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    L’arte può contribuire ad aumentare la consapevolezza riguardo al cambiamento climatico?

    Al Paris COP21, Tomás Saraceno ha presentato la sua visione di una nuova era, l’Aerocene, un periodo che seguirebbe ciò che alcuni scienziati considerano l’Antropocene. Secondo questa teoria, l’influenza dell’attività antropogenica sugli ecosistemi terrestri è diventata talmente estrema da costituire ormai il principale fattore della regolazione ambientale errata.

    Per scopi estetici, Tomás Saraceno ha immaginato l’Aerocene come un movimento internazionale per la consapevolezza ambientale. Ha mostrato questo concetto attraverso una mongolfiera, modalità di trasporto poetica e utopistica per persone, beni e servizi.

    Questa mongolfiera può librarsi in aria senza alcun tipo di bruciatore elettrico ed è completamente priva di carbonio. La differenza di temperatura di un solo grado tra l’aria intrappolata nella scultura e riscaldata dal sole e l’aria circostante è sufficiente per farla volare. Questo grado in più, che potrebbe cambiare tutto sulla Terra, è materializzato in un oceano d’aria.

    Il nostro mondo in continuo mutamento rallenta improvvisamente come l’Aerocene, trasportato dal vento. La poesia emerge al centro dei vigneti Taissy, di proprietà della Maison Ruinart, per cui Tomás Saraceno ha immaginato questa installazione altamente simbolica all’intersezione tra arte e scienza. All’artista argentino è stata data carta bianca poetica quale parte del conto alla rovescia al 300o anniversario della Maison Ruinart, la prima e più antica casa di Champagne al mondo.

    La storia della Maison Ruinart risale al 18o secolo, quando Nicolas Ruinart abbandonò l’attività di commercio di lino della famiglia per dedicarsi alla produzione di champagne. Questo nuovo “vino con le bollicine” fu sempre più apprezzato dagli aristocratici francesi. Ispirato da suo zio, Dom Thierry Ruinart, che gli trasmise la sua visione, Ruinart per lanciare davvero il suo commercio di champagne dovette attendere il decreto reale del 25 maggio 1728, firmato dal re francese Luigi XV, che autorizzava il trasporto di bottiglie di vino in vetro. Prima, il vino poteva viaggiare solo in botti, il che rendeva impossibile la consegna dello champagne.

    Tre secoli più tardi, la struttura aerea artistica si erge sopra i vigneti della Maison Ruinart nella luce del primo mattino. Sentiamo il potere dell’aria, quest’aria che dobbiamo preservare per garantire la sopravvivenza dell’umanità e delle specie con cui condividiamo questo mondo.

    ESSERE TESTIMONI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE DAI VIGNETI

    Thomas Labbé, storico dell’Università di Lipsia, e i suoi colleghi, hanno studiato gli archivi dei vigneti di Beaune, la capitale vinicola della Borgogna nel dipartimento della Côte-d’Or nella Francia orientale. Questi documenti, consegnati presso la Chiesa di Notre-Dame de Beaune, vanno dal 14o secolo ai tempi moderni. I documenti mostrano brevi periodi di riscaldamento e anni insolitamente caldi, come il 1540. Ma dalla fine degli anni ’80, il calore ha raggiunto livelli record. Le otto raccolte più in anticipo di tutti i tempi sono state registrate nei soli ultimi sedici anni. Alcuni anni fa, la vendemmia tradizionalmente iniziava alla fine di settembre; oggi, invece, in alcuni luoghi inizia già a metà agosto.

    Questo vale anche per la regione dello Champagne dove il cambiamento climatico è una realtà da diversi anni. Gli enologi della Maison Ruinart hanno documentato un aumento di 1,3°C tra il 1961 e il 2020. Sul Monte Reims, un altopiano boschivo dove si trovano i vigneti Taissy, nel 1981 i grappoli d’uva venivano raccolti a fine settembre. Tre delle quattro vendemmie tenutesi più presto sono state ad agosto, cosa successa solo una volta nella storia dello Champagne, nel 1822.

    Gli effetti di un paio di gradi Celsius sulle viti sono variabili. Le regioni incorniciate da alte colline sono più protette rispetto ai vigneti del sud-ovest della Francia, dove l’ondata di calore dell’estate del 2019 ha seccato le foglie dei vigneti e ha fatto maturare i grappoli più rapidamente. LEGGI TUTTO

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    Le ondate di caldo possono essere letali. E il cambiamento climatico peggiora la situazione

    Innumerevoli ricerche scientifiche hanno mostrato che il cambiamento climatico sta rendendo le ondate di calore più lunghe, più calde, più frequenti e più pericolose. Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change aggiunge ulteriori dettagli valutando il costo umano di questo caldo eccezionale: in giugno, un team di circa 70 ricercatori ha riscontrato che nei 732 siti dei 6 continenti studiati, il 37% di tutte le morti correlate al caldo possono essere attribuite direttamente al cambiamento climatico.Lo studio sottolinea l’urgenza con cui è necessario affrontare il cambiamento climatico causato dall’uomo, spiega Ana Vicedo Cabrera, autrice principale dello studio ed epidemiologa del cambiamento climatico presso l’Università di Berna, in Svizzera.

    “Il cambiamento climatico non è qualcosa che riguarda il futuro: è qualcosa che riguarda il presente e sta già influendo sulla nostra salute in modo decisamente drammatico”, prosegue la scienziata. Ondate di caldo estreme e micidiali come quelle che stanno flagellando l’America del Nord sono un’anticipazione di ciò che accadrà. “Possiamo aspettarci che i dati che abbiamo registrato in passato – quel 37% – in futuro aumenteranno in modo esponenziale”.

    Il caldo estremo è letale

    Negli USA il caldo estremo uccide ogni anno più persone di qualunque altro tipo di disastro naturale. A livello globale il suo impatto è enorme. Le ondate di calore storiche, come quella del 1995 a Chicago, del 2003 in Europa o del 2019 in Francia, possono uccidere migliaia di persone e molte altre rischiano di subire gravi danni alla salute che possono perdurare anche a lungo nel tempo dopo la fine dell’ondata, spiega Camilo Mora, climatologo presso l’Università delle Hawaii che ha pubblicato uno studio intitolato “27 ways a heat wave can kill you: Deadly heat in the era of climate change”.

    “Questi eventi possono avere conseguenze a lungo termine, dall’insufficienza renale a danni cerebrali o cardiaci”, prosegue.

    Studi precedenti hanno collegato particolari ondate di caldo scatenate dal cambiamento climatico che hanno colpito una specifica città a un numero maggiore di decessi. Nell’ondata di calore torrido del 2003 in Europa, ad esempio, il cambiamento climatico provocato dall’uomo ha aumentato il rischio di morte del 70% a Parigi. Questo nuovo studio espande l’analisi a livello globale analizzando oltre 700 località in tutti i continenti abitati.

