consigliato per te

  • in

    Gas, ecco il piano di emergenza: due gradi in meno in casa e tagli alle imprese

    ROMA – Di fronte alla possibilità che i russi chiudano definitivamente il rubinetto, interrompendo così le forniture di gas, oppure che i prezzi salgano ulteriormente fuori controllo, tutta Europa si sta attrezzando verso l’unica soluzione che appare praticabile, almeno per il prossimo inverno: razionare i consumi di famiglie e imprese. Una scelta che avrebbe anche il vantaggio di abbassare la domanda di metano, mandando così al mercato un segnale importante per la riduzione dei prezzi.

    Caro gas, un nuovo record. Bonomi: “Prepariamoci per i razionamenti”

    di

    Valentina Conte

    22 Agosto 2022

    Il governo francese ha già approvato, nel luglio scorso, un piano per la riduzione dei consumi. Il ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck ha annunciato domenica scorsa che aziende e famiglie dovranno contribuire con un taglio del 15-20% ai consumi di gas. E ha spiegato che si tratta di un contributo necessario, perché in caso di stop alle forniture da parte di Gazprom, il colosso energetico controllato dal Cremlino, le riserve tedesche negli stoccaggi potrebbero garantire il fabbisogno del Paese solo per due mesi e mezzo.

    Sulla strada dei risparmi e dei razionamenti si sta avviando anche l’Italia. A cominciare dal coinvolgimento dell’amministrazione pubblica, del terziario, nonché ovviamente delle famiglie. È la soluzione preferita da Confindustria, che chiede al Governo di salvaguardare le imprese, in particolare le energivore: secondo i dati del centro studi, abbassare fino a tre gradi la temperatura di tutto il settore civile porterebbe a un risparmio di circa 30 milioni di metri cubi al giorno, un dato che corrisponde al 50% del consumo medio giornaliero di tutto il settore industriale.

    In effetti, anche nel piano predisposto già a primavera dal governo Draghi sono previste misure di questo tipo. Un piano che prevede tre diversi livelli di emergenza, a seconda della disponibilità di gas. Alcune sono già scattate: negli uffici pubblici le temperature non possono essere superiori ai 19 gradi durante l’inverno e inferiori ai 27 gradi d’estate.

    Cresce la paura di recessione, l’euro ai minimi da 20 anni

    di

    Vittoria Puledda

    22 Agosto 2022

    Ma se dovesse scattare l’emergenza, di fronte a una riduzione totale o molto significativa delle forniture da parte di Gazprom ora che ci si avvicina all’inverno? In questo caso i risparmi dovrebbero essere considerevoli, visto che nonostante gli accordi di fornitura alternativi sottoscritti da Eni, l’Italia dipende ancora dalla Russia per 10 miliardi di metri cubi di gas.

    Il terzo livello di emergenza prevede così misure più drastiche. Nelle abitazioni, per esempio, le temperature dei termosifoni dovranno essere ridotte di due gradi, limitando anche l’orario di accensione. Ai Comuni potrà essere chiesto di ridurre l’illuminazione pubblica nelle strade e sui monumenti fino al 40% dei consumi totali. Allo stesso modo, gli uffici pubblici potrebbero chiudere anticipatamente, così come potrà essere chiesto ai negozi di abbassare le saracinesche entro le 19, mentre i locali non potranno restare aperti oltre le 23.

