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Tutti i segreti dei “giardinieri dei coralli”: “Li stiamo salvando, ora apriremo in Italia”


MOOREA (Polinesia) – I pirati della conservazione sono giovani, belli, ambiziosi e armati di speranza concreta. Non hanno spade ma piccoli martelli. Non attaccano velieri ma piantano frammenti. Non sparano palle di cannone ma spore. Di professione fanno i giardinieri di coralli. Sulla loro bandiera nera non c’è nessun teschio Jolly Roger ma un corallo bianco uguale a quelli che vorrebbero salvare. Da quando sono nati su una remota isola del mondo hanno rotto tutte le regole accademiche: “Non possiamo aspettare di perdere la biodiversità, dobbiamo agire ora”, dicono in coro. Sono una banda di surfisti – guidata dal loro capitano 28enne Titouan Bernicot – che non insegue né One Piece né tesori, ma una rivoluzione partita dal cuore dimenticato dell’Oceano Pacifico. E a giudicare da quanto abbiamo visto coi nostri occhi nelle acque cristalline della Polinesia, ci stanno davvero riuscendo.

Per capire chi sono e perché i Coral Gardeners stanno diventando un fenomeno globale – decisi ad invertire la nefasta previsione che indica come nel 2050 perderemo il 90% delle barriere coralline del mondo – siamo partiti dal loro quartier generale sull’isola di Moorea, la “sorella” affianco a Tahiti. Qui, insieme ai vertici del progetto Sea Beyond di Unesco e gruppo Prada, che affianca i “giardinieri” nella loro missione, abbiamo incontrato una ciurma di ragazze e ragazzi vestiti di nero che già all’alba inizia a girare fra container trasformati in ufficio, prepara le barche per salpare, carica le attrezzature subacquee: ogni giorno sono diretti sempre nello stesso luogo, la nursery dei coralli, quelli che stanno tentando di “coltivare” con una nuova tecnica prima che spariscano per sempre. Le radici di questa folle idea nascono però altrove: su un atollo sperduto del Pacifico.

(Foto di Ryan Borne /Coral Gardners) 

Cresciuto su un’isola deserta

Titouan Bernicot oggi è un abilissimo comunicatore di quasi trent’anni, un ragazzo con i capelli schiariti dal sole che parla varie lingue e soprattutto sembra sempre a suo agio con chiunque. Mentre eravamo a Moorea si è messo ad abbracciare il presidente della Polinesia, a scherzare con gli attori Benedict Cumberbatch e Edward Norton, a giocare con i bambini lungo la strada. La sua stessa storia, un romanzo, è totalmente connessa all’infanzia: è cresciuto da solo con i genitori su un remoto atollo polinesiano. “Mi sento ancora quel bambino dell’isola” dice. I suoi, una coppia di francesi, erano allevatori di perle. Scelsero un isolotto sperduto dell’arcipelago di Tuamotu per provarci: “Non c’era nulla, solo una radio e il mare”. Poi però quando “Titu” sta per compiere quattro anni la famiglia si trasferisce a Moorea per iscriverlo a scuola. Scopre un altro mondo e si fa nuovi amici che tutti quanti, proprio come lui, da bambini sono stati “battezzati”: “I nostri padri ci mettevano a forza la testa sott’acqua”. Era il modo per entrare in connessione con Moana, il grande oceano. Dopodiché Moorea – circondata da una laguna di acque cristalline e protetta dal reef che la isola dal mare aperto – per loro diventa un parco giochi. “Era pieno di colori, squali, mante, tartarughe”. Vanno a pesca, in kayak, a vela, sott’acqua. Ma soprattutto vanno a surfare: “Cercavamo sempre le onde”.

(foto: Coral Gardeners) 

Per arrivare al break bisogna attraversare la laguna, ed è così che è successo: mentre remava sulla sua tavola anno dopo anno Titouan inizia ad accorgersi che quei colori, i pesci, la vita, all’improvviso non c’erano più. “Avevo 15 anni. Stavo passando sopra il reef quando mi sono accorto che era diventato tutto bianco, morto”. La crisi del clima innescata dall’uomo, con le ondate di calore e l’acidificazione delle acque, era arrivata anche lì: i coralli, che fino ad allora per i giovani polinesiani erano qualcosa di quasi sconosciuto e per scontato, stavano pian piano morendo.

