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    Coronavirus: a che velocità sta mutando il virus?

    Ma nel bel mezzo di una pandemia, la parola “mutazione” assume un significato più inquietante. I virus, anche se tecnicamente non considerati “vivi”, mutano ed evolvono infettando le cellule degli organismi ospite e replicandosi. Le modifiche del codice genetico del virus che ne derivano possono aiutarlo a passare più facilmente da un essere umano all’altro oppure ad eludere le difese del sistema immunitario. Tre di questi mutanti del virus SARS-CoV-2 hanno spinto gli esperti a chiedere maggiori sforzi per contrastare la diffusione del virus.
    Ma queste tre versioni del virus sono solo alcune tra le migliaia di varianti di SARS-CoV-2 che si sono create dall’inizio della pandemia. “Attualmente il numero di varianti generate è elevatissimo, perché ci sono molti esseri umani infetti da SARS-CoV-2,” afferma Siobain Duffy, biologa evoluzionista presso la Rutgers School of Environmental and Biological Sciences.
    In Italia preoccupano la variante brasiliana a Perugia, Terni, Abruzzo e Toscana, mentre l’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con le Regioni ha avviato un’indagine rapida per stimare la diffusione della “variante inglese” e comprendere meglio quali rischi ci sono. Si ipotizza la quarantena a 21 giorni mentre continua la campagna di vaccinazione. 
    “È mia opinione che nelle Regioni gialle si debba dare la possibilità ai ristoratori di riaprire la sera e a cinema e teatri di riprendere l’attività in modo progressivo, pensando anche alle palestre” lo ha dichiarato il viceministro alla salute Pierpaolo Sileri, aggiungendo: “Per almeno un paio di settimane, però, manterrei ancora il blocco degli spostamenti tra le Regioni per monitorare meglio la diffusione del virus, facendo un passo indietro nelle zone dove viene individuata la circolazione di una variante che potrebbe diffondersi in modo incontrollato nel Paese. La variante brasiliana, ad esempio, oltre alla contagiosità sembra avere una maggiore aggressività e ciò potrebbe comportare un importante sovraccarico dei nostri ospedali. Col progredire della vaccinazione le cose poi dovranno necessariamente andare meglio: messe in sicurezza le categorie più a rischio, la strada sarà in discesa”.
    Molte di queste varianti semplicemente scompaiono. Ma perché alcune versioni spariscono, e soprattutto perché il virus muta? Qual è il meccanismo che sta dietro all’evoluzione dei virus?
    “Il virus muta perché questo è il suo meccanismo biologico di base,” afferma Simon Anthony, virologo che studia le malattie infettive presso l’Università della California a Davis. “La domanda piuttosto è: queste modifiche hanno rilevanza per noi?”
    La riproduzione dei codici genetici
    La tendenza innata dei virus è quella di replicarsi. Ma queste piccole entità non possono fare granché da sole. I virus sono essenzialmente spirali di materiale genetico racchiuso in un involucro proteico che a volte è ricoperto da un rivestimento esterno. Per potersi replicare il virus ha bisogno di trovare un ospite; a quel punto il virus si lega alle cellule dell’ospite, inserendo materiale genetico che dirotta i meccanismi cellulari dell’ospite e crea una nuova generazione di progenie virale.
    Ma ogni volta che viene generata una nuova copia c’è la possibilità che si verifichi un errore, ovvero una mutazione. Le mutazioni sono come errori di battitura nella stringa di lettere che compone il filamento di codice DNA o RNA.
    La maggior parte delle mutazioni sono dannose per il virus o la cellula, quindi limitano la diffusione dell’errore all’interno della popolazione. Le mutazioni possono ad esempio modificare gli elementi costitutivi delle proteine codificate nel DNA o RNA, alterando la configurazione finale della proteina e impedendole di eseguire il compito previsto, spiega Duffy.
    “Non forma le tipiche alfa eliche incurvate”, afferma descrivendo una comune struttura che si trova nelle proteine, “non forma i tipici foglietti beta come previsto”.
    Molte altre mutazioni sono neutre, e non influenzano l’efficienza della riproduzione del virus o delle cellule. Tali mutazioni a volte si diffondono in modo casuale, quando un virus portatore della mutazione si diffonde in una popolazione che non era ancora mai stata esposta a nessuna variante del virus. “È un po’ come se fosse un primo invasore” afferma Anthony.
