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    Il caffè riuscirà a “risvegliare” le foreste pluviali del Costa Rica?

    Una soluzione che va a beneficio di tuttiI chicchi di caffè sono i semi di un frutto chiamato ciliegia di caffè che, quando viene raccolto, assomiglia a una ciliegia di colore giallo o rosso acceso. Per ottenere i chicchi di caffè, i produttori rimuovono la buccia, la polpa e altre pellicole interne del frutto. Poi ciò che resta viene fatto asciugare e tostato per fare poi la polvere usata per preparare la bevanda che finisce nelle nostre tazzine ogni mattina. Circa la metà del peso di un raccolto di caffè finisce in scarti.

    In Costa Rica, racconta Rakan Zahawi, uno degli autori dello studio nonché direttore del Lyon Arboretum dell’Università delle Hawaii a Manoa, i produttori di caffè generalmente portano tutti gli scarti di produzione in aree di stoccaggio dove vengono lasciati a decomporre.

    Nei primi anni 2000, Zahawi aveva conosciuto un simile progetto di ripristino basato sull’uso delle bucce di arancia.

    “La differenza era come dal giorno alla notte” racconta descrivendo le foreste trattate con le bucce d’arancia rispetto a quelle non trattate, “gli effetti erano davvero evidenti”.

    L’idea alla base di quel progetto gli tornò in mente quando iniziò a lavorare in Costa Rica e si rese conto della quantità di rifiuti generati dall’importante industria del caffè del Paese. Se i residui di polpa del caffè potessero essere utilizzati in qualche modo, pensarono Cole e Zahawi, tutti i soggetti coinvolti — produttori di caffè, proprietari dei terreni e ambientalisti — ne trarrebbero beneficio.

    “Di base si tratta di un sostanzioso prodotto di scarto, costoso da smaltire, e i produttori lo cedono gratuitamente”, afferma Cole. Al posto dei costi necessari per lo stoccaggio e il compostaggio di questi scarti, i ricercatori hanno dovuto far fronte soltanto al costo di noleggio dei camion per il trasporto sui terreni.

    Come e perché funziona

    Funziona così: si sparge uno strato spesso circa mezzo metro di polpa di caffè su un’area ricoperta di erba da foraggio. La vegetazione sottostante col tempo “cuoce” e muore per asfissia quindi si decompone.

    “In questo modo muoiono anche le radici e i rizomi dell’erba”, aggiunge Zahawi.

    Zahawi e Cole hanno rilevato che l’erba decomposta, insieme allo strato di caffè ricco di nutrienti, creano un terreno fertile. Questo terreno attrae gli insetti che a loro volta attraggono gli uccelli, i quali vi depositano i semi, come fa anche il vento.

    A quel punto inizia la rinascita.

    “Sembra che non succeda nulla per i primi due o tre anni ma poi avviene una vera e propria esplosione di nuove piante” afferma Zahawi “il terreno è così ricco di sostanze nutrienti che sembra che le piante crescano sotto steroidi”.

    È stato osservato che è determinante applicare uno strato di polpa sufficientemente spesso su aree abbastanza pianeggianti da non consentire il dilavamento e in condizioni climatiche che prevedano un periodo asciutto che permetta al caffè di “cuocere”. Essenzialmente diventa una compostiera molto efficace.

    “Se si mette una mano in quella miscela, si avverte proprio calore, non troppo, ma quel tanto che basta a soffocare l’erba sottostante” racconta Zahawi.

    Un metodo alternativo per eliminare le erbe infestanti sarebbe l’applicazione di teli di plastica fissati in posizione con dei pesi. Però con questo metodo “si produrrebbero notevoli quantità di rifiuti di plastica”, afferma Zahawi. Inoltre sarebbe comunque necessario aggiungere del terreno fertile per stimolare la crescita di nuove piante.

    Cole afferma che il modo più diffuso per ripristinare le foreste è piantare alberi. Ma è un’attività costosa che richiede molta manodopera, soprattutto rispetto alla semplice applicazione degli scarti del caffè lasciando che la natura faccia il resto.

    “Inizialmente ero piuttosto scettica, non ero sicura che avrebbe funzionato. Pensavo che sarebbe semplicemente cresciuta dell’erba più verde”, afferma. Invece abbiamo assistito alla rinascita della foresta pluviale.

    Ostacoli e ulteriori ricerche

    Anche se l’esperimento di Cole e Zahawi con la polpa di caffè ha prodotto un’efficace spinta per la rinascita delle foreste, ci sono degli aspetti negativi da considerare.

    “La polpa di caffè è davvero maleodorante” racconta Cole, che è cresciuta vicino a una piantagione di caffè in Costa Rica “io sono cresciuta con quell’odore ma per molte persone può essere piuttosto sgradevole”. 