    I ricercatori hanno vagliato tutti i decessi registrati che si sono verificati in estate, nonché i dati sulle temperature per quegli stessi luoghi e orari, per estrapolare tutti i decessi che potevano essere causati dal calore estremo. Esistono delle soglie di temperatura oltre le quali le persone hanno molte più probabilità di morire ma tali soglie sono diverse a seconda delle zone del mondo.

    Il team ha sviluppato una formula matematica per mettere in correlazione le temperature estreme — quanto facesse caldo oltre la temperatura media confortevole per una determinata città o Paese — al numero di persone che sarebbero potute morire se si fosse raggiunto quel livello di calore. Questo approccio ha permesso ai ricercatori di capire quante persone sono morte di fatto a causa del caldo estremo in ciascuna località presa in esame.

    Quindi è stato usato un modello climatico per simulare un mondo immaginario in cui il cambiamento climatico provocato dall’uomo non esiste. È stata usata la suddetta formula per capire quante persone sarebbero morte a causa del calore estremo in quell’universo alternativo e puramente teorico.

    Le differenze sono state nette. La temperatura del nostro pianeta è aumentata di circa 1 grado Celsius (1,8 gradi Farenheit) dalla fine del 1800 e, in mancanza di un serio impegno per eliminare le emissioni di gas serra, probabilmente aumenterà altrettanto entro la fine del secolo.

    Escludendo l’aumento di 1 grado che si è già verificato, le morti dovute al caldo avrebbero rappresentato appena poco meno dell’1% dell’intero tasso di mortalità estiva media a livello mondiale. Invece le morti provocate dal caldo rappresentano oltre l’1,5% di tutte le morti estive, ovvero sono all’incirca il 60% in più.

    Se esteso a livello mondiale, questo dato significa oltre 100.000 morti all’anno che potrebbero essere attribuite al cambiamento climatico provocato dall’uomo – anche se Vicedo Cabrera avverte che sono necessari più dati e ulteriori studi per elaborare una stima globale precisa.

    Ingiustizia climatica 

    Lo studio ha scoperto che, in media, più di un terzo delle morti dovute alla calura possono essere attribuite al cambiamento climatico. Ma in alcuni Paesi del Sudamerica, in Kuwait, Iran e in alcune parti del sud-est asiatico, il bilancio in termini di vite umane è ancora più elevato: arriva fino al 77% in Ecuador e al 61% nelle Filippine. Tale disparità emerge non solo perché questi luoghi sono particolarmente caldi ma perché spesso c’è un minor accesso all’aria condizionata, ad abitazioni ben costruite che gestiscano meglio la distribuzione del calore e ad altri fattori che potrebbero ridurre la vulnerabilità degli abitanti al caldo estremo.

    I modelli di vulnerabilità svelati dallo studio rivelano una profonda ineguaglianza, sostiene Tarik Benmarhnia, esperto di salute ambientale presso l’Università della California a San Diego.

    “Provate a pensare a chi ha contribuito al cambiamento climatico nell’ultimo secolo e a chi ne sta pagando le maggiori conseguenze oggi e vedrete che non è giusto. Esiste un’enorme ingiustizia ambientale che si manifesta attraverso le popolazioni che stanno pagando di più in termini di mortalità dovuta al caldo a causa del cambiamento climatico antropogenico”.

    Gli Stati Uniti sono attualmente responsabili di circa il 25% di tutte le emissioni che provocano il riscaldamento globale mentre il contributo del Guatemala, ad esempio, raggiunge a malapena lo 0,0002%. Ma oltre il 75% dei decessi dovuti al caldo in quel Paese si possono collegare al cambiamento climatico.

    Anche negli Stati Uniti l’impatto è devastante: circa il 35% dei decessi legati alla calura in USA può essere attribuito al cambiamento climatico che si è già verificato. Altre ricerche hanno mostrato chiaramente che quei costi non sono ripartiti in modo equo: in molte città, le persone afroamericane più anziane hanno il doppio delle probabilità di morire durante le ondate di calore estremo rispetto agli anziani bianchi.

    “A livello mondiale, gli effetti sono diseguali. All’interno degli Stati Uniti, gli effetti sono diseguali. Così come a livello di contea, città, quartiere, gli effetti sono diseguali”, prosegue Benmarhnia.

    Segnali letali del cambiamento climatico

    Gli scienziati stanno lavorando per stabilire quanto abbia inciso il cambiamento climatico sull’ondata di caldo del nord-ovest, sia in termini di peggioramento che di probabilità, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che abbia giocato un ruolo fondamentale, spiega Mora.

    “Quante volte ancora dobbiamo dimostrare che quando piove ci bagniamo?”, si chiede. “Per decenni noi scienziati del clima abbiamo continuato ad avvertire che la situazione non avrebbe potuto che peggiorare. Adesso è peggiorata”.

    Anche se tutte le emissioni di gas serra si fermassero domani, il pianeta continuerebbe a riscaldarsi ben oltre l’aumento di 1 grado Celsius che ormai abbiamo raggiunto. Ciò renderebbe gli eventi di calore estremo a cui assistiamo oggi praticamente la normalità invece che eventi rari. Ma il peggioramento che si verificherà in futuro dipende dalle azioni sul clima che intraprendiamo oggi, aggiunge Mora.

    E prosegue: “Per il futuro abbiamo due scelte: continuare su questo andamento o peggiorare ulteriormente. La scelta è ormai tra il male e il peggio”.

    In ogni caso, ormai è arrivato il tempo di iniziare ad aiutare le persone a prepararsi alla calura estrema, spiega Kristie Ebi, dell’Università di Washington, esperta di ambiente globale. Alcune azioni possono essere semplici, come assicurarsi che tutti abbiano accesso a ventilatori, aria condizionata e ripari ombreggiati. Altre azioni, come cercare di rendere la rete elettrica sufficientemente resistente da sopportare il carico imposto dal calore eccessivo, saranno molto più complesse.

