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    Perché molti animali si fingono morti?

    I porcellini d’India e molte specie di conigli fingono di essere morti così come diversi serpenti tra cui il Drymarchon melanurus erebennus. Tra gli impostori aviari troviamo la quaglia del Giappone, polli di allevamento e anatre selvatiche. Perfino alcuni squali simulano di morire: capovolto a pancia in su e immobile, lo squalo limone si abbandona mostrando un respiro affannoso e a volte anche un tremore.Decine di invertebrati adottano la tattica dell’immobilità tonica annoverandosi così tra le specie tra le quali questo tipo di comportamento difensivo è più comune – o quanto meno più studiato.

    Ad esempio, se avvicinata da un predatore, la cavalletta Tetrix ornata del Giappone simula la morte irrigidendo le zampe in diverse direzioni e rendendo quasi impossibile alle rane inghiottirla.

    In generale gli scienziati non conoscono bene questo interessante comportamento, ci dice per e-mail Rosalind Humphreys, dottoranda presso l’Università di St. Andrews nel Regno Unito. È difficile da rilevare in natura e ricreare in laboratorio situazioni in cui i predatori attaccano le prede solleva questioni etiche, afferma. Ecco quello che sanno gli scienziati.

    “L’ultima possibilità”

    Molti insetti simulano la morte dopo essere stati catturati da un predatore, un fenomeno chiamato immobilità post-contatto.

    Ad esempio, le larve del formicaleone Euroleon nostras – un feroce tipo di insetto predatore alato – possono fingersi morte per ben 61 minuti. Charles Darwin, a suo tempo, fu sorpreso nel vedere uno scarafaggio simulare la morte per 23 minuti.

    Funziona più o meno così: un predatore, diciamo una passera scopaiola, nota un gruppo di larve di formicaleone e si precipita per prendere l’insetto individuato come sua preda. Il passero lascia cadere la larva, come spesso accade, e questa si finge morta.

    “È l’ultima possibilità di sopravvivenza” afferma Ana Sendova-Franks, ricercatrice ospite presso l’Università di Bristol nel Regno Unito e coautrice di uno studio pubblicato a marzo 2021 sulla rivista Biology Letters su questo tipo di comportamento.

    L’immobilità post-contatto è una cosa diversa dal rimanere momentaneamente immobili, “come quando un ladro entra in casa tua e tu ti immobilizzi per cercare di non essere visto”, afferma Sendova-Franks. Si tratta piuttosto di un cambiamento fisiologico involontario come il rallentamento della frequenza cardiaca.

    Simulare la morte per il cibo o per l’accoppiamento

    La maggior parte delle creature simula la morte per evitarla, altre invece fanno usi alternativi di questa tecnica.

    Prendiamo ad esempio il ragno Pisauridae, detto anche ragno costruttore della stanza per bambini. Le femmine spesso uccidono e mangiano i maschi quindi per accoppiarsi i maschi creano un diversivo: fanno una matassa di cibo e vi si attaccano facendo finta di essere morti. La femmina quindi prende e trascina il cibo insieme al maschio presunto morto. Quando la femmina inizia a mangiare il cibo, il maschio torna in vita e cerca di accoppiarsi e a volte ci riesce, afferma Trine Bilde, professoressa di biologia presso l’Università di Aarhus in Danimarca.

    “La simulazione della morte sembra una tattica di accoppiamento del maschio piuttosto che una strategia antipredatoria”, scrive in una e-mail, “o forse svolge entrambe le funzioni”.

    Esattamente contraria è la situazione della femmina di dragone alpino che fa di tutto per evitare l’accoppiamento: smette di volare e precipita al suolo per sfuggire ai maschi aggressivi che potrebbero nuocerle. LEGGI TUTTO

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    Perché i gorilla maschi si battono il petto?

    “Lo pensavamo e ne avevamo il sospetto, ma non c’erano dati effettivi a sostegno di questa tesi”, spiega Roberta Salmi, esperta di primati e direttrice del Primate Behavioral Ecology Lab presso l’Università della Georgia, che non ha legami con questa ricerca. “Sono stata contenta di vedere finalmente questi risultati”.Il biglietto da visita di King Kong

    Anche se l’azione di battersi il petto è comune nei film e in altri ritratti dell’animale tipici della cultura pop, questo comportamento non è ancora compreso e conosciuto correttamente.

