bucha e le notizie dagli altri territori riconquistati dalle forze di Kiev “lasciano attoniti” per la “crudeltà spaventosa e insopportabile”, le parole di Palazzo Chigi. Il leader ucraino Volodymyr Zelensky parla apertamente di “genocidio”, il suo ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, di “massacro deliberato”. E allora in Occidente riprende quota un ulteriore giro di vite verso Mosca, dopo i pacchetti di sanzioni che hanno riguardato la finanza, gli oligarchi e – da parte Usa – l’import di petrolio. Quando anche la Germania, che è fortemente dipendente dal gas russo, arriva a comprendere nell’orizzonte sanzionabile le forniture di gas, come sostiene la ministra della difesa tedesca Christine Lambrecht, ecco che la materia prima principe che lega il Vecchio continente con Mosca finisce prepotentemente sul tavolo. Ma ecco che arrivano anche le frenate, come quella del ministro degli Esteri austriaco, Alexander Schallenberg, che ha fatto sapere che il suo Paese non appoggerà un eventuale embargo dell’Ue sulle consegne di gas russo. Una posizione che, dicono i numeri, si spiega abbastanza facilmente.

    Longform. Il ricatto del gas

    Perché l’Europa sta pensando di imporre l’embargo sulle importazioni di petrolio russo, mentre non ha intenzione di prendere lo stesso provvedimento per il gas in arrivo da Mosca?La risposta si trova nelle diverse quantità di materia prime che l’Europa importa dalle società controllate dal Cremlino. Il petrolio in arrivo dalla Russia copre il 22 per cento del fabbisogno dei paesi dell’Unione Europea, mentre per il gas si arriva al 42 per cento. Non solo: per alcuni Paesi la dipendenza arriva oltre il 90%. Si tratta di quote che non possono essere sostituite facilmente. Anche perché il gas è garantito da contratti di lungo periodo, a prezzi molto inferiori rispetto all’attuale valore di mercato. LEGGI TUTTO

  • in

    Gas dalla Russia: le sanzioni minacciano i progetti “Yamal” e “Arctic Lng 2”, garantiti per 1,1 miliardi da Total

    Mentre l’Europa cerca un accordo con gli Stati Uniti sul gas naturale liquefatto (gnl o lng), con le sanzioni aumentano le incognite sui progetti in Russia. Tra i principali, ci sono “Yamal Lng” e “Arctic Lng 2”, entrambi gestiti dalla società russa Novatek e partecipati dalla francese Total Energies rispettivamente con il 10 e il 20 per cento. Yamal Lng, progetto al quale prendono parte anche le cinesi China National Petroleum Corporation (Cnpc) e Silk road fund, è un impianto situato nella Penisola di Jamal con una produzione potenziale annua di 27 miliardi di metri cubi di gas naturale che già dal 2017 produce gnl. Mentre Arctic Lng 2, partecipato anche da China National Offshore Oil Corporation (Cnooc) e dal consorzio Japan Arctic Lng, deve ancora partire e punta a raggiungere una capacità annua di 19,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto.

    Ebbene, è proprio il gruppo petrolifero e dell’energia francese, tra le righe del bilancio, a mettere in guardia che il complesso sistema di sanzioni stabilite dall’Unione Europea contro la Russia, oltre alle contromisure attuali o future da parte della stessa Mosca, “potrebbe rendere più complicato per Yamal Lng e Arctic Lng 2 ripagare i prestiti degli azionisti garantiti da Total Energies”. E per il gruppo francese c’è in ballo una cifra rilevante: l’ammontare delle garanzie che potrebbero scattare in relazione a Yamal è di 400 milioni di euro, che salgono a 700 per Arctic, per un totale quindi di 1,1 miliardi di euro.

    “Alcune delle banche russe coinvolte nei finanziamenti dei progetti Yamal Lng e Arctic Lng 2 – aggiunge il bilancio di Total, che ha anche una quota diretta di poco più del 19% in Novatek – sono finite nel mirino delle sanzioni europee e americane, che hanno avuto l’effetto, a seconda del caso, di congelare le attività o di bloccare l’apertura o il mantenimento dei conti di corrispondenza o di frenare le transazioni collegate”. In particolare, i finanziamenti delle banche a Yamal “sono garantiti dall’agenzia dell’export Exiar, i cui asset sono stati congelati”. Total aggiunge poi che, allo stesso modo, le sanzioni potrebbero rendere complicato per la società, che sta comunque continuando a vendere gas, pagare i dividendi. Proprio lo scorso dicembre, Yamal aveva “ricompensato” gli azionisti con cedole per 31,4 miliardi di rubli russi, all’epoca pari a circa 380 milioni di euro.

