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    Il mistero del grande squalo bianco: alla ricerca degli squali giganti del Mediterraneo

    Il caso più macabro si verificò nel 1908 quando una femmina di squalo bianco di 4,5 metri di lunghezza fu catturata al largo di Capo San Croce nella Sicilia orientale con tre cadaveri umani nello stomaco. Ma anche se questa scena poteva apparire incriminante, di fatto si pensò che quei resti – di un uomo, una donna e un bambino – dovevano appartenere alle vittime del recente maremoto provocato dal terremoto di Messina e che non erano necessariamente vittime dello squalo. Inoltre, nella creatura furono rinvenuti anche i resti di un cane e una mucca.Nel complesso, il numero totale degli attacchi di squali nell’epoca moderna all’interno del Mediterraneo è decisamente modesto – in particolare se si considera il volume relativamente ridotto di acqua e il numero enorme di persone che lo sfruttano per motivi di divertimento o lavoro. Indipendentemente dalle condizioni degli squali in quell’area, quindi, è improbabile che l’uomo abbia molto da temere. Con un rapporto di oltre 100 milioni di squali uccisi dall’uomo rispetto a quattro uomini uccisi dagli squali ogni anno, (il 2020 ha visto un aumento di quest’ultimo dato fino a dieci, nessuno dei quali è avvenuto nel Mediterraneo) sono sempre gli squali a subire le conseguenze peggiori. Ma la presenza del più famigerato esemplare al largo delle coste italiane è pur sempre un pensiero da brivido anche se, nel complesso, non sappiamo molto su questa specie. E le nostre possibilità di incontrarlo saranno probabilmente sempre meno, così come sono in declino, secondo il parere degli esperti, le popolazioni di questo predatore così esigente proprio come quelle di molte altre specie nel Mediterraneo.

    “Senza dubbio, i grandi squali bianchi in passato erano molto più abbondanti nel Mediterraneo di quanto non lo siano ora”, spiega in un’e-mail Alessandro De Maddalena, Professore associato di Zoologia dei vertebrati presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ricercatore specializzato in squali e autore dello studio sui grandi squali bianchi del Mediterraneo intitolato Mediterranean Great White Sharks: A Comprehensive Study.

    “Questa situazione non riguarda solo gli squali bianchi ma esistono prove che indicano che anche molte altre specie di squali hanno sofferto un notevole declino negli ultimi 50 anni diventando infrequenti o rari a seguito dello sfruttamento eccessivo della pesca degli squali stessi o delle loro prede”.

    Tracciare la presenza degli squali è un’impresa difficile che presenta gli ostacoli tipici delle analisi quantitative che si basano su fonti qualitative. Per approfondire le ricerche per il suo libro, De Maddalena ha creato l’Italian Great White Shark Data Bank (Grande database italiano sullo squalo bianco), un progetto ancora in corso il cui obiettivo è catalogare tutti gli avvistamenti di squali nel Mediterraneo, dal Medioevo all’epoca attuale.

    In genere, in passato questi animali venivano avvistati da marinai, pescatori, sommozzatori, ricercatori e personale militare, ma erano presenti anche fonti collaterali da registri pubblici, come le taglie pagate per gli squali, i dipinti raffiguranti scontri o altre prove della loro presenza, come i segni di morso sulle carcasse di balena. Tutti questi dati venivano successivamente incrociati con la morfologia e il comportamento dello squalo per escludere eventuali errori di identificazione e integrati con i riscontri da altre fonti come il Global Shark Attack File (GSAF) di Princeton, New York. I casi registrati ad oggi nella banca dati hanno raggiunto quota 640 di cui, secondo De Maddalena, “80 sono dubbi”. LEGGI TUTTO

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    Un parassita controlla la mente dei cuccioli di iena (e li rende imprudenti)

    Questo a meno che le giovani iene non siano infette dal parassita Toxoplasma gondii. Secondo i molti dati raccolti negli ultimi decenni nella Riserva nazionale di Masai Mara in Kenya, questi sfortunati cuccioli si avvicinano di più ai leoni e le probabilità di essere uccisi da questi grandi felini sono quattro volte maggiori rispetto ai loro coetanei in salute.“Sono rimasta davvero sbalordita della grande differenza tra quanto si avvicinino effettivamente ai leoni i cuccioli infetti rispetto a quelli non infetti”, afferma Kay Holekamp, ecologa comportamentale dell’Università statale del Michigan e coautrice di un nuovo studio sul tema pubblicato su Nature Communications. “Rimango sempre sorpresa quando mi salta all’occhio qualcosa di incredibilmente chiaro”.

    Il Toxoplasma gondii è un parassita unicellulare che infetta almeno un terzo della popolazione umana mondiale. È noto per la capacità di manipolare gli organismi che lo ospitano, come ad esempio i topi, facendoli agire incautamente nei confronti di felini come i gatti domestici. Ma questa è la prima volta in cui sono stati scientificamente documentati gli stessi effetti nei grandi mammiferi selvatici.