    Inoltre questi scarti organici attirano molte mosche e altri insetti che, se da un lato presentano il vantaggio di attrarre gli uccelli – fondamentali per la dispersione dei semi – sono nocivi per le persone che vivono nei paraggi.

    “C’è anche la possibilità di effetti negativi per i bacini idrici: potrebbero verificarsi contaminazioni” afferma Cole. La polpa di caffè contiene sostanze nutritive come azoto e fosforo che possono avere impatti negativi su fiumi e laghi causando ad esempio un’eccessiva crescita di alghe. Inoltre la polpa potrebbe contenere tracce dei pesticidi utilizzati durante la coltivazione.

    Questo esperimento è stato eseguito in una zona lontana da risorse idriche ma Cole afferma che le loro prossime ricerche si concentreranno sullo studio del potenziale impatto sulle aree circostanti.

    Il precedente progetto incentrato sull’uso delle bucce d’arancia per incrementare la ricrescita delle foreste in Costa Rica era partito ma poi aveva incontrato degli ostacoli. Quando il produttore di succo d’arancia Del Oro avviò una collaborazione con un’area protetta locale per la distribuzione di grandi quantità di bucce d’arancia su terreni precedentemente utilizzati come pascoli, il suo concorrente locale, TicoFrut, sostenne che il programma fosse semplicemente un modo per disfarsi dei rifiuti. Il programma fu bloccato dalle autorità del Costa Rica che presero le parti dell’azienda concorrente.

    Un futuro promettente per le foreste?

    Dan Janzen e Winnie Hallwachs, coppia nella vita ed entrambi ecologisti tropicali presso l’Università della Pennsylvania, non sono stupiti del successo ecologico dell’esperimento di riforestazione di Cole e Zahawi; fu Janzen a proporre allo stesso scopo la collaborazione tra Del Oro e l’area protetta nel 1996, e a parlare a Zahawi di quell’idea.

    Già due decenni fa, assistette a un successo simile.

    Janzen racconta che sei mesi dopo l’applicazione delle bucce d’arancia, il terreno di un ettaro su cui si fece la prova al tempo “aveva un aspetto e un odore terribili”.

    “Un anno e mezzo dopo, il panorama era molto diverso: al posto delle infestanti erbe da foraggio c’era una meravigliosa macchia di latifoglie variegate che cresceva su un ricco terreno scuro. Sostanzialmente avevamo realizzato un’ottima fertilizzazione del terreno. Ce l’avevamo fatta”, scrive Janzen per e-mail.

    Janzen pensa che il progetto con la polpa di caffè potrebbe non avere lo stesso destino del fallito progetto con le bucce d’arancia sostenendo che sia “meno invischiato in spinose questioni politiche” e gestito da produttori più piccoli piuttosto che da grandi aziende in competizione tra loro.

    Oltre a studiare gli impatti a lungo termine, Cole è interessata a testare altri sottoprodotti agricoli. Essendo i rifiuti organici di questo tipo ricchi di nutrienti e non nocivi alla salute umana, si aspetta di ottenere risultati simili. LEGGI TUTTO

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    Il fracking degli USA rilancia l’industria europea della plastica

    L’espansione petrolchimica in EuropaLa costruzione di un nuovo impianto non garantisce che quelli più vecchi verranno chiusi, sostengono gli oppositori. E anche se così fosse, il nuovo sito garantirà un flusso di etilene a sostegno della produzione di plastica per molto tempo proprio mentre l’Europa sta provando a ridurre l’utilizzo di questo materiale.

    A luglio entrerà in vigore un notevole incentivo a livello europeo per la riduzione della plastica monouso: gli articoli usa e getta, come posate, piatti e bicchieri, verranno banditi e i tappi dovranno essere attaccati alle bottiglie, così che non si possano disperdere. Questo sforzo subirà un’ulteriore accelerazione nei prossimi anni, con gli obiettivi di raccolta delle bottiglie in plastica e l’obbligo per cui queste ultime dovranno essere composte al 25% di materiale riciclato entro il 2025.

    L’impegno dell’Europa a contrastare i rifiuti di plastica è il più ambizioso al mondo, ha affermato Tim Gabriel, legale senior del gruppo di pressione Environmental Investigation Agency. Realizzare un nuovo impianto produttivo “si pone in aperto contrasto” con tale impegno e con gli obiettivi ambiziosi di riduzione del carbonio dell’Europa, ha aggiunto.

    In risposta a questa affermazione il gruppo industriale PlasticsEurope sottolinea che la soluzione è riciclare, invece di ridurre la produzione di plastica. Come fa notare il gruppo, anche i materiali alternativi comportano conseguenze a livello ambientale.

    Nonostante le preoccupazioni relative ai rifiuti di plastica, con ogni probabilità la domanda globale di questo versatile materiale continuerà ad aumentare, sostengono gli analisti del settore. Il suo uso in automobili, aeroplani, apparecchi, materiali edili, abbigliamento e dispositivi elettronici, implica che il suo consumo segua l’andamento dell’espansione economica nonché la crescita della classe media nei Paesi in via di sviluppo.