    Per quel che riguarda Arctic, sono state congelate le attività dei due finanziatori Vnesheconombank e Otkritie, sostituiti da Gazprombank. Proprio alla fine dello scorso novembre, la società che gestisce il progetto situato nell’Artico siberiano occidentale aveva annunciato un maxi finanziamento da 9,5 miliardi di euro, spalmato su 15 anni e concesso tra gli altri da China Development Bank, Japan Bank for International Cooperation, e, guardando agli istituti russi, da Sberbank, Gazprombank, Veb.rf e Otkritie. Nei giorni scorsi, era, inoltre emerso che, proprio a causa delle sanzioni (c’è chi dice già per quelle antecedenti all’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio), sono stati bloccati anche i 500 milioni che avrebbero dovuto erogare ad Arctic Lng 2 le due italiane Intesa Sanpaolo e Cassa depositi e prestiti.

    Sempre tra le società di casa nostra, ha fatto sapere che sta continuando a operare nell’ambito del progetto Saipem, che nel 2019 si era aggiudicata due contratti per un valore iniziale totale di 3,3 miliardi. “Siamo partner – ha detto il direttore generale del gruppo di ingegneria per il settore energetico, Alessandro Puliti, lo scorso 25 marzo presentando il piano al 2025 – in due progetti per la costruzione di Arctic Lng 2 e anche in questo caso saremo ‘fully compliant’ con il sistema sanzionatorio: sono due progetti in cui siamo in pareggio tra lavori fatti fino adesso e quanto pagato dal cliente. Questa tipologia di progetti, stando all’interno del quadro sanzionatorio, ha dei tempi più rilassati, ma nel giro di qualche mese andremo a chiudere il nostro impegno”.

    In questo quadro, su Arctic Lng 2, per cui si stimano 21,3 miliardi di dollari di investimenti per avviare il progetto a piena capacità, pesano anche le restrizioni all’export imposte dall’Occidente, che potrebbero colpire per esempio l’acquisto dei materiali e delle attrezzature necessarie oltre che i collegamenti e trasporti verso la Russia. “Date le incertezze collegate alle sanzioni – si legge ancora nel bilancio di Total – che pesano sulla capacità di completare il progetto in costruzione e la probabilità che le stesse si intensifichino in caso di peggioramento del conflitto ucraino tra Russia e Ucraina, Total Energies ha deciso di non fornire nuovo capitale ad Arctic Lng 2”. LEGGI TUTTO

  • in

    Energia, un decreto salva materie prime e multe per chi le venderà all’estero

    ROMA – Il governo potrà bloccare l’esportazione di materie prime strategiche, se carenti sul mercato italiano. Ecco la misura che prova a far fronte a un’emergenza crescente, nelle aziende e nei cantieri. Dovrebbe entrare nel decreto voluto dal premier Mario Draghi per attutire i contraccolpi della crisi ucraina: abbassare di 15 centesimi il costo della benzina, rateizzare e calmierare le bollette, dare sostegno alle imprese, ma anche aiutare i rifugiati ed estendere il golden power. Le urgenze sono tante, le norme si moltiplicano, ma l’approvazione slitta a domani pomeriggio, perché sulle misure grava l’incognita delle coperture.

    Per ridurre la fiammata delle bollette per le famiglie e le imprese si stava studiando un ‘price cap’ e cioè l’ipotesi di mettere un tetto al prezzo di vendita del gas e dell’energia elettrica. Il rischio però è quello di un impatto indesiderato sul mercato: la fuga dei fornitori all’estero. Ecco perché in queste ore l’idea sembra accantonata e si pensa piuttosto di tassare gli extraprofitti realizzati dalle aziende energetiche per effetto dell’impennata dei prezzi. L’intervento è complesso, anche perché la tassazione – dice una sentenza – non può essere retroattiva. Le risorse sono incerte e quindi non è chiaro ancora come si taglieranno le bollette, se si riuscirà ad allargare il bonus sociale alle famiglie a basso reddito.

