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Sospendere l’estrazione mineraria dei fondali marini: una scelta di scienza e interesse pubblico


Mentre i rappresentanti degli Stati membri dell’International Seabed Authority (ISA) si preparano a riunirsi per la sessione annuale, l’Italia e la comunità internazionale si confrontano con una scelta cruciale: autorizzare l’avvio dell’estrazione mineraria industriale dei fondali marini – il deep sea mining – oppure adottare un approccio precauzionale, rinviando eventuali decisioni commerciali fino a quando il quadro normativo e scientifico sarà più completo e saranno stati valutati pienamente i rischi di questa attività.

Le ricerche scientifiche condotte negli ecosistemi marini profondi indicano che una quota rilevante delle specie che popolano i fondali di interesse minerario sono ancora sconosciute, così come il loro ruolo nel funzionamento degli ecosistemi. Senza dati solidi, qualunque valutazione d’impatto resta incompleta. Questo vuoto di conoscenza non è un dettaglio tecnico, ma un campanello d’allarme che dovrebbe scoraggiare ogni apertura all’estrazione prima che i rischi siano chiariti. Le profondità oceaniche sono un luogo cruciale dei cicli biogeochimici essenziali (es. carbonio, azoto, fosforo e metalli). Intervenire industrialmente in queste dinamiche significa disturbare dei processi che avvengono su scale lente, con tempi di recupero lunghissimi e con pericolosi effetti a cascata.

Nonostante il rischio sia ad oggi ancora sottostimato, numerosi ricercatori hanno già espresso preoccupazione e sottoscritto dichiarazioni scientifiche allarmate sui potenziali impatti ambientali dell’estrazione mineraria dei fondali. Deep-Sea Mining Science Statement, firmato da circa 1000 esperti provenienti da più di 70 Paesi diversi, evidenzia che tale attività comporta perdita diretta di habitat e specie uniche, oltre a gravi alterazioni dei processi ecologici che interessano il fondale e le acque sovrastanti. Tra le criticità identificate vi è la distruzione diretta dell’habitat di molte specie animali, nonché la formazione di plume di sedimenti sollevate dai macchinari e reimmesse nella colonna d’acqua, che possono propagarsi per ampie distanze, influenzando dinamiche ambientali di rilievo commerciale, con ricadute anche sul settore della pesca. A ciò si aggiungono inquinamento acustico, chimico e luminoso, con effetti su organismi sensibili come mammiferi marini, pesci, crostacei e cefalopodi. Il deep sea mining interferisce con molti processi ecologici, provocando cambiamenti persistenti e irreversibili. La persistenza delle alterazioni è stata recentemente confermata da test effettuati nell’ambito di concessioni esplorative già fornite dall’ISA per oltre un milione di chilometri quadrati di fondale.

Le aree interessate non sono ambienti privi di vita, ma ospitano ecosistemi tra i più ricchi e meno conosciuti del pianeta, caratterizzati da specie spesso longeve, a crescita lenta e con bassi tassi di riproduzione, dunque altamente vulnerabili. Considerata la funzione degli ambienti marini profondi nella regolazione climatica globale e nei cicli biogeochimici, le implicazioni di interventi su larga scala meritano un’analisi prudente e basata su evidenze scientifiche solide.

Un numero crescente di Stati, istituzioni scientifiche e investitori chiedono una sospensione dell’avvio commerciale dell’estrazione. Anche in Paesi tradizionalmente attivi nel settore energetico offshore, come la Norvegia, il dibattito politico, alimentato anche da numerose ONG tra cui il WWF, ha evidenziato la necessità di ulteriori approfondimenti scientifici prima di procedere con nuove autorizzazioni nelle acque nazionali. In questo contesto, l’Italia, nel sostenere una pausa o una moratoria temporanea in sede ISA, potrebbe esercitare una leadership responsabile. Sostenere un approccio precauzionale non significa opporsi al progresso, né ignorare le esigenze della transizione energetica, ma assumere decisioni fondate su evidenze scientifiche, per un uso sostenibile e prudente delle risorse naturali, nonché per scongiurare danni ambientali irreparabili. In un’epoca di crisi climatica e pressioni crescenti sugli oceani, aprire un nuovo fronte di sfruttamento senza un quadro conoscitivo adeguato comporterebbe rischi difficilmente giustificabili. Una moratoria sul deep sea mining, nella prossima sessione dell’ISA, contribuirebbe a rafforzare una governance oceanica basata sulla scienza, sulla cooperazione multilaterale e sulla responsabilità verso le generazioni future.

Autori:

Giovanni Chimienti, Ricercatore in ecologia presso il Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente (DBBA) dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, e National Geographic Explorer.

Carlo Cerrano, Professore di zoologia presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente (DISVA) dell’Università Politecnica delle Marche.

Roberto Danovaro, Professore di ecologia presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente (DISVA) dell’Università Politecnica delle Marche e Presidente Comunità scentifica del WWF Italia.

Simone Libralato, Ricercatore presso il National Institute of Oceanography and Applied Geophysics (OGS).

Monica Montefalcone, Professoressa di ecologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita (DiSTAV) dell’Università di Genova.

(La petizione: “Difendi gli abissi”)


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/ambiente/rss2.0.xml

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