    Innanzitutto i gorilla nella vita reale non si battono il petto con le mani a pugno ma le tendono ad arco per amplificare il suono. Inoltre si alzano dalla postura seduta a quella eretta, forse anche questo un modo per assicurarsi che i battiti vengano uditi a grande distanza (quasi un chilometro).

    I silverback si battono il petto più spesso quando le femmine sotto la loro protezione vanno in estro, ovvero il periodo in cui sono più pronte per l’accoppiamento. Ma questo non vuol dire che i maschi passino tutto il giorno a battersi il petto come spesso vengono rappresentati nei film.

    In realtà, Wright ha scoperto che ogni maschio si batte il petto in media solo 1,6 volte ogni 10 ore. Anche gli esemplari maschi di livello inferiore, o subordinati, adottano questo comportamento, così come i piccoli di gorilla quando giocano.

    Wright spiega che apparentemente non esiste una relazione tra le dimensioni e il grado di dominio di un maschio e il numero di manifestazioni o la loro durata. Ma aggiunge che una sequenza di battiti potrebbe potenzialmente comunicare l’identità dell’animale o essere una sorta di “firma individuale” per gli altri animali.

    Giganti non così gentili

    Anche se i gorilla sono dotati di muscoli possenti e lunghi canini, questi animali reagiscono con violenza solo raramente. Wright ritiene che ciò sia dato in parte al fatto che l’azione di battersi il petto permette ai maschi di misurarsi gli uni con gli altri senza dover passare al contatto fisico.

    “Anche per gli esemplari che hanno probabilità di vincere un combattimento, il margine di rischio è sempre alto”, spiega. “Si tratta di animali grandi e forti capaci di arrecare grossi danni”.

    Per i maschi più piccoli, il suono del battito del petto dei silverback può essere un deterrente al tentativo di approccio. Allo stesso modo, un silverback potrebbe udire i battiti provenienti da un maschio più piccolo nelle vicinanze e decidere che è più debole e non è il caso di preoccuparsene.

    Poiché la frequenza dei battiti del petto dipende dalle dimensioni del corpo — che a loro volta sono collegate alla posizione di dominio e al successo riproduttivo — anche alle femmine di gorilla interessa ascoltare queste “performance”. Battiti del petto particolarmente impressionanti potrebbero attirare le femmine di gruppi vicini, come una sorta di canto delle sirene, anche se questo comportamento non è ancora stato studiato.

    Salmi inoltre ha studiato l’azione di battersi il petto tra i gorilla di pianura occidentale, una specie strettamente correlata. È interessante notare che questa specie manifesta anche il comportamento di battere le mani, apparentemente un modo di avvisare gli altri di un potenziale pericolo — cosa che non è ancora stata osservata nei gorilla di montagna.

    Considerando i risultati del nuovo studio, il prossimo passo sarà analizzare come altri gorilla usano le informazioni codificate in questi suoni prodotti con il petto, aggiunge Salmi.

    E conclude: “Sarà molto interessante vedere in che modo i gorilla vengono influenzati da questi comportamenti in termini di spostamenti e decisioni sulle zone dell’areale da utilizzare”. LEGGI TUTTO

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    Lo sbadiglio è contagioso anche tra gli animali?

    Può avvenire spontaneamente o a seguito dell’aver visto o sentito qualcuno sbadigliare, e in questo caso viene definito sbadiglio contagioso.La maggior parte della ricerca sullo sbadiglio spontaneo indica che questo abbia una funzione fisiologica: aumentare il flusso sanguigno alla testa ossigenando e raffreddando il cervello. Questo, a sua volta, rende un animale più vigile, in particolare quando è assonnato.

    Ma un grande interrogativo ancora irrisolto è perché i mammiferi sbadigliano in risposta gli uni agli altri. Nell’uomo, la ricerca ha riscontrato che lo sbadiglio contagioso potrebbe essere una forma di empatia con le emozioni e sensazioni dell’altro che, nel caso dello sbadiglio, in genere sono stress, ansia, noia o stanchezza. Gli scienziati hanno studiato lo sbadiglio contagioso in scimpanzé, lupi, cani domestici, pecore ed elefanti ma fino ad ora mai nei leoni.