    Contro il caro carburanti 500 milioni dovrebbero invece essere garantiti dall’extragettito Iva che lo Stato ha incassato negli ultimi cinque mesi. Benzina e diesel scenderanno così di 15 centesimi, con il meccanismo – spiega il ministro Roberto Cingolani – dell’accisa mobile. Non basta però a rassicurare gli autotrasportatori, che minacciano il blocco dal 4 aprile, nonostante una norma annunciata a loro tutela.

    L’altra emergenza è la carenza di materie prime, causata dalla guerra, che rischia di paralizzare alcune filiere e far chiudere aziende. Ecco perché sembrano nel governo venir meno i dubbi dei giorni scorsi sull’adozione di misure protezioniste. Domani sul tavolo del Cdm arriverà una norma proposta da Giancarlo Giorgetti per controllare l’export di materie strategiche, come il ferro.

    Europa paralizzata sugli acquisti collettivi di gas. Il no di Olanda e Germania

    dal nostro corrispondente

    Claudio Tito

    16 Marzo 2022

    Le aziende avranno infatti l’obbligo fino al 31 luglio di notificare le operazioni con l’estero al governo, che potrà autorizzarle o meno. Per le violazioni scatteranno sanzioni di almeno 100mila euro e fino al 30% della vendita. Mentre a chi riattiva in Italia produzioni di ghisa, che scarseggia, come alle imprese energivore, sarà data la garanzia di Sace. Contro i rincari il garante, mr Prezzi, potrà fare multe fino a 5mila euro alle imprese che non motivino gli aumenti.

    Per 150mila aziende manifatturiere si rafforzerà, con 1 miliardo, il fondo di garanzia. Ma sono in dubbio ristori alle imprese per 800 milioni, perché senza lo scostamento di bilancio mancano fondi: la misura potrebbe essere rinviata a un secondo decreto più corposo, a fine mese, dopo il Def, quando ci sarà il quadro Ue. Lì potrebbero arrivare le norme per l’agroalimentare di Stefano Patuanelli. E l’estensione della cig proposta da Andrea Orlando. La crisi morde, bisogna evitare che la produzione rallenti. LEGGI TUTTO

  • in

    Stop al petrolio russo, la sfida di Biden a Putin che va oltre la guerra in Ucraina

    ROMA – “Gli Stati Uniti prendono di mira l’arteria principale dell’economia russa. Vietiamo tutte le importazioni di petrolio, gas ed energia. Così il popolo americano infliggerà un altro potente colpo alla macchina da guerra di Putin”. Lo ha detto il presidente Biden, annunciando l’assalto frontale e totale all’economia di Mosca. L’iniziativa è unilaterale, perché si rende conto che gli europei non possono staccare subito la spina, ma la speranza è che poco alla volta lo seguano. Il capo del Cremlino però ha subito risposto, firmando un decreto per vietare esportazioni e importazioni da una lista di paesi, da definire nel giro di due settimane.

    Il capo della Casa Bianca ha spiegato la sua decisione con la necessità di punire Vladimir per la sua “feroce guerra di scelta”, e togliergli le risorse economiche indispensabili a proseguirla: “Noi non parteciperemo al finanziamento della guerra di Putin”. Quindi ha aggiunto: “L’Ucraina non sarà mai una vittoria per lui”. Biden ha giustificato così la sua scelta unilaterale, che ha sostegno bipartisan al Congresso: “Andiamo avanti, capendo che molti dei nostri alleati europei potrebbero non essere in grado di unirsi a noi. Gli Stati Uniti producono molto più petrolio a livello nazionale di tutti i paesi europei messi insieme. Siamo un esportatore di energia, quindi possiamo fare questo passo mentre gli altri non possono”. La Gran Bretagna però si è accodata, anche se andrà a regime nel corso dell’anno. La speranza ora è che gli altri europei seguano, o comunque definiscano una strategia per mettere fine alla dipendenza da Mosca per l’energia.

