Il deserto del Taklamakan, nella Cina nord-occidentale, si sta lentamente trasformando: grazie a un piano di riforestazione che ormai va avanti da oltre 50 anni, quel “vuoto biologico” non è più senza speranza e può diventare un alleato nella lotta al cambiamento climatico. A sostenerlo è uno studio condotto da ricercatori statunitensi e cinesi e pubblicato su Pnas, che, grazie a dati satellitari, ha messo in evidenza come i confini del deserto abbiano iniziato ad assorbire gas serra, diventando un (piccolo) pozzo di assorbimento del carbonio.
Agricoltura
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Occhi spaziali sul deserto
I ricercatori hanno analizzato i dati satellitari relativi a livelli di anidride carbonica, estensione della copertura vegetale e modelli meteorologici della regione del deserto del Taklamakan, rilevando un aumento costante della capacità di trattenere carbonio, in particolare nella stagione umida (luglio-settembre). Si tratta ovviamente di un effetto molto limitato (anche se l’intero deserto del Taklamakan fosse ricoperto da foreste, si otterrebbe una compensazione di sole 60 milioni di tonnellate di anidride carbonica, rispetto alle emissioni globali di circa 40 miliardi di tonnellate all’anno), ma – sottolineano gli esperti – anche solo il fatto che esista e sia misurabile è importante e offre speranza per misure che potrebbero essere adottate in futuro. “Non risolveremo la crisi climatica piantando alberi solo nei deserti – commenta King-Fai Li, dell’Università della California e tra gli autori dello studio – ma capire dove e quanta anidride carbonica può essere assorbita, e in quali condizioni, è essenziale. Questo è un tassello del puzzle”.
La muraglia verde
Questi risultati sono stati possibili grazie al programma Three-North Shelterbelt, un’iniziativa che mira a circondare le aree desertiche della Cina con una “Grande Muraglia verde”, una cintura protettiva di vegetazione. Si tratta di un piano di lunga durata: va avanti da 50 anni e proseguirà fino al 2050, con l’obiettivo di triplicare la copertura forestale in 13 province della Cina settentrionale, passando dal 5% attuale al 15% circa. L’idea di fondo è che anche per ambienti estremi come i deserti possa esserci modo di recuperare forme di vita vegetale. Non dobbiamo immaginare foreste pluviali o giungle lussureggianti, sottolinea Li: quelli piantati ai margini di territori ostili, aridi, sono più che altro arbusti simili a quelli che si trovano in California, che, rispettando le specificità ecologiche, offrono diversi vantaggi. Oltre a recuperare carbonio contribuendo alla mitigazione del cambiamento climatico, infatti, la muraglia verde ha un impatto sulla sicurezza del territorio: attenua l’erosione del vento e riduce la frequenza e l’intensità delle tempeste di sabbia, proteggendo i terreni agricoli e le comunità circostanti. “Con la giusta pianificazione e pazienza – conclude Li – è possibile restituire vita alla terra e, così facendo, aiutarci a respirare un po’ meglio”.
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