    La ricerca mostra anche che questo parassita, generalmente non mortale e che può infettare diverse specie animali causando una malattia chiamata toxoplasmosi, gioca un ruolo più rilevante di quanto si pensasse nel comportamento degli animali selvatici.

    “Questo parassita non colpisce soltanto i gatti domestici e i topi loro prede ma è potenzialmente un fenomeno molto più diffuso”, afferma Holekamp, che dal 1988 si dedica allo studio delle iene.

    Il leone e la iena come il gatto e il topo

    Il parassita Toxoplasma gondii può infettare molte specie ospite tra cui roditori, uccelli e altri animali preda attraverso l’ingestione di carne o feci contaminate. Ma il parassita si può riprodurre solo nell’intestino dei felini. E questo può essere un obiettivo difficile da raggiungere: dopotutto perché una preda dovrebbe avvicinarsi al suo predatore?

    Nel corso di milioni di anni di evoluzione, questo lontano parente della malaria ha escogitato un bel trucchetto: i roditori affetti da toxoplasmosi trovano l’odore dell’urina dei gatti particolarmente allettante e questo può portarli vicino a un felino affamato.

    “Questo crea il vantaggio non solo di rimescolare il genoma del parassita ma anche di produrre spore stabili dal punto di vista ambientale che possono infettare molti altri ospiti”, scrive via e-mail il coautore dello studio Zach Laubach, borsista post dottorato presso l’Università del Colorado a Boulder.

    Poiché il parassita si riproduce nell’intestino dei leoni, e le iene sono note portatrici di Toxoplasma gondii, Laubach e Holekamp volevano capire se il parassita fosse causa di un comportamento diverso nelle iene ospite.

    I ricercatori si sono avvalsi dei dati raccolti dal multi-decennale Mara Hyena Project sulla localizzazione delle singole iene – inclusa la vicinanza ad altri animali – nonché sull’età, il sesso e i campioni di sangue dei cuccioli analizzati con lo scopo di comprendere se fossero stati infettati dal Toxoplasma gondii che rimane nell’organismo per tutta la vita.

    L’analisi di questi dati ha rivelato che un terzo dei cuccioli presi in esame erano stati esposti al Toxoplasma gondii così come il 71% degli esemplari giovani e l’80% degli adulti.

    I cuccioli non affetti dal parassita si tenevano a una distanza media di 91 metri dai leoni mentre quelli che invece presentavano anticorpi anti Toxoplasma gondii nel sangue si spingevano fino a 43 metri di media dai predatori: una distanza pericolosa. Questa differenza nel comportamento scompariva dopo l’anno di età dei cuccioli forse perché chi riusciva a sopravvivere imparava a non avvicinarsi troppo ai felini.

    Uno dei limiti dello studio, affermano Holekamp e Laubach, è che non è noto se i cuccioli di iena siano più audaci anche nei confronti di altri predatori, felini o altre specie: un aspetto che è già in fase di studio.

    “Punto di svolta”

    Questo studio “segna un punto di svolta”, afferma Stefanie Johnson, ricercatrice dell’Università del Colorado che studia l’impatto del parassita Toxoplasma gondii sull’uomo e che non è stata coinvolta in questa ricerca sulle iene. “Ci conferma che gli effetti della toxo sono piuttosto forti sul comportamento dei mammiferi”, inclusa forse anche la nostra specie. LEGGI TUTTO

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    Gli scimpanzé possono insegnarci a invecchiare in modo sano?

    Nel frattempo gli scimpanzé presso le strutture di ricerca biomedica statunitensi venivano considerati anziani dopo i 35 anni. Per anni su centinaia di scimpanzé in quattro strutture sono stati condotti esperimenti mirati alla prevenzione e alla cura di malattie umane. Quando questi animali in cattività hanno iniziato a sviluppare disturbi noti associati all’invecchiamento umano, come patologie cardiache e diabete, i ricercatori si sono meravigliati di quanto questi fossero simili a noi.Quando nel 2015 i National Institutes of Health (NIH, Istituti nazionali di sanità) hanno deciso di interrompere la ricerca invasiva sugli scimpanzé e hanno trasferito gli animali nei santuari degli Stati Uniti, in un rapporto è emerso che decine di esemplari, molti dei quali avevano molto meno di 60 anni, erano troppo deboli per muoversi. Ma gli esperimenti a cui erano stati sottoposti non potevano essere l’unica causa di quello stato.

    La ricerca condotta sugli scimpanzé in natura e nei santuari africani, dove gli animali hanno molto spazio per muoversi, mostra uno stato di salute migliore negli esemplari anziani rispetto ai loro coetanei nei laboratori. Questo ci offre delle chiare indicazioni su come prendersi cura degli scimpanzé ancora in cattività.