    In questo scenario però anche il contributo delle imprese non potrà mancare. Il piano del governo prevede, al momento, il coinvolgimento delle industrie più affamate di energia, le cosiddette energivore, che potrebbero vedersi interrompere la fornitura di energia per un periodo limitato di tempo. Una eventualità che Confindustria vorrebbe evitare. LEGGI TUTTO

  • in

    La Cgil: “Il contratto è scaduto da 3 anni: usiamo i fondi del Pnrr per gli aumenti”

    ROMA –  Francesco Sinopoli, segretario della Federazione dei lavoratori della conoscenza per la Cgil, ha tenuto una posizione conflittuale con il Governo Draghi e il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, tecnico di area Pd, nei 17 mesi di governo in pieni poteri. Sulla proposta del segretario del Partito democratico, Enrico Letta, ora dice: “È un’indicazione da prendere positivamente. Quando in campagna elettorale si mette la scuola al centro, bisogna ascoltare. Dico che prendiamo così in parola Letta da chiedergli di mostrare subito le intenzioni del suo partito. Accompagni Draghi e il ministro Bianchi a chiudere, adesso, un contratto di lavoro che è in ritardo di tre anni e che ha risorse sufficienti per aumenti fino a un massimo di 123 euro lordi. Una miseria, vista la base di partenza”.

    Chiedete soldi subito per dimostrare che non sono solo promesse elettorali.”Vedo il governo usare oggi, che è in attività solo per gli affari correnti, le risorse del Piano nazionale di resilienza e ripresa per migliorare diversi investimenti. Ecco, usi quei soldi europei anche per gli stipendi dei docenti e dei lavoratori della scuola. Direi che lo può fare, visti i precedenti. Poi, sono d’accordo, ci vorranno cinque anni per arrivare alle retribuzioni medie dei Paesi europei occidentali, ma il Pd dia adesso un segnale chiaro”.

    Un aumento di 123 euro è davvero poco?”Pochissimo, ci abbiamo fatto due scioperi contro, uno nel 2021 e uno nel 2022. Le distanze dal resto dell’Europa le state certificando voi rendendo pubblici i dati Eurydice, ma a queste dobbiamo affiancare le distanze interne tra il mondo dell’insegnamento e quello del resto della pubblica istruzione. A parità di titolo di studio ci sono differenze che arrivano a 350 euro. Vogliamo vedere gli aumenti adesso, prima della prossima Legge di bilancio, che peraltro sarà fatta da un nuovo governo. Dobbiamo fare un terzo sciopero in estate?”.

    Il governo Draghi su scuola, università e ricerca ha messo 30 miliardi del Pnrr.”Sì, ma non ha mai riconosciuto il ruolo dei docenti, quelli assunti e quelli precari. E ha sbagliato. Il Pd ora ha l’occasione per cambiare l’approccio di Palazzo Chigi. La Cgil non ha mai avuto un atteggiamento di pregiudizio nei confronti dell’esecutivo di Mario Draghi, ha firmato un Patto per la scuola insieme agli altri sindacati, ma Bianchi ci ha messo poco per sconfessarlo”.

    Un esempio di quello che non avete gradito?”L’ultimo atto, i 400 euro di aumento ad personam per ottomila insegnanti che realizzeranno un lungo percorso di formazione. Un docente per scuola, l’uno per cento del totale. Una provocazione assurda. Non risolve alcun problema e mette i docenti uno contro l’altro”. LEGGI TUTTO

  • in

    La promessa del Pd ai prof italiani cenerentole d’Europa

    ROMA – Dice Enrico Letta, ricordandosi di una categoria diventata scettica rispetto ai racconti fatti in campagna elettorale, che bisogna aumentare gli stipendi ai professori di scuola. Parla di professori, facendo arrabbiare i maestri. Già docente dell’università francese, dice poi che “bisogna portare quei salari su un livello europeo” perché l’Italia “è uno dei Paesi che paga gli insegnanti di scuola media o superiore meno di tutti gli altri”.

    Il segretario del Pd offre anche una scadenza, onesta in verità, per realizzare il compito dovesse mai contribuire a formare un governo: si vedranno buste paga degne di Parigi e Madrid (non parliamo di Berlino) per la fine della legislatura, il 2027. Oggi non ci sono le coperture per chiudere decentemente un contratto in ritardo di tre anni, figuriamoci per immettere alcuni miliardi su un’operazione di questa portata. E, infine, “il vero problema degli stipendi di scuola in Italia è che partono bassi e poi quasi non si muovono”. Gli scatti di anzianità sono al minimo e altre forme di incentivazione premiale non sono state mai gradite alla maggioranza della platea interessata.