    Una limitata serie di mutazioni tuttavia si dimostrano utili al virus o alla cellula. Alcune modifiche ad esempio possono migliorare la capacità del virus di passare da un ospite all’altro, aiutandolo a prevalere su altre varianti presenti nella stessa zona. Questo è quello che è successo con la variante di SARS-CoV-2 B.1.1.7 identificata la prima volta nel Regno Unito ma che ormai si è diffusa in decine di Paesi di tutto il mondo. Gli scienziati stimano che questa variante sia più o meno il 50% più trasmissibile delle precedenti forme del virus, e che rappresenti quindi uno stadio evolutivo.
    Il ritmo dell’evoluzione
    Le mutazioni possono avvenire in maniera casuale, ma la velocità alla quale si verificano dipende dal virus. Gli enzimi che copiano i virus a DNA, chiamati DNA polimerasi, possono verificare e correggere gli errori nelle risultanti stringhe di lettere genetiche, riducendo la probabilità di mutazioni nella generazione delle copie.
    Ma i virus a RNA, come il SARS-CoV-2, sono componenti maggiormente variabili del mondo microscopico: la RNA polimerasi che copia i geni del virus generalmente non ha capacità di verifica, e questo rende i virus a RNA più inclini alla mutazione dei loro ospiti —  fino a un milione di volte di più rispetto alle cellule contenenti DNA.
    I coronavirus hanno un tasso di mutazione leggermente inferiore rispetto ad altri virus a RNA, perché eseguono una sorta di verifica genetica. “Tuttavia non è sufficiente a evitare l’accumulo di mutazioni” afferma il virologo Louis Mansky, direttore dell’Institute for Molecular Virology presso l’Università del Minnesota. Dato che il nuovo coronavirus si è diffuso in tutto il mondo, era inevitabile che sarebbero emerse una serie di varianti.
    Tuttavia non è facile misurare il reale tasso di mutazione di un virus: “La maggior parte di queste mutazioni sono letali per il virus, quindi non sono visibili nella popolazione virale attiva e in crescita” afferma Mansky.
    Al contrario, l’analisi genetica di soggetti malati può aiutare a determinare il cosiddetto “tasso di fissazione”, ovvero la misura della frequenza alla quale le mutazioni accumulate diventano “fisse” all’interno di una popolazione virale.
    Diversamente dal tasso di mutazione, il tasso di fissazione viene misurato nell’arco di un periodo di tempo. Quindi più il virus si diffonde, più opportunità ha di replicarsi, maggiore sarà il tasso di fissazione e più il virus evolverà, afferma Duffy.
    Per il SARS-CoV-2, gli scienziati stimano che nella popolazione si stabilizzi una mutazione ogni 11 giorni circa. Ma è possibile che questo processo non avvenga sempre a un ritmo costante.
    Nel dicembre 2020 la variante B.1.1.7 attirò l’attenzione degli scienziati quando le sue 23 mutazioni sembrarono spuntare improvvisamente mentre il virus imperversava nel Kent, in Inghilterra. Alcuni scienziati ipotizzano che un paziente affetto da malattia cronica abbia fornito più opportunità di riproduzione e mutazione, e che l’uso di terapie come ad esempio il plasma convalescente abbiano spinto il virus ad evolvere. Non è detto che tutte le modifiche siano state utili al virus, puntualizza Duffy, ma alcune mutazioni che si sono create hanno consentito alla variante di diffondersi rapidamente.
    Il grande mondo dei virus
    Le mutazioni sono il motore dell’evoluzione, ma non sono l’unico modo che hanno i virus per cambiare nel tempo. Alcuni virus, come quello dell’influenza, usano altre modalità per aumentare la propria diversità.