    Ma il messaggio fondamentale è semplice, secondo Ebi: possiamo scegliere di salvare o meno delle vite umane. E conclude dicendo: “Il caldo uccide, ma non deve essere per forza così”. LEGGI TUTTO

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    Hakan Ozmen, Executive Vice President Projects – Prysmian Group: “L’innovazione crea un valore aggiunto per la società”

    Dai numeri e le peculiarità alla sicurezza del network, qual è l’importanza del progetto German Corridors?È un programma che ha molti aspetti. Innanzitutto mostra la capacità della Germania di avere una visione chiara e di saper pianificare molto bene a lungo termine. I German Corridors sono tre preziosi progetti per importanti TSO (gestori di sistemi di trasmissione) ovvero Amprion, TenneT, Transnet e 50Hertz. Questi progetti collegheranno il nord al sud con cavi terrestri ad alta tensione. I cavi interrati, rispetto alle linee aeree, presentano meno perdite nella lunga distanza e sono più sicuri dal punto di vista ambientale e inquinamento visivo e non influenzabili da fenomeni atmosferici come pioggia e vento. Da questo punto di vista anche questo progetto sarà centrale nel riuscire a trasportare l’energia dal nord al sud. Contemporaneamente stiamo usando una tecnologia molto innovativa. Entrambi i prodotti che  implementeremo in questi progetti sono pietre miliari nel settore: si tratta di cavi terrestri ad alto voltaggio da 525 kV,  con isolamento XLPE o P-Laser. Diventando la rete più sofisticata, questo comporta una maggiore attenzione nella gestione delle periferiche che  richiede quindi attrezzature software maggiormente efficaci e precise. Questo permette alle utenze e ai TSO di trasferire l’energia dove necessario, da una parte all’altra, e rendere le reti efficienti attraverso l’uso delle tecnologie cavi. Aggiungo, inoltre, che i Sistemi in cavo con tecnologia P-Laser sono in grado di assicurare maggiore capacità di trasmissione, elevate performance e sostenibilità ambientale (materiali 100% riciclabili e -40% emissioni di CO2).

    Quali sono le tecnologie e le attività che contraddistinguono Prysmian Group?

    Parlando del lavoro della mia Unità, ci occupiamo principalmente dei sistemi capaci di mettere insieme le diverse tecnologie per creare un progetto finale: offriamo una soluzione per il cliente piuttosto che un singolo prodotto. Il cliente si rivolge a noi presentandoci il problema che ha, chiedendo se possiamo risolverlo e che tipo di opzioni offriamo e noi creiamo una soluzione. Quindi per noi le sfide maggiori nel lungo termine sono i più alti livelli di voltaggio (parliamo di 500 e oltre – abbiamo già fatto un collegamento a 600 kV) ma crediamo che questo trend continuerà quindi stiamo spingendo in direzione di voltaggi più alti e installazioni a sempre maggiori profondità. Non possiamo dire di avere prodotti innovativi senza essere in grado di fare installazioni innovative. Per noi le tecnologie importanti nel lungo termine sono i cavi ad alta e altissima tensione, sia terrestri che sottomarini, questi ultimi possono essere installati fino a 3000 mt, grazie anche alla Leonardo da Vinci, la nostra nuova nave che entrerà in esercizio questa estate.

    Qual è il ruolo della Leonardo da Vinci nei progetti di Prysmian Group?

    La nave posacavi Leonardo da Vinci è il nostro fiore all’occhiello dal punto di vista tecnologico. Questa tipologia di navi non viene costruita per un utilizzo di 5 o 10 anni ma per una durata di 30 anni. La Giulio Verne, ad esempio, altra nave posacavi appartenente alla nostra flotta, ha operato nella realizzazione di interconnessioni per oltre 30 anni. La Leonardo da Vinci è lunga 170 metri con due caroselli da 7.000 e 10.000 tonnellate e sarà in grado di fare installazioni sempre più complesse e sfidanti, fino a 3000 mt di profondità, un record assoluto: sarà la nave posacavi più grande al mondo con migliori performance dal punto di vista ambientale. L’impronta di carbonio sarà notevolmente più bassa di qualsiasi altra nave sul mercato; inoltre sarà dotata di sistemi di posizionamento dinamico che permetteranno di essere molto più precisi nell’installazione dei cavi. Come si può immaginare, nelle installazioni sottomarine a 3000 metri, le manovre di installazione devono essere estremamente precise. Inoltre, parlando di aspetti molto pratici, la Leonardo da Vinci sarà in grado di gestire in maniera più efficiente le campagne di installazione, non solo grazie alle sue specifiche tecniche, ma anche grazie ad elevate velocità di transito. LEGGI TUTTO

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    Le risposte a questi misteri botanici potrebbero aiutare il clima del nostro pianeta

    Ma questa stessa diversità rende ancor più difficile tracciare le origini delle crucifere. Se coltivati, questi vegetali “saltano” facilmente oltre il recinto e tornano a crescere in natura, come un cane addomesticato che torna a essere selvaggio, spiega il botanico Alex McAlvay del Giardino botanico di New York nel Bronx. Dalle Americhe fino ai confini dell’Asia, i fiori gialli delle brassicacee sbocciano nelle praterie costiere, lungo i bordi delle strade e nei campi coltivati, dove gli agricoltori spesso le accolgono, per aggiungere varietà alla propria dieta.Molti popoli sostengono, o per lo meno suppongono, che le loro brassicacee siano state le prime, dall’Europa occidentale all’Asia orientale e in ogni Paese nel mezzo. Lo stesso Charles Darwin si chiese se i cavoli selvatici lungo le coste inglesi fossero gli antenati della Brassica oleracea.

    La genetica delle brassicacee, spiega Chris Pires, biologo evoluzionista presso l’Università del Missouri in Columbia, è “un delizioso pasticcio”.

    Dello stesso parere è anche la genetista Makenzie Mabry del Museo di storia naturale della Florida di Gainesville. “Le brassicacee sono famose per essere un tipo di pianta difficile da studiare”, aggiunge. “Adorano mescolare il loro polline le une con le altre”, quindi le brassicacee che crescono in natura sono spesso ibridi con molteplici antenati.

    Un lavoro da detective

    Per risolvere questi misteri, due team di ricercatori hanno messo insieme i semi da banche dei semi e raccolte di tutto il mondo. Un team, guidato da McAlvay che includeva anche Pires e Mabry, ha usato la moderna tecnologia della genomica per sequenziare parte dei genomi di oltre 400 campioni di Brassica rapa — molti di più di quanti non fossero stati sequenziati nei precedenti studi sulle origini della coltivazione — e i modelli ambientali per stabilire dove potevano crescere le brassicacee.

    I ricercatori, inoltre, si sono avvalsi dell’aiuto dei colleghi linguisti e archeologi per raccogliere altri tipi di prove, come i riferimenti alle rape e ad altre varietà di brassicacee presenti nella letteratura antica e i ritrovamenti avvenuti nei siti degli antichi villaggi. “Siamo tutti detective che lavorano su diversi aspetti dello stesso caso”, afferma McAlvay.