    Il presidente ha anche avvertito gli americani che pagheranno un prezzo, visto che la benzina sta salendo alle stelle e l’inflazione è ai massimi da quarant’anni: “Farò tutto il possibile per limitare l’impatto, abbiamo già deciso di attingere alle riserve strategiche per mettere sul mercato 60 milioni di barili. Però è un costo che dobbiamo sostenere per difendere la libertà. Se non lo faremo ora, aumenterà in futuro. Gli ucraini stanno difendendo la loro libertà e le loro vite, noi li sosterremo contro la tirannia”.

    Il ricatto del gas

    di

    Carlo Bonini (coordinamento editoriale)

    Giuliano Foschini e Luca Pagni. Coordinamento multimediale di Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

    02 Marzo 2022

    Con circa 10 milioni e mezzo di barili al giorno, la Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio, dopo Usa e Arabia Saudita. Però è il primo esportatore, e i ricavi del greggio valgono oltre un terzo del suo bilancio nazionale. Gli Usa importano da Mosca solo l’8% del fabbisogno, mentre il 60% delle esportazioni russe va in Europa. Biden però spera che gli alleati lo seguano quando potranno, anche perché le atrocità commesse da Putin renderanno sempre più difficile continuare a finanziare la sua carneficina attraverso il pagamento delle forniture di energia. Per aiutarli cercherà di aumentare la produzione americana, canadese e messicana. Una delegazione Usa è appena stata in Venezuela, per negoziare con Maduro un incremento delle esportazioni, e secondo il sito Axios Biden medita anche un viaggio in Arabia in primavera, per spingere Riad ad aiutare l’operazione contro Putin.

    Nel frattempo le esportazioni russe stanno già rallentando, per altri motivi legati alle sanzioni. Diverse compagnie, come Shell e BP, hanno autonomamente sospeso le operazioni, mentre gli armatori delle petroliere non sono più sicuri di scommettere su Mosca, così come i finanziatori e le banche. Le misure che limitano l’esportazione di tecnologia occidentale compromettono poi la capacità russa di condurre la manutenzione, limitando la produzione.

    Putin ha risposto con il decreto firmato ieri, per “salvaguardare la sicurezza della Russia”. Il testo dà mandato al governo per stilare una lista di paesi con cui verranno bloccate esportazioni e importazioni. E’ probabile che attinga a quella delle nazioni appena definite ostili, fra cui c’è anche l’Italia, ma non è chiaro fino a che punto possa spingersi. Se infatti bloccasse tutte le forniture di gas e petrolio, resterebbe praticamente senza soldi per finanziare la sua guerra e contenere il malcontento interno.

    E’ possibile che la Cina si faccia avanti per acquistare più energia da Mosca, ma è difficile che il suo intervento abbia un impatto mentre l’invasione è in corso. Anche l’Ucraina non ha molto tempo, perché è rimasta con riserve energetiche per circa dieci giorni e l’aggressione avanza sulle città. Ma la partita tra Biden e Putin, e in generale tra il mondo democratico e basato sulle regole e la prepotenza delle autocrazie, è una sfida di lungo termine che andrà anche oltre il destino di Kiev. LEGGI TUTTO

  • in

    Gas: da Eni a Shell ecco perché le oil company lasciano le partecipazioni in Russia

    ROMA – Una decisione a suo modo storica, considerato il fatto che i rapporti con la Russia datano fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. Ma è anche una scelta che appare inevitabile con la situazione gepolitica in corso: il gruppo Eni ha fatto sapere di voler cedere la sua quota nella società che gestisce il gasdotto Blue Stream, controllato alla pari con il colosso di stato Gazprom.

    Il Bluestream è l’infrastruttura che porta il gas dei giacimenti siberiani dalla Russia alla Turchia, passando sul fondo del Mar Nero. Un’opera a cui ha lavorato anche la società di ingegneria Saipem (controllata da Cassa Depositi Prestiti e da Eni), che ha avuto l’incarico di realizzare tutta la parte off shore dell’mpianto. Il gasdotto è stato inaugurato nel 2005 alla presenza di Vladimir Putin, del presidente turco Recep Erdogan e del presidente del consiglio Silvio Berlusconi: l’intero tracciato (di oltre 1200 chilometri, di cui 400 off shore) è costato oltre 3 miliardi.