    Questi risultati suggeriscono inoltre che lo studio dei problemi di salute degli scimpanzé di laboratorio potrebbe non averci insegnato molto sul loro processo di invecchiamento naturale. Al contrario, il destino di questi scimpanzé in cattività malati potrebbe fornirci più informazioni in merito ai rischi dello stile di vita sempre più sedentario di molti esseri umani.

    Con il passare degli anni spesso le persone diventano meno attive seguendo la profezia che si autoavvera per cui è naturale che con il tempo il corpo si indebolisca e che le condizioni di salute quindi inevitabilmente peggiorino. Eppure gli scimpanzé selvatici come zia Rose, che doveva spostarsi per molti chilometri al giorno alla ricerca di cibo e non riceveva cure se malata o ferita, sembrano invecchiare meglio, secondo l’antropologa Melissa Emery Thompson dell’Università del Nuovo Messico, condirettrice del Kibale Chimpanzee Project.

    Anche studi condotti su individui di popolazioni di cacciatori-raccoglitori, molti dei quali rimangono estremamente attivi fino alla fine della propria vita, spesso mostrano un prolungamento dello stato di buona salute rispetto a chi invece “se la prende comoda” da una certa età in poi, afferma Emery Thompson. Ad esempio, la velocità di camminata tra gli appartenenti al gruppo etnico degli Hadza in Tanzania, che portano avanti le loro attività di foraggiamento per tutta la vita, non sembra diminuire in modo significativo con l’invecchiamento.

    “Non è l’attività fisica bensì l’inattività che ci indebolisce”, aggiunge.

    Il meglio dei due mondi

    Presso il Ngamba Island Chimpanzee Sanctuary in Uganda, gli scimpanzé confiscati ai bracconieri vivono in ampie zone recintate di foresta tropicale dove sono liberi di muoversi. Ogni anno i veterinari controllano il loro stato di salute sedando gli animali per creare le condizioni perfette per raccogliere dati sul loro processo di invecchiamento.

    “Sulla base di studi condotti su popolazioni in cattività, gli scienziati credevano che i livelli di colesterolo negli scimpanzé fossero molto elevati”, afferma l’antropologa Alexandra Rosati dell’Università del Michigan. Ma in uno studio recente Rosati e i suoi colleghi hanno scoperto che gli scimpanzé del santuario di Ngamba Island avevano un livello di colesterolo molto più basso rispetto agli scimpanzé di laboratorio.

    Allo stesso modo, altri marker di rischio cardiovascolare, come ad esempio il peso corporeo, erano più bassi negli scimpanzé di Ngamba Island, afferma Rosati. La spiegazione, aggiunge, potrebbe essere che questi ultimi hanno la possibilità di muoversi molto di più di quanto non possano fare gli scimpanzé nei laboratori e si nutrono anche di maggiori quantità di frutta e verdura (che in parte cresce spontaneamente nell’area del santuario) e di meno cibo per scimpanzé ricco di nutrienti che viene tipicamente fornito nei laboratori.

    Non è che gli scimpanzé non mostrino segni di invecchiamento, afferma Joshua Rukundo, ex responsabile veterinario e adesso direttore del santuario di Ngamba Island. L’infiammazione delle articolazioni è comune negli scimpanzé anziani, afferma. “Presentano spesso anche problemi dentali che gli creano difficoltà nella digestione del cibo fibroso. La conseguente mancanza di questi alimenti influisce sul sistema immunitario rendendoli vulnerabili alle malattie”.

    Ma Rukundo aggiunge che la maggior parte di questi sintomi può essere trattata. In questo senso, in merito a un sano invecchiamento, gli scimpanzé di Ngamba Island possono avere il meglio di entrambi i mondi: ampi spazi in cui potersi muovere come farebbero in libertà, e alcuni privilegi della vita in cattività, come cibo extra e cure mediche.

    Questo potrebbe essere di ispirazione per come prendersi cura al meglio degli scimpanzé di laboratorio adesso presenti nei santuari degli Stati Uniti così come delle scimmie e di molti altri animali presenti negli zoo. LEGGI TUTTO

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    Come ridurre l'impatto ambientale degli animali domestici

    Ma gli animali domestici consumano risorse: dal cibo e l’acqua fino a farmaci, giocattoli e speciali accessori. E producono anche rifiuti. Questo spinge molte famiglie con animali in casa a chiedersi quanto esattamente i loro amici possano essere dannosi per l’ambiente.Un giocattolo rumoroso o una scatoletta di tonno possono, in effetti, non sembrare un grande problema per la salute del pianeta soprattutto con la preoccupazione climatica in costante crescita e un milione di specie di fauna selvatica a rischio estinzione. Ma con un terzo di tutte le famiglie sulla Terra con un cane e quasi un quarto di famiglie con un gatto, qualsiasi “costo” è destinato a lievitare.