    L’etano statunitense al momento rifornisce il 10% della produzione europea di etilene e lo stabilimento di Anversa porterà la percentuale al 20%, secondo Patrick Kirby, analista presso Wood Mackenzie, una società di consulenza del settore energetico e chimico. 

    La nuova offerta “sta esportando in Europa l’espansione petrolchimica degli Stati Uniti”, ha affermato Steven Feit, legale presso il gruppo di ricerca e tutela ambientale International Environmental Law. 

    Un’ancora di salvezza per le aziende in difficoltà

    Le vendite di etano, in patria e all’estero, hanno permesso di recuperare il tanto necessario fatturato alle aziende americane di idrofratturazione, molte delle quali sono recentemente andate incontro a problemi legati agli ingenti debiti e ai prezzi ai minimi storici del gas naturale e del petrolio.

    L’Europa non è l’unico territorio in cui l’etano americano sta favorendo i produttori di plastica. Globalmente, le esportazioni di questo gas sono aumentate del 585%, passando da 800.000 tonnellate nel 2014 a oltre 5,5 milioni di tonnellate nel 2020, secondo ICIS, una società di analisi del settore chimico ed energetico. Sempre secondo ICIS, il Canada è il mercato principale, seguito da India, Europa e Cina.

    Le grandi aziende di idrocarburi, da ExxonMobil a Saudi Aramco, considerano la plastica un prodotto in crescita in un futuro in cui i veicoli elettrici e i timori legati al cambiamento climatico potrebbero condannare a un costante declino la produzione di petrolio e gas. Nel 2016 il World Economic Forum aveva previsto che la produzione di plastica sarebbe raddoppiata in 20 anni e secondo l’International Energy Agency i prodotti petrolchimici, tra cui la plastica, sosterranno la metà dell’aumento della domanda di petrolio nei prossimi tre decenni.

    “La plastica è il ‘piano B’ dell’industria dei combustibili fossili” ha affermato” Luján.

    Eppure, fin dall’inizio dell’anno scorso l’espansione globale aveva portato a un’eccedenza di plastica grezza e dei suoi componenti chimici di base. Inizialmente sembrava possibile che l’arresto dell’economia globale provocato dalla pandemia del 2020 potesse aggravare tale eccedenza, e questi timori potrebbero essere stati alla base della decisione di INEOS di posticipare i lavori su un impianto che avrebbe dovuto funzionare parallelamente a quello di Anversa per realizzare propilene, un altro ingrediente plastico.

    Pare invece che il COVID-19 non sia stato così negativo per i produttori di plastica, come era sembrato inizialmente. Questo anno di sconvolgimenti ha trasformato i modelli di spesa, il cibo da asporto e lo shopping online hanno aumentato la domanda di packaging mentre mascherine e altri dispositivi di protezione hanno avuto una notevole espansione. Il denaro che una volta veniva speso per viaggi e divertimenti è servito invece per acquistare laptop, console da gioco, attrezzature per il fitness e apparecchi, tutti oggetti che contengono plastica.

    “La domanda ha tenuto decisamente bene” ha spiegato Will Beacham, vicedirettore di ICIS Chemical Business, una pubblicazione del settore. “Ora sembra che l’eccedenza non sia così grave come si temeva”.

    Tuttavia, quando si tratta della plastica, i critici affermano che le comuni dinamiche dei mercati sono spesso invertite. “In più casi si è dimostrato che la plastica è un materiale in cui l’offerta guida la domanda”, spiega Feit.

    Prima, il surplus di etano ha stimolato la produzione di quantitativi superiori di plastica, prosegue. E le aziende impongono questo materiale economico ai consumatori, che spesso hanno pochissima scelta sulla composizione di un oggetto o sul tipo di packaging.

    “In ultima analisi, la questione è direzionale”, ha affermato. “Riguarda la quantità di plastica che produciamo. E al momento, ne stiamo producendo troppa”.  LEGGI TUTTO

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    Gli oceani devono essere protetti ora: come raggiungere gli obiettivi di tutela entro il 2030

    I dati rilevati hanno creato un quadro che gli scienziati affermano possa essere usato dalle nazioni per affrontare le tre problematiche citate (risorse ittiche, biodiversità e clima), separatamente o congiuntamente, in base a quelle che sono le priorità nazionali. Per risolverle al meglio tutte e tre, sarebbe necessario proteggere almeno il 30% degli oceani, sostengono gli scienziati. Ma si possono realizzare efficaci azioni di tutela anche concentrandosi sulle aree chiave; e la cooperazione globale nell’identificazione strategica delle aree da proteggere consentirebbe un’efficacia doppia rispetto agli sforzi delle singole nazioni, sempre secondo quanto affermano gli scienziati.Rilascio di carbonio 

    Questa ricerca è la prima ad analizzare il potenziale rilascio di biossido di carbonio negli oceani come conseguenza delle attività di pesca a traino e di dragaggio per la raccolta di invertebrati come ad esempio le capesante. I sedimenti marini contengono “il più grande accumulo di carbonio organico” sulla Terra e sono una riserva chiave per l’immagazzinamento a lungo termine, si afferma nello studio.