    Vacanze, carriera e stipendio. Il docente stressato in tutta Europa

    di

    Ilaria Venturi

    Corrado Zunino

    09 Ottobre 2021

    Come è, allora, questa distanza sul tema “retribuzioni a scuola” dal resto dell’Europa occidentale, quella con cui ci paragoniamo? È proprio così: i nostri prof sono sottopagati. Lo dicono le comparazioni più serie. Eurydice, la rete europea dell’informazione sull’istruzione, con “Teachers and school heads, salary and allowances in Europe 2020-2021” ha passato in rassegna i salari annuali – lordi e parametrati in euro – dei docenti di trentanove Paesi europei o di realtà linguistico-scolastiche (il Belgio, per esempio, ha tre situazioni diverse sull’istruzione con tre tipi di stipendi macroregionali).

    Bene, in un ranking che enuclea le carriere di un insegnante di una scuola superiore di secondo grado o di un Istituto tecnico superiore (Its), l’Italia è al 18° posto per salario pagato (su 39). Se si osserva il grafico, si vede come questa posizione mediana ci tiene lontani dalle democrazie di riferimento: Germania, Spagna, Francia.

    Guidano la classifica tre Paesi per noi inavvicinabili – piccoli, ricchi e con economie speciali – quali Liechtenstein, Lussemburgo e Svizzera. Gli stipendi dei loro insegnanti sono vicini a quelli di un professionista del privato qualificato: 150.000 euro per un docente a fine carriera di Vaduz, 140.000 per un professore ultracinquantenne di una scuola superiore di Lugano o Basilea. Scendendo, si vede che il salario medio di un docente di una regione tedesca è, a inizio cattedra, pari a 62.000 euro, il 59 per cento più alto di quello di un pari grado italiano. E a fine carriera quel prof tedesco vedrà crescere la busta paga di oltre 23.000 euro lordi, il collega in Italia di soli 14.000.

    Scuola, le assunzioni dei docenti bloccate dagli errori del concorso. E’ allarme cattedre vuote

    di

    Valentina Lupia

    Corrado Zunino

    26 Luglio 2022

    Davanti a noi ci sono tutti gli stati scandinavi, i Paesi che hanno la Germania come riferimento (Austria, Olanda, Danimarca), le tre macroregioni del Belgio, piccole nazioni del Nord come l’Islanda e l’Irlanda. In Spagna lo stipendio medio in partenza è di 8.500 euro più alto e alla fine la differenza con l’Italia sale a +19.000. La Francia non ha fior di salari per la propria scuola pubblica: un insegnante neolaureato di un liceo a fine anno avrà guadagnato 29.000 euro lordi, solo tremila in più del prof italiano. Dopo i 55 anni, però, la sua retribuzione sarà salita a quota 50.000 (diecimila in più di quella garantita da noi).

    In Italia gli stipendi dell’istruzione sono in linea con quelli pagati a Malta e Cipro, un po’ superiori in partenza rispetto al Portogallo (dove, tuttavia, crescono nella seconda fase di cattedra), il doppio di quelli greci. Ovviamente, il nostro Paese paga meglio la propria classe docente rispetto a tutto l’Est Europa e alla Turchia, ma in queste aree il basso costo della vita fa recuperare agli insegnanti potere d’acquisto.