    “Se prendete numeri piccoli e li moltiplicate per numeri davvero grandi, vi ritroverete comunque con numeri davvero grandi”, afferma Gregory Okin, professore presso l’Istituto per l’Ambiente e la Sostenibilità dell’UCLA (l’Università della California a Los Angeles).

    I rifiuti prodotti dagli animali domestici – escrementi, lettiere usate, confezioni alimentari, giocattoli, e sì, anche i costumi di Halloween – possono spingere la sostenibilità complessiva del possesso di animali domestici in zona rossa. E, ovviamente, alcune di queste problematiche rappresentano gli irrisolvibili effetti collaterali della decisione stessa di possedere animali.

    Dal tipo di animale domestico che scegliete al cibo che gli date da mangiare fino al modo in cui giocate e poi pulite il vostro amico, voi e i vostri figli avete a disposizione moltissimi modi per ridurre l’impatto dei vostri animali domestici nei confronti del pianeta. E anche se non tutti concordano sul modo migliore per ridurre al minimo l’impatto dei nostri amici animali, abbiamo alcune idee di base che voi e la vostra famiglia dovreste tenere a mente.

    Smaltimento degli escrementi

    In uno studio pubblicato nel 2017, Okin ha calcolato che tutte le feci prodotte da cani e gatti da compagnia che vivono negli Stati Uniti possono raggiungere i 5,1 milioni di tonnellate l’anno. Si tratta dell’equivalente di spazzatura prodotta annualmente dallo stato del Massachusetts, il che significa ancora più gas metano, responsabile del cambiamento climatico, dovuto alla decomposizione di tutti questi escrementi.

    “Gli escrementi di cani e gatti non sono grandi ma ce ne sono davvero tanti”, afferma Okin.

    In effetti non c’è molto da fare sulle emissioni di metano di un animale domestico quindi il trucco sta nell’insegnare ai bambini alcuni metodi sostenibili di smaltimento degli escrementi. Ad esempio, potreste scegliere sacchetti biodegradabili invece della plastica, prendervi la briga di scaricare nel water i rifiuti del cane o di acquistare lettiere per gatti fatte di bambù, mais o altri prodotti biodegradabili al posto dell’argilla.

    Ma non buttate le feci dei vostri gatti nel water. Anche se può sembrare una soluzione eco-compatibile, gli studiosi hanno scoperto che le feci di gatto possono trasmettere parassiti mortali alla fauna selvatica in via di estinzione.

    Il problema con il cibo per animali domestici

    Che si tratti di croccantini secchi o pâté con sugo, gli ingredienti del cibo per animali domestici devono necessariamente provenire da qualche parte e alcuni sono più sostenibili di altri. In particolare, gli alimenti che contengono alti livelli di proteine ​​sono particolarmente gravosi, soprattutto se quelle proteine ​​provengono da animali ad alto impatto, come ad esempio le mucche.

    C’è anche molta confusione sulla quantità di proteine di cui hanno bisogno gli animali domestici con molte aziende alimentari specializzate che pubblicizzano livelli sempre più alti di proteine ​​muscolari integrali come il pollo di carne bianca e i filetti di salmone, denigrando i “riempitivi”.

    “Alcuni usano il termine ‘riempitivo’ per riferirsi a cereali o fibre ma fondamentalmente si tratta di gergo di marketing negativo”, afferma Kelly Swanson, nutrizionista nel Dipartimento di Scienze degli animali dell’Università dell’Illinois. “I cereali offrono l’amido utile per la struttura alimentare e [sono] una fonte di energia prontamente disponibile mentre la fibra fornisce molti vantaggi per il benessere dell’intestino”.

    In generale, Swanson afferma che l’industria alimentare per animali domestici è già piuttosto sostenibile dal momento che viene prodotta con gli scarti dell’industria alimentare umana. Ma le famiglie possono fare anche altro per rendere il consumo di cibo del loro animale ancora più ecosostenibile.

    “La prima cosa è quella di fornire nutrimento ai fini di un peso corporeo sano”, afferma Swanson. “Ci sono troppi animali in sovrappeso”.  E così facendo, non solo si ridurrà la quantità di cibo consumato ma, nel tempo, si ridurranno anche le costose parcelle del veterinario.

    Un altro suggerimento è quello di tarare il cibo del vostro animale di compagnia in base alla sua età. Quando sono giovani sia i cuccioli di cane che i gattini hanno bisogno di più proteine ​​e calorie in generale, spiega Swanson. La nutrizionista raccomanda, invece, di ridurre il contenuto proteico generale offerto agli animali domestici man mano che invecchiano sempre previo consenso del veterinario.

    “I gatti sono carnivori ma non hanno bisogno del 50% di proteine”, afferma Swanson, riferendosi ai livelli trovati in alcuni comuni prodotti in commercio.