    Il carbonio rilasciato dal trascinamento delle pesanti reti sul fondo marino, che smuove i sedimenti, “molto probabilmente aumenta l’acidificazione degli oceani” sostiene lo studio. Inoltre potrebbe ridurre la capacità dell’oceano di assorbire la CO2 dall’aria, aumentando quindi il carico atmosferico che determina il riscaldamento globale.

    L’indice esatto di aumento della CO2 atmosferica causato dalla pesca a strascico è un dato che rimane sconosciuto, ammettono Sala e colleghi. Ma proprio perché l’impronta ecologica globale delle attività di pesca a traino è ridotta, affermano gli scienziati, proteggendo anche solo il 3,6% degli oceani si eliminerebbe il 90% del rischio. Le aree più vulnerabili al rilascio di carbonio si trovano sulle piattaforme continentali e includono la zona economica esclusiva della Cina, le aree costiere dell’Europa atlantica e la dorsale di Nazca del Perù.

    Nell’ottica del meeting di ottobre per la Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite che si terrà a Kunming, in Cina, gli scienziati sottolineano l’importanza della cooperazione globale per la protezione dei mari. A Kunming, l’ONU spera che 190 Nazioni sottoscriveranno un accordo sulla biodiversità in cui l’obiettivo del “30% entro il 2030” è uno dei principali intenti.

    “Questo è uno dei motivi che hanno mosso il nostro lavoro” afferma Sala, che dirige il Pristine Seas Program presso la National Geographic Society. “Dobbiamo accertarci che i dati scientifici siano assolutamente chiari, in modo da non consentire alle manovre politiche di prevalere nelle decisioni sulle aree naturali da porre sotto tutela. Siamo già nelle condizioni ipotizzate dalla legge dei rendimenti decrescenti: gli oceani non sono più in grado di compensare il nostro impatto. Non riescono a tenere il passo con il disturbo antropico. Dobbiamo lasciare agli oceani più spazio, in modo che possano continuare a mantenere noi e il resto delle forme di vita del pianeta”.

    Gli scienziati affermano che la maggior parte di quelle che hanno denominato aree prioritarie si trovano all’interno delle zone economiche esclusive delle nazioni costiere, ovvero quelle aree che si estendono fino a 200 miglia nautiche al largo della costa. L’istituzione di alcune aree marine protette anche nelle zone di alto mare — dove le acque sono governate dalle leggi internazionali — apporterebbe importanti benefici in termini di recupero dell’habitat e delle popolazioni ittiche. Tali aree includono il pianoro delle Mascarene nell’Oceano Indiano, la Dorsale indiana sudoccidentale tra l’Africa e l’Antartide, e un altro paio di imponenti dorsali sottomarine: la Dorsale medio atlantica e la Dorsale di Nazca del Perù.

    Le acque più produttive del mondo

    Proteggere la Dorsale di Nazca, una catena montuosa sottomarina formatasi dall’attività vulcanica, significherebbe proteggere la biodiversità in quelle che sono alcune delle acque più produttive del pianeta. L’habitat della Dorsale di Nazca ospita specie come gli squali di profondità, serve da nursery per il pesce spada e lo sgombro, ed è una tappa migratoria nonché area di alimentazione per le balenottere azzurre. Oltre il 40% dei pesci e degli invertebrati che vivono nei pressi di questi rilievi marini non si trovano in nessun altro luogo della terra, e la zona scelta per la nuova area marina protetta contiene molte specie minacciate, in pericolo o le cui popolazioni sono in forte declino, e habitat fragili che hanno lenti processi di recupero dai danni provocati dalle attività umane.

    L’AMP proposta ha un’estensione di circa 27.000 miglia nautiche quadrate (quasi 93.000 km quadrati), che corrispondono a circa il 7,3% delle acque peruviane. Majluf, che ricopre anche il ruolo di vicepresidente in Perù di Oceana, un’organizzazione non profit di conservazione ambientale, afferma che la protezione di quest’area impedirebbe il possibile danneggiamento di questi monti sottomarini se l’area fosse aperta alla pesca del moro oceanico, commercializzato come branzino cileno o spigola cilena, e pescato usando i palangari fissi. Attualmente meno del 7% del pescato annuale di moro oceanico viene realizzato all’interno del perimetro dell’area protetta proposta.