    Le reazioni alla proposta Letta dei docenti italiani, un tempo vicini al centrosinistra, sono state in maggioranza scettiche: “Facile parlare di aumenti in campagna elettorale”, hanno detto e scritto, “perché il Pd non è intervenuto sulla questione stipendi con il governo Draghi in pieno potere?”. LEGGI TUTTO

  • in

    Gas, la strategia del governo: stoccaggi pieni per l'inverno, ma c’è il nodo rigassificatori

    ROMA – «Questo inverno sarà quello un po’ più delicato». Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani – che all’interno del governo Draghi ha le deleghe sui temi dell’energia – ieri ha scelto con molta attenzione l’aggettivo per descrivere cosa potrebbe accadere a fine anno se la Russia dovesse chiudere i rubinetti del gas, come temono tutte le cancellerie d’Europa. “Delicato”, in buona sostanza si può tradurre così: l’Italia è messa meglio rispetto ad altri paesi in Europa e può rendersi indipendente dalla Russia molto prima, a patto che vadano in porto tutti i progetti avviati dal governo, dai nuovi rigassificatori (che permettono di ricevere gas liquefatto via nave) agli stoccaggi (i depositi dove vengono immagazzinate le riserve strategiche).

    Così, mentre la Germania parla di razionamenti e di una possibile recessione in caso di taglio totale delle importazioni dalla Russia e la Francia deve ancora trovare valide alternative al fermo di oltre un terzo dei suoi reattori nucleari per manutenzione, l’Italia si trova in vantaggio: ha già diversificato le forniture di gas per sostituire quelle in arrivo da Gazprom (oltre 30 miliardi di metri cubi all’anno). In particolare, gli accordi stipulati (dall’Algeria all’Angola, dal Qatar all’Azerbaijan, un domani anche da Mozambico, Egitto e Israele), impediranno agli italiani di restare al freddo o senza elettricità.

    Emergenza gas: a Berlino un thermos alto dieci piani garantirà l’acqua calda

    di

    Luca Pagni

    10 Luglio 2022

    Come ha spiegato sempre il ministro, l’Italia supererà la “dipendenza” russa dall’inverno del 2023. Per la prossima stagione fredda la situazione è più “delicata”, ma con qualche sacrificio da parte dei cittadini e delle imprese (che possono dare una mano limitando i consumi) sarà possibile “neutralizzare” le minacce del Cremlino. «Se abbassassimo di un grado la temperatura media del riscaldamento e diminuissimo di un’ora il periodo di riscaldamento giornaliero potremmo risparmiare circa 1,5-2 miliardi di metri cubi di gas», ha spiegato ieri Cingolani presentando una iniziativa dell’Enea rivolta ai possibili modi per risparmiare energia.

    Per passare il prossimo inverno, però, non si deve sbagliare la tempistica sui nuovi rigassificatori e sugli stoccaggi. Quest’ultimi sono pieni per il 64% della loro capacità, come ha spiegato Stefano Venier, amministratore delegato di Snam, la società a controllo pubblico che è di gran lunga il primo operatore del ramo. Come previsto dalla Ue, devono arrivare al 90% della loro capacità entro l’anno. Ma come colmare l’ultimo 25% visto che agli operatori non conviene comprare gas sul mercato in questo momento di prezzi appena al di sotto dei massimi storici? Il governo ha trovato la soluzione: il gas verrà acquistato dal Gse (Gestore servizi energetici) a prezzi “calmierati” da operatori che lo estraggono in territorio italiano, per poi essere rivenduto a imprese e pmi, sempre a costi contenuti. Di fatto, il governo ha chiesto una mano al gruppo Eni, come produttore di gas naturale, in particolare nel Mar Adriatico e in Basilicata.

    La guerra energetica fa ricca l’Algeria

    di

    Luca Pagni

    03 Luglio 2022

    Anche i due nuovi rigassificatori galleggianti stanno arrivando in porto. Se ne è occupata Snam che ha comprato due navi gasiere che hanno la capacità di lavorare il gas liquefatto e immetterlo nella rete nazionale. Dovrebbero essere ormeggiate a Piombino e a Ravenna. Se nell’ultimo caso non ci sono problemi e l’impianto entrà in funzione non appena terminato il collegamento con la rete, in Toscana occorre risolvere una forte opposizione locale.