    Piuttosto raccomanda di cercare cibi per gatti con rapporti proteici all’incirca tra il 20 e il 30%. Probabilmente i cani possono vivere anche con meno proteine dato che si sono evoluti a diete onnivore che rispecchiano più da vicino le nostre.

    Questo vi farà anche risparmiare un po’ di soldi dal momento che gli alimenti ad alto contenuto proteico tendono a essere più costosi, fa notare Swanson.

    Giocate con i vostri animali domestici

    Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Current Biology lo scorso marzo, coinvolgere i gatti di casa in sessioni di gioco di soli cinque o 10 minuti ogni giorno, riduce significativamente il loro desiderio di andare a caccia di animali selvatici.

    E questa è una buona notizia perché i gatti all’aperto uccidono miliardi di animali selvatici ogni anno esercitando un’enorme pressione sulle specie autoctone.

    Lo studio ha anche rilevato una correlazione tra minori uccisioni e assunzione di cibo. Il cibo testato conteneva solo il 30% di proteine circa, afferma Martina Cecchetti, autrice capo dello studio ed ecologista presso l’Università di Exeter nel Regno Unito. E questo è in linea con le raccomandazioni sopra citate di Swanson.

    La parte più controversa, dice Cecchetti, è che stando allo studio sembra che conti il fatto che la proteina provenga da animali invece che da piante come mais o soia. Questo suggerisce la possibilità che i gatti meno “cacciatori” reagiscano a un micronutriente come un certo amminoacido, spiega Cecchetti. E se gli studi futuri riuscissero a identificare qual è questo ingrediente magico, allora forse potremmo ridurre ulteriormente l’impatto animale sull’ambiente.

    Fino ad allora, una cosa che affascina Cecchetti è la possibilità di includere più insetti negli alimenti per animali domestici. Gli insetti sono altamente nutrienti, ricchi di proteine ​​e possono essere prodotti in massa con decisamente meno risorse.

    Ancora meglio? I gatti cacciano regolarmente e già mangiano insetti. “Quindi per loro è una cosa abbastanza naturale e forse, in qualche modo, può essere anche un buon compromesso”, afferma la ricercatrice.

    Lo studio di Cecchetti ha anche evidenziato che i collari progettati per rendere i gatti all’aperto più evidenti alla loro preda hanno ridotto il numero di uccelli uccisi del 42%. Tuttavia gli accessori colorati non hanno avuto alcun effetto sul numero di piccoli mammiferi catturati. È interessante notare come i collari con campanelli non abbiano mostrato alcun effetto né sugli uccelli né sui mammiferi anche se un’altra ricerca ha scoperto che i gatti “sonanti” possono uccidere fino al 50 percento in meno di animali. (Nota: qualcuno sostiene che i campanelli rendano i gatti, a loro volta, più facilmente prede).

    Ovviamente, Cecchetti dice che la cosa migliore che voi e vostro figlio potete fare per ridurre le perdite di fauna selvatica è tenere i vostri gatti al chiuso.

    Piccole scelte, grandi cambiamenti

    Un altro modo per contribuire alla sostenibilità complessiva degli animali domestici è quello di scegliere l’animale giusto. Un cane più piccolo ha un impatto minore rispetto a uno di grandi dimensioni, spiega Okin. (Anche se osserva che dal momento che i gatti necessitano di più proteine scegliendo un gatto invece di un cane, anche se di grandi o medie dimensioni, si va più o meno alla pari).

    Secondo un’analisi delle specie di animali domestici e delle relative conseguenze che infliggono sull’ambiente, piccoli animali come conigli, porcellini d’india, criceti, topi e ratti sono tra gli animali domestici più sostenibili da possedere. Anche i ragni, come le tarantole, si aggiudicano un’ottima posizione. (E per i bambini è anche più facile prendersene cura).

    Ma l’animale domestico risultato in assoluto più ecologico da questa ricerca potrebbe sorprendervi: si tratta della tartaruga. Questo per via della dieta vegetariana del rettile, del suo metabolismo lento e della necessità di poca acqua e poco movimento.

    In ogni caso, anche questo suggerimento è legato ad alcuni specifici accorgimenti. Le tartarughe possono vivere fino a 50 o anche 100 anni, quindi anche se possono sembrare l’animale perfetto con cui far sperimentare ai bambini le prime “amicizie-animali”, vostro figlio potrebbe non prendersi cura della tartaruga così tanto a lungo. Inoltre, gli acquirenti devono sempre stare molto attenti e assicurarsi che le specie che scelgono non siano state prese dalla fauna selvatica, o ancora peggio, dalle specie a rischio estinzione.

    Anche i paguri sono molto popolari tra i bambini ma si tratta di animali che non si riproducono bene in cattività e quindi devono essere presi dalla natura a livelli non-sostenibili. Anche i pappagalli e molte altre specie di uccelli colorati sono similmente in pericolo.