    Dichiarando la dorsale area protetta si terrebbe al di fuori delle acque peruviane anche una flotta cinese che pesca i calamari al largo del Sud America, afferma Majluf, che non ha partecipato al lavoro pubblicato su Nature.

    Se l’area marina protetta della dorsale di Nazca dovesse essere finalizzata, il Perù raggiungerebbe 8 dei 10 punti percentuali per i quali si è impegnato a proteggere le proprie acque. Majluf afferma: “la direzione da percorrere per il futuro è realizzare piccole ma molteplici aree marine protette, più vicine alla costa, e contrastare ulteriormente le attività umane”. LEGGI TUTTO

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    L'Amazzonia contribuisce al riscaldamento globale: ma la colpa è dell'uomo

    Ma l’assorbimento e l’emissione di CO2 è solo uno dei modi in cui questa giungla umida, la più ricca di specie sulla Terra, influenza il clima globale: le attività che si svolgono in Amazzonia, sia naturali che prodotte dall’uomo, possono alterare il contributo della foresta pluviale in vari modi, riscaldando direttamente l’aria oppure rilasciando altri gas serra.Il prosciugamento delle zone umide e la compattazione del suolo a causa della deforestazione, ad esempio, possono aumentare le emissioni dell’ossido di azoto, anche questo un gas serra. Gli incendi di disboscamento rilasciano carbonio nero, piccole particelle di fuliggine che assorbono la luce solare e aumentano il calore. La deforestazione può modificare l’andamento delle piogge asciugando e riscaldando ulteriormente la foresta. Le inondazioni periodiche e la costruzione di dighe rilasciano il potente gas metano, emesso anche dall’allevamento del bestiame, uno dei motivi principali per cui le foreste vengono distrutte. Inoltre il 3,5% circa di tutto il metano rilasciato a livello globale viene emesso dal ciclo naturale degli alberi dell’Amazzonia.

    Nessuno fino ad ora aveva cercato di valutare l’impatto complessivo di questi processi in questa regione in fase di rapida trasformazione. Questa ricerca, supportata dalla National Geographic Society e pubblicata sulla rivista Frontiers in Forests and Global Change, stima che il riscaldamento atmosferico causato da tutti questi processi insieme sembra ora annullare il naturale effetto raffreddante della foresta.

    “La deforestazione interferisce con l’assorbimento del carbonio, e questo è un problema” afferma l’autore principale della ricerca Kristofer Covey, docente di studi ambientali presso lo Skidmore College di New York. “Ma prendendo in esame tutti gli altri fattori oltre la CO2, non si può non vedere l’effetto complessivo: l’Amazzonia sta contribuendo al riscaldamento globale”.

    Il danno è grave ma la tendenza può essere invertita, affermano Covey e colleghi. Frenare le emissioni globali causate da carbone, petrolio e gas naturale aiuterebbe a ripristinare l’equilibrio, ma fermare la deforestazione dell’Amazzonia è indispensabile, insieme a ridurre la costruzione di dighe e aumentare le azioni di riforestazione. È ormai chiaro che continuare a tagliare alberi al ritmo attuale non potrà altro che aumentare il riscaldamento di tutto il pianeta.

    “Finora abbiamo fatto affidamento su questo ecosistema per la compensazione dei nostri errori, ma ormai lo abbiamo reso incapace di svolgere la sua funzione” afferma Fiona Soper, coautrice della ricerca e professore assistente presso l’Università McGill.

    Un ecosistema complesso

    Proprio la ricchezza e la biodiversità dell’Amazzonia, che la rendono una regione così meravigliosamente unica, che ospita decine di migliaia di insetti per chilometro quadrato, rende la comprensione di questo ecosistema estremamente difficile. Le brillanti foglie verdi assorbono la CO2 dall’atmosfera convertendola attraverso la fotosintesi in carboidrati che vanno ad alimentare la crescita di tronchi e rami. Nei suoi alberi e nel suolo ricco di carbonio l’Amazzonia immagazzina l’equivalente di quattro o cinque anni di emissioni prodotte dall’uomo, pari a 200 gigatoni di carbonio.

    Ma quello dell’Amazzonia è un ambiente anche estremamente umido in cui le alluvioni ricoprono il suolo della foresta con diversi metri di acqua. I microbi in quei terreni assolati producono metano che è un gas serra da 28 a 86 volte più potente della CO2. Gli alberi fungono da ciminiere incanalando quel metano e rilasciandolo nell’atmosfera.

    Nel frattempo l’umidità proveniente dall’oceano Atlantico, che cade sotto forma di pioggia, viene assorbita dalle piante, usata per la fotosintesi ed espulsa dalle foglie attraverso gli stessi pori che assorbono la CO2. Tornata nell’atmosfera, questa precipita nuovamente sotto forma di pioggia.