    Ma il ministro Cingolani è fiducioso. Nella serata di ieri è arrivato un comunicato del ministero della Transizione ecologica in cui si sottolinea come il taglio del 30% delle forniture di gas russo rispetto alla settimana scorsa, al momento, non crei alcun problema e che i due rigassificatori entreranno in servizio rispettivamente «entro il primo trimestre del 2023 e il primo trimestre del 2024». Cingolani è stato persino prudente, visto che in realtà Snam spera di riuscire a iniziare le attività ben prima. Anche perché, fare a meno di qualche milione di metri cubi di gas russo in estate è un conto, ma cosa potrebbe accadere se Putin decidesse di chiudere completamente i rubinetti a ridosso dell’autunno, quando cominceranno i primi freddi? LEGGI TUTTO

  • in

    Il piano di emergenza italiano: più carbone, lampioni spenti, due gradi di riscaldamento in meno

    ROMA – Tre livelli di allarme, l’Italia per il momento è fermo al primo. Ma se la Russia dovesse sospendere in via definitiva le forniture di gas naturale alla Ue (a cui l’anno scorso aveva assicurato il 44% del suo fabbisogno), il governo sarebbe costretto a far scattare la fase di emergenza. Il piano prevede una serie di interventi che vanno dal “razionamento” del gas alle industrie energivore al maggior utilizzo delle centrali a carbone per la produzione di elettricità. Ma anche l’introduzione di politiche di austerity dei consumi: riscaldamento più contenuto, risparmi sull’illuminazione pubblica. Il tutto fino a quando il gas russo non verrà sostituito da forniture provenienti da altri paesi produttori.

    Gas, perché ha guadagnato il 100% in un mese mentre il petrolio è sceso sotto i 100 dollari

    di

    Luca Pagni

    05 Luglio 2022

    Nelle centrali si torna a usare il carbone

    Sta accadendo in tutta Europa: per colpa dell’emergenza gas – e per guadagnare tempo mentre si cercano forniture alternative alle importazioni dalla Russia – si riaccendono le centrali a carbone che stavano andando in pensione. Con tanti saluti alla lotta al cambiamento climatico. È stata costretta a farlo anche l’Italia. Il piano di emergenza del governo Draghi prevede che le sei centrali ancora in attività (la cui chiusura era prevista per il 2025) aumentino la produzione di elettricità.

    Si tratta di sei impianti: due si trovano in Sardegna e servono di fatto solo l’isola, mentre le altre sono situate a Venezia, Monfalcone, Civitavecchia e Brindisi. Le centrali si sono già messo in moto: nelle ultime settimane stanno coprendo fino all’8% del fabbisogno di energia elettrica, il doppio della media degli ultimi anni. L’obiettivo è quello di sostituire almeno 5 miliardi di metri cubi di gas.

    Il ritorno dell’energia di Stato per far fronte all’emergenza gas

    di

    Serenella Mattera

    Luca Pagni

    07 Luglio 2022

    Illuminazione e riscaldamenti verranno ridotti

    l governo, attraverso la sua controllata Eni, si è già assicurato una serie di forniture alternative. Ma potrebbe non bastare per sostituire il gas russo entro l’inverno. Per questo motivo, il piano di emergenza prevede una sensibile riduzione dei consumi. In parte l’austerity è già scattato: dal primo maggio scorso e fino al 30 aprile 2023, le temperature negli uffici pubblici non potranno essere superiori ai 19 gradi di inverno e inferiori ai 27 d’estate.

    Ma il governo è pronto ad ampliare questi limiti anche alle abitazioni e agli uffici privati (fino a due gradi in meno). Allo stesso modo, verrà ridotto anche il numero di ore d’accensione durante la giornata. La riduzione dei consumi passa anche dall’illuminazione pubblica: verranno spenti i lampioni sulla rete stradale cittadina ed extra-urbana, così come scatterà il “coprifuoco” per l’illuminazione di monumenti ed edifici storici.