    Il virus dell’influenza è composto da 8 segmenti genetici, che possono essere riarrangiati (un processo chiamato riassortimento genico) se più virus infettano una stessa cellula per riprodursi contemporaneamente. Mentre la progenie virale viene confezionata nelle capsule proteiche, i segmenti di RNA dei virus originari possono essere mescolati e abbinati come mattoncini LEGO. Questo processo può causare rapidi cambiamenti nella funzione virale. I riassortimenti dei ceppi influenzali che circolavano tra maiali, uccelli ed esseri umani ad esempio portarono nel 2009 alla pandemia di influenza H1N1. LEGGI TUTTO

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    Da Game of Thrones alla realtà: i metalupi sono realmente esistiti

    Lupi terribili
    Il metalupo — classificato nel genere Aenocyon (enocione), che significa “terribile” —  è un carnivoro molto mitizzato, noto per le sue imponenti dimensioni, i suoi denti adatti a rompere le ossa e la predilezione per i grandi erbivori. Era uno dei possenti animali che un tempo abitavano le Americhe, insieme a enormi felini, orsi giganti dal muso corto, grandi bradipi e cammelli: una grande varietà di creature che non sono riuscite ad adattarsi alle mutazioni che il mondo ha vissuto alla fine del Pleistocene.
    L’iconico metalupo era una presenza ricorrente nei pensieri di Perri già molto prima che fosse avviato lo studio. “Una delle cose che mi sono sempre chiesta era se i metalupi fossero ancora presenti quando l’uomo è arrivato nelle Americhe”, e se ci sia stata un’interazione tra le due specie, afferma Perri, che studia anche le interazioni tra l’uomo e gli animali.
    Quando Perri e i suoi colleghi hanno avviato lo studio sui metalupi, diversi anni fa, sapevano dove poter trovare resti fossili di questi animali: i pozzi di catrame di La Brea Tar Pits, una storica “trappola per predatori” nella zona dell’odierna Los Angeles.
    Ma in passato i tentativi di estrazione di campioni sufficienti di DNA di metalupi, tigri dai denti a sciabola e altri animali presso La Brea erano falliti: l’ambiente ostile e molto caldo del sito rovina e frantuma il materiale genetico. E i tentativi dell’attuale team non sono andati molto meglio.
    “Il catrame nei pozzi è una sostanza calda e certamente non adatta alla conservazione del DNA”,  spiega il coautore principale dell’articolo Greger Larson, direttore della rete di ricerca di paleogenomica e bioarcheologia presso l’Università di Oxford.
    Un campione prelevato a La Brea tuttavia ha svelato qualcosa di nuovo: una sequenza di proteine del collagene che ha indotto i ricercatori a confrontare i metalupi con cani domestici, lupi grigi, coyote e lupi africani. La conclusione è stata sorprendente: il metalupo si è rivelato essere estremamente diverso.
    A caccia di metalupi
    Ma il team di ricerca aveva bisogno di più dati, in quanto la sequenza di una singola proteina non fornisce informazioni sufficienti a definire le complesse relazioni tra i canidi, afferma Laurent Frantz, ricercatore presso la Queen Mary University di Londra e l’Università di Oxford e coautore dello studio.
    Così, nel 2016 Perri ha iniziato a girare gli Stati Uniti in autobus, con auto a noleggio e in aereo, in un tour di “raccolta di ossa” che l’ha portata a visitare numerosi musei e collezioni universitarie e mettere insieme svariati pezzi di ossa di metalupo sperando che fossero sufficienti per eseguire un’analisi genetica del DNA.
    La missione non è stata priva di difficoltà: provate a spiegare al personale di sicurezza degli aeroporti come mai avete una valigia piena di frammenti di denti e di ossa, una trivella e dispositivi di misurazione elettronici, Perri ride. Ma l’impegno ha pagato, e come Perri sospettava, alcuni ricercatori avevano campioni di metalupo senza nemmeno saperlo.
    “Essendo morfologicamente molto simili ai lupi grigi, molte persone non sanno di avere resti di metalupi nelle loro collezioni. Spesso li chiamano semplicemente ‘lupi’” spiega Perri. “Ho eseguito la mia ricerca in molte parti degli Stati Uniti, frugando in vecchie scatole di vari seminterrati”.
    Insieme ad alcuni collaboratori, Perri e i suoi colleghi alla fine sono riusciti a generare profili genetici per cinque metalupi rappresentativi provenienti da Ohio, Idaho, Tennessee e Wyoming.
    Il campione più antico risale almeno a 50.000 anni fa; il più giovane pare abbia appena 12.000 anni, il che suggerisce che alcuni metalupi si sovrapposero a lupi grigi, coyote, cuon, urocioni e forse ai primi esseri umani.