    L’uomo interferisce in questi cicli naturali non solo con il cambiamento climatico ma attraverso il disboscamento, la costruzione di bacini idrici, l’attività mineraria e l’agricoltura. Negli ultimi anni la deforestazione ha raggiunto livelli record in Brasile segnando nel 2020 valori massimi dal 2008, un aumento di quasi il 10% rispetto all’anno precedente.

    Alcuni di questi processi prelevano i gas serra dell’atmosfera mentre altri determinano l’aumento di questi gas e ognuno di questi fattori influenza gli altri. Fino a poco tempo fa nessuno aveva cercato di comprendere appieno questo complesso equilibrio. “Si tratta di un sistema di interazione di diversi componenti, ognuno dei quali viene misurato in maniera diversa, con tempistiche differenti e da diversi esperti” afferma Soper.

    Quello che è chiaro è che la foresta è cambiata rapidamente e in modi allarmanti. Le piogge sono ora più violente e frequenti rispetto al passato e provocano alluvioni senza precedenti. Le condizioni di siccità si presentano più spesso e in alcune aree durano di più. Alberi che prediligono zone umide vengono soppiantati da specie più alte che tollerano meglio le condizioni aride. Gli incendi illegali sono nuovamente in aumento. Nel 2019 sono stati bruciati quasi 2,2 milioni di ettari di foresta, un’area pari a quella del New Jersey.

    Così, nel 2019 la National Geographic Society ha riunito Covey, Soper e un team di altri esperti dell’Amazzonia per iniziare un lavoro volto a esaminare i vari processi e le loro interazioni. Non è stato necessario eseguire nuove misurazioni, sono stati individuati invece nuovi modi per analizzare i dati esistenti con lo scopo di ottenere un quadro complessivo della situazione.

    Oltre la CO2

    I risultati presentano un certo margine di incertezza, ma un dato è sicuro: concentrarsi su un solo parametro — la CO2 —  non consente di avere una visione d’insieme. “Per quanto sia importante il ruolo del carbonio in Amazzonia, questo non è l’unico elemento che influenza l’ecosistema” afferma Tom Lovejoy, docente di biodiversità della United Nations Foundation, che ha lavorato nell’Amazzonia brasiliana per decenni. “L’unica sorpresa, per così dire, è stata realizzare quanto ce ne sia, sommando tutti i fattori”.

    L’estrazione delle risorse, la costruzione di dighe e la conversione delle foreste in coltivazioni di soia e terreni per l’allevamento sono tutte attività che alterano i sistemi naturali in diversi modi. Per la maggior parte comunque, queste azioni determinano il riscaldamento del clima. Il metano è un fattore particolarmente importante. Sebbene le principali fonti di metano rimangano comunque i processi naturali delle foreste, la capacità dell’Amazzonia di assorbire il carbonio in passato riusciva a compensare molto meglio le emissioni di metano. È stato l’uomo a ridurre tale capacità.

    Rob Jackson, scienziato del sistema terrestre presso la Stanford University e autorevole esperto di emissioni di gas serra, considera la nuova ricerca un valido contributo. “L’ecosistema dell’Amazzonia è vulnerabile, e si tende a concentrarsi sull’analisi di un solo gas serra” afferma.

    Patrick Megonigal, direttore associato di ricerca presso lo Smithsonian Environmental Research Center, concorda. “L’aspetto fondamentale di questo lavoro è che estende la ricerca anche agli altri fattori, quando il dibattito pubblico si concentra invece per il 90% solo sull’anidride carbonica” afferma. 

    “La CO2 non è l’unico fattore responsabile. Se prendiamo in considerazione l’interazione di tutti i processi, la situazione dell’Amazzonia ci dice che l’impatto delle attività umane è peggiore di quanto pensassimo”.

    Sono molti gli interrogativi che rimangono aperti. Quello principale per Megonigal, e che preoccupa anche Lovejoy, è: in che modo tutti questi fattori influenzano il clima dell’Amazzonia? È un aspetto importante perché l’Amazzonia produce gran parte della propria umidità: la stessa molecola d’acqua attraversa diversi cicli nella foresta seguendo il movimento dell’aria che dall’Atlantico a ovest attraversa tutto il continente.

    Una recente analisi condotta da Lovejoy e Carlos Nobre, scienziato del clima presso l’Istituto di studi avanzati dell’Università di San Paolo, suggerisce che l’aumento della deforestazione potrebbe alterare anche il flusso dell’umidità, che a sua volta potrebbe portare ampie parti dell’Amazzonia a trasformarsi permanentemente in savana. I due ricercatori ritengono che il punto di svolta si potrebbe raggiungere con la deforestazione di appena il 20-25% della foresta pluviale.

    Questo sarebbe un grosso problema per il clima in quanto ridurrebbe ancora di più il potenziale della foresta di prelevare dall’atmosfera una parte delle nostre emissioni. Una stima del governo brasiliano indica che la deforestazione ha già raggiunto il 17%.