    Il ricatto del gas

    di

    Carlo Bonini (coordinamento editoriale)

    Giuliano Foschini e Luca Pagni. Coordinamento multimediale di Laura Pertici. Produzione Gedi Visual

    02 Marzo 2022

    Perché Eni ha deciso di uscire proprio ora dal Blue Stream è abbastanza comprensibile: le cancellerie dei Paesi occidentali svoglioni isolare economicamente il Cremlino, per metterlo in difficoltà e costringerlo al tavolo delle trattative. Non a caso Eni, arriva  dopo altre big oil company che hanno tagliato i poti con società russe.

    Il conflitto

    I giganti di Big Oil voltano le spalle a Putin: stop al gas russo. Le conseguenze per l’Europa

    di

    Paola Rosa Adragna

    01 Marzo 2022

    Le più veloci sono state l’anglo-olandese Shell, la norvegese Equinor e la britannica British Petroleum. Solo la francese Total, tra le grandi compagnie petrolifere europee, ancora resiste e per il momento conferma gli accordi commerciali e finanziarie con le imprese russe del settore energia sotto embargo. 

    Bp, per esempio, ha annunciato di voler mettere in vendita il 19,75% della storica partecipazione nel gruppo Rosneft, sotto il controllo di Igor Sechin, uno degli oligarchi vicini a Puti colpito da sanzioni. Un partecipazione che a fine 2021 aveva raggiunto una valutazione pari a 14 miliardi. “L’attacco della Russia – ha fatto sapere la società britannica – è un atto di aggressione che sta avendo conseguenze tragiche in tutta la regione. Bp opera da oltre 30 anni in Russia, lavorando con brillanti colleghi. Ma questa operazione militare rappresenta una svolta che non può essere sottovalutata”.

    Shell, invece, ha annunciato che non parteciperà più al consorzio che controlla il Nord Stream: si tratta del gasdotto che copre la rotta settentrionale del gas russo verso l’Europa. Parte dalla costa russa del Mar Baltico al confine con la Finlandia per approdare direttamente in Germania non loantano dal confine polacco. I russi lo hanno fortemente voluto per evitare di pagare i diritti di passaggio (per esempio all’Ucraina o alla Polonia) e per stringere accordi commerciali ancora più forti con la Germania.

    Strategie

    Gas italiano. Ecco perché abbiamo smesso di estrarlo

    di

    Jaime D’Alessandro

    25 Febbraio 2022

    L’unica che non si è allineata – come detto – è la francese Total. A differenza di altre compagnie petrolifere come BP e Shell, Total non pensa di ritirarsi dalla Russia dove ha fatto enormi investimenti e concentra un quarto delle sue riserve. Una decisione che provoca forti polemiche ma non stupisce del tutto: Total – fanno notare gli osservatori – è abituata a rimanere in zone di guerra, senza porsi tanti dilemmi morali: opera per esempio ancora in Yemen.

    Il conflitto

    Petrolio e gas: gli interessi delle compagnie occidentali in Russia

    01 Marzo 2022

    Tornando a Eni, va detto che il Blue Stream non è l’unica collaborazione con imprese russe. La più rilevante è la presenza del gruppo Rosneft nella società che gestisce il giacimento di Zohr, al largo delle coste dell’Egitto: è uno dei giacimenti di gas più grandi mai scoperti nel Mar Mediterraneo. In questo caso, Eni non ha strumenti per obbligare la società russa a cedere la sua quota (pari al 30%).  

    Per il resto, i rapporti di Eni con la Russia sono soprattutto di carattere commerciale e si riferiscono ai contratti di fornitura di gas naturale. Tra l’altro, a questo proposito, nell’ottobre scorso Eni e Gazprom “hanno firmato un accordo per rivedere i termini dei contratti in essere tra le parti di fornitura di gas a lungo termine, alla luce dell’evoluzione attuale e futura del mercato, compresa la definizione delle controversie in corso tra le due società”. 

    Infine, va ricordato un precedente: in seguito alle precedenti sanzioni del 2014 nei confronti della Russia, è congelata da allora la partecipazione che Eni aveva sempre con il gruppo Rosneft, in alcune licenze eslorative nell’area dell’Artico. LEGGI TUTTO