    Qualunque cosa facciate, Swanson ricorda ai proprietari di animali domestici che non si tratta mai di “tutto-o-niente”. Qualunque cosa decidiate, ricordate che ogni singola scelta può contribuire al bene comune.

    Come dice Swanson, “Ci sono piccoli cambiamenti che possono fare una grande differenza”. LEGGI TUTTO

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    I padri nel regno animale compiono grandi sacrifici per i loro figli

    I sacrifici delle mamme nel regno animale sono ben documentati mentre l’impegno dei maschi spesso non viene notato. Ciò avviene in parte perché si tende a conoscere solo le manifestazioni estreme della paternità animale, prosegue Rosenbaum.“In natura c’è di tutto, dai maschi di cavalluccio marino, che notoriamente si occupano al 100% di tutta l’opera di accudimento della prole fino quei mammiferi che si accoppiano e poi spariscono per non tornare più”, spiega la scienziata. Ma “osservando sempre più da vicino diverse specie per lunghi periodi di tempo, ci stiamo rendendo conto che il panorama è davvero variegato e complesso”.

    Ecco alcuni padri del regno animale il cui duro lavoro per crescere la prossima generazione spesso passa inosservato.

    Rane toro ingegneri

    Quando arrivano le piogge, le rane toro africane emergono da uno stato di torpore sotterraneo e inaugurano la frenetica stagione dell’accoppiamento. I maschi usano appositi richiami per attirare una o più femmine e fertilizzare le loro uova scacciando – o addirittura uccidendo – al contempo i rivali. 

    I maschi più abili si trovano a dover badare a diverse migliaia di uova deposte in minuscole pozze effimere. Si prendono cura delle uova, e successivamente dei girini, per settimane, tenendo lontani predatori come i serpenti e assicurandosi che i piccoli abbiano acqua a sufficienza per sopravvivere.

    Se la pozza inizia ad asciugarsi sotto il sole cocente, questi padri guidano i piccoli verso acque più profonde e fresche. Arrivano addirittura a scavare canali di irrigazione per collegare le pozze che stanno evaporando a stagni più grandi per portare l’acqua alla prole oppure per offrire una via di fuga. LEGGI TUTTO

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    I ragni uccidono e mangiano i serpenti in tutto il mondo

    “Il serpente a sonagli non riesce a difendersi dai ragni usando il veleno”, afferma Emily Taylor, erpetologa e direttrice del Physiological Ecology of Reptiles Laboratory presso la California Polytechnic State University.L’intervento dei buoni samaritani  

    Dato che molti dei casi osservati sono avvenuti in natura e sono stati osservati dalle persone comuni, gli scienziati hanno preso in considerazione anche un altro fattore: l’intervento dell’uomo.

    Su 319 scontri di ragni contro serpenti, il ragno è riuscito a uccidere la sua vittima l’87% delle volte. Nell’1,5% dei casi il serpente è riuscito a scappare da solo. Ma l’11% delle volte è intervenuto l’uomo a favore del serpente.

    Persino in Australia, dove avviene la maggior parte degli scontri tra i serpenti bruni orientali e i ragni dal dorso rosso – entrambe specie letali per l’uomo – ci sono stati casi in cui l’uomo non solo ha liberato il serpente ma lo ha anche ripulito dalla ragnatela prima di lasciarlo andare.

    “Dato che la maggior parte degli umani disprezza sia ragni che serpenti, è davvero sorprendente che ci siano persone disposte a salvare un serpente”, afferma Nyffeler, lui stesso affetto da una “grave ofidiofobia”.

    Visto anche il più ampio regime alimentare degli aracnidi, lo studio potrebbe essere uno spunto per ulteriori indagini in merito a come agisce il loro veleno.

    “Adesso conosciamo abbastanza bene il meccanismo con cui le tossine della vedova nera attaccano il sistema nervoso dei vertebrati ma le nostre conoscenze sulle modalità di azione delle tossine di molte altre famiglie di ragni sono ancora limitate”, aggiunge Nyffeler.

    Nel suo complesso, questo studio è “davvero provocatorio”, afferma Taylor, perché tratta di due animali che molte persone temono.

    “Un animale di otto zampe contro uno che striscia … per la maggior parte delle persone è il peggiore degli incubi”, aggiunge, “per me invece è il paese delle meraviglie”. LEGGI TUTTO

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    Questi ghiri ciechi sono la prima specie di roditori a poter “vedere” con le orecchie

    Come riesce quindi a muoversi nel suo ambiente? Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Science mostra  che è in grado di ecolocalizzare: questo roditore riesce a percepire l’ambiente intorno a sé e a orientarsi emettendo squittii ad alta frequenza e ascoltandone poi gli echi che rimbalzano sugli oggetti vicini.Studi precedenti hanno ipotizzato che un altro parente dello stesso genere – anch’esso abitante degli alberi – il ghiro pigmeo di Chapa (Typhlomys cinereus chapensis), potesse ecolocalizzare. Ma questa è la prima ricerca a mettere insieme diverse evidenze scientifiche e a dimostrare oltre ogni dubbio che questa capacità caratterizza tutte e quattro le specie del genere Typhlomys.