    Quello che succede in Brasile (e nei Paesi vicini dell’Amazzonia) ha effetti in tutto il mondo. Negli Stati Uniti un gruppo di leader ambientali di quattro amministrazioni precedenti, sia democratici che repubblicani — Bush senior, Clinton, Bush junior e Obama —  hanno recentemente fatto un appello al presidente Joe Biden perché richieda al governo brasiliano di ridurre la deforestazione esortando Biden a usare gli scambi commerciali con gli USA come leva.

    Il Brasile e gli Stati Uniti sono attualmente in fase di negoziazione. Biden vorrebbe istituire un fondo da 20 miliardi di euro per proteggere l’Amazzonia ma il Brasile considera l’iniziativa una minaccia alla sua sovranità.

    NOTA DELL’EDITORE: la didascalia e il titolo di questo articolo sono stati rettificati per chiarire che la foresta pluviale amazzonica sta continuando ad assorbire il carbonio e che l’effetto complessivo di riscaldamento che probabilmente sta avendo sul clima è il risultato del disturbo antropico. LEGGI TUTTO

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    Come combattere la natura altamente invasiva dell'Albero del Paradiso

    Questa famigerata pianta tende ad imporsi sulla vegetazione nativa formando fitti boschetti e secernendo le sue tossine nel terreno. Inoltre i suoi fiori emettono un odore sgradevole; non ha predatori naturali e ospita una serie di insetti invasivi nocivi, come Lycorma delicatula.Da quando un gruppo di orticoltori entusiasti l’ha introdotto negli Stati Uniti quasi 240 anni fa come albero da ombra e nuova specie botanica, l’Ailanthus si è diffuso in tutti gli Stati Uniti, ad eccezione di sei Stati, e ha preso piede in tutti i continenti tranne l’Antartide. 

    Ma potrebbe esserci una nuova arma per contenere questa specie, che è una delle più invasive del continente.

    Gli scienziati hanno recentemente identificato un fungo in grado di uccidere questa specie di albero: un organismo microscopico chiamato Verticillium nonalfalfae, probabilmente nativo della regione che corrisponde a Pennsylvania, Virginia e Ohio.

    “Sembrava che questa pianta non avesse punti deboli fino a quando non abbiamo scoperto questo fungo” spiega Joanne Rebbeck, botanico in pensione dello USDA Forest Service (Servizio forestale del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti), che ha studiato gli effetti del fungo sull’Ailanthus.

    Gli scienziati stanno ora conducendo esperimenti con l’uso del fungo praticando tagli sul tronco delle piante e iniettandovi direttamente il patogeno. 

    I risultati di uno studio, pubblicato a settembre 2020 sulla rivista Biological Control, rivelano un’“elevata efficacia” del fungo nel controllo dell’Ailanthus.

    Sarebbe un sogno che si avvera per gli ecologi che mirano a preservare gli ecosistemi nativi e la diversità degli insetti ma gli scienziati devono prima accertarsi che l’introduzione del fungo non abbia effetti collaterali e non crei problemi ancora più grandi.

    Dal rospo delle canne in Australia al Larinus planus negli Stati Uniti occidentali, la storia insegna che sottovalutare i rischi ecologici del controllo biologico — ovvero l’uso di un organismo vivente per contenerne un altro — può avere serie conseguenze.

    Un “diffusore di insetti”

    L’Ailanthus è una piaga per tutte le foreste del Nord America, dove soppianta le specie autoctone, come ad esempio la quercia rossa, oltre a danneggiare le infrastrutture e i terreni agricoli, distruggere le reti fognarie, le superfici pavimentate e le fondamenta degli edifici.

    Questa pianta è in grado di prosperare in aree colpite da incendi, in zone fortemente influenzate dall’azione dell’uomo, come quelle circostanti le autostrade, e una volta che attecchisce, è quasi impossibile da eradicare. L’Ailanthus può crescere fino a quasi due metri e mezzo nel suo primo anno di vita, moltiplicandosi nel frattempo mediante polloni e attraverso le centinaia di migliaia di semi che ogni albero produce e che vengono sparsi dai venti. Il suo arco di vita può arrivare a un secolo e la sua altezza a oltre venti metri. 

    È inoltre una specie allelopatica ovvero che inibisce la crescita di altre piante nelle immediate vicinanze mediante il rilascio di particolari sostanze chimiche nel terreno.

    Gli unici modi che attualmente hanno gli agricoltori e i gestori di terreni per combattere l’Ailanthus sono l’uso di potenti erbicidi e l’abbattimento periodico degli alberi. 