    In un nuovo studio i ricercatori hanno esaminato questo fenomeno in leoni selvatici in Sudafrica. Dopo essere stati “contagiati” dallo sbadiglio di altri membri del branco, questi leoni tendevano a coordinare i loro movimenti.

    “I dati hanno mostrato un quadro chiaro: dopo aver sbadigliato insieme, i due leoni attivavano un comportamento altamente sincrono”, afferma l’autrice senior dello studio Elisabetta Palagi, etologa presso l’Università di Pisa.

    Questo significa che lo sbadiglio contagioso potrebbe essere molto importante in specie sociali come i leoni che collaborano nelle attività di caccia, allevamento dei cuccioli e difesa del branco dagli intrusi, afferma Palagi, il cui studio è stato pubblicato ad aprile sulla rivista Animal Behaviour.

    Comportamenti connessi

    Per cinque mesi, Palagi e i suoi colleghi hanno filmato 19 leoni appartenenti a due branchi nella Makalali Game Reserve.

    I risultati hanno rivelato che la probabilità di un leone di sbadigliare era oltre 139 volte più alta dopo aver visto sbadigliare un altro membro del branco rispetto a quando ciò non avveniva.

    I ricercatori hanno osservato che lo sbadiglio spontaneo era particolarmente frequente quando gli animali erano rilassati o in fase di transizione tra il sonno e la veglia o viceversa. E questo va a supporto dell’ipotesi che nei leoni, così come nell’uomo, sbadigliare incrementi il flusso sanguigno e il raffreddamento del cervello, e probabilmente anche l’attenzione.

    Una delle analisi più interessanti ha evidenziato che, dopo aver “imitato” lo sbadiglio di un leone vicino, il leone “contagiato” ne riproduceva il comportamento, afferma Palagi. Per esempio, se due leoni erano distesi, e uno sbadigliava, anche l’altro lo faceva. Se poi il primo leone si alzava, lo faceva anche l’altro. LEGGI TUTTO

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    L'affascinante mistero delle “coreografie” degli storni

    Se osserviamo questo “moto ondoso” da terra, sembra che gli storni si avvicinino tra loro; ma poi, appena virano verso l’alto, inclinandosi, ne vediamo meglio la superficie alare. In altre parole, oltre a sincronizzarsi con i sette esemplari più vicini, seguono la regola del “seguire tutti il capofila”. “I nostri ultimi modelli mostrano che gli storni copiano il comportamento dell’uccello più vicino, facendo sì che il movimento si propaghi in tutto lo stormo”, afferma Hemelrijk.Hemelrijk ha anche trovato conferma del fatto che queste evoluzioni servono a confondere i predatori, come i falchi e altri rapaci, e rendono più difficile catturare esemplari che restano indietro. Utilizzando sofisticati modelli computerizzati, Hemelrijk ha documentato schemi di fuga collettiva specificamente collegati ai movimenti di falchi e falconi. 

    Movimenti misteriosi

    Il motivo per cui gli storni europei volteggino nel cielo in queste enormi formazioni per così tanto tempo è una domanda che ad oggi rimane senza risposta.

    La spiegazione più comune è quella per cui “l’unione fa la forza” che interpreta lo sciamare come un’azione protettiva contro i predatori. Ma Heppner e Cavagna affermano che questa teoria manca di logica: gli uccelli potrebbero semplicemente ritornare ai loro rifugi piuttosto che ammassarsi in enormi formazioni e rimanere a volteggiare in cielo. 

    “Sarebbe logico pensare che sia prioritario per questi animali ridurre al minimo il tempo di volo invece si cimentano in queste evoluzioni spettacolari che durano 30 o anche 45 minuti bruciando grandi quantità di energia”, afferma Heppner.

    “E in realtà nel frattempo al contrario attirano i predatori; è come se dicessero: siamo qui, siamo qui! E ci si chiede: come si è evoluto questo meccanismo?”

    Un’altra possibile spiegazione è che “insieme si sta più caldi”: si ipotizza quindi che la funzione delle performance degli stormi sia quella di segnalare ad altri esemplari un luogo sicuro dove posarsi e riposare e attrarre così un maggior numero di uccelli per preservare il calore corporeo del gruppo.