    I ricercatori hanno analizzato i genomi dei metalupi insieme alle sequenze disponibili di lupi grigi, coyote, cuon, urocioni, lupi africani, caberù, licaoni e culpei, insieme alle nuove sequenze di sciacallo dal dorso argentato e sciacallo striato, entrambi trovati in Africa.
    Attraverso una serie di analisi dell’albero filogenetico, il team ha dimostrato che il metalupo era solo lontanamente correlato ad altri lupi, rivelando legami di parentela più stretta con lo sciacallo dal dorso argentato e lo sciacallo striato.
    I ricercatori ipotizzano che il lignaggio del metalupo si sia staccato da quello che ha portato al lupo grigio circa 5,5 milioni di anni fa e sia rimasto isolato nonostante la successiva sovrapposizione con altre specie di canidi negli stessi territori per migliaia di anni. Un tale isolamento genetico è inusuale tra le specie di canidi, che spesso invece si incrociano.
    Qualcosa inizia ad emergere
    Le nuove informazioni genetiche hanno indotto il paleoartista Mauricio Anton a realizzare una nuova rappresentazione del metalupo, che aveva già illustrato in passato. Egli ha eliminato il lungo mantello scuro, ad esempio, in quanto la pelliccia nera e altri tratti adattivi si ritiene siano subentrati nelle popolazioni di lupi del Nord America attraverso l’incrocio con altri canidi sul continente, passaggio che pare non aver coinvolto i metalupi. Altre caratteristiche fisiche simili rimangono, compresa la conformazione della testa e del corpo, simile a quella dei lupi.
    Al di là delle implicazioni che interessano lo studio delle origini e delle cause dell’estinzione del metalupo, i rilevamenti evidenziano l’evoluzione indipendente di tratti molto simili nei metalupi e nei lupi grigi, affermano gli esperti, sottolineando i vantaggi adattivi di un corpo simile a quello del lupo nonché delle diverse forme di canidi che una volta abitavano diverse parti del globo.
    “L’evidenza di questa convergenza nella forma del corpo, nonostante un periodo così lungo di separazione, suggerisce che la forma del corpo del lupo sia estremamente efficace, e chiaramente lo è stata per molto, molto tempo”, afferma l’archeologo antropologico dell’Università di Alberta Robert Losey, che non ha preso parte alla redazione dell’articolo sui metalupi.
    Queste caratteristiche vantaggiose non hanno tuttavia impedito l’estinzione del metalupo. Il team pensa che sia possibile che l’arrivo di altre specie di lupi e di canidi abbia estromesso i metalupi, oppure abbia introdotto malattie che li hanno colpiti. Anche il cambiamento climatico può avere svolto un ruolo determinante, afferma Perri. LEGGI TUTTO

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    Photo Ark: 11.000 specie fotografate da Joel Sartore

    Sul portico, una variegata moltitudine di insetti che volavano intorno a una luce ha attirato la sua attenzione: libellule, cicale, scarabei e molti altri. Improvvisamente il suo stato d’animo è cambiato.
    “Ho pensato che avrei potuto approfittare delle limitazioni date dalla pandemia per fotografare insetti e altri invertebrati della zona” afferma Sartore, fondatore del progetto Photo Ark di National Geographic, che ha l’obiettivo di documentare ogni singola specie che vive in zoo e santuari per la fauna selvatica in tutto il mondo.
    Dopo quella mattina di Aprile, Sartore ha reclutato due dei suoi figli più grandi e una coppia di amici, Loren e Babs Padelford, pensionati e appassionati entomologi dilettanti che vivono anch’essi in Nebraska e amano dedicarsi alla fotografia degli insetti. Il team ha iniziato a perlustrare i terreni agricoli e le praterie del Nebraska e di 5 Stati confinanti, alla ricerca delle più piccole tra le creature, dai feroci mirmeleontidi alle colorate cicaline, agli esili reduvidi. Il risultato: hanno aggiunto 900 nuove specie al catalogo Photo Ark in appena otto mesi.
    “È semplicemente sorprendente che questi esemplari così indispensabili per il progetto Photo Ark fossero lì, proprio sotto il mio naso” afferma Sartore, che ha fotografato la maggior parte degli invertebrati in situ, all’interno di tende, per rilasciarli subito in natura.
    Come 11.000a  specie da aggiungere al suo imponente lavoro decennale di classificazione, Sartore ha scelto la Dichagyris longidens.