    Ma “già dopo un anno le piante si presentano ancora più folte e vigorose” afferma Rachel Brooks, dottoranda presso il Virginia Tech’s School of Plant and Environmental Science e coautrice dello studio del 2020. “Contenere l’espansione di questa specie è dispendioso e richiede molta manodopera”. LEGGI TUTTO

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    L’Italia non rimarrà a gola secca

    La zona del Gargano è nota come lo sperone d’Italia, per la sua forma prominente sul dorso dello stivale geografico. Una zona arida, dove per millenni le popolazioni, nonostante le avversità, sono riuscite a prosperare. «Oggi però tanti contadini stanno abbandonando», spiega Giuseppe Savino. «La vita da contadini è difficile e l’acqua è uno dei problemi principali». Giuseppe è un innovatore. Da qualche anno ha lanciato Vazzapp, assonanza con il software di messaggistica, per mettere insieme giovani agricoltori durante le “contadinner”, delle cene dove ci si scambia idee, si discute di problemi, si cercano soluzioni. «L’acqua è un tema che emerge spesso», continua Giuseppe mentre con il fratello Michele continua il lavoro di potatura invernale tra i filari di trebbiano e nero di troia. Anche le sue viti si trovano sempre più spesso in situazioni critiche. «Nel 2017 la siccità ci ha messo quasi in ginocchio, abbiamo dovuto pompare 24 ore su 24 dalla falda più profonda perché quella del bacino di irrigazione era finita», continua. «Quando non hai più acqua non puoi far altro che alzare le mani e arrenderti. Quello che non capiamo è che non servono nuove dighe per irrigare, ma serve diminuire gli sprechi, serve educare ad un uso intelligente dell’acqua».Le criticità strutturali dell’Italia sono note. Acquedotti colabrodo, depuratori insufficienti o inesistenti in varie regioni del sud, sprechi diffusi sia a casa che nei campi, frammentazione della gestione delle acque, privatizzazioni delle fonti di qualità, mancanza di una legge quadro, nonostante un referendum popolare, che ha raccolto oltre 20 milioni di voti per garantire l’acqua pubblica e una migliore gestione. Ad aggravare la situazione ci si mette il cambiamento climatico. L’Italia infatti è un hot spot climatico, spiega Donatella Spano del Centro euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici, «per effetto dei cambiamenti climatici – aumento della temperatura media, conseguente aumento di evapotraspirazione e scarse precipitazioni – in Italia è attesa nei decenni a venire una sensibile diminuzione della disponibilità idrica, fino al 40% in meno nel 2080». Nel solo 2017 i quattro principali bacini idrografici italiani – il Po, l’Adige, il Tevere e l’Arno – hanno vissuto un crollo del 40% della propria portata media annua rispetto alla media del trentennio 1981-2010. Undici regioni italiane hanno dovuto chiedere lo stato di emergenza per carenze idriche nel settore potabile. LEGGI TUTTO

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    Alla scoperta della musica del ghiaccio: “Una forma d'arte diretta dalla natura”

    Da allora Isungset ha messo in scena centinaia di concerti di musica del ghiaccio, compreso quello al banchetto del Nobel del 2017, e ha inciso otto album con la sua etichetta All Ice Records. Il musicista considera questa forma d’arte l’opera della sua vita.Ma cos’è esattamente la musica del ghiaccio? I musicisti fanno nascere il ritmo dal ghiaccio naturale oppure suonano strumenti realizzati con il ghiaccio. Gli strumenti usati possono sembrare familiari, ma quando si tratta di questo tipo di musica la natura diventa protagonista e c’è sempre un certo margine di imprevedibilità. Sia la realizzazione che l’uso degli strumenti sono processi che non possono essere completamente controllati, un aspetto che rende ancora più intrigante questa forma d’arte.

    Creare gli strumenti

    Gli strumenti possono essere scolpiti interamente nel ghiaccio, come corni e percussioni, oppure essere ibridi, come le arpe, che hanno un corpo principale in ghiaccio a cui sono fissate le corde metalliche. Isungset collabora con il pluripremiato scultore del ghiaccio Bill Covitz, che vive negli Stati Uniti ma si sposta verso le destinazioni dei concerti in tutto il mondo per realizzare gli strumenti sul posto.

    Un altro artista americano, Tim Linhart, si è concentrato sulle sculture di neve e ghiaccio negli USA prima di spostarsi in Europa e diventare famoso per i suoi strumenti di ghiaccio realizzati a mano. In trentasei anni di attività ne ha creati a centinaia, oltre a 19 orchestre di ghiaccio e 11 sale da concerto a forma di igloo in luoghi che vanno da Luleå, in Svezia, fino alle Alpi italiane.

    Studiando e mescolando in modo intricato i materiali, come il ghiaccio trasparente fatto in casa e l’acqua gassata, insieme alla neve di montagna frantumata, Linhart è in grado di realizzare strumenti come i violini e accordarli praticamente alla perfezione, per quanto consente la natura. È un processo che l’artista chiama, con un gioco di parole, “icemanship” (dalle due parole inglesi “ice”, ovvero “ghiaccio” e “craftsmanship”, ovvero “artigianato”, NdT). LEGGI TUTTO