    Hanno scoperto che le sequenze genetiche e i riferimenti letterari convergevano tutti sull’Hindu Kush, un’aspra regione montuosa dell’Afghanistan, vicino al confine con Pakistan e Tagikistan. Il primo vegetale coltivato fu la rapa, tra i 3.500 e i 6.000 anni fa. Solo successivamente gli agricoltori crearono varietà a foglia, come tatsoi, bok choi e quelle che in italiano vengono chiamate cime di rapa, nonché semi come quelli di ravizzone, usato per l’olio, e la senape, usata nella cucina indiana. I ricercatori hanno riportato le loro scoperte sulla rivista scientifica Molecular Biology and Evolution.

    Per la Brassica oleracea un’analisi simile su oltre 200 campioni, condotta da Mabry and Pires e che includeva tra gli altri anche McAlvay, indicava come luogo d’origine le isole interne e circostanti al Mar Egeo, tra la Grecia e la Turchia.

    Secondo Purugganan, la ricerca “aggiunge conoscenze molto importanti su queste piante […] si tratta della prima vera analisi sistematica a livello della popolazione genomica per queste specie”.

    Ma, aggiunge, “non penso che questo chiuda la questione”: per confermare i risultati saranno infatti necessarie ulteriori analisi sulle piante raccolte nei siti di origine.

    Origini diverse

    I risultati arrivano in un momento difficile sia per gli agricoltori che per i consumatori a livello globale. Il clima caldo, siccità e inondazioni sempre più frequenti stanno già colpendo i raccolti in alcune aree e il numero di persone che soffrono la fame ha ripreso ad aumentare dopo decenni di graduale diminuzione. Le brassicacee sono maggiormente adatte ai climi più freddi quindi sono potenzialmente vulnerabili proprio dove costituiscono un pilastro della dieta. Ad esempio i ricercatori coreani hanno scoperto che il cavolo cinese, fondamentale per preparare il condimento nazionale della Corea, ovvero il kimchi, è vulnerabile sia al calore che alla siccità.

    La colza, un ibrido tra Brassica rapa e Brassica oleracea, coltivata a livello mondiale per l’omonimo olio, potrebbe essere determinante per l’approvvigionamento alimentare globale. Le varietà commerciali di colza presentano una scarsa diversità genetica offrendo ai ricercatori poche risorse per la coltivazione nelle zone climatiche più complesse. “C’è senza dubbio un notevole margine di miglioramento”, afferma Annaliese Mason, ricercatrice che si occupa di selezione vegetale presso l’Università di Bonn, in Germania.

    Secondo i ricercatori, i nuovi risultati potrebbero essere utili. Nei luoghi di origine delle coltivazioni si riscontra una diversità genetica decisamente maggiore che altrove. I selezionatori dei vegetali spesso cercano nuovi geni proprio da quei siti per migliorare caratteristiche come la resistenza alle malattie, il sapore e la tolleranza a calore e siccità. Questi esperti, ad esempio, hanno utilizzato i geni delle patate selvatiche per difendersi dalla devastante peronospora che provocò la Grande carestia irlandese. I geni ritrovati nel grano selvatico hanno supportato la resistenza al fungo che provoca la ruggine del frumento nelle principali varietà di grano che hanno stimolato la cosiddetta Rivoluzione verde, la quale ha ridotto drasticamente la fame e la malnutrizione nell’Asia meridionale tra il 1960 e il 1970 e si pensa abbia salvato milioni di vite.

    Ora, secondo i ricercatori, è urgente raccogliere e conservare i semi dai nuovi siti identificati come origine delle brassicacee prima che vengano spazzati via da minacce causate dall’uomo o dalla natura. McAlvay teme che siano presenti pochi semi di Brassica rapa dall’Hindu Kush nelle banche dei semi globali, e che il riscaldamento possa portare la pianta a migrare sui versanti delle montagne. È un destino pericoloso quello che affrontano molte specie di montagna poiché prima o poi raggiungeranno la vetta e, nel frattempo, soffriranno a causa della continua riduzione della loro zona di crescita. Le piccole popolazioni sulle isole, dove probabilmente ha avuto origine la Brassica oleracea, possono essere particolarmente vulnerabili, aggiunge Mabry.

    Il team della Brassica oleracea aveva previsto di viaggiare verso le isole del Mediterraneo, come Creta e Cipro, per raccogliere i semi prima che la pandemia di COVID-19 fermasse gli spostamenti; ora si spera di riuscire a realizzare questa spedizione nel 2022.

    Si potrebbero raccogliere e conservare, oltre agli antenati originali, anche le piante selvatiche in altri bacini di biodiversità, aggiunge Eve Emshwiller, etnobiologa presso l’Università del Wisconsin-Madison, co-autrice dello studio sulla Brassica rapa. Le varietà che crescono in natura spesso sono considerate piante infestanti e talvolta agli agricoltori viene suggerito di estirparle.

    “Qualunque cosa riservi il futuro per queste coltivazioni, dobbiamo assolutamente conservarne tutti gli elementi”, conclude Emshwiller, “tutte le varietà coltivate, la diversità degli alleli e dei geni in esse contenuti ed evitare anche l’estinzione delle varietà selvatiche affini”. LEGGI TUTTO

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    Srinivas Siripurapu, Chief R&D Officer e Chief Innovation Officer di Prysmian Group: “I cavi collegano il mondo”

    Che cosa vuole dire innovazione in Prysmian Group?Per noi di Prysmian Group, innovare significa vedere le esigenze in continua evoluzione dei nostri clienti e della comunità. I cavi collegano il mondo e i nostri prodotti e servizi innovativi hanno un impatto reale nella trasmissione sostenibile di energia e telecomunicazioni. Abbiamo rafforzato l’attenzione sia sulla innovazione che sulla sostenibilità. Sono fortunato di far parte di una Società che valorizza l’innovazione come motore di una crescita sostenibile.

    Quali progetti innovativi state seguendo in Prysmian Group?