    “La capacità di ecolocalizzazione in tutte le specie di questo genere ci sorprende davvero”, afferma Peng Shi, autore principale dello studio e ricercatore presso l’Istituto di zoologia di Kunming dell’Accademia cinese delle scienze.

    Ad oggi ci sono solo due gruppi di mammiferi capaci di ecolocalizzare che sono stati studiati approfonditamente: pipistrelli e cetacei, tra cui balene, delfini e focene. Esistono alcune prove a supporto dell’ipotesi per cui toporagni e tenrec – un gruppo eterogeneo di piccoli mammiferi endemici del Madagascar – sarebbero in grado di ecolocalizzare, sebbene quasi sicuramente in modo non così efficace come pipistrelli e cetacei. Shi afferma che questa capacità si è probabilmente evoluta in modo indipendente in cinque diversi lignaggi di mammiferi.

    Diversi tipi di uccelli, tra cui guaciari e specie del genere dei Collocalia, utilizzano una forma più rudimentale di ecolocalizzazione.

    Tracce precedenti di ecolocalizzazione

    Nel 2016 Aleksandra Panyutina, biologa presso l’Istituto Severtsov di Ecologia ed evoluzione di Mosca, ha dimostrato che il ghiro pigmeo di Chapa riesce a evitare gli ostacoli all’interno del laboratorio in completa oscurità. Ha registrato alcuni dei suoni emessi, simili in termini di frequenza e modulazione a quelli dei pipistrelli capaci di ecolocalizzare: molto acuti e ripetuti, in alcuni casi, decine di volte al secondo.

    Ma la registrazione non è stata una procedura semplice. “Non eravamo dotati dell’attrezzatura adatta per la registrazione dei segnali di ecolocalizzazione perché il mio apparecchio per il rilevamento dei pipistrelli non era abbastanza sensibile per riuscire a captare il segnale più debole di questo roditore”.

    Panyutina ha collaborato con Ilya Volodin, biologo presso l’Università statale Lomonosov di Mosca, e altri colleghi. Insieme hanno scoperto di più in merito alle vocalizzazioni di questi ghiri e ne hanno studiato gli occhi. Questi sono “non solo molto piccoli, ma il numero delle cellule fotorecettrici è davvero molto basso”, afferma Volodin.

    Specie a confronto

    Per l’attuale studio, Shi e i colleghi hanno prelevato quattro specie di ghiro nano dalle montagne di varie zone della Cina; ognuna di queste specie è appena cinque centimetri di lunghezza ed è ricoperta da una soffice pelliccia di colore marrone grigiastro. Sono stati condotti diversi esperimenti in laboratorio, in condizioni di totale oscurità, per testarne la capacità di ecolocalizzare. 

    Inizialmente i ricercatori hanno confrontato il comportamento dei ghiri nani in uno spazio ingombro di oggetti e poi in uno spazio libero: hanno scoperto che la frequenza e il numero delle vocalizzazioni a ultrasuoni aumentava in modo significativo nel primo contesto rispetto al secondo. Successivamente, hanno dimostrato che questi animali sono in grado di trovare la strada attraverso piccoli fori in un’assicella di legno, ma solo dopo aver emesso una serie di squittii.

    Gli scienziati hanno anche posto i ghiri su una piattaforma elevata e li hanno lasciati esplorare lo spazio. Al di sotto di questa piattaforma hanno posto una stretta rampa che conduceva a una ricompensa di cibo. Tutti i ghiri hanno incrementato i loro squittii e sono stati in grado scendere sulla rampa in completa oscurità. I ricercatori hanno poi messo dei tappi nelle orecchie dei ghiri e li hanno fatti provare di nuovo: questa seconda volta non sono stati in grado di ritrovare l’accesso alla rampa e hanno emesso un numero minore di ultrasuoni.

    Gli scienziati hanno messo a confronto la struttura ossea dei ghiri con quella dei pipistrelli in grado di ecolocalizzare, e hanno scoperto somiglianze sorprendenti nella struttura della zona faringea, dietro la bocca e la cavità nasale, dove vengono prodotti i vocalizzi. Inoltre hanno scoperto che l’osso stiloideo dei ghiri è fuso con l’osso timpanico vicino alle orecchie. Gli unici altri mammiferi che presentano questa struttura sono i pipistrelli.