(foto: Coral Gardeners) 

“Diventeremo giardinieri”

A scuola Titu e gli altri imparano l’importanza dei coralli, animali che danno vita alle barriere, la casa di quasi un quarto di tutti gli organismi marini e che permettono di sopravvivere, tra pesca e turismo, a 500 milioni di persone sulla Terra. Viene detto loro che senza coralli la laguna non sarà più la stessa: il giovane polinesiano però non ci sta, intende lottare, rivuole il suo mondo. A 16 anni va fisicamente a bussare alla porta delle università e i centri di ricerca che fanno base sull’isola: “Gli ho avvertiti di cosa stava accadendo, ma un ricercatore ha un po’ sorriso dicendo che ero troppo piccolo, che se volevo salvarli dovevo mettermi a studiare”.

(foto: Coral Gardeners) 

Oggi Titu pensa che in fondo quel ricercatore che lo rimandò a casa “potrei assumerlo io”. Lo dice scherzando, ma fa un po’ parte del suo modo di essere, dell’idea di rompere le regole che avvenne allora. Ai tempi infatti – e questa è forse la parte più controversa della storia – Titouan si fece due conti: “Se avessi dovuto aspettare di laurearmi, fare un master, un dottorato e un post-doc sarebbero passati decenni”. Così – nonostante un periodo di formazione in Francia – decide di non aspettare e agire prima. Un dottorando gli aveva parlato di una possibile tecnica: prendere dei pezzi di coralli e tentare di “coltivarli” in fondo al mare. Lui ci crede e inizia a farlo da solo. “Ricordo ancora il primo frammento che ho legato a una corda. Più o meno è stato lì che ho cominciato a pensare: dovremmo diventare giardinieri di coralli”.

Come funziona l’allevamento di coralli

I primi anni sono sperimentali. Titouan e alcuni amici si fanno consigliare dai ricercatori (“sì, la scienza è fondamentale” dirà poi il polinesiano) e provano diversi approcci di coltivazione. Poi nel 2017, ancora diciottenne, Bernicot fonda i “Coral Gardners”, un’organizzazione di giovani dedita appunto a “coltivare i coralli”. Ma per poter dire davvero che funzioni serviranno almeno due anni: è il tempo necessario per osservare la crescita delle specie. La tecnica utilizzata dai Coral Gardners è infatti un processo lento e graduale che richiede un monitoraggio continuo. Tutto parte da individuare un corallo resiliente fra le decine di specie che popolano le acque tropicali. “Deve essere sano, grande, forte” dice Taiano, un colosso polinesiano che è uno dei giardinieri del gruppo e miglior amico di Bernicot, oltre che recordman di “semina” dell’organizzazione.

(foto: Coral Gardeners) 

Da quel corallo viene prelevato un frammento: il passo successivo è inserirlo e legarlo all’interno di una corda. Su quella stessa corda, a distanza di circa una trentina di centimetri, vengono poi messi altri frammenti della stessa specie. A questo punto le file di coralli vanno disposte su delle griglie da piantare a circa un paio di metri di profondità: le corde, con specie differenti, vengono alternate una dopo l’altra per un totale di circa dodici filari per griglia. Il processo può apparire semplice ma richiede tre componenti fondamentali: la scelta del luogo, la pulizia, il monitoraggio. Deve essere un’area poco impattata dalle attività antropiche e dove le correnti favoriscono il passaggio di nutrienti. Inoltre è decisivo il fatto che tutt’attorno ci siano coralli vivi e la possibilità di riproduzione. A Moorea ci sono almeno tre “nursery” di questo tipo, ma non in tutte i coralli crescono con la stessa velocità proprio per via delle diverse condizioni.

Poi, come farebbero i giardinieri della flora per gestire un bel vivaio colorato, anche qui la manutenzione è la chiave: ogni settimana, per almeno tre ore a griglia, un po’ in apnea e un po’ con le bombole, i Coral Gardeners stanno là sotto armati di spazzolini, tronchesi, aggeggi per pulire. Devono rimuovere alghe e impurità che si accumulano e garantire ai coralli di poter crescere. Ma è il monitoraggio, oggi realizzato grazie ad applicazioni studiate da ingegneri e professionisti che hanno abbandonato Microsoft per unirsi al progetto, che fornisce i dati indispensabili a capire se funziona. Con telefonini infilati in custodie impermeabili si inquadrano tramite app le file e in pochi click si ottengono cifre sul “bleching” (lo sbiancamento possibile), lo stato di salute, le proporzioni di crescita, gli interventi necessari da fare. Infine, quando dopo circa un paio d’anni quei frammenti sono cresciuti a sufficienza, vengono letteralmente piantati: con chiodi, martelli e fili di ferro i giardinieri li fissano su rocce o biocostruzioni. Ed è così che avviene la magia: la prima nursery, al largo di Tema’e un tempo era una distesa di coralli sbiancati, un cimitero dove la vita iniziava a scarseggiare, oggi invece è un paradiso di colori. Sott’acqua ci siamo trovati davanti a prati di acropora e pocillopora dalle tonalità viola, gialle, rosse, circondate da pesci di ogni specie, anemoni e anche piccoli squali pinna nera del reef. La vita, tra una griglia e l’altra, adesso brulica.