    Con una storia di oltre cento anni, l’innovazione è una parte fondamentale del DNA di Prysmian Group. Le aree di interesse dipendono sempre dalle tendenze del mercato e dalle esigenze dei clienti. Ma in questo momento i principali motori dell’innovazione sono tre: transizione energetica, digitalizzazione e sostenibilità.Per quanto riguarda la transizione energetica, sono due le innovazioni rivoluzionarie. L’applicazione della tecnologia P-Laser (P-Laser è un cavo completamente ecologico, prodotto utilizzando materiali termoplastici) ai sistemi in cavo HVDC (High Voltage Direct Current, è un sistema di trasmissione di energia elettrica in corrente continua) interrati e sottomarini garantisce prestazioni elettriche superiori, costi ridotti e maggiore sostenibilità ambientale. I cavi sottomarini ad alta profondità con armatura sintetica, lo stesso materiale delle tecnologie aerospaziali, consentiranno delle installazioni profonde fino a 3000 metri. Entrambe queste tecnologie aiuteranno i nostri clienti ad accelerare il loro processo di decarbonizzazione in tutto il mondo. Per quanto riguarda la digitalizzazione, due innovazioni significative sono state accolte positivamente dai nostri clienti Telecom. Il cavo FlexRibbon™, originariamente progettato per rispondere all’esigenza di un elevato numero di fibre all’interno di un cavo e quindi per essere utilizzato dai clienti di datacentre di larga scala, raggiunge il numero record di 6.912 fibre in un disegno ultra-compatto. Utilizza nastri di fibre resistenti alla piegatura ed estremamente flessibili che possono essere compattati insieme in sub-unità dal piccolo diametro per facilitare la giunzione delle fibre. Il cavo Sirocco™ HD, invece, fornisce diametri minori e densità di fibra da record, permettendo di offrire cavi con un accresciuto numero di fibre in un diametro ridotto. Ciò rende possibile installare più fibre in condotti già congestionati oppure utilizzare condotti più piccoli per nuove installazioni, rendendo così l’installazione più veloce, efficace e sostenibile. Entrambe queste soluzioni aumentano la densità delle fibre, riducono l’utilizzo di materiali e velocizzano l’installazione di infrastrutture più sostenibili. Al di là di queste aree chiave di ricerca e sviluppo, stiamo investendo in tre pilastri dell’innovazione. Prysmian Electronics crea nuove tecnologie per il monitoraggio degli asset per migliorare l’affidabilità della rete elettrica. Corporate Hangar accelera l’innovazione attraverso la collaborazione e sviluppa nuove idee in startup e nuove imprese. Il pilastro più recente che abbiamo introdotto è la Digital Ambition che si concentra su tecnologie all’avanguardia volte a fare di Prysmian Group un leader sia in termini di aumento della cultura digitale dei nostri dipendenti che di introduzione di nuovi prodotti.

    Come si coniugano ricerca, innovazione e sostenibilità?

    In Prysmian Group analizziamo costantemente come migliorare i materiali, i progetti dei cavi e le tecnologie di processo. Ma ogni azienda ha risorse e budget limitati quindi è fondamentale essere allineati sulle aree di interesse dell’innovazione. Crediamo fermamente che innovazione e sostenibilità siano collegate. Il nostro mantra nello sviluppo di nuovi prodotti è: “Più leggeri, più veloci, più resistenti, più ecologici”. Si tratta di fare le scelte giuste in ogni fase del percorso di innovazione superando vincoli tecnici, operativi o economici. Il nostro approccio collaborativo agli ecosistemi dell’innovazione è un fattore chiave del successo. Attraverso una conversazione più aperta con i nostri fornitori e clienti, siamo in grado di sviluppare soluzioni sostenibili e affidabili e standard di prestazione elevati. Abbiamo appena annunciato che Prysmian sta accelerando la corsa per azzerare le emissioni nette di CO2. Investiremo oltre 100 milioni di euro nei prossimi 10 anni nelle nostre attività a livello globale, oltre 130 siti, per ridurre la nostra carbon footprint. Stiamo inoltre sviluppando efficaci innovazioni di processo e di prodotto per combattere il cambiamento climatico.

    Quanto conta il lavoro di team nella ricerca?

    La fiducia è uno dei tre valori fondamentali di Prysmian Group. Un gruppo che si basa sulla diversità e sulla collaborazione in cui le persone hanno il potere di decidere con integrità. Il nostro team di ricerca e sviluppo di oltre 900 professionisti è multiculturale e multidisciplinare. Crediamo che lavorare insieme ci renda più forti e ci aiuti nelle attività di innovazione. Il lavoro di squadra consiste nel porre le giuste domande per superare una sfida significativa. Avere un team con diverse qualità aiuta a trovare le soluzioni e ad apportare significativi cambiamenti. Le persone devono essere libere di comunicare le loro idee per arrivare al traguardo.

    PRYSMIAN GROUP: PERSONE ECCEZIONALI PER RISULTATI ECCEZIONALI LEGGI TUTTO

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    Inquinamento da plastica: un trattato globale è la soluzione per salvare il pianeta?

    Il divieto di utilizzo delle buste di plastica, così come di altri tipi di confezionamenti in plastica, è il rimedio più comunemente usato per ridurre i rifiuti di plastica. Ad oggi sono 115 le nazioni che hanno adottato questo approccio, anche se in modi diversi. In Francia ad esempio sono vietate le buste con spessore inferiore ai 50 micron; in Tunisia invece quelle di spessore inferiore ai 40 micron.Questo tipo di differenze crea lacune e scappatoie che consentono alle buste di plastica illegali di raggiungere le bancarelle dei mercati e i venditori ambulanti. Il Kenya, che nel 2017 ha applicato il divieto più rigoroso al mondo, ha dovuto combattere con il commercio illegale di buste di plastica provenienti dall’Uganda e della Somalia. Lo stesso è successo in Ruanda.

    Una simile questione formale riguarda le zanzariere che il Ruanda ha importato dagli Stati Uniti: i prodotti sono arrivati in confezioni di plastica non indicanti la composizione chimica del contenuto – che non è stata comunicata neanche dietro richiesta esplicita di un’azienda di riciclaggio ruandese – e questo li ha resi non riciclabili.

    Per le aziende globali come Nestlè che vende prodotti alimentari in 187 Paesi, questo significa dover garantire la conformità a 187 quadri normativi diversi, in merito alle confezioni di plastica.

    Questi sono solo tre esempi di centinaia di casi di politiche contraddittorie, incongruenze e mancanza di trasparenza che caratterizzano il commercio globale della plastica e rendono difficile tenere sotto controllo il sempre maggiore accumulo di rifiuti di plastica. Non solo le definizioni cambiano da Paese a Paese ma mancano anche delle regole globali per procedure (come ad esempio stabilire quali materiali plastici possono essere abbinati in uno stesso prodotto) e questo può creare labirinti inestricabili per le attività di riciclaggio. Inoltre non esistono metodi internazionalmente riconosciuti per misurare la quantità di rifiuti di plastica che finiscono nell’ambiente. Senza standard di riferimento uniformi né dati specifici, qualsiasi attività mirata a risolvere il problema diventa sostanzialmente impossibile.

    Ma una svolta in positivo potrebbe essere vicina: l’idea di un trattato globale per affrontare il problema dei rifiuti di plastica sta guadagnando sempre maggiore consenso. Almeno 100 nazioni si sono già espresse a favore di un trattato sulla plastica, e quelle già impegnate in discussioni preliminari sono fiduciose che verrà presto approvato un accordo che riuscirà a fare la differenza, così come nel 1987 il protocollo di Montreal segnò una svolta nella tutela dell’ozono stratosferico.