    Nel tentativo di risolvere questo mistero, i ricercatori dell’Università del Gloucestershire e della Royal Society of Biology hanno elaborato dati da più di 3.000 stormi raccolti da volontari di 23 Paesi nel 2014 e 2015. I risultati, pubblicati nel 2017, hanno mostrato che non esiste alcuna correlazione tra la temperatura e le dimensioni degli stormi, lasciando quindi poco adito alla teoria del calore.

    Lo studio ha anche rilevato la presenza di falchi, sparvieri o altri rapaci in meno di un terzo dei casi di evoluzioni collettive indebolendo anche la teoria della strategia anti-predatoria e lasciando aperta la questione del motivo per cui questi uccelli si riuniscono per esibirsi in rappresentazioni così prolungate.

    Un atto di pura bellezza?

    Su una caratteristica degli storni però i ricercatori sono concordi: questi uccelli sono notevolmente intelligenti. Quando Heppner tenne alcuni storni in cattività per le sue attività di ricerca, osservò che “gli uccelli erano così bravi ad aprire le serrature delle gabbie che è stato necessario utilizzare dei lucchetti”.

    Considerando la potenzialità del cervello di questi uccelli, è possibile che le loro danze siano semplicemente un’espressione di pura gioia di movimento?

    “In assenza di un predatore, credo sia effettivamente possibile considerare queste manifestazioni collettive come una sorta di danza”, afferma la professoressa Hemelrijk dell’Università di Groningen.

    “Senza voler attribuire troppa intenzionalità, possiamo però sicuramente rilevare che questi uccelli si dedicano molto a queste attività, che a volte hanno una lunga durata, quando invece potrebbero semplicemente riposare”. LEGGI TUTTO

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    Wild Life con Bertie Gregory: la vita degli orsi polari è in pericolo

    La catena alimentare del ghiaccio Nell’immaginario collettivo la banchisa è una vasta e spessa distesa bianca, ma questo è quello che si vede da sopra; visto da sotto, il ghiaccio marino appare come ricoperto da un tappeto di colore marrone verdastro composto da molte specie di alghe.

    Adesso non immaginatevi gli orsi che masticano un croccante pasto ghiacciato ricoperto di fanghiglia verde. Gli orsi polari non mangiano direttamente il ghiaccio marino. I ricercatori hanno invece scoperto che l’alimentazione degli orsi polari è composta prevalentemente da creature che dipendono dalle alghe presenti nel ghiaccio marino come fonte di cibo. Lo studio ha preso in esame gli orsi polari della baia di Baffin e della parte occidentale e meridionale e della baia di Hudson.

    Gli orsi polari si nutrono principalmente di foche e in alcuni luoghi anche di beluga. Sia le foche che questi cetacei si cibano di pesci e altre creature che ricavano energia da minuscole creature chiamate zooplancton che a loro volta si nutrono delle alghe del ghiaccio marino. Una delle prede favorite degli orsi polari, la foca degli anelli, mangia una grande varietà di pesci e di gamberi che si nutrono di plancton che a sua volta si alimenta di alghe.

    Ogni singola alga è “più sottile di un capello”, afferma Thomas Brown, ecologo marino della Scottish Association for Marine Science (Associazione scozzese di scienze marine, NdT). Ma tutte insieme, queste minuscole alghe del ghiaccio marino hanno un impatto enorme sull’ecosistema polare.

    Dopo ogni lungo e buio inverno artico, la luce della primavera stimola la crescita delle alghe, che rappresentano un’abbondante fonte di cibo per piccole creature come Copepodi, Anfipodi e zooplancton che si nutrono della parte sottostante della banchisa. Con lo scioglimento del ghiaccio in estate, queste alghe si depositano. I pesci che cercano cibo tra i sedimenti, e le foche che si nutrono di questi pesci, creano il collegamento che attraverso la catena alimentare arriva fino agli orsi polari.

    Ora gli orsi polari devono spostarsi in media per tre giorni prima di trovare foche o cercare, in alternativa, fonti di cibo terrestre meno cariche di energia, e sono più vulnerabili alla fame. 

    Gli orsi sul ghiaccio

    Negli anni Brown ha esplorato gli ecosistemi polari “dal basso verso l’alto”, per così dire. Nell’esaminare stelle marine e ricci di mare sul fondale, ha scoperto che questi contenevano una sostanza chimica presente anche nelle alghe del ghiaccio marino, il che significa che le alghe dalla superficie erano arrivate nella loro catena alimentare. LEGGI TUTTO