(foto: Coral Gardeners) 

Prossima destinazione: Italia

Con questo sistema, dal 2017 ad oggi, i Coral Gardeners hanno piantato oltre 160mila coralli e arriveranno a 200mila a fine anno. Non solo in varie isole della Polinesia Francese ma anche in Thailandia e nelle Fiji. Dopo i primi anni “dove avevamo pochi soldi”, dice il fondatore, con l’arrivo di sponsor internazionali, il sostegno di National Geographic, del gruppo Prada, di progetti come Sea Beyond e altri, ma anche la visibilità creata grazie all’abilità social (1 milione di follower), quel sogno di salvare i coralli “che è nato dalla mia cameretta” è diventato ora un “concreto motivo di speranza” con numeri eccezionali, dice Bernicot, che nel tempo ha stretto collaborazioni che vanno dalla famosa oceanografa Sylvia Earle sino all’ “Aquaman” Jason Momoa. La popolarità dei pirati è così cresciuta che oggi sono in grado ci contare su finanziamenti per 10 milioni di dollari l’anno e, da pochissimo, come ci ha confermato a Moorea il presidente della Polinesia Francese Moetai Brotherson, anche il governo ha deciso non solo di sostenere questi giovani (la media è trent’anni), ma anche di avviare una iniziativa per creare e ufficializzare la professione di “giardiniere dei coralli”. Solo che siccome il tempo è poco, dato che la perdita delle barriere coralline è stata già decretata dalla scienza come “a un punto di non ritorno” (tipping point), il team polinesiano ha deciso di espandersi per provare a salvare tutti i coralli del mondo.

Nel 2024, racconta Titouan, c’è stata una ondata di calore tremenda: hanno temuto uno sbiancamento di massa in larga parte dell’isola. Questo episodio li ha fatti ragionare sull’idea di “diversificare”: “Lavorare su varie specie, con diverse tecniche, nei distinti ecosistemi del Pianeta”. Per farlo hanno dovuto implementare quella che è forse la maggiore zona d’ombra dell’intero progetto, la più critica: la mancanza di scienza, intesa sia come pubblicazioni “peer review” sui risultati ottenuti, sia come competenze di chi coralli e sistemi li ha studiati per una vita. Così da un paio d’anni, oltre ad assumere biologi marini, è stato creato il “CG Lab”, laboratorio scientifico e tecnologico da cui emergono due aspetti. Il primo è lo sviluppo di ReefIOS, una sorta di sistema operativo che tra telecamere subacquee, intelligenza artificiale e algoritmi permette cose pazzesche, dall’identificazione in tempo reale delle specie (anche di pesci) semplicemente tramite inquadratura fino alla condivisione di dati scientifici con chiunque. Il secondo è l’arrivo come direttrice della divisione scientifica di Hannah Stewart, scienziata marina canadese, formata alla Berkeley, che oggi sta portando tutta la sua esperienza nel board dei Coral Gardeneres.

Proprio Stewart, insieme a Bernicot e altri membri, nei mesi scorsi ha fatto varie spedizioni dalla Spagna sino all’Italia per capire dove in Europa potrebbe nascere la prossima base dei giardinieri. Una delle possibilità è l’isola di Marettimo nelle Egadi, in Sicilia, zona dove il professor Giovanni Chimienti, esploratore National Geographic, ha scoperto meravigliose colonie di coralli neri che oggi, anche grazie al sostegno di Sea Beyond, sta tentando di proteggere. “Ci siamo immersi, hanno visto l’isola e i coralli, ne abbiamo parlato: sarebbe fantastico, ma qui molti dei coralli da preservare si trovano in profondità quindi bisognerà studiare altre tecniche e sistemi innovativi” dice il biologo marino. Marettimo inoltre ha un’altra caratteristica chiave che i “pirati” van cercando: quella di poter lavorare con i locali.