    “In sostanza, se non potranno contare su una partnership e un quadro di riferimenti internazionali, i governi non saranno in grado di adottare misure incisive, quindi ogni sforzo risulterà vano”, afferma Hugo-Maria Schally, capo dell’Unità di cooperazione ambientale multilaterale della Commissione Europea. “Si tratta di un problema concreto che richiede una soluzione concreta, e la soluzione è un accordo globale”.

    Il messaggio di Schally al settore è diretto: “Potete collaborare con le politiche pubbliche mirate a rendere la plastica sostenibile, facendo quindi parte della soluzione al problema, oppure potete adottare un atteggiamento difensivo, diventando parte del problema”.

    Impennata nei rifiuti

    La principale argomentazione contraria alla redazione di un trattato da parte delle Nazioni Unite e dei suoi 193 Stati membri è che le necessarie negoziazioni potrebbero protrarsi per un decennio o più e, sul tema della plastica, il tempo a disposizione è rimasto poco. 

    Ogni anno vengono creati 275 milioni di tonnellate di nuovi rifiuti di plastica. Ad oggi il 75% di tutta la plastica prodotta al mondo è diventata un rifiuto e si prevede che la produzione triplicherà entro il 2050. Una nuova ricerca di quest’anno calcola che anche l’accumulo di rifiuti di plastica negli oceani triplicherà entro il 2040 arrivando a 29 milioni di tonnellate all’anno. 

    Con numeri come questi, non sorprende che nessuna delle nazioni principalmente responsabili della presenza di rifiuti di plastica nell’ambiente non siano state in grado di controllare e gestire la loro spazzatura. E anche se i trattati globali sono accordi che richiedono tempistiche lunghe, nessuna questione ambientale di questa entità è mai stata affrontata diversamente. 

    L’inquinamento da plastica è un tema presente sull’agenda delle Nazioni Unite dal 2012. Nel 2019, in occasione dell’ultima riunione dal vivo dell’Assemblea ambientale delle Nazioni Unite a Nairobi, la discussione sui rifiuti di plastica è stata ostacolata principalmente dagli Stati Uniti che si sono opposti a un trattato vincolante. L’unico accordo cui si è giunti è stato quello di continuare a discutere sulla questione.

    Nel corso degli ultimi dieci anni le cose sono sensibilmente cambiate. “Nel 2015 nessun Paese aveva espresso il proprio interesse nella realizzazione di un trattato globale”, afferma Erik Lindebjerg, che sta capeggiando la campagna del WWF contro i rifiuti di plastica da Oslo. Lindebjerg ha contribuito a supervisionare la pubblicazione di The Business Case for a UN Treaty on Plastic Pollution (Il caso aziendale per un trattato ONU sull’inquinamento da plastica, NdT), una relazione preparata in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation, che indica in dettaglio il modo in cui un trattato potrebbe risolvere una serie di problemi aziendali. “In un certo senso abbiamo raggiunto un punto di saturazione quindi improvvisamente l’impatto è visibile ovunque”.

    Anche il settore dell’industria ha cambiato la sua posizione oppositiva.  

    “Abbiamo cambiato la nostra posizione perché è cambiata la situazione”, afferma Stewart Harris, dirigente dell’American Chemistry Council (ACC) parlando a nome del Consiglio Internazionale delle Associazioni Chimiche, un’associazione globale di categoria di cui l’ACC fa parte. 

    “Ci preoccupava l’aspetto vincolante di un trattato globale. Non ci siamo sentiti pronti per un impegno simile, al tempo”, continua. “Ora le cose sono cambiate. Ora riteniamo che uno strumento globale sia necessario per aiutarci a eliminare i rifiuti presenti nell’ambiente e aiutare le aziende a raggiungere obiettivi di autoregolamentazione”.

    Cosa c’è sul tavolo delle trattative 

    Le discussioni preliminari sono già in corso e puntano tutte sul prossimo incontro dal vivo che avverrà a Nairobi in occasione del quale si spera di raggiungere un accordo per procedere verso la stesura di un trattato.

    I Paesi scandinavi da sempre presentano il tema dei rifiuti di plastica, con in testa la Norvegia, attuale presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Ma anche altri gruppi di nazioni si sono riuniti per portare avanti la discussione. Ecuador, Germania, Ghana e Vietnam hanno già partecipato a svariate sessioni di incontri e un’altra è già pianificata per settembre. Le piccole nazioni insulari, inondate dai rifiuti di plastica che le correnti riversano sulle loro coste e che hanno più da perdere in termini di conseguenze del cambiamento climatico, hanno portato avanti trattative preliminari per conto proprio.

    L’obiettivo generale di questi incontri preliminari è quello di definire una data entro la quale eliminare lo sversamento di rifiuti di plastica negli oceani. I restanti punti in agenda si concentrano su quattro tematiche: la realizzazione di una serie di definizioni e standard armonizzati mirati ad annullare le incoerenze come ad esempio le diverse definizioni di busta di plastica; il coordinamento di target e progetti nazionali; un accordo su come vengono riportati standard e metodologie e la creazione di un fondo per realizzare strutture di gestione dei rifiuti dove sono più necessarie, nei Paesi meno sviluppati.

    Christina Dixon, oceanografa presso l’Environmental Investigation Agency, un’organizzazione ambientale non profit con base a Londra e Washington, afferma che i metodi esistenti per la gestione del mercato della plastica non sono sostenibili. “Dobbiamo trovare il modo di guardare alla plastica da un punto di vista globale. Abbiamo un materiale che sta inquinando l’ambiente nell’arco di tutto il suo ciclo di vita e in tutti i Paesi del mondo. Nessun Paese è in grado di affrontare il problema da solo”.

    Il potere dell’opinione pubblica e del dibattito

    Anche l’opinione pubblica sta spingendo per un cambiamento. L’inquinamento da plastica è considerato uno dei tre maggiori problemi ambientali, insieme al cambiamento climatico e l’inquinamento delle acque, secondo un sondaggio del 2019 incluso nel report del Business Case per il trattato ONU. I giovani attivisti che sono scesi in piazza nel 2019 per protestare contro la scarsa attenzione rivolta al clima sono sensibili al problema dei rifiuti di plastica. Diversi studi del settore indicano che la generazione Z e i millennial stanno chiedendo ai produttori di beni di consumo di attuare pratiche sostenibili.

    E poi c’è l’aspetto semplice ma non scontato che le parti contrapposte stanno ora dialogando tra loro. 

    Nel 2019 Dave Ford, ex dirigente pubblicitario la cui azienda accompagnava leader aziendali in costosi viaggi in Antartide, Africa e simili destinazioni esotiche, ha deciso di organizzare una crociera di quattro giorni dalle Bermuda al Mar dei Sargassi con incontri e occasioni di confronto che ha riunito 165 persone operanti nel settore dei rifiuti di plastica. La lista dei passeggeri andava dai dirigenti di Dow Chemical a Greenpeace. In una mossa pensata per ottenere la massima visibilità, un attivista di Greenpeace ha condiviso l’alloggio con un dirigente di Nestlé creando quello che a bordo è stato soprannominato il momento “A letto col nemico”. 