    Emergenza gas: a Berlino un thermos alto dieci piani garantirà l’acqua calda

    di

    Luca Pagni

    10 Luglio 2022

    Sospensione delle forniture agli energivori

    Il piano di emergenza del governo prevede tre livelli di crisi. Al momento siamo solo al primo, quello di pre-allarme. Ma se la situazione dovesse precipitare, per esempio con il taglio totale delle esportazioni da parte della Russia, potrebbe scattare da subito il livello di emergenza. Questo prevede misure come l’interruzione delle forniture, per un periodo limitato di tempo, delle forniture alle industrie più energivore, dai cementifici alle acciaierie, dalla ceramica al vetro.

    Allo stesso tempo, scatterà la possibilità di ricorrere alle riserve strategiche che si trova negli stoccaggi. Si tratta dei depositi dove viene immagazzinato il gas dagli operatori durante l’estate, per essere rivenduto sul mercato in inverno. Nel caso di emergenza, il governo potrà autorizzare anche l’uso delle riserve stratgiche, la parte non destinata alla commercializzazione.

    Dal governo 30 miliardi contro la crisi energetica

    Finora, il governo ha stanziato 30 miliardi per contenere gli effetti della crisi energetica su famiglie e imprese. Non solo per contenere gli aumenti delle bollette, ma anche per sostenere le imprese colpite da effetti collaterali come i maggiori costi dei trasporti. Solo 3 miliardi sono serviti per azzerare i rincari previsti dal primo luglio scorso fino al prossimo 30 settembre. Ma l’impegno di spesa da parte di Palazzo Chigi non potrà di certo fermarsi qui.

    Nell’ultimo mese, le quotazioni del gas sui mercati finanziari è raddoppiato e la necessità di trovare forniture alternative al metano russo provoca un aumento della domanda che non favorisce il contenimento dei prezzi. Anche l’obbligo previsto dalla Ue di riempire gli stoccaggi fino al 90% della loro capacità entro la fine dell’anno ha contribuito ad alzare il prezzo: il governo è così dovuto intervenire, tramite Snam, per coprire una parte degli acquisti. LEGGI TUTTO

  • in

    Tassonomia Ue, via libera del Parlamento: ok a nucleare e gas tra le fonti green

    MILANO – La proposta di tassonomia elaborata dalla Commissione Ue che include anche metano e nucleare tra fonti considerate “pulite” supera lo scoglio del Parlamento Ue.  A Strasburgo, l’assemblea ha bocciato la risoluzione di rigetto sulla tassonomia. Hanno votato contro la risoluzione 328 eurodeputati, i voti favorevoli sono stati  278, gli astenuti 33. Con questo […] LEGGI TUTTO

  • in

    Re Rebaudengo, Elettricità Futura: “Entro il 2030, 85 Gigawatt di rinnovabili in più. Valgono 470 mila occupati”

    PACE fatta con il ministro Cingolani? “Sì, d’ora in poi lavoreremo insieme al piano che abbiamo appena reso pubblico”. Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, associazione che, all’interno di Confindustria, raccoglie oltre il 70% delle imprese elettriche italiane, pone fine così a una polemica durata settimane. Tutto era nato quando a fine febbraio Elettricità Futura aveva lanciato la sua proposta shock: “Siamo pronti a installare 60 gigawatt di elettricità da fonti rinnovabili nei prossimi tre anni”. Il ministro era stato preso in contropiede, il suo piano, all’interno del Pnrr, prevedeva infatti 70 gigawatt entro il 2030, e aveva bocciato come impraticabile il progetto degli industriali. Arrivando a evocare la “lobby dei rinnovabilisti”. La riconciliazione è andata in scena ieri nel corso dell’assemblea pubblica dell’associazione.