    Queste corrispondenze anatomiche indicano omoplasia, un tipo di convergenza evolutiva in cui tratti simili si sviluppano in specie diverse e non correlate filogeneticamente, afferma Rebecca Whiley, ricercatrice e specializzanda presso il Sensory Biophysics Lab dell’Università di York, non coinvolta nell’articolo. Gli autori dello studio ipotizzano che questa struttura anatomica fornisca agli animali “una rappresentazione neuronale più efficace dei segnali in uscita per il confronto con gli echi di ritorno”, in altre parole, un modo migliore di mappare mentalmente l’ambiente circostante.

    Successivamente i ricercatori hanno sequenziato il genoma del ghiro nano della Cina e lo hanno messo a confronto con quello di delfini e di due tipi di pipistrelli. Le somiglianze trovate nei geni correlati all’udito erano troppe per essere casuali. È stato anche scoperto che un importante gene correlato alla vista, che supporta il funzionamento delle cellule all’interno della retina, risultava inattivo in tutte e quattro le specie di ghiro: un’ulteriore evidenza che questi animali sono praticamente ciechi.

    Shi e i colleghi sperano di continuare a studiare questi animali e forse anche le specie correlate. Questi ghiri sono ancora poco conosciuti e probabilmente a questo stesso genere appartengono più di quattro specie. Shi sospetta che ci siano anche altre specie capaci di orientarsi nel buio.

    “Il nostro studio suggerisce una biodiversità dei tratti adattivi maggiore rispetto a quanto avremmo mai pensato”, afferma. “Siamo quasi sicuri che esistano anche altri animali capaci di ecolocalizzare che aspettano solo di essere scoperti”. LEGGI TUTTO

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    Gli squali di profondità prosperano al largo delle Azzorre

    Entrambi i dispositivi verranno posizionati all’estremità delle fiocine montate sulla parte anteriore del sommergibile; gli squali capopiatto hanno una pelle molto spessa, quindi l’applicazione dei dispositivi risulta minimamente invasiva.Forse uno dei comportamenti più misteriosi dello squalo capopiatto è che nonostante trascorra la maggior parte del tempo a profondità anche di 1400 metri, visita anche le acque poco profonde, molto più in alto. 

    Al largo delle Azzorre, a quasi 1300 km a ovest del Portogallo, probabilmente gli squali capopiatto risalgono verso la superficie per nutrirsi, ma in genere preferiscono gli ambienti più profondi, dove le temperature sono più fredde, afferma Fontes, dell’Università delle Azzorre.

    Viste le previsioni di riscaldamento dell’Oceano Atlantico di almeno 1,5 °C entro il 2050, è possibile che gli squali capopiatto non potranno tollerare le temperature delle acque più basse, il che ostacolerà la loro capacità di trovare cibo, afferma Fontes, che studia gli squali da oltre 15 anni. 

    “Sarà molto interessante analizzare i dati che otterremo dal tracciamento perché potremo confrontarli con i dati dei colleghi di altre parti del mondo con i quali collaboriamo”, spiega Fontes. 

    Questo “potrebbe aiutarci a capire quali sono i potenziali impatti del cambiamento climatico e del riscaldamento degli oceani sulla distribuzione di questi animali e delle loro prede”.

    Un mare di squali

    Il team della spedizione OceanX nelle Azzorre è entusiasta del numero di squali che hanno osservato. Il fatto che gli squali capopiatto prosperino nei mari delle Azzorre non è un caso, afferma Pedro Afonso, esperto di squali presso l’Università delle Azzorre. 

    Le attività di pesca nella regione sono sempre state su piccola scala e nel 2012 l’Unione Europea ha vietato la pesca degli squali di profondità. “Ecco perché immergendosi in quelle acque è facile vederne molti”. 

    David Ebert, direttore del Pacific Shark Research Center presso il Moss Landing Marine Laboratories in California, afferma che è molto curioso di vedere gli schemi di spostamento degli squali capopiatto delle Azzorre e confrontarli con quelli degli esemplari di altre parti del mondo.

    Negli ultimi anni gli scienziati hanno raccolto dati sugli squali capopiatto alle Hawaii, alle Bahamas e nel Golfo del Messico e questo ha permesso di mettere a confronto le distribuzioni verticali di questo tipo di squali a diverse latitudini. 

    “Tracciare un solo squalo non è molto utile oltre a documentare l’attività di quello squalo specifico per un certo periodo di tempo”, afferma Ebert, che non fa parte del team OceanX. 

    “La raccolta di informazioni su un certo numero di squali invece può dirci molto sui loro movimenti e comportamenti”.

    Ma torniamo nel sommergibile dove Fontes e Márquez sono pronti a tornare in superficie. Hanno identificato sette squali capopiatto, due squali zigrino e due squali galeo nell’arco di sei ore, un numero altissimo. 

    “Era un po’ surreale”, racconta Márquez, “stare lì comodamente seduti e vedere intorno a noi lo spettacolo della vita sottomarina. È stata un’esperienza unica”. LEGGI TUTTO