Il mare che salva i ragazzi dalla droga

L’idea di realizzare un progetto che sia anche sociale è infatti sempre stata nella testa di Bernicot. Non a caso i primi ad affiancarlo sono stati i suoi amici d’infanzia disoccupati, quelli con cui andava a surfare. Oggi l’impresa nata dall’allora diciottenne conta circa 85 giardinieri nel mondo, 25 operativi nella sola sede centrale di Moorea. La maggior parte di loro sono ragazzi cresciuti qui, gente locale che prima di indossare la t-shirt nera con stemma bianco “faceva fatica a trovare lavoro”. Alcuni di loro erano cassieri nei supermercati, altri arrivano dal mondo dell’informatica, altri ancora vivevano di pesca. Ora grazie a stipendi più che dignitosi campano tutti salvando gli ecosistemi evitando così anche il rischio di “perdersi”: non è un fatto da poco nella Polinesia colpita dalla piaga dell’“ice”. L’ “ice” è il nome con cui fra gli arcipelaghi è conosciuta la metamfetamina, droga diventata popolarissima negli ultimi dieci anni e che sta portando alla rovina migliaia di giovanissimi polinesiani. Una vera e propria “invasione” che ha visto crescere a dismisura ricoveri, crimini ed arresti: venduta in patria a cifre esorbitanti al grammo, molti ragazzi si spingono tra Hawaii e Stati Uniti per comprarla e tornare a commercializzarla in Polinesia, sempre però correndo il rischio di finire in manette. La possibilità di fornire una prospettiva solida per i giovani locali è dunque uno dei pilastri virtuosi della politica dei Coral Gardeners. L’altro, invece, è l’Ocean Literacy.

Essere “sexy” per consegnare il destino

Anche se sono giovanissimi, i giardinieri del Pacifico hanno una missione parallela alla pura coltivazione: raccontare al mondo perché i coralli sono così importanti. Un concetto che vogliono consegnare soprattutto ai bambini: due o tre volte al mese le classi delle scuole di Papeete e altre città raggiungono la sede di Moorea per speciali lezioni che spesso si svolgono in natura, nuotando. “Hanno capito l’importanza di insegnare direttamente ai bambini, che saranno i futuri custodi del mondo, il valore degli oceani e della biodiversità” racconta Francesca Santoro, membro della Commissione Oceanografica Intergovernativa (IOC) dell’UNESCO e ideatrice del corposo progetto di ocean literacy Sea Beyond, fatto di iniziative e toolkit, ideato per creare consapevolezza sulla prevenzione e la cura dell’oceano e sostenuto grazie all’1% dei proventi della collezione sostenibile di Prada “Re-Nylon” realizzata con il recupero di reti da pesca. Per riuscire a spiegare ai più piccoli perché e come dovremmo prenderci cura dei mari, Bernicot sostiene però che sia tempo di cambiare registro: “La conservazione deve essere divertente, sexy, affascinante” dice col sorriso. Non a caso ogni contenuto video o di marketing dei pirati è studiatissimo: le immagini sono fatte per attrarre, incuriosire, coinvolgere. Esattamente come le campagne di sostegno: una ad esempio offre la possibilità di adottare un corallo a distanza, un po’ come già avviene per gli alberi. Si fa una donazione, si sceglie un nome, e un piccolo frammento di corallo “dedicato” viene piantato per noi: a chi lo adotta è consegnato un braccialetto con geolocalizzazione per seguirne la crescita. Una trovata che – unita ad altre possibilità come quella per i turisti di visitare le nursery – aiuta ad aumentare la consapevolezza sul problema.

Perché per chi come noi ha osservato da vicino cosa fanno i Coral Gardners, lasciando l’isola di Moorea non si ha tanto la sensazione che questa rivoluzione salverà all’improvviso i coralli dal loro triste destino – dato che per ora si tratta ancora di progetti su piccola scala e complessi da replicare ovunque – ma che piuttosto il seme di un cambiamento, guidato proprio da chi in futuro avrà in mano il Pianeta, sia finalmente stato piantato. Del resto, come ci ha detto l’attore Benedict Cumberbatch uscito dall’acqua dopo essere rimasto stregato dal lavoro che i pirati stanno svolgendo nelle nursery, la cosa più straordinaria non è solo la tecnica che stanno portando avanti questi ragazzi, ma “il modo con cui stanno coltivando speranza. Stanno ricalibrando la nostra connessione emozionale con gli oceani”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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