    Dopo essere stata denominata e descritta nel 1890, questa falena nativa degli Stati Uniti sud-occidentali lunga più o meno 2,5 cm, è stata per lungo tempo dimenticata. Su questa specie si sa così poco che la fotografia di Sartore è in effetti la prima di un esemplare vivente.
    “Sono sempre i mammiferi a ricevere più attenzione: i gorilla, le tigri; ma in realtà sono gli insetti a salvarci” afferma, citando il ruolo cruciale degli impollinatori per l’agricoltura e degli insetti spazzini per la decomposizione dei rifiuti. Nei soli Stati Uniti gli insetti contribuiscono all’economia con l’equivalente di 70 miliardi di dollari all’anno. Contemporaneamente, molti studi dimostrano che gli insetti stanno scomparendo a livello mondiale a un ritmo molto elevato, principalmente a causa della perdita dell’habitat e dell’uso dei pesticidi in agricoltura.
    Akito Y. Kawahara, professore associato e curatore di Lepidoptera (lepidotteri, ovvero falene e farfalle) presso il Florida Museum of Natural History, ha applaudito la decisione di Sartore di dare una posizione di preminenza a un lepidottero nel suo progetto Photo Ark.
    “Sta attirando l’attenzione sulle piccole creature del mondo, che sono assolutamente sottovalutate”, afferma.
    Falena misteriosa
    Quando Sartore e il suo team hanno immortalato la Dichagyris longidens lungo il fiume Pecos nel Nuovo Messico a settembre 2020, hanno mandato la foto della specie misteriosa a Bob Biagi, editor per l’identificazione delle specie per il sito web BugGuide. La sua risposta è stata: “Sono almeno 130 anni che aspettiamo questa foto”.
    La Dichagyris longidens appartiene alla famiglia delle agrotidi, piccole falene di colore marrone di aspetto molto simile. Anche gli scienziati hanno difficoltà a distinguerle, afferma Kawahara, e questo è anche il motivo per cui la Dichagyris longidens è stata così poco studiata.
    Le agrotidi sono così chiamate perché i loro bruchi di notte fuoriescono dal terreno e attaccano il colletto delle piante – generalmente delle piante più giovani – staccandole. Alcune specie, come ad esempio l’Euxoa auxiliaris, sono considerate insetti parassiti infestanti per le colture, ma la maggior parte non sono dannose per l’agricoltura, afferma Kawahara.
    Le agrotidi sono inoltre cibo per i pipistrelli (sono particolarmente “carnose”, dice Kawahara) e impollinano i fiori che sbocciano di notte. Il ruolo delle falene come impollinatori è spesso oscurato agli occhi dell’opinione pubblica da api e farfalle, afferma.
    Sulla Terra vivono circa 160.000 specie note di falene e farfalle, ma è possibile che ce ne siano altre 200.000 che ancora non sono state identificate. “Ci sono ancora molti insetti che non conosciamo o di cui sappiamo molto poco” afferma Scott Bundy, professore di entomologia presso l’Università statale del Nuovo Messico. LEGGI TUTTO

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    Filippine: alla scoperta degli animali più rari del mondo

    “Ovunque tu vada nelle Filippine, ti trovi circondato dalla natura”, afferma Mejia “in ogni isola si trovano specie differenti”.
    L’habitat insulare promuove la speciazione, ovvero la divergenza di una specie in due o più lignaggi. Ma questo paradiso ecologico è in pericolo: oltre 700 delle sue specie native sono considerate a rischio di estinzione a seguito di sovrasfruttamento delle risorse, e perdita e frammentazione dell’habitat. E la pandemia globale potrebbe peggiorare ulteriormente le cose: le organizzazioni ambientaliste hanno notato aumenti allarmanti nella pesca illegale e nel bracconaggio delle piante rare.
    La buona notizia è che negli ultimi anni gli sforzi per salvare molte di queste creature e i relativi habitat si sono moltiplicati. Quando viene gestito in modo sostenibile, il turismo della biodiversità nei parchi nazionali può aiutare ad amplificare tali sforzi, incanalando le entrate verso le organizzazioni ambientaliste locali, assicurando quindi che abbiano il supporto necessario per finanziare i pattugliamenti, acquistare appezzamenti di terreno e anche allevare specie rare in cattività.
