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Surf e crisi climatica, nasce l’idea di una “assicurazione per le onde”


Per ogni surfista il momento perfetto è trovarsi lì, vicino al picco, senza intralci, iniziare a remare e quando la potenza dell’onda diventa avvolgente alzarsi per dar vita alla magia. Più l’onda è lunga, più ci sarà la possibilità di continuare a cavalcarla. C’è però un’altra onda lunga di cui spesso ci si dimentica: quella che il surf genera per intere comunità e la vita di migliaia di persone. Sport popolarissimo e praticato in tutto il mondo, negli ultimi decenni il surf è diventato un perno e un’opportunità per centinaia di luoghi del Pianeta dove “rompe” l’onda e si creano le condizioni ideali.

Non vale solo per gli States, dove per esempio nel 2024 oltre 4,2 milioni di persone hanno praticato surf almeno una volta, ma in centinaia di coste dell’intero globo. Degli introiti del surf, legati a turismo e praticanti, vivono intere comunità del Marocco, Perù, Indonesia, Spagna, Portogallo, Brasile e via dicendo. Si tratta di una vera e propria economia, dagli alloggi ai ristoranti fino ai noleggi, chiamata “surfonomics” che è in costante crescita ma contemporaneamente è anche a rischio tanto che oggi – oltre a formalizzare per legge i “diritti” delle onde – si sta pensando persino di “assicurarle”.

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Sebbene ci siano luoghi dove la popolarità dello sport ha portato a condizioni di overtourism, come a Siargao nelle Filippine dove di recente si è arrivati al punto di vietare uno spot ai principianti, le onde sono contemporaneamente potenti ma anche fragili a causa delle azioni dell’uomo: in sostanza, non si possono più dare per scontate. Qualunque nuova infrastruttura costiera, impianto portuale, opera ingegneristica o piattaforme di esplorazione, può infatti modificare la formazione delle stesse onde. Non a caso da qualche anno per le onde, come già accade per fiumi o zone naturali, iniziano ad essere riconosciuti a livello legale dei diritti, come quello “all’esistenza, la rigenerazione e il ripristino”.

A far scuola è per esempio il caso delle onde di Linhares in Brasile: qui a causa del cedimento di una diga nel 2015 fango e detriti portarono a un impatto diretto sulle stesse onde, tant’è che dopo anni di tentativi si è arrivati a una sentenza per il riconoscimento, per legge, all'”esistenza” delle onde di Linhares. Una protezione che ha ispirato poi tantissime altre realtà a inseguire la stessa strada: vale per le onde di Punta de Lobos in Cile, che hanno ricevuto un primo ok a livello legale, così come quelle dell’Ecuador che oggi gli attivisti chiedono di preservare. Se però è qualcosa di meno visibile, ma pur sempre generato dall’uomo, a mettere a rischio l’economia delle onde, è meno facile proteggerle: ecco perché d’ora in poi potrebbe esserci un altro sistema per difendere l’”onda lunga”, un’assicurazione. Di recente infatti Save The Waves, organizzazione internazionale che da anni si batte per salvare le onde, ha presentato una nuova iniziativa, un’assicurazione pensata per salvare l’”ecosistema surf” per esempio dagli effetti del cambiamento climatico.

“La maggior parte dei beni più preziosi e inestimabili al mondo sono protetti da misure di sicurezza in caso di disastri o danni. Gli spot per il surf sono, ovviamente, risorse naturali e, se questa iniziativa viene realizzata correttamente, i benefici possono andare oltre l’onda stessa, estendendosi alla comunità e all’ecosistema circostante” spiega Nik Strong-Cvetich, ceo di Save The Waves. Chiamato “Surf Ecosystem Insurance” questo strumento finanziario ha lo scopo di proteggere dai fenomeni meteo estremi le onde e le comunità costiere che dipendono da queste. “Quando un evento meteorologico estremo, come una tempesta distruttiva, sconvolge l’economia del surf, lo spot per il surf o l’ecosistema circostante, l’assicurazione eroga rapidamente fondi per la ripresa, la risposta e il ripristino”. In breve, se non viene più garantito l’ecosistema surf a causa di eventi estremi, l’assicurazione con una erogazione veloce e di rapido accesso consente alle attività locali di andare avanti mentre si attende il ripristino delle condizioni. “Si basa su modelli assicurativi parametrici e prevede il pagamento automatico degli indennizzi al superamento di determinate soglie meteorologiche predefinite, come precipitazioni eccessive, velocità del vento, altezza delle onde o allagamenti” spiegano gli ideatori.

Uno strumento importante, se si pensa che in alcune realtà, ad esempio Playa Hermosa in Costa Rica, il surf contribuisce con quasi 15 milioni di dollari l’anno all’economia locale, oppure circa 200 milioni se si parla di Santa Cruz in California. Per questo, nel tentativo di giocare d’anticipo, c’è già un primo “ecosistema onde” al mondo che potrebbe essere assicurato: si tratta di Oriente Salvaje di El Salvador, una riserva mondiale del surf. Qui il turismo legato a chi cavalca le onde è un pilastro economico fondamentale (il 70% del reddito locale) ma la vulnerabilità climatica della zona rende costantemente insicure le entrate. Come spiega Angelo Picardo, coordinatore locale di Save The Waves in El Salvador, in quest’area “con l’aumento della frequenza degli eventi meteorologici estremi, gli ecosistemi che sostengono questi mezzi di sussistenza sono esposti a rischi crescenti. L’assicurazione per il surf offre un meccanismo per proteggere sia le onde che le persone che dipendono da esse”.

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Nel caso di Oriente Salvaje, zona che si estende per 19 chilometri di costa, spot come Las Flores, garantiti da formazioni naturali, sono sempre più minacciati dai cambiamenti climatici: quando si verificano intense tempeste tropicali e inondazioni le classiche onde vengono sconvolte, le vie di accesso bloccate e l’intera area si svuota di surfisti. Per questo l’assicurazione, sostiene Save The Waves, potrebbe essere sia una garanzia di continuazione per l’economia di El Salvador, sia uno strumento per “iniziative più ampie a tutela dell’ambiente”. Per ora, quello di Oriente Salvaje, sostenuto anche dall’Ocean Risk and Resilience Action Alliance (ORRAA), è ancora un progetto pilota: se però dovesse funzionare, surfisti, natura e centinaia di comunità potrebbero davvero avere una chance – anche in un Pianeta sempre più minacciato dalla crisi del clima – di provare a continuare a cavalcare “l’onda lunga”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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