    Presidente Re Rebaudengo come si è passati da una polemica anche molto accesa nei toni alla sintonia delle ultime ore?”Per fortuna ha prevalso il desiderio di lavorare per il Paese, spazzando via le incomprensioni che c’erano state. Tutti abbiamo capito che non c’era più spazio per dibattiti e polemiche, ma che occorreva trovare un progetto per mettere l’Italia al sicuro”.

    In cosa consiste questo vostro nuovo progetto?”Per raggiungere gli obiettivi del RepowerEu, quindi l’ultimo dei provvedimenti energia-clima in Europa e che è una ulteriore evoluzione del Fit for 55 alla luce dei recenti fatti in Ucraina, in Italia dobbiamo fare 85 gigawatt di nuovi impianti rinnovabili. Questo ci permetterà di passare dall’attuale 44% di elettricità prodotta con le rinnovabili all’84% del 2030″.

    La vostra proposta precedente prevedeva 60 gigawatt in tre anni. Ora immaginate un crescita molto più graduale: 5 gigawatt nel 2022, 6 nel 2023, 8 nel 2024, e poi 10, 11 o 12 per ciascun anno successivo fino al 2030. E’ questo approccio che ha convinto il ministro?”E’ vero, questo lavoro ha una visione leggermente diversa rispetto al precedente: ci siamo chiesti qual è lo scenario che centra gli obiettivi europei e al tempo stesso favorisce maggiormente la filiera industriale italiana, e quindi i posti di lavoro? Il nuovo piano, se saremo bravi a realizzarlo, potrebbe creare 470mila posti di lavoro, intercettare investimenti per oltre 300 miliardi, e generare benefici economici complessivi per 345 miliardi. Sarebbe una transizione che darebbe grandissime opportunità al Paese”.

    Il dibattito

    Il nuovo piano per le rinnovabili mette d’accordo Cingolani e Confindustria

    di

    Luca Fraioli

    21 Giugno 2022

    Il ministro Cingolani lo ha definito un piano molto credibile, sottolineando che anche il Mite ha dato il suo contributo.”Confermo: abbiamo lavorato in sintonia con il ministero. Ma mi ha fa piacere anche il consenso trasversale che la nostra proposta ha ricevuto da tutte le forze politiche. Hanno detto che, indipendentemente dalle battaglie che ingaggeranno da gennaio in poi per il voto, questo di Elettricità Futura deve rimanere un piano industriale per il Paese dei prossimi anni. Speriamo che sia così”.

    C’è l’ok del ministro e delle forze politiche. Ma ora cosa manca per trasformare in realtà questi 85 gigawatt di eolico e fotovoltaico?”Qualche semplificazione è stata effettivamente fatta e cominciamo a vedere una accelerazione nelle autorizzazioni. Ma ora dobbiamo assolutamente lavorare con il ministero della Cultura per definire regole d’ingaggio che permettano di salvaguardare il patrimonio culturale e il passaggio, ma anche la necessità di energia. Altrimenti finiremo per tutelare un paesaggio desertico e non quello dell’Italia che conosciamo. L’altro passaggio fondamentale sarà agire sulle Regioni, che entro la fine di quest’anno dovranno presentare l’elenco delle aree idonee agli impianti rinnovabili. E che da subito dovrebbero riorganizzare i loro uffici energia: nei prossimi mesi saranno chiamati a esaminare migliaia di progetti e a rilasciare i relativi permessi. Se non li si adegua immediatamente, con l’attuale forza lavoro disponibile per queste pratiche non ce la faremo mai”. 

    Bollette: “Sbloccare subito 85 miliardi di progetti rinnovabili, per diminuire del 20% le importazioni di gas”

    Luca Pagni

    25 Febbraio 2022

    Avremo un’Italia ricoperta di pannelli fotovoltaici?”Il nostro piano ha bisogno dello 0,3% del territorio nazionale. In Germania hanno appena varato un decreto legge che per il solo eolico destina il 2% del suolo, su un territorio che è di poco più grande del nostro”. LEGGI TUTTO