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    La politica voti per il clima

    Ci sono oltre quindicimila voci che all’unisono chiedono alla politica italiana di occuparsi del riscaldamento globale. Sono quelle delle persone che hanno già firmato  su change.org.,  a meno di 48 ore dal lancio, la petizione “Un voto per il clima”, nata dall’appello dei climatologi, i quali dalle pagine di Repubblica e di Green&Blue hanno chiesto con forza ai partiti di “considerare la crisi climatica come un problema prioritario da affrontare, perché mina alla base tutto il nostro futuro”.

    Ora la vera domanda è: gli schieramenti che affilano le armi per la campagna elettorale, ascolteranno quelle migliaiadi voci? La premessa, e cioè la sordità dimostrata da tutta la politica italiana ai tanti campanelli di allarme climatici degli ultimi anni, non lascia ben sperare. Anche se ci si limita alle ultime, terribili settimane, sembra che tutto venga derubricato a fatalità, imprevedibile e passeggera, mentre al contrario è spesso conseguenza di una emergenza ormai ben nota e studiata dagli scienziati.

    I Palazzi romani hanno ignorato i fumi mefitici che hanno soffocato la città quando sono andati a fuoco i depositi dei rifiuti, così come le nubi sprigionatesi dai roghi di campi e storiche pinete. Hanno rapidamente archiviato, dopo il lutto d’ordinanza per le vittime, la tragedia rappresentata dallo scioglimento dei ghiacci della Marmolada. Hanno delegato alle autorità locali le misure tampone per una siccità senza precedenti che ha ridotto il Po, da re dei fiumi italiani, a rigagnolo divorato dall’acqua di mare che risale dal Delta. Al riparo dei loro impianti di aria condizionata, non devono neppure essersi accorti dei 40 gradi che l’estate del 2022 ha fatto segnare da Nord a Sud. Il risultato è che il clima, nonostante sia la più grande emergenza che gli esseri umani abbiano mai dovuto affrontare a livello globale, è completamente assente da questo inizio di campagna elettore che si concluderà con il voto del 25 settembre.

    L’intervista

    Stefano Mancuso: “La politica non considera il costo sociale della crisi climatica”

    di

    Cristina Nadotti

    04 Agosto 2022

    Per questo i climatologi italiani hanno rotto gli indugi e scritto una lettera aperta ai partiti, a tutti, indipendentemente dalla loro collocazione in Parlamento. Per questo il Premio Nobel per la Fisica 2021 Giorgio Parisi ha aderito all’appello: “I prossimi anni saranno cruciali. Più si aspetta a prendere provvedimenti, più il riscaldamento continua e diventerà difficile tornare indietro”, ha spiegato a Repubblica. “Ecco perché è importante che i partiti mettano in chiaro oggi nei programmi elettorali quali sono i loro progetti per la lotta ai cambiamenti climatici”.Ma il Nobel individua anche l’altro grande corno della questione, l’altro quesito fondamentale: che ruolo avranno gli elettori? Riusciranno con le loro scelte a premiare quelle forze politiche che si saranno dimostrate più attente all’emergenza climatica? “La responsabilità è sia dei politici che degli elettori: se questi ultimi non fanno in modo che sia conveniente per i partiti fare una politica climatica, i politici non la attueranno certo in modo spontaneo”, spiega Parisi.Per gli elettori più giovani il riscaldamento globale è un tema cruciale, come conferma il sondaggio di Demos & PI pubblicato ieri su questo giornale. E forse i partiti, dopo aver nella maggior parte dei casi irriso Greta Thunberg al suo esordio ormai quattro anni fa, si renderanno conto che nel frattempo i coetanei dell’attivista svedese sono diventati maggiorenni e si presenteranno alle urne il prossimo 25 settembre.

    Insomma, non è detto che fare del clima una bandiera, un impegno serio e non di facciata, significhi necessariamente perdere le elezioni. Negli Usa Biden, al netto delle difficoltà poi incontrare per far approvare il suo Climate Bill, le ha vinte. Ma è successo anche nelle più vicine, e simili a noi, Austria e Germania.

    Il Nobel Parisi ha usato una metafora illuminante, è il caso di dirlo: la scienza illumina la strada davanti a noi, come i fari di un’auto nella notte. Ma è la politica che sta al volante, e che può anche decidere di guidare a fari spenti, senza tener conto del parere degli scienziati. Poi però i partiti dovranno render conto ai loro passeggeri, agli elettori. Oggi ce ne sono quasi 15mila che sul clima indicano a gran voce la direzione da prendere. E sono destinati ad aumentare. LEGGI TUTTO

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    Emergenza clima, la tirannia della comodità