    La tattica ha funzionato: molti dei partecipanti alla crociera si stanno ancora confrontando tra loro e le tensioni tra le parti si sono allentate. Ford ha poi fondato la Ocean Plastics Leadership Network reclutando altri attivisti e dirigenti del settore da coinvolgere nel dibattito.

    “Quello che stiamo cercando di fare è far incontrare le parti che da sempre si trovano su fronti contrapposti con l’obiettivo di far comprendere le reciproche situazioni”, afferma Ford, “in molti casi, si può scoprire che le posizioni sono più vicine di quanto si pensi”. LEGGI TUTTO

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    Federica Gasbarro, la green influencer che rappresenterà l’Italia alla Youth4Climate: “C’è un po’ di Greta in ognuno di noi”

    Come spieghi i cambiamenti climatici alle nuove generazioni e quali buone pratiche suggerisci per rendere il mondo migliore?È difficile spiegare i cambiamenti climatici alle nuove generazioni. Il cambiamento climatico è un processo che avviene su un lungo periodo mentre il riscaldamento globale consiste nell’aumento della temperatura. Cerco di analizzare la differenza portando esempi semplici e concreti. Le istituzioni sono fondamentali ma lo è anche l’impegno di tutti, compresi i bambini. Consiglio di riutilizzare la carta, aiutare la mamma a fare la differenziata, andare a scuola a piedi: queste semplici azioni moltiplicate per sette miliardi di persone che popolano la Terra portano grandi risultati. È importante stimolare i ragazzi rispondendo alle loro curiosità, facendo tante domande ed evitando di infondere terrore nonostante la terribile situazione in cui ci troviamo. Dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni l’obiettivo di salvare il pianeta come una missione da raggiungere.

    Greta è un simbolo mondiale della lotta contro i cambiamenti climatici. Che cosa significa per te essere la “Greta italiana”?

    Inizialmente mi sono chiesta: “Perché “Greta Italiana? Io sono Federica”. Ma poi sono andata oltre e ho iniziato a pormi qualche domanda. Essere la “Greta italiana” non significa avere un titolo ma rappresenta tutti i ragazzi che scendono in piazza. Greta traduce l’impegno di ognuno di noi nel far sentire la propria voce, nel combattere per una giusta causa e nel cercare di portare a casa un risultato. Greta è chiunque faccia la sua parte. È un grande onore per me essere definita la Greta italiana.Che ricordi hai della tua partecipazione alla COP25 e che cosa ti aspetti da COP 26?

    Ho senz’altro dei bei ricordi. È stata la mia prima vera COP, non un summit. Avevo tantissime aspettative ed ero convinta di arrivare a una conclusione più corposa dopo le innumerevoli manifestazioni nelle piazze. È stata un’esperienza che inoltre mi ha fatto comprendere che alcuni paesi non hanno la possibilità economica di affrontare una transizione ecologica. Da COP 26 mi aspetto e pretendo da attivista un accordo vero. Basta parole, abbiamo bisogno di fatti e di firme perché non abbiamo tempo. Rimandare ulteriormente significa sancire la firma alla nostra condanna. Ed è importante non accontentarsi.

    Rappresenterai l’Italia alla Youth4Climate. Che cosa rende questo evento, e la tua partecipazione, così importante?

    La partecipazione e la rappresentazione dei giovani, io e Daniele Guadagnolo per l’Italia, in un evento come quello di COP pone una pietra miliare nella loro storia. Non si tratta di una COP giovani ma di un vero e proprio lavoro congiunto portato avanti da 400 ragazzi a 360°. Questo inizia ben prima di fine Settembre e vuole raccogliere le necessità e le istanze dei giovani su tematiche che partono dal problema del climate change e arrivano a toccare temi come: diete sostenibili, moda, youth engagement e una società più consapevole. Il risultato verrà presentato in occasione di Pre COP (ML) ai Ministri che poi inizieranno i loro lavori.

    Quali questioni, tematiche e proposte concrete che riguardano l’agenda climatica e le negoziazioni della Pre-COP26 e della COP26 solleverai? 

    Le tre questioni che mi stanno più a cuore (e che mi sto accorgendo emergono anche nei vari sondaggi tra i giovani) sono il problema dell’articolo 6 – spingere affinché si trovi il famoso “common time frame” per l’attuazione degli NDC’s – supporto economico ai paesi vulnerabili che altrimenti non potrebbero iniziare una transizione ecologica equa e giusta. Penso che mi farò portavoce anche di un altro tema, quello della scuola e della formazione degli insegnanti. L’ambiente deve diventare importante al pari della matematica e deve essere insegnato, oltre che su carta, nello stile di vita in edifici opportunamente efficientati.

    Quali passi in avanti ti aspetti dal dialogo diretto tra i giovani delegati e i ministri presenti alla Pre-COP26?

    Mi aspetto che prendano sul serio le istanze dei giovani in quanto il futuro è di tutti e non possono decidere in pochi, loro. Questo non è più ammissibile perché l’attuale approccio deve essere migliorato. La COP è l’unica occasione per l’umanità per poter cambiare rotta. Rimandare ancora, senza documenti davvero stringenti, significa firmare un altro accordo, quello con un destino sempre più cupo.

    A soli 26 anni sei già stata inserita tra i 100 Number One di Forbes Italia. Quali sono le tue prossime sfide?

    La sfida delle sfide è cercare di ottenere qualcosa di concreto in Italia e  battermi a livello internazionale sui cambiamenti climatici. Le coscienze le abbiamo sollevate e la consapevolezza nella popolazione c’è. Ora dobbiamo agire.  In un prossimo futuro non so se continuerò da scrittrice, divulgatrice, scienziata o membro delle Nazioni Unite. Chi può dirlo? Ma quello che mi preme è l’obiettivo della tutela e della salvaguardia del pianeta. Vedrò quale abito mi calza meglio e lo utilizzerò a questo scopo. LEGGI TUTTO

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    Anche gli oceani nascono e muoiono. Dove si formerà il prossimo?

    “Da sempre abbiamo una scatola nera sotto i piedi”, spiega Douwe van Hinsbergen, esperto di placche tettoniche presso l’Università di Utrecht nei Paesi Bassi. Ma ora l’analisi sismica consente agli scienziati di studiare queste antiche lastre di pietra e riportare indietro l’orologio geologico scoprendo le forze sotterranee che muovono il nostro mondo. Questi resti spettrali di fondale marino si nascondono sotto quasi ogni continente e van Hinsbergen e i suoi colleghi ne hanno catalogato quasi un centinaio nel loro cosiddetto Atlante del mondo sotterraneo (Atlas of the Underworld).Tra le parti più antiche ci sono dei residui di placche oceaniche risalenti a circa 250 milioni di anni fa che oggi si trovano al confine tra mantello e nucleo. Di queste fa parte l’Oceano Paleotetide, che un tempo lambiva le coste del Gondwana, un supercontinente composto principalmente da quello che ora corrisponde a Sudamerica, America, Africa, India, Arabia, Australia e Antartide.

    Mettendo insieme questi pezzi di fondo marino, i codici a barre magnetici e una serie di altri dati geologici, il team di scienziati è riuscito a realizzare una sorprendente ricostruzione di un miliardo di anni di passato del nostro pianeta.

    Merdith, uno dei creatori del modello di ricostruzione, aggiunge che questa non è la rappresentazione definitiva dell’antica forma della Terra che potrebbe anzi essere aggiornata con il ritrovamento e l’analisi di nuovi dati. Ma osservare questa danza di continenti e oceani evidenzia ancora una volta la natura affascinante della mutevole superficie del nostro pianeta.

    “Fa tutto parte del puzzle globale”, afferma Shephard.

    Increspature sugli habitat terrestri

    Mentre gli oceani si aprono e si chiudono e i continenti si spostano sul pianeta, gli ambienti in trasformazione pongono le basi per le mutazioni della vita. La formazione di un nuovo oceano, ad esempio, può essere una manna per la biodiversità, come è avvenuto quando la Pangea si è spezzata, secondo il lavoro di Peters e colleghi.

    La Pangea conteneva i gruppi ancestrali di tutte le principali creature terrestri odierne, spiega Peters; dopo che il supercontinente si è spaccato in più parti, gli animali terrestri si sono evoluti nei rispettivi territori isolati sviluppando una varietà di colori, dimensioni e stili di vita. I nuovi flussi di circolazione oceanica hanno apportato umidità nelle zone continentali  interne, prima secche. Nel frattempo, lingue di acque basse e illuminate dal sole si sono aperte lungo nuove piattaforme continentali consentendo alla vita marina di prosperare.

    “Quelle aree ai bordi delle piattaforme continentali formano habitat ideali per creature come molluschi e pesci”, afferma Peter. Lo spaccamento della Pangea ha creato le condizioni per l’esplosione della vita sulla Terra.

    Anche gli spostamenti tettonici più lievi possono avere impatti drastici sul mondo in superficie. Un esempio particolarmente eclatante è la formazione dell’Istmo di Panama, una striscia di terra che collega l’America del Nord all’America del Sud, spiega Peters: 20 milioni di anni fa circa l’acqua scorreva dall’Atlantico al Pacifico attraverso questa arteria oceanica ma quando la placca del Pacifico si è inserita sotto la placca caraibica ha sollevato il fondo del mare spingendo in superficie i vulcani sottomarini.

    Il canale di collegamento tra gli oceani iniziò a restringersi per poi chiudersi completamente. Questo cambiamento portò le acque calde a deviare verso nord in una corrente ora nota come corrente del golfo che ha aumentato le temperature nell’Europa nordoccidentale rendendo più mite il clima della regione, nonostante questa si trovi a una distanza a nord dell’equatore simile a quella di alcune gelide parti del Canada.

    Questo cambiamento pose inoltre le basi per l’attuale circolazione termoalina (il cosiddetto Grande Nastro Trasportatore) delle correnti oceaniche che controlla l’andamento delle tempeste, il flusso di nutrienti e molto altro. “La chiusura dell’Istmo di Panama ha avuto importanti conseguenze”, afferma Peters.

    Gli oceani futuri

    Nel futuro del nostro pianeta ci sono molti spostamenti tettonici che modificheranno ulteriormente il nostro mondo. Tra circa 250 milioni di anni le masse continentali della Terra potrebbero riunirsi nuovamente formando un supercontinente: Pangea Ultima. In questo possibile scenario, ipotizzato da Christopher Scotese, direttore del progetto PALEOMAP, l’Oceano Atlantico è quasi chiuso e ridotto a un modesto mare interno.

    Ma il futuro geologico rimane un grande punto interrogativo. Potrebbe succedere l’opposto: potrebbe chiudersi l’Oceano Pacifico formando un supercontinente dall’altra parte del mondo, chiamato Novopangea. Altri modelli ancora suggeriscono diverse combinazioni di cambiamenti che prevedono la chiusura dell’Atlantico e del Pacifico e la nascita di nuovi oceani in Asia.

    A prescindere da quale sarà lo scenario nel nostro distante futuro, gli spostamenti tettonici sono già in atto. Gli scienziati ritengono che il prossimo oceano della Terra potrebbe formarsi nella zona del rift dell’Africa orientale dove una crescente cresta di roccia rovente sta separando una striscia di terra lungo la costa orientale del continente, spiega Cynthia Ebinger, geofisica presso l’Università Tulane che ha condotto approfondite ricerche nell’area.

    Questo spaccamento ha conseguenze molto tangibili oggi, come rivela l’abbondante vulcanismo in questa parte del mondo, compresa la devastante eruzione del monte Nyiragongo nella Repubblica Democratica del Congo che recentemente ha causato lo sfollamento di 400.000 persone e fatto almeno 32 vittime. Un altro vulcano, sulla costa dell’Eritrea, sta avendo un impatto diverso: sta tenendo a bada il Mar Rosso, proteggendo parti dell’Etiopia nordorientale che sono sotto il livello del mare dalle inondazioni, racconta Ebinger. Un tempo in questa regione si formò un piccolo oceano, e anche se l’acqua si è ormai prosciugata da tempo, il movimento delle placche terrestri potrebbe prima o poi ricrearlo.

    Ma se è vero che i movimenti tettonici sono un fattore determinante per il passato e il futuro geologico del nostro pianeta, un’altra potente forza sta agendo sui processi terrestri: noi. L’uomo sta emettendo nei cieli gas che riscaldano il pianeta a ritmi senza precedenti alterando la circolazione oceanica e atmosferica con conseguenze letali. Con le importazioni e i viaggi l’uomo sta inoltre mescolando gli ecosistemi come non è mai successo prima.

    “Questo è un processo che la Terra non ha mai vissuto, in nessuna era”, afferma Peters.

    L’epoca dell’uomo è un attimo in termini di tempi geologici ma le nostre azioni lasceranno certamente segni indelebili sul nostro mondo, in particolare gli interventi di mescolanza della biosfera, continua Peters.

    “I segni saranno presenti in ogni organismo che esisterà in futuro”, afferma, “così come la Pangea esiste in ogni organismo esistente oggi”. LEGGI TUTTO