    La pandemia di COVID-19 ha messo un freno ai viaggi, ma una volta che gli spostamenti saranno nuovamente sicuri, i viaggiatori che hanno a cuore la tutela delle specie potranno scoprire questi quattro parchi nazionali delle Filippine, che ospitano quattro delle specie di animali selvatici più rare e carismatiche endemiche di questa zona.
    Il tarsio: piccolo e a ultrasuoni
    Il tarsio delle Filippine è il secondo più piccolo primate al mondo ed è noto agli scienziati occidentali da quando fu descritto la prima volta già nel 1894. Una sua caratteristica è però rimasta un mistero fino a poco tempo fa.
    In alcune occasioni, quando i ricercatori prendono uno di questi primati – che raramente superano le dimensioni di una mano – l’animale spalanca la bocca come per emettere un verso, ma non si sente alcun suono. Questo comportamento era considerato particolarmente strano perché della specie si conoscevano già diverse vocalizzazioni udibili, compresi grida molto acute e trilli invece più morbidi simili al canto di un uccello.
    Il mistero fu risolto nel 2012,  quando gli scienziati scoprirono che il tarsio delle Filippine in realtà comunica con gli ultrasuoni, ovvero frequenze sonore più alte dello spettro udibile umano. Le “grida” indotte dallo stress del tarsio non erano quindi in realtà silenti, bensì semplicemente più simili ai suoni emessi dai fischietti per cani.
    Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i turisti hanno la possibilità di avvistare questa specie minacciata di primati notturni in natura, sapendo dove guardare. LEGGI TUTTO

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    Dereck e Beverly Joubert: il futuro dei grandi felini e dell’Africa dopo la pandemia

    Beverly Joubert: L’aspetto incoraggiante è che adesso sono davvero tante le persone che fanno sentire la propria voce. Dopo l’atroce uccisione del leone Cecil in Zimbabwe [nel 2018] i social media sono impazziti, non eravamo abituati a simili reazioni. Negli anni ’80 denunciavamo già il calo della popolazione dei leoni e la perdita di alcuni meravigliosi esemplari maschi, ma non interessava a nessuno. Creare la Big Cats Initiative, intraprendere quell’azione di emergenza, fare in modo che i beneficiari del progetto uscissero direttamente sul campo per portare avanti il lavoro e dedicarci soprattutto all’istruzione e alla collaborazione con le comunità locali…la cosa di cui sono più orgogliosa credo siano proprio i membri di quelle comunità, che hanno accettato il fatto che quello è il loro patrimonio, che vogliono essere ambasciatori della propria terra, e sono diventati gli ambientalisti di oggi. Si tratta di un clamoroso successo: creare un piccolo esercito di guerrieri davvero convinti del fatto che un animale vivo vale di più per loro, per le loro comunità e per il loro Paese, di un animale morto.
    Nei vostri documentari create uno stretto legame con gli animali che filmate, gli date nomi, identità, li vedete crescere. Eppure, la vostra linea è non interferire mai se l’animale è a rischio. Questo atteggiamento vi avrà portato a vivere momenti molto difficili negli anni… 
    Dereck: Esiste una linea sottile tra l’antropomorfizzare l’animale e trovare la sua identità naturale. Quindi sì, diamo un nome agli animali, ma non diamo loro un’identità, perché ce l’hanno già. Gli animali hanno personalità e caratteristiche che li rendono unici. Subito all’inizio della nostra carriera ci siamo resi conto di avere a che fare con altri esseri, leoni, leopardi, ad esempio, e di non poterli far entrare nella nostra vita, addomesticarli o farne ciò che vogliamo. E, per lo stesso motivo, non possiamo interferire con i loro cicli naturali. Quindi, una volta chiarito quel punto, ne abbiamo fatto il fondamento della nostra etica, già 40 anni fa. Non interferiamo, ma interveniamo se [il pericolo] è causato dall’uomo: una trappola, un proiettile o una lancia. Perciò, anche se talvolta è davvero dura dal punto di vista emotivo vedere un cucciolo di leone con la schiena rotta che vaga in difficoltà, non interveniamo per sopprimerlo né proviamo a salvarlo, se si tratta di morte naturale. Anche se è molto difficile. LEGGI TUTTO