    Peccato che Greta Thunberg non sia potuta arrivare a Torino ieri per il primo Climate Social Camp e per il raduno mondiale dei Fridays for Future, il movimento che lanciò nell’estate del 2018 andando a manifestare per il clima, da sola, un venerdì mattina, al posto di andare a scuola, e postando la sua foto su Instagram. Peccato per almeno due ragioni.La prima è che avevamo l’occasione per dirle scusa. Scusa Greta, se non ti abbiamo preso sul serio; scusa se ci siamo offesi quando ci hai accusati di fare solo blablabla; scusa se non abbiamo ancora fatto abbastanza per fermare il riscaldamento globale. L’anno scorso abbiamo promesso solennemente di piantare mille miliardi di alberi entro il 2030: quanti ne abbiamo già piantati? Eppure ora lo stiamo iniziando a capire, a vedere, cosa intendevi quando parlavi di siccità, incendi e ghiacciai che fondono. Speriamo di ricordarci l’estate 2022 non solo come la più calda di sempre (o come la più fresca dei prossimi dieci anni, come avverte un leader ambientalista); ma come quella in cui abbiamo compreso, finalmente, che l’allarme sul clima lanciato dagli scienziati, a partire almeno dal lontano 1972, era vero e fondato. Avevi ragione, avevano ragione. E noi torto. LEGGI TUTTO

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    Il diritto a essere protetti dal cambiamento climatico

    Quando nel 2019 Greta Thunberg fece il famoso discorso in cui disse, ai potenti della Terra, “la casa brucia!” tutti rimasero molto colpiti; ma quel giorno a Davos, in Svizzera, era una splendida giornata di fine gennaio, la temperatura era attorno allo zero, e insomma, non c’erano incendi in vista. Se una casa stava davvero bruciando, come sosteneva quell’adolescente svedese, non era certo la nostra. Ci furono diversi applausi  e tutto continuò come prima o quasi. 

    Sono passati tre anni e mezzo: le estati stanno diventando torride e infinite, i fiumi sono in secca, i ghiacciai fondono davanti ai nostri sguardi attoniti e forse è ora di riconoscere che la casa che brucia è la nostra casa. Il climate change, come l’amore di una vecchia canzone, is here to stay: il cambiamento climatico è arrivato tra noi e non sarà facile sbarazzarsene. 

    Finora il tema era soprattutto relativo alla gestione dell’immigrazione, dei profughi climatici. Gente che viene da paesi lontani, facile ignorare il problema. Ma adesso è entrato nelle nostre vite, sta sconvolgendo le nostre abitudini quotidiane, sta mandando in crisi l’agricoltura e l’allevamento e quindi la catena alimentare; e sta infine aumentando le diseguaglianze fra i pochi ricchi che possono difendersi e quindi adattarsi, e tutti gli altri che ne vengono travolti, come del resto prevedeva l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani già nel 2019.  E invece no: il diritto alla giustizia climatica appartiene a tutti. E’ il diritto ad essere protetti dal cambiamento climatico mentre la transizione ecologica ne cancella le cause. 

    E’ un diritto nuovo perché figlio di una emergenza nuova e richiede una visione nuova. La capacità della politica di agire in base a scenari molto più lunghi del prossimo sondaggio. Come sarà l’Italia nel 2030 se il clima continua a cambiare così rapidamente? E dieci anni dopo? In realtà lo sappiamo: i nostri climatologi ce lo hanno detto. Quando è venuto giù un pezzo del ghiacciaio della Marmolada, ci siamo ricordati degli allarmi inascoltati di qualche anno fa: presto di ghiacciai non ce ne saranno più. Ora lo abbiamo capito?

    Il clima malato divora i ghiacciai. “Nel 2100 rischiano di sparire”

    di

    Alessandra Ziniti

    04 Luglio 2022

    Per questo non è per mera curiosità che dovremmo chiederci: come saranno le nostre città? Come cambierà il modo di vivere? Coltiveremo papaya al posto del grano, in certe regioni ci scorderemo del vino? Dovremo metterci a raccogliere l’acqua piovana per far fronte alla siccità? Il turismo estivo sparirà? Non si tratta di essere apocalittici – gli scienziati non lo sono anzi continuano a dirci che ce la possiamo fare -; ma di essere pragmatici. Avere un Piano. Un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Si chiama proprio così e sul sito del Ministero della Transizione Ecologica l’ultima bozza risale al giugno 2018. Non è mai stato approvato, giace in attesa non si sa bene di cosa. Come accadde per il famoso “Piano pandemico”, che non era stato aggiornato per anni e di cui il Ministero della Salute si ricordò solo dopo l’arrivo del covid. 

    Sachs: “Tragedie così sono colpa dell’uomo. Basta negare la scienza”

    di

    Eugenio Occorsio

    03 Luglio 2022

    Quel Piano può essere lo strumento fondamentale per tutelare i più deboli. Va ripreso. Ma non avrà alcun successo senza una transizione ecologica spedita e convinta. Si tratta, è bene dirselo, di cambiare stili di vita, di passare dallo spreco al riuso, dai combustibili fossili alle rinnovabili, dall’agricoltura intensiva al chilometro zero, dal consumo esclusivo alla condivisione. Ne saremo capaci? Saremo capaci di far parte di una rivoluzione gentile ma radicale per salvare il mondo e fare finalmente qualcosa di concreto “nell’interesse delle future generazioni,” come da qualche mese stabilisce la nostra Costituzione? Saremo capaci, come consumatori, nelle nostre scelte quotidiane, di far capire a chi governa che questo tema ci interessa e che faremo ogni giorno la nostra parte? Abbiamo il dovere di farlo. 

    Non solo i ghiacciai: siccità, incendi e alluvioni, le emergenze estive che preoccupano il governo

    di

    Alessandra Ziniti

    05 Luglio 2022 